NECRODEATH/CADAVERIA

Mondoscuro

2016 - Black Tears Of Death

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
20/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Come fa piacere vederlo fare nei film da parte dei supereroi, anche nella musica è sempre entusiasmante poter ascoltare un prodotto nato dalla sinergia di due gruppi che, a prescindere dal genere suonato, uniscono le loro forze per regalare ai fan una prova tangibile molto più efficace di un semplice auspicio di collaborazione. Quello dello split è un caso non poi così raro all'interno del panorama metal, specialmente per quanto riguarda le frange più estreme, basti ricordare la pubblicazione in cui gli Slayer si affiancavano al parallelo side project T.S.O.L. Con "Abolish Government", o quello ben più istrionico realizzato recentemente dai Debauchery con la loro identità parallela dei Blood God, oppure quella macro unione di forze che unì i Death, i Dark Angel, i Forbidden, i Faith Or Fear ed i Raven nell' "Ultimate Revenge 2", giusto per citare qualche esempio. In questa specifica occasione ci accingiamo ad analizzare una creazione in tandem da parte di due grandi nomi della scena estrema italiana, per i quali occorre un piccolo excursus storico: da una parte troviamo i Necrodeath, storica band genovese nata nel 1984 che dopo una seminale esistenza sotto il moniker di Ghostrider, gruppo nato "su ispirazione" del concerto italiano dei Venom al quale i due membri fondatori Peso e Claudio assistettero, modificarono ufficialmente il loro nome per avviare la loro odissea con la famosa demo "The Shining Pentagram". Di lì a poco la storia del combo iniziò a compiere le prime proprie grandi imprese: dopo il live d'esordio a Sestri Ponente tenuto come spalla agli Hate, a livello discografico videro la luce i primi e tutt'ora ritenuti fondamentali album del gruppo, "Into The Macabre" e "Fragments Of Insanity", due lavori crudi e scarni realizzati sotto l'influenza dei grandi maestri quali Slayer, Bathory, Venom, Dark Angel e Celtic Frost e nonostante si trattasse ancora di dischi abbastanza primordiali, essi consentirono ai Necrodeath di collocarsi immediatamente nella rosa delle leggende del thrash/death italiano assieme ai colleghi Bulldozer e Schizo, dimostrando così al mondo il vero valore della tradizione tricolore in materia di Metal estremo e sdoganando allo stesso tempo il cliché esterofilo che consegna solo ai gruppi oltreconfine la "competenza" in materia. A causa però di alcuni problemi tutt'altro che trascurabili con la propria label dell'epoca, la Metal Master Records, il gruppo fu costretto a sciogliersi nei primi anni Novanta, stroncando apparentemente sul nascere una promettente realtà ligure. Tuttavia, non tutti i mali vennero per nuocere, come si suol dire: i vari membri si dedicarono ad altri progetti ed uno dei quali particolarmente noto al grande pubblico, dato che il batterista Peso formò, insieme al chitarrista Tommy Talamanca, quelli che oggi conosciamo come Sadist, gruppo progressive death metal che trae il proprio nome dal titolo di un pezzo degli stessi Necrodeath (per la precisione da "Necrosadist", traccia contenuta sul lato b del vinile del primo album della band) e che non ha mancato di fornire il proprio contributo al valido calderone metallico nostrano. Trascorsero ben otto anni prima che il gruppo potesse ritornare in attività; nel 1998 Peso e Claudio riformarono la loro creatura assoldando Flegias alla voce e John al basso, registrando così i successivi "Mater Of All Evil" (1999), "Black As Pitch" (2001), "Ton(e)s Of Hate" (2003) e "100% Hell" (2006), quest'ultimo però realizzato con Andy alla chitarra in quanto Claudio lasciò il progetto per motivi personali. Con Peso in qualità di unico membro storico, la carriera dei Necrodeath proseguì fino ai giorni nostri, arrivando fino al recente "The 7 Deadly Sins", album ispirato ai sette vizi capitali del 2014, ed al recente ep "Headhunting" dell'anno seguente. Dall'altra parte di questo metaforico ring invece troviamo i piemontesi Cadaveria, un gruppo che con i Necrodeath condivide una porzione di storia non solo a livello di scena italiana ma anche di membri: la band nacque infatti nel 2001, a seguito dell'uscita della cantante omonima e del succitato Flegias (che qui svolge invece il ruolo di batterista con il moniker di Marçelo Santos) dagli Opera IX, ai quali si uniscono Frank Booth alla chitarra, Baron Harkonnen alle tastiera e John Killerbob al basso (anch'egli poi impegnato con i colleghi genovesi). Il loro sound si orienta verso un Black/Gothic Metal influenzato da gruppi come Cradle Of Filth, Katatonia, Theatres Des Vampire e My Dying Bride, anche se nella loro carriera, il gruppo originario di Biella è riuscito a crearsi un proprio marchio di fabbrica del tutto personale che rende abbastanza difficile una catalogazione precisa: dall'esordio "The Shadow's Madame" del 2002 fino all'ultimo "Silence" del 2014 la band ha dato vita ad un sound definito, su ispirazione del loro full lenght del 2012, "horror metal". L'unione di queste due forze ha dunque dato vita a "Mondoscuro", uno split tra i due gruppi pubblicato dall'etichetta genovese "Black Tears Of Death" che è stato recentemente presentato lo scorso 10 settembre al Metalitalia Festival del 2016 in uno show esclusivo. L'idea di una collaborazione tra le due band circolava nell'aria da diverso tempo, ma per vari motivi il tutto è rimasto solo sulla carta fino all'inizio di quest'anno: dopo le rispettive pubblicazioni, sia i Necrodeath che i Cadaveria annunciarono di essere entrati in studio per registrare del nuovo materiale senza però fornire per il momento ulteriori informazioni. Va sottolineata una cosa: in questo prodotto, le band condividono molto di più di una passione, dato che hanno anche dei membri in comune a giocare su entrambi i fronti (Flegias appunto ed il bassista Gl, che presta il proprio quattro corde anche con il nome di Peter Dayton), non a caso quindi lo split è definito, dalla stessa Cadaveria "un patto di sangue tra due entità diaboliche che darà vita ad una nuova anima oscura". La struttura del lavoro vede un ulteriore mescolarsi da parte di questi due gruppi: la tracklist del lavoro infatti prevede per ogni band un brano inedito (all'interno del quale i vocalist svolgono al contempo il loro ruolo principale e quello di guest), una cover del gruppo partner ed una cover di artisti più famosi, i Beatles ed i Type O' Negative, offrendoci così sei canzoni dall'idea fortemente alchemica dell'idea del progetto. L'artwork, realizzato dall'artista italo-venezuelano Paolo Perrota Mazza, si presenta come un connubio fra le iconografie dei due gruppi: una texture grigia fa da sfondo all'immagine centrale, una monaca spiritata con il torace scoperto dal cui ventre squarciato pende un feto esanime sospeso unicamente per il suo cordone ombelicale, una efficace metafora di come il venire al mondo sia ormai una condanna e di come anche le immagini di purezza per antonomasia, la suora appunto, da sempre emblema di castità e devozione, vengano altresì corrotte dal peccato. Ma addentriamoci più nel dettaglio in queste tenebre di pura malvagità.

