MY DYING BRIDE

The Ghost Of Orion

2020 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANDREA CERASI
11/03/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

"Quando Orione si leva, la notte simula la luminosità del giorno e ripiega le sue ali scure" scriveva Manilio, astrologo romano del I secolo, riguardo alla costellazione di Orione, non una delle più grandi dell'universo ma sicuramente la più brillante, la cui forma, congiungendo le stelle che ne fanno parte, assume i connotati di una clessidra e poi di un uomo con un bastone e uno scudo, intento a combattere un gigantesco toro, ossia la costellazione di Aldebaran, che lì accanto vi esiste da infiniti millenni. I My Dying Bride citano questa costellazione sacra agli uomini per battezzare "The Ghost Of Orion", nuovo album che porta con sé un messaggio di speranza. Una luce tra le tenebre. Conforto, salvezza, amore, disseppelliti tra lacrime, sangue e dolori che a distanza di cinque anni da "Feel The Misery" hanno funestato il destino di questa immensa band. Il cancro che si è accanito sulla figlia del vocalist Aaron Stainthorpe, la fuga del chitarrista fondatore Calvin Robertshaw, la lunga ricerca di un batterista terminata con l'innesto di Jeff Singer, la crisi esistenziale dell'altro chitarrista fondatore Andrew Craighan, la desolazione e l'impotenza di tutta la band di fronte a una sorte beffarda che ha fatto cambiare più volte i programmi stabiliti, frammentando le registrazioni. E in più, il cambio di etichetta, che dalla fedele Peaceville ha portato i My Dying Bride alla firma con la Nuclear Blast. Cinque anni di buio e di incertezze che hanno modificato il modo di comporre dei musicisti: ad esempio, chitarrista e cantante si sono suddivisi le parti di testo, e mentre Aaron faceva avanti e dietro dall'ospedale, con il cuore a mille per il male che si era impossessato della sua bambina, Craighan decideva di costruire i brani in solitaria, imponendo una base sulla quale poi avrebbe lavorato in seguito con tutta la squadra. Momenti difficili, e tra le nebbie oscure che tutto avvolgono "The Ghost Of Orion" ha visto la luce, partorito mentre un'altra maledizione imperversa nel mondo, visto il periodo in cui ci troviamo. Pandemia mondiale, tempi oscuri, tracolli economici, quarantene forzate, la musica della band inglese si sprigiona come virus apocalittico nonostante i problemi che affliggono il pianeta, e in un certo senso porta conforto. Sembra assurdo, data la musica depressiva e annichilente di questi maestri del gothic doom, ma nella loro arte vi è il segreto della salvezza e la speranza della preghiera, come nella bellissima copertina, dipinta da Eliran Kantor, che rispecchia la metafora della carità e riconduce a tempi lontani. I My Dying Bride ci servono dunque una scaletta densa e misteriosa come una costellazione e che, attraverso legami biblici e inni liturgici, scandisce un'antica cerimonia di carità cristiana. I connotati del nuovo album sono un poco differenti rispetto al passato, una maggiore accessibilità e nuovi ricami melodici avvolgono l'opera, nonostante composizioni come al solito lunghe e monolitiche. Le canzoni si muovono più agilmente e di rado si lasciano andare a cavalcate metalliche, tanto che la violenza viene frenata da cori affogati in atmosfere plumbee, oltre che dalle raffinate parentesi che richiamano all'attenzione il violino di Shaun MacGowan. Eppure, malgrado il piccolo tentativo di offrire qualcosa di diverso, lo stile della band resta intatto, con tutti i difetti presenti negli ultimi lavori in studio. Sicuramente è difficile osare dopo trenta anni di carriera e dopo numerosi dischi sulle spalle, ma non bisogna mai appiattirsi, non bisogna mai adagiarsi a fare quello che si sa fare, tentando magari di rivoluzionare il proprio sound, rischiando persino di fallire. Ma se non ci si mette alla prova il mestiere e il già-sentito prevalgono. "The Ghost Of Orion" non si sottrae, purtroppo, a tale teoria, restando un album bello e affascinante, ma di mestiere, ricalcando l'impronta impressa nei lavori più recenti, tutti coinvolgenti, magnificamente suonati e interpretati, tutti magnetici e dalla poetica profondissima, ma poco dinamici. Forse è chiedere troppo a questi giganti del metal più oscuro, e se l'età avanza la violenza diminuisce, lasciando intense emozioni, intime riflessioni e un groppo alla gola, perdendo però quel piglio metal che tutti si aspettano da alcuni anni a questa parte. Se fino a "Dreadful Hours" (a mio avviso il loro apice assoluto) i My Dying Bride hanno pubblicato eterni capolavori, tutti diversi tra loro, per poi passare ai solenni e (fin troppo) quadrati "Songs Of Darkness, Words Of Light" e "A Line Of Deathless Kings", da "For Lies I Sire" i nostri si sono adagiati a pubblicare "solo" buona musica, riciclando un po' la stessa formula che spesso appare muoversi col freno a mano tirato, e cioè con molta intensità a discapito dell'efferatezza sonora. Quest'ultimo sigillo è un po' una costola di "Feel The Misery", specialmente della seconda metà di quel disco: stessa sacralità religiosa, stessa spiritualità e stesse coordinate, ma è migliore, il migliore da diversi anni a questa parte.

