NAHUM

Within Destruction

2018 - MetalGate

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
08/12/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione

Trovo assurdo il fatto che, regolarmente, certe belle novità in campo musicale vengano sistematicamente ignorate dalle webzines nostrane. Ho detto assurdo? Scusate. Volevo dire criminale. È infatti assodato come certi gruppi, nello specifico metal (dato che è questo uno dei generi fondamentalmente di cui mi occupo) vengano criminalmente ignorati da chi scrive/recensisce nelle fanzines virtuali che potete tranquillamente trovare facendo un giro nel web. Di belle novità ne escono fuori parecchie, ma a quanto pare in tanti preferiscono spendere il loro tempo a preoccuparsi oltremodo del gruppo x ormai radicato come un "meme" (per delucidazioni sul termine si veda Wikipedia) nella cultura collettiva. Il gruppo x che magari ha già sparato le sue migliori cartucce da anni, che forse ha detto tutto quello che doveva dire e ora si trascina stanco e affaticato come un vecchio dinosauro morente. Magari regalando - raramente - qualche colpo di coda capace di far brillare di nuovo, anche se con minore intensità, quella luce che una volta era un accecante fulgore. Certo non è per tutti così. Ci sono gruppi che sono anni che sfornano solo capolavori (mi vengono in mente i Riot e i Voivod, ambedue colpiti da pesanti perdite ma intaccabili come l'adamantio) ma l'eccezione non fa la regola, lo sappiamo. Ora: è del tutto normale che siano i Big, o comunque certi gruppi estremamente noti, a catalizzare l'attenzione di chi scrive per certe testate (siano web o meno), ma allargando i propri orizzonti con sano spirito di curiosità ci si può rendere conto che il panorama metallico ha davvero tanto da offrire, a prescindere da quelli che sono i nomi più grossi e blasonati. Non dimentichiamoci che il nostro panorama è tra i più variegati e massicci dell'intero mondo musicale. Quindi basta volgere il proprio sguardo  nel sottobosco di questa fitta foresta per rendersi conto di tanti tesori che non attendono altro che essere messi in luce. Già, dato che di gruppi che hanno tanto da offrire, con una certa preparazione, ve ne sono davvero parecchi. Uno di questo gruppi risponde al nome "Nahum" (dal cognome del chitarrista e leader Tomash Nahum, ma anche - da quanto riporta Metallum - dal nome di un profeta minore del Vecchio Testamento) e non a caso sono partito con un certo preambolo, considerato che di recensioni del gruppo sul web se ne contano - se siamo fortunati - sulle dita di una mano. Spero si rimedi presto. Nel frattempo faccio la mia parte con la recensione del loro ultimo egregio lavoro, "Within Destruction" (2018, Metal Gate), ottimo disco di death/thrash che succede altri due lavori di ottima caratura ("The Gates Are Open" del 2012 e "And the Chaos Has Begun" del 2015). Cecoslovacchi - di Ostrava - i nostri sono artefici di una proposta che, se non avessi sbirciato The Metal Archives, avrei definito tranquillamente death (senza il thrash che viene incluso nel binomio). Infatti, almeno a parere di chi scrive, qui di thrash non ne troverete che in "sfumature", piccole nuances qua e la in una massa ribollente di sano ed appagante death metal, spesso debitore di alcuni grandi maestri (Morbid Angel, Death) ma non per questo privo di una sua specifica raison d'être. I brani - nove in tutto - sono implacabili, furenti, concisi (almeno sette brani non arrivano ai quattro minuti, e gli unici due che vanno aldilà di questa soglia distanziano gli altri di ben poco) e sanno arrivare al dunque senza perdersi in frivolezze, voli pindarici, pippe varie. Death metal (o death/thrash stando all'etichetta sovente utilizzata) da manuale contenuto in un album-vademecum per chi si voglia avvicinare al death di questo nuovo millennio. Il tutto graziato da un ensemble di strumentisti di ottima caratura e dalla voce bestiale di Pavel Balcar, singer di grande capacità espressiva, dotato di un vocione capace di risvegliare i morti. I brani qui contenuti sono tutti di buon livello, senza cadute di tono e fillers, giostrati alla grande da un gruppo che dimostra, al suo terzo tentativo, di sapere veramente il fatto suo. Ma è lecito, per quanti non li conoscano ancora, fornire alcune info dei nostri, prese direttamente dalla loro biografia: "La band è stata fondata nel 2004 da Tomash Nahum e Pavel Balcar. Dopo un periodo di rodaggio, si questa reca in vari club e il primo concerto viene accolto  con entusiasmo. La band a tenere concerti e in sala prove registra  la demo "Unhuman". Dopo un inizio promettente, la band entra in una fase di "stand by", con due membri della band all'estero per un lungo periodo e il batterista e il bassista originali che escono dal gruppo. Dopo aver ripristinato la band e una lunga selezione di batteristi, la band si stabilizza con Tomash Nahum (g), Pavel Balcar (v), Jan Balcar (bg), Michal Blaha (d) e Roman Sevcik (g) i quali gettano le basi per del nuovo materiale. Il primo anno viene speso tra i concerti e la preparazione del debut album. La band entra