MOTLEY CRUE

Generation Swine

1997 - Elektra Records

A CURA DI
TATIANA MADLENA
03/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Anno 1997, tre anni dopo il chiacchieratissimo "Motley Crue", ecco che ci riprovano. Una volta avremmo detto "ritornano", ora invece diciamo che "ritentano" la fortuna dopo il cambio di rotta musicale e il conseguente declino a livello di fama. I seguaci che dapprima cercavano il tipo di trasgressione che apparteneva solo a questo esagerato e stravagante combo, e vedevano soddisfatte le loro inclinazioni attraverso i nostri Motley Crue, seguendo e ritrovando nelle loro "gesta" tutto ciò che mai avrebbero potuto e mai avrebbero osato fare, si erano a ragione recentemente ricreduti. Ma eccoli ancora qui, dopo trentasei mesi a ripresentarci un'altra formula: innanzitutto, fondamentale fu il rientro di Vince Neil alla voce, dopo aver cacciato John Corabi che militò la lunghezza di un album e un po' del conseguente avvenire, tant'è che diverse canzoni del disco successivo furono composte anche dalla mente creativa di quest'ultimo, che non esitò poi a chiedere dei risarcimenti. Il suo nome compare comunque tra i musicisti aggiunti ed è menzionato come co-autore di alcuni brani della tracklist che oggi ci apprestiamo a recensire. Dicevamo, però, del gruppo. Vince rientra spavaldo dopo essersi/ essere stato allontanato nel 1992, anno dal quale in poi intraprese una poco fortunata carriera solista, e alla richiesta di riammissione al gruppo non poté che accettare. Ovviamente, ora si necessitava di nuovi arrangiamenti che vedevano il reintegro e l'adattamento delle attitudini dell'originare singer, aggiustando le canzoni ormai composte su un'altra base. Ma andando ora  a parlare più prettamente di questo nuovo lavoro, "Generation Swine" (titolo già ad alto impatto), dalla copertina si può evincere come, ancora una volta, i nostri si siano evoluti (in meglio o in peggio non si sa, e ovviamente dipende dai gusti personali improntati sul proprio viaggio di ricerca), e fuori d'ogni dubbio, cambiati. Basta capelli cotonati e motociclette, sembra quasi si siano impegnati a prendere un po' a cuore le sorti del paese criticandone il sistema, considerando anche come questa fosse una tematica tanto cara alle nuove generazioni, che iniziavano a ripudiare tutta la sfarzosità e la vanità proprie dei glamsters, proprio perché i problemi reali diventavano sempre più seri, al di là delle feste e dello "sballo". Questa cover ritrae quattro persone in giacca e cravatta, che si possono ricondurre alla "sola apparenza e niente morale" della classe politica, caratterizzati inoltre da teste di maiale, su uno sfondo costituito da una bandiera americana. Insomma, i Motley Crue ci presenteranno tematiche più profonde ed impegnate proprie di altre correnti, lontane dall'Hair e Glam Metal anni '80.