Your Broken Shore

Il peccatore si immerge nelle acque del guado paludoso e dalla riva tenta di oltrepassare il confine. La sottile metafora che emerge in Your Broken Shore (La tua riva infranta) mette in chiaro la profonda crisi esistenziale che ha sconvolto il vocalist Aaron e la sua band. Il disagio e la malattia influiscono profondamente nelle liriche di questa nenia liturgica di grande emotività. Il violino svolazza come da tradizione My Dying Bride, le chitarre scalciano costruendo riff polverosi e oscuri, e così inizia la macabra danza recitata dal cantante: "Dal mio profondo silenzio, essi alimentano il fuoco, costruendo un dono da questa bugia infranta. Abbandonando il tuo viso, con le dita cieche io tocco la faccia solitaria del tuo crimine". Ci si chiede il perché di una simile situazione, come mai un dio così misericordioso si sia accanito su una bambina innocente, affliggendola col suo calvario. La riva rappresenta l'animo umano, in questo caso infranto, e una quiete improvvisamente spezzata: "Il destino della tua riva infranta, le acque che mi lavano, capelli intessuti dal mare e dal sole", recita il bellissimo ritornello, affogato nelle note del violino e dai colpi sottili di batteria. Il brano è un mastodontico corpo che si muove agilmente tra vocalizzi puliti e growl che trasmettono tutta la rabbia di fronte all'impotenza di reagire alla vita e al dolore. Non c'è progressione, un unico blocco che resta immobile come un macigno nel cuore, e che fa sentire tutto il peso del disagio e della disperazione. Se non fosse per la malinconica litania del violino, che dona melodia e allieta i timpani, la sezione ritmica è una palude desolata che schiaccia cuori e ossa, è opprimente ma mai troppo feroce. Forse manca la rabbia, quella vera, quella dei vecchi lavori della band, e resta soltanto la struggente disperazione a riecheggiare nell'aria. "La tua barca dormiente salpa lontana da me, una sorella lasciata in balia del mare. Ho vissuto tra le profondità del tempo, spillo il sangue e lei era il crimine". L'ombra della morte è sempre presente, la barca sulla quale l'anima della figlia di Aaron si allontana verso lidi ignoti. All'uomo non resta altro che inseguirla a nuoto, cercando di attraversare il fiume nero per raggiungerla, magari prima che arrivi alla sponda opposta. "Rubato dal cuore di un uomo morto, ricordatemi triste, io ero la vostra arte. La voce del mio sangue si pronuncia, toccata dai sacri orrori del nostro tempo". Le parole declamate indicano un labirinto di disperazione che non fa presagire nulla di buono, così la musica, così tetra, così drammatica.