tra il 2011 e il 2012 nello studio MRO? Ostrava e da alla luce il primo disco "The Gates Are Open", che pubblica e distribuisce a proprie spese nel 2012. I nostri in un primo momento preferiscono evitare passi più lunghi della gamba: quindi usano il disco per supportare massicciamente concerti, recensioni, interviste soltanto nella Repubblica Ceca e nella Repubblica Slovacca. L'album è supportato da più di 70 concerti ed viene pubblicato in 300 copie. Attualmente è esaurito (La band sta considerando di ristampare l'album). La canzone "The Vision of Apocalypse" è corredata da un videoclip con un buon numero di visualizzazioni (al momento se ne contano 18.121 N.d.R.). All'inizio del 2015 la band entra in studio con del nuovo materiale. Tuttavia, l'esibizione del concerto della band e la pressione finiscono per generare dei cambiamenti prima della realizzazione dell'album, dato che Bubeník Michal e il chitarrista Roman se ne vanno. La band, tuttavia, rinsalda le sue fila molto rapidamente. La band assume immediatamente il giovane talento Michal Kapec e il batterista Tom Brighter della Slovak Revenge Division. La nuova band entra nello studio di registrazione GM nel settembre 2015 per catturare la nuova sensazione della band, arricchita con sangue giovane. Il 1° novembre 2015 viene finalmente pubblicato il nuovo disco, And the Chaos Has Begun, atteso con trepidazione dai fans. Daniela "Dahlien" Neumann è l'autrice della copertina. Il suo lavoro si ricollega perfettamente al concetto musicale dell'album. Disco, questo, basato sul classico thrash metal old school, death metal e black malinconico, che si fondono in una fresca combinazione. L'album è stato pubblicato grazie ad una collaborazione della band NAHUM con la giovane etichetta Musick Attack, che promuove l'album a livello mondiale. L'album è stato promosso da più di 50 concerti, grazie a festival come Masters Of Rock, Roccia Cuore all'aria aperta, Rockstadt estrema fest (Romania), MetalGate Repubblica Death Fest, Gothoom all'aperto (Slovacchia) e altri. L'album è stato rilasciato in 1000 pezzi. Attualmente questo risulta quasi esaurito. Per la canzone "Raging Chaos" è stato girato un videoclip che attualmente ha un notevole numero di visualizzazioni. L'album attuale "Within Destruction" si basa sul suo predecessore. Mentre debutto avviene solo con una visione dell'apocalisse e il secondo album rispecchia lo scatenarsi di quest'ultimo , il terzo disco ci porta direttamente alla distruzione finale dell'umanità. Come nelle precedenti release questo album contiene simbolicamente 9 brani. Tre album, tre volte dopo 9 canzoni in senso inverso, ci portano direttamente al numero apocalittico della bestia 666 (999) che completa la fase dell'apocalisse. L'album "Within Destruction" è assolutamente fondamentale per la band NAHUM. E finora il più difficile. I Nove Mastini ti inganneranno senza restrizioni, senza lasciare dubbi sul fatto che l'opera di distruzione è appena culminata. La band ha speso sangue e sudore alla sua creazione, e il risultato è ottimamente caratterizzato dal nome stesso - Within Destruction. L'intento di elaborare materiale musicale e ad alto contenuto di testo è evidente fin dal primo minuto: velocità, brutalità, morte. In tutto questo si possono ritrovare assoli debitori del maestro Chuck Schuldiner dei Death. Il nuovo materiale, contenuto per l'appunto in questa release, è stato completato nella seconda metà del 2017. La registrazione è stata effettuata nella prima metà del 2018 in diversi studi (studio Abbadon, studio GM, M-Kapec studio) e il mixaggio e il mastering è stato affidato al leggendario studio di HERTZ (Vader, Behemoth, Decapitated, ...). "Volevamo che l'album suonasse grezzo, senza compromessi, ma che potesse avere anche una grande atmosfera grazie alle parti solistiche di Michal", spiega il chitarrista Tomash, compositore del gruppo. L'album , pubblicato da NAHUM, con la produzione di METALGATE, è stato stampato in 500 pezzi. L'aspetto visivo - indispensabile -  dell'album è stato curato da un grande pittore Vladimir "Smerdulak" Shebakov (Katalepsy, Sodom ...), che ha realizzato un dipinto usato come artwork per questo album. Tutta la parte grafica, inclusa una foto promozionale, è stata poi elaborata da un altro artista di talento, Frodys. "Vladimir ha fatto un ottimo lavoro, proprio come un pezzo d'arte [...] Lui si è dimostrato disponibile e la sua collaborazione ci ha lasciati senza fiato! Siamo orgogliosi di continuare in stretta sintonia con questo talentuoso artista, e speriamo di lavorare con lui su altro materiale". Queste le parole di Pavel, frontman della band. A sostegno del nuovo album, un massiccio tour per Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Polonia sarà preparato per l'anno 2019 per celebrare  anche i loro 15 anni di esistenza. Tutta la produzione musicale della banda NAHUM è principalmente intrecciata con il death, il thrash e con elementi occasionali del black metal.". Bene... detto questo - e sperando di essere stato sino ad ora esauriente - passiamo alla nostra consueta track by track.

