MOTLEY CRUE

Motley Crue

1994 - Elektra Records

A CURA DI
TATIANA MADLENA
05/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Nonostante i noti e numerosi problemi che sorsero tra i componenti della nostra adorata band, i Motley Crue tornarono con questo nuovo lavoro proprio quando ormai nessuno ci sperava più, navigando sempre controcorrente con il preciso intento di provocare, a dispetto di tante voci ed indiscrezioni, imperterriti e agguerriti. Si trovarono ancora una volta ad andare avanti superando ostacoli, procedendo orgogliosi con la testa bassa, non guardando nemmeno mai negli occhi i tanti critici e detrattori. Questo album, intitolato semplicemente "Motley Crue" e giunto dopo il successo di "Dr. Feelgood", figlio di una tempesta di guai e vicissitudini, farebbe subito venire in mente una rinascita, ma già rimaniamo delusi non appena scopriamo che non ci sarà più la "riconoscibile-tra-mille" voce di Vince Neil, avendolo i nostri sostituito con un nuovo cantante. Furono duri contrasti fra Neil ed il resto della band a segnarne la dipartita: volenterosi di intraprendere un nuovo corso per svecchiare il loro sound provando qualche soluzione differente, Vince si trovò del tutto contrario a questo modus operandi, decidendo ben presto di non presentarsi più alle prove. Divenne irrintracciabile sparendo per giorni, l'aria divenne ancor più pesante e l'addio fu dunque inevitabile. A prendere il posto di Neil fu John Corabi, ex cantante degli Scream, che con Vince non ebbe mai decisamente niente a che vedere, sin da subito e sotto diversi punti di vista: dal punto di vista fisico passando per quello vocale, tra i due personaggi in questione passa letteralmente un abisso. Provvisto di una voce molto più curata e importante, John Corabi sostituì per il breve periodo di un disco lo storico frontman, ma non riuscì ad entrare nel cuore di molti. Non per le sue capacità, che sono tutt'altro che dubbie, ma per il semplice motivo che ebbe preso il posto di un icona rock molto, molto importante; dai più, tutto ciò venne quasi da percepito come un affronto, un peccato di lesa maestà. Sicuramente, dal punto di vista artistico, il nostro nuovo Corabi è dotato di una voce molto più formata, e oltre a questo elemento non da poco, ha anche apportato diversi elementi importanti dal punto di vista artistico, di crescita all'interno di questa band.. trasformandola, però, in qualcosa di diverso dai Motley Crue che tutti conosciamo. John Corabi imbraccerà sovente anche una chitarra in questo lavoro auto-intitolato, non limitandosi in effetti a cantare come il vecchio singer, e tante volte riesce a dare una  forma più definita e sotto un certo punto di vista anche ad innalzare il livello della composizione, modernizzando non poco il loro sound. Peccato solo che, appunto, i nostri non siano più loro.  Il 15 marzo 1994, quindi, dopo tre anni (due dei quali impiegati per la registrazione dell'album di cui oggi parliamo) di silenzio e dopo "Decade of Decadence" (quasi totalmente si trattava di una raccolta), esce il sesto album di inediti marcato Motley Crue, sempre per l' "Elektra Records". Ogni pezzo sarà scritto in collaborazione e firmato da tutti i componenti, e Corabi sarà considerato a tutti gli effetti un membro del gruppo, come se fosse sempre stato uno di loro. Scelto e fortemente voluto da Nikki Sixx, sembrava essere un elemento molto importante e la soddisfazione di tutti loro era evidente. Peccato però che fans e critica non sembravano essere d'accordo. Tutti si aspettavano ancora il ritorno degli irreverenti Crue, folli, colorati, menefreghisti e peccaminosi..  invece, ci si ritrova tra le mani un disco tutt'altro che glam/street metal. Un sound molto più heavy, con l'ingresso di una nuova chitarra suonata dal nuovo frontman, una mescolanza di suoni sicuramente buoni e cresciuti, ma non era quello che tutti  ci aspettavamo da loro. Più seri, con retrogusti quasi Grunge, distorsioni sporche e un tiro decisamente più greve. Un album scritto in un periodo di "ritorno alla salute", in cui ogni componente del gruppo, lontano anche dallo stress e l'oppressione della vita on the road, lavorò in condizioni di "ripulita". Niente più alcool né sigarette, addirittura furono bandite la caffeina e la carne rossa. Rimessi in sesto, iniziarono allora a lavorare su nuovo materiale. Forse.. furono proprio la sobrietà e la "sanità mentale" a dare il colpo di grazia alla loro creatività? Sentendo questo album c'è da domandarselo. Forse ora, coscienti e sicuri di sé, si sono fatti ingannare dal troppo entusiasmo ed eccitazione nei confronti delle novità incombenti. Anche la copertina dell'album è di una semplicità disarmante, niente di elaborato o creativo, a conferma del fatto che siano davvero cambiati. Passiamo dunque ad ascoltare.