To Outlive The Gods

L'uomo, il peccatore, si è gettato nelle acque nere per raggiungere la figlia, dormiente, disposta sulla barca e diretta nell'oltretomba, rischiando la vita. Non vuole demordere, anzi, sfida gli Dei che gli hanno lanciato questa maledizione. In To Outlive The Gods (Sopravvivere agli Dei) la band si fa ancora più cupa, chiudendosi in una composizione disperata, sorretta dai lamenti del violino e dalle solite chitarre rallentate e distorte. L'andamento è pacato, intimo, come un testo maledettamente romantico, nel quale il vocalist esprime tutto il suo amore per la figlia in fin di vita. "Uno sciocco crederà ad ogni singola parola detta, e tu potresti parlare soltanto con me durante l'alba. Figlia del mio male e dal corpo sanguinante, siedi qui e pronuncia le tue parole arricchendomi fino all'alba". La figlia è un seme malato, nata dal peccato del genitore, in questo caso afflitto come fosse un martire, ma nel momento più cupo l'uomo cerca un po' di tenerezza, parlando con la bambina e guardando in lontananza il bagliore dell'alba, prima che le tenebre ricoprano interamente il loro mondo. "Così come la mia bocca si muove lungo il suo corpo, ogni gelida notte, io rinasco. Una vena blu nella sua gola, si illumina al bagliore della lampada, è il mondo in cui lei assomiglia a me per la sua luce". Nella notte, l'uomo ricorda i baci dati alla figlia sulla fronte e sulle guance, augurandole la buonanotte. Ora tutto ciò sembra un ricordo lontano, la bambina è una luce nel buio, sempre più flebile, ma comunque capace di donare energia e speranza al genitore. Lei è la sua forza, ma sta il senso di smarrimento è alto: "Tu sei sgusciata via dalle mie sante mani, il nostro nuovo corteggiamento era orgoglioso e spietato. La rovina è arrivata lentamente e mi ha divorato tutto. Tu ti sei posizionata al mio fianco". Il male è arrivato all'improvviso, strappando via la bambina dalle braccia del padre. Il brano si evolve tra riffing graffianti e parentesi maggiormente eteree sorrette dal violino e dai rintocchi del basso. Quasi una cerimonia funebre alla quale tutti noi assistiamo inermi. E non possiamo fare nulla per lenire il dolore dell'uomo, il quale si lascia andare ad un'ultima supplica, accarezzando il volto morbido della piccola: "Sei diventata così bella, amore mio, il nostro bel regno è sceso e tu hai combattuto tutti i miei nemici. Regneremo per sempre". La coda finale aumenta il fragore di questi sentimenti, il drumming si fa più pressante, aumentano i battiti di cuore, aumentano le paure. La morte sta arrivando con le sue dita scheletriche. Intanto la barca continua ad avanzare sul fiume, tra le nebbie.

Tired Of Tears

E poi arriva il tempo del rimorso e la condanna all'impossibilità. Di fronte alla morte siamo tutti impotenti, esseri comuni, esseri mortali. La mortalità del vocalist viene messa a nudo nella drammatica Tired Of Tears (Stanco delle lacrime), ballata dal passo pesante che si trascina sulle lacrime disperse dal violino. I cori contornano la voce di Aaron, mentre questi canta della stanchezza nel vedere sua figlia soffrire. "Sono passato attraverso le sue dita, la sua mortale disperazione sono io, io leggo tra le pietre preziose che gocciolavano dalle sue labbra". Il refrain è altamente melodico e soffice, l'assolo di Craighan è mistico, incornicia un momento molto prezioso, dove il padre si prostra davanti al letto della figlia e maledice il destino. "Sono così stanco delle lacrime, possano non posarsi sulle tue mani, possa non poggiarsi nessuna mano su mia figlia". La speranza è quella che la morte resti lontana dalla bambina, le cui labbra sono secche e sembrano invocare aiuto. Il riffing portante scuote l'animo, è davvero struggente, ed ecco che arriva la consapevolezza: "La mia bambina canta dolcemente a se stessa, io so che nessuna vita può durare per sempre, ed ora la sua salpa lontano da me, ombre malvagie che puntano il dito contro". La vita della ragazzina sta salpando lontano, raggiungendo l'altra parte del fiume nero. L'uomo non può far altro che inseguirla a fatica. Si tratta di una ballata emozionante e intensa, che in tutta la sua durata ha poca mobilità, alternando strofe e interventi del violino. Un pezzo che potremmo ritrovare in un album pacato e invernale come "The Angel And The Dark River", dal ritmo sognante e ricco di timori che riaffiorano mano a mano che si avanza. "Intrappolata in una scusa, sindone della mia malattia, senza di te io sono diventato mortale. Con questa bambina tra le mie braccia sanguinanti". La consapevolezza della morte arriva quando non più nulla per cui vivere. L'uomo è distrutto, stanco di versare lacrime, i vocalizzi di Aaron sono quasi una celebrazione di morte, così liturgici, tanto da proiettarci nel suo requiem.