Within Destruction

Si inizia egregiamente con la title-track, "Within Destruction" (Dentro la distruzione), pezzo che sin dalle prime battute non si perde in fronzoli schiaffandoci in faccia un monolite di incandescente death metal. Un brano che testualmente fa della semplicità la sua arma vincente: si parla qui, infatti del concetto più assoluto e supremo di devastazione. Il testo risulta infatti essere un elegia della distruzione in cui il musicista, o fan metallaro che sia, è occhio del ciclone e portatore di annientamento, tematica usata e abusata che qui ha il pregio di assumere toni vagamente faceti (e userei senza remore il termine "pregio" dato che in questo panorama sono anche troppi quelli che si prendono eccessivamente sul serio) e di non perdersi in mille strofe altisonanti. L'intento è quello della pura e semplice grezzaggine, tamarra ma davvero gradita. Di base quelle che ci vengono presentate sono una serie di immagini atte a farci visualizzare un atmosfera apocalittica ("Bombe che cadono dal cielo, gli dei erano sempre sordi.../ L'obiettivo è stato raggiunto, lo sterminio totale..." [...] "Il cielo nel silenzio cupo, la Terra è in agonia.../ Sangue sta gocciolando nel terreno, senza pietà solo per divertimento.../ L'apocalisse è qui, solo dolore e paura.../ Il mondo sarà distrutto, completamente...") allo scopo di fornirci una sorta di "perversa cartolina" da fine del mondo. Sul piano prettamente musicale il pezzo si presenta come un monolite d'incompromissoria potenza intervallato solo sporadicamente da parti più "ragionate" per evitare che il tutto si trasformi in un monolite difficilmente "masticabile". L'introduzione è "atmosferica", gestita su sonorità evanescenti ed inquietanti, presto sporcate dalla batteria il cui scopo è fare da ponte al successivo guitar work. In breve si entra in una struttura possente, trainata da un rifferama circolare e destabilizzante e da una batteria essenziale ed implacabile. La voce subentra dopo poco, con tutta la sua carica di acredine: sporca, gutturale, è l'ideale ruggito di una creatura infernale, spaventosa, pronta ad annunciare il caos. Ci manteniamo su ritmi veloci e destabilizzanti - innegabilmente forgiati in un purissimo death metal (poi se ci trovate il famoso thrash, considerando che la band viene definita death/thrash, fatemelo sapere) sino a quasi un minuto e quindici, quando subentra una decelerazione, un rallentamento che ci porta entro lidi più sulfurei, pennellati attraverso un guitar work più ragionato e impreziosito da sparuti rintocchi di batteria. Presto si riparte in velocità, ma perlopiù grazie alla presa di velocità del drum kit (mentre il riffing si mantiene cauto, rallentato, capace di giocare maggiormente sulla costruzione di "atmosfere"). Verso un minuto e quaranta scivoliamo in un frangente articolato sul mid-tempo (e già tante strutturazioni ci danno un idea di quanto il brano non sia la quintessenza della linearità), quindi, al minuto e cinquanta si riparte in velocità, stavolta alla massima potenza, per un effetto che, definire terremotante, è davvero poco. Poche e non eccessivamente degne di nota eventuali variazioni sino alla fine del brano, considerando che sino alla sua conclusione si gioca - bene - sulla velocità e sull'impatto.

The Last Attack Of Final Cataclysm

Si continua altrettanto bene con la seconda track "The Last Attack of Final Cataclysm" (L'ultimo attacco del cataclisma finale) il cui titolo lascia presagire largamente che il tema trattato in questo brano si riallaccia tematicamente a quanto abbozzato nella precedente song:  qui si va a descrivere, sempre a grosse linee, ciò che causa la distruzione tratteggiata sul brano precedente, ovvero un non meglio identificato grande cataclisma percepito, come da tradizione, non come entità negativa ma come evento positivo, necessario. Fra le righe, poche strofe essenziali delineano anche una sfumatura di critica sociale - i consumatori che si attaccano agli ultimi resti marci del loro mondo, un giudizio un po' retorico sulle giovani generazioni - ma nel complesso l'intento è ancora quello di suggerire semplicemente potenza e nichilistico senso della distruzione. Per comprendere quanto appena detto basta ascoltare alcuni semplici passi del brano ("Prole marcita, si nutre di se stessa... / Miliardi di corpi regnano nella melma... / Nido pulsante disgustoso...!  / Corpi ricolmi si spezzano e muoiono") il cui testo pur essendo non eccessivamente lungo si fa forza di un incisività indispensabile per comprendere all'istante il nocciolo di tutto il discorso. Non ci si perde in digressioni inutili ne in frasi o descrizioni ridondanti: il testo risulta di una comprensibilità immediata, cosa davvero buona sia per l'ascoltatore che per chi, come il sottoscritto, si diletta in una sorta di esegesi per fini meramente divulgativi. Stavolta - musicalmente parlando - si evitano introduzioni "atmosferiche" per buttarci sin dai primi secondi "nella mischia": ad introdurre il brano è un riffing carico, potente, stavolta si memore di reminiscenze thrash (ma è evidente che anche i gruppi death tout court hanno usato partiture thrash oriented: ricordiamoci che il death è figlio(ccio) del thrash) che ci porta subito ad un orgia annichilente di velocità. A venti secondi circa la voce, acre, brumosa, magmatica come sempre, un inferno vomitato dalle fauci di una bestia ancestrale. Eccellente. E mirabile è la doppia impostazione vocale (in growl e shriek) che udiamo nell'arco di poco. Non si lesina assolutamente in velocità dato che il pezzo avanza come un panzer con il motore di un jet, e l'intento sembra quello di fare più vittime possibili. Un solo velocissimo e destabilizzante ci sconquassa verso i cinquanta secondi, per riportarci subito nell'orgia di pura schizofrenia allo scoccare del minuto. Proseguo all'insegna di una serie di parti strumentali, che - a prescindere da tutto il resto - sono senza dubbio il meglio del meglio di questo brano: evidenti reminiscenze dei Death affiorano qui e li in maniera palese, omaggio voluto e sentito ad uno dei gruppi che dei nostri è stato l'ispiratore (ascoltare per credere il frangente verso i due minuti e dieci, ma ancor di più la parte dai due minuti e venti - circa - in poi... tutti richiami a dischi di Schuldiner & co. come Human e ancor più Individual Though Patterns). Arrivando al sodo, il brano è davvero bello, e i richiami ai già citati maestri floridiani non fa che rendere il piatto ancora più ricco (specie per me che della suddetta band sono un fan sfegatato).