Già la prima delle 15 tracce che compongono "Motley Crue", distrugge tutta la poesia degli anni passati. Fosse stata composta da altri artisti magari sarebbe anche stata accettabile, ma non possiamo credere, leggendo a caratteri cubitali il nome Motley Crue sulla copertina, che questo sia un loro brano. Il titolo è "Power to the Music", un pezzo comunque carico e forte della durata di 5 minuti e 12 secondi. Dopo lo sbigottimento iniziale possiamo iniziare ad essere meno critici e più obiettivi, prendendo coraggio e proseguendo con un ascolto meno emotivo. Come dicevamo, la canzone di per sé è buona, coinvolgente e calda (vuoi anche per il timbro del nuovo singer). Il sound è fin da subito pesante, caratterizzato da riff brevi, definiti e veloci, anche alquanto grezzi, che graffiano letteralmente dentro, il tutto unito ad una batteria importante e decisa. Un pezzo che si lascia affascinare dalla nuova ondata grunge e sa accoglierla con grande stile. La voce ruvida, che sa urlare con tecnica e non per manie di superiorità senza un vero fondamento (come accadeva con Vince Neil) rende la canzone qualcosa di accattivante, ma non Crue. Indubbiamente, l'impronta un po' in bilico tra l'hard e il blues di Mars si percepisce ancora, Nikki Sixx diventa più serio che mai, gasatissimo per la strada che il suo progetto stia prendendo, volendo credere ad una crescita costruttiva, che sia in grado di ammaliare il pubblico. Un previsione che questa volta non azzeccò. "Power to the music", in fin dei conti, è un buon pezzo ma alla lunga un po' ripetitivo. Si fossero almeno fermati ai quattro minuti, avremmo sopportato sicuramente con meno angoscia. Sarebbero già stati abbastanza, diciamo, e nonostante cerchino di convincerci delle loro capacità, si rendono comunque troppo prolissi tra i tanti virtuosismi dettati da assoli e wah-wah, con raffiche esperte di Tommy e la cupezza autorevole di Nikki. Il testo è sicuramente di un altro impegno rispetto a quello che eravamo soliti a conoscere.  Cercano di dare un taglio nuovo basato comunque su argomentazioni improntate sulla forza, sulla caparbietà e a tratti sulla violenza, dove le parole forti sono sempre alla base. In questo caso vogliono porre l'accento sul potere della musica, come si evince dal titolo. Fanno capire che questo loro abito nuovo sia un grande ritorno, qualcosa di talmente potente da essere impossibile da fermare, se non con un colpo in testa. Il ritornello ripete ostinato "potere alla musica, nelle strade!", una frase soltanto, per farci rimanere bene impresso il concetto. Il testo parte subito presentandoci la loro condizione, ovvero come i nostri siano lì, operativi e ripuliti, oltrepassando con questo "Motley Crue" la linea di non ritorno, circondati da  critici intenti a biasimarli.. loro comunque devastano tutto al loro passaggio. Sostengono anche che tutto il male che ci opprime non sia da ricondurre alla "lingua del diavolo", ma anzi il male passa proprio dalle mani e dalle parole di chi invece dovrebbe infondere amore (si parla appunto della troppa "apprensione" che i genitori hanno, questi ultimi intenti a trasmettere ai loro figli ansie e preoccupazioni, anziché invitarli a godersi tranquillamente la musica). I Motley se la prendono poi con la gente che afferma, sbagliando, che la musica sia morta; il gruppo sostiene che ovviamente queste persone non sappiano di  cosa stiano parlando e soprattutto non vogliono che nessuno si permetta di dirgli di abbassare il volume. Insomma, si sentono ufficialmente tornati a massacrare ogni animo. La traccia numero due  prende il titolo di "Uncle Jack", un pezzo che già parte con un bel sapore distorto. Cinque minuti e ventotto con giuste pause, bei riff e la sempre bellissima chitarra di Mick che serpeggia lungo tutta la durata. Anche in questo caso è percepibile un andamento grunge con una impronta decisamente potente, caratterizzata da pause apprezzabili e fondamentali ai fini della riuscita del brano, e poi graffi e spigoli, fischi e suoni striduli qua e là. "Uncle jack" è cantata con una calma sorprendente, adottando anche un'andatura "scanzonata" all'incombere del ritornello. Ben percepibile il vibrare di piatti e la mano decisa di Tommy, che si fa apprezzare durante tutta la lunghissima traccia. Ad ogni modo, il ritornello non si differenzia così tanto dall'andamento standard della canzone. Non ha quello sprint che saprebbe renderla particolarmente interessante, per farsi ricordare. Il testo è indiscutibilmente pesante, solleva interrogatori morali, tragicità che sfocia in altra tragicità; si parla di tematiche legate alla vita, in quanto si discute di cose che, ahimè, fanno parte di alcune drammatiche realtà. Non c'è nulla di inventato. Un testo violento ma in una maniera diversa da quella che avevamo potuto apprezzare nei nostri vecchi cari Motley Crue, quelli pieni di vita, di rabbia e aggressività frivola votata alla volontà di affermazione. Qui c'è una rabbia più sentita, più triste e soffocante. Le stonature musicali, i controtempi, rendono bene l'idea depressa e cupa del quale questa canzone vuole caricare il suo messaggio. Insomma, il titolo è "Zio Jack", un pezzo di disprezzo, disprezzo esplicito urlato dal diaframma potente di Corabi e non dalla gola acidula di Neil, e solo con questo nuovo singer il pezzo si sarebbe potuto realizzare in questa maniera. La voce di Vince era sicuramente votata all' inconsistenza o comunque a tematiche molto più vane e incentrate su se stessi e gli stravizi, mentre qui si vuol far risaltare una problematica che nulla ha a che vedere con la superficialità, essendo, al contrario, molto impegnata e senza mezze parole. Zio Jack sta ad indicare, in gergo, il pedofilo. La canzone si snoda quindi su questa tematica e le sensazioni che una drammatica situazione come la suddetta possa provocare a chi senta la notizia dell'accaduto. I Crue ci dipingono in maniera allarmante le emozioni suscitate da questo specifico caso, in cui fortunatamente il carnefice viene preso e sbattuto in galera e di certo lì non troverà vita facile. Ci sfogano tutta la rabbia con parole colorite, tutti vorrebbero vedere morto questo personaggio che approfitta dell'ingenuità e dell'innocenza dei piccoli distruggendola per sempre, e rimane opinione di tutti che il carcere non sia abbastanza. Del resto si sa bene quanto  i galeotti stessi non possano tollerare questo genere di crimine tanto riprovevole e così, con una rasoio, questi ultimi incideranno la gola dello "zio Jack", facendo