Find Myself

La prima traccia di questa "Generazione Suina", "Find Myself", ha già sapore di fuoco d'artificio, di grande ricomparsa. Dà l'effetto di una di quelle attese così lunghe che, non appena giungono al termine, l'unica reazione possibile da avere è quella del pianto di gioia: il tanto atteso ritorno di una star, in questo caso. Quando si sente la voce di Neil vengono davvero le lacrime agli occhi, era proprio questo il suono che ci mancava, che tanto avevamo bramato e con il cuore colmo di tristezza avevamo dovuto a forza salutare per accettare il nuovo Corabi. A rendere tutto così entusiasmante, bisogna riconoscerlo, è anche il ritmo che letteralmente "su misura" i Nostri hanno costruito per questo grande ritorno, facendo prendere alla musica una piega ed un'inclinazione spaventosamente perfette, come se la magia e l'alchimia fra i quattro Crue originali non fosse mai cessata. Inizialmente, in questa "Find myself", possiamo notare una particolare impostazione vocale, che ci evoca gelo e distacco nonostante il timbro caldo, un impatto che ci suggerisce inquadratura e macchinosità, ma sarà proprio contrasto (che andremo a scoprire da qui a poco) a farci "illuminare" letteralmente. Quindi, andiamo con ordine. Prima di partire con gli strumenti, si sente una voce ferma e vibrante di rabbia, roca, che urla "DESTROY!", e tutta questa prima parte dalla voce impostata che menzionavamo qualche riga fa è da ricondurre a Nikki Sixx, il quale in questo frangente spara giudizi dal chiarissimo tono di degrado. Ecco che iniziano ad uscire suoni dagli amplificatori, confusi, dal marchio alternative, industrial, molto diverso dai Crue ai quali loro stessi devono essere riconoscenti per la fams conquistata negli anni. Come sottofondo a questi caotici suoni sembra di percepire risate diaboliche che si intrecciano subdolamente al sound disperato, che si zittiscono a seguito per lasciare spazio al vero fascino del male. È come se quest'ultimo venisse richiamato a saldare anime sofferenti, parlando infatti di droga utilizzata ai fini di guarigione e sollievo dal male scaturito dalla sensibilità, una ricerca di se stessi che parte con parole fredde per poi, dopo 30 secondi, esplodere nella voce che più eravamo ansiosi di sentire, quella di Vince Neil. Un ritorno da star che percorre la gradinata ricoperta da un tappeto rosso, il quale porta dritti in braccio al pubblico famelico. "I AM A SICK MOTHER FUCKER!!!!" ..Sono finalmente tornati. Il cuore palpita, lo stomaco ribolle e gli occhi si inumidiscono di gioia. Il ritmo tenuto da Tommy accelera intorno al quarantesimo secondo donando infatti al ritornello un tempo più veloce e cadenzato, facendo sembrare questa canzone un continuo cambio di struttura emotiva, come una voglia irrefrenabile di donarci fin dal primo momento già tanto e tutto. Vogliono farci dimenticare e ricredere, come se il soffocamento di quella vena artistica non fosse mai esistito.  L'andamento della caotica canzone è sempre dato da un'alternanza tra Sixx e Neil, circostanza che rende questa canzone perfetta come "secondo debutto".  Si tira un sospiro di sollievo. La paura del disastro già toccato con mano col precedente in "Motley Crue" era davvero tanta ma sembra fortunatamente evitata. Per gran fortuna nostra e loro, sanno ricrearsi e smentirsi, rinascere e stupirci ogni volta. La canzone termina dopo due minuti e quarantacinque secondi in preda a raptus di follia dove si mescolano suoni, voci, e la chitarra di Mick si smorza in un fischio, lasciando in bocca un retrogusto di atmosfera grunge. Il testo è più che mai esplicativo e chiaro, guarda dritto dentro l'anima passando per strade proibite e generalmente trafficate da artisti troppo sensibili. "Devo trovare per me stesso un po' di amore, devo trovarmi della droga, dell'allegria liquida.. Devo trovare me stesso."  Con queste parole si apre la traccia e di conseguenza questo "Generation Swine". Si fa  quindi un elenco che volge al negativo ed al provocatorio, una summa della gran consapevolezza di quel che sostanzialmente si è: pazzi, perennemente sconvolti, consapevoli di essere esempi negativi.. una malattia a ritmo di rock'n'roll. E non c'è nessuno più "impestato", più forte e temibile dei Motley Crue. Devono trovare colla per re-incollarsi, sono degli amanti buttati fuori, degli ubriaconi convinti di essere i più forti. Alla ricerca ancora di se stessi, di amore e di un po' di benessere negli stupefacenti. Il significato lampante della canzone è il ritrovamento e più che altro accettazione di se stessi, anche dei lati negativi che vengono rafforzati dalla propria grinta, ed è quello ciò che da sempre li connota e caratterizza. Ritrovati in mezzo alla droga, al rock'n'roll, ma pur sempre i migliori in circolazione e con la voglia di distruggere tutto. L'autostima non è mai troppa. Questo pezzo d'apertura, giusto per puntualizzare,vede come compositori Nikki, Tommy e Mars.

Afraid

Il pezzo successivo è intitolato "Afraid", composto totalmente dal bellissimo Sixx nonché uno dei due singoli estratti che arriverà a toccare la posizione numero dieci delle charts. Di nuovo più introspettivo rispetto ai vecchi brani dei vecchi Crue, questa canzone entrerà poi anche a far parte del "Greatest Hits" di questa band, uscito esattamente un anno dopo "Generation..". Ad ispirare Nikki nella composizione di questo pezzo fu la sua nuova compagna Donna D'Errico, pensando all'episodio in cui lei scappò via da lui per paura di sentirsi troppo "chiusa" ed oppressa, con la paura di sentirsi come in prigione. Canzone dal ritmo memorabile, profondo, con un giro di basso che fa vibrare l'endotelio dei vasi sanguigni anche solo alla percezione sonora del vibrare delle corde metalliche. Si inserisce poi la batteria, timida e contenuta a fermare questo sound dalle tonalità sofferenti. 3 minuti e mezzo a ripeterci ossessivamente la parola "afraid", proponendo una delle tante accezioni che la paura potrebbe effettivamente avere, quella dell'ossessività. Una canzone almeno per la prima parte dal sound pulito, che sembra impolverarsi solo all'introduzione della voce, dapprima seguita dalla chitarra di Mick ed in seguito, quando tutto diventa più rude  e distorto, viene anche adoperato un effetto che sembra lasciare uno strascico terroso, un'eco che rende spaesati, smarriti e angosciati da questa paura. Le sensazioni che emana vanno proprio a braccetto con il significato di questo brano. Subito dopo il primo ritornello si ha un attimo di silenzio da parte di tutti tranne che da Tommy che accompagna ancora Neil. L'impronta grunge è sempre marcatissima, ma senz'altro in questo nuovo lavoro, la melodia è preservata dal modo inconfondibile del nostro amato singer di impostare ed interpretare le canzoni. Ai due minuti e mezzo di canzone arriviamo allucinati, in preda a sensazioni confuse e un po' poco coordinate anche musicalmente parlando, per poi giungere alla fine dopo 3 minuti e 50 secondi, con la parola INSANE ripetuta e sfumata all'incombere del finale. Ma per comprendere meglio, di cosa ha paura il destinatario di questo pensiero, di questo ragionamento intimo in versi? Ha paura della vita fondamentalmente, poiché baciare, ridere, amare ed odiare fanno tutte parte di questo viaggio, e aver paura di queste sfumature presuppone un freno alla vita stessa. Una ragazza che tenta di scappare da un passato che le va stretto e quel che ne ha di rimando è solamente una paura a godersi attimi che dovrebbero piuttosto essere positivi. Lui accusa, lui capisce che la sua voglia di urlare è solo dovuta alla resistenza al cambiamento in quanto spaventata, e vorrebbe invece che lei "si lasciasse vivere" con più spensieratezza e fiducia nel futuro. Una paura di tutto per un'insicurezza senza rimedio, un dramma che nella sua testa si fa sempre più forte ed assordante, che solo la porteranno ad impazzire. "Another broken pretty thing". Nessuno è salvaguardato da questa follia data dal terrore di vivere, dalla paura dell'ignoto, riflesso da un passato probabilmente poco generoso. Loop mentali dalla difficile via di uscita.