The Solace

Ma nella valle di lacrime, nella sacralità del funerale, emerge un briciolo di speranza. The Solace (Il conforto) è un intermezzo angelico, che quasi ci riconduce alla supplica, una preghiera a Dio affinchè salvi la bambina. È un pezzo epico e celestiale allegoria di una visione mistica: "Appena scende la notte e si abbraccia la dissolvenza, tanto la morte sospira un'aura grigia sulla vita" decanta l'ospite in studio, la vocalist dei Wardruna, Lindy-Fay Hella, che con il suo delicato timbro, accompagnata dalle fugaci e timide note della chitarra, apre questo spiraglio di luce. Una luce che conforta, estasi divina: "Il tempo scivola via senza rimpianti, e la candela brucia accogliendo la notte". Non proprio una canzone definita, piuttosto un interludio astratto giostrato su un riff di chitarra molto coinvolgente. In questo caso i My Dying Bride offrono qualcosa di diverso dal solito, facendosi ancora più intimi e d evocativi. "Ma una volta che arriva il buio, anche la nostra casa diventa buia. Il conforto nel dolore lo possiamo vedere nell'oscurità". Siamo giunti a metà narrazione, a metà del guado, forse Aaron comincia a nutrire qualche speranza di salvezza, un brillio in fondo all'oscurità. Il sole bacia la fronte della figlia, distesa sul letto dell'ospedale, e porta con sé un messaggio positivo. Un canto folk, delizioso, ipnotico, tutto da assaporare.

The Long Black Land

Ancora il violino emerge tra le tenebre, donando al disco quel tocco magico ed epico in più. Il buio è ancora compatto, ma forse in lontananza si intravede uno spiraglio di luce. È difficile sopravvivere nella plaude misteriosa, tanto che The Long Black Land (La lunga terra nera) è una articolata composizione che assume la forma di un labirinto sonoro dal quale fuggire. Il growl è rabbioso e si staglia su una sezione ritmica pacata, tenuta a freno. La violenza è solo verbale, non strumentale. "Sul mio trono sul quale siedo, giace un bacio del tuo dio. A lungo ho atteso la rinascita e la visita di dio. Ascolta, cosa senti? Riesci a sentire? Ascolta la mia voce nel tuo cuore. Affronta il tuo dio". L'invocazione a Dio è ardita, fortemente voluta. L'uomo sbraita per attirare l'attenzione, in modo tale che la divinità possa ascoltare le sue suppliche. Il violino squarcia la tensione, questo velo di oscurità che tutto avvolge, e sembra lacrimare. Forse il Dio invocato ascolta i lamenti dell'uomo e scende dal cielo, baciando la fronte della piccola in fin di vita. Il primo blocco è ipnotico, isterico, ma il break centrale trasforma il brano in una cantilena vellutata, col basso e le tastiere in primo piano. Le nebbie forse si stanno diradando, scendono i cori angelici che portano serenità, forse speranza. L'estasi è lunga, la visione divina impressiona l'uomo, che resta a bocca aperta, egli vede Dio distendere le proprie mani sulla bambina, per rassicurarla. Il bacio di Dio significa amore, e così il padre si getta sulla figlia, stringendole la mano. "Sulla rotazione del mondo io appoggio la testa, scelgo il mio cammino con attenzione rispettando il passato. Stringi la mia mano, giovane. Stringi la mia mano, piccola". Il secondo blocco è ancora più ipnotico, privo di energia, poiché la stanchezza ha prevalso. Aaron trascina le parole, stanco di piangere, e afferra la mano della sua bambina. La nenia si protrae poeticamente, per poi scatenarsi quando la chitarra elettrica sguscia via nel solo finale. Il peggio sembra essere passato. L'apparizione di Dio è un messaggio di speranza.

The Ghost Of Orion

The Ghost Of Orion (Il fantasma di Orione) è l'altro intermezzo, spettrale ma pacifico, nel quale Dio si trasforma nella sagoma di Orione, il cacciatore luminoso che guida le stelle in cielo. Si tratta di un brano particolare, dove le parole, costruite in un unico blocco, sono sussurrate, quasi impercettibili, come fossero voci confuse. "Un fantasma striscia dalla grande bocca di Orione, il suo cuore è oscurato dall'ombra. Un freddo angelo catapultato dal cielo, il suo pianto solitario giunge rabbrividendo dal buio, come belve che ruggiscono alle grandi fiamme fameliche. Benedette siano le catene che lo legano alle tenebre e maledette siano le lame che lo lasciano patire". Un semplice ed oscuro arpeggio ci accompagna per tutta la durata, senza mai cambiare ritmo. Sugli accordi sentiamo la calda voce del cantante, che sibila come vento, narrando questa visione. Orione scende dal cielo, illumina la notte e la sua luce si posa sulle labbra della bambina malata. Orione è un angelo sceso dal cielo, mandato dagli Dei per infondere speranza. Le sue luci, prodotte da una fila intersecata di stelle, sono talmente forti che spaventano, assomigliano a fiamme fameliche, belve divine assetate di sangue. Ma è tutta un'illusione, il ritmo pacato fa stare bene, magari inquieta per il suo misterioso andamento, ma conforta. Nella sua intimità, l'uomo sa che potrebbe farcela.

