MOTLEY CRUE

Theatre of Pain

1985 - Elektra Records

A CURA DI
TATIANA MADLENA
10/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Dopo l'energia incontenibile ed il successo scaturito ed espanso capillarmente in tutto il Mondo a seguito di "Shout at the Devil", i Motley Crue si trovano a questo punto della loro storia davvero allo sbando. Oltre ai soliti eccessi, divertimento e follia, come se non bastasse si aggiunge anche la "gola": il profumo invitante della celebrità ed il sapore succoso dei soldi lasciarono in loro un senso di onnipotenza, pur non sapendo loro stessi come meglio avrebbero potuto orientarlo e sfruttarlo. Avevano raggiunto ormai la sicurezza di poter fare qualsiasi cosa gli saltasse in mente, tanto era stato importante il riscontro di pubblico ricevuto, ed è così allora che l'inevitabile "calo" divenne un dato di fatto, conclamato ed assoluto, per i nostri ragazzi che si trovavano, nel 1985, in un'età compresa tra i 23 e i 32 anni. L'album successivo a "Shout at the Devil", "Theatre of Pain", fu composto e costruito senza troppe attenzioni, sicuri com'erano di avere in pugno l'Universo. Scrissero in questo modo il loro terzo disco cambiando quasi genere ed anche modo di porsi, ammorbidendosi in maniera inaspettata. Loro stessi affermarono che quello di cui andremo a parlare adesso fu un album tremendo, salvato solamente dall'idea geniale di Vince Neil di inserire una cover di un brano dei Brownsville Station risalente al 1973, ovvero "Smokin' in the Boys Room". Questo lavoro, che persino loro etichettarono come perdente, rimase comunque per ben settantadue settimane in classifica, raggiungendo la posizione numero sei, guadagnandosi anche il riconoscimento di quattro dischi di platino. Assolutamente non si può dire un "flop", ma sicuramente ci troviamo davanti ad un lavoro chiacchierato che spacca e divide le opinioni della critica, trovando diverse impressioni quasi sempre discordanti a proposito. Il disco, comunque, uscì poco dopo l'incidente causato da un Vince Neil dai sensi alterati che costò la vita a Razzle, loro amico e membro degli Hanoi Rocks, al quale "Theatre of Pain" fu dedicato. La voglia di fare una recensione alla Lester Bangs è alta, ma cercherò di essere giusta, evitando di sparare grosse cattiverie, anche perché sarebbero effettivamente solo dettate dalla delusione dell'alto livello di aspettative. Rimane però un dato di fatto: "Theatre of Pain" è un album che nulla ha a che vedere con i due precedenti. Si piega in maniera furbescamente studiata alle orecchie di un pubblico medio, cambia linea, i Motley Crue diventano più "piacevoli" e commerciali. Cambiano addirittura look, in questo momento meno aggressivo e molto più "Hai"r. Agli amanti del sound iniziale, per intenderci quello presente nelle prime due fatiche dei Motley Crue ove si poteva trovare un atteggiamento più crudo ed orgoglioso, "Theatre of Pain" è da parte mia sconsigliato.  Addirittura La copertina, seppure abbiano usato una simbologia esplicativa ed affascinante, sembra meno motivata delle cover usate in precedenza, poco personale, più remissiva. Le maschere teatrali con le emozioni opposte alla "smile now, cry later", sembrano poco innovative pur avendo all'interno un significato che si adatta al loro stile, quello di godersi tutto fintanto si possa, ricordando che per piangere c'è sempre tempo.  Ma andiamo ora ad analizzare il disco più nel dettaglio.