passare il tutto per un suicidio. Tutti si accordano in identici pensieri, quelli di una speranza di sofferenza per ciò che ha commesso, e giustizia per tante anime innocenti con un futuro di aspettative e sogni distrutto da un atto riprovevole. Il terzo pezzo, "Hooligan's Holiday", potrebbe somigliare un po' di più ad un brano uscito da "Theatre of Pain", caratterizzato da un sound con qualche elemento glam-metal anche se fondamentalmente si rimane in un mondo più "sporco" e ruvido. Il testo cercano di essere più rude e schietto del precedente, caricandosi di clichè ed immagini che potrebbero sembrare ancora "da duri" e indistruttibili, come se volessero ancora spargere il loro verbo originale. Questa "vacanza del teppista" parte in maniera scoordinata ma semplice, in modo da lasciare intuire ogni strumento, il cervello riesce a leggere ogni nota in maniera disgiunta e si ritorna alla scorrevolezza dei primi tempi.. ma dopo qualche secondo inizia la confusione e i suoni grezzi tornano ad imperare. La batteria riesce a farsi notare, non rispettando comunque gli standard di Tommy Lee, adottando una cadenza particolare, mentre le dita di Mars si muovono veloci come sempre, ma donando altri suoni, seppur il chitarrista riesce comunque a farsi notare grazie alla sua tecnica. Un brano che ricalca ancor di più le strutture tipiche del Grunge fuse però con una certa "ruffianaggine" tipica dei Crue degli anni passati. Nikki, in questo pezzo (e lavoro in generale) ha un peso molto più gravoso rispetto agli altri, si nota decisamente di più. Un altro pezzo insomma, molto confusionario, che verso la fine riesce a far dire "basta", viene da saltare alla successiva sperando di trovare qualcosa di meglio, tanto l'atmosfera oppressiva di questo brano risulta a lungo andare impossibile da interiorizzare. Questa, comunque, fu una delle tracce scelte per la realizzazione di un video. Nel testo, i nostri si definiscono "fuggiaschi in rovina", con addosso tutti i segni che l'inferno possa lasciare, provando sempre dei brividi di pericolo senza una reale ragione. Tutti in fondo ne vorrebbero un po', tutti vorrebbero avere una fetta di quella maledetta torta.. una vita spensierata, forte, sempre in bilico e al limite dell'accettabile. Vivere di sussulti continui, sussulti emotivi. E loro, così, ci lasciano questa stupenda immagine di capelli lunghi al vento, di motociclisti a bordo di un "cavallo d'acciaio", continuando ad andare senza una meta precisa, come in una bella vacanza senza pretese. Sempre in confusione, sempre a provare brividi senza una particolare ragione, ogni giorno della vita che si sono scelti e hanno costruito passo dopo passo è una meraviglia. E con questa voglia di andarsene scivoliamo tra le braccia di una ballad. "Misanderstood" è raccontata in ben 6 minuti e mezzo, ed ospita nel ruolo di backing vocal un artista d'eccezione, ovvero Glen Hughes (già membro di Black Sabbath Deep Purple). Una bella chitarra acustica arpeggiata da Mars ci dà un po' di tregua e anche Corabi canta con più armonia e dolcezza. Tiriamo un po' il fiato dopo tanta rabbia confusionaria, ma ci facciamo comunque schiacciare dal peso emotivo racchiuso nelle loro parole e da concetti altamente opprimenti. La canzone, nonostante tutto, scorre liscia e delicata. L'accavallarsi di strumenti in maniera inconsueta e non troppo coordinata è sempre presente, ma in maniera più sorda. Almeno fino al secondo minuto, da qui i nostri riprendono le chitarre elettriche, si dà una svolta un più heavy, compreso il tono di John. L'utilizzo dello slide da parte di Mick è il tratto distintivo fondamentale dell'intera canzone, e durante l'assolo il nostro chitarrista dà decisamente il meglio di sé, facendoci sempre capire che una delle colonne portanti della band è sempre stato lui. Le urla di Corabi seguite da cori fanno un bell'effetto, ma non sono tipicamente "Crue", purtroppo, e rendono il tutto lontano anni luce dallo stile della band. Dopo 5 minuti la canzone scema, ricade nel ritmo iniziale, come se ci fosse stato un grande inciso, e quindi si torna ad arpeggiare e concludere così l'ultimo minuto di questo "malinteso". Un fraintendimento da parte della vita nei confronti di noi stessi, cose che vanno storte, che fanno il proprio corso in maniera indifferente non curandosi minimante delle nostre propensioni e nostri desideri. Qui il tutto è trasformato in una storia e i protagonisti, tristi, pensano spesso al suicidio e a volte si trovano intrappolati nella gabbia da loro stessi creata, una ragnatela tessuta da bugie che ci vogliamo ad ogni costo raccontare. La prima strofa, infatti, prende in esame, con due sole frasi, la vita di due persone, supponiamo legate, ma fondamentalmente sole col proprio io, dove l'unico punto di congiunzione è la loro identica disperazione, arrivati a questo punto di un viaggio insieme. Racchiudono insomma la stessa enorme sofferenza, e con l'aiuto della musica riusciamo bene ad immaginare tutta la drammaticità che sta dietro alle loro singole storie. Un uomo anziano che pensa solo a farla finita, e dall'altra troviamo la donna sempre anziana, probabilmente la compagna, dipinta come "ragazzina" (probabilmente nell'animo, siccome il cuore non invecchia mai) impaurita e lasciata sola nei suoi sconforti. Gli avvenimenti e le proprie personali esperienze li hanno portati ad allontanarsi, ricercando sempre qualcosa e trovando soluzioni che però li hanno solo portati alla disgiunzione.  La vita non ha capito i protagonisti i quali, chiudendo gli occhi, non possono che sognare un futuro migliore. "Un'anima inquieta nel profondo cerca un po' di pace nella testa, vivere solo per morire. Sono un uomo arrabbiato e ho sempre dovuto combattere per sopravvivere al mio passato."  