MOTLEY CRUE

Dr. Feelgood

1989 - Elektra Records

A CURA DI
TATIANA MADLENA
08/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Il settembre del 1989 si apre ufficialmente con la comparsa sul mercato del nuovissimo album dei Motley Crue, intitolato Dr. Feelgood e sempre targato “Elektra Records”. Il delirio collettivo derivante dal successo di “Girls Girls Girls” si accentuò ancora di più dopo questa uscita e infatti il loro ultimo sfavillante lavoro riuscì a vendere più di 20 milioni di copie solo in America, balzando in men che non si dica alla posizione numero uno della chart, mentre il precedente album (“Girls..” appunto) raggiunse “solamente” la posizione numero due. Cambiando nuovamente direzione, i Crue si aprirono ancora di più, in modo brillante e ruffiano, verso un mondo fatto di consensi, accentuando la loro vena “easy listening” (pur mantenendo una sorta di “durezza” generale) dimenticando o forse solo allontanandosi irrimediabilmente dal loro tipico sound stradaiolo degli esordi. Un album con parecchie differenze rispetto ai precedenti per diverse motivazioni, in particolare derivanti dalle loro vite private. I ragazzi a questo punto del loro percorso hanno un assoluto bisogno di ripulirsi, dopo gli anni stravaganti passati a spingersi verso livelli davvero estremi, provando sulla propria pelle ogni tipo di droga, alcool e rischio in generale gli capitasse sottomano, e questo sollevò non poche tensioni. Il mondo voleva vederli ancora carichi di energia sui palchi, per il music business, poi, contavano parecchio, e sicuramente tutto l’entourage (produttori, discografici ecc.) o meglio “la macchina” a seguito dei Motley Crue non poteva certo permettersi di perdere la sua “gallina dalle uova d’oro”. Gli screzi interni alla band, non promettevano, però, nulla di buono, ed il nostro quartetto fu addirittura obbligato a registrare “Dr. Feelgood” separatamente, per evitare interferenze negative e la conseguente nascita di liti e problemi che non avrebbero permesso all’album di venir fuori come oggi lo conosciamo. Altro cambiamento importante e da notare: per la prima volta le canzoni vennero scritte da tutti i membri dei Motley Crue, in una sorta di collaborazione (seppur “a distanza”, come abbiamo detto) che prevedeva la firma sui pezzi  da parte di tutti i componenti, fatta eccezione per “Kickstart my Heart” che sarebbe da ricondurre al solo bassista  come ai vecchi tempi. La produzione è affidata a Bob Rock, il quale parteciperà anche durante le registrazioni (come bassista in “Time For Change” e corista nei brani "Dr. Feelgood", "Rattlesnake Shake", "Sticky Sweet", "She Goes Down") assieme a molte altre “special guest”. La copertina di “Dr. Feelgood” non è niente di entusiasmante visivamente parlando, ma ha una forte carica emblematica. Un simbolo che pare un totem, a riprendere il logo che oggi riconduciamo all’ordine dei farmacisti ma che in origine fu il “Caduceo”, bastone simbolico associato agli dei greci Hermes ed Asclepio. In questo caso il simbolo viene rivisitato e dunque composto da una spada attorno e lungo la quale è attorcigliato un serpente. Questa spada, quasi del tutto coperta, ha delle ali di pipistrello all’estremo superiore, a livello dell’impugnatura, mentre in cima è raffigurato un teschio dagli occhi rossi. Il tutto è poggiato su uno sfondo quadrettato di un “verdino ospedale”, che dovrebbe ritrarre il pavimento piastrellato dei bagni dove in genere i tossicodipendenti si ritirano per iniettare in vena la loro dose. Infatti in gergo, il termine “Dr. Feelgood”, farebbe riferimento all’eroina e alla sensazione di benessere che ne deriva dal suo consumo. Andiamo ad analizzare, dunque, questo album nel dettaglio.



