NEKROKULT

Desecration of Human Blood

2017 - Autoprodotto

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
07/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Malvagità, questa è una delle parole chiave per descrivere i Nekrokult ed il loro autoprodotto "Desecration of Blood" (2017). Stiamo parlando di un album che esce in formato digitale sulla pagina BandCamp del gruppo, quindi al momento non esiste alcuna versione stampata di quest'opera. Il gruppo, nella propria pagina Facebook, in Gennaio ha annunciato una stampa autoprodotta di 1.000 copie ma - non essendo ancora uscite - è il caso di essere prudenti in merito. Interessarsi ai capisaldi del Metal è quasi doveroso, perché si tratta dei punti fondamentali che hanno contribuito - e spesso ancora contribuiscono - all'evoluzione della musica che amiamo; allo stesso tempo è piacevole (e consigliabile) continuare a scavare nell'underground per trovare delle realtà che, seppur lontano dai riflettori, riescono a brillare di luce propria. Se già parte del popolo "metallaro" si era agitata per il fatto che con l'andare avanti dei tempi diventava sempre più accessibile la registrazione, adesso questa parte dovrebbe insorgere perché è diventata ancora più semplice la pubblicazione, che può avvenire in maniera digitale risparmiandosi anche i costi di stampa. Già nei primi del 2000 alcune etichette, vedi la Earache che ne ha fatto proprio un suo piano di sviluppo, hanno puntato in maniera marcata sul digitale (anche sull'onda della crescita di i-Tunes, un lancio clamoroso... che ha raggiunto l'apice e poi, altrettanto clamorosamente, ha fatto un bel tuffo in acqua); c'era già chi gridava alla fine della musica in formato fisico, alla fine del mondo come lo conosciamo, all'apocalisse musicale... ma non è successo, anzi: pare che il trend del momento sia il vinile! Quindi, adesso, nei maggiori negozi di elettronica/elettrodomestici troviamo uno scaffale con una fila di lettori per vinili e l'angolo dei vinili (che a volte hanno prezzi molto convenienti, altre hanno prezzi proibitivi). Cosa ci insegna tutto questo? Assolutamente niente, perché le cose non vanno mai schematicamente verso un'unica e precisa direzione! A maggior ragione nel Metal, la regola è il caos. Gli esagitati allarmisti che urlano a squarciagola "L'apocalisse si avvicina! Pentitevi!" al minimo cambiamento, vengono smentiti da due principali circostanze: anche i gruppi che adesso sono i pilastri del Black Metal hanno avuto delle umili origini; paradossalmente esistono gruppi che, pur muovendosi nel digitale - procacciando like per la gloria di Satana - mandano avanti uno stile che altrimenti sarebbe scomparso, se fosse rimasto esclusivo appannaggio dei truci conservatori. Si può decidere di conservare un qualcosa, e allora lo si mummifica e lo si chiude in una teca sigillata per evitare che qualsiasi fattore esterno lo contamini; oppure si può decidere di tramandare un qualcosa, e a quel punto sarà inevitabile che questo si evolva per adattarsi al mondo in continuo mutamento! In questa occasione, il nostro metal detector ci segnala una formazione ad alto contenuto metallico, nel lontano Brasile, per l'esattezza a Rio de Janeiro. Il nome del gruppo parla chiaro, se non bastasse c'è anche la copertina ad essere piuttosto eloquente: si tratta di Black Metal. A proposito dell'artwork, esaminandolo, emerge ancora una volta lo spirito underground che esala dai tratti, disegnati a mano, che delineano un teschio con brandelli di carne che penzolano mentre una mano cattiva lo tiene artigliando le orbite oculari. Sullo sfondo, naturalmente, l'oscurità più nera e quella che sembra essere una luna piena, o comunque una sfera. Il titolo dell'album è in caratteri gotici, un logo davvero molto elaborato e ricco di minuziosi particolari, tra i quali si distingue chiaramente una croce inversa che forma l'ultimo carattere. Insomma, tutti gli elementi sembrano suggerire una formazione dedita al Black Metal più puro, senza compromessi. Protagonisti di questa opera sono: Sub Umbra al basso, Bitch Hünter chitarre a batteria, ed infine Hoertel alla voce. Questo uso dei soprannomi è un altro indizio che ci suggerisce un gruppo dedito all'old school, ancora meglio se consideriamo che il gruppo precisa di suonare Black/Thrash Metal; genere per il quale il Brasile vanta una bella storia (si pensi anche solo ai Sarcófago). Parliamoci chiaro, lo stile dei precursori Hellhammer continua ancora ad affascinare, e non smette di avere adepti non solo tra i nostalgici, ma anche tra le nuove leve che non hanno vissuto in prima persona quegli anni, gente che forse non era ancora nata all'epoca. Si può già anticipare che il sound che troveremo in questo album può essere tranquillamente collocato nel periodo di fine anni '80; c'è un bel punto di riferimento che farà la gioia dei più malvagi tra voi: l'EP "Rotting" (1989) dei già citati Sarcófago; così non c'è bisogno di scomodare realtà troppo (geograficamente) lontane al gruppo. Non si può di certo teorizzare un collegamento artistico, anche perché tra il 2017 ed il 1989 ne passano di anni, però si deve anche considerare che i membri dei Nekrokult non sono certo dei ragazzini: hanno dai trenta ai quarant'anni! Consideriamo che il bassista ha militato negli Apokalyptic Raids (gruppo che ovviamente si ispira ai già citati Hellhammer), e che anche gli altri musicisti non sono stati con le mani in mano: hanno partecipato a molti gruppi dediti a generi quali Thrash, Black e, più raramente, Death. Ma andiamo per ordine e non roviniamoci la scoperta di questo lavoro: passiamo senza ulteriore indugio all'ascolto.

