Myrath

Hope

2007 - Brennus Music

A CURA DI
FERNANDA SERUFILLI
03/08/2021
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione

Siamo nel 2007, anno in cui nomi stratosferici della scena metal (ad esempio Sabaton, Megadeth, Nightwish, Manowar, Kamelot, Type 0 Negative, Nile, Arch Enemy, ecc.) sfornano capolavori destinati a restare nella storia. Il panorama musicale di quest'anno è pregno di straordinaria arte e c'è un profumo speziato e vagamente pungente di novità interessanti sopraggiungere dalla Tunisia: un gruppo di adolescenti appassionati sognatori, unitosi formando un progetto musicale nato con il nome Xtazy nel 2001 come cover band dei Symphony X ed evolutosi in una fucina di perle inedite cambiando il proprio nome in Myrath nel 2006, sforna in autunno il suo primo album dal titolo "Hope" per Brennus Music, etichetta discografica francese. Le particolarità riguardo questa band sono tante, potremmo per esempio considerarli dei "pionieri" nella loro realtà culturale in quanto si tratta della prima band Tunisina a firmare per un'etichetta discografica (e per di più europea) e a farsi conoscere così tanto al di fuori dei confini del proprio paese; la scelta del loro nome non è stata affatto casuale, infatti il termine myrath in arabo significa "eredità" (o "lascito") e manifesta chiaramente la loro volontà di esportare il meglio del loro retaggio e far conoscere quanto di bello possa arrivare dalla loro terra di origine e favorirne anche l'evoluzione culturale, rendendo al contempo fieri i loro fans tunisini. Un bel mix di fiducia, coraggio, forza di volontà e fedeltà alle radici -la quale si riscontra grandemente anche nelle loro composizioni- che li ha portati a guadagnarsi apprezzamento e seguito un po' ovunque; bisogna tenere presente la difficoltà di suonare questo genere musicale in un contesto socio-culturale in cui non solo viene considerato "satanista" esattamente come in gran parte degli altri paesi di ogni credo religioso e collocazione geografica, ma in cui il metal ed i suoi satelliti sono approdati più tardi rispetto alle zone europee, per esempio. La lineup in questo album è formata da Zaher Zorgati (voce), Malek Ben Arbia (chitarra), Anis Jouini (basso), Saif Ouhibi (batteria) ed Elyes Bouchoucha (tastiera) e si propone come esponente dell'oriental metal, al pari degli storici israeliani Orphaned Land. Ora che le presentazioni sono fatte voglio dirvi una cosa: conobbi questa band abbastanza tardi, forse tre anni fa e me ne sono innamorata immediatamente proprio per la loro straordinaria capacità di mescolare un sound metal molto tecnico alle tipiche ed evocative sonorità arabe, creando una mousse sonora morbida e antica ma contemporaneamente moderna ed affettata. Come si può restare indifferenti alla forza travolgente di questo contrasto? La ricercatezza delle loro composizioni deriva senz'altro dai gusti musicali molto variegati dei ragazzi e anche dai gruppi che fra di essi hanno eletto a ispirazione (Symphony X, Dream Theater, Sabaton, ecc.), giungendo così a proporre un particolarissimo prog metal marcatamente orientaleggiante con tante influenze diverse. Di fatto, Hope  è il loro primo lavoro ma si presenta già molto bene, la scelta di utilizzare la lingua inglese li ha sicuramente aiutati a raggiungere più facilmente menti e cuori degli ascoltatori stranieri e si riconosce una maturità e capacità compositiva che difficilmente si può riscontrare in ragazzi così giovani, sintomo di un talento innato alimentato dalla scintilla dell'arte. Prima ancora di udire alcun suono, è l'artwork stesso del cd a raccontarci non solo il background storico della band stessa, ma anche l'aridità che alcune emozioni ed eventi si lasciano dietro al loro passaggio nell'animo umano; vediamo infatti quella che sembra essere una vecchia foto raffigurare una distesa desertica, con una piccola figura umana nera poiché posizionata in controluce che vaga  -non possiamo sapere se con direzione precisa o senza- stagliata di fronte a una costruzione in mattoni diroccata e apparentemente molto antica che sorge sulla destra della copertina; sullo sfondo, forse un cielo a cui il riverbero della luce conferisce un colore giallastro omogeneizzandolo al resto. Uno scenario desolato e desolante fatto di rovine e sabbia, nel quale solo la speranza (che sia proprio questa ciò che la figura umana in piedi sta a rappresentare?) potrebbe riportare un po' di vita. Ritroviamo una nuova simbologia anche nel titolo stesso, nel quale la lettera O è raffigurata come una luna calante che ci parla di introspezione, ritiro e riflessione, "chiusura" volta ad un nuovo inizio ed è una sintesi fedele del percorso affrontato nell'album attraverso i temi trattati. Essi infatti raccontano e percorrono quasi come un cammino di purificazione i diversi momenti di un amore finito, al termine della sua condivisione con l'altra metà in una dolorosa manifestazione emotiva che traduce la sua pena sia nel sound che nelle parole.