Flush

La terza traccia porta il titolo di "Flush", ovvero "bagliore". Un pezzo che appartiene alla creatività di Nikki Sixx, Tommy Lee e ancora John Corabi, essendo stato scritto prima della fuoriuscita dal gruppo di quest'ultimo. Caratterizzato da un sound cupo e ben cadenzato, ricorda un po' la ripetitività di un pezzo disco. Vince canta ovattato e decisamente in secondo piano, con un andamento che non sembra il suo tipico. Le chitarre distorte scivolano durante tutti questi lunghi minuti che spaccano l'album, che tendono poi ad essere superati e rimossi dalla memoria, non essendo particolarmente piacevoli da ricordare. Come un onda che viene sospinta, la canzone scorre monotona, senza brillare di una particolare luce. Come sovente capita anche questa volta è Mick Mars a variare la tematica altrimenti scialba, al volgere del termine. Sembra di tornare quasi al vecchio  "Motley Crue" (infatti il pezzo fu composto in quel periodo, con la mano di Corabi) dove i brani venivano quasi mandati avanti per una sorta di inerzia, data la lunghezza (5 minuti) e la poca particolarità. Il testo, invece, non è per niente male, trattando umori depressi e strascichi di giorni più o meno felici. "Mi sento da schifo, mi sento marcio dentro oggi". Viene espressa e ribadita la voglia di morire, niente è più tollerabile, vogliono dire addio a tutti con un bacio. "Sono una nave che affonda in un oceano di beatitudine", ed in questa condizione il protagonista si definisce "cieco" nel senso di incapace di vedere quanto di bello può circondarlo, afflitto da una non-voglia, un sentirsi a pezzi , offuscato, quando non si può nemmeno dire che tutto vada male ma nemmeno qualcosa vada bene, tutto senza interesse. Classici sintomi depressivi. La penosa e pesante perdita di vitalità. E l'unica ragione di vita sembra essere una ragazza, ma probabilmente lei non dà stimoli. Tremenda voglia di morire.

Generation Swine

Per fortuna slittiamo alla quarta traccia, ovvero quella che dà il titolo al disco, "Generation Swine", la quale riporta un po' di follia e spazza via la "bassa pressione" del pezzo precedente. Il ritmo è decisamente più spensierato e spedito. Una tendenza al punk e all'anarchia rende tutto veloce e sbarazzino, la voce di Neil si presenta nuovamente conciata diversa rispetto alla precedente anche se di nuovo non è la sua limpida "normale", anzi risulta un po' mascherata da effetti e cori. Confusa ma allegra come il brano che ascoltiamo, una canzone divertente e provocatoria sebbene rimanga comunque distante dai Crue che eravamo abituati ad amare e apprezzare. Un pezzo che sembra volere concludersi dopo tre minuti e mezzo, ma poi si risolleva e ci lascia ancora un po' divertiti da questa sorta di andamento canzonatorio, quasi carico di sarcasmo. Una canzone che tutto sommato sa di classico pezzo in conclusione di un disco. Notabile e disperato anche il vero finale di questa "Generation Swne", in classico stile "nirvanoide": strumenti che ancora grattano nello spegnersi, amplificatori che ragliano fino allo sfinimento, tutto che si conclude graffiando timpani e stomaco. Un gracchiare confuso di strumenti strozza la canzone dopo quattro minuti e mezzo di ritmo scanzonato ed impertinente. Il testo parte spavaldo, "Non mi interessa ora di quello che faccio, perché sono folle, proprio come te. Ogni giorno faccio a modo mio e prendo tutto ciò che posso, proprio come te." Un'autoaccusa che tira però in mezzo la società tutta, definendoci una "generazione suina", dalla quale l'unica soluzione sarebbe fuggire, ma talmente invitanti sono le droghe e dipendenze che ci offrono danno assuefazione, "obbligandoci" a rimanere qui, con il cervello che marcisce giorno per giorno. Una generazione che prende per buono tutto ciò che viene sentenziato ed imposto, sembriamo sempre in fuga ma in realtà ci accomodiamo nei nostri stessi errori. A questo punto non diamo tanto la parvenza di una generazione ma piuttosto di una degenerazione, dove l'unica costante rimane la follia. Siamo proprio come dei maiali, buttati in un recinto a mangiare ed a dormire ogni volta che vogliamo, credendo di fare la "bella vita" quando invece non sappiamo che il nostro destino è un colpo in testa prima ed una visita al forno poi, con un contorno di patate.