 L’apertura è data da un pezzo intitolato T.N.T. - Terror ‘n Tinseltown, brano che possiamo classificare come strumentale, dalla durata di 44 secondi, dove maggiormente si nota la distorsione dei suoni che creano un effetto di disordine, buio e caos , un insieme che va ad introdurre una parte parlata circondata da rumori di motori, macchine che inchiodano e che creano un clima di spavento. Tutto questo deve essere un riferimento al passato dei nostri quattro ragazzi, tra la morte sfiorata di Nikki, alla tragedia procurata da Vince Neil, resosi responsabile, cinque anni prima, della morte di Razzle, batterista degli Hanoi Rocks. Entrambi nella stessa vettura, dopo l’incidente stradale procurato dai sensi alterati di Vince (copiosamente ubriaco), a sopravvivere fu il solo cantante dei Motley Crue, mentre per il povero batterista non ci fu nulla da fare. Tornando al brano, l’introduzione parte come dinamite (a proposito di TNT) con una paio di battute secche da parte di Tommy , il quale poi si lascia seguire da Mick Mars che scala veloce un paio di note sulla tastiera della chitarra. Tutto distorto, tutto aggrovigliato. Ma poi sfuma per lasciare solo spazio alle parole cupe e quasi inquietanti di qualche agente di polizia e probabilmente quelle dei paramedici di una squadra di primo soccorso (si può facilmente dedurre dall’insistentemente nominato “Dr. David” e dall’ansia con la quale la situazione viene poi spiegata), voci che fanno riferimento ad un ragazzo di 17 anni in stato di incoscienza. Giusto un paio di frasi e poi ci lasciano in balia della frenesia che dopo qualche secondo si scioglie per fare spazio alla traccia numero due, la quale cambia decisamente tono, anche se ovviamente rimane legata al contesto. È la traccia omonima del disco ad intervenire, ovvero Dr. Feelgood, la quale fu lanciato anche come primo singolo ufficiale. Il “dottor sentirsibene” raggiunse la posizione numero sei nella Billboard Hot 100, e questo è anche l’unico singolo premiato con un disco d’oro negli Stati Uniti. Una curiosità: nell’edizione del disco coreano, “Dr. Feelgood”, proprio la canzone chiave, non fu inclusa. Tornando a noi, il brano in questione, che tratta di un certo Jimmy, uno spacciatore che vende droga ai messicani, parte con delle chitarre che più chiassose mai furono state, ma al contempo estremamente lucide. Un ritmo che rimane subito impresso, facile da intuire, scandito da Mars precisissimo e da un Tommy che tiene il tempo con stacchi netti e perfettamente decifrabili fra le distorsioni ed il wah-wah usato delicatamente per introdurre e creare l’atmosfera giusta della questa canzone beneficia. Dopo il quindicesimo secondo il brano inizia a prendere sapore e dopo il trentesimo ecco che esplode e diventa la vera “Dr. Feelgood”. Completa e ricca di sfumature, Tommy Lee usa anche dei campanacci che non spiccano troppo ma vanno a riempire e ad “infiocchettare” ancora di più la traccia. Vince non prende troppo fiato, esibendo un tono di voce maggiormente più “ruvido” del solito e Nikki continua a tenere alto il ritmo. Il brano iniziale ci occupa quindi quasi 5 minuti, durante i quali si capisce quale sarà il livello tenuto dai ragazzi per questo 1989. Un brano ritmato e dall’avanzare quasi “sensuale”, un ritmo che colpisce e che fa venir voglia agli ascoltatori di muoversi e ballare. L’assolo è famosissimo e la canzone tutta, rimane qualcosa di intramontabile, passata alla storia potendo contare su un particolare tratto orecchiabile, soprattutto sull’incedere del ritornello, il quale facilmente si “stampa” in testa, essendo connotato da un andamento rapido, un ritornello che si sofferma sulle parole “Feelgood” ed “alright”, pronunciate con toni acuti. Il finale è sfumato proprio su questo ritornello,. La canzone è cantata ad una velocità elevata, Vince ci “spara” letteralmente parecchie parole messe tutte in fila mentre cerca di inquadrarci che tipo di personaggio sia questo Jimmy, protagonista della canzone. Un tipo bizzarro e misterioso che gira per le strade di Hollywood con una Chevy del ‘65, ed il suo “lavoretto” è quello di spacciare cocaina ai messicani. Jimmy è un tipo che potrebbe vendere “lo zucchero ai dolci”, uno che sa fare i suoi affari e agisce nell’ombra ma nonostante questo tutti sanno tutto di lui, pur stando attenti, comunque, a far sempre finta di niente. La città è in suo potere e siamo sicuri ormai che “la legge sia in affitto”. È il re dei vicoli ciechi, tutto è sotto il suo controllo. Se si ha voglia di “sentirsi bene”, dunque, basta alzare il telefono e rivolgersi al