Intro

L'album parte con un'intro strumentale in crescendo dalle piene sonorità arabe, all'inizio non sembra neanche di star ascoltando un album metal; si viene immediatamente catapultati in uno scenario molto pittoresco, la fantasia viaggia e si ha l'impressione di correre fra i vicoli di una tipica cittadina orientale come in una di quelle riprese da film d'animazione, sensazione che ritorna al minuto 1:09 grazie ad una particolarissima variazione ritmica e non solo da cui scaturisce un ritorno ai racconti fiabeschi e ai colossal che hanno accompagnato la nostra infanzia e prima giovinezza. All'orecchio giunge una melodia gioiosa e leggera, tipicamente rappresentativa di come siamo, da sempre, abituati ad immaginare quei luoghi lontani: così esotici e colorati, frizzanti e profumatissimi di fragranze naturali. L'immaginazione viene così sapientemente nutrita da questi suoni in quelli che diventano due minuti molto intensi e stimolanti e non vi nascondo che riesca ad innescare un'incredibile voglia di danzare su quel ritmo arioso e coinvolgente che racconta una storia; la sentiamo, possiamo odorarla ma non ancora vederla, pertanto non la conosciamo ancora, ci sarà svelata successivamente nelle canzoni che compongono l'album. 

Confession

Il primo dettaglio che salta sicuramente all'orecchio partendo con l'ascolto di questo brano è la connessione particolarmente brusca con la traccia precedente, quasi come se nella composizione avessero voluto dare un taglio netto ed improvviso volto a scioccare l'ascoltatore e attirare la totalità della sua attenzione, riportandolo repentinamente con i piedi a terra dopo il viaggio onirico intrapreso sulle onde dell'intro iniziale. "Hey! Questo è un album metal e lo sentirai, non perderti!" sembrano dire e questo carattere così impetuoso caratterizza tutto l'album proprio attraverso le numerosissime e fulminee variazioni ritmiche alternate a momenti di grande raffinatezza musicale; sono in realtà già udibili in questa canzone tutti gli elementi che ritorneranno letteralmente in ogni pezzo che compone questo lavoro, come ad esempio una particolarità che non si può assolutamente non notare: ognuno termina con una lunga outro strumentale molto elaborata, di altissimo livello tecnico (che poi risulta essere quasi più presente o rilevante rispetto al testo) che potrebbe -ad un primo ascolto e così "sbattuta in faccia" all'ascoltatore al primo pezzo- sembrare quasi pretenziosa, una forzata ostentazione di bravura che va ad oscurare il messaggio trasmesso dalla canzone. La parte finale dell'outro è la mia preferita, ad un certo punto più melodica in un momento speciale in cui le sole protagoniste sono la chitarra, virtuosa leader della strutturazione, e le orchestrazioni che la accompagnano; abbiamo così un assaggio anche del completamento orchestrale che i ragazzi hanno voluto inserire nel corso di tutto l'album, quella spezia in più che aggiunge il tocco finale al sapore dell'intera pietanza. Nel testo cantato in prima persona sembra che il protagonista si rivolga direttamente a Dio nel momento immediatamente successivo alla sua morte, in un monologo autocosciente in cui si rende conto di aver perso ogni cosa e di essere suo malgrado sottomesso ad un'autorità superiore, abbandonando penosamente la convinzione di essere immune a qualsiasi male; di fatto, si tratta della contrapposizione fra la forza che si percepisce nel momento in cui si ama e si è ricambiati e la lacerante sofferenza causata dalla fine di questo idillio, a maggior ragione quando sopraggiunta per mano propria come si evince dal testo. Personalmente ritrovo simpaticamente questa contrapposizione a livello sonoro nel paragone fra la prima traccia e questa, le quali trovo l'una lo specchio dell'altra in un certo senso, in quanto nella prima c'è una grande varietà di strumenti tradizionali mentre nella seconda è evidente una grande varietà di strumenti ma prevalentemente moderni.

