MOTLEY CRUE

Shout at the Devil

1983 - Elektra Records

A CURA DI
TATIANA MADLENA
13/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Eccoci a presentare il secondo memorabile lavoro dei  Motley Crue, pubblicato a due anni di distanza dal loro primissimo "Too Fast for Love". L'album di debutto fece entrare nella storia i nostri quattro capelloni californiani, ma col senno di poi, fu solamente il preludio di una carriera sconvolgente, al limite del credibile e totalmente folle, nonché brillante introduzione del loro capolavoro assoluto, tutti ne converranno, "Shout at the Devil". Questo disco, uscito il 26 settembre del 1983 sotto l' "Elektra Records", è composto da undici tracce di potente rock'n'roll, con un retrogusto Glam che sta iniziando a "trasportare" i nostri verso un sound più deciso e ricercato, più Metal, appunto. Rispetto a "Too fast for Love", questo nuovo lavoro presenta sicuramente sonorità più ordinate e pulite. Una traccia strumentale e una cover amalgamano il tutto e legano in una maniera sorprendente gli ingredienti di questa loro fatica, la meglio riuscita. Come sempre estremi e a tratti indecenti, provocatori ed innovativi, si può ora anche apprezzare e riconoscere in loro una crescita notevole,  senza lo stretto bisogno di orecchi esperti. Prima dell'uscita di questo secondo album i Crue non persero comunque tempo, lavorarono sulle tracce credendoci davvero, e soprattutto, fondamentale, non si fecero perdere di vista. Agli inizi dell' '83 partirono per un tour che i KISS intrapresero per promuovere il loro ultimo disco, "Creatures of the Night". Questa esperienza però si rivelò in realtà una delusione per i nostri rockers, in quanto il contesto non andava a rispecchiare la loro attitudine, il loro modo di incarnare e perseguire il rock'n'roll. I Motley Crue erano davvero quello che predicavano, mentre i KISS avevano un altro approccio alla vita e vedevano la musica come un lavoro, per il quale farsi trovare sempre preparati e in ottima forma in modo da poter dare sempre il massimo, rimanendo (soprattutto) sobri. Niente droghe, niente alcool. Solo serietà e per i Crue, scapestrati giovani e ribelli, più propensi al divertimento incosciente, alle donne e al "devasto", solo noia. Infatti, non reggendo i caratteri tutto sommato equilibrati dei compagni di viaggio e sottoponendo i KISS a svariate prove di nervi, alla fine si fecero cacciare dal tour.  Dunque, facendo una analisi su quando intrise di vita furono le giornate dei Crue tra "Too Fast for Love" "Shout at the Devil"  e conoscendo le loro avventure in quei due anni di celebrità, si può dire che dopo quell'esplosione di successo avvenuta dopo l'uscita del primo disco, le loro vite e le loro personalità subirono dei cambiamenti. Frastornati da tante cose che così velocemente stavano accadendo, provati dalle forti emozioni mescolate al loro grandissimo ego, accentuarono la loro consapevolezza in alcuni frangenti, sentendo il potere crescere, ma al contempo si avviarono verso una importante e costante, scriteriata autodistruzione. Specialmente Nikki Sixx, più sbandato e problematico degli altri, iniziò a sperimentare di tutto, cercando forse una formula per risolvere situazioni familiari poco piacevoli che si amplificarono, come succede spesso, col raggiungimento del successo. Al contrario di quel che sovente certi artisti credano, non è la fama a rimettere a posto la vita e così le ferite del passato si ingigantiscono sotto gli occhi impotenti. Nikki si trovò quindi intrappolato in un vortice che lo teneva costantemente in uno stato di paranoico torpore. Tant'è che il titolo della canzone, e di conseguenza dell'album, sarebbe dovuto essere "Shout WITH the Devil". Ma strani avvenimenti, reali a suo dire ma probabilmente immaginati da Sixx (come ad esempio il veder volteggiare per la stanza delle posate intanto che lui componeva i pezzi per questo album),  gli fecero cambiare idea, e da "urlare con il diavolo", cambiò il concetto  in una forma molto meno diabolica, quasi l'opposto, ovvero l' "urlare AL diavolo", contro di esso. La copertina di questo album è molto semplice ma suscita e blocca mille sensazioni. Come la copertina del loro primo album fu un tributo ai Rolling Stones, questa ricorda molto quella di "Let it Be" dei Beatles. Infatti sono raffigurati i quattro ragazzi, uno per ogni quadrante in cui è suddivisa la copertina. Ognuno "per sé", ad esprimere qualcosa di se stesso, pur mantenendo uno stesso sfondo (ricorda verosimilmente la location del video "Looks that kill") ed uno stile similare che accumuna i nostri musicisti. Ognuno "a sé", ma insieme sono i Motley Crue. Un look androgino ma potente, aggressivo nonostante la delicatezza propria del trucco. Nikki Sixx inizia proprio in questo periodo a disegnare sul viso una riga da "guerriero" a livello degli zigomi, parallela al taglio degli occhi. Come disse in seguito, non sopportava di avere dei lineamenti così delicati. Non ha forse mai accettato se stesso, ma è da questa sensibilità, questa crepa dell'anima, dalla quale sovente affiora il genio di ognuno. Andiamo ora andiamo ad analizzare il disco.