Le parole "non piangere, non piangere" fanno terminare il pezzo e lasciano spazio alla traccia numero cinque, che prende il nome di "Loveshine". Rimaniamo ancora su un sound tutto sommato pacato donato da chitarre acustiche , quasi come fosse un pezzo atto a smorzare tanta pesantezza d'animo percepita con la ballad precedente. Un brano che dura, per di più, solamente due minuti e mezzo, parlando e cantando d'amore brillante, tenero, mieloso. Insomma, un decisivo "stop" al grande patema che caratterizza questo "Motley Crue". Un suono tenero e innamorato, con note molto meno gravi degli altri pezzi, anche se tutto questo non riesce comunque a far decollare la traccia, in quanto manca di quell'appeal necessario a farsi ricordare. Anche il ritornello di "Loveshine" subisce la sorte di molti altri ritornelli presenti in questi pezzi: non è mai molto evidenti e non lascia una traccia davvero indelebile nella nostra memoria, il che è un peccato in quanto come sappiamo il glorioso passato dei Crue è costellato da ritornelli a dir poco indimenticabili (ricordiamoci di "Girls Girls Girls", ad esempio). "Loveshine", in sostanza, è una canzone che come arriva se ne va, non cambiando un granché ai fin dell'album e nemmeno dentro di noi. Un pezzo cadenzato, tranquillo e con gli occhi lucidi di sentimento, forse un tentativo troppo esageratamente smaccato di ricalcare i fasti passati, non riuscendoci. Il testo parla, dunque, delle tanto chiacchierate follie d'amore. Il percorrere miglia e miglia mossi dal sentimento, lo scalare montagne pur di vedere il sorriso dell'amata e il chiedere ripetitivo di lasciar entrare il nostro splendido amore nel suo cuore. L'anima del compositore del pezzo è un oceano che aspetta questo folle sentimento per riempirsi e continuare ad andare avanti. Ma ecco che poi nelle ultime due strofe si parla di un' "amica mia", una ragazza enigmatica e misteriosa e sempre presente. Più di una spasimante? Difficile a sapersi. Si parla comunque di un sentimento genuino e pacifico, a riflettere la musica che lo compone. Per tornare di nuovo un po' irrequieti e maledetti si passa a "Poison Apples". Un pezzo  dotato di ritmo, quasi atto a rassomigliare nuovamente ad un pezzo Hair che però si fa tradire dal modo di cantare, dalla voce grattata che assume il bel Corabi. Tutto sommato rimane uno dei pezzi più belli dell'album, che quantomeno vagamente ricorda i nostri eroi degli anni passato, essendo caratterizzato da chitarre più colorate e vivaci, che infondono in tutti noi, almeno un po', la voglia di ballare. Ahimè, bisognava arrivare fino a questo punto (alla metà esatta del disco!) per trovare un po' di questa sensazione che andavamo cercando fin dall'inizio, ed ormai è quasi come se la poesia fosse forse troppo smorzata, scivolata via in maniera imperterrita. Il pezzo parte in modo sordo, ma finalmente dopo poco i nostri ci donano un taglio allegro e da "badass", riportandoci nel mondo sognante delle anime inquiete, ove tutto è dominato dalla regola fondamentale: sesso droga e rock'n'roll. Queste piccole mele avvelenate riescono dunque nell'impresa di donarci un qualcosa che valga la pena ascoltare, tre minuti e mezzo di salto nel passato, di stile di vita decadente e tanto amato dal vecchio quartetto, che suona però come di una qualità nettamente inferiore. In questo caso, però, abbiamo finalmente un ritornello meglio delineato, che si lascia almeno in parte canticchiare. Sicuramente un pezzo che cantato dal  vecchio biondo-platino crinuto avrebbe dato un altro effetto. L'assolo torna a sapere di spensierati e luccicanti anni ottanta, ma fa in fretta a terminare. L'ex cantante degli Scream ci prova anche a dare un "effetto Neil" ma assolutamente lo sforzo non viene ripagato. Gli urletti con il quale termina questo brano sono in effetti poco credibili e non sono in grado di dare alcuna carica. La tematica e l'impegno ci fanno almeno pensare che qual cosina di buono si possa ricavare da un album che forse non sarebbe nemmeno dovuto essere comprato, non fosse per lo specchietto per le allodole che forte e a caratteri cubitali campeggiava sulla copertina.  Un ritorno ai tempi passati in cui alcool, droga, overdose, battaglie e rock'n'roll erano all'ordine del giorno. La musica era l'unico elemento piacevole per sfuggire alla "fanghiglia" della quale la vita rischiava di impantanatsi. Tutti li amavano, i nostri Motley Crue, e loro erano così dannatamente belli. Già il semplice fatto che questo venga cantato da Corabi non ha un aspetto credibile, non certo parlando di "estetica", ma proprio perché egli non rispecchia minimamente il personaggio di Vince Neil, il quale invece ha vissuto tutto quello di cui parliamo.  Si descrive una vita sgangherata e al limite dell'ammissibile, passata sniffando e sparandosi di tutto in vena, ma ci tengono a ricordare che quei tempi siano finiti, e rimarcano il fatto di aver trovato ora una sorta di pace. I MotleyCrue rimangono però ancora un punto fermo, da amare, ed a renderli creativi, per loro, è proprio il fatto di essere incazzati e di volersi riproporre. Ancora si sentono forti imbattibili, pronti a causare nuovi guai e disastri, ed è con questo concetto che  chiuderà l'ultima strofa. Metteranno tutti in ginocchio, se solo ci si azzarderà a sfidarli. La track seguente, "Hammered", parte decisamente hard e con dei riff densi e potenti, dotati di un sound ascoltabile, meno caotico di altri pezzi. La mano di Mars, in questo frangente, è la solita che abbiamo imparato a conoscere, ancora più chiara che in altri frangenti. Tommy Lee si presenta in maniera ben definita e suona senza mai prendersi spazi che non gli vengano concessi, insomma un drumming composto che non cerca mai di strafare. Una prova onesta e precisa, senza sbavature e senza eccessi.  Anche questa canzone ricorda un po' i tempi passati, quando si potevano intravedere tra i luccichii alcuni suoni cupi e arrabbiati, forse più nei primissimi lavori. Ma gli ingredienti mescolati ora sono troppi, e non si può in effetti ricondurre troppo a composizioni passate, tanto più che la rabbia degli esordi è diversissima da quella odierna. Anche in questo caso i nostri si dilungano in più di cinque minuti, la tortura dei neo Motley Crue sembra infinita. Una pena che ci vogliono infliggere pensando invece di stare facendo un grande passo in avanti. La voce di Corabi è sempre molto bella, espressiva, ma non sa adattarsi ad ogni intento da parte dei Crue. Egli ha il suo stile,il suo marchio, cerca di impegnarsi in urli sicuramente sentiti e talvolta gutturali, rimanendo però sempre su toni bassi. Sicuramente la musica è diventata più curata e complessa ma decisamente anche meno semplice da comprendere, soprattutto sulla base di quello a cui eravamo abituati. Il pezzo si trascina molto per le lunghe anche in questo caso, distorcendo in effetti quello che poteva essere considerato un pezzo piacevole se si fosse fermato allo standard dei 3 minuti. In questo caso, le liriche vogliono passarci il messaggio di una sorta di giustizia finalmente arrivata e che si abbatte su quelli che si credevano furbi e "speciali"; una giustizia intenta a segnare la fine di un tempo che fu splendente. Queste persone spietate e saccenti (si fa forse