nostro Jimmy, che di volata arriverà a casa nostra per un consulto “a domicilio”, prescrivendoci subito i “farmaci” dei quali abbiamo bisogno. Un dottore caro, ma a detta dei suoi clienti, “molto bravo”. E con l’apertura rivelatasi appannaggio totale di due pezzi così loschi, passiamo ad un altro sempre pericoloso, ma per altra ragione. Il titolo ci aiuta in un certo senso a capire cosa si celi dietro questo terzo pezzo: Slice of Your Pie. Canzone che, tolti i primi secondi ingannevoli nei quali Mick e Vince ci rimandano quasi ad un country - blues cercando di plasmare un suono morbido, carbura dubito dopo l’inizio ed appare davvero molto sensuale, più che “tranquilla”. Una intro che vede nientemeno che la partecipazione di un autentico colosso e Maestro come Steven Tyler, carismatico ed indimenticabile frontman degli inossidabili Aerosmith. E’ circa al trentesimo secondo che il brano si rivela per quel che realmente è. Cambia impronta, ci si rende conto all’istante di come si tratti di qualcosa di veramente seducente, anche non conoscendo il contenuto delle lyrics. Viene voglia di muovere i fianchi, seguendo inconsciamente basso e chitarra, i quali tengono un ritmo assolutamente irresistibile. Sembra un pochino confusionaria come base, sebbene il ritmo non sia troppo elaborato ci pensa la chitarra di Mick a rendere il tutto più “aggrovigliato”, ma la voce di Neil, nonostante suoni “acida”, appare molto marcata e sovrastando il tutto va a dare un ordine e un senso al tutto, e fa assumere alla canzone un andamento sinuoso. Gli strumenti si zittiscono sempre o abbassano il loro impeto quando sopraggiunge la frase del titolo, e poi riprendono in maniera uniforme. I cori, in questa canzone dal sound dolciastro, sensuale e roseo, paiono addirittura “tentarci”, in maniera tutto meno che innocente. Durante l’assolo, Mars si sbizzarrisce ma rimane comunque un pochino in secondo piano, fronteggiato dalla batteria audace  di Tommy Lee, il quale non pensa proprio a smettere di percuotere i suoi tamburi e piatti . Una canzone che sa di “caramella”, ma di quelle offerte dagli estranei, le migliori da sempre, perché portano in loro il senso del proibito e della tentazione irresistibile. Il pezzo finisce quasi in nenia, con un ritmo poco elevato e dalla velocità molto ridotta, con cori che accompagnano una sfumatura che si spegne definitivamente a seguito dei 4 minuti e mezzo di canzone. In pratica, in questo pezzo procace, i nostri ragazzacci trattano nuovamente un tema a loro particolarmente caro, ovvero le donne. O meglio, ancora le ragazze molto più giovani di loro, come già fecero in altre canzoni nel passato, ad esempio in “All in The Name Of”.  Descrivono quindi questa ragazza assolutamente sexy con un tatuaggio lungo la gamba, e a proposito ci dicono che ella sia come una gattina con la frusta, così intrigante in effetti perché rappresenta una contraddizione, giovane ma esperta, una ragazzina che ci sa fare, bella con i suoi occhi dolci ma così estremamente provocante. Stavolta, però, almeno questa ipotetica protagonista è quantomeno maggiorenne ed è dunque lecito che i ragazzi, da lei, vogliano “un’altra fetta del suo dolce”. Un’altra canzone chiarissima sotto quel punto di vista, carica di allusioni ed intrisa di quella forte fisicità alla quale i nostri quattro sono indissolubilmente legati. Divertirsi in compagnia di una balda giovincella con l’esperienza di una donna matura: come possono tirarsi indietro? Proseguendo con l’ascolto troviamo Rattlesnake Shake, che mantiene una certa continuità con l’altra traccia, avendo anch’essa un andamento medesimamente frizzante e positivo, sebbene molto più fermo a livello di sonorità e meno interessato ad un incedere “provocante” o sinuoso. Se si ascolta bene, ogni traccia (“Rattle..” compresa) è composta da un intreccio di diversi suoni che potrebbero apparire confusionari ma, facendo emergere gli strumenti giusti, l’insieme riesce ad essere si ricco ma comunque ordinato e piacevole all’udito. Tracks, dunque, dall’evoluzione decifrabile e sicuramente incisiva. Qui ad esempio sono presenti addirittura fischietti, ma sono sovrastati da altri strumenti che riescono a far apparire il pezzo “ordinato”, e possiamo dunque godere di questi piccoli accorgimenti sonori che rendono il tutto più brioso e frizzante. Un sound, quello di “Rattle..”, allegro, veloce, a tematica nuovamente sessuale. Sul ritornello è davvero impossibile rimanere impassibili, anche per la musicalità già propria del suono delle parole “Rattlesnake Shake”. Intreccio complesso di strumenti (tra cui spicca un inconfondibile honky tonk piano suonato da John Webster) rendono la canzone variegata e colorata. Ci sono inoltre momenti in cui emerge in maggior misura la batteria, in altri il basso ed in altri ancora la chitarra. La tastiera completa in maniera assoluta una canzone già di per sé vincente, veloce ed al contempo “radiofonica”. Un brano fra i più riusciti del disco.  