 La prima traccia, "In the Beginning", è in realtà un'introduzione dal sapore funesto, un crescere di sonorità spaziali e catastrofiche che accompagnano una gelida voce arrivata per ricordarci che bisogna essere forti e urlare grintosi contro il Diavolo, assurto a simboleggiare il male che si sparse sulla Terra. 1 minuto e 15 per inquadrare una realtà deprimente, cattiva, che ci porta senz'altro ad un senso di ribellione. La voce dice, con un tono quasi saggio quanto metallico, che all'inizio tutto era buono e il bene dominava sul male, ma che questa situazione fu ribaltata con l'andare del tempo, i sogni sono stati distrutti in modo da non fare intravedere più alcuna speranza di futuro, e proprio per questo motivo l'unica cosa da fare era combattere. Questa premessa accattivante ci accompagna alla prima vera canzone dell'album, nonché title track. Si tratta di un pezzo incidente davvero difficile da dimenticare, caratterizzato, oltre che da un ritmo marcato e importante,  da un'estremamente affascinante voce di Vince Neil. Forse "Shout at the Devil" è la canzone che più ho amato dei Crue in assoluto, in cui Vince riesce, cantando, a legare con un andamento melodioso le parole del testo, cambiando il tono con le quali le pronuncia, lasciando impresso nel cervello un suono "mieloso" e dannato. Un sound più heavy rispetto all'album precedente lo si può percepire fin da subito ed il pezzo sa stupire dopo due note: intrappolati in un turbine che non ti lascia per tutta la lunghezza dell'album. "Shout at the Devil" parte con un ritmo non troppo sostenuto ma accompagnato da un deciso tocco di Mars, tagliente e sibillino, che con i suoi possenti riff fa apparire la canzone come qualcosa di fermo ed aggressivo, come una rabbia studiata, trattenuta e rilasciata in modo assolutamente convinto. Tommy Lee non si trattiene dal far vibrare i piatti nei primi momenti  e scandisce un tempo che fa fremere dalla voglia di sentir partire la canzone ed arrivarne subito al cuore, martoriando il suo charleston con un battere preciso ed adottando una ritmica semplice ed efficace, à la AC/DC. Un 4/4 possente, granitico, che sorregge l'intero brano in maniera egregia. Il tutto crea una curiosità impetuosa, che fa domandare di cosa parleranno i Crue questa volta, con quale argomento andranno a fendere la società, colpire la nostra sensibilità e scandalizzare i perbenisti ed assennati. Ed ecco che finalmente al ventesimo secondo partono i cori ed i primi "shout-shout", determinati e scanditi, che si fanno sentire fino alla comparsa del cantante che con una voce molto più acuta ci dice, cantando, il titolo intero della canzone e dell'album. Fa seguito poi una chitarra importante che ci tiene ancora per un attimo staccati dal primo verso della canzone. Ed ecco che ci descrivono, con un paio di frasi incantevoli, chi è il Male, il Diavolo. "Lui è un lupo che ulula solo nella notte, una macchia di sangue sul palco, il coltello nella tua schiena,è la lacrima nei tuoi occhi, la rabbia!". Egli può essere effettivamente in grado di tentarci e di confondere le nostre idee ("Stai attento alle sue lusinghe, la testa inizia a girare"), ma dobbiamo essere forti, attenti a non cadere nelle sue trappole.. insomma, dobbiamo letteralmente urlargli contro! Nella seconda strofa si trovano delle altre frasi descrittive, la più bella delle quali rimane sempre "lui è il rischio nel bacio", mentre "potrebbe essere anche la collera sulle labbra", frasi che rimarcano la forte componente anche sensuale del Male, che sa ammaliare e conquistare. Tuttavia, in  questa "stagione decadente", ove Esso sembra dominare, noi saremo qui, forti, a ridere e urlare contro di lui. La terza strofa ripete le parole della prima, e così si conclude, in maniera sfumata, questa prima traccia talmente coinvolgente da farti venire voglia di fermarti lì e riascoltarla ancora e ancora. Appena si riesce ad uscire da questo "loop", si può passare al brano successivo, ovviamente all'altezza del primo. "Looks that Kill", questo il