NE OBLIVISCARIS

Portal Of I

2012 - Code 666

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
07/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Provenienti dall'australiana Melbourne, il sestetto prog dei Ne Obliviscaris raggiunge il meritato debut album a quasi un decennio dalla nascita. Autori di un demo di buon riscontro nel 2007, si sono ritrovati a combattere aspramente contro la burocrazia australiana, rea a loro parere di non aver concesso il permesso di soggiorno al chitarrista Benjamin Baret, francese d'origine ma intenzionato a trasferirsi a Melbourne per continuare il cammino con la band. Dopo anni di battaglie legali e raccolte firme, ecco i Ne Obliviscaris affacciarsi al grande mercato discografico con un debutto di ben 72 minuti, durata lunghissima per un disco, anche se in realtà abbastanza comune nelle release di oggi. Già dallo stupendo artwork si intuisce l'orientamento eclettico e prog della band, che si manifesterà ampiamente anche nel prosieguo musicale del disco. Si sappia, prima di accostarcisi, che mixing e mastering sono stati realizzati da un fuoriclasse del suono: nientemeno che Jens Bogren, già Re Mida di album registrati da Katatonia, Devin Townsend, Opeth e da quel gran visir del metal che risponde al nome di Ihsahn. Una premessa, dunque, per nulla scontata.

La prima traccia è "Tapestry Of The Starless Abstract", che mette in estrema evidenza l'aggressività del frontman ed autore dei testi Xenoyr, le cui sferzate sulle corde vocali si intersecano alle linee melodiche delle clean vocals fornite dal violinista Tim Charles, che in più di un'occasione conferisce un tocco piuttosto malinconico al brano col proprio violino. Questo però rimane un po' limitato nell'utilizzo e nella varietà espressiva, fagocitato spesso da un muro di effetti che poco si addicono ad uno strumento già di per sé efficacissimo e, quando viene invece lasciato libero di esprimersi secondo un timbro più naturale, regala i momenti probabilmente più apprezzabili del brano (come succede dopo l'intermezzo atmosferico alla fine della prima lunga sfuriata. Meritevole di segnalazione è il mixaggio della batteria, oggi una gatta non così pelosa come due decenni fa, ma comunque indice di una cura lodevole nei suoni e nel bilanciamento complessivo della resa. Nondimeno, il drummer Nelson Barnes non lesina uno sciorinamento senza fronzoli della propria velocità e tenuta nel double bass drumming. Il brano è un classico (e riuscito) esempio di come testo e musica si fondano a commento reciproco (testo da leggere: misterioso, depressivo, criptico, tutto quello che piace a noi maniaci del mai dimenticato grindcore progressivo vegetariano). La successiva "Xenoflux" inizia con un approccio canonicamente black melodico, in cui di nuovo il violino in sottofondo aggiunge un elemento particolare. Un rapido cambio di tempo proietta un mondo di suoni taglienti e metallici, conditi da un testo all'insegna dello spiritual spaziale. Ancora, Barnes prosegue con la malvagità di una macchina da guerra mentre il compare Xenoyr ce la mette tutta per risultare il più devastante possibile. Le chitarre (Matt Klavins e il già citato Baret), supportati a dir la verità in modo un po' anonimo dal suono di Cygnus al basso, il cui strumento forse poteva risaltare un po' di più nel complesso sonoro, tessono trame strumentalmente piuttosto semplici ma molto efficaci soprattutto nel sovrapporre piani di colori differenti. Il consueto intermezzo "soft" ed atmosferico è un altro assist al cantabile di Tim Charles, più evocativo e apprezzabile rispetto al primo brano, prima di ritornare all'assalto epico nel finale del pezzo. "Of The Leper Butterflies", brano più corto dell'album, ruota invece attorno ad un mood jazz metal che in certi momenti, grazie ai contrasti tra parti lento-acustiche e sezioni extreme, ricorda un po' i migliori Cynic. Lo stacco impressionante per potenza sonora ci rigetta immediatamente nel bel mezzo di una guerra senza esclusione di colpi, che tuttavia non rinuncia mai al melodico incarnato come sempre da Tim Charles, vero elemento "fuori schema" di questa band. Il testo del brano, veramente ermetico, vagheggia di imprecisati orizzonti stellari, ma siamo sicuri che si riferiscano allo spazio astronomico e non a quello esistenziale? Pezzo a doppia faccia, il terzo dell'album: a momenti entusiasmanti se ne alternano altri decisamente pretenziosi e che sembrano più dei riempitivi da "guarda quanto sono bravo col mio tocco jazz superdelicatoefigo" che espressioni di un pensiero musicale coerente. "Forget Not" comincia con un'evocativa liturgia acustica che riecheggia la modalità della tradizione spagnola e la tradizione neo-folk nordeuropea (di cui, naturalmente, anche l'Australia è figlia), elevando ad indiscusso protagonista il violino di Charles, qui apprezzabilmente più virtuoso che mai, anche se a dire il vero un po' troppo ripetitivo. Poco a poco (ma veramente "poco a poco") si ritorna alla gran carica distruttiva, prima con una sezione in clean vocals, poi con il nuovo intervento di Xenoyr: niente da fare, le due voci si esaltano a vicenda, pur non essendo nessuna delle due tali da strappare applausi la loro sinergia produce un effetto sicuramente di molto superiore alla semplice somma delle parti. Verso la fine del brano rifanno la loro comparsa gli intermezzi solistici: chitarre e violino ci vanno proprio a nozze. "And Plague Flowers The Kaleidoscope" ripropone l'incipit acustico con un motivo tzigano (ma sto Charles ha studiato violino classico?) che via via incrementa il movimento fino a sfociare, ancora una volta, in un profluvio di chitarramenti  supportati da un drumming semplice ma potente ed efficace. Xenoyr ancora una volta irrompe di prepotenza sulla scena, affiancando Charles che invece slitta continuamente tra voce e violino. Menzione speciale per il bellissimo testo che evoca immagini di disperazione e decadenza degne di un girone dantesco, peraltro citato indirettamente nel richiamo a Goya e Dore. A metà canzone un serrato ritmo apre la strada al riff ribattuto di chitarra, con una lunga sezione poi che ospita nuovamente dei soli (chitarra, basso) prima del rush finale, che onestamente un po' di Muse odora. "As Icicles Fall" comincia come fosse un pezzo melodico, dei Senteced o magari dei Foo Fighters, ma di cui non leggere il testo se si è già particolarmente depressi. Diverse sono in questa canzone le sezioni strutturali, il più delle volte basate sui cambi di modulo della batteria, mentre le chitarre sostanzialmente si mantengono in ribattuto. Anche nell'ennesimo solo violinistico. Nel pezzo si mettono in evidenza tutti i componenti della band, dando vita ad un vero sabba musicale che, pur lungo e complesso, non finisce per stancare e questo è già di per sé un pregio. A chiusura, "Of Petrichor Weaves Black Noise" è la summa di tutto ciò che è stato fin qui Portal of I, un concentrato di tecnica, variazione, sensibilità autoriale.