Confessions

Il pezzo che fa seguito  è intitolato "Confessions", e prevede la stesura delle parole da parte di Tommy Lee e dal punto di vista musicale una collaborazione Lee-Mars. Benché il testo non sia troppo prolisso ed articolato, la canzone occupa ugualmente i suoi 4 minuti abbondanti all'interno di questo disco. Una partenza stonata caratterizza la traccia, dapprima solo composta dalla voce di Neil e dalle note sconnesse ed ubriache di chitarra. L'andamento non è dei più irrequieti, tutt'altro. Un po' ripetitiva e con niente che colpisca particolarmente, questa canzone sfuma così, senza assoli che siano "tangibili" e memorabili né ritornelli importanti, e nemmeno quel pizzico di innovazione da lasciare qualche solco sul nostro piano emotivo e mnemonico. Ad ascoltare le parole di Neil si desume che la salute mentale sia sempre messa in discussione in gran parte di questo 1997 Crueiano e, a quanto pare, una stabilità mentale labile e crucciata è quello che tiene in piedi questo ultimo "Generation Swine".  In questo caso infatti c'è addirittura la percezione di una voce che ci avvisa di certe condizioni, che arrivano come schegge nell'anima e si conficcano fino a farci penare. Una sofferenza scaturita da verità dette senza remore da una coscienza sanguinante trasformata in allucinazione uditiva, una voce che, per essere ascoltata e presa in considerazione, sicuramente necessita di molto coraggio da parte nostra. Senza altre degne soluzioni, è arrivato il momento di votarsi alla preghiera, mentre guasti e rovinati si va verso il fondo. Le nostre rockstar chiedono un perdono allo stremo delle forze, per i loro peccati. Si sentono miserabili e invocano una sorta di pietà. La canzone si conclude poi dicendo "Don't ya make me go searching for my soul".. ovvero  il loro disperato e miserabile "salvami.. non costringermi a cercare la mia anima".

Beauty

Per fortuna nuovamente si cambia tono con la successiva "Beauty" che, pur non essendo certamente un classico e nemmeno abbia le carte in regola per diventarlo, è un pezzo vario che sa intrattenere l'ascolto, essendo inoltre il secondo singolo estratto il quale, però, non raggiunse mai elevate posizioni, fermandosi alla trentaseiesima. Oltre all'alternanza di andamento, anche qui vi è un incastro di voci che la rendono altamente particolare, seppure non la più bella dell'album, non avendo un ritornello apprezzabile e riconoscibile all'istante. Il tutto suona confuso e rabbioso e si conclude brusco e cattivo. Si parte con bacchette decise di Tommy e poi si inserisce educato il nostro chitarrista. Un gioco di timbri vocali si rincorrere per tutta la traccia ed è quello che appare maggiormente, mentre il resto rimane abbastanza timido e non lascia spiccare particolarmente alcun strumento. Dopo tutta la lunghezza della canzone in tono tranquillo si chiude in modo crudo e quasi cruento. Un urlo straziante strozzato, separa di netto questa "Beauty" dalla successiva "Glitter". Il testo della suddetta "Beauty" è tragico, andando a parare di nuovo in ambiti di dipendenze. La droga, tema fondamentale che si ritrova in particolare in certi generi musicali, e in questo caso tratta di un amore "malato": lui che la ama e la amerà per sempre.. anche se non parliamo certo di una ragazza. La sua caduta avviene tra le braccia della cocaina, che ha deviato la sua attenzione da qualsiasi altra sfaccettatura della vita, per averla tutta per sé. E di nuovo si ritorna al concetto base di tutto il disco, quello che tira i fili, la follia. Il suo amore per la polvere bianca lo ha ormai portato alla solitudine più totale, non può fare nient'altro se non soccombere dinnanzi alla violenta dipendenza che lo affligge. Ne vendono molta, in strada, ed è dunque facile da procurarsi.