The Old Earth

La speranza in un futuro migliore si scontra però con la conoscenza di un mondo crudele, la cui vita è dettata soltanto da un destino beffardo e imprevedibile. La sacralità dell'album raggiunge il suo picco massimo nella lunga e cerimoniosa The Old Earth (La Vecchia Terra), oscura traccia che ripercorre l'esistenza umana, mettendone in luce le sue contraddizioni, le sue fragilità, ma anche i suoi doni. La prima strofa è pura sacralità: "La bestia spezzata da tempo, voce prigioniera, flussi di menzogne, un mondo pericoloso che brucia tra le fiamme del paradiso, figlio terreno che porta una vista malata". Il vocalist declama, sovrastando l'arpeggio di chitarra, avvolto da cori pacifici. Le chitarre e la batteria esplodono, distendendosi su una vallata oscura che rappresenta l'aldilà.  "Luce solare benediva la nobile notte, doni mortali che portano una vista malata. Benedetto con il sesto senso". La luce divina fa irruzione sul mondo, allietando le anime morenti e tutte gli afflitti dal dolore. Le sofferenze vengono lenite dal tocco divino, e allora riprende la cerimonia: "Luce solare nera, vita profonda, vita che sprofonda dal cielo, tra le fiamme del fuoco. Il fuoco artiglia la vecchia terra e conduce al mare, i mari donano il loro tesoro, respirando liberamente. Tutta l'umanità respirerà il suo ultimo respiro, candendo in ginocchio". La band racconta la genesi della terra, nata dal fuoco e dalle acque, e poi tutti gli esseri viventi che la popolano. Ma tutti siamo destinati a morire, spazzati via dalla natura. Siamo tutti mortali, esseri fragili. "Avvolti in gelidi cappi e chiodi arrugginiti, inchiodati alla vecchia quercia sotto la pioggia e la grandine. Tutta l'umanità esalerà il suo ultimo respiro, candendo in ginocchio. Benedetta sia dai doni di dio che spazzano via la sofferenza". Se il nostro destino mortale è segnato, vi è sempre la speranza di vivere in pace, almeno per quanto ci è concesso. Dio regala doni agli uomini, doni che spazzano via le sofferenze e i dolori. La composizione, della durata di dieci minuti, comprende tutte le dinamiche fin qui sentite all'interno del disco, e così troviamo passaggi più aggressivi, col cantato in growl, quelli declamatori, pieni di struggimento, e quelli celestiali, altamente poetici. Il violino viene spesso a scontrarsi con le accelerazioni della batteria, creando un mix perfetto tra violenza e pacatezza, ripercorrendo un po' le tappe della vita stessa, la quale procede in avanti, tra moment negativi e momenti positivi, tra ombre e luci. E il violino svetta, proiettandoci alla conclusione.

Your Woven Shore

Your Woven Shore (La tua riva intessuta) è la outro angelica, un canto religioso che tramite la sua musicalità invoca il perdono cristiano. La carità. Le mani di Dio si sono poggiate sulle spalle dell'uomo e sulle guance della sua piccola, guarendola. Una luce sempre più forte sta diradando le tenebre. Le tastiere cullano e rassicurano l'ascoltatore, quasi a confidare nella benevolenza del destino. Il violino rassicura, allieta il dolore, poi svanisce lentamente come le tenebre. La luce ha trionfato sul male, lasciando, almeno per ora, un briciolo di speranza. La vita ha vinto la morte, l'uomo ha raggiunto l'altra riva del fiume, portando con sé la sua bambina, sana e salva. Adesso non può far altro che tornare indietro, col cuore ricolmo di amore e di serenità.