Recensione

Ad inaugurare lo split sono i Cadaveria, con la cover di "Mater Tenebrarum" (dal latino "Madre Delle Tenebre") dei Necrodeath. Come sappiamo, la versione originale del brano è contenuta nel debut dei thrasher genovesi "Into The Macabre" ed ulteriormente rivisitata nel 2010 con il successivo "Old Skull", questo brano riceve ora nuova vita attraverso l'interpretazione della vocalist piemontese che cerca di personalizzare il pezzo secondo il proprio estro. A dare il via al pezzo nel vinile è un arpeggio di chitarra leggermente effettato, l'atmosfera si tinge subito di un nero cupo ed intenso, ideale per precedere l'iniziale marcia di morte scandita dalle rullate di Peso, fedelmente ricalcate dalle chitarre. La versione del 1985 possiede una post produzione decisamente più grezza, i suoni sono nel complesso ovattati e stra carichi di riverberi, specialmente sui fusti della batteria e sulla voce, susseguendosi poi attraverso un suono di chitarra secco e crudo di massima fedeltà alla grezzura dell'extreme degli anni Ottanta. La versione ri registrata invece vanta dei suoni più limpidi, oltre ad una esecuzione più precisa nel suo complesso, ed a suonare troviamo i nuovi membri del gruppo, Gl al basso e Pier Gonnella (noto per le sue collaborazioni con gruppi come Labyrinth, Mastercastle Vanexa e Athlantis) alla chitarra, uniti a Peso e a Flegias. Complessivamente il pezzo si articola attraverso un schizofrenico blast beat senza esclusione di colpi, motore di una sferzata di urla malvagie e demoniche intervallate unicamente da un intermezzo in latino vomitato direttamente dalle fauci infernali. La versione dei Cadaveria invece mira ad essere maggiormente teatrale, l'incipit dell'esecuzione è infatti affidato alle tastiere, che si muovono leggere ed eteree attraverso un connubio di pianoforte, oboi ed orchestrazioni di archi, il tutto atto a creare la base perfetta per l'ingresso della batteria e delle chitarre, i cui stacchi cadenzati in quartine vengono riproposti fedelmente alla versione originale. Con l'arrivo del break di chitarra, oltre alla maggiore limpidezza di suoni complessivi, si nota subito una diversità di tocco tra Dick Laurent e Claudio nell'approccio al riff: la mano del piemontese è infatti più pesante ed al tempo stesso più precisa, il che ci consente di apprezzare meglio la struttura della composizione. Per quanto riguarda il blast beat di batteria, il tempo suonato da Marçelo Santos è leggermente più lento rispetto a quanto fatto da Peso, tuttavia il groove e l'incisività restano inalterati e questo leggero calo di bpm consente alla cover un uscita più personale da parte dei Cadaveria, che dal Black iniziale hanno modo di portare la prova sul loro terreno riproponendola con uno stile decisamente più horror metal. Il meglio della creatività della mora vocalist si riscontra però nell'intermezzo in latino: se durante il resto delle parti vocali ella si muove alternando il suo screaming alle sovraincisioni in pulito, nella parte centrale, dove Flegias è solito recitare la propria parte in growl, Cadaveria opta per un clean avvolgente e sinuoso, che conferisce ad una parte abbastanza demoniaca un tocco romantico decisamente gothic. È appunto l'utilizzo degli arrangiamenti melodici la chiave di volta della cover, le tastiere con l'effetto organo e le voci limpide supportate dai passaggi corali rendono questa "Mater Tenebrarum" marcatamente più solenne ed operistica, pur non esulando certo dall'iniziale idea thrash/death; se è l'impronta personale, senza che dilaghi troppo, a rendere efficace la resa di una cover, si può dire che i Cadaveria abbiano colpito nel segno, sapendo reinterpretare ottimamente a loro modo un brano inno dell'extreme nostrano. Quanto alla tematica del testo, essa non poteva che essere adatta alla rivisitazione di una "strega" del metal tricolore: la struttura delle strofe racconta infatti un rituale di magia nera, atto ad evocare sulla terra la madre delle tenebre; il libro infernale mostra tra le sue pagine i simboli esoterici da interpretare affinché il rito si compia, d'innanzi a noi si elevano le fiamme degli Inferi a dilaniare l'oscurità ed il silenzio nel quale sentiamo solo il nostro respiro. Presi sotto il giogo del male, nei nostri occhi si alternano visioni di destini remoti ed infausti, mentre le urla di Jezebel fanno da colonna sonora a questa ennesima profanazione. L'intermezzo in latino rende il tutto molto più ecclesiastico, ovviamente capovolgendo il ruolo di questa liturgia al fine di adorare Satana: impotenti sopportiamo infatti guerre, morte e crudeltà di ogni tipo, siamo tuttavia irrequieti ed insaziabili della nostra malvagità, ormai stra saturi di odio e schiavizzati all'impeto delle nostre passioni che ci attanagliano l'animo e tra piaghe, invidia e separazioni, i sacerdoti del diavolo ormai camminano disinvolti tra noi.