Glitter

Finalmente ci si può deliziare con una ballad bellissima, ovvero "Glitter", scritta da Nikki Sixx in collaborazione col celebre Bryan Adams. E si parla, in questo caso, di un amore sofferto, bello e brillante, rovente quanto speciale. Percepiamo una dolce melodia diversa dalle altre canzoni di questo "Generation Swine" e forse proprio anche da tutte le altre canzoni finora composte, si distingue chiaramente l'influenza di un componente esterno alla band, la musica è più armoniosa e compatta rispetto alle altre tracks. Siamo dolci e muniti di cuore romantico qui, usciamo dal seminato, e come lo facciamo bene. 5 minuti e quaranta dai quali si viene cullati, in questa soave armonia. La voce di Vince lega in maniera stupenda, quasi fosse una favola, alla musica delicata ma che sa arrivare in profondità, colpendoci ed emozionandoci. I cori disperati incoronano un testo da bruciore di cuore, ed intorno ai 3 minuti (pur mantenendo il solito andamento di fondo) sembra che il brano cambi in qualche frangente. Una sorta di intramezzo che va a spezzare la monotonia, siccome il pezzo è collimato e legato in un sottile velo che attraversa l'anima per tutti i 5 minuti; togliere qualche strumento per qualche minuto è stata sicuramente un'idea azzeccata, dare al tutto un effetto di "base per karaoke", giusto per interrompere un attimino il monocromaticismo assaggiato finora. Ovviamente a corrispondenza di questo vi è un inciso da parte di Neil, mentre a seguire un assolo dai toni acuti e particolarmente lento e dolce, per poi si ritrovarsi tutti sulla stessa linea precedente. La canzone sta per finire e si inseriscono un po' di "sviolinate" che apparentemente sotto i cori danno un effetto stonato e quasi distorto, da spettri nell'anima dolente. Il testo scritto e curato da questo binomio insolito ma a quanto pare riuscitissimo, parla di una storia nella quale lui è la parte che ama di più e si strugge ed implora per avere il sentimento di lei. Il titolo è "Glitter" ovvero "splendore" e nella prima strofa scritta in prima persona, il protagonista si chiede se quando fanno l'amore lei stia sognando di lui o qualcun altro, e il bacio che si scambiano suona quasi come una bugia e poi le chiede, con il cuore sofferente, di non dirgli che sarà per sempre se poi sa che presto ci sarà un addio. Nel ritornello di questa canzone il protagonista implora di non essere ingannato, e c'è da credergli quando dice che l'unica cosa di cui abbia bisogno sia l'amore della sua bella, Lei, l'unica e l'unica grande passione per lui. Vorrebbe sapere da lei che questo splendore durerà per sempre e la vuole vicino, ad appoggiare la testa dolcemente su lui, ma il loro è e sarà per sempre un amore che va e che viene. Un amore che a volte viene solo guardato dalla finestra. Insomma, un testo fondamentalmente semplice ma che fa di questo brano una bellissima ballad, inserita poi anche nel best dei Crue uscito un anno più tardi.

Anybody out There?

Si può proseguire allora, dopo la precedente canzone stroncata dopo 5 minuti in maniera piuttosto decisa a dispetto della morbidezza dalla quale era caratterizzata, con "Anybody out There?" Ovvero "C'è nessuno là fuori?" scritta dal nostro batterista Tommy "T-Bone" Lee e dal bassista, vera anima dei Crue. Il tono cambia radicalmente e la canzone risulta subito tagliente, rumorosa, un pungolo nell'anima. Il suono va subito a graffiare i nostri timpani, dopo un inizio in ascesa che lascia percepire proprio l'inizio col botto. Il ritmo tenuto dal basso pulsante e veloce di Sixx è chiarissimo: forse uno dei pezzi dall'andamento più sostenuto che abbiano mai scritto. Anche Vince parte subito a cantare ed ogni strumento parte all'unisono nello stesso istante, proprio tutti pronti ad esplodere ed a manifestare insoddisfazione e disagio che proprio non trattengono più dentro lo stomaco. Arrivati al ritornello, però, tutto si trasforma magicamente: si percepisce nell'inclinazione vocale un bellissimo riferimento al classico Rock'n' Roll, di quelli da ballare. I battiti al minuto saranno sicuramente almeno 120, questo pezzo è un'esplosione bellissima di stili diversi. Ci si scommetterebbe sul leggerci dentro qualcosa che sa di r'n'r, qualche traccia di punk "metallizzato" e sicuramente una nota sporcata dal loro nuovo colore adottato in tavolozza: il grunge. La canzone è veloce e come inizia finisce, occupando davvero poco spazio. Fosse stata più  lunga sarebbe diventata sicuramente più pesante da sentire. Il testo appartenente a questa canzone alternative e gioiosa rispecchia esattamente la particolarità già riscontrata in musica, vedendo nelle parole un particolare  binomio dato da tematiche prettamente glam mescolate a sfumature grevi e depressive date da questa nuova corrente di annullamento di ogni forma di positività e divertimento, che anche i Nostri stanno abbracciando.  In accordo con la musica si parla di voler essere più veloci del suono.. Troppo veloci in cerca di un amore o anche solo di un'amante.. Ma andare così veloci li porta fuori tempo, e forse intorno non c'è più nessuno. Morirà, moriranno.. C'è nessuno là fuori? Non possiamo dirlo con certezza. Per la prima volta la "spensieratezza" e la "velocità" vengono messe in discussione a causa dei ripensamenti, dei dubbi e delle paure.