Molte le lodi spendibili per questo album. Molte anche le critiche. Partiamo dalle prime: la perizia tecnica del combo, per quanto oggi non sia merce così rara, è invidiabile ed innegabile, sugli scudi il violinista Tim Charles, vero motore per fare la differenza da un'altra massa di gruppi che non sanno proprio di niente. I testi sono ben scritti e congegnati, dimostrando una certa immaginazione e fantasia. Le strutture dei brani, benché lunghissime, sono funzionali e varie.

Ora i punti deboli. Certo, la capacità tecnica è fondamentale, ma oggi come oggi caratteristiche come velocità, pulizia, conoscenza di sistemi armonici complicati sono realtà all'ordine del giorno o quasi. Manca la cara vecchia spontaneità... Suo unico araldo, nella musica dei Ne Obliviscaris, è il monumento Charles: tocco invidiabile, precisione ed affidabilità, ma anche uno spirito selvaggio e dirompente che si trova ben di rado nella musica leggera odierna. Per il resto, un coacervo di straripante bontà tecnica, ma anche di lampante mancanza di quell'originalità sbandierata in maniera un po' arrogante dai promoter della band, forieri del solito proclama "nessuno è come noi". Una grande band, un grande disco, difficile certo da ascoltare ma anche pane per i denti di tutti i progger irriducibili ed appassionati. Insomma, il disco giusto nel posto giusto. Ma (Charles a parte) cosa aggiunge? Diverso è il discorso se, con un occhio benevolo, distogliamo lo sguardo dall'incensazione calata sui Ne Obliviscaris, di cui certamente loro stessi non sono responsabili, e ci concentriamo sulla ottima opera prima di un sestetto che promette scintille. Poche, ma fondamentali, le cose da fare: primo scendere un momento dal piedistallo e capire se si vuol fare una musica intellettuale o "pop", nel senso di "popular". La prima è quella che chiunque faccia prog (si spera) si porta sempre in tasca, può stupire con i fuochi d'artificio, con le magie, con la prestidigitazione, con la masturbazione di un manico di strumento. La seconda, quella che tutto il prog insegue ma che pochi o pochissimi hanno raggiunto, parla direttamente ed ingenuamente al cuore della gente, di chi non ha, non vuole avere e soprattutto non "deve" avere strumenti necessari a capire una forma d'arte. Se i Ne Obliviscaris si focalizzeranno sul diventare un po' meno eterei e un po' più umani, nessuno li potrà fermare. Per adesso, accontentiamoci di un disco difficile, ma onestamente mozzafiato.


1) Tapestry Of The Starless Abstract 
2) Xenoflux 
3) Of The Leper Butterflies 
4) Not Forget 
5) And Plague Flowers
The Kaleidoscope
6) As Icicles Fall
7) Of Petrichor Weaves Black Noise 

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