Nel testo viene incitata una ragazza a scuotere il suo corpo, quasi ella dovesse mimare il movimento della coda di un serpente a sonagli. Uno scuotere che risulta essere un richiamo irresistibile per il suo lui. La protagonista è nuovamente una ragazza che sa incantare, che con un solo sguardo sa far impazzire, che scivola nella notte con un sorriso da vipera e ovviamente lui è ben felice di farsi tentare, tant’è che persiste nell’incitare lei a ”scuotere”. Ovviamente sono sempre presenti frasi molto esplicite, che non starò a riportare. Basti pensare che, in genere, lo scuotere dei sonagli, per un serpente, è una forma di avvertimento: dopo quel rumore vi sarà un inevitabile morso.. ed il nostro protagonista ne è ben conscio, continua a tentare la sua “donna serpente” fino a morire sotto i colpi di quel dolcissimo veleno che solo lei è capace di iniettare. Proseguendo si arriva ad uno dei pezzi più belli dell’album, ovvero Kickstart my Heart. Tra le canzoni più  famose di sempre dei Crue insieme a “Wild Side” e “Shout at The Devil”. Canzone dal titolo quasi introducibile in italiano, in quanto “Kickstart” farebbe riferimento all’avviamento (mediante un movimento simile ad un calcio) del motore di una motocicletta, un avviamento che in qualche modo fa assumere a chi lo compie una connotazione sicuramente più “ribelle”. Per noi, però, rimarrà un più freddo “accendi il mio cuore”. Questa, come dicevamo in precedenza, sarà l’unica canzone dell’album ad essere firmata solo da Nikki Sixx, anche perché, probabilmente, si rifà all’esperienza di overdose patita da parte del suddetto, un’esperienza durante la quale sostenne di essere uscito letteralmente dal suo corpo e di essersi visto sdraiato atterra. Probabilmente è stato “riportato in vita” con un’iniezione di adrenalina diretta nel cuore, ecco quindi spiegato l’”accendi il mio cuore”, che come un motore era da far partire da fermo e da spento.  Per questo pezzo Mick Mars si avvale del suono inconfondibile dato dal floyd rose, questo tremolo memorabile e caratteristico che si può percepire in maniera spiccatissima all’inizio del pezzo, che rende la bellissima canzone ancora più pregna di grinta. L’introduzione va goduta per tutta la sua durata. Lenta, di uno spessore che tiene in sospeso, si carica di tutta l’energia come un onda si ritrae per gonfiarsi ed esplodere più potente che può. Il modo in cui Mick Mars scivolerà sulle corde è volto a ricreare il suono di un motore durante il cambio della marcia e direi che l’effetto è riuscitissimo. Nonostante il pezzo sia molto simile all’inizio di “Hellraiser” degli Sweet, viene comunque percepito un sound innovativo e fa trattenere il respiro, facendoti seguire le note protratte e tremolanti per spiazzarti poi con dei riff concentrati e stupefacenti, che graffiano e danno un  tocco particolarmente amaro e arrabbiato alla bella canzone. Tommy Lee non smette di picchiare potente, ma ogni membro dei Crue, proprio in questa traccia, stabilisce una volta per tutte di che pasta sia fatto. Vince Neil segue ed interpreta in maniera notevole ogni nota proposta dagli strumenti. Le sensazioni che ancora una volta ci propinano sono quelle della velocità, del pericolo, del rischio, di una vita spinta oltre al limite, uno stile di vita riservato solo a pochi eletti. I cori che intervengono durante il refrain sono sicuramente molto più fermi, meno melodiosi o infantili stile “bubblegum” degli altri presenti i questo album. Mars non si stanca, riesce a scalfire la lestezza e la consistenza assolutamente compatta della canzone con le sue note crude, indimenticabili e subito catturate da orecchio, mente e cuore.  Dopo due strofe e due ritornelli sopraggiunge la tregua. I toni si smorzano notevolmente, sembra tutto tranquillo, ma basta l’impostazione della voce di Neil a farti capire che in realtà i nostri non stiano assolutamente pensando ad appacificarsi. Tutto il peso ricade sulle parole che il singer pronuncia, ovvero: “Quando abbiamo fondato questa band tutto quello che volevamo era divertimento. Ora gli anni sono passati e abbiamo preso a calci qualche c*lo. Quando sono arrabbiato e calco il palco, l’adrenalina mi scorre sempre nelle vene.. E direi che stiamo ancora ‘spaccando!’”