When the Sun Turns Black

Il terzo brano, "When the Sun Turns Black" (Quando il sole diventa nero) si inserisce testualmente sulla falsariga dei precedenti, ma stavolta i toni sono meno goliardici e diretti e più cupi, non proprio altisonanti ma più ricercati, soprattutto nella parte della profezia. Profezia, ovviamente, della distruzione e del cataclisma già avvenuti sulle canzoni di prima. Ora vediamo gli ultimi momenti dell'umanità a una maniera più "spirituale", quasi la razza umana sia riassumibile in un solo uomo e nella sua resa dei conti a un passo dalla morte. Il risultato finale è sempre la stessa, impietosa estinzione della specie. Il brano stavolta si presenta con un'introduzione "atmosferica" (con tanto di voce straniante sullo sfondo) trainata sin dai primi secondi da una batteria veloce. Dopo più di venti secondi si incomincia con lo stillicidio sonoro: il brano si assesta sin da subito su territori velocissimi (ancora merito, in gran parte, della batteria), e la voce subentra - trentatreesimo secondo - con la solita carica di acredine e rabbia. Come già detto la velocità la fa da padrona, ma non ci si dimentica di una certa varietà ritmica: non si picchia giusto per picchiare, ma ogni singolo tassello è cesellato alla perfezione. La batteria mantiene una certa varietà, e così l'utilizzo di differenti riff che si incastrano uno nell'altro susseguendosi in un terremoto dalla potenza immane. A un minuto e trentotto un solo guitar, ancora memore del death più classico (nello specifico quello floridiano) screzia questo gioiello dandogli ancor più gusto e freschezza. Verso il minuto e cinquantacinque questa parte strumentale si affida al martellamento più selvaggio evitando vezzi e voli pindarici, per poi ritornare in seno al citazionismo floridiano (Death nello specifico) verso i due minuti e venti. Il solo in questione evapora in una parte ancora una volta grezza e destabilizzante, per poi riportarci in seno alla struttura principale, veloce, aggressiva, espressione di un astio impossibile da contenere. L'equivalente di un martello pneumatico in salsa death metal. Siamo ai tre minuti e dodici, e un rallentamento - picchettato comunque freneticamente dalla batteria - ci porta spossati e con un sorriso ebete alla fine del brano. Ancora una volta il pezzo è bellissimo, e a mio parere richiederebbe anche più di un ascolto per apprezzarne le sfumature.

Between the Hammers of Doom

La quarta "Between the Hammers of Doom" (Tra i Martelli del Destino) non si discosta assolutamente dall'incipit testuale dei brani precedenti, rappresentandone il continuo in maniera fluida e lineare: protagonista assoluto è ancora l'annientamento totale. Solo con qualche piccolo distinguo, che andiamo subito a vedere. Dunque: ciò che rende differente il testo del brano dagli altri non è il soggetto, che è sempre la distruzione dell'umanità, ma il fatto che vi sia una sorta di descrizione del cataclisma stesso che, nella "poetica" della band, diviene una sorta di premonizione dell'apocalisse. C'è una piccola parentesi intimista (predeterminato a morire da solo), dei riferimenti dai toni biblici (il cielo stellato distrutto e i mondi che si scontrano) e cliché vecchio stampo (i "Martelli" stessi, tipici di non so quanto metallo fin dai tempi dei Martelli degli Dei aka Led Zeppelin).  Il testo in se nel complesso risulta particolarmente semplice (se non semplicistico), considerando che si basa tutto sulle affermazioni di una figura non specificata (un "agente del Caos"? Un cantore del mondo che declina?) e nonostante ciò "meno semplice" di quanto si potrebbe immaginare: ho già fatto riferimento al fatto che una certa linearità in un testo (nella fattispecie "narrato") aiuta ad una comprensione immediata riguardo a "dove si voglia andare a parare". Ora, la semplicità interpretativa risiede tutta nel fatto che il disco in se è una sorta di concept, quindi in questo calderone di frasi buttate giù una dopo l'altra vi è un riferimento specifico, e possiamo dare una chiara interpretazione di quanto sta avvenendo, o meglio, di ciò di cui si sta parlando. Altrove, in altri dischi di altre band, quando vi è questo escamotage, di lasciar parlare/pensare la classica voce narrante, senza dare alcun riferimento, ma esprimendo liberamente le varie frasi/pensieri del protagonista... ecco, lì scatta l'interpretazione orientativamente soggettiva del recensore. Cosa che odio. Quello che io potrei pensare di un brano non corrisponde necessariamente a quanto concepito da una band. Ma qui le "pippe" sono poche. Anzi, zero. Qui si parla di distruzione. Una cronaca della distruzione in cui vi è una voce fuori campo che narra di fatti e fa elucubrazioni sulle conseguenze. Quindi in questo caso va benissimo. Quando il disco è un concept, o comunque le tematiche girano attorno ad un unico perno, chi scrive - ma anche chi ascolta - non si deve "arrovellare il gulliver" per capire di cosa si stia parlando. Passando al piano strettamente musicale il brano è inaugurato da un guitar work cupo, tetro. Questo ci traghetta in breve in una struttura veloce, trainata da una batteria incessante e da un riffing straniante. La voce si inserisce in un ruggito, adagiandosi come un sudario su uno scenario sonoro - neanche a dirlo - apocalittico e foriero di distruzione e caos. I ritmi si assestano in breve su tempi più ragionati (trentesimo secondo circa) ma non per questo meno terremotanti. Il tutto si traduce in una marcia forzata accompagnata dalla voce come sempre bestiale (gutturale e ultratombale, come quella di un essere lovecraftiano). Nell'arco di una decina di secondi i ritmi accelerano di nuovo sulla scorta di una batteria-mitragliatrice (doppio pedale a manetta) ma la nuage di caos strutturatasi sino a questo momento non perde di vista la melodia, cosa davvero mirabile. Di nuovo, oltrepassato il minuto si torna a un ritmo più quadrato e possente la cui avanzata non consente di far prigionieri. Un martellamento capace di fare la gioia di qualsiasi amante del buon death metal, in primis quello old school, volendo "floridiano" (echi vaghissimi dei Morbid Angel affiorano di sfuggita). Il pezzo continua tra "accelerazioni" e parti possenti: godibilissimo sin dal primo ascolto, si stampa indelebile nella memoria dell'ascoltatore. Chiunque cerca devastazione non forzatamente "cieca", di quella che non elargisce colpi a casaccio (il tutto è molto ben strutturato, e volendo "melodico" - non "melodic death", sia ben chiaro, ma possibilmente "catchy") è qui ampiamente accontentato.