riferimento ai "manager" o comunque a varie figure del music business), che tutto potevano, hanno distrutto i nostri molto più dei loro vizi e la loro fine non è che un grande affare, per tutti coloro che saranno pronti a lucrarci su. I concetti che vogliono passare sono di nuovo di sfogo e cattiveria, rabbia repressa e ora riversata su questi particolari personaggi un tempo sentitisi grandiosi e onnipotenti grazie ai soldi, e che ora hanno subito un tracollo mostrandosi fragili e appunto "battuti". Non restano che persone viscide che loro vorrebbero veder morti , dei "tossici con le carte d'oro che baciano il culo dei soldi, degli sciacalli reali che cercano di succhiare il passato". Ma finalmente il loro tempo è passato, si sentono depressi, stanchi, ed abbattuti e i Crue propongono crudelmente la soluzione del  suicidio, insomma, è veramente ora che se ne vadano siccome ormai non sono altro che "scimmie sulle loro spalle". Alla traccia numero otto troviamo "'Til Death do us Part", "finché morte non ci separi", il titolo promette bene e quando andiamo a sentirla rimaniamo piacevolmente colpiti da questo arpeggio delicato e blueseggiante che ricopre i primi secondi,  attorniato solo da silenzio. Andranno allora ad inserirsi, all'incirca al ventitreesimo secondo, dapprima la batteria, secca e delineata, ed in seguito una seconda chitarra con all'unisono il basso di Nikki. Gli elementi ci sono quasi tutti, e non appena John attacca la canzone prende un sapore ancora più triste, che sa di notti passate in un deserto nel sud degli Stati Uniti, in mezzo a terra seccata dal torrido sole e ora sollevata, ad avvolgere solitudine e pensieri pesanti. Una traccia che niente ha davvero a che vedere con il passato ma che riesce a dare una bellissima sensazione di piacere all'ascolto. La voce sembra avvilupparsi amorevolmente al nostro io più profondo, accompagnato da questo sound addolcito dallo slide di Mick. L'assolo intorno al quarto minuto è di una delicatezza pungente, unito a qualche bacchettata di Tommy che lo fa diventare quasi irrequieto, fino al raggiungimento di nuovo di Corabi. La canzone si concluderà dopo 6 minuti e 4 secondi di atmosfera complessa e intima, terminando in maniera scoordinata e portata a sfumare tra le urla del nuovo cantante. Si tratta di una riflessione, in effetti, un esame di coscienza, un'ammissione dei propri errori dettati, volenti o nolenti, dal proprio temperamento, che sempre asseconda e ama, e si basa sull'accettazione della verità. Si parla di un amore, di passione senza nominare mai nessuno di fisico, non un anima gemella, tant'è che fa pensare che venga fatto riferimento alla vita, un messaggio di auto-giustificazione, di presa coscienza, un delineare la strada percorsa in maniera lucida, un passato creato sulla base di un carattere dinamitico. "Le parole possono fare male e io posso aver pestato i piedi a qualcuno, ma io sono mezzo morto e mezzo vivo e nonostante tutto io vivo nella verità, finché morte non ci separi." Una dichiarazione d'amore nei confronti della vita ed una sorta di volontà di andare avanti, nonostante magari qualche dramma appena passato. La traccia successiva è sempre improntata su un sound "sudista" di sottofondo, pur avendo connotazioni molto più heavy rispetto ai classici. Tornano anche i campanacci di Lee a tenerci compagnia e il ritmo è decisamente più sostenuto rispetto ai pezzi trovati nella appena passata metà dell'album. Il titolo di questa piccola bomba è "Welcome to the Numb", e finalmente ci si riesce a sciogliere un po'. Le chitarre sono fresche e frizzanti, si sentono le dita muoversi veloci, con uno spirito finalmente più positivo e propositivo ed accattivante, e questa sensazione si può evincere fin dai primi secondi. La canzone inizia con rumori e fischi disturbati che escono dagli amplificatori prima ancora di suonare una sola nota, in un crescendo che sboccerà in vero delirante e potente alternative rock con una grande alternanza di elementi, anche derivanti da stili diversi. In parte sincopato nell'andamento, mantiene una grintosa linea di base. Come al solito, in questo brano il ritornello è un po' mascherato ma tutto sommato quest'ultimo si lascia apprezzare maggiormente, rendendo il pezzo interessante. Assolo veloce e felice, acuto e frizzantino, situato ai tre quarti della lunghezza di questa nona traccia. Insomma un brano piacevole, che riesce a colpirci e che costituisce un altro piccolo momento dal quale trarre un po' di soddisfazione. "Aspettare un bacio da una bomba atomica" è il primo concetto che balza al'occhio, una metafora che indica una situazione difficile da gestire, nella quale ci si ritrova con le spalle al muro, ma tutto sommato la sensazione è piacevole. Una canzone al limite della follia, confusa, frenetica, dove si rischia di perdere la testa ma si resta soddisfatti di ciò. Il piacere che scaturisce l'intorpidimento ed dal non sapere cosa fare e come muoversi. Ci danno un benvenuto, perché in fondo ne siamo tutti parte. La canzone parte con il dipinto di una realtà tragica, portata dalla società in cui si vive. Con le spalle al muro la situazione è ovviamente critica ma questa condizione a volte non dispiace. La disperata ricerca della verità,  è quello che ci crea confusione , visto che intorno tutto pare essere bugia. La realtà alla fine è composta dal nostro modo di vedere le cose e l'intorpidimento è la condizione base in cui ci fa ritrovare questa società, portandoci al limite, quasi sul punto di poter impazzire. Essere "confusi" è il modo migliore per approcciarsi a questo mondo così difficile e menzognero, per cui, tanto vale essere orgogliosi di trovarsi così "intorpiditi", non necessariamente sotto effetto di droghe ma solo consapevolmente "folli", desiderosi di evadere dallo status quo, respingendo la Vita di tutti i giorni. Il pezzo che fa seguito è dedicato alla perdizione. "Smoke the Sky", "fumati il cielo", un vero e proprio inno alla marijuana, chiaro ed esplicito fin dal titolo. Ritmo veloce e caratterizzato da un bellissimo giro di basso, ritmo frenetico e "fulminante" da lasciare abbagliati, batteria tutto sommato meno potente degli strumenti a corda, voce urlata al punto giusto. Effettivamente è presente un bel riff ad accompagnare questo pezzo, (dal quale inoltre hanno tirato fuori anche un videoclip) ed i nostri ci dimostrano che sanno donare ancora un po' di carica pur non avendo il sapore dei 10 anni passati. Duri e concreti, dove Mick Mars dimostra di essere sempre