. Per concludere la canzone ci fanno trovare un paio di volte il ritornello e negli ultimi secondi si sente chiaro l’effetto talkbox ad uniformare voce e note. Come preannunciavo, “Kickstart my Heart” pare essere molto curata ed interessante anche a livello di testo ,nel quale si trovano affermazioni davvero memorabili e che riescono a trasmettere una carica sprezzante all’ascoltatore, come quelle citazioni riportate precedentemente. Tutti il testo è un altro inno all’eccesso, tra droghe e motori. E come dicono loro, tutto quello che hanno fatto, è stato solamente per il rock. Inseguimenti con la polizia sempre alle loro calcagna, overdosi, sbronze, atti al limite della legalità, e donne, tante donne. Un tenore di vita difficile da mantenere, ed il cuore rischia di non reggere a lungo andare.. è per questo che, ogni tanto, serve dargli una piccola spinta, per risolvere “l’ingolfo” e farlo ripartire come si deve. Dopo una canzone come questa, dai riff pronti a morderti i polpacci come cani rabbiosi, troviamo in contrasto una ballad strappalacrime dal titolo Without You, nonché altro pezzo estratto come singolo da questo “Dr. Feelgood” (in tutto furono 5). Durante l’intro è inconfondibile il marchio Mars, che questa volta per dare prova della sua bravura utilizza uno steel. Per quanto riguarda la voce di Vince, torna qui ad essere parecchio acuta in certi versi, a dare un po’ di brio ad una canzone altrimenti sentimentale e basta, simile ad altre ballad d’amori finiti scritte negli anni. A livello strumentale spiccano notevolmente la batteria e il basso, anche perché in questa occasione Mars suonerà il suo strumento maggiormente utilizzando un arpeggio, un delicato arpeggio elettrico atto a creare un sottofondo sofisticato  ed omogeneo. Qualche volta si spinge in qualche suono più graffiante seguito subito dagli altri, e caricato dalla parole più aspre da parte di Neil. La distorsione si sparge comunque lungo il percorso, non smette certo di essere una canzone “metal”, difatti l’assolo è rigorosamente eseguito con una steel guitar. Dopo un ultimo ritornello la canzone termina musicalmente in maniera un po’ indefinita ma con Vince che ancora una volta si ripete: “but without you, without you……” e tutta l’emozione racchiusa va scomparendo in maniera inconclusa, sospesa nell’aleggiare astratto tipico delle emozioni. Il testo è un’espressione di mancanza nei confronti della persona amata, l’ennesima dichiarazione del cambiamento del modo di vedere il mondo senza la propria metà: “le notti ed i giorni sono grigi”, una monotona luce insensata, un ambiente asettico e privo di quella tenerezza del quale il protagonista ha un estremo bisogno. E poi altri classici concetti che sembrano sempre nuovi quando si è colpiti dall’amore, quale il diventare vecchi insieme e realizzare che l’unico motivo per cui si esista sia l’altra persona. Un testo semplice ma che nel complesso rende la canzone degna  di essere ascoltata ardentemente, aprendo il cuore. Qualcuno inoltre sosterrebbe che questa canzone sia a proposito della relazione di Tommy Lee con Heather Locklear, attrice statunitense legata al batterista per sette anni. Una storia importante irrimediabilmente naufragata, che potrebbe in qualche modo essere ricondotta alla genesi di questa ballad. Ma lasciando da parte i pettegolezzi si può proseguire con Same ol’ Situation, conosciuta anche con l’acronimo “S.O.S” (sigla notoriamente indicante il pericolo), settima traccia del lotto. Altro brano che abbracciò i consensi del pubblico, essendo anche questo, come molti altri dei loro pezzi in questo lavoro, una canzone proprio “da concerto”, quasi creata appositamente pensando all’impatto che avrebbe potuto avere live. Nel video realizzato per rappresentare questa canzone, compare una dicitura che ci informa del fatto che tutto questo sia una dedica ai loro fans, che nel frattempo sono cresciuti  dismisura, e a tutti gli amanti de rock’n’roll. Il tutto mentre loro arrivano a bordo di un elicottero. Un pezzo carico di passione , si percepisce dal ritmo energico il loro amore per quello che negli anni hanno  saputo creare. Il ritornello è facile ed immediato da ricordare e la canzone in generale ha un bel groove. Non è un pezzo poi così tanto particolare musicalmente parlando, non è dotato di particolari pause o stacchi memorabili, ma è tuttavia ben amalgamato. L’assolo risulta essere di grande importanza e a seguito di quest’ultimo si possono apprezzare moltissimo sia Tommy sia Vince, prima che arrivi il momento