Intro

Per meglio stimolare la nostra malvagità, il gruppo ha deciso di creare un'introduzione che, con grande senso di praticità, ha chiamato: "Intro". Si tratta, chiaramente, di un (non tanto) breve pezzo strumentale: silenzio, e quindi il suono di un organo a canne che fa un ingresso progressivo, emergendo dalle tenebre. Si tratta di fraseggi che si mescolano e proseguono in modo ipnotico, continuando senza sosta e sfociando in un accordo, si raggiunge così l'apice e quindi il pezzo si fa maestoso - forte di una lugubre atmosfera gotica da trionfo del Male - si va così avanti, possiamo riuscire ad immaginare la risata malvagia del Maligno mentre si gode questo tributo. Si tratta di un pezzo in stile gotico, dunque, che riesuma perfettamente l'immaginario tipicamente horror/satanico. Di questo pezzo si può immediatamente apprezzare una serie di componenti: la produzione cerca di regalare un bell'ascolto senza far ricorso a suoni troppo precisi e puliti, in questa registrazione sembra di percepire la grana del nastro ormai rovinato dal tempo, ma tutto questo è l'effetto di una scelta deliberata che mira - con successo - a conferire al brano un'atmosfera più lugubre. Spesso, tristemente, capita di sentire degli organi in stile gotico che suonano come gli intermezzi delle partite di hockey sul ghiaccio e nulla hanno a che vedere con l'immaginario lugubre che cercano di evocare! Ascoltando pezzi del genere, infatti, ti viene voglia di mangiare l'hot-dog e bere una birra ghiacciata; ascoltando questa introduzione, invece, ti viene voglia di cedere l'anima al Maligno.

Desecration of Blood

Dopo aver tributato il doveroso omaggio al Male supremo, i Nekrokult aprono la danza infernale con la titletrack "Desecration of Blood (Profanazione di sangue)". La chitarra elettrica emerge in tutta la sua ignorante distorsione, la batteria si impone con prepotenza con la cassa a pedale unico (come impone la più antica tradizione), il suono è piacevolmente ovattato e sembra davvero di ascoltare una vecchia musicassetta, il basso pulsa grave e vanta, nel complesso, il suono migliore: ricco e rotondo, sopperisce alla mancanza di bassi della cassa. La voce non tarda a farsi sentire, carica di riverbero ed esasperante, nel suo timbro straziato: un urlo lacerante carico di sofferenza, che viene prolungato sia dal cantante che dal riverbero esagerato, il quale ci fa percepire la voce come se arrivasse dall'oltretomba. Sound ossessivo, il tupa tupa tipico del Thrash si mescola ad un chitarrismo ossessivo in stile Hellhammer, le variazioni agli strumenti sono poche e così dev'essere! Ignoranza, vandalismo musicale, culto del Demonio che si esprime con una vocalità lercia: in un inglese pessimo ci viene descritto che il passaggio all'inferno avviene per mezzo di un rituale, un incantesimo; coi demoni riuniti nell'oscurità loro sono pronti ad attaccare perché questa è la notte del sangue! Si spalancano dunque i cancelli dell'inferno che mostrano un luogo in cui le fiamme sono sempiterne, in perenne attesa e pregne della magia nera folgorante che avvolge il protagonista di potere malefico. La musica è aggressiva, viene suonata con ardente furore, ancora nessuna variazione ed il riff va avanti, la voce ha anche un delay pazzesco: appena il cantante urla "Profanation" si accavalla un terzetto di "escion scion ion", che davvero ispira l'eresia più fanatica. Si parla di blasfemia, eresia e profanazione; questo mentre il riff iniziale continua imperterrito, concedendosi una lunga espressione strumentale prima di cambiare e finalmente rallentare, mentre la voce se la prende comoda e prolunga tutte le invettive in scream. Si tratta di uno scream strozzato, nemmeno troppo acuto, in vecchio stile; l'odio cade come una pioggia su di tutti, questo è il richiamo dell'inferno. Infine possiamo sperimentare su di noi l'immenso potere della punizione infernale, morte e dominio, si spalancano i cancelli dell'inferno pronti ad accoglierci coi loro eterni supplizi. Un pezzo che ci presenta quello che ci aspettavamo (e speravamo) di trovare: Thrash/Black Metal, old school e senza compromessi, nero e marcio come l'abbiamo sempre desiderato.