suo titolo, pezzo del quale i Crue ci propongono anche un video, in cui si fa largo uno scenario a metà tra il primitivo e l'apocalittico, fuoco, fumo e bellissime ragazze. NikkiTommyVince e Mick compaiono tutti insieme all'inizio del video, con quattro fiaccole in mano. Un video che è quasi una danza, molto "testosterone" nonostante i capelli lunghi e cotonati e saturi di lacca, i tacchi, e il trucco pesante sui visi di tutti. La canzone ha un sound "stradaiolo", è sicuramente più composta di "Shout at the Devil", caratterizzata da un tocco più cupo che forse, però, la rende anche più semplice da ascoltare. Parte decisa e mantiene lo stesso andamento fino al termine: è Mick Mars ad aprire le danze con la sua chitarra, lanciandosi in un riff 100% made in U.S.A, esibendo quel tocco tipico delle sonorità Hard n Heavy / Glam dell'America anni '80. Ascoltando attentamente l'egregio lavoro del chitarrista, possiamo difatti notare affinità con altri colleghi importanti, come J.J. French dei Twisted Sister. La ritmica segue l'andamento lineare di Mars, adottando anch'essa, comunque, un'andatura imponente e granitica; Tommy Lee tiene il tempo in maniera egregia, non esagerando con i vari fill ma preferendo concentrarsi sul fornire ai propri compagni una stabilità degna della sua fama. Cassa, charleston, rullante, colpi di crash: questo è T-Bone, che non perde il tempo nemmeno sotto minaccia, grazie anche all'aiuto di Nikki Sixx che dimostra di non essere solo "bello e dannato", ma anche un concreto ed abile bassista. Anche la voce di Vince risulta più lineare ed impostata ad un certo standard, difatti non ci travolge con cambi repentini di tonalità all'interno della stessa frase, come avveniva nella precedente traccia. Il titolo della canzone viene scandito con prepotenza e decisione, un ritornello che entra in testa e difficilmente decide di abbandonarla. Un brano dunque lineare, accompagnato da un testo tutto sommato semplice: lei è una ragazza affascinante che ammalia con il suo modo di fare, che sa come conquistare un uomo e renderlo totalmente assoggettato a sé e al suo volere. Viene sottolineato il suo muoversi "come una gatta", ma fondamentalmente è un'imbrogliona che vuole fare tutto come decide lei, bisogna sottomettersi alle sue regole altrimenti "va a finire male". E' inoltre probabile che se non la si assecondi, per il malcapitato non ci sia un ritorno dall'avventura che inconsciamente ha deciso di intraprendere; lei ha una bellezza che uccide. Canzone non troppo sofisticata, perfetta da estrarre come singolo. Il pezzo che fa seguito è uno dei più belli del disco: "Bastard" è un brano cattivo, audace, violento ed arrabbiato, tanto che la suddetta canzone è costata ai nostri una censura da parte della PMRC ("Parents Music Resource Center"), organizzazione di monitoraggio "buoncostume" la quale ha inserito la traccia, insieme ad altre 14 canzoni di altri artisti, in una lista  denominata "Filthy Fifteen", le pericolose quindici. Ovviamente la risposta dei Crue a queste etichette morali non è stata assolutamente quella di diventare più educati e di buon gusto, anzi. Basti pensare agli album a venire e soprattutto poi a "Girls, Girls, Girls". Tornando più prettamente alla canzone sopracitata, questa è una dedica al loro ex manager improvvisato David Coffman, che fu ingaggiato ai tempi di "Too Fast for Love" da Mick Mars per finanziare la prima registrazione del debut album. Si rivelò però ben presto disonesto e i nostri quattro ragazzi decisero di, (oltre a cacciarlo) scrivere anche un bel pezzo "gentile" tutto per lui. Un brano deciso, dai colori carichi , che ti fa venire voglia di saltellare talmente ti entra nelle ossa. Uno di quei pezzi che non ti togli dalla mente, che parte con Tommy che scalpita sulla batteria: sembra quasi il trotto di un cavallo selvaggio che sta per passarti davanti, giusto per 5 secondi, e poi il nostro batterista si riprende il suo status di "metronomo umano", accordandosi con Nikki e Mick che danno subito lo slancio verso