Quest'ultimo parte con un pezzo intitolato "City Boy Blues": bastano 10 secondi e si ritorna bruscamente con i piedi per terra. Tutto l'entusiasmo che si poteva avere nell'attesa, nel frattempo che con devozione si mettesse su il cd, viene colpito e ucciso senza pietà. Constatare che i Motley Crue non siano più i nostri agguerriti rockers ha un gusto amaro di disillusione, ma scendiamo ancora un po' nel particolare. "City boy Blues", scritto dal chitarrista Mick Mars, dal cantante Vince Neil e dal bassista Nikki Sixx, è un pezzo che parte deciso, senza preavvisi. Nessuna introduzione, solo un boato di strumenti che partono insieme ed indiscutibilmente sicuri. La chitarra è piacevolmente ruvida e caratterizzata da colpi brevi e determinati. Evidente risulta essere il tiraggio del bassista, mentre Tommy è forse un po' sottotono. Vince Neil non dà più quell'impressione nevrotica nell'interpretazione dei pezzi, ci mette qualche acuto urlato, ma non evoca le stesse sensazioni che ci donava nei due dischi precedenti. Il tocco sublime di Mick è quello che alza il livello della canzone, meritevole ed appuntito. Questo pezzo di apertura non è comunque male nel complesso; un brano digeribile, pacato, con un ritornello poco movimentato che ci lascia (suo malgrado però) l'idea che assomigli troppo a qualcosa di già sentito, ovviamente meno coinvolgente delle sbalorditive ed incoscienti storiche loro composizioni. Si può percepire qui, come anche in altri momenti durante l'ascolto delle tracce, un blues di sottofondo, tra chitarre che graffiano e campanacci che ogni tanto appaiono come un pizzico speziato atto ad arricchire le note assemblate per noi. Un assolo saporito e non troppo dispersivo si fa spazio in una canzone tutto sommato nella norma, e poi di nuovo ritornello. Si conclude sfumando. Nel testo i nostri cercano di rievocare quel lato "maledetto" del rock'n'roll, nominando dapprima stivali di serpente o il fatto di non riuscire a trovare pace. La canzone in generale parla di un ragazzo che si sente fuori luogo, stato d'animo reso chiaro da questa frase: "il mio cuore è in campagna, mentre i miei piedi sono in città con te". Le uniche cose che salvano il ragazzo dalla tristezza e dalla malinconia sembrano essere il suo whisky sorseggiato e la ragazza con la quale si trova a spartire la vita. Il protagonista è certo che i vicini vedano in lui cenni di pazzia e anche la sua ragazza pensa che stia iniziando a perdere la calma. In effetti il suddetto, abituato ad altri ambienti, non sopporta più la vita di città, che inizia ad andargli molto stretta. Non riesce a spezzare le catene che lo imbrigliano e a trovare una pace. Ecco che con la seconda traccia i Motley Crue cercano di correggere il tiro e certamente ci si ravviva un po'. E' già ora del pezzo che fece talmente innamorare la gente da risultare essere uno dei loro più famosi, nonché soventemente attribuito proprio ai Crue, trattandosi in realtà di un brano dei Brownsville Station. Quindi, al numero due della tracklist troviamo "Smokin' in the Boys Room". Fumare nel bagno dei ragazzi,  un pezzo da liceo, risalente ai tempi in cui fumare nei bagni della scuola era la cosa più trasgressiva che si potesse fare. Questo brano fu estratto come singolo, dicevamo, e vide la sua fortuna anche grazie ad videoclip per esso realizzato. Un video divertente, dai toni più rosei rispetto agli altri clip risalenti al periodo di "Too fast for Love" o "Shout at the Devil" . Loro stessi si presentano molto più colorati e sbarazzini, con tanta lacca nei capelli e qualche sorriso in più. Questa canzone viene rappresentata infatti recitando all'interno di una scuola, dopo che un ragazzo, così si evince dall'intro, perde i suoi compiti. Nonostante tutti pensino che sia una scusa, il suo operato è finito nella bocca di un Dobermann che portava al collo il simbolo adottato recentemente dai Crue, ovvero una stella rovesciata (si trova anche impressa sulla fronte della maschera triste sulla loro copertina). Uscito dalla presidenza, il ragazzo protagonista del clip, apre la porta dei servizi dei ragazzi con un colpo deciso, ancora nervoso. Sarà lì che, guardandosi allo specchio per fare chiarezza e metabolizzare l'accaduto, verrà risucchiato dallo stesso specchio ed entrerà