Humanidade Podre

Il terzo brano, "Humanidade Podre (Umanità marcia)", ci mostra che il gruppo ha realizzato anche dei testi in portoghese. In questo, nello specifico, si parla di una piaga che colpisce l'umanità, che versa nell'odio e nel caos e si riduce ad un pugno di vermi; ognuno di questi uomini implora pietà ad un dio che non esiste e così rende evidente quanto è marcio. Dimostra ancora una volta quanto è marcio il suo sangue, questa umanità, nel calice nero, nell'eterno abisso che ha costruito. Adesso, il male che hanno creato gli si rivolta contro, e sarà per lui un piacere sentire il loro dolore mentre egli è finalmente libero di vivere come desidera e di uccidere il dio dell'inganno. Si inizia con lente plettrate, accompagnate dal rullante che va all'unisono, poi raffica di colpi e quindi si torna ad un tempo molto simile a quello del precedente brano, troppo simile forse, tutti gli elementi si assemblano allo stesso modo: riff lenti, forse più movimentati, batteria mobile e ripetitiva, basso scolastico. La voce fa brevi apparizioni strazianti, prolungando le parole con una pronuncia molto aperta, sguaiata; la musica varia e ci porta un riff leggermente più veloce, la voce molla delle "U" di incoraggiamento. Si passa ad una parte da Thrash/Speed che ben si sposa con lo stile, poi a sorpresa dei cori vagamente Hardcore ma ancora in linea con l'old school, un pezzo più vario del precedente ed ancora altrettanto marcio e grezzo. Il falso Jehova non tornerà mai più, bisogna uccidere l'ingannatore, è Satana che ha regnato nel mondo del sognatore; il dio dei cristiani è morto, strisciando come i vermi che credono in lui. La voce raschia, prolungando le urla, le chitarre variano di nuovo portando ad un riff più bombato, forte di un suono di basso pieno, i colori sono molto caldi; ad un certo punto la voce si prolunga in diaboliche risate distorte mentre inveisce contro l'umanità marcia, fatta di vermi striscianti. Blast finale cosparso di risate isteriche e cariche di malvagità, scatto di chitarra in un'atmosfera demoniaca che permea il sound. Col precedente brano, in effetti, c'era stato più di un dubbio circa la fantasia del gruppo; adesso i dubbi si possono dire fugati da questo brano, che presenta un numero di variazioni più che accettabili visto il genere in questione.

Satan Is Endless

Il caos più infernale si fa sentire con "Satan Is Endless (Satana è infinito)". Slide e via col massacro: distorsione, blast (rigorosamente con un solo pedale) e scream dannato. Accordi dissonanti, ritmo incalzante e poi plettrate alternate confuse, ovattate, impastate, il pestaggio del rullante è costante mentre ci sono colpi ai piatti, duri come stalattiti; la voce è una fiamma costante che divampa e poi trema, accentua i tempi forti e poi lentamente si ritira. Una fiamma divorerà il mondo negli ultimi giorni dell'umanità, la truce fine di tutta l'esistenza: Satana! Il protagonista del testo si presenta come un messaggero infernale, un comandante delle legioni dei dannati, per questo odia ogni forma di vita. Il testo è davvero basilare, in un inglese elementare; questa caratteristica gli infonde un'ulteriore malvagità: del resto, è in questo modo che immagineremmo parlare un soldato infernale, con brevi e bestiali frasi inneggianti alla distruzione. Ancora una volta il pezzo ha poche variazioni, che si fatica anche a cogliere per via della distruzione e del riverbero: c'è un impatto distruttivo che travolge ogni melodia, stoppandosi di colpo a metà brano quando una percussione vocale fa iniziare una fase più ritmata, nella quale può esprimersi meglio la componente Thrash. Un rozzo casino, la batteria porta un tempo trascinato e cafone, le chitarre sembrano quasi rievocare le origini Punk del genere, il basso segue a ruota senza uscire fuori dagli schemi. Si schiera sotto il segno del caprone, venera il segno del caprone; chissà se questo passaggio sia specificamente riferito alle legioni romane che, in effetti, avevano un attaccamento particolarmente forte con le proprie insegne (le celebri aquile) e tutta una lunga serie di monili e decorazioni che i legionari (i signiferi in particolare) collezionavano avidamente e sfoggiavano per ingraziarsi la Fortuna (particolarmente tragicomico il riferimento ad alcune operazioni di imboscata fallite perché i legionari rifiutarono di rimuovere o avvolgere in teli i loro monili che, urtando con la lorica, facevano rumore). Nel nostro caso l'insegna è quella del caprone, e rappresenta il Male: Satana è potere universale, Satana è peccato eterno, Satana è l'unica forza! Un inno fanatico, inserito proprio in questa parte più ritmata che ben si presta ad una marcia: ascoltando questa fase la si può benissimo immaginare. Parte un assolo ispirato da un miscuglio ibrido di Thrash e Rock'n'Roll, poi sfogo di malvagità nera e quindi il pezzo si conclude; uno dei migliori brani dell'album.