Let us Prey

Si può vivere "al massimo".. ma cosa comporta tutto questo? Alla track numero 9 troviamo allora "Let us Prey", scritta da Nikki Sixx in collaborazione con Corabi, quando ancora partecipava alle varie stesure, non sapendo che presto sarebbe stato cacciato. Un "confusione" tale non si era mai sentita uscire dai Motley Crue: una voce scoordinata su una base confusionaria e ruvida, che prevede un gran mix di suoni, da taglienti a cupi, e che ricorda sovente qualcosa di assimilabile al Thrash, mantenendo comunque le dovute distanze. Caratterizzata da urli sentiti forse più propri del vecchio John, assume davvero un taglio particolare e caratteristico, che non si dica che i Crue non si sappiano re-inventare. Mai stati uguali a se stessi, che siamo piaciuti o no, ogni album aveva un percorso nuovo. La canzone inizia con un buffo riff di chitarra che somiglia al verso di un una gallina, seguito da un suono che per contrasto diventa assolutamente agghiacciante. Fischi e sibili caratterizzano questa strana composizione, il basso risulta in maniera evidentissima, nonostante il trambusto, e Tommy Lee è forse quello che rimane più in disparte.  Gli urli (davvero fortemente "metallari") di Neil sembrano uscire da un'altra ugola talmente potente, talmente lugubre e talmente profonda da non tradire minimamente un passato Glam importantissimo. Una canzone dai toni seriamente oscuri, pesantissima nel suo incedere, di fortissimo sapore alternative nonché dall'andatura a carro armato. "Io sono la ragione per cui le donne sanguinano, ho trasformato il tuo piacere in dolore.. Hai fatto l'amore, ti ho trasmesso l'AIDS". Credo bastino queste prime righe ad inquadrare bene il pensiero astruso della canzone. E poi continua con "la mia infezione ti fa crescere il cancro al cervello", un immagine decisamente delirante e che va a toccare le corde del malessere giocando sul maledetto, sulla lascività alla quale siamo portati ma che molto spesso si rivela una trappola mortale. Il ritornello è semplice, si rivolge alla facile preda e si mira solo a voler costantemente cacciare. La seconda strofa torna sugli stessi temi e toni e dice ancora: "7 milioni  di corpi giacciono morti tra le mie mani, la guerra è stato un gioco fin troppo semplice" e addirittura di parla di predicatori che eseguono gli ordini di questo Male celato nei nostri vizi, servitori che seguono e attuano il suo volere (forse noi stessi). Le parole con cui questa entità conclude questo brano, un quasi Dio mietitore ed onnipotente, sono "suicidio-genocidio" parole le quali messe così ricordano lo "a denial" di Cobain, rimembrando il modo di terminare le canzoni tipico del suddetto artista.

Rocketship

Il tutto si tranquillizza con il pezzo seguente, "Rocketship", che prevede chitarre acustiche e un suono più polveroso, che potrebbe portare alla mente cappelli da cow-boy.. non fosse che, quando si legge il titolo, si va a collocare la canzone in altri ambiti e frangenti, collegando i suoni ad altre immagini, ben lontane dall'ambiente western o comunque southern. Una ballad con nuovamente un Neil che non pare lui. Un due minuti di canzone i cui suoni iniziali sono lunari, spaziali, ricordando per un attimo i famosissimi incipit appartenenti ai cervelli dei Pink Floyd. Si inserisce in seguito la chitarra acustica dal vago sapore "southern", che ben si sposa con il contesto comunque visionario. La voce sembra essere presa da un luogo effettivamente ovattato, come se il cantante fosse, privato della gravità, svolazzante tra le stelle.  I giri di chitarra sono facilmente intuibili, niente di complicato, un accorgimento che rende il brano sublime e semplice al contempo, una canzone strutturata per farci sentire trasportati dentro una bolla, letteralmente, grazie a questo particolare modo di cantare assunto da Vince. Il testo ovviamente è pertinente a tutta l'atmosfera e sensazioni che i Motley hanno magistralmente ricreato. Volare sulla luna, sentirsi leggeri e liberi, con la mente sgombra da insidiosi pensieri. Nella seconda parte della canzone si viaggia ancora leggeri, oltrepassando il sole, dicendo addio a tutto quello che c'è qui, per abbandonarsi e finalmente innamorarsi di un amore veritiero, aggrappandosi saldi ad una stella. Andare, in preda a visioni quasi lisergiche, dalle stelle al sole alla luna, e sentirsi dolcemente innamorati. Un brano che ci toglie dalla realtà e ci fa sentire immersi in una nuvola, in un sogno.