a prendere parte di un altro mondo, dove troverà dei Motley Crue tentatori. Gli stanno mostrando come sia la realtà scolastica vista da "dietro le sbarre". Decisamente, ora i Nostri si sono reinventati: divertenti, spavaldi ma in maniera più ridicola e leggera, più superficiale. Si fanno beffa delle istituzioni ancora, ma con meno rabbia, o comunque meno evidente. Il video ha un lieto fine, tutto si risolve per il meglio e dà un po' l'idea che i Motley Crue siano divenuti portatori di buona ventura e abbiano insegnato a mantenere un atteggiamento positivo, in fin dei conti, pur essendo loro da sempre delle pecore nere. L'intro del video inoltre ricorda molto storici dei Twisted Sister quali "We're not Gonna Take it" o "I Wanna Rock", dove si gioca molto con le tematiche scolastiche o comunque adolescenziali, ed il rapporto con i "superiori", con le regole imposte, dove sempre i protagonisti sono la figura di un cattivo in atteggiamento paternalistico e la voglia di reagire ribellandosi. Analizzando comunque più nel merito la canzone, molto simile all'originale, gli viene aggiunto giusto uno sprint, un tocco di colore, un po' di modernità, un gusto più saporito ed impertinente, con quei loro visi provocatori e dannati ma sempre impunibili. La versione dei Crue appare anche un tantino velocizzata, vista in una chiave più festaiola e strafottente. Il brano inizia con un Vince Neil che, subito dopo un urletto che gasa, spara parole, non cantate ma con una cadenza ritmata, ed utilizza una voce in effetti affascinante, a tratti gracchiante. In sottofondo nel frattempo si possono apprezzare gli strumenti che prendono piede, tenendo un tempo definito, facendoci assaggiare una batteria precisa e una chitarra che ci lascia dei tocchi composti e nelle orecchie un tono allegro. Tutto questo evolve fino all'arrivo spensierato della prima strofa. La canzone tiene abbastanza lo stesso andamento, la differenza la fanno la chitarra fresca di Mars e in parte anche la voce di Neil, che recentemente ha preso una forma molto più professionale.  Durante l'assolo si possono gustare sound non così standard per il genere Crue; si inserisce una fantastica armonica a bocca e Mick Mars, con il suo slide, dà quel tocco blues, che fa effettivamente pensare ad una canzone un po' più datata, ma che così bene riesce ad inserirsi in una classifica degli anni '80. La canzone è come un consiglio dettato da esperienza: inizia quasi parlando, usando una cadenza canzonata, come se una terza persona volesse raccontare la propria ed introdurre una morale rivelata lungo l'intreccio di note. Il protagonista dice che ci sono stati dei tempi in cui anche per lui le cose e i rapporti con i docenti non andavano alla grande e le giornate sembravano tutte storte ma poi ha trovato un modo per tirarsene fuori e quindi inizia a raccontarlo. Stare sempre seduto in classe era una vera noia, così la campanella era per lui il segnale per trovarsi all'appuntamento con degli altri ragazzi del secondo piano, dove, per trasgredire le regole, andranno a fumare nei bagni dei ragazzi. Ad un certo punto intima anche al professore di non riempirlo di dettami, perché probabilmente non li prenderà nemmeno in considerazione, in fondo sa perfettamente che non si debba fumare a scuola. La traccia numero tre è un inedito loro intitolato "Louder than Hell", canzone  dal sound abbastanza aggressivo, un po' meno "Hair", che ricorda un pochino nuovamente i vecchi Crue. Neil sempre con i suoi urletti, Mick con la sua chitarra, che ormai può gestire come vuole facendo uscire, effettivamente, suoni originali ed energici; Nikki dal tiraggio sempre incattivito e un T-Bone che sa ancora come pestare al meglio per dare alla canzone una timbro più incisivo, un tocco più fermo ed un ritmo che si faccia ricordare e renda la canzone qualcosa di piacevole. "Louder than Hell" quasi subito ci delizia con un strillo prepotente del biondissimo frontman. Le primissime battute sono per Tommy Lee e non si può fare a meno di seguirlo tenendo il tempo col piede. Schietto e preciso. Un urlo di Vince introduce una chitarra graffiante quanto scivolosa per certi aspetti, e come per i vecchi album risulta difficile tenersi fermi. Forse questo risulta essere uno dei pezzi che più rassomigliano all'animo dei Crue e più si avvicinano ai gusti di chi li ha amati sin dagli inizi della loro carriera. Un pezzo dal gusto più cupo rispetto al resto dell'album, ritornello non particolarmente percepibile e "canticchiabile sotto la doccia" come potrebbe essere appunto la precedente "Smokin' in the Boys Room". Ed anche il testo, in effetti, fa tornare un po' al 1983.  