Black Forces

Si mantiene la lingua inglese anche per "Black Forces (Forze nere)", un altro brano dedicato alle forze armate, alle legioni infernali. L'ambientazione è abbastanza simile al brano precedente, infatti è apocalittica: la terra trema e quindi lui (probabilmente lo stesso comandante che abbiamo incontrato nel testo precedente) invoca Lui, il custode della nera fiamma, per bere dal calice delle anime, il signore della caccia e furtivo predatore notturno; invoca Lui, il custode delle legioni infernali. Dopo questa accorata invocazione il cielo sputa fiamme, arriva l'Armageddon, Satana discende. Sebbene, nell'accezione moderna, il termine Armageddon si usi per indicare un evento, un sinonimo dell'Apocalisse - più spesso con riferimento alla pioggia di fuoco - il termine in realtà non compare nell'Antico Testamento, ed il suo significato andrebbe rintracciato nell'ebraico har (monte) e Megiddo (una località che nel caso specifico si tratta di una piccola altura). È molto significativo il fatto che le battaglie, combattute a Megiddo, abbiano acquisito per gli ebrei una certa aura di fatalità. Megiddo è infatti noto come il luogo in cui si combattono le battaglie decisive, il luogo in cui si determina il destino dei popoli. Probabilmente questo è un effetto della rovinosa sconfitta con la quale i giudei furono assoggettati agli egiziani di Necao II. Si parte con un urlo ignorante e poi via di tonalità basse, meno caotico e più ritmato, il pezzo si evolve con più fantasia e variazioni che si innestano in lunghi accordi di chitarra che, nella fase discendente, lasciano spazio al lavoro di basso e batteria; il ritmo resta costante, ostinato, ancora un riverbero ben marcato ed esagerato. Nel mondo dei mortali ogni mente è presa dal terrore, le legioni di Satana marciano sulle fiamme e lasciano soltanto terra bruciata al loro passaggio. Tonalità basse, con le quali contrasta una voce che in un primo momento è scura e poi, a fine urlo, diventa più abrasiva ed acuta, lacerante. Plettrate lente che poi prendono ritmo, ancora una volta la percussione vocale con l'immancabile "Uh!", è un espediente che conferisce al pezzo una vena quasi live, sicuramente apprezzata dagli appassionati del genere. Asfissiante, altra "Uh!", che si ripete più strozzata, quindi si riparte alla carica con il solito riff, portato avanti più veloce e senza un briciolo di fantasia, ma con un carico immenso di rabbia. Nella parte finale ci sono variazioni di chitarra, che almeno cambiano qualcosa raddoppiando il tempo. Il vento porta con sé le ceneri di carne bruciata, i fiumi scorrono rossi di sangue e perfino la pioggia è di sangue: la legione infernale spazza via la razza umana, lo fa per la gloria di Satana.