Spell

Di seguito troviamo la risposta dei Necrodeath, che si cimentano nella cover di "Spell" ("Verbo"), opener del debut dei Cadaveria "The Shadow's Madame". I genovesi ribaltano ulteriormente la situazione, passando dal clima operistico della composizione primaria ad una rivisitazione old school da pogo ed headbanging assicurato, conformemente ai gusti del thrasher più oltranzista affamato solo di velocità e motoseghe a sei corde. In apertura le tastiere sono infatti sostituite dalla chitarra acustica, l'introduzione operistica tratta da "La Traviata" di Giuseppe Verdi viene infatti suonata dalle dita di Pier Gonnella, sulle cui note effettate attraverso un riverbero si stende lo screaming spiritato di Flegias. Passata questa introduzione però, i Necrodeath iniziano immediatamente a picchiare duro, il quattro quarti cadenzato della versione originale viene sostituito adesso da un tempo lineare con la cassa in sedicesimi. I thrasher genovesi dunque mirano a spingere maggiormente sull'acceleratore, puntando sul muro sonoro creato dalle chitarre. Conclusa questa prima parte, quella che nella composizione dei Cadaveria consiste in una apertura delle tastiere viene qui eseguita attraverso una efficace dilatazione delle sei corde, dimostrando di come questi musicisti siano competenti non solo tecnicamente ma anche creativamente per "sopperire" ad una mancanza strutturale. Mentre la opener del disco del 2002 vantava una serie di cambi di tempo più articolata e nuovi sviluppi, i Necrodeath restano ancorati più tenacemente al tupatupa di base, adeguando ad esso anche le strutture seguenti per rendere il complesso della struttura più compatto ed omogeneo. Il divario tra Peso e Flegias alla batteria risulta evidente, dato che il drumming del fondatore dei thrasher risulta più preciso e variegato a livello stilistico essendo anche più creativo rispetto al collega, che in questa sede invece supera se stesso nei panni del cantante. Non ce ne voglia dunque Marçelo Santos se a conti fatti lo preferiamo nel ruolo di Flegias dietro al microfono piuttosto che dietro alle pelli. Come variante alla struttura originale, il gruppo della Lanterna opta per l'utilizzo di un efficace mid tempo, atto a rendere l'incedere della parte conclusiva più cadenzato ma al tempo funzionale per la successiva ripresa fino a giungere al finale in fade out: la musica va infatti lentamente spegnendosi sostenuta dal tempo lineare delle pelli sui quali una serie di pennate serrate di chitarra poggia le fondamenta per le ultime sferzate soliste di Pier Gonnella. Le due performance coveristiche svolte a vicenda tra le due band risultano quindi valide ed interessanti, ma dati i gusti personali sono portato ad eleggere questa rivisitazione di "Spell" da parte dei Necrodeath come meglio riuscita in quanto più personale e creativamente "svincolata" dall'originale. Mentre il testo di "Mater Tenebrarum" si presenta suddiviso in strofe e quindi schematicamente più definito, quello di questa traccia consta di un'unica colata di versi concatenati l'uno con l'altro, alcuni dei quali vengono spezzati seguendo gli accenti ritmici della ritmica per poi essere successivamente ripresi nei vari rincalzi. La protagonista è ora una bellissima strega, al quale un ignoto adepto si rivolge per chiederle che porti la luce nel cielo scuro quanto la melma, strappando via l'oscurità dalla monotonia delle ore dell'esistenza; un cielo privo di tramonto ed alba, di una qualunque stella o anche solo di una lanterna accesa a scandire un corteo funebre, per dirla con Edgar Allan Poe, in questo mondo vi sono "ovunque tenebre e nulla più". La strega è anche maestra di un rituale attraverso il quale il dannato può tentare di liberare la propria carne dai mali avvelenati della vita, occorre seguire questo percorso alla lettera per sperare di potersi salvare ed il verbo di questa magia oscura si presenta dunque come l'unica strada da percorrere per sperare in una qualunque grazia.

Dominion Of Pain