Mother Death

Il quinto brano "Mother Death" (Madre Morte), come suggerito dal titolo, sposta le coordinate testuali dal mero e assoluto concetto di distruzione a quello della morte. Pezzo questo un pizzico più lungo e articolato, e soprattutto - come già specificato in precedenza -  differente, sebbene avendo finora parlato di distruzione, concentrarsi adesso sul concetto della morte abbia tutto sommato il suo senso. Nonostante di canzoni sulla morte ve ne siano centinaia, qui mancano una certa retorica (trita) e fortunatamente anche la goliardia, inadatta al soggetto in questione. Ci sono anzi dei momenti che riescono ad essere realmente poetici senza scadere in melense o cupe robacce già sentite ("Ti voglio, ti odio, ti bacio, ti maledico Ti stupro, mi prendi?") e una sintesi che rende l'insieme funzionale e poco ingombrante, nonostante il tema sia tutt'altro che leggero. Salienti sono passi quali "Madre Morte! Madre Morte! / Apri le braccia, le fiamme nei tuoi occhi ... La tua bocca si sta inumidendo, siamo tutti persi... persi! / Vieni improvvisamente, hai migliaia di forme  Sei sempre affamata... affamata... affamata" e ancora "La fine sta arrivando, nella follia e nella sofferenza. / Qualcuno ti vuole, qualcuno ti sta maledicendo. / Il tuo ultimo respiro profondo, accogli Madre Morte. / La mamma ti chiama, braccia fredde ti consoleranno... ti consolerò". In definitiva un testo sicuramente interessante, complice il rapporto amore/odio nei confronti dell'oscura mietitrice considerata, seppur metaforicamente, come "madre". Una madre capace di ristabilire l'ordine nel caos (la morte è assai democratica) e con cui rapportarsi - stando al testo - in maniera "incestuosa" ("Ti stupro, mi prendi?"). Musicalmente stavolta abbiamo un'introduzione abbastanza articolata, immaginifica, capace solo attraverso la musica (la parte iniziale è deliziosamente strumentale) di creare immagini... una cartolina di morte, decadenza, distruzione che almeno in tutta questa prima parte non ha bisogno di vocals, accelerazioni, mitragliate di batteria per esprimere un forte senso di desolazione. Proseguendo, comunque, scorge una graduale e progressiva accelerazione, con l'introduzione che si incanala gradualmente nella struttura principale del brano: parlando di accelerazioni non si pensi a qualcosa che arriva all'estremo, ma semplicemente l'acquisizione di un surplus di dinamismo capace di assestare il brano su territori veloci ma non allo spasmo. Un buon dinamismo è impresso già con il subentrare della voce (oltrepassato il quarantesimo secondo), quando il brano inizia a marciare spedito su un riffing reiterato, possente e inquietante, ben supportato da una batteria che evita spasmi incontrollati, blast beats et similia per supportare in maniera "secondaria" (ma con una sua precisa importanza) l'intero apparato strumentale e vocale. Verso il cinquantesimo secondo anche la batteria si "rafforza" imprimendo maggiori bpm al brano. Oltrepassato ampiamente il minuto si corre: la velocità, sino a questo momento "presente ma non protagonista" diviene un elemento imprescindibile. Il tutto acquista un aria di follia, di ragionatissima schizofrenia (si evince un senso di caos controllato al millesimo) in cui voce e strumenti (con)corrono per dipingere con i colori del sangue e della pestilenza la loro precisa idea di distruzione e morte. Miasmi si liberano alla velocità del suono propagandosi in ogni dove, schegge impazzite schizzano liberamente allo scopo di devastare ogni cosa. Il brano si fa incandescente. La voce è terribile e virulenta, degna compagna di un apparato strumentale che sembra un'orchestra di macellai dalla precisione chirurgica. Pochi i momenti per rifiatare (verso il minuto e cinquanta, ad esempio, o verso i tre minuti e quindici, quando si recupera il rifferama slayeriano dell'inizio) ma indispensabili, evitando dunque che il brano affoghi nella sua essenza monolitica. Complessivamente un ottimo brano: diciamo pure che l'uso di una certa parte strumentale all'inizio è davvero lodevole, specie per chi, come il sottoscritto, ama godere - anche nei brani più furiosi - di parti che rendono un pezzo non esclusivamente e rigorosamente "muscolare". Perché va bene una certa dedizione - in questo senso alla causa del death - ma elementi capaci di diversificare un brano e renderlo più "immaginifico" giovano sempre (si vedano i Morbid Angel e il loro capolavoro "Blessed Are The Sick").