King of Darkness

Ma cosa sarebbe di tutte queste vicende senza Lui? "King of Darkness (Re dell'oscurità)" è un brano che vuole concentrarsi solamente sul malefico ispiratore di tutti i mali finora raccontati. A sorpresa la musica cambia, anche in modo evidente: tempi lenti e qualche accenno di melodia lugubre, tempi quasi da Funeral Doom ed un urlo straziante che si fa sentire sin dai primi istanti. Possenti colpi di cassa, uno ogni morte di papa, con quel tocco da grancassa classica; la chitarra è (volutamente) incerta nel tocco, trasmettendo così un'idea di precarietà, un sound primitivo ed ignorante, marcio. Cadenze pesanti, altre urla strozzate che non articolano alcuna parola, come se non ci fosse nulla da dire di fronte alla tenebrosa magnificenza del Re dell'Oscurità; il Male trionfante che si staglia di fronte a noi, inermi poveracci incapaci di articolare qualsiasi parola al suo cospetto. Ecco che si fa sentire una voce pulita, ma cupa e bassa, che recita una litania di adorazione: "Il Signore Satana, attraverso la notte dell'odio, il ritorno...", poi una voce in scream risponde, invasata, "Sono tutt'uno con Satana, sono tuo o potente imperatore". È un'adorazione sofferta, straziante, i tempi restano lenti e lo scream è acuto e grattato, la batteria continua a limitarsi a quei pochi colpi di cassa, il basso appare a tratti. Di colpo il tempo raddoppia, lo stesso riff viene riproposto velocizzato, ancora la voce che recita, l'atmosfera è infernale e si sposta verso uno stile Thrash. Molto curioso questo accostamento con la voce che recita (in un inglese un po' incerto) e si alterna con uno scream molto riverberato. Lui è il signore del dominio oscuro in cui dimorano tutti i demoni, poi una supplica affinché l'oscuro padrone apra i portali infernali ancora una volta, per far sorgere un'era oscura fatta di fiamme. Un odio infernale consumerà il mondo divorandolo con le fiamme del suo regno. Alla fine il pezzo si concede una lunghissima transizione in uscita in cui lo stesso riff sfuma fino al silenzio. Una piacevole variazione, è vero, ma coi suoi limiti: se nel contesto precedente l'attitudine purista poteva giustificare la povertà di fantasia, con questo pezzo ci si sarebbe aspettati qualcosa in più. Riciclare lo stesso riff per riproporlo velocizzato e con un ritmo incalzante alla batteria è una cosa da poveracci: in cinque minuti di brano ci si aspetterebbe di sentire qualcosa di più!

Satã

Restiamo in tema con "Satã (Satana)", con testo in portoghese. Un messaggio infernale è lanciato attraverso un incantesimo, i demoni sono pronti ad attaccare col loro eterno odio; uno di loro parla e dice di bramare il sangue di un innocente, da offrire al re caprone, a Satana. Ancora una volta partenza con slide alla chitarra, scream e caos distorto: stessi temi (a volte addirittura stesse frasi), riff che escono fuori a fotocopia, tupa tupa di batteria sempre uguale (forse pure il tempo di metronomo è lo stesso, ammesso che lo usino... cosa della quale posso tranquillamente dubitare). Malvagità pura che non ha bisogno di fantasia: l'inferno è fiamme e nient'altro! Qualche guizzo alla chitarra, poi la voce con la solita metrica che spara le parole con violenza, ce le butta addosso e poi lascia che il riverbero faccia il resto; rabbia e ferocia specie nelle parti prolungate. Il ritornello consiste in un "Satã!" urlato come un ossesso, per sempre brucerà il fuoco infernale, si spalancano i cancelli infernali per accogliere altra gente da torturare, avanti il prossimo! Altre "Uh!" a piacimento, aggressione malvagia: la voce occupa grande spazio nel sound e si imprime con una tecnica sguaiata, la quale si impone con la più cieca e folle brutalità, senza alcun riguardo per l'estetica (né tantomeno per le corde vocali!). È tormento, è dannazione, è sofferenza: è il regno di Satana! Lo stesso testo e la stessa parte vengono riproposti senza variazioni; se la mancanza di testi elaborati poteva ipotizzarsi dovuta alle evidenti difficoltà nella lingua inglese, neanche nella lingua madre il gruppo si esprime con tante parole. Questo brano è più breve, certo, però sembra proprio che le parole per questo gruppo siano solo secondarie, rispetto all'impatto che preferiscono raggiungere con un'ostinata irruenza carica di odio. Ostinato è proprio il termine adatto a descrivere lo stile del gruppo. Altra stoppata, altra "Uh!" e quindi si riparte alla carica con lo stesso identico riff che va avanti imperterrito. Un continuo urlante di violenza fino alla conclusione in cui troviamo un trio di urli inarticolati a concludere in bellezza. Irruenza, pura e sfacciata, senza il benché minimo rispetto per qualsiasi cosa, scostumatezza musicale!