Giungiamo ora alla parte centrale di questo split,ovvero quella riservata ai brani inediti veri e propri delle rispettive band partecipanti. Il primo che ascoltiamo è "Dominion Of Pain" ("Dominio Del Dolore") dei Cadaveria, brano all'interno del quale Alberto Gaggiotti compare sia come batterista della band torinese sotto il moniker di Marçelo Santos e come cantante ospite nei ruoli di Flegias, mentre a Pier Gonnella è lasciata l'ultima esecuzione solista prima della conclusione. Fin dai primi secondi, la canzone si presenta come una suite puramente votata al black metal old school, pensate quindi ai Gorgoroth, ai Dark Funeral, ai Satyricon ed ai nostrani Malfeitor come esempi di riferimento per meglio inquadrare questa composizione. Ad aprire le danze è la chitarra, che parte subito in quarta con un riff serrato e tagliente in puro stile nera fiamma, rendendo così omaggio alle gelide tonalità scandinave; la batteria procede incalzante attraverso un mid tempo cadenzato e lineare, supportato dalle pennate di un basso corposo e caldo ottimale per appesantire il sound graffiante delle sei corde, la voce della frontwoman verte ora verso uno screaming demoniaco ed acido, che però appare leggermente sottotono e di volume leggermente basso rispetto ad altre celebri composizioni della band piemontese. Particolarmente interessante è l'apertura che avvia il pre ritornello ed il ritornello della composizione: la batteria continua la propria marcia, mentre gli strumenti elettrici si alzano di tonalità consentendo a Cadaveria di lanciarsi in un passaggio in pulito, stile canoro con il quale la sua performance risulta particolarmente d'effetto. La delicatezza del cantato femminile crea infatti una sinergia davvero coinvolgente con lo screaming malato di Flegias, che nonostante qui rivesta puramente il ruolo di ospite regala allo sviluppo la giusta malvagità all'interno di un frangente più "morbido" del brano. Nel complesso, la struttura generale di questa canzone alterna due strofe e due ritornelli, suonati con un mood decisamente quadrato, dato che ogni frase del testo viene puntualmente scandita da una cesura di batteria, eseguita per mezzo di un rapido passaggio sui fusti. Il pre ritornello si rivela essere delle due componenti la parte più trascinante, anche se è nel finale che la band ci regala una vera e propria marcia doom con il quale scuotere pesantemente le nostre teste alzando le corna al cielo: ci troviamo di fronte ad una sessione tecnicamente molto semplice, un tempo in quattro quarti dai bpm relativamente bassi e dei powerchord possenti e tenuti ad accompagnare una linea melodica vocale davvero suggestiva, quasi ipnotica, prima che a spezzare il tutto sopraggiunga improvvisamente l'ultima esplosione, un'ultima accelerazione all'interno della quale Cadaveria torna ad essere malvagia per urlare insieme a Flegias l'ultima porzione di testo antecedente alla chiusura netta ed incisiva. Rispetto a "Spell" lo scheletro compositivo è decisamente più standard, ma ciò non toglie che "Dominion Of Pain" risulti una canzone scorrevole ed assolutamente ben fruibile. Il dominio, ossia il controllo, del dolore che ci affligge è un risultato al quale si può giungere unicamente lavorando intensamente su noi stessi. Quasi come se fosse un percorso di meditazione, dobbiamo sgomberare la nostra mente da tutto ciò che può essere nocivo per tale scopo: la prima cosa da fare è esorcizzare le nostre paure, ciò è possibile solo attraverso un traumatico scontro con la violenza della realtà, che in qualche modo ci abitua ad affrontare tutte le atrocità del mondo in maniera stoica senza lasciarci condizionare dalle emozioni. Altro passaggio fondamentale è quello di riuscire a dissipare le ceneri delle nostre certezze, ogni nostro fondamento concettuale è infatti labile e fragile quanto una manciata di polvere, che in qualsiasi momento può essere disperso nel nulla da una folata di vento. Si tratta di un lungo cammino verso l'annullamento della nostra culla di passioni, quella serie di stati d'animo che ci incatenano spiritualmente ad un mondo obsoleto e primitivo e solo dopo esserci completamente annullati emotivamente sapremo gestire il dominio del nostro dolore.