A Rat like Me

La traccia numero undici prende il nome di "A Rat like Me" e torniamo allora a suoni più sporchi e distorti, anche se abbastanza intuibili e ordinati, nonostante il grezzo basale volutamente ricreato. Si parte con chitarre graffianti, due giri di basso e già Vince attacca con il cantato. Una voce composta dà un senso al rumore di fondo, come sempre Tommy è quello che appare meno, ovviamente si sentono maggiormente le chitarre sporche e distorte e solo qualche colpo alle pelli più ravvicinato e sicuro si fa sentire come si deve.. Intorno ai due minuti viene lasciato un po' più di spazio alla batteria, per poi infiocchettare il  tutto con chitarre rancorose che ricordano  il sound della particolarissima "Gallons of Rubbing Alcohol Flow Through the Strip" presente in "In Utero". Altre connotazioni grunge ed altro incedere particolare per questo gruppo che si sta letteralmente rimettendo in gioco, canzone dopo canzone, nota dopo nota. Un risultato non certo da far gridare al capolavoro ma che non passa nemmeno indifferente. Il testo è come sempre riflessivo e provocatorio al contempo. Inizia così: "Puoi sentire il sarcasmo nel mio respiro? Sono una marionetta new-age, drogato fino alla morte" ed in seguito, con il loro tono beffardo, i Motley Crue si ritrovano a dire: "un drogato come me, un miserabile come me, non salverà il mondo". Un testo del tutto sarcastico, che mira a prendere in giro chi li etichetta e li reputa inferiori, senza un cervello e degni di poco interesse. Ogni giorno loro sono a ballare questa danza dei "maledetti", non cambieranno mai nulla, loro, così sfigati, in questo mondo, in questo modo, con la loro musica e parole. Vogliono semplicemente vivere la loro vita liberi da ogni obbligo o catena, non rendendo conto a nessuno dei loro comportamenti o scelte, perché il compito di salvare il mondo appunto non spetta certo a loro e mai gli spetterà.

Shout at the Devil '97

La traccia successiva, ovvero la penultima, in realtà è già molto ben conosciuta. Il titolo risponde al nome di "Shout at the Devil '97" in una versione, appunto, risalente a quest'anno, rivisitata appositamente per il disco. Una canzone "prezzemolina" che si ritrova qua e là nell'arco del tempo scandito dai loro lavori sotto diverse vesti, il loro vero e proprio cavallo di battaglia. Un pezzo in effetti che sa incantare dalla grinta che sprigiona e libera rabbia repressa; uno dei migliori mai scritti dai Motley Crue, anche se tante volte sottovalutato o comunque passato in secondo piano, offuscato dalla luce emanata dalle grandissime e più volentieri ricordate "Home Sweet Home", "Wild Side", "Kickstart my Heart" etc. In questa versione ci appaiono più limpidi e giocano ad esaltare i colori già piuttosto carichi di questa pazzesca canzone. L'intro suona in effetti differente dalla prima esecuzione studio, che, nella versione presente nell'omonimo album "Shout at the Devil", di quasi quindici (di già??) anni prima, era molto più "basic" e  meno curata e levigata. In questa ultima versione si tinge di nuovi suoni "spaziali" che in un crescendo portano all'esplosione della bomba, in contrapposizione alla prima versione in cui vinceva il vibrare di piatti da parte di Tommy e la chitarra di Mars aveva una luce più veritiera. I cori che introducevano il secco "Shout at the Devil" di Neil sono stati eliminati per enfatizzare la potenza di un diretto e malvagio grido del frontman. Un suono più rotondo e carico di sfumature, di piccolezze;  accorgimenti che emergono e risultano, se andiamo a comparare le due versioni, assolutamente apprezzabili. Solamente la voce rimane uguale a se stessa nonostante il passare inarrestabile del tempo sull'ugola di Neil , provata da anni, alcol e droghe.  Accelerata e incattivita, la versione del '97 sarà poi quella inserita nel "Greatest Hits" risalente al 2009. La lunghezza totale rimane pressocché invariata, infatti sono qui 3minuti e 38 contro i 3 minuti e 14 della vecchia song. I cori ora sono veramente poco importanti e quasi impercettibili mentre in un album più ad importa glam avevano certamente un ruolo fondamentale e volutamente più marcato. Infatti, qui i cori finali sono stati definitivamente soppressi e solo strumenti abbracciano il nostro orecchio al termine del brano. Il testo ovviamente non è cambiato di una virgola, essendo già perfetto così'. "Urlare contro il diavolo" è un concetto molto Rock'n'Roll ed al contempo contrastante. Gridare, ribellarsi, combattere a parole e a gran voce è sempre stato un atteggiamento proprio di questa corrente o stile di vita, in genere però si tende ad andare a braccetto col maligno. In questo caso si va contro anche a questa sorta di principio e il concetto rimane sempre decisamente potente e rock n roll. Specifichiamo inoltre che i nostri urlavano ed urlano CONTRO il diavolo solamente perché spaventati da avvenimenti strani e paranormali che si abbatterono sulle loro vite al momento della stesura del vecchio album. "Lui è il lupo che ulula solo nella notte, lui è la macchia di sangue sul palco? Lui è il coltello nella tua schiena, lui è la rabbia!". Fondamentalmente, la "morale" di questa canzone è il ridere e rimanere forti anche nelle difficoltà o nella "stagione della decadenza" come la chiamano loro, esorcizzando le proprie paure.