Minha Cova

"Minha Cova (La mia tomba)" è un altro brano in portoghese: è ambientato nel mondo dei maledetti, dei dannati, e nelle valli oscure scava una fossa che l'occhio umano non potrà mai raggiungere. Come potrebbe mai iniziare un pezzo del genere? Ma è ovvio: slide di chitarra, urlo inarticolato, distorsione malsana e tupa tupa alla batteria! Prevedibile malvagità, questa volta a tempo più sostenuto, la plettrata è alternata (anche se non velocissima), le urla articolano parole cattive e poi ci sono delle benvenute variazioni alla chitarra, seguite da stacchi alla batteria che vanno a toccare anche i piatti: il suono dei piatti, colpiti in una raffica, sembra quello delle catene ai polsi dei dannati che vengono condotti all'inferno per subire le peggiori torture. La fossa che scava servirà ad ospitare le sue stanche ossa, per dormire in un oblio fatto di follia; piuttosto che chiedere l'elemosina, implorando le lacrime del mondo, preferisce mille volte unire i corpi nell'orgia e bere il sangue. Questo suo scheletro immondo tornerà alla sua tomba, colpito da un freddo pungente, con l'anima vuota ed il sangue che trasuda; è un testo che, a differenza degli altri, non inneggia a Satana ma vuole renderci partecipi di una sofferenza, anche abbastanza fisica. L'orgoglio emerge forte quando afferma di non voler implorare le lacrime del mondo, non vuole ispirare pietà ma si tiene i suoi problemi; variazioni alla chitarra ci portano velocità in uno stile Thrash/Black vecchia scuola, qualche influenza Death appare in lontananza, poi un bel blast infuria mentre uno scream fa piazza pulita di tutto il resto. In questo brano le variazioni ci sono e si sentono: ne guadagnano molto la chitarra: che varia plettrata passando dal tremolo a scariche di accordi veloci, ne guadagna la batteria che passa da blast di rullante, cassa, stacchi sui piatti (spesso assenti negli altri brani), il basso invece sembra non emergere. Torna alla sua tomba, giù al suo abisso oscuro, dove ha edificato il suo empio altare che ospiterà le sue spoglie mortali, memori di orge di sangue ed una vita all'insegna del peccato. La voce questa volta sembra voler inneggiare alla vita sregolata che rende gloriosa questa morte, ad una vita in cui il sangue scorreva a fiumi, una orgogliosa vita da predatore, una vita consacrata a Satana. Il brano si conclude con la stessa cattiveria con la quale è iniziato, un pezzo indovinato per le diverse variazioni - che davvero servivano molto a questo punto dell'album - e per un testo che cambia leggermente tema e, senza cedere alla malinconia, parla della morte, trasformando il nefasto evento in un glorioso ritorno. L'aver edificato la propria tomba, in previsione del momento in cui andrà a giacervi per riposare le ossa, è un concetto abbastanza interessante: vive la vita nella sregolatezza, seguendo l'istinto sanguinario, ma comunque in previsione (e consapevolezza) della morte. Non si tratta, quindi, di follia cieca, ma di consapevole e determinata malvagità.

The Legions of Sathanas

Torniamo nel vivo del concept con "The Legions of Sathanas (Le legioni di Satana)". Inizio praticamente identico a tutti gli altri, fatta eccezione per lo slide che in questo caso è stato omesso; ritmo vivace con variazioni sui piatti e scream immediato. Sarebbe un altro pezzo dedicato alle instancabili legioni del male, il guaio è che parla d'altro! Esattamente, per quanto curioso possa sembrare - dato il titolo altisonante - il testo è anche relativamente introspettivo: si parla della mezzanotte, con fredde visioni notturne nella luce della luna tremolante: sente la voglia di uccidere e di porre fine alla vita umana perché lui è Lucifero l'immortale. Insomma è un pezzo intitolato alle legioni di Satana, ma il protagonista narrante è Lucifero. Qualche problemino anche col pezzo visto che la voce non ne vuole sapere di andare a tempo; non che negli altri brani adottasse una metrica particolarmente precisa, ma in questo pezzo sembra davvero ignorare il tempo della batteria. Un'accozzaglia di robe messe là, quasi alla rinfusa, giusto per fare un altro pezzo; un titolo magniloquente per cercare di dare spessore ad un approssimativo songwriting (che invece si taglia con un grissino...). Possiamo ascoltare tutte quelle caratteristiche ricorrenti che abbiamo imparato a conoscere negli altri pezzi, quando a sorpresa, però, arriva l'assolo in stile Rock selvaggio che riesce a portare ulteriormente in basso il tutto, prendendosi anche il suo bel tempo. Un pezzo che descrive la caduta di Lucifero, sia nel testo che nella musica che precipita sempre più in basso. Cade per sempre nelle fiamme, brucia nelle profondità infernali dove ricaverà la sua eterna dimora, luogo abissale nel quale tramerà la propria tremenda vendetta. Dopo il momento solistico tutto ritorna come l'abbiamo già sentito: alcuni stacchi che si mangiano del tempo, che quindi viene traslato in avanti di una suddivisione, le chitarre ingaggiano un botta e risposta che le porta ad alternarsi a tonalità ravvicinate (forse una terza), poi il pezzo si spegne in modo anonimo. Un pezzo emblematico di tutti i problemi del gruppo: va benissimo l'intento di tenere viva la nera fiamma, va bene il volerlo fare approfittando degli stilemi tradizionali, va meno bene farlo a casaccio e senza un briciolo di fantasia né musicale, né lirica.