la potenza. Il riff d'apertura è diretto e tagliente, la velocità domina il contesto ancor più che nelle tracce precedenti. Mars, lanciandosi anche in brevi virtuosismi perfettamente ben costruiti e piacevoli (da notarsi il frangente compreso fra i secondi 18 e 22), dimostra di essere l'anima pulsante di un gruppo che si affida alle sue doti di ottimo esecutore e musicista, per balzare agli onori della cronaca musicale. A "posteriori" possiamo addirittura notare similitudini molto marcate fra il suo lavoro in questa track compiuto e quello invece intrapreso in "Kickstart My Heart", brano scritto nel suo periodo di massima maturità e splendore. Prove, dunque, generali? L'assolo è breve ma incidente, graffiante, Heavy Metal condito con reminescenze rock n roll: una delizia per tutti gli amanti della vecchia scuola. Il brano sembra quasi si voglia calmare un attimo con la prima strofa, ma è solo il modo con il quale Motley Crue decidono di  prendere letteralmente la rincorsa e scalfire con tutta l'energia che hanno in corpo i loro ascoltatori, i quali riescono subito ad "entrare" nella canzone e memorizzare un andamento così armonioso e spietato.  Il ritornello è semplice ma incisivo, possiamo ascoltare le voci di tutti i componenti unirsi in coro sulla parola BASTARD!. Il testo è come una scarica di una rabbia eccessiva, di quelle trattenute ma che poi si liberano e ti fanno venire voglia di ribaltare tutto, uno sfogo condiviso dai componenti, benché, come quasi tutte le canzoni questo album, le parole siano state scritte da Nikki Sixx. Qui ci dicono che considerano morto quel "bastardo" ed intimano a quel "re dei sudici" di non provare più ad abusare di loro. Usano anche parole poco simpatiche in effetti, dicendo che cosa gli vorrebbero fare, dal taglio della testa, al cappio.. E ricordano che "le tenebre non si possono sconfiggere", quasi sostenere che la loro essenza affonda le radici in una malvagità ancor più marcata di quelle del bastardo. I Crue sono molto più potenti di tutto il resto. Infiniti, imbattibili, eterni. A spezzare il ritmo sorprendente dal quale siamo stati travolti, per farci tirare un sospiro dopo la scarica di parole che si sono abbattute su di noi senza alcuna pietà, troviamo un pezzo strumentale, che solo al termine ci dice "God Bless the Children of the Beast", frase che rappresenta anche il titolo di questa quinta traccia. Pezzo scritto dal chitarrista Mick Mars, ha un sound limpido, preciso, freddo ma così tremendamente melodico. Puoi solo lasciarti trasportare: 1 minuto e mezzo di arpeggio elettrico, mescolato con suoni più distorti ma definiti. Un melodia che sembra dolce, ma leggendo le parole si capisce che ha tutto il fascino zuccherino del diabolico. Il titolo della canzone è cantato il maniera soffice come un coro magico, soffuso. Una melodia disturbante quanto un carrilon udito in una casa abbandonata a notte fonda, un motivo che non a torto potrebbe farci domandare: "quando finalmente potrò udire la voce di King Diamond?", tanto sembra ricordare da vicinissimo il sound polveroso e spettrale dei Mercyful Fate. Un ottima prova che spazza via in un colpo la spavalderia dei nostri e li catapulta in un contesto maggiormente sofferto ed intimistico, quasi volessero svelare diverse sfaccettature della loro anima. Ottimo lavoro. Per non perderci in contesti troppo pacifici, i nostri rilanciano con il sesto pezzo. Non si tratta di una loro canzone ma di una cover di un pezzo storico scritto da Lennon e McCartney, ovvero "Helter Skelter". Questa canzone (nello specifico dei Beatles) credo si prestasse particolarmente bene per essere riproposta in chiave più metal: contenuta nel celeberrimo "White Album" e datata 1968, venne composta dai Fab Four quasi per lanciare una sfida ai The Who, autori secondo la stampa musicale degli anni '60 del pezzo "più cattivo di sempre", ovvero "I Can See for Miles"McCartney si mise così all'opera per superare i colleghi ed il risultato fu questa "Helter Skelter", che con chitarre distorte, velocità