Rise Above

Passiamo a "Rise Above" ("Elèvati Al Di Sopra"), la traccia inedita realizzata dai Necrodeath con Cadaveria come voce guest. Il pezzo si apre con una serie di stoccate incisive di chitarra in puro stile Slayer, prontamente scandite dai colpi stoppati di Peso, che utilizza solo cassa e piatto fermato a mano per scandire la sessione. Abbiamo parlato di stoccate, ed infatti questa introduzione è rapida e letale come una serie di coltellate che ci arrivano da un maniaco senza nemmeno darci modo di vedere da dove arrivano. Conclusa questo incipit al vetriolo ecco iniziare un arpeggio di chitarra pulita, sotto alla quale la distorsione va a dissolversi in fade out; ad interrompere il silenzio interviene la voce della vocalist, intenta a recitare la prima porzione di testo in italiano e con una cadenza parlata che fa del momento un vero e proprio rituale oscuro introdotto da una sacerdotessa. La profondità della sua voce viene scandita con leggerezza eterea dalle note della sei corde effettate in delay e concluso questo preludio ecco partire la strofa cantata da Flegias, la cui base strumentale consta di un tempo marziale in quattro quarti sul quale si stende un main riff fatto di powerchord imponenti e granitici. Appena la parte cantata maschile si compie, ecco sopraggiungere lo screaming della cantante del gruppo piemontese, sostenuto ora da un tempo ostinato che rimanda notevolmente a Tom Araya e soci; l'efficacia di questa composizione consiste quindi nel crescendo ritmico, architettato grazie all'alternanza dei due cantanti che ci spiazza di volta in volta prima di risaldarsi sull'apertura del ritornello. Il pezzo quindi procede frenetico e schizofrenico, continuamente spezzato dai vari incisi vocali fino alla parte conclusiva, dove mentre Cadaveria si cimenta in uno sviluppo melodico in pulito, espediente canoro questo che abbiamo già avuto modo di apprezzare anche nelle tracce precedenti, Flegias continua ad eseguire i controcanti con il suo screaming acido e malsano, rendendo lo sviluppo un metaforico connubio di dolcezza femminile e malvagità maschile, un botta e risposta tra eros e thanatos che su questa traccia ci mostra quindi il lato più "gotico" degli alfieri del thrash black ligure. Nonostante i bpm dunque siano più bassi rispetto ai canoni abituali della band genovese, questa composizione ci offre una prova assolutamente fresca ed energica di un gruppo che dimostra di sapersi muovere anche su terreni più "morbidi" rispetto al solito. La parte della frontwoman originaria di Torino conferisce a "Rise Above" quel frangente più delicato che di solito resta celato nella ritualità dei Necrodeath, ella è infatti la proverbiale Femme Fatale che seduce con la voce pulita per poi uccidere attraverso le sue sfuriate in screaming ed inoltre, l'utilizzo dell'italiano rende questa composizione particolarmente poetica e solenne. Le prime quattro frasi della lirica vantano un alone decisamente filosofico ed introspettivo, l'essere umano infatti appare come un entità cosmopolita immersa appieno nella realtà tangibile, circondata da ogni elemento del naturale e grazie al quel può interagire attraverso i cinque sensi. La completezza del pensiero, il confluire delle idee, tutto il bagaglio di percezioni e processi cognitivi compiuti dall'uomo fanno si che esso possa arrivare a definire concretamente la propria esistenza. Ora il discorso si sposta verso un ipotetico tu, una seconda persona singolare che ha vagato tra le ceneri e le fiamme infernali saggiando il male, colui la cui bocca ha provato il gusto del sangue, e le cui membra hanno riposato nel castello del pianto ed è riuscito a trasformare lo stupore in disincanto è ora reduce da un percorso di formazione che potremmo definire dantesco: dopo aver conosciuto l'essenza del male, egli ora può infatti elevarsi al di sopra della decadenza della realtà per essere un qualcosa di assolutamente oltre ad essa. Questo essere superiore è svincolato da ogni legame con il reale e può ergersi al di sopra di ogni illusione di ogni vanità umana, come Dante Alighieri poté vedere l'essenza divina solo dopo un lungo viaggio nel regno dell'Oltretomba e del Purgatorio, allo stesso modo questo eletto può ora innalzarsi al di sopra di tutte le fragili menzogne della concezione umana. Giunti oltre la sezione degli inediti, giungiamo così all'ultima porzione dello split, quella in cui i Necrodeath ed i Cadaveria rendono omaggio ad artisti più noti attraverso delle cover di alcuni loro classici.