Brandon

La tredicesima e ultimissima traccia prende il nome del figlio di Tommy Lee ovvero "Brandon". Questo pezzo di chiusura è, tra le altre cose, anche stato scritto (a livello di musica e testo) ed interpretato proprio dal papà batterista selvaggio di Brandon, il nostro Tommy Lee.  Un pezzo che si può tranquillamente estrapolare dal contesto, non solo di questo album, ma tutta la storia dei Motley Crue. Hanno la maggiore strumenti ad arco e pianoforte, che già sappiamo lui sappia suonare, dopo averci incantato con "Home Sweet Home". Un pezzo particolare che scusiamo solo per il fatto che sia una dedica d'amore nei confronti di un figlio, altrimenti lo avremmo catalogato come "fuori-da-ogni-logica-in-un-album-come-questo" indipendentemente dai gusti. Il finale della canzone è anche dotato di grande tenerezza, sentendo chiaramente il suono di un carillon che sa proprio di ninna-nanna. Il testo ovviamente è di un amore sconfinato verso il sangue del proprio sangue, che include anche frammenti di amore romantico citando la madre e dicendo che il vero amore è solo il loro, è tutto racchiuso lì dentro. Brandon è l'unica cosa che l'abbia mai commosso fino alle lacrime e la cosa più bella che fa parte della sua vita. Tommy Lee, il batterista "donnaiolo", che dopo essersela spassata fra modelle e groupie arriva a concepire un brano come questo, colmo d'amore sincero e paterno per una creatura messa al mondo grazie all'amore che lo lega alla sua consorte. Veramente un bel brano, anche se atipico e quasi inserito in "corsa", all'ultimo. Quasi non avesse dovuto esserci.

Conclusioni

Così, con questa canzone strappa-lacrime, concludiamo questo nuovo viaggio non poco criticato e discusso. Nuovamente. Il fatto di essere criticati potrebbe anche essere un gioco dei media, un accanimento dovuto alla scorsa fallimentare uscita, talmente negativa da aver indotto tutti a credere che ormai la macchina targata Motley Crue sia definitivamente ferma e nulla potrà mai portarla a camminare di nuovo, nemmeno un album comunque valido ed a tratti coraggioso. Il fatto stesso che vengano sputate sentenze potrebbe anche acuire la fama dei Nostri (molti gruppi, del resto, hanno reclutato intere schiere di fan grazie alla cattiva pubblicità di giornali e recensioni), da sempre menefreghisti ed interessati unicamente a soddisfare le proprie, di esigenze. Il vero problema è che dopo il giudizio negativo precedente tutto viene dimenticato, qualcosa è cambiato, perché loro davvero non sono più in grado di catturare l'attenzione come fino a qualche anno prima. Non ancora completamente in ombra, ma sicuramente travolti dall'onda di quello che furono, un'onda che lentamente si sta trascinando alla riva per infrangersi sul bagnasciuga. Traendo ora quindi delle considerazioni finali, questo fu un album particolare. Nato da situazioni di spaccature e di crepe già formatesi in precedenza, tra la cacciata di Corabi e il reinserimento di Vince, anche se i rapporti all'interno del gruppo non furono più gli stessi e probabilmente anche rimasero molto distaccati, con la visibile rimanenza di cicatrici coriacee. Corabi prese parte alla stesura e composizione di diversi canzoni e poi si vide bandito, Neil non intendeva continuare a frequentare gli altri componenti e suoi ex amici ma per il bene della fama (o, concedetemelo, probabilmente "leggenda") si vide catapultato nuovamente in veste di super-anti eroe della musica e nel caso di questo album anche della politica americana. Lasciandosi poi trascinare da questa nuova corrente che invadeva il mondo, dovettero adeguare il sound, ma nel loro caso, molti suoni di questo album furono campionature. Pochi strumenti e tanto lavoro in studio, se avessero dovuto suonare dal vivo, Mr. Lee avrebbe potuto tranquillamente starsene comodo e casa. Un album che sì, contiene qualche pezzo buono, ma di nuovo niente di eccezionale, anche se comparandolo con il vecchio lavoro ("Motley Crue"), in questo "Generation Swine" si possono trovare altri spunti e senz'altro canzoni molto più "umane" da ascoltare a livello di lunghezza di traccia  ed orecchiabilità. Il ritorno di Neil ha significato molto senz'altro, e i vecchi fans si saranno di nuovo un tantino ammorbiditi, anche se il raggiungimento del picco toccato con il caro vecchio "Girls Girls Girls" mai più sarà possibile. In ogni caso,  la parola magica rimane sempre ESAGERAZIONE.

1) Find Myself
2) Afraid
3) Flush
4) Generation Swine
5) Confessions
6) Beauty
7) Glitter
8) Anybody out There?
9) Let us Prey
10) Rocketship
11) A Rat like Me
12) Shout at the Devil '97
13) Brandon
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