e voce urlata funse da vero e proprio esempio, a posteriori, per decine e decine di band hard rock ed heavy metal in seguito divenute storiche, band che "crebbero" ascoltando questo pezzo. Lo spirito del combo di Liverpool non è certo stato dimenticato dai Motley, e difatti il risultato è una cover fantastica, più cruda dell'originale, e assolutamente coinvolgente. Chitarra che graffia sin da subito, esasperando il lavoro già compiuto da McCartney, e la batteria di Tommy Lee che sa tenere un tempo perfetto, coadiuvata dall'inossidabile basso di Sixx. Notabile a questo punto la crescita vocale di Vince che in questo album è riuscito a sperimentare una certa varietà di modi di cantare e ha saputo gestire le sue capacità in maniera notevole, mostrandoci le sue potenzialità effettive, quantomeno durante le registrazioni. Durante i live di quel periodo, difatti, Vince non vantava chissà quali prodezze canore. Basti pensare alla parole impercettibili, stanche e roche che caratterizzarono la sua performance durante l'U.S Festival risalente del maggio 83, nel quale i Crue furono presenti insieme a Quiet RiotVan Halen e Ozzy Osbourne, giusto per citarne qualcuno. Ma Vince possiede un grande carisma e con questo riuscirà ad andare -quasi- dove vorrà. Dunque, tornando a questa canzone originariamente dei Beatles che così bene si può adattare anche ai Crue, esprime anche nelle parole velocità e "la voglia di ricominciare un'altra corsa", sempre pronti al prossimo giro dopo essere già scesi così svelti dallo scivolo. Difatti, l'espressione Helter Skelter è adoperata in inglese per identificare lo scivolo elicoidale presente in molti luna park o parchi acquatici, qui visto come metafora dell'esistenza spericolata e priva di freni. Ovviamente il destinatario di molti dei messaggi lanciati nel brano è sempre il mondo femminile: "com'è, non vuoi che io ti ami?" dice il protagonista ad un ipotetica Lei, oltre a metterla in guardia e di fare attenzione a lui per il suo modo di vivere spericolato e frenetico, tant'è che non vuole che lei gli permetta di "spezzarla". Come se lui avesse consapevolezza della velocità pericolosa della folle ed inarrestabile corsa sullo scivolo, che potrebbe anche ferire chi si ha accanto, pur non volendolo. Dopo questa sorta di pausa dettata dall'accoppiata "pezzo strumentale più cover", finalmente troviamo un pezzo che scotta marchiato 100% Motley Crue. Uno dei pezzi forti ed indiscutibilmente uno di quelli che fanno salire la febbre, di quelli che fanno apprezzare ancora di più l'intero album alzandone il valore, intitolato "Red Hot". Quando arrivi a questo pezzo esplosivo, te ne rendi subito conto che non puoi più mantenere fermo alcunché, né il corpo, né le sensazioni, né i pensieri. Ti coinvolge totalmente. La batteria parte prepotente e ti fa rullare il cuore, adottando uno stile questa volta ricordante il drumming di un colosso come Philthy Animal, storico batterista dei Motorhead. Proviamo infatti a ripensare all'inizio del brano "Overkill" del trio inglese, i due incipit sembrano quasi fratelli, con un'unica differenza: la voce di Neil che pronuncia un velocissimo urletto ("Well, alright!"), davvero incandescente, come il titolo della canzone. Chitarre decise ma al contempo morbide ti accolgono e trasportano nel loro mondo di fuoco, e quasi riesci a sentire e percepire l'anima di questi ragazzi. Il ritmo aumenta dopo la comparsa della voce di Neil che conta (1-2-3-4!) come se stesse incitando il resto del gruppo ad alzare il tiro. Una voce meno stridula inizia poi la strofa per terminare con un acuto ben riuscito, e continuare poi in maniera un po' meno impostata  giungendo finalmente al ritornello, di quelli che ti fanno scatenare e ribollire il sangue. Oltre alle esultanze di un pubblico fittizio, possiamo udire nella "sacralità"che la chitarra di Mars assume, addirittura delle eco non troppo distanti della N.W.O.B.H.M , dato che "Red Hot" risulta essere una canzone in effetti più heavy di tante altre. Se per un caso più unico che