Christian Woman

Ad avere il calcio di inizio, rispettando non solo l'alternanza precedente ma anche un metaforico senso di cavalleria, sono di nuovo i piemontesi, che si lanciano nella riproposizione di "Christian Woman" ("Donna Cristiana") dei Type O' Negative, tratta dall'album "Bloody Kisses" del 1993. Nella versione originale, la voce calda ed inconfondibile del mai troppo compianto Peter Steele, scomparso nel 2010, narrava le perversione onirica di una devota donzella cattolica fermamente credente, che dopo aver recitato le preghiere della sera si accingeva a dormire nel suo letto per poi essere colta dal furore erotico di un sogno nel quale provava il piacere di un amplesso. Gli autori di "The Shadow's Madame" scelgono di mantenersi fedeli in tutto e per tutto alla versione del disco, realizzando la cover nella sua versione estesa di oltre otto minuti. In apertura troviamo le tastiere regolate sull'effetto dell'organo da chiesa, ottimali quindi per l'introduzione solenne in cui il corpo di Cristo viene ci consegnato attraverso il sacramento dell'eucarestia. Strutturalmente parlando, i quattro suonano compatti e cadenzati, marciando con lo stesso tiro della band newyorkese ad eccezion fatta per una diversa calibratura delle tastiere; la struttura hard rock del main riff, che consiste in una serie di quartine in palm muting su un quattro quarti di batteria, consente alla vocalist un ampio spazio per rendere più originale la propria performance, ella infatti si muove sul pulito, seguendo anch'essa la tonalità bassa sull'esempio della vocalità grave del cantante e bassista americano, ma inserisce inoltre degli inserti in screaming e dei parlati al fine di rendere più personale la rivisitazione, specialmente nel lungo intermezzo centrale, dove sono le tastiere a dominare la scena in qualità di protagoniste fino al successivo rientro degli altri strumenti per poi giungere al finale del pezzo. In chiusura la batteria si lancia in un raddoppio di cassa, una prima sferzata prima dell'ultimo break, la chitarra ora suona in solitaria sotto il parlato di Cadaveria, creando così un momento riflessivo prima dell'ultimo ruggito urlato. Il tempo resta sempre lineare e la chitarra ora inserisce una serie di incisi solisti prima del finale ad libitum, in cui la cantante ripete ossessivamente la frase "Jesus Christ looks like me" ("Gesù Cristo mi somiglia") alternando la voce roca al pulito dal tocco sexy ed avvolgente. Dal punto di vista strumentale, i piemontesi si mantengono saldamente fedeli alla versione originale salvo la diversità di accordatura, gli strumenti sono qui accordati in una tonalità più alta al fine di amalgamarsi meglio con la voce femminile, per definizione più alta di quella di Steele. A dare la maggior impronta personale è quindi Cadaveria, che è riuscita a regalarci una rivisitazione del brano modellata sul proprio estro e sul proprio personaggio, il rapporto tra voce e musica in materia di tocco personale è dunque sbilanciato, ma tuttavia la "Christian Woman" contenuta nello split si lascia ascoltare piacevolmente. Come accennato, la protagonista del testo è una donna credente, inginocchiata a pregare con lo sguardo rivolto al crocifisso sul muro della sua camera prima di coricarsi a letto. Nel videoclip dei Type O'Negative, l'ambiente appare stretto e spoglio, similmente ad una cella monacale al fine di rendere ancora più forte l'immagine della fede del soggetto principale; appena sdraiata e coperta però ella sente che è l'istinto a prendere il sopravvento sulla devozione: sente sul suo corpo il tocco delle mani di un uomo intento a palpeggiarla avvolgendo le sue forme ed attaccando il suo corpo a quello di lei facendole così sentire il calore della sua pelle. Quella che secondo la dottrina è definita lussuria peccaminosa, altro non è che un sano e normale appetito fisiologico, al quale la donna non può far altro che abbandonarsi in preda al delirio della pura estasi. Per il suo peccato brucerà all'Inferno, ma il richiamo della carne ed il bisogno del corpo di Cristo si trasformano ora in una fame di un corpo maschile, che delicatamente le fa sentire dentro di sé qualcosa di ben diverso e più reale dell'essenza di Dio, se il Signore è amore, lei ora non vuole far altro che conoscerlo concretamente fino a comprendere quanto in realtà l'amore divino e l'amore fisico si somiglino in qualità di soddisfazione di un appetito umano.