Hope

La quarta traccia è la title track dell'album e devo dire che secondo me lo rappresenta abbastanza bene in senso generale: contiene sonorità arabeggianti più marcante e non solo, anche il cantato si avvicina di più alla tradizione di quelle zone; quest'anima antica si alterna ad elementi compositivi aspri e pesanti come macigni in un'atmosfera che non lascia presagire nulla di buono. Particolarmente cattiva e spinta in questa canzone è la batteria e potrei affermare che il pezzo contenga la mia outro preferita: meno jazz e squisitamente virtuosa delle altre ma più d'impatto, cruda ed inquietante; ad un certo punto la voce versatile del cantante emette un suono demoniaco molto simile ad un ringhio giunto direttamente dalle tenebre, azzeccatissimo perché proprio di tenebre si parla nel testo. Di fatto, anche l'intro mi risulta fra le mie preferite proprio grazie al presagio di sventura che porta con sé. Fin dal primo verso si avverte un'inquietante sensazione di perdizione dovuta alla mancanza di una base solida a cui ancorarsi, un porto sicuro in cui rifugiarsi dall'impeto della tempesta; viene dipinto uno scenario che quasi sembra tratto dall'inferno dantesco: buio, freddo, il vento porta con sé lamenti e pianti, note di dolore che annientano il silenzio e che alimentano la pazzia incombente del protagonista che si sente bloccato, impossibilitato a guarire ma incapace di sopportare l'oblio e abbandonare la speranza. Speranza, proprio colei che dà il nome alla canzone e all'opera completa, quella flebile fiammella che pur debole ed apparentemente indifesa resiste alla più violenta delle tempeste; proprio a questo pensa il protagonista, il quale si domanda se esista una possibilità che la luce torni a splendere nella sua esistenza e scacci per sempre le ombre.

"Believe in Life don't loose hope don't despair

(Credi nella vita, non perdere la speranza, non disperarti)

Believe in love don't give up the love you share"

(credi nell'amore, non rinunciare all'amore che condividi)

Gli ultimi due versi possono assumere varie forme: un accorato consiglio, un paio di frasi fatte, un ordine perentorio, possono vestire i panni di una riflessione ma ci giungono in realtà come un monito da parte di qualcuno che ha sperimentato sulla propria pelle cosa voglia dire commettere l'errore di non credere più nei fondamenti dell'esistenza umana: la vita in quanto educatrice e zia generosa (quando è giusto) e l'amore in quanto motore del mondo; "non commettere questo errore o diverrai vuoto, non ci sarà più luce nel buio della tua anima" dice la voce nell'intimità del nostro pensiero nella speranza che noi esseri vulnerabili dall'altra parte dello specchio non ci condanniamo alla perenne ricerca di una luce che non esiste più.

Last Breath

Percussioni orientali ne abbiamo? In questa canzone sì a quanto pare e anche ben udibili. Ci piace molto anche il solo di tastiera ma del resto, ogni traccia è disseminata di numerose chicche, c'+ bisogno di molti ascolti per scovarle tutte. Questo breve testo ci racconta il fuoco bruciante di un amore folle non ricambiato e delle ustioni che si trascina dietro; nel ritornello, conciso e molto efficace, la voce sembra più un grido di dolore che l'intonazione di un canto, l'impossibilità di allontanarsi dalla persona amata rende la via dell'odio l'unica percorribile; quante volte ci è capitato di arrivare a odiare una persona perché la sua indifferenza al nostro sentimento ci causava troppo dolore? Chi ha provato l'esperienza sa quanto sia tremendo, un valico ricoperto di alti rovi spinati dalla cui percorrenza si esce a brandelli. Credo che "breve ma intenso" sia una descrizione appropriata, nel brano è presente una certa veemenza sonora, la musica riproduce fedelmente la rabbia che si prova in una situazione del genere, bisogna riconoscere che questi ragazzi ci sappiano fare quando si tratta di trasporre in musica emozioni forti. In un concept album interamente incentrato sull'amore, in cui si ode chiaramente il fervore della giovane età dei componenti della band, questo è il pezzo che incarna la voglia di ribaltare la situazione a proprio vantaggio e rendere finalmente giustizia ad un sentimento travolgente e puro. Si sente nella voce del cantante e nelle mani dei musicisti, nell'atmosfera passionale che hanno creato e nell'angoscia dei ritmi veloci ed incalzanti che rendono bene l'idea dell'affanno di un'emozione ingombrante e profonda, indomabile fino all'ultimo respiro.