raro non si conoscessero, difatti, i Motley Crue, si potrebbe tranquillamente pensare al brano in questione come proveniente da qualche EP o full - length appartenente alla nobile tradizione inglese, ben incarnata da gruppi noti e meno noti come Tokyo Blade Virtue. Un pezzo unico, meno aggressivo di altri, che vuole suscitare maggiore atmosfera, non facendo troppo leva su una velocità primordiale, quanto piuttosto su dei fraseggi ed un sound più "epici" e morbidi, più scorrevoli e meno ruvidi, decisamente più eleganti. Presente, inoltre, un testo da ricordare, che ancora freme di gioventù, che riesce a riempirti di energia. "Non vedi che siamo in cerca di sangue?", urlano i Crue, quasi fossero dei vampiri o più semplicemente una giovane gang di scapestrati decisa a mettere a ferro e fuoco un'interà città. I ragazzi urlano terrorizzati nella notte, mentre loro, i Nostri, gustano ogni "morso" con delizia. Nella seconda strofa si ritrova un accenno al titolo dell'album ("Grida contro il Diavolo, noi abbiamo riso alle tue guerre, non vedi che siamo in cerca di sangue?") e di seguito un incitamento alla fuga con quello che si è raccolto ed ottenuto, il bottino di quella caccia sfrenata durata una sola sera. Tuttavia, ci viene ricordato di non accontentarsi mai, anzi, bisogna chiedere sempre di più, aumentare la propria cupidigia. A fare seguito a questo sbando cerebrale, a questa canzone di carattere, ne troviamo una decisamente più tranquilla come andamento, ma non concettualmente. Nonostante ormai nel mio caso non dovrei più avere bisogno di identificarmi in questo brano, in realtà, rimane uno dei miei preferiti e continua a farmi sentire forte. Il titolo della traccia numero otto è "Too Young to Fall in Love" ed anche qui ne esiste un video musicale sempre improntato su uno scenario di decadenza in un clima trasandato. Una canzone che si imprime nel cervello e nel cuore: parte Tommy picchiando con la sua batteria e scandendo un ritmo preciso e puntuale; si inseriscono in seguito basso e chitarra, e quando inizia Vince la canzone si completa. Perfetta, schietta, indimenticabile, ancora una volta i Crue dimostrano di non essere solamente un gruppo incentrato su una sorta di "sturm und drang", certamente l'impeto rimane una forte componente "sanguinolenta" nel loro sound ma ci mostrano quando si trovino a loro agio anche in contesti più riflessivi e meno scanzonati. Mick ci fa gustare un assolo poco nitido e dal sapore vagamente arrugginito, concentrato, addirittura arabeggiante in alcuni casi, riprendendo lo stile di axeman del calibro di Andy LaRoque. L'atmosfera che ricrea è quella di un crepuscolo, penombra che finisce sfumando. In questo testo, i Nostri sono fermamente convinti di essere davvero troppo giovani per innamorarsi e vanno a rinfacciare alla ragazza di turno ciò che lei pensa che la loro storia sia. Si capisce quanto lei creda che questo rapporto sia un amore stupefacente, deflagrante come dinamite, ma lui le dice chiaro e tondo di aprire gli occhi: il loro amore in realtà è come una ghigliottina che lentamente lo uccide. Si tratta di un amore incoerente, che scappa, fugge e ritorna, entrambi però hanno una parte di colpa, essendo in egual modo santi e  peccatori. In questo gioco dove i personaggi della coppia cercano di ferirsi a vicenda, in questo amore selvatico e cattivo, lui si chiede, come analisi finale, come mai lei non possa semplicemente lasciarlo libero? Insomma, la conclusione, ribadita diverse volte nella canzone,  è sempre quella. Non sono ancora abbastanza cresciuti per potere innamorarsi davvero. La traccia numero nove, quasi in dirittura d'arrivo, è stata scritta da Sixx e Neil"Knock 'em Dead, Kid", di nuovo un pezzo nel segno della ribellione e della violenza, che sa di giovani poco seguiti e vissuti da soli nella strada, che hanno dovuto imparare a sopravvivere facendosi valere e diventando, per forza di cose, aggressivi. Un pezzo che parte con una scanzonata chitarra elettrica, un bel ritmo arrabbiato impostato dall'impeccabile Lee e di nuovo un cantante che tira fuori la sua voce più acida. Il sound ritorna più propriamente americano, riprendendo in pieno lo stile che caratterizzava e caratterizza la scena della quale i Crue da sempre hanno fatto parte: rocciosità e "prepotenza" tipiche dei già citati Twisted Sister, degli W.A.S.P. più rudi e meno introversi, dei Quiet Riot al massimo della loro forma. Una canzone a tratti oscura, carica di collera tutta da sfogare, di vendetta da compiere. Un bell'assolo di Mars spezza il ritmo piuttosto uniforme, e lascia in seguito  riprendere la voce del biondo cantante.  