Naglfar

Teras

2012 - Century Media Records

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
30/05/2012
TEMPO DI LETTURA:
4,5

Recensione

Reduci da alcune uscite convincenti e da alcuni cambiamenti di line up, che hanno visto i membri quasi dimezzarsi, tornano dopo cinque anni di silenzio i Naglfar a bordo del loro vascello demoniaco. Tornano prima con un ep alquanto anonimo, "An Extension of His Arm and Will", nel mese di Febbraio, e soprattutto con questo platter intitolato "Teràs", nel mese successivo. Voi direte, un ritorno in pompa magna! No, non ci siamo assolutamente. La lunga attesa iniziata dalla pubblicazione di "Harvest" aveva lsciato presagire che il vascello avesse iniziato a sprofondare negli abissi, vuoi gli accordi con la casa discografica, vuoi le idee che si assottigliano, ma pare davvero che il trio di Umeå sia andato a sbattere contro un iceberg, e purtroppo pare proprio non ci sia null'altro da fare che rassegnarsi all'idea che il ciclo sia finito. Se fino ai primi di Marzo qualche piccola speranza c'era ancora per la buon riuscita di questo full, terminato il suo ascolto le impressioni sono davvero negative. Un disco che entra da un orecchio ed esce dall'altro senza lasciare minimamente traccia durante il "tragitto". Brani inconsistenti, troppo simili l'uno all'altro, tanta cattiveria non basta per lasciare il segno, aggiungere qualche pizzico di melodia qua e là non aumenta certo la qualità della musica.



La partenza non è nemmeno troppo indecente, la breve "Teràs" si basa su un motivetto alquanto banale, ma le chitarre di Andreas Nilsson e di Marcus Norman sono taglienti ed affilate come rasoi, in pieno accordo con lo swedish black metal. "Pale Horse" si apre con un brutale intro che fa molto Emperor, anzi, ci sembra quasi di ascoltare una brutta (nel vero senso della parola) copia di quel meraviglioso "Anthems to the Welkin at Dusk", con l'aggiunta di qualche elemento proveniente dai Marduk, i veri portabandiera del movimento black metal made in Sweden. Più si va avanti nell'ascolto di questo brano più emerge la banalità delle trame di chitarra, e nemmeno la prova canora di Kristoffer Olivius è all'altezza, dato che in alcuni punti ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. "III: Death Dimension Phantasma" non cambia assolutamente le prime impressioni. Ancora uno stile troppo poco ispirato a quello della band di Morgan Steinmeyer Håkansson, ritmiche brutali ma che col passare del tempo, a causa della loro monotonia divengono inesorabilmente piatte e stucchevoli. Un intro velato da un'atmosfera arcana apre il quarto brano, quella "The Monolith" che risolleva parzialmente il livello della qualità del disco (non che ci voglia molto, eh) grazie al buon lavoro della sezione ritmica, che ben supporta il lavoro delle due chitarre, qui cariche di tensione e di una certa malinconia. Peccato solamente per il minutaggio, troppo elevato per un brano del genere. Il quinto brano è "An Extension of His Arm and Will", la titletrack dell'ep dato alle stampe il mese prima, e già la scelta di averla inserita in questo full è assolutamente da bocciare, visti i riscontri della critica nei confronti dell'ep. Certo, musicalmente non abbassa ulteriormente la media del disco (anche perchè sarebbe davvero un'impresa), ma non si può nemmeno dire che il brano spicchi all'interno del disco per qualcosa di positivo, anzi, con questo pezzo i Naglfar palesano anche una pesante influenza degli Dimmu Borgir (il che è tutto un programma). "Bring Out Your Dead" sembra il risultato di una jam session fra i Gorgoroth ed i Behemoth in stato di ebbrezza, ed a conti fatti è forse il peggior pezzo mai scritto dalla band, o quantomeno si candida per l'ambito premio di "brano più osceno e banale di un disco pessimo e scontato". "Come Perdition" vede il numero di riff copiati (ehm, fortemente ispirati) salire ancora, e questa volta ad essere intaccati sono i finlandesi Behexen, una delle poche entità scandinave ancora in grado di sfornare buoni lavori in ambito black metal. Per il resto si prosegue sulle stesse identiche coordinate seguite finora, cioè in maniera imperterrita ed incessante fino allo sfinimento. "Invoc(H)ate" oltre ad avere un titolo osceno ha persino, manco a dirlo, un banalissimo songwriting che sembra provenire dagli scarti in fase di produzione di "Ensorcelled by Khaos" degli Emperor e di "An Apprentice of Satan" dei Dark Funeral. A questi due ingredienti aggiungete un pizzico di melodia (che non guasta mai) ed avrete l'ennesimo flop targato Teràs. Giusto per annoiarci fino in fondo, i Naglfar ci regalano una suite di otto minuti intitolata "The Dying Flame of Existence", un susseguirsi di riff scopiazzati in qua e in là da altre band scandinave per un risultato finale ancora più irritante e che ci fa davvero iniziare a domandarci quando questo scempio avrà fine. Forse è il caso di cominciare a farsi qualche domanda, se avesse davvero senso continuare a produrre musica..


 1) Teràs
 2) Pale Horse
 3) III: Death Dimension Phantasma
 4) The Monolith
 5) An Extension of His Arm and Will
 6) Bring Out Your Dead
 7) Come Perdition
 8) Invoc(H)ate
 9) The Dying Flame of Existence