un maestro. Si incastrano e si fondono in una splendida atmosfera e armonia dettata dai diversi elementi derivanti da diversi generi musicali. La voce arrabbiata e urlata amalgama il tutto e si presenta come la famosa ciliegina sulla torta. Ovviamente, non essendo quella di Corabi una voce acida e stridula come quella del nostro vecchio Neil, rende in maniera diversa rispetto ai lavori che precedono "Motley Crue", come già ampiamente detto, e forse questo pezzo avrebbe giovato dei vecchi stilemi vocali. Gli assoli che sopraggiungono intorno ai tre quarti della canzone sono sensazionali, danno veramente idea di una sorta di tensione, di alto voltaggio, che ci tiene col fiato sospeso e ci dà piacevolissimi spasimi allo stomaco. "Smoke the Sky" termina poi con un urlo represso e prolungato di John mentre gli altri strumenti chiudono in maniera netta. Come dicevamo prima, il testo della canzone fa riferimento a questa droga leggera, menzionata in modo quasi palese, passando messaggi sostenuti da razionalità e storia, con un retrogusto sicuramente agguerrito. Nella prima strofa si fa riferimento a figure importanti del passato che ne hanno fatto uso e nella seconda strofa si vanno ad esprimere gli effetti di questa sostanza, ovviamente con l'intento di supportarne l'utilizzo. "Marco Polo l'ha chiamata 'il paradiso' ed anche Socrate l'ha aspirata", con effetti di dilatazioni sensoriali, di libertà in una sensazione di apertura mentale, con un soffio di speranza, di infinito.. un po' come fumarsi il cielo, dopo tutto. Proseguendo troviamo "Dropping Like Flies", spalmata lungo altri sei minuti e venti di musica. Un pezzo decisamente più ritmato e meno caotico, in cui la batteria gioca un bel ruolo, accompagnata da una voce poco appariscente e chitarre che quasi sembrano solo accompagnare. Prende effettivamente una sembianza ronzante, subdola, ma che osserva con grandi occhioni scuri, senza dare comunque grandi input. Intorno al terzo minuto si prende ad arpeggiare, con qualche battito di tamburo e poi un assolo elettrico. Niente di entusiasmante, un altro perpetuarsi e perdersi in note che non sembrano avere chissà quale finalità e necessità di esistere, se non l'essere "alternative". Arrivati a questo punto sembra quasi di diventare un po' insofferenti al modo di cantare, ed il tutto ci lascia un alone di noia, con un'estrema esigenza di saltare brano. Proseguono distorsioni fino ad arrivare finalmente al quasi settimo minuto, ma fortunatamente la lasciano morire un attimo prima. Il testo è come le altre canzoni di questo "Motley Crue", ovvero piuttosto elaborato e sempre impostato su toni cupi, di perdita, di lotta sommessa e di disprezzo.  Nelle strade si trova solo più disperazione, anarchia ed uno stato di assedio, dove non resta più niente da salvare e il futuro è definitivamente compromesso.  Saggiamente ci suggeriscono che l'odio che si prova non fa altro che alimentare il presente ad avvizzire e deteriorarsi, la situazione è tesa. Loro hanno già vissuto rivoluzioni e sovente non hanno portato altro che ulteriore catastrofe, pregiudicando  in maniera ancora più drastica il futuro che si poteva ancora sperare. Non c'è più speranza e niente di "sacro" è rimasto. Ci tengono a dire, poi, che non sono qui per salvare il mondo di nessuno ma comunque il loro non rimarrà identico a prima. Insomma, un'ambientazione che non suona  affatto nuova. L'odio cresce e ci mangia, spingendoci alla deriva, in più scorrono e dilagano malattie e polvere da sparo. Solo più morte, solo questo ci si può aspettare. Stiamo tutti cadendo come mosche, questa vita ci sta letteralmente schiacciando. La dodicesima ed ultima traccia della prima versione porta il titolo di "Driftaway", ovvero "alla deriva". Si parte con un arpeggio in effetti simile a molti altri, tono malinconico che viene poi raggiunto da qualche piatto vibrato di Tommy e la voce di Corabi altamente melodiosa e pensante. Le parole sono parecchio evidenti e ben scandite, ben cantate e sicuramente con la voce di un livello molto più tecnico e sensato rispetto a quella maggiormente improvvisata e più genuina di Vince. Un pezzo delicato e piacevole, che scorre e si lascia amare pur non essendo niente di così originale. Uno zuccherino al retrogusto di tristezza, che dopo la prima strofa sembra debba prendere un'altra parvenza, sembra dover diventare più aggressivo, invece solo si carica di pathos spingendo un po' di più l'elettricità della chitarra. Ogni tanto, lungo la sua durata, il pezzo prende infatti delle rincorse che lasciano pensare ad una svolta e invece rimane sullo stesso tono, caricando semplicemente di energia qualche strumento. Anche Tommy si anima un po', seguendo l'anima creativa di Nikki. Mars si lascia andare in un assolo non troppo dispersivo ma sempre elegante.  Dopo quasi 4 minuti la canzone si chiude con una voce più arrabbiata, che graffia un po' i sensi fino ad ora solo repressi e abbattuti, come a dare un incoraggiamento al risollevarsi. Ci trattiene e ci abbandona sfuggente, quasi un  invito a non pensare più ai nostri guai. Il testo è molto conforme al modo di pensare dei "disadattati" della nuova corrente che si stava facendo spazio senza alcuna fatica, incoraggiata e supportata da tutto il disappunto e la voglia di ribellione dell'adolescenza degli anni '90.  I nuovi Motley Crue si mostrano ora più umani, esseri che hanno sofferto, che sanno razionalizzare e soppesare, e che addirittura sanno fare un passo indietro, discostandosi dalla tela di eccessi in cui hanno dipinto con smania, spinti da ardore senza fermarsi mai, in un impeto lungo 10 anni se non più. Si fermano dunque a guardare  per valutare che cosa ne abbiano cavato. "Guardo allo specchio e non so chi vedo, fumo un'altra sigaretta e un sorriso trattiene le lacrime. Piena di questa contraddizione sembra essere la mia vita".. il protagonista chiude gli occhi pensante e si sente andare alla deriva. Ma chiudendo gli occhi può e sa anche fantasticare, sa in questo modo di poter fermare la pioggia, scivolare ancora ma forse atterrare finalmente su una stella. Gli errori che ha fatto gli ricordano ogni momento le strade sbagliate che ha intrapreso, non trova risposta alle domande che continua instancabile a porsi.. tuttavia, trova la forza per andare avanti, essendo conscio di essere un uomo nuovo. Ha sbagliato, gli fa ancora male, ma questo non gli pregiudicherà un futuro felice.  Un pezzo dal quale volentieri ci si lascia cullare e un po' tutti possono immaginarsi.