di reintegrare gli altri strumenti e qualche altra voce a dare un po’ di forma alla canzone. Tutto quel che si può dire è che abbia un riff davvero molto coinvolgente, anch’esso molto improntato sull’easy listening. La chitarra di Mick conserva comunque la sua carica graffiante, ma in generale ci troviamo dinnanzi ad un pezzo da cantare in coro, un brano in grado di “fare gruppo” e di unirci tutti in una festa scatenata. Glam all’ennesima potenza! Le lyrics, poi, prevedono una tematica di tipo omosessuale, a proposito di una ragazza che ha una “amica”, come lei continua a definirla. Lui amava questa ragazza, il suo nome era “Cindy” ma lei amava farsi chiamare “Sin”, ovvero “Peccato”. Questo permette al protagonista di farsi sorgere in testa più di qualche dubbio, presto confermato. L’amica gli è stata difatti presentata, più che un’amica dunque una vera e propria amante, al momento dell’incontro vestita di cellophane (giochi erotici, dunque). Il ragazzo sembra comunque non essere troppo convinto della cosa e preferisce rinunciare all’occasione di potersi cimentare in un menage a trois (I Say No, no, no). Ci informa che, l’ultima volta che ha visto le due ragazze, queste si stavano baciando così dolcemente che si percepiva esserci un vero e proprio sentimento, fra di loro. “Vecchia storia, solita vecchia situazione”, forse un modo per dire che l’apparenza inganna e che, molto spesso, dietro un sorriso angelico può nascondersi chissà che “sorpresa”, come in questo caso. Il pezzo numero otto della tracklist è firmato dalla coppia vincente Mars / Sixx e porta il titolo di Sticky Sweet, “dolce appiccicosa”, un titolo dal lampante rimando sessuale. La canzone appare subito spassosa e spensierata, ritorna addirittura Steven Tyler ad impreziosire la sezione cori, questa volta coadiuvato da un altro peso massimo come Bryan Adams. E’ una canzone sicuramente degna del loro nome anche se molto più glam rispetto ad altre, tanto che può effettivamente ricordare dei veri e propri inni del genere, come “Cherry Pie” dei Warrant, proprio per la sua carica ammiccante ed il suo ritmo sempre coinvolgente. Il pezzo parte in una maniera stravagante e graffiante, e arrivati qui si può assolutamente constatare come in questo album abbiano curato molto l’introduzione di ogni track. Sono sicuramente notevolmente cresciuti, lasciando un po’ di fiato e tradendo l’irruenza ed immediatezza che hanno sempre avuto nel dire le cose. I questo caso, Vince Neil con un “Hey baby” introduce una chitarra unica e frizzante. Nell’incedere della canzone si sente anche (e molto bene) l’impronta del nostro bassista che accompagna in maniera lodevole tutto il brano; T-Bone appare potente dietro ai suoi piatti e tamburi, le sue bacchette sono instancabili e potenti. Il tempo è ben definito e insieme riescono a creare una canzone divertente quanto particolare. I riff cambiano “voce” lungo la traccia, i break presenti fanno collimare in modo scherzoso e divertente tutta la track. I cori del ritornello danno un aria decisamente “hair”. Rispetto ad altre tracce non ha molto da dire, è si un episodio assai festoso, che riesce facilmente a “far gruppo” ma risulta comunque una canzone po’ ripetitiva, che tutto sommato sa sicuramente come intrattenere. Il testo è stato scritto pensando ad una lei che -ovviamente- risveglia la passione in lui. “Il modo in cui cammina dovrebbe essere illegale” e ogni volta che la ragazza se ne va si sentono urlare delle sirene, tanto le sue “grazie” vengono ammirate. I Crue non lesinano di certo espressioni per nulla fraintendibili, circa le doti della donna. Il protagonista del testo arriva a dire di avere letteralmente “il fuoco” in una zona del corpo (e tutti abbiamo capito quale..), e pur di spegnerlo e dunque soddisfare la sua voglia è pronto a sottomettersi totalmente a questa “gatta”, che ha in mano e totalmente le regole del gioco. Una partner dal sorriso diabolico ma così “dolcemente appiccicosa”, che sa di certo come risvegliare il piacere in ogni uomo. A seguire troveremo un altro pezzo firmato Sixx / Mars, intitolato She’s Goes Down dove la tematica è di nuovo la loro solita e ricorrente: ragazze sensuali ed attraenti. La canzone parte con il rumore di una zip aperta, seguito da una risata diabolica. All’apparenza ha un sound più “oscuro” rispetto la precedente, nonostante questa le somigli, parlando dal punto di vista più prettamente concettuale. Una batteria evidente tiene per un attimo in secondo piano le prodezze di Mars che però poi sa farsi spazio. Si possono sentire chiaramente le dita veloci che