Helter Skelter

 Ben più ardua invece è la sfida accettata dai Necrodeath, che si approcciano alla rivisitazione di un celebre brano dei The Beatles, "Helter Skelter" (termine che nei luna park inglesi indica gli scivoli elicoidali), canzone fondamentale per delineare quelli che in seguito saranno i canoni stilistici dell'Heavy Metal, come le chitarre distorte, le parti vocali urlate ed il suono del basso particolarmente accentuato. Non è un caso che questa canzone sia stata coverizzata da tantissimi altri artisti come i Motley Crue, gli Oasis, gli U2, egli Aerosmith. Onde evitare il proverbiale passo più lungo della gamba, gli autori di "Into The Macabre" scelgono quello che la critica ha definito uno dei brani più hard e, per certi versi, "estremi" mai composti dal quartetto di Liverpool, facendo sì che le due parti potessero in qualche modo venirsi incontro. Leggenda narra che Paul Mc Cartney ebbe l'ispirazione per scrivere quella canzone dopo aver letto la recensione di "I Can See For Miles" dei The Who e che immediatamente sia stato motivato a scrivere anch'egli un pezzo così crudo e potente; siamo infatti di fronte ad una traccia lineare ma al tempo stesso vibrante e decisamente "metal" per gli standard del gruppo di John Lennon, si può quindi tranquillamente affermare che "Helter Skelter" rappresenti l'archetipo di quello che successivamente sarebbe divenuto il Metal ed i Necrodeath sono quindi debitori agli inglesi per quello che sono oggi. L'approccio scelto dai thrasher è ancora una volta diretto e personale: partendo dalla struttura originale del main riff, Flegias e soci estremizzano ulteriormente la canzone, modellando le strofe ed i vari ritornelli su un tempo in quattro quarti serrato e letteralmente tritaossa, un tupatupa martellante ed incalzante con cui Peso trascina i compagni in una proverbiale avanzata giù dalla rampa di uno scivolo elicoidale. È proprio il suo rullante ad aprire la cover attraverso il fade in, i vari colpi delle bacchette a loro volta scandiscono un'improvvisazione di basso di Gl, le cui note scorrono serrate e ricche di groove prima che inizi il fraseggio di chitarra armonizzata. La prima parte del testo viene cantata su questo passaggio, dove è la cassa a tenere il tempo prima della partenza esplosiva sul tupa tupa; l'orecchiabilità della melodia vocale britannica viene qui riproposta attraverso la voce maligna di Flegias, mentre nei ritornelli viene mantenuto l'arpeggio della versione originale a cui però fa seguito una sfuriata thrash metal old school, fatta di batteria spaccaossa, chitarre dilanianti e basso monolitico. La canzone è breve, tanto che giunge al termine in maniera inaspettata lasciandoci quasi interdetti per una così fulminea chiusura. Anche in questa prova i Necrodeath hanno dimostrato nuovamente la loro creatività anche quando si tratta di riarrangiare un brano storico del rock, sapendolo riproporre secondo il proprio stile senza al tempo stesso oltraggiare gli scarafaggi di Liverpool. Beninteso, i fan dogmatici dei Beatles potranno trovare non del tutto conforme ai loro canoni questa riproposta ma i metalhead più aperti a livello di ascolti non faticheranno a trovare in questa "Helter Skelter" una interessante, e perché no anche divertente, prova di ammirazione verso uno dei gruppi simbolo della musica in senso lato. Il testo è frenetico e serrato proprio come una rapida discesa dallo scivolo: giunti sulla vetta ci lanciamo giù per la rampa, sentendo dentro di noi montare l'adrenalina ed il divertimento mentre il nostro corpo scivola verso il punto d'arrivo. Giunti in fondo siamo talmente divertiti che vogliamo immediatamente risalire sul gradino più alto, dal quale riprendere a scivolare lungo la spirale dell'attrazione. La discesa è altresì metafora di un amore non corrisposto, mentre scendiamo a gran velocità siamo al tempo stesso distanti miglia e miglia da una donna che non ci ama più, che non comprende il nostro divertimento per una cosa così infantile e che ci vorrebbe più maturi, preoccupati di cercarci un lavoro e mettere su casa, ma noi pensiamo al presente, non ci curiamo del poi ed imperterriti continuiamo a scivolare giù per lo scivolo con sulle labbra il sorriso sincero e spensierato di un bambino.