Bonus Track "Remastered Edition 2003"

Volgendo verso la fine dell'album ci imbattiamo in "Hypnotized", cambiando nettamente umore rispetto al brano ascoltato un momento fa.  Si parte di bacchette decise e sembra quasi che un fulmine elettrico si scagli sulle nostre teste, presentandoci un brano pieno di pause che prevede incastri di strumenti che non scorrono esattamente lisci ma ci lasciano in balia di un bel groove. Aggressivo, heavy per certi versi, forte e stimolante, forse l'effetto è dato anche dal basso livello di coordinamento tra i vari strumenti. Sicuramente particolare, notabile anche se comunque non eccezionale. Un'alta mescolanza di sound rende il pezzo forsennato e non subito afferrabile, cantato decisamente poco rispetto al resto dell'album, ma più incattivito, dove si trova ben poco di una situazione ipnotizzante, a discapito del titolo. Scombinato ed inquieto, questo è il percepibile a livello non razionale. La parte razionale invece ce la darà il testo, che a dispetto delle altre canzoni basate su questa argomentazione, non sa per niente di leggerezza. Un suono dunque così "confusionario" accompagna parole quasi suggerite da attimi di flusso di coscienza, dai deliri riconducibili all'abuso di droga ("sotto la tua pelle, lo senti scivolare nelle vene, ho una brutta abitudine, lo faccio sempre di nuovo"), mentre in realtà si tenta di parlare dell'estasi data dalla musica e la sua tremenda potenza, che va sempre più nel profondo fino a diventare l'amante preferita, lasciando sempre come paralizzati. La musica che ipnotizza,  che ci trascina nel suo mondo lussurioso, dove si ricade dopo aver dormito la prima volta con il ritmo. Un richiamo molto più che potente, che assolutamente dà dipendenza e dal quale non c'è speranza di uscirne. Il pericolo comunque rimane "un must". Conoscendo i trascorsi della band e comunque tenendo fede alla loro nuova idea di "pulizia", comunque un testo fortemente ambivalente. La penultima traccia è intitolata "Babykills". Un pezzo da camicia di forza che finalmente in tutto e per tutto ci fa ricordare i nostri idoli. Un rock'n'roll sbarazzino, in grado di far esaltare anche gli increduli, tornando in parte ai tempi che furono, vivaci e divertenti. Chitarra sincopata lungo tutta la traccia, una traccia che ci tiene allegri e a questo punto ci fa sorridere compiaciuti, anche se il pezzo è sicuramente percepito come fuori dall'album, una bonus track o una di quelle traccia fantasma che sbucano dopo mezz'ora dall'ultimo brano. Un brano considerato forse non all'altezza di far parte della tracklist ufficiale ed invece eccoci qui, a tenere il tempo battendo il piede per terra e muovendoci a ritmo. Un brano dinamico, dinamite, che avrebbe sicuramente potuto risollevare (aggiungendosi ad un paio di altri buoni episodi) un disco che comunque ha voluto per forza inglobare nel suo sound un'atmosfera cupa. In questo brano sentiamo quella carica tipicamente Crue, quel sound che avrebbe veramente reso felici i fan.. eppure eccolo qui, relegato ad una bonus track. Anche il testo appare molto più superficiale di quelli ascoltati in precedenza e si, anche di questo, ne sentivamo assolutamente il bisogno. L'inizio, come il finale di questa traccia, sono dati da voci dei componenti che parlano ridacchiano, lasciando percepire confidenza e condivisione di attimi folli ed allegri. Infatti, questa "Babykills" parla di cose che possono suonare come poco impegnative, anche se in effetti qualche accenno a qualche argomento importante viene messo in mezzo, per farci considerare anche quel che sovente si nasconde dietro alla leggerezza apparente. "Lei è una rivoluzione, anarchia all'inferno su tacchi alti. Le sue labbra stanno dicendo 'caos' ma i suoi occhi sono blu come il mare" . E poi ancora questa ambivalenza, "ho visto fiori e lame tra i suoi capelli, creando casini proprio con la sua innocenza" . Una Lei dunque molto pericolosa e seducente allo stesso tempo, una femme fatale che sa far male ma al contempo sedurre in maniera implacabile. Lui è conscio di tutti questo, ma lei lo fa sentire bene, avendo al contempo sapore zuccherino e piccante, si veste da ragazzina della scuola, ma ho delle unghie avvelenate, è cosi, assolutamente ingannevole,  la sua "Miss BabyKills", che fin dall'inizio, con tutto se stesso, sapeva avrebbe amato. L'ultimissimo brano di questo lunghissimo "Motley Crue" è intitolato "Livin' in the Know". Appena si sente il suono della chitarra ci concediamo di far partire dei brividi lungo tutta la schiena. Oh sì, è uno stile che ricorda molto il blues rock n roll di Jimi Hendrix, quello che qui notiamo. Per la precisione, sembra tratto da brani come l'immortale "Voodoo Child", solo che il tutto è reso in una versione più "metallara", essendo anche passati 30 anni dal grandioso ed innovativo sound che ci portò il grandissimo Jimi. Tutto molto più elettrico e veloce, per essere prontamente accompagnato da un Tommy Lee impaziente e davvero carico, finalmente tornato ad essere il "T-Bone" che tutti noi abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. Corabi canterà questa canzone con uno sprint diverso dal solito, ricordando abbastanza da vicino voci come quella di Spike dei London Quireboys, differenziandosi forse per un'impostazione un tantino roca e qualche sospiro qua e là. L'assolo propostoci verso la metà del brano è squillante e perfetto, ci introduce ad un inciso di calma, dove maggiormente si possono