"Oh oh oh love to the last breath!"

Seven Sins

Eccoci alla canzone dedicata ai terribili peccati capitali, sette macchie nere come la pece che precludono all'uomo l'accesso la grazia di Dio e incombono come una spada di Damocle perennemente sospesa sulla sua testa. Il brano inizia con un'intro che all'inizio crea un'atmosfera di circospezione perfettamente attinente col pericolo incombente; racconta fondamentalmente la decadenza dell'uomo che cede al peccato e ne rappresenta bene l'interna lotta contro sé stesso. Il testo è strutturato come un dialogo fra l'uomo e l'insieme delle sue paure, delle sue lacrime e della sua sofferenza che costituiscono un agglomerato con un'identità propria, un alter ego oscuro difficile da soffocare e di cui sentiamo anche la voce nella canzone. È l'uomo a rischiare di soffocare invece, questa sensazione l'abbiamo quando dice: "Sloth and Gluttony, your two favourite sins to kill all my sensations" ("Pigrizia e gola, i tuoi due peccati preferiti per uccidere tutte le mie sensazioni"); sono in effetti i due peccati che rimandano all'immobilità, la pesantezza delle membra che non si muovono dalla posizione comoda crogiolandosi nel torpore dell'inattività, qui intesa come passività emotiva, e la gola che ti induce a seppellire il tuo essere sotto grandi quantità di cibo (ovviamente qui inteso come cibo spazzatura che nutre l'anima ma l'avvelena al contempo - il peccato appunto) fino a deformare la tua identità e ridurla ad una massa molle ed irriconoscibile. Potremmo concepire il peccato come un albero portante che costituisce il concept dell'album le cui lunghe radici si diramano negli altri testi; ho apprezzato particolarmente il pianoforte al settimo minuto assieme ad un cantato pulito quasi pop, preludio di tutt'altre inflessioni ma qui non faccio spoiler, ritengo sia un passaggio molto interessante che va goduto all'ascolto.

Fade Away

"Since you were gone and waved one last good bye

(Da quando sei andata via e hai salutato un'ultima volta)

Are you still mine, still mine? Will we ever meet again?

(Sei ancora mia, ancora mia? Ci reincontreremo mai?)

Before this love will be fading away"

(Prima che questo amore scompaia)


"Fade Away" è il brano X che si distingue da tutti gli altri: la sua struttura appare rovesciata rispetto a quella di tutte le altre canzoni dell'album poiché non c'è la ben nota outro di spessore e il testo è più corposo, più presente; le parole sembrano avere un'importanza maggiore e a loro è affidato il compito di traghettare messaggio ed emozioni in equilibrio con la base che le accompagna. Suona proprio come un accompagnamento e ciò non è affatto un male, poiché spezza l'ascolto e contrasta l'abitudine che si viene a creare ritrovando uno scheletro sempre uguale per ogni pezzo, può in alcuni casi dare la sensazione di una boccata d'aria fresca, un ascolto più "semplice" fra vari decisamente impegnativi; per una volta gli strumenti non sono protagonisti assoluti. Ci troviamo di fronte alla ballad dell'album e in effetti la sua struttura è molto classica, è orecchiabile, cadenzata e qui è udibile una ritmica ben precisa a differenza del resto dell'album a cui è davvero difficile star dietro all'inizio. Il testo racconta un amore giovane e segue una serie di flashback ("Ti ricordi? Tutte le stelle al di sopra, ti ricordi? L'amore bruciante") ed è interamente permeata da un feeling malinconico tradizionale per il tipo di canzone e assolutamente adeguato. Ciò che riusciamo a percepire chiaramente è la nostalgia di quei momenti felici e pieni di sentimento, l'immagine che si materializza di fronte ai nosri occhi è evocativa: un treno in partenza che lentamente, pesantemente si allontana dalla stazione nel grigiore di una giornata tristemente priva di luce; la voce di Zaher riesce a trasfondere quella mestizia nella mente dell'ascoltatore e a condurlo verso un'emozione che in fondo ci fa sentire tutti fratelli: ognuno di noi nella vita ha perso un amore e ad un certo punto si è crogiolato nelle ombre dei ricordi e conosce bene quella sensazione. Un elemento che ho particolarmente apprezzato in questo brano sono le orchestrazioni degli archi: di fatto semplici, senza pretese, ma a parer mio d'effetto; sarà forse per il mio amore di vecchia data nei confronti di quegli strumenti ma mi è piaciuto il modo in cui li hanno inseriti e quel sapore goticheggiante che conferiscono alla canzone. In particolar modo mi è piaciuta l'intro, breve ma dal sound molto romantico, decadente, preludio di un racconto amaro.