Conclusioni

Un album romantico e liturgico, che cova in grembo un sentore di speranza e una cura dai dolori delle anime afflitte dal calvario dell'esistenza. Una luce nella notte, un cielo stellato che ci invita a combattere per la vita, per sopravvivere al malessere e, infine, per rinascere più forti di prima. I My Dying Bride fanno tesoro delle disavventure più recenti e affrontano la tristezza come solo loro sanno fare, a suon di musica celestiale e sacra. Musica opprimente e tenebrosa che sfiora i timpani, sussurrando che ogni male finirà presto. In "The Ghost Of Orion" vi è l'elemento religioso che emerge e rassicura l'ascoltatore, e che trasforma il disco in un percorso certamente fitto di tenebre e di ostacoli, ma alla cui fine si giunge alla paradisiaca ricompensa. "Your Woven Shore", non a caso, è la breve e idilliaca poesia strumentale che chiude l'album, un traguardo che simboleggia la salvezza. Ma per giungere alla redenzione dell'anima, e così alla sua purificazione, bisogna affrontare con pazienza il buio della notte, tracciando dei segni che come le stelle in cielo illuminano il cammino, creando la costellazione di Orione. "The Ghost Of Orion" è un fiume dalle acque fangose, un guado da attraversare da riva a riva, e allora la marcia per la rinascita parte dall'incedere minaccioso di "Your Broken Shore", si distende nelle impervie "To Outlive The Gods", "The Long Black Land" e l'amara "The Old Earth", frana nelle struggenti "Tired Of Tears" e "The Solace" (quest'ultima eterea e condita dai vocalizzi dell'ospite Lindy-Fay Hella dei Wardruna), e si ripiega nell'intimità della title-track. La produzione è molto buona ma un po' sbilanciata, e se le chitarre di Craighan (un maestro dei riff e sicuramente un musicista troppo sottovalutato) sono sempre in primo piano, sarebbe stato meglio mettere maggiormente in risalto la batteria di Singer e il basso di Lena Abé. In realtà, tutto questo cambio di stile paventato dalla critica non ha troppo peso nell'interezza dell'album, facendo capolino qua e là giusto nelle tracce transitorie, poste come intermezzi aulici, contornate da cori angelici e dalle tastiere di MacGowan, che rendono il tutto sicuramente più dinamico. Le linee melodiche sono più accennate, rendendo ogni brano più accessibile, ma anche qui non ci troviamo dinnanzi a grossi stravolgimenti. Per il resto, Aaron canta come suo solito, cioè divinamente, alternando passaggi puliti con altri declamati in growl o recitati, senza mai spingersi oltre, come quando era giovane, mentre i riff portanti ci consegnano le solite atmosfere apocalittiche che stordiscono la mente e la inebriano di certi profumi intensamente amari, gli stessi che hanno reso grande la band e che tutti noi amiamo da trenta anni a questa parte. Nonostante gli infiniti problemi, i My Dying Bride sono ancora qui, dimostrando di essere i più grandi, di essere onnipotenti, consegnando l'ennesimo diamante nero in una discografia sorprendente che riesce ancora una volta a farci affogare nella disperazione attraverso testi sublimi e musica che penetra nell'epidermide, anche se la sensazione generale è la stessa che troviamo in album come "A Map Of All Our Failures" e la seconda parte di "Feel The Misery", ovvero due album che viaggiano col freno a mano tirato, forse troppo opprimenti, incapaci di lasciar correre chitarre e di concedersi completamente alla foga sonora. Neanche a farlo a posta, "The Ghost Of Orion" si presenta in clima assurdo, tempestato dal coronavirus che infesta il mondo intero, e ci manda un canto di speranza che va oltre l'apocalisse che stiamo vivendo. Nel buio dei tempi moderni ci voleva proprio un bagliore di luce, e se da sempre l'arte rappresenta il fuoco sacro che rassicura l'uomo, questo disco si stende nel cielo scuro come piccolo frammento di stella, indicando la via della carità e quella della guarigione dalla malattia. Come accaduto per la bambina di Aaron, salvatasi dal male dopo un lungo e atroce periodo e la cui essenza viene evocata in tutti i testi dell'album, la musica dei My Dying Bride è un lume che fa luce dentro noi stessi e che illumina le viscere, trasformandosi in sensazioni che scorrono come sangue nelle vene e che si arrampicano fino alla testa, passando prima dal cuore. Nelle tenebre che avvolgono il pianeta, basterebbe alzare lo sguardo al cielo e contemplare le stelle, laddove il luminescente cacciatore Orione combatte da millenni contro il Toro sacro. Lì, forse, troveremmo le risposte ai nostri dilemmi.

1) Your Broken Shore
2) To Outlive The Gods
3) Tired Of Tears
4) The Solace
5) The Long Black Land
6) The Ghost Of Orion
7) The Old Earth
8) Your Woven Shore
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