percepire il vibrare dei piatti, poi un urlo scompaginato di John ed ecco che ritorna Mars in evidenza, scorrendo e pizzicando le sue corde con il suo unico inconfondibile stile. Il tutto finisce in una gran bella confusione e in maniera in effetti un po' sconclusionata,  in cui gli ultimi secondi sono solo riempiti da un urlo protratto e a sfumare del nostro nuovo Corabi. Altro pezzo che avrebbe alzato non di poco le sorti di un disco riuscito nemmeno solo a metà. Si parla in questo caso di consapevolezza e di come si vive con la lucidità che ci "alita sul collo". Vivere sapendo le cose ed essendo consapevoli porta facilmente alla pazzia, o comunque, nel caso dei nostri quattro amici, apre la via per l'inferno. Nonostante tutti gli dicano cosa sia meglio fare, loro se ne fregano e  fanno ugualmente quello che vogliono, anche se questa consapevolezza li sta portando molto vicino all'esplosione. La vita è un piccolo naufragio ogni volta, dove tutti si sentono in dovere di dire cosa sia meglio e giusto fare.. e fondamentalmente solo si avrebbe bisogno di un po' di pace. Altro messaggio potente è l'impotenza nei confronti degli avvenimenti del mondo e sembra quasi che l'essere su questa terra significhi solo percorrere la strada dritta verso l'inferno. Il quesito a questo punto il quesito si fa chiaro: "quanto è bello e positivo vivere sapendo la verità sulle cose?". Molto meglio illudersi di poter fare ciò che si vuole, non curandosi della verità ma cercando di vivere in dolci bugie dettate dall'impulsività e dalla volontà di provare sulla propria pelle il pericolo.

Eccoci quindi al terminedi questa nuova avventua. Arrivati a questo punto, il nostro avventuroso viaggio non ci sembra nemmeno più tanto spiacevole. Ma, tolte le ultime due tracce, le quali proprio sembrano avere un'altra impronta, facendo un punto generale, questo disco non era assolutamente quel che avremmo voluto sentire. Analizzando qualche elemento per poter trarre una conclusione più razionale, possiamo innanzitutto osservare che Mars non aveva mai interagito con un altro chitarrista prima d'ora e la cosa può sin da subito suonare come uno scompenso anche per i fans, abituati al solo lavoro del master mind della sei corde. Le tracce sono tutte veramente molto lunghe e ripetitive, complesse e dallo stile radicalmente modificato. Il regime di ripulita, poi, li costrinse a prendere coscienza di tante cose (il dover assumere un approccio differente, meno scanzonato e più "serioso", ad esempio) e l'impegno che donarono a questo lavoro, con l'alta concentrazione di novità che inserirono in questo album-rinascita, non fu assolutamente ricompensato. Questo nuovo trend più vicino ad un alternative metal fu duramente criticato, ed a parlare furono anche dati oggettivi, in quanto effettivamente questo disco debuttò alla numero 7 della billboard (probabilmente a causa del fatto che tutti si aspettassero un grande ritorno di dissolutezza e invece si trovarono tra le mani questa nuova immagine identificata dalla stessa azzardata etichetta), per poi scivolare ben presto fuori classifica. La delusione, in questo caso più che mai, si può dire che si potesse tastare. È un po' come se avessero accordato se stessi alla furia grunge che si stava espandendo, e non avrebbero dovuto farlo. Diciamo che, se proprio di crescita necessitavano, quest'ultima sarebbe potuta passare per binari diversi e più fedeli alla loro vera indole. Insomma, questo "Motley Crue" fu un lavoro molto chiacchierato, un flop clamoroso, ma ancora più triste fu il fatto che lo auto-intitolarono, ingannando i seguaci, facendo quasi intendere un grande ritorno sulla scena con una conferma di quel che erano, non di certo lasciarono pensare ad una rinascita sotto altre vesti. Sicuramente nel frattempo il clima musicale era molto cambiato con l'avvento e l'affermazione del grunge, che distrusse tutta la frivolezza sul quale erano basati gli anni dell'hair. Come castelli di carte, caddero tutti questi artisti che basarono sulla vanità e l'apparenza la loro carriera, per essere rimpiazzati da giovani arrabbiati e insoddisfatti che volevano solo esprime il loro rancore e dell'immagine si curavano ben poco. Tutto diventò improvvisamente molto più profondo e i Motley Crue scanzonati in qualche modo stavano morendo. Un po' a causa loro, e in parte a causa del modo che stava muovendo una rivoluzione artistica, con i giovani che adoravano icone come Cobain, tristi, pensose e con camicie di flanella e jeans strappati, piuttosto che capelloni tutti lacca, spandex e brillantini. Questo album fu un cambio totale di rotta che i Crue, con il loro smisurato ego ed autostima (questi lati per lo meno non cambiarono..) pensavano avesse potuto essere una rinascita tutt'altro che negativa, pensando di poter fare ciò che volevano per il semplice fatto di essere i MOTLEY CRUE. Invece, questo stile non fu abbracciato da nessuno, né da fans né da critica, il che li portò a rinnegare ben presto questa loro parentesi, ri-accogliendo Vince e quindi invitando il buon Corabi a proseguire per la sua strada . Un album comunque sufficiente, ma che suona tutto fuorché Motley Crue.

1) Power To The Music
2) Uncle Jack
3) Hooligan's Holiday
4) Misunderstood
5) Loveshine
6) Poison Apples
7) Hammered
8) 'Til Death Do Us Part
9) Welcome to the Numb
11) Droppin the Flies
12) Driftaway

Bonus Tracks "Remastered Edition 2003":

13) Hypnotized
14) Babykills
15) Livin' in the Know

correlati