United In Hate

La sesta track "United in Hate" (Uniti nell'Odio) si svincola abbastanza dai temi (due, comunque interconnessi) trattati sino a questo punto per darci in pasto argomentazioni ben più "oscure" e possibilmente criptiche: stavolta il reale soggetto del brano è meno intellegibile, e potenzialmente aperto all'interpretazione dell'ascoltatore. Da un punto di vista letterale, sembra il mortale guanto di sfida ad un nemico che, in quanto tale, rappresenta una sorta di "doppio morale" della voce narrante, una figura cui si è "uniti nell'odio". Cercando di fornire una qualche interpretazione, sembra quasi che il protagonista che fa da voce narrante si rivolga a se stesso, odiandosi e amandosi, minacciandosi ma non potendo fare a meno di essere legato a se stesso. La lanterna è simbolo di un disprezzo verso tutto che è un po' la spinta rabbiosa ad andare avanti. Ovviamente, è solo una delle tante interpretazioni possibili in un pezzo fatto chiaramente per essere evocativo, più che "narrativo".  Passando al piano musicale, stavolta si corre sin da subito. Evitando lunghe digressioni strumentali, sin dai primi secondi i nostri ci catapultano in seno alla devastazione più pura, negli scenari mirabilmente tratteggiati a livello lirico. Dopo una primissima parte gestita su ritmi caotici - l'ideale colonna sonora per l'ascesa di Azatoth, il dio lovecrafitano cieco che gorgoglia al centro dell'universo - verso il trentesimo secondo un riffing di ascendenza slayeriana ci porta su territori ugualmente veloci, dilanianti, più "intellegibili" rispetto alla prima parte (tutto è sorretto dal rifferama di cui sopra, con un tasso steroideo talmente alto da uccidere). Verso il quarantesimo secondo si inizia a pestare quasi alla cieca, tralasciando per qualche secondo il main riff di cui sopra: ma è un attimo e presto il rifferama di ascendenza slayer ricompare accompagnando una struttura che continua a dimenarsi putrida come una bestia immonda. Verso il cinquantesimo secondo un bel solo guitar, veloce, schizzato, ma al contempo non scevro dalla melodia. Successivamente al minuto si ricomincia a pestare, e a trainare il tutto, a parte la batteria - incessante - ci pensa il riffone segaossa ancora di ascendenza thrashy. Il martellamento è continuo e implacabile, e il brano è davvero di quelli davvero "destabilizzanti". Pochi i momenti per tirare il fiato (a un minuto e mezzo abbiamo un interessante rallentamento che ci porta verso una parte più "atmosferica", condita da una voce recitata e distaccata, che ci traghetta in breve verso un nuovo interessante solo guitar), dato che nel complessivo il brano è pura macelleria. Di quelli che posterei in tarda notte solo per rompere le balle ai vicini. Bello, non uno dei miei preferiti - altrove abbiamo l'eccellenza - ma decisamente godibile. Complice anche l'inserimento di quei riff thrash vecchia scuola (ecco dunque il perchè di una certa etichetta death/thrash affibbiata ai nostri) che per chi scrive sono una manna. I death troppo contaminato non mi piace un granchè (salvo casi sporadici) dato che per me il death dovrebbe rimanere death, ma l'inserimento qui e li di parti meno ortodosse va più che bene (poi sulla questione ortodosso/non ortodosso ci sarebbe da aprire un capitolo a parte - cosa che non faccio - dato che, come già sottolineato, il death è figlioccio del thrash, quindi nulla di strano se spesso i due generi si compenetrano).

Whores Of War

La settima "Whores of War" (Puttane della guerra) ci presenta un brano che in qualche modo si riallaccia tematicamente ai primi pezzi dell'album: questo è un pezzo ambiguo e multiforme. Molte strofe, amare e sanguigne, e il titolo stesso la cui sentenza è ripetuta con rabbia, fanno pensare ad un brano contro la guerra, o comunque contro un sistema alla base di guerre detestabili e vili. Ovviamente, come è radicato nel genere, altre strofe suggeriscono invece una fascinazione della guerra, e della morte ch'essa porta: un'ambiguità abbastanza diffusa, quando il metal estremo parla di conflitto armato. In generale, tuttavia, il soggetto del testo non è che un proseguimento di ciò che avevamo già ascoltato su tutta la parte iniziale dell'album, ovvero della catastrofe che annienta un'umanità decadente e condannata. A prescindere da tutto questo comunque ci troviamo di fronte a un brano che evita programmaticamente una descrizione/narrazione lineare di fatti ed eventi lasciando alle immagini - crude, ferali - il compito di pennellare di rosso sangue apocalittici scenari di devastazione. Scelta interessante, per quanto io ami spesso testi forti di un'assoluta linearità onde evitare di scendere troppo nell'interpretazione. Ma qui c'è poco da interpretare dato che di devastazione di parla. Da notare, ma forse lo avrete già fatto, come in termini di pronuncia, "whores of war" sia un chiaro gioco di parole. Arriviamo alla parte musicale, e subito c'è da sottolineare come si parte a go-go con la velocità. Niente velleità, niente voli pindarici, sin dalle prime battute il massacro prende corpo in tutta la sua veemenza. Dopo un'introduzione possente di pochi secondi - articolata su un riff semplice e granitico accompagnato dalla batteria - si inizia la corsa verso il massacro, con la batteria che inizia a battere incessantemente il tempo a suon di doppio pedale e un riffing belluino reiterato allo spasmo. Al subentrare della voce - nell'arco di brevissimo tempo - i ritmi si distendono e, sia la parte chitarristica che la batteria, vengono utilizzati con sapiente parsimonia per pennellare uno scenario cupo e claustrofobico. Uno scenario in cui la voce, licantropica come sempre, si adagia alla perfezione, rantolando e gemendo come in un agonia pre-mortem. Gradualmente i ritmi riprendono velocità, incastonandosi con un bel riff thrashy che in breve diviene parte integrante della struttura. Quasi al cinquantesimo secondo si riprende a correre, come se non ci fosse un domani, in preda alla frenesia: ma di una frenesia calcolata si tratta, dato che la struttura si mantiene entro binari particolarmente intellegibili e possibilmente catchy. Prima del minuto si scivola in breve in un frangente "quadrato" e possente, che costituisce giusto una micro-parentesi prima del ritorno su ritmi indiavolati. Pur con tutta una serie di variazioni ritmiche ci si mantiene su territori iper-dinamici, per la gioia chi cerca, dal death metal, martellate in pieno stile "crushing". Ancora piccoli rallentamenti - un minuto e cinquanta - fanno eco a ben più consistenti accelerazioni. Il brano in toto è una mattonata, e non smentisce di una virgola la volontà programmatica della band di schiacciare ogni cosa, mettendo in campo un concetto puro - quello di distruzione - che non appartiene solo ed unicamente all'apparato lirico.