Non troppo articolato o elaborato come costruzione delle frasi all'interno, ma probabilmente questo modo di iniziare ogni affermazione in maniera simile va a rafforzare il messaggio che vogliono far trapelare. Si parla di nuovo di violenza, di aggressività, di potere. Il fulcro di tutte le eventualità elencate e prese in considerazione nella diverse strofe è che loro siano sempre e comunque i più forti, i più rumorosi, più "ad alto volume", dell'inferno stesso, addirittura.  Riportando qualche frase: " Qualcuno aggredisce, qualcuno spara pallottole in testa per sentirsi impavido. A qualcuno piace il male e ha bisogno di potere. Qualcuno sanguina inutilmente ? Qualcuno deve andarsene, qualcuno non ha motivo, qualcuno non ha speranza.. E a noi piace forte, più forte dell'Inferno!!". La canzone tiene questo andamento, ed il testo è tutto su questa linea, ma finalmente abbiamo un brano sul quale muoversi meno cauti e più sicuri. La traccia seguente, poi, scritta di nuovo da Sixx, presenta il titolo "Keep Your Eye on the Money", ovvero "tieni gli occhi puntati sui soldi". Un sound che mi ricorda una qualche canzone degli AC/DC periodo Brian Johnson, magari qualche hit tratta da "Back in Black". Si torna anche qui ad un sound più torbido ma scandito. La chitarra è toccata con sapienza, la voce di Vince sembra più oscura del solito. Qualche colpo di campanaccio aggiusta sempre il tiro, facendole risultare accattivanti quanto serve. L'assolo di Mars in questo caso è contenuto, non si lascia andare in particolari virtuosismi anche se si percepisce chiaramente la sua impronta. La canzone finisce sfumando e ripetendo ancora di non perdere di vista i soldi. Arrivati al ritornello, però, va in qualche modo a perdersi tutto lo stile impresso nel resto della canzone (le logiche di "mercato" di cui parlavamo prima, dirette responsabili di un sound più "easy listening" e meno aggressivo). Il testo è frivolo, da "extravaganza", ambientazione un po' da casinò, e saltano fuori concetti avidi e famelici, legati a ciò di cui, ultimamente, i nostri ragazzi ingordi si stanno riempiendo le mani. Si parla di Soldi, e nella fattispecie di Black Jack, di roulette, di giochi d'azzardo che ti intrappolano facendoti sperare in  una vincita fortunata e che ti attira nel vortice con il fascino del rischio. Loro ci dicono in effetti che questo gioco provocatorio fa diventare vecchi anche i giovani.  Comunque, in fondo, potrebbe essere letto con una connotazione positiva: mai mollare gli occhi da ciò che ci interessa, i nostri obiettivi. Mai perdere di vista i soldi che nel caso specifico della canzone sono il fine ultimo. Nella seconda strofa ci dicono poi che però il mazzo di carte potrebbero essere truccato, quindi un "Attenzione!" pure a quello che ci circonda, tenere gli occhi sempre bene aperti, che a volte non si vince a causa proprio di "carte false", allegoriche o reali. Del resto, la vita è una perpetua danza sul filo della lama ("I'm dancin' on a Blade"), proprio come il gioco d'azzardo. E' arrivato ora il momento di lasciarci scivolare tra le braccia della super ballad marchiata Motley Crue: tutti la conoscono, si può chiedere a chiunque di dire d'impulso la prima canzone che venga in mente dei Crue,  ed anche se non dovessero conoscerli bene, questi ci direbbero senza dubbio "Home Sweet Home". Una delle poche canzoni scritte anche da Tommy Lee, che in questo caso si cimenta anche al pianoforte, dimostrando di saper creare una melodia da farlo consacrare alla storia. Sotto-sotto, la grazia di queste note trova spazio nel cuore di ognuno, seguaci o non seguaci del maledetto quartetto, anche per le parole di Sixx, il quale dimostra ogni volta di saperle scrivere e scegliere da gran maestro, sempre le più azzeccate. Nel caso specifico Nikki ci lascia sbirciare tra le sue debolezze: quando il cuore è stanco di arrabbiarsi, di lottare; quando ci si