Il concetto espresso dalle lyrics è semplice, un'esplosione di rabbia che incita ad uccidere, a stravolgere una realtà che va stretta. I nostri sono stati creati per odiare, delle macchine da guerra, così si sentono e ce lo comunicano in diverse situazioni. L'ambientazione è sempre cupa, è notte ed un'altra volta ci sono delle lotte per la strada. Un tale, vittima di un'aggressione dalla quale si "conquistò" un occhio nero, è tornato a prendersi una rivincita, ad esplodere davanti a colui che gli fece un torto. "Uccidilo, ragazzo!" questo ci ripetono. La lama è diventata rossa e lui è nero dalla rabbia. Si sentono le sirene avvicinarsi, il sangue in corpo si raggela. "Vedrai i miei occhi rossi, mentre prenderai la mia malattia", con questa frase si conclude questo viaggio all'interno del mondo suburbano delle gang e delle bande di strada. Proseguendo con l'ascolto troviamo bassista e cantante che si trovano ancora uniti nella realizzazione e composizione di un pezzo. "Ten Second to Love" è una canzone con chiari riferimenti sessuali, ed i nostri non si preoccupano nemmeno di  dosare le parole, fondamentalmente con i Crue mai è successo di trovarsi di fronte a composizioni per così dire "morigerate", sia dal punto di vista musicale sia dal punto di vista lirico. In questo disco in particolare si può assaporare tutta la sfrontatezza e la voglia di provocazione furiosa che li ha spinti ad imboccare la strada del rock'n'roll ed arrivare fino a questo punto della loro carriera. La canzone parte con una sensuale voce di Vince e un armonia di strumenti smorza l'ira spietata del pezzo precedente. Fischi di chitarre danno un senso più leggero e spensierato, troviamo un Mick Mars decisamente sugli scudiche nuovamente decide di far ruggire la sue corde in maniera estremamente "sensuale", adottando un tocco più morbido ma dotandolo comunque di quella ruvidezza che sin qui ha contraddistinto il suo operato. Anche melodicamente parlando, non ci troviamo dinnanzi ad un sound "mieloso" o sdolcinato, anzi. La "rozzezza" dell'ascia di Mars è tipica dell'attitudine "badass" che contraddistingue i Motley Crue, è figlia della sfrontata e devastante tradizione hard rock nonché punk, sia inglese sia americana. Per un gruppo di ragazzi cresciuti a pane e Ramones, adottare un simile stile musicale è veramente il minimo. Chitarra impreziosita ancora una volta dall'irruenza / arroganza di Tommy Lee, che da dietro le sue pelli ci tiene a ribadire un concetto unico e fondamentale: il ritmo è lui, i suoi tamburi sono la matrice di tutto, egli è un autentico pilastro, affiancato da una colonna come Sixx che gli fa eco. I cori  hanno un sapore più divertente e rilassato, ed il pezzo si crogiola sul suo status "easy listening" senza pretendere di sfociare in un insieme di virtuosismi. Una batteria semplice ma tonante, una chitarra sferragliante, una bella voce, un basso che fa il suo mestiere.. in questo modo, i Crue si conquistano la nostra attenzione e il nostro apprezzamento. Testo, inoltre, degno di "Too fast for Love", impertinente, maschilista ma che alla fine fa divertire scandalizzando un po'. Del resto, è arcinoto quanto i Motley Crue si adorino l'esagerazione, le donne, le loro groupies  e il divertimento sfrenato. Una canzone dunque spavalda, ove un Lui è pronto per fare l'amore con la sua "amica dei 10 secondi". E abbiamo tutti capito a cosa il protagonista si riferisca, anche quando le chiede di "lucidare la sua pistola", quella pistola caricata proprio con l'amore di lei. In seguito la canzone prende un'altra piega, aggiunge dei particolari: egli vuole raccontare agli amici questa sua avventura e le domanda se per caso lei potesse portare delle amiche in un secondo momento? Lui ha la sua macchina fotografica pronta per trasformarla in una star.  