Gran Finale

Il penultimo brano, "Gran Finale", si presenta immediatamente con un titolo solo in apparenza fuorviante, dato che ci aspetteremmo un nome simile nell'ultimo brano del disco. Salvo che non ci sia una qualche outro. E infatti il titolo non mente, considerando che l'ultimo brano del disco - ci arriveremo - è a suo modo una sorta di outro, un epitaffio definitivo, pur non essendo né una strumentale - la musica prevale ma non viene lesinata la parte testuale - né una parentesi corta a suggellare il tutto. Quindi, come dicevamo, tale brano ha un titolo che più azzeccato non si può per questa funesta conclusione, o meglio... questo gran finale! Si chiude il cerchio iniziato con i primi brani e ripreso da "Whores of War", arrivando alla totale enfasi e alla sintesi dei contenuti, annientamento della razza umana e del pianeta terra in termini quasi  metafisici, apocalittici a una maniera apocrifa. Senza dubbio, un testo molto più orientato alla potenza delle parole che al senso delle stesse. Musicalmente, stavolta, si tira fuori un'introduzione strumentale brevissima - pochi secondi - ma che crea già dai primi istanti un clima di straniamento. Verso i quindici secondi - come da registro - veniamo catapultati in una struttura veloce (merito ancora una volta della batteria, dato che il riffing sa mantenersi più ragionato, e quasi direi "deprimente"). Verso il trentesimo secondo, inaugurato da un guitar work ancora memore di un certo thrash, lo stillicidio sonoro prende piede in tutta la sua carica animalesca. Il riffing diventa serrato, facendo a gara in velocità con la batteria. Ma quanto articolato non è un cieco martellamento, dato che si mantiene una certa melodia, e non si picchia giusto per picchiare. Verso il quarantesimo secondo la velocità prende davvero piede, trascinandoci su territori infausti che, azzarderei, strizzano l'occhio a certo brutal. Ancora assistiamo a diversi cambi di rotta, con il brano che sovente rallenta (per modo di dire) il passo per dare spazio a parti più quadrate e granitiche (cinquantesimo secondo) anche se queste sono poco più che una folgorante parentesi. Il resto è death molto feroce, estremamente aggressivo (siamo nelle zone dei Nile, dei Behemoth della migliore annata e dei Vital Remains, con tutti i distinguo del caso). Un rallentamento consistente è invece presente dal minuto e trenta, e viene piazzato ad arte per creare nel brano una certa atmosfera. Non che questo duri eccessivamente - dieci secondi a dirla tutta - ma serve innegabilmente a spezzare un minimo la tensione per portarci verso lidi più oscuri e particolari. E il bello deve ancora venire, dato che al minuto e quaranta circa, siamo deliziati da una parte strumentale epicheggiante (se dovessi usare nella maniera corretta il termine "epic death", evitando di rispolverare gruppi come i Caducity, la userei qui) che ancora una volta strizza l'occhio ai Nile senza abbeverarsi minimamente alla loro fonte (alias il fiume omonimo). Insomma... arrivando al dunque un ottimo brano, forse uno dei migliori. E con un nome altisonante come "Gran Finale" mi sarebbe dispiaciuto se non fosse stato così.

Annihilated. All. Absolutely.

Si conclude in bellezza con "Annihilated. All. Absolutely." (Annientato. Tutto. Assolutamente.) che, come accennato in precedenza, rappresenta una sorta di appendice a quello che nell'effettivo era il vero brano finale ("Gran Finale", il titolo parla da se). Il brano in questione, considerando  il numero di strofe per quasi cinque minuti di canzone, può essere considerato in qualche maniera una sorta di semi-strumentale che rappresenta un degno epilogo al "gran finale" del pezzo precedente. Questo si forgia sulla contemplazione del nulla da parte del nulla. Ci è dato di osservare il mondo dopo l'apocalisse e c'è ben poco da dire: annientato. Tutto. Subito. Con più che esaustivi punti a dare enfasi al concetto. Musicalmente stavolta vengono accantonate nettamente le orge di velocità, i tour de force di annientamento nella cui morsa siamo stati stritolati per ben otto brani, e tutto questo a favore di una struttura nettamente quadrata, granitica, gestita su tempi medi. Un mid tempo di ben oltre quattro minuti (quattro minuti e ventuno, per la precisione, più lungo anche di Between the Hammers of Doom, secondo brano "lungo" del lotto) che ci trascina ormai spossati, martoriati, lacerati verso la fine di tutto questo sfacelo. L'introduzione risulta apparentemente "rilassata", mentre in realtà è la visione rassegnata di chi si aggira sconquassato tra le rovine di una civiltà che non esiste più. Lo sguardo desolato che si volge tra tante macerie, morte dopo che la nera falce ha tutto mietuto e la sete di sangue è stata placata. Il guitar work usato per plasmare tale visione è mesto, una nenia triste che ci accompagna per tutto il primo minuto. Oltrepassato (ampiamente) il minuto il brano si assesta sul mid tempo di cui sopra, accompagnato dalla voce gutturale di Balcar. È una marcia forzata sulle macerie, un viaggio tra i cadaveri, il sangue, i resti di quanto prima rappresentava il nostro mondo. Tasselli di un mosaico andato in pezzi, una vetrata ormai in frantumi sulla quale i nostri camminano contemplando il potere del nulla che ha ormai avuto il sopravvento.