scopre stremati dai mille viaggi e tournée, si lascia spazio ad una spossata tenerezza, che anela solo il conforto ed il calore umano per trovare un rifugio sicuro, almeno per qualche minuto, al riparo dalle estenuanti battaglie dell'anima. Fra l'altro una curiosità: "Home Sweet Home" uscì anche come singolo il 26 ottobre dell 1985, per l' "Elektra" sempre, insieme a "Red Hot", traccia già presente in "Shout at the Devil". "Home.." è una canzone delicata, caratterizzata da un pianoforte che rimane impresso. Solo pianoforte e voce fino al cinquantesimo secondo (elementi mescolati brillantemente) ed è da qui in poi che si inseriscono, introdotti da un colpo secco sulle pelli di Tommy, una chitarra che sa di sirena ed il basso di Nikki che va ad inquadrare il ritmo finale e lo rende più definito, completo e profondo. Il suono prolungato e piacevole della chitarra che si può apprezzare proprio all'esordio di quest'ultima, porterà una ripresa della canzone fino a renderla ancora più compiuta. Nonostante la ballata, la batteria (ovviamente non accelerata come al solito) non dimentica la sua potenza, i colpi inferti comunque senza compassione rendono la canzone più sentita, la riempiono di cuore ed emozione. Un assolo di Mick assolutamente incriticabile la impreziosisce piacevolmente. Una canzone che ti rimane nella testa, da tirare fuori nei momenti un po' più tristi ma con una buona dose di speranza, perché è questo che vogliono comunicare. Andare avanti anche se talvolta ci si sente un po' a pezzi. Una canzone può dare una gran mano. "Home Sweet Home" si conclude poi come è iniziata, pianoforte e voce, a sfumare. Il testo non è assolutamente complesso, chiaro e diretto, emotivamente catturante. Una di quelle canzoni da ascoltare e riascoltare, come dicevo prima, che tu sia un fan o meno. Come iniziare un pezzo così dolce se non con un: "Tu sai quanto io sia un sognatore" e poi ecco che i nostri tirano fuori problematiche personali, facendo un punto della situazione, guardandosi da fuori. Ci dicono: "Ho dovuto sballarmi pesantemente per far sì che quando tornassi a casa non fossi depresso" perché ovviamente, dopo mesi di tour si perde un po' il contatto con la realtà; l'abitudine e la vita regolare non si sa neppure più che faccia abbiano. Ci si ritrova soli, a volte nemmeno più qualcuno che ci aspetta al nostro ritorno. La casa in fin dei conti, si trova là dove ci sono gli affetti, ma se questi si sono persi nel tempo e non sono stati abbastanza curati? Ci saranno ancora quando si farà ritorno? La fama, come tanti artisti ci hanno detto, non dà il calore che alla fine è necessario all'essere umano. La socialità, una famiglia, una rete di conoscenze più o meno salde, sono alla base dell'umanità, per quanto si cerchi di eluderlo. Questa canzone è proprio a proposito di questo. Per quanto si possano avere soddisfazioni date dalla carriera, manca l'appoggio. E il concetto diventa chiarissimo quando il brano ci dice: "Prendi questa canzone e non ti sentirai mai abbandonata", un sollievo per chi si sente nelle stesse condizione emotive del compositore del testo. Dopo questa pausa romantica, si riparte con sound molto Glam, con un pezzo intitolato "Tonight (We Need a Lover)". Sound tutto sommato soffice, ed anche se ci sono chitarre dall'impronta un po' "arrugginita", il tutto non basta a rendere questo un pezzo da poter ricondurre ai vecchi Crue. Se eravate in cerca di pezzi turbolenti, pronti a scuotervi la rabbia repressa, avete sbagliato album. Qui siamo sul soft, anche le voci dei cori risultano tendenzialmente delicate. Tornando alla canzone, questa prova comunque a partire con  una chitarra grintosa, Mars ci mette il suo tocco in questo caso abbastanza imponente e stacca bene dalla traccia precedente. Si sente molto bene anche la batteria e il basso fa sempre la sua parte, ma il ritmo non è così sostenuto, e nel complesso non è una canzone malvagia, ma appunto niente di eccezionale. Non ti rimane incollata al cervello come invece riuscivano a fare in passato. Appunto negativo: quando Neil inizia a cantare "Tonight-tonight" ripetuto una decina di volte, ricorda troppo la sigla di un qualche cartone animato, con quel tono leggero e forse un po' troppo scontato. Riesce a salvare il pezzo il "Tonight" finale, che viene detto con più forza e fermezza e dà l'input per far accelerare il ritmo, che va in crescendo avviandosi verso la conclusione. Il testo è un po' spinto verso l'estremo, ma mai come alcune canzoni degli anni trascorsi. In ogni caso, si fa capire molto bene. Le menti "sporche" ed azzardanti dei Crue si fanno riconoscere anche qui, il titolo già di per sé non crea mistero ed effettivamente non c'è bisogno di molta fantasia per capire dove andranno a parare.  "Questo peccato mortale è tutto ciò che conosciamo, chissà chi sarà la prossima vittima?". Ma la domanda che si fanno, senza senso del pudore, è la seguente: "Saprete accontentarci tutti quanti questa notte?". Questo tipo di canzoni rendono sempre molto l'idea di quanto se la possano spassare i Crue, di quanto ricerchino sempre l'estremo in questo senso, e di quanto amino le donne e le groupies. Al contrario di "Home Sweet Home", qui non ci troviamo niente di romantico, ma piuttosto istintivo e selvaggio e distaccato dai sentimenti. Un atteggiamento molto più  corporeo e più vicino al resto del mondo animale. Con la traccia successiva, la numero sette, cambiamo di nuovo argomento. Se non altro "Theatre of Pain" è ben variegato a livello di tematiche. Pericolo, droga, velocità, dolore e gioco. L'azzardo e il rischio. "Use it or Lose it" inizia con una chitarra distorta, dal sound diverso dalla precedente. I piatti della batteria vibrano più velocemente e nel complesso la canzone assume un ritmo veramente particolare. Un ticchettio regalatoci da Tommy Lee rimane udibile lungo tutta la canzone. Con questo pezzo i Crue giocano a confonderci durante l'ascolto, passando da momenti di intensa confusione a passaggi durante i quali quasi tutti i musicisti rimangono in silenzio. La chitarra si intreccia con batteria e basso all'estremo della velocità, poi si cambia repentinamente. Proprio quando non te lo aspetti, subentra un po' di ordine. Questo però scombussola ugualmente perché un attimo dopo ritorna la confusione. Vince Neil non prende fiato e sputa una parola dopo l'altra, ed il pezzo si conclude poi in maniera netta, lasciando quel secondo di silenzio dove uno rimane un attimo "inebetito" prima di continuare con la traccia seguente. Preso singolarmente, decontestualizzato da tutto il resto del disco, è un lavoro in effetti particolare, ma messo nel calderone della loro fatica (solamente basandosi sulle vendite la meglio riuscita) ci lascia abbastanza indifferenti.  Per quanto riguarda il significato del testo, non si espongono con parole chiare. Si può comunque intuire, dato che i nostri ci nominano un po' di personaggi ultra famosi lungo tutta la canzone. Ci dicono che in fondo James Dean mica stava recitando una parte, era lui, e quindi i Crue ricordano agli ascoltatori (che presumibilmente hanno una vita più regolare della loro) di fare molta attenzione e guardare bene a quello che si fa. Si fa così in fretta a finire fuori gioco, e loro questo lo sanno molto bene. Spesso negli anni hanno provato a dare suggerimenti, una sorta di "fai quel che ti predico ma non seguire il mio esempio". Ci dicono: "Dolore dolce è il nome di questo gioco", quindi o ci sei dentro o lascia perdere. Tutto o niente. Ma poi proseguono: "faresti meglio ad usarlo prima di perderlo. Meglio che lo usi, non gettarlo via". Il senso dinamico e rapido della canzone non stacca mai da strofa a ritornello.  Ed ecco che ora tirano in ballo, giusto nominandoli, Kennedy e Marilyn Monroe, e poi la "zingara errante" Margaret Trudeau (che fu moglie per un periodo di Pierre Trudeau, presidente americano,e anche attrice, scrittrice, fotografa e che alcune chiacchiere ricondurrebbero anche ad alcuni legami con altre "stars"). E quindi anche in questo caso il consiglio rimane: "Fai attenzione a quel che fai, il tempo ti manda fuori gioco". I consigli all'intero non sembrano comunque molto prudenti, piuttosto "batti il ferro finché è caldo". Giocatela tutta fino in fondo, cercando di usare il cervello e non sbagliare le mosse. Con "Save our Souls" si torna ad un sound orientato di nuovo al blues, chiarissimi gli effetti da slide sulla chitarra. Tommy Lee apre le danze, con tocchi fermi e potenti. Man mano si inseriscono gli altri componenti, Mick Mars ci dimostra