E poi ancora proseguendo, avanzano delle altre richieste, poste senza andare per il sottile (cosa che, ripetiamo non fa per i Crue), e il testo diventa allora ancora più esplicito e diretto: meglio, a questo punto, non star più a riportare! A chiudere questo album che farà storia è un pezzo intitolato "Danger", "pericolo". Una canzone che li descrive, che li unisce e racchiude le mille sfaccettature del loro animo. Canzone tranquilla, lineare con un tocco di malinconia, che inizia scandendo un delicato arpeggio che quasi richiama un sound à la Supertramp, per quanto il suono della chitarra di Mars (lievemente sorretto da una tastiera) risulti incredibilmente evocativo, delicato, supportato come detto da un'effettistica elettronica che crea un'atmosfera particolare. Ad apparire è probabilmente più la voce che gli strumenti, un andamento melodioso che si trasforma in qualcosa di più hard man mano che si prosegue, con un sound più calcato nel ritornello per poi tornare pacifico tra arpeggi sinuosi e voce acidula. Addentriamoci un attimo tra le parole di questo brano conclusivo; la prima frase è già qualcosa di magnifico e sognante: "Avevamo dei sogni selvaggi". È una sorta di resoconto, dal sapore malinconico, che li fa tornare al passato, a quando erano davvero giovani e lottavano per arrivare ai loro obiettivi senza voltarsi mai, correndo come dannati per afferrare i loro sogni. Li hanno fatti loro e hanno vissuto la loro giovinezza come non tutti hanno saputo fare. Ed avevano un patto: vivere o morire, ma mai guardarsi indietro. Ora constatano che comunque dal tutto se ne esce comunque un po' feriti, segnati per sempre, con tutti i migliori amici morti ormai. Per questo si perde la testa e si arriva ad odiare, ma non si può più fuggire. Sembra che tutte le loro esperienze fuori dall'ordinario li abbiano trasformati in persone aggressive, folli e forti come l'acciaio. Una buona dose di autodistruzione li accompagna. E ce lo ripete ancora, come un saluto che sa di promessa : "Siete tutti in pericolo quando i ragazzi sono in giro".

In conclusione, ascoltare questo disco è sentirsi a casa. Assolutamente un lavoro che rasenta la perfezione e per questo, se dovessi esprimere in una scala numerica il mio giudizio, direi 9 e mezzo. Tutto scorre in maniera imprudente ed audace, arriva a scuotere ed invadere senza pietà i nostri sentimenti, lasciandoli attoniti. I Motley Crue sono cresciuti ed hanno trovato la combinazione perfetta, il loro stile. Così e in questi momenti saranno per sempre ricordati. Album esaltante composto da canzoni ancora non troppo mature ma comunque acerbe al punto giusto. Un disco che ha segnato un'epoca e risulta tutt'oggi come una vera e propria fucina di "hits", richiestissime durante i loro live. Un album che ha infranto le barriere del tempo ed oggi risulta addirittura più amato dall'epoca, stando alle dichiarazioni dei nostri: "è splendido vedere padri che, in compagnia dei figli, cantano a squarciagola Shout at the Devil durante i nostri live!". Cosa dire di più? Se si sconfigge il tempo, si può fare qualsiasi cosa! Sconfiggerlo a suon di canzoni che ci "profumano" l'aria di gioventù, libertà, ribellione e verità emotiva. E' qui che dovremmo restare per sempre bloccati. Così estremamente giusti impetuosi ed istintivi. Nella ragione superba dell'esagerazione.

 1) In the Beginning (intro)
 2) Shout at the Devil
 3) Looks that Kill
 4) Bastard
 5) God Bless the Children of the Beast
 6) Helter Skelter (Beatles cover)
 7) Red Hot
 8) Too Young to Fall in Love
 9) Knock 'em Dead, Kid
10) Ten Seconds to Love
11) Danger

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