Conclusioni

E arriviamo così alle debite conclusioni di questa disamina. È ormai assodato che l'album in questione mi ha sicuramente colpito in positivo, che quanto ho trovato tra questi solchi è a dir poco pane per i miei denti. Un ottimo death metal, qua e la sporcato di thrash (poco, quel tanto che basta per alimentare una varietà complessiva decisamente lodevole) che riesce nel compito di colpire l'ascoltatore con nove tracce di puro e incandescente metallo. Tutte le tracce incluse nel platter sono di indubbio valore, e vale la pena sottolineare la mancanza di fillers di qualsiasi genere, quasi che i nostri, nella realizzazione dell'album, fossero stati baciati dalla dea dell'ispirazione. In realtà niente di particolarmente nuovo sotto il sole: è death metal ascrivibile al retaggio più classico, ma fatto bene come i maestri sanno (o sapevano) fare. Quindi niente astrusità, invenzioni particolari per porsi all'attenzione dell'ascoltatore... niente di tutto questo, solo ed unicamente un buon prodotto che ha nella bellezza dei suoi singoli brani la sua totale raison d'être. Già, perché vivendo in un epoca in cui di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, in cui il metal si è riplasmato più volte cambiando spesso pelle come un serpente (da quello ruspante degli anni ottanta ne abbiamo avute di trasformazioni/ invenzioni/ cambiamenti), è sempre bello trovare un gruppo che pur "vivendo nella propria epoca" e facendo un metal affatto anacronistico, ha un occhio ben rivolto (e piantato) verso il passato storico del genere. L'ho detto in altre recensioni e ribadisco qui il mio concetto. Perché tante trasformazioni, contaminazioni etc avvenute nel corso degli anni sono pur belle, ma parlando da "dinosauro", quindi attaccato al passato storico del metal, mi piace trovare certi gruppi nei quali le suddette invenzioni o contaminazioni non hanno attecchito più del necessario. O talvolta non hanno attecchito affatto. Se sembra che stia parlando un linguaggio astruso mi basti citare l'avantgarde metal, partorito (vuole la cronaca) dalle intuizioni dei Celtic Frost e del loro leader Gabriel Fischer, l'alternative metal, lo djent, le mille contaminazioni del death, del black etc (death-doom, deathgrind, brutal death, slamming death, black doom, epic black, raw black, atmospheric black... continuo?). Qui nulla di tutto questo può interferire con del sano, belligerante death. Vi sono spruzzate di thrash. Ma sono spruzzate. Accenti. Ho colto qualche nota brutal. Ma solo qualche nota. Niente blob informi di tremila generi, robe strane, niente. Solo death. E perlopiù suonato da dio, in cui troneggia un cantante dotato di una voce bestiale, davvero perfetta per tratteggiare questi scenari da fine del mondo. Per non tacere poi dell'impianto lirico, che, come già sottolineato, ha come tema centrale l'avvento dell'apocalisse, la messa in atto della distruzione finale dell'umanità. Una tematica che pur se già usata ed abusata da altri gruppi riesce qui nell'intento di non divenire banale, merito di una scrittura sapiente (da notare come alla maggiore articolatezza dei primi brani, via via che la distruzione si compie, verso la fine ci troviamo a che fare con brani dai testi secchi, taglienti, incisivi, fino all'implosione lirica dell'ultimo brano, in cui troviamo giusto poche frasi scandite. Un uso della metrica complessiva dunque davvero mirabile.) e di testi che sanno catturare l'attenzione. Un quasi-concept mi preme dire, considerando che alcuni brani si staccano vagamente dall'impianto lirico complessivo per andare a pescare altrove, ma non troppo lontano. Una scelta eccellente dato che un concept (o un semi-concept, o un quasi-concept, tanto bene o male stiamo li), se fatto bene - e questo è fatto bene - riesce sempre a catturare l'attenzione. Quindi riassumendo abbiamo dei bei pezzi, dei testi scritti con un notevole criterio, parecchia ispirazione... Non credo che manchi qualcosa al nostro corollario di prelibatezze. Questo è tutto quello che un ascoltatore, come un critico (senza paraocchi) vorrebbe sentire da un disco di metal estremo. Dunque ogni sforzo di questi ragazzi è ripagato, almeno da parte mia, con una sicura promozione. E con l'augurio di risentirli nell'immediato futuro, dato che le carte per essere gli alfieri del death del domani ci sono tutte. Alla prossima... e che sia molto presto!

1) Introduzione
2) Within Destruction
3) The Last Attack Of Final Cataclysm
4) When the Sun Turns Black
5) Between the Hammers of Doom
6) Mother Death
7) United In Hate
8) Whores Of War
9) Gran Finale
10) Annihilated. All. Absolutely.