quanto vale ancora una volta. Il cantato è molto più lenta del solito, Vince Neil risulta avere una voce sempre un po' acidula ed il ritornello vede tutti i sopracitati presenti a cantare assieme. Un corom però (a differenza di tutti gli altri che abbiano mai fatto fino ad ora) decisamente più cupo, dal tono grave e lento nel quale ci dicono: "Risparmiate le nostre anime per il paradiso". L'assolo, che si trova dopo circa due minuti e mezzo, anche questo è completamente diverso da quelli che ci hanno proposto finora. Mars in questo pezzo gioca parecchio con la chitarra, i virtuosismi per una volta vanno a condire in maniera evidente un brano ed al chitarrista viene lasciato un po' più di spazio del solito. Un pezzo Hair dal sapore blues, come del resto la tradizione impone, dato che l'Hair Metal affonda le sue radici nel Rock / Hard Rock classico, a sua volta estremo debitore del blues. Anche il testo sa di malinconia, si appoggia sul cuore come un velo di tristezza e disperazione quieta.  "Per le strade urlano di dolore e stringono i denti e la luce della luna porta a galla tutti i crimini della città. Ma loro non hanno religione e ridono mentre combattono". Ed in seguito il ritornello: "Risparmiate le nostre anime per il paradiso, per una vita così buona è sicuro che ci si senta male, risparmiate le nostre anime per la terra promessa". Una canzone che parla del lato oscuro della città e l'immagine di degrado risalta molto bene in questa seconda parte della canzone dove viene descritto lo squallido tormento e dolore sordo che si può trovare per i vicoli cittadini. Dolci prostitute che comunque recitano una parte, vagando tra la spazzatura. E poi una frase d'effetto: "centomila cuori sanguinanti ci mettono nelle nostre tombe". Ad aspettarci alla fine di questo quadretto dipinto con colori tetri, il ritornello, sempre lui. A chiudere poi questa terzultima traccia, le ultime cinque frasi di sofferenza, spigolosa e schietta:  "E' stato un percorso difficile, proprio al limite dell'overdose". Ed è con questa nota di tristezza che ci trasportano fra le braccia del pezzo successivo: "Raise your Hands to Rock". Cambiamo sentimenti, un'altra volta. Un album che non lascia in pace e non mantiene una linea precisa, nonostante tutto un punto a favore. "Raise your Hands to Rock" è un pezzo scritto da Sixx ma che non suona esattamente come qualcosa di nuovo. Dobbiamo però pazientare ed arrivare al ritornello per ricondurre il pezzo davvero ad un'altra canzone. Intendo un brano famosissimo di una celeberrima Hair/Shock Rock band degli anni 80, i Twisted Sister. "Alza le tue mani per il rock", per dirlo all'italiana, è assolutamente una simil - "I Wanna Rock", dato il modo analogo di "sistemare" il ritornello, mentre prima di arrivare ad esso, sembra semplicemente la classica canzone glam metal. Ma andiamo a spendere due parole più prettamente riguardanti questo pezzo. Intro acustico (ricorda gruppi come i Poison, anzi forse proprio la loro "Every Rose Has its Thorn") nel quale poi si inseriscono delicati  gli altri strumenti e la voce che cerca di variare un po' con diversi tonalità, grazie ad un Vince che procede grattandola e sporcandola in certi momenti, per certe parole. II ritornello non è così marcato come quella dei TS, molto più morbido, ma rimane comunque del tutto similare. Finisce sfumando. Il testo tutto sommato è carino e piacevole, sognante, un messaggio più rilassato, positivo e ridente. Una storia felice:  a volte il protagonista (che poi è uno di loro) si sente sottosopra nella vita che conduce, a volte forse beve troppo, ma il suo cuore continua ad essere "connesso", raggiungibile, in contatto. Questo dicono le prime parole In particolare, adorabile poi il pezzo successivo in cui il nostro dice: "Ricordi il giorno nel quale stavo lì in piedi a dirti che un giorno sarei stato una rockstar e tu mi dicesti 'siediti ragazzo, tu lo se già'?". Il concetto chiaro ed esplicito è "alza le tue braccia in onore del rock!". Una canzone basata sui ricordi del passato, di una nostalgia felice. A far provare questa sensazione da occhi lucidi di gioia è la strofa finale, che recita così: "Ero giovane ed irrequieto, vivevo al limite di un sogno, quando qualcuno da qualche parte ha detto 'hey, devi solo