si muovono sulle corde sempre rigorosamente distorte, dopo i primi 18 secondi la canzone cambia faccia, aperta da un paio di colpi sui piatti della batteria dopo i quali anche Mick diventa più incisivo. La canzone prende una piega superficiale e scanzonata a livello di melodia, di tempo, ma rimane sempre alquanto cruda a livello di sonorità. La famosa graffiante sei corde suonata da Mars riesce a dare un tocco più importante e come il solito, l’assolo è sempre quello che alza il livello del brano. Vince è il componente che meno convince in questa track. Non è un pezzo così immediato come invece sono i precedenti, solo il ritornello corale è ben inquadrabile. Rimane forse uno dei pezzi meno piacevoli di tutto il lucente “Dr. Feelgood”, nonostante qualche sprazzo di originalità lungo i 4 minuti e mezzo che lo compongono. Anche nel testo si può trovare qualche frase d’effetto, ad esempio “lei mi disse che non mi avrebbe fatto alcun male. Sai, lei mi fa sentire bene proprio come una cattiva ragazza dovrebbe fare.” Una ragazza impertinente, dal sorriso e il fascino di provincia che.. “goes down”, “va giù” tutto il giorno e tutta la notte. Possiamo ben intuire dunque perché questa ragazza (viene specificata la sua provenienza: “di provincia” perché ella è del sud degli U.S.A, e per i Crue le ragazze di quei posti sono le più “focose”) goda di una certa popolarità. Anche se, sembra, non solo con il suo partner. Le sue doti sono apprezzate da molti, è ritenuta un’opportunista ed una sfruttatrice, che non si vergogna certo ad andare con chiunque pur di ottenere quel che vuole, come ad esempio il pass per i dietro le quinte dei concerti dei nostri. Arriva persino ad “intrattenere” gli amici del nostro protagonista.. il quale però la perdona, dato che le abilità della sua bella “sono da infarto” e mai vorrebbe rinunciarci. E dunque, chiudiamo un occhio! E dopo questo altro pezzo non troppo ricercato e sofisticato dal punto di vista emotivo, troviamo una splendida canzone intitolata Don’t go Away Mad (Just go Away), sicuramente più sensibile ed impegnata di quella che la precede. Un pezzo che loro stessi definirono “una canzone per sentirsi bene”, che riesce a far risplendere sempre quel poco di speranza anche dalle situazioni critiche: “Non andare fuori di testa, semplicemente vai via”, con il gioco di parole che in inglese rende in modo sicuramente diverso e più convincente.  Praticamente da subito si può apprezzare un arpeggio elettrico che arriva dritto ai sentimenti, al quale si intercalano armoniosamente basso e batteria. Quando finalmente inizia a sentirsi la voce, questa rende la canzone una ballad “positiva”. Si percepisce tranquillità e speranza nella tristezza. Sempre molto evidente la batteria dal classico tocco fermo ma pacato, la chitarra assume belle sfumature, non risultando mai invadente né intervenendo a sproposito, ma anzi va sempre a rafforzare i concetti cantati da Vince. L’assolo è gradevole e dai toni ottimistici. Verso il finale della canzone si possono apprezzare dei fischi e incitamenti e poi ancora i ragazzi ci cantano un “Don’t go away mad, just go away”. Il testo composto su queste note va proprio a confermare le sensazioni che abbiamo potuto apprezzare durante l’ascolto musicale, dicendoci come anche in mezzo alla tormenta si possa trovare una piccola luce alla quale aggrapparsi, davanti a mali estremi, e che prima di impazzire, si può lasciare tutto e andarsene. “Troppe cose sono state dette affinché si possa far sembrare l’oggi  come fu ieri”, le stagioni devono cambiare e bisogna prendere strade diverse e se proprio bisogna incolpare qualcuno o qualcosa, abbiamo la pioggia da poter biasimare. La pioggia che sembra essere dunque il simbolo delle nostre tempeste interiori, la personificazione di tutto ciò che è così duro da affrontare. A seguito nel testo si trova un riferimento ad un’altra loro canzone, “Too Young too Fall in Love”. Tutto va bene, stanno attraversando la giovinezza sorridendo in mezzo a qualche dolore, basta saper voltare pagina, trovando il coraggio di reagire e qualche motivazione in più per andare avanti. L’ultima traccia sembra quasi non dover fare parte di quest’album, per il sound e per il contenuto che iniziano ad introdurre la voglia di cambiare; infatti, il titolo è Time for Change, “Tempo di Cambiamenti”, quantomeno emblematico. Una sorta di traccia fuori dall’album, già oltre il “pacchetto Dr Feelgood”. Infatti, da questo disco in poi i Crue non saranno più gli stessi. La tastiera rende l’atmosfera lievemente desolata, come ci si può sentire