Conclusioni

Sicuramente "Mondoscuro" è un prodotto interessante sotto tutti i punti di vista: innanzitutto perché ci dà modo di apprezzare l'unione di forze di due grandi band del panorama estrema nostrano, in seconda battuta perché esso va oltre il concetto stesso di split; se in passato esso consisteva in una raccolta di un tot di brani per artista, qui le due fazioni si intrecciano ulteriormente, partendo da due brani dei due artisti coverizzati gli uni dagli altri per poi passare a due brani inediti veri e propri, dove la sinergia continua attraverso la presenza dei guest per poi concludere in due cover a tutti gli effetti. Questa pubblicazione riveste quindi il ruolo di prodotto da collezione per i fan dei due gruppi, dato che esso non serve tanto per darci un'idea di cosa queste due formazioni stiano facendo di nuovo all'interno del proprio orticello ma si pone come efficace indizio dell'originalità di ciò che Necrodeath e Cadaveria possono creare lavorando fianco a fianco. Conformemente ai gusti del sottoscritto mi trovo a consegnare il trofeo di "vincitore" (anche se, si badi bene, qui non si tratta di trovare vincitori e vinti) ai thrasher genovesi, fermo restando comunque che la performance del gruppo piemontese è altresì valida e convincente. Entrambe le entità coinvolte hanno dato singolarmente prova di tutto il loro valore, sia a livello di insieme sia andando ad analizzare le prove dei singoli musicisti: per le batterie Peso è indiscutibilmente più esperto di Marçelo Santos, ma tuttavia va sottolineato come lo stile di quest'ultimo sia esattamente ciò di cui hanno bisogno i Cadaveria per il loro sound. Gl, o Peter Dayton che dir si voglia, si dimostra un bassista esperto su entrambi i terreni di gioco: veloce e preciso quando si tratta di martellare su delle sfuriate thrash/black, completo e creativo quando si tratta di suonare su pezzi più "horror metal", dando sempre alle varie tracce il fedele e fondamentale sostegno ritmico con il suo quattro corde. Dal punto di vista chitarristico, sia Dick Laurent che Pier Gonnella ci regalano delle ottime prove seppur tra loro enormemente differenti: per il primo lo stile è fortemente orientato sull'hard rock, sempre votato alla ricerca della pennata precisa, pesante e possente che possa creare ogni volta il giusto muro sonoro, nello stile dell'ex Labyrinth invece si riscontra una maggior completezza e freschezza data da un bagaglio tecnico altamente neoclassico e accademico. Dulcis in fundo analizziamo quanto fatto dai due vocalist: Flegias si dimostrapalesemente più a suo agio dietro al microfono che non dietro alle pelli, essendosi creato uno stile vocale caratteristico e ben delineato che ha contribuito a renderlo un personaggio di punta della nostra scena extreme, mentre per quanto riguarda Cadaveria, la sua voce risulta decisamente migliore nei puliti piuttosto che nelle parti in screaming, anche se vale per lei lo stesso discorso del collega, ella non è solo una musicista ma un personaggio oscuro sotto tutti i punti di vista, del quale la voce roca resta comunque un elemento imprescindibile. Se siete amanti dell'underground estremo italiano, questo split non può assolutamente mancare all'interno della vostra collezione.

1)
2) Spell
3) Dominion Of Pain
4) Rise Above
5) Christian Woman
6) Helter Skelter