All My Fears

Prima di fare un excursus di questa canzone non possiamo esimerci dal focalizzare l'attenzione sull'intro alla batteria: è potente, rompe il silenzio con un'energia incredibile e dura decisamente troppo poco per i miei gusti. Ma forse sarò di parte, ascolterei la batteria da sola per ore! La canzone parla della liberazione dal peso delle paure originate dai peccati commessi ed il conseguente senso di libertà; 

"Confessed my faults, and seven sins

(Confessate le mie colpe e i sette peccati)

Washed my soul for good from all the pain

(lavata per bene la mia anima da tutta la sofferenza)

Finally free from all my fears

(finalmente libero da tutte le mie paure)

I can see the light once again"

(posso vedere la luce ancora una volta)

la prima strofa espone chiaramente questo pensiero (e così anche tutto il resto del testo), la sensazione di leggerezza data dalla consapevolezza della redenzione può essere chiaramente percepita anche dll'ascoltatore; anche in questa canzone ritorna il tema del peccato, uno dei temi fondamentali su cui tutto il lavoro è incentrato, il discorso portato avanti in questo contesto ruota interamente attorno al perdono, la ricerca dell'illuminazione, la volontà di liberarsi dalle catene opprimenti delle colpe comesse. "Ho pagato, ora basta finalmente" - è un concetto che ritorna con prepotenza e in effetti possiamo notare che spesso nei testi ritornano anche le stesse terminologie oltre che argomenti, è come se chi li ha scritti fosse in qualche modo "ossessionato" da questa paura e avesse utilizzato la musica e la parola come filtro catartico per il proprio io; naturalmente questo dettaglio fa sì che i testi sembrino concatenati fra di loro e il tutto conferisce un forte senso di omogeneità all'album contrastando l'eterogeneità sonora dovuta all'inserimento di elementi proveniente da universi diversissimi. Questa traccia è un ottimo esempio in tal senso, in quanto il sound generale e il ritmo sono meno prog rispetto alle altre e più tendenti verso qualcosa di melodic death che a parer mio ci sta molto bene; sia per spezzare che per il senso generale della canzone, è come una specie di highlight che punta il dito verso questo concetto facendolo risaltare sugli altri, un po' come succede in "Fade Away".

My Inner World

Sono abituata a stranezze di ogni genere ma non mi aspetterei mai di trovare del blues (anche di una certa qualità, via) in un album sulla cui copertina compare un paesaggio desertico mediorientale; eppue ragazzi, c'è. È esattamente ciò che un anglofono definirebbe "mindblowing", che abbiano scelto di chiudere in bellezza l'album? Probabilmente sì e diavolo se ci sono riusciti! Ci sta tutto così bene, ma così bene in questa canzone che ancora mi chiedo come sia possibile. E dire che quel pianoforte all'inizio sembrava tutt'altro, sicuramente hanno saputo creare l'effetto sorpresa, ad un certo punto mi ha riportato alla mente dei meravigliosi passaggi nella discografia dei Rhapsody (alla faccia dell'eterogeneità) ma quando parte la chitarra tutto appare più chiaro. Ecco, il pianoforte in questa traccia mi piace davvero moltissimo e quella chitarra così struggente... Mi sono innamorata. E a me il blues non è neanche mai granché piaciuto. Resta da capire se quell'eccentrico duello fra pianoforte e chitarra distorta stia a rappresentare l'eterna lotta interiore fra luce e ombra all'interno dell'animo umano, tuttavia dopo il nodo in gola con il quale hanno affrontato le argomentazioni trattate nell'album, i Myrath ci lasciano con una nota positiva: molto positiva, in questo testo la luce trionfa sull'ombra e l'impossibilità di contrastare i sentimenti è ben chiara, a quanto pare il protagonista dei racconti sembra essere al termine del suo viaggio di purificazione. L'amore è l'unico antidoto per spezzare l'incantesimo della solitudine e nel momento in cui le sue radici penetrano nello spirito più nulla è in grado di spaventarci. Risulta curiosa e interessante il contrasto fra un testo gioioso a tratti, molto positivo e l'aggressività dei suoni al fianco; è senza dubbio il pezzo più particolare in questa collana di perle orientali.