Total Funeral

Passiamo allora a "Total Funeral (Funerale totale)". Quando ci aspetteremmo ormai di sentire la solita musica arriva un riff veloce, dalla marcata anima Thrash, acuto e meno distorto rispetto al resto. Un riff da scavezzacollo, qualcosa di cafone ed irruento con quella componente Speed che capita spesso di apprezzare negli U.S.A. Stoppata d'effetto, una breve botta vocale, poi si passa al tupa tupa d'ordinanza mentre la chitarra continua ad avere queste convulsioni incontrollabili, il basso finalmente riesce a ritagliarsi uno spazio suo allontanandosi dalla monotonia della cassa, anche se per pochi istanti. La voce ci mette poco a riportarsi nei soliti binari e quindi diventa uno scream prolungato ed eccessivamente riverberato, qualcosa di carico di odio che ben si inserisce nella devastazione old school che è in atto agli strumenti. Questo è un funerale per gli sconosciuti, la notte si avvicina e con essa incombe il dolore; la notte rappresenta i cancelli che conducono all'inferno che è il suo orgoglio satanico, si presentano nere visioni bestiali, c'è l'inferno in Terra. Un pezzo del genere ci voleva per sollevarci dal pantano, dalla palude di ripetizioni nella quale si rischiava di cadere in assenza di una ventata di freschezza capace di risollevare la qualità. Siamo già a metà brano e quello continua a scorrere, poi viene lanciato un assolo in uno stile da Rock maleducato: chi se ne frega della precisione?! Una bella serie di note, vibrate e preferibilmente fischianti, una cacofonia che si piazza sopra, menefreghismo, un assolo ancora più strafottente di quelli di Kerry King ed ancora più legati al vecchio Rock. Morte totale, i cancelli infernali si spalancano e spiriti morbosi lo attendono dall'altro lato; adesso può aver luogo il suo funerale notturno, in occasione del quale potrà giacere in un sonno blasfemo. Si legge un qualche collegamento con quel pezzo precedente - Minha Cova - nel quale il protagonista preparava la propria tomba in vista del riposo eterno; anche in questo testo il blasfemo riposo eterno è nella mente del protagonista, che si prepara ad affrontarlo varcando i cancelli dell'inferno. Tra le fiamme infernali, infatti, sa che troverà il riposo che cerca, tra i suoi simili che sono pronti ad accoglierlo - è il caso di dirlo - calorosamente! Tutta la malvagità dell'assolo si sfoga, funestata da interventi in scream, pausa improvvisa e chitarra ritmica in solitaria, altri interventi vocali con delay particolarmente accentuato, poi si torna alla carica e ci si concede delle stoppate con una voce strozzata ed agonizzante in primo piano. Pezzo breve, sì, ma almeno intenso e privo di inutili riempitivi messi lì ad allungare il brodo bollente, che cuoce nelle fiamme infernali. Brani come questo, ed altri evidenziati in precedenza, ci presentano un gruppo che sa il fatto suo: un gruppo che sceglie di rimanere fedele agli stilemi ormai canonizzati, roba da museo della musica per certi versi, adottandoli e vivendoli in maniera genuina ed entusiasta. 

Outro

Si conclude con un immancabile "Outro" strumentale, antitesi dell'Intro e conclusione per eccellenza. Nell'introduzione abbiamo apprezzato un organo, interessante e ben prodotto; adesso ci viene riproposto. Un suono perfettamente identico a quello dell'introduzione, un organo che si atteggia a cornice e che quindi intende racchiudere l'opera: la parte suonata è una litania ripetitiva, ostinata, con qualcosa di sacro ma allo stesso tempo empio. Accordi ed armonie che, sentite così, suggeriscono un qualcosa di aulico e trascendentale, inducono a pensieri astratti e fanno figurare il mondo soprannaturale, quello del paradiso, quello solenne e sacro per definizione. È l'ossessiva ripetizione, che riprende il pezzo spezzandolo, a trasmettere l'idea di "qualcosa che non va", un qualcosa che disturba, che inserisce del marcio in tutta questa atmosfera sacra. Non si tratta, infatti, di un'armonia che si sviluppa leggiadra (sia pur solenne), ma viene spezzata, addirittura troncata ed interrotta di netto, per poi essere ripresa dall'inizio. Si prolunga in qualche accordo, poi si riprende la triste litania incompleta, monca, in un incedere ostinato, testardo. Tutto quanto sfuma nel finale, riducendo il volume lentamente, mentre si sentono dei colpi di grancassa in lontananza; questi colpi, appena percettibili, fanno pensare al rombo di tuono che esplode in lontananza, fanno pensare ad una tempesta in avvicinamento. Un modo interessante di concludere un ascolto, una fine che pare voler presentare un nuovo inizio.