crederci'..Quindi alza le man per il rock". Dimentichiamoci qui i Crue arrabbiatissimi di "Shout at the Devil". Ed ora l'ultimo brano di questo "Theatre of Pain". Un po' di saggezza conclusiva per un pezzo scritto dall' accoppiata bassista-chitarrista, "Fight for your Rights". Pezzo che non si smentisce come gli altri, piacevole ma non così particolarmente incisivo. Ti fa tenere comunque il tempo con il piede. Grazie ad un riff di chitarra che dà un'impronta imponente, questo risulta essere un bel pezzo di chiusura, per un album nella norma, cantato in maniera carismatica. Un ritornello gradevole da ascoltare e canticchiare. Cori in ritardo rispetto al cantante riempiono bene ciò che sarebbe rimasto vuoto, ed un Mick Mars delizioso ad alzare notevolmente il livello. Si chiude così, elettricamente e di colpo, il terzo capitolo dei Motley Crue. Un pezzo comunque significativo a livello concettuale, testo curato e davvero grazioso, che sembra anticipare un po' quello che si troverà poi nel disco successivo. Combatti per i tuoi diritti, titolo sempre d'effetto. La canzone dice: "non riesco a spezzare le catene, non riesco a dissolvere il dolore, non riesco a far collimare i problemi con la ragione, non prendo una posizione e mi chiedo solo perché il dolore mangia i bambini" questo un passaggio a mio avviso pregno di significato, prima di ripeterci ancora di combattere, di difendere i nostri diritti. E avanti con lo stesso tono profondo che dice che il compositore  del pezzo, che non riesce a nominare nessuno di quelli che sarebbero da incolpare. Poi continua dicendo che siamo tutti schiavi del tempo e non c'è alcun colore da poter chiamare giusto e di gettare tutto l'odio nel fuoco. Ora diventa chiaro il messaggio antirazzista che dice che il colore del sangue sia per tutti lo stesso.

A questo punto,tiriamo un po' le somme. Il terzo disco degli eroi indiscussi dei primi anni ottanta non è più indirizzato allo stesso tipo di ascoltatori: dimentichiamoci i Motley Crue vestiti di pelle e dallo sguardo inferocito, dimentichiamo l'atmosfera cattiva, tenebrosa, a momenti infilata dalla critica nel "calderone" mai troppo definito satanismo, ed apriamoci al tempo dei party dominati da sorrisi maliziosi. I nostri ragazzi sono mutati, abbelliti, sono diventati più delicati. Ora iniziano ad accarezzare una fetta più ampia di pubblico, sono diventati più gioiosi, per soldi. A molti piace comunque credere che loro siano sempre arrabbiati con il mondo, sempre rock'n'roll. Le differenze, comunque ci sono e sono evidenti. Vince Neil perde la voce particolare e acerba di chi non canta per mostrare il suo talento ma per "buttare" fuori un cuore ribelle, la sua indole indomita. Tommy e Nikki forse rimangono più o meno gli stessi anche se si sono modificati per piacere al resto del mondo. L'unico che pare migliorare è Mick Mars: il suo sound è come una lama gelida ma che arriva più a fondo, lo senti entrare tra la carne provocando un dolore così dolce e perfetto. "Theatre of Pain" è dunque un album di transizione, dove ci si stacca dal cordone ombelicale, dove si abbandona la tiepida culla stradaiola per buttarsi tra le braccia spalancate dell'America che vuole ed applaude al Glam Metal, con i suoi cori morbidi e raffinati.  Il passo per arrivare a "Girls Girls Girls" è breve, ma "Theatre of Pain" non ha comunque nulla a che vedere con i suoi predecessori e successori. Un sound con qualche sprazzo blues, che non troviamo prima né troveremo dopo. Diciamo allora che, come voto complessivo una sufficienza piena sia più che soddisfacente per questo prodotto. Perché alla fine, nonostante ci troviamo dinnanzi ad un album con il suo valore, se volevamo ascoltare i Warrant, i Cinderella o qualsivoglia gruppo più prettamente Hair e spensierato, non compravamo i Motley Crue, dai quali ci aspettavamo sicuramente un qualcosa di diverso. Eppure, anche questa volta han fatto davvero furore, per via di una buona stella sempre pronta a brillare.

1) City Boy Blues
2) Smokin' in the Boys Room
3) Louder than Hell
4) Keep Your Eye on the Money
5) Home Sweet Home
6) Tonight (We Need a Lover)
7) Use it or Lose It
8) Save our Souls
9) Raise Your Hands to Rock
10) Fight For Your Rights

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