Conclusioni

Prog metal: se fatto bene, un'assoluta garanzia e comunque quel pianoforte mi è piaciuto davvero tanto, l'hanno inserito al meglio e credo sia stata una scelta molyo indicata. Dentro questo album c'è mondo degli strumenti! Una domanda ve la devo fare: ci si aspetterebbe che un ragazzo di 25 anni possa avere una tale capacità vocale? Forse sì, forse no, c'è da dire che questo lavoro giunge come primo nella carriera di una band che, come tutti i grandi, ha fatto la sua gavetta e soprattutto lavorato molto sul perfezionamento della propria tecnica; sicuramente la sua performance canora è di un livello considerevole e a me personalmente piace moltissimo il suo timbro: lo trovo accattivante, orecchiabile e decisamente molto adatto a ciò che propongono. Allo stesso modo spicca Malek con la sua chitarra assoluta protagonista delle outro costruite ad hoc per valorizzarne l'elaboratezza ma al contempo dare rilievo alla parte ritmica della composizione; insomma, non riesco a trovare un difetto che fosse uno in questa composizione curatissima nel dettaglio. Forse l'unica nota dolente, se proprio vogliamo essere pignoli, è costituita dai testi che risultano magari un po' acerbi nella stesura (sono mediamente brevi, anche) ma onestamente non mi sentirei di considerarlo un difetto, in quanto sta all'artista prediligere una comunicazione verbale più semplice e diretta rispetto ad una più complessa e volendo prolissa; certo è che i virtuosismi musicali superano di gran lunga la potenza comunicativa del testo in sé -attenzione, non la performance di Zaher-. Forse il ritorno sistematico di alcuni concetti, parole, elementi sonori non aiuterebbe un artista a mantenere viva l'attenzione dello spettatore in quanto verosimilmente potrebbe sopraggiungere la noia; tuttavia loro riescono a spazzare via anche solo l'ipotesi del problema rendendo l'intero album avvincente grazie proprio all'enfasi di quei cambi ritmici così improvvisi che a tratti sembrano casuali e all'impossibilità di definire una struttura unitaria anche all'interno di un singolo brano (è assolutamente impossibile memorizzare e canticchiare una qualsiasi di queste canzoni nello spazio di pochi ascolti, non provateci neanche). Ai nostri ragazzi non piace annoiarsi e porsi dei limiti e così neppure a noi ascoltatori che li seguiamo e gioiamo dei loro colori; le loro influenze musicali sono davvero infinite, viaggiano dal jazz al power al folklore arabo attraversando una quantità di mondi diversi che si intrecciano in un prodotto musicale dal livello tecnico elevato per un album di esordio. Credo che "Hope" sia il primo passo di una band con un grande potenziale verso una crescita che la porterà ad essere grande, in quanto sebbene ci siano delle evidenze riguardanti una necessità di maturare in alcuni aspetti della composizione, la materia prima è davvero tanta; è un prodotto artistico assolutamente godibile da ogni angolazione. Bisogna dargli atto del grande significato dell'aver creato un sentiero, che in futuro potrebbe divenire una strada, per gli artisti originari del loro paese e di aver in qualche modo frantumato il vetro di insensate differenze sociali che schermava i loro colleghi tunisini. C'è bisogno di arte a questo mondo e di persone che siano in grado di utilizzarla al meglio ed esprimersi attraverso di essa, quale che sia la loro provenienza. Quanto a loro, sono certa che ne sentiremo parlare... Molto!

1) Introduzione
2) Intro
3) Confession
4) Hope
5) Last Breath
6) Seven Sins
7) Fade Away
8) All My Fears
9) My Inner World