di fronte alla visione chiara di qualcosa che stia per finire, anche alla volta di qualcosa di nuovo che magari ci aggrada. L’abbandono, il terminare di qualcosa, lascia già all’istante una sorta di nostalgia, ma talvolta non si può fare diversamente. Ed è proprio alla storia dei Motley Crue che si sta per mettere un punto. Alla loro unione e spensieratezza, al loro legame e al loro crescere insieme e fuori dalle righe. Paradossalmente, come coristi troviamo gli Skid Row, all’epoca lanciati verso un successo strepitoso ma poi destinati ad affrontare quasi le stesse vicissitudini occorse ai nostri Crue. Un brano che conserva l’anima Motley Crue ma assume contemporaneamente tratti melanconici, degni di un brano AOR, un rock misto ad una melodia a sua volta profondamente intrisa di lacrime amare, un incedere che sembra di colpo cancellare lustrini, strip clubs, belle donne e voglia di divertirsi. Anche Vince Neil appare incredibilmente sereno seppur colmo di rassegnazione, cantando in maniera nettamente diversa dalle tracce precedenti. Musicalmente è davvero un pezzo di chiusura, con una melodia che non incastra bene con gli altri pezzi del puzzle dai quali è composto “Dr. Feelgood”. A volte Mick Mars sembra stonare di proposito in questo groviglio di suoni non così bene differenziabili.  Il motivetto “This is time for change” è veramente facile da canticchiare e rimane intrappolato nel cervello. Ad ogni modo, questo concetto da parte loro avremmo preferito non sentirlo o comunque non crederci. Ci accompagnano così, con una lunghissima sfumatura, alla conclusione dell’album, mentre loro continuano a suonare. E’ arrivato assolutamente il momento di cambiare qualcosa, che ce n’è davvero bisogno, dopo aver ascoltato tante persone che lungo il loro cammino di vita hanno perso la fede e appaiono stanchi, con rughe profonde di dolore. Basta menzogne, il futuro è nelle nostre mani, è ora davvero di rivoluzionare. Si guarda avanti, qualche cosa cambierà. Il voltare pagina spaventa sempre, ma il futuro è pur sempre nelle nostre mani.. e se ci faremo trovare pronti, forse esso sarà un galantuomo nei nostri riguardi.



A questo punto, cosa dire. Dopo esserci avventurati in un insano percorso selvaggio, questo ultimo brano ci lascia con un forte dubbio e capiamo alla fine, di tutto quel che abbiamo vissuto, di quella “torta” della quale i nostri erano vogliosi in “Slice of your Pie”, non ce ne sarà più. Questo è il loro punto musicale. Non abbandoneranno davvero la scena ma si percepisce già come la motivazione stesse calando, e da questo momento in poi l’unico collante a renderli più o meno compatti saranno i soldi. Le tematiche di “Dr. Feelgood”, come abbiamo potuto apprezzare,rimangono fondamentalmente le solite, ovvero violenza in parte, sesso e droga che questa volta vanno per la maggiore, ma il sound continua il suo percorso, certo sempre orientato verso una maggiore fruibilità ma comunque a tratti più sporco e molto più complesso e curato sotto diversi punti di vista; non a caso questo è l’album che tanti prendono come riferimento quando bisogna parlare dei Motley Crue. Un disco dalle track ben differenziate a livello musicale, che sa variare in maniera furba, a discapito della superficialità che ti fa innamorare della follia della gioventù. Inoltre, è da riconoscere il fatto che per questo lavoro abbiano fatto davvero le cose in grande, ora che (anche economicamente parlando) se lo potevano permettere; infatti, Dr. Feelgood vede la partecipazione di diversi artisti della scena Rock , tutti piuttosto affermati, quali ad esempio Bryan Adams in “Sticky Sweet”, gli Skid Row nei cori di “Time for Change” e l’immenso Steven Tyler nell’intro di “Slice of your Pie” e di nuovo dopo nei cori di “Sticky Sweet”. Tirando le somme, non c’è bisogno di chissà quale orecchio per ascoltare questo disco tutto d’un fiato. Semplice come orecchiabilità nonostante la complessità che si evince ascoltando con più attenzione,  per la tecnica della quale è composto. Insomma, dopo questo unico e definitivo sigillo, i Motley Crue cambieranno irrimediabilmente ma per questa volta, comunque, sono ancora LORO. Capelloni impertinenti sempre in bilico tra l’esagerazione spericolata e l’introspezione, che ci ricorda quanto, in fin dei conti, siano umani.


1) T.N.T.
(Terror 'N Tinseltown)
2) Dr. Feelgood
3) Slice Of Your Pie
4) Rattlesnake Shake
5) Kickstart My Heart
6) Without You
7) Same Ol' Situation
8) Sticky Sweet
9) She Goes Down
10) Don't Go Away Mad
11) Time For Change

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