Conclusioni

Abbiamo ascoltato un album coi suoi ovvi limiti, ma allo stesso tempo ci siamo resi conto di un qualcosa di fondamentale: anche nell'underground la musica esiste ed è in ottima salute! Lontano dai riflettori esiste un mondo che è capace di dare tanto, e non solo in termini di innovazione; infatti, anche il nostalgico appassionato di suoni (che crede) ormai passati di moda, può trovare delle realtà contemporanee in grado di soddisfare la propria passione. I Nekrokult sono un gruppo che, in Brasile, si è autoprodotto ed ha pubblicato in digitale la propria musica sulla propria pagina BandCamp (si può ascoltare gratuitamente in streaming, si scarica a pagamento) e sono il modello di un modo nuovo di intendere la tradizione. Nel loro caso la proposta musicale non è innovativa, affatto: si pone anzi nel modo più old school possibile, anche perché gli stessi membri del gruppo sono avanti con gli anni, ed hanno vissuto in prima persona la musica che adesso interpretano in modo spontaneo e genuino. Limiti tecnici, creatività non esattamente alle stelle, testi in inglese che suscitano più di una perplessità... ma chi se ne frega? Questo è un Thrash/Black Metal grezzo, tamarro, un qualcosa di sanguigno che non si calcola né si ragiona: si vive in maniera irruenta, con la stessa foga e ferocia che questi musicisti spendono in ogni loro brano. Realtà del genere ci dimostrano come la tradizione e la modernità possano andare d'accordo, come non siano necessariamente degli opposti inconciliabili ma - alle giuste condizioni - possono lavorare insieme con incoraggianti risultati. Questo album, infatti, è incoraggiante; non può dirsi un lavoro particolarmente pregevole, per via dei suoi limiti (del tutto giustificabili se si pensa ai mezzi, ma qua bisogna essere oggettivi e non fare sconti a nessuno), ma allo stesso tempo non sconta tutta quella serie di difetti che a volte capita di riscontrare in lavori che escono da gruppi blasonati! Quella contemporanea possibilità di produrre, anche a livelli medio-alti, musica in proprio è un'occasione che avvantaggia gli intraprendenti, gli appassionati; avvantaggia tutti quelli che vogliono avvicinarsi da dilettanti (da intendersi: "per diletto") al mondo della musica come protagonisti, sia pure nel loro piccolo. "Desecration in Blood" è un album oscuro, grezzo dicevamo, e le tematiche non sono da meno: particolarmente avvincenti i riferimenti alle legioni infernali, che hanno offerto diversi spunti interessanti. Tutta l'adorazione di Satana, poi, offre quel retroscena che istiga alla violenza e rende più pittoreschi i brani; altri passaggi invece sono più fiacchi, e neanche ricorrere alla lingua madre ha alzato il livello. Poco più di mezz'ora di musica per un salto nel passato che, per fortuna, rimane ancora attuale. Quanto alla musica, ci sono dei pezzi che sono ripetitivi e mediocri in modo allarmante, oltre ciò che ci si può aspettare dal genere, ma tutto questo può essere ampiamente perdonato viste le circostanze e lo scenario che si vuole evocare. Si tratta, in definitiva, di un album da prendere alla leggera, da godersi per puro spirito di nostalgia per potersi calare in uno stile che ormai è impensabile ascoltare in lavori datati 2017. Per gli appassionati del genere, che ormai hanno consumato i vari CD e cassette di Hellhammer e simili, questo lavoro sarà una tanto agognata boccata d'aria; per tutti gli altri può essere un'occasione per (ri)scoprire sonorità decisamente old school che, per via del loro fascino immortale, restano sempre attuali!

1) Intro
2) Desecration of Blood
3) Humanidade Podre
4) Satan Is Endless
5) Black Forces
6) King of Darkness
7) Satã
8) Minha Cova
9) The Legions of Sathanas
10) Total Funeral
11) Outro