MOTLEY CRUE

Decade Of Decadence '81

1991 - Elektra

A CURA DI
TATIANA MADLENA
25/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Come avevamo già potuto inizialmente percepire con il loro ultimo full length , il celeberrimo "Dr. Feelgood" risalente al 1989, i Motley Crue ora ci mettono veramente al corrente della "crisi del decimo anno" che si è abbattuta violenta sulle loro teste, facendo sì che il primo ottobre 1991 il firmamento del rock'n'roll vedesse questa  nuova stella brillare, nel suo cielo, di una luce un po' fioca del solito. Questa "stellina" sarà anche molto meno pericolosa che in precedenza, infatti i nostri optarono per qualcosa di decisamente meno impegnativo in occasione del loro anniversario di carriera, un qualcosa dettato in gran parte da una momentanea voglia di collaborare, che preannunciava il tracollo definitivo del fenomeno Motley Crue. Ed è così che la loro ultima fatica si presentò come doppio album contente una letterale decade di decadenza (in inglese, "Decade of Decadence"), un'opera che al suo interno vede sfilare i maggiori successi del combo californiano, alcuni nuovamente mixati, altri mantenuti identici agli originali, con l'aggiunta poi di un paio di cover di canzoni storiche più qualche inedito. Anche senza la testimonianza di scarsa verve legata a questa uscita, comunque, già con "Time for Change" (ultima track di "Dr. Feelgood") avevamo inteso la svolta e tutti avevamo potuto percepire la fatale rovina dell'affiatamento dei Motley Crue, dettata anche dalle vicissitudini degli anni appena trascorsi che coinvolsero bene o male a turno tutti i componenti. La vetta era già conquistata e sembrava proprio giunto il momento del riposo dei guerrieri, che sfortunatamente però coincise anche con l'inevitabile disgregazione dell'unione dei nostri pericolosi quattro. Riposiamoci allora, rilassiamoci e rinfreschiamoci la memoria con questo "Decade of Decadence", sesto album dal titolo sempre così geniale da parte dei Crue (almeno questa fantasia era ancora viva). Rimanendo coerenti anche per quanto riguarda la copertina, a primo impatto possiamo già leggerci dentro un'idea di decadenza, essendo composta da un collage di fotografie sovrastate dalla scritta con il loro nome e il titolo della raccolta, il tutto formato da ritagli di giornale come le "migliori" e tradizionali lettere minatorie, così composte per non far scoprire il mittente. La scritta rossa contrasta pesantemente con le foto in bianco e nero e dà un effetto "stracciato", sporco e ruvido come le loro vite, la loro arte e il rock'n'roll in generale. I due dischi che compongono l'ultima uscita marcata Motley Crue contengono meno di dieci canzoni ciascuno. Più precisamente troveremo 8 canzoni nel primo e 7 nel secondo. La durata sarà di circa trenta minuti l'uno. Le canzoni che andranno a far parte del disco 1 saranno le già conosciutissime "Live Wire" in una versione "Kick ass remix", subito seguita da una stupenda "Piece of Your Action" qui presentata in "Screaming remix", entrambe del '91, poi troviamo in ordine "Shout at the Devil", "Looks That Kill", "Home Sweet Home" in versione remix, "Smoking in the Boys Room", "Girls Girls Girls" e "Wild side". E così, seguendo un ordine cronologico, si conclude il disco uno. Il disco 2 sembra un po' più vario e innovativo, non limitandosi solamente a proporre canzoni del passato, nonostante le danze siano aperte dalla famosissima "Dr. Feelgood" seguita da una versione live di "Kickstart my Heart". La terza traccia è già una sorpresa essendo una cover di Tommy Bolin dal titolo "Teaser". Dopodiché troviamo "Rock'n'Roll Junkie", la bellissima "Primal Scream" seguita poi da "Angela" e infine "Anarchy in the U.K", celeberrimo brano dei Sex Pistols qui coverizzato. Proseguiamo, quindi, con un ascolto più dettagliato, approcciandoci a questo lavoro con il consueto metodo "Track  by Track"

A proposito della prima traccia del primo disco, non c'è in effetti molto da dire di differente rispetto a quel che già si era potuto esprimere quando ci trovammo a parlare della "Live Wire" presente nell'album "Too Fast for Love". "Live Wire (Kick Ass Remix)" presenta sicuramente dei suoni più limpidi e taglienti, sembra di sentire meglio la graffiante carica dei riff proposti da Mars. Sempre un pezzo di grandissimo impatto, rivelatasi in queste vesti in toni decisamente più presenti e vividi. Qui dentro si sente sicuramente tutta la potenza che doveva ancora esplodere agli inizi della loro carriera, infatti "Live Wire" fu il pezzo che come dinamite aprì il potentissimo album rivelazione risalente all'81, quando ancora il loro sound era davvero voglioso di apparire brillantemente sporco e stradaiolo, sicuramente molto spavaldo e sicuro di sé. Un pezzo che gasa ancor di più che un tempo, in quanto in questa versione è presente un tocco più impetuoso e tutto da godere. Le famose bacchettate  di Tommy sembrano più decise e sicure, i break di forte impatto e sembra che il suono sia più particolarmente curato e definito. Anche nel momento in cui la musica va un po' scemando, intorno ai 2 minuti, per far spiccare maggiormente la voce di Neil ed introdurre una fresca chitarra che si prolunga in assolo, si possono apprezzare e percepire suoni più curati. I campanacci risplendono nel mezzo, la chitarra è decisamente più sfavillante, i tocchi più fermi. Un sound denso, che rende la canzone arrabbiata, tant'è che il nome "Kickass remix" rende davvero bene l'idea. Ovviamente il testo è sempre identico, avendo preso e mixato nuovamente la traccia non ci sono varianti sotto questo punto di vista. In questa primissima track i Crue inquadrarono (e riassunsero quasi) subito tutto il loro messaggio, che alla fine era un po' il filo conduttore di tutto "Too Fast For Love". Il fatto di essere "al top" venne espresso sin da subito, immediatamente, senza troppi giri di parole. Essere il massimo, sentirsi invincibili e spericolati. Più che mai, nel segno del "sesso droga e rock n roll". Infatti ci dicono: "Perché sono caldo, giovane e libero, un po' meglio di quello che sono di solito". Il trasformarsi, il lasciarsi andare e trasgredire ogni regola. Questi sono i Motley Crue, descritti perfettamente da loro stessi nella prima traccia del loro primo lavoro, posta in apertura di compilation forse per ricordare da dove tutto è cominciato. La Strada, il loro essere dei pericolosi ribelli, i ragazzacci che nessun padre vorrebbe mai vedere vicino alle loro figliole. Ogni notte una conquista diversa, ogni giorno in sella alle proprie moto, vagando per la città in attesa di mettersi nuovamente nei guai. Sono giovani, belli, spregiudicati e spericolati: quel che era ci viene narrato ancora una volta, rimembrando i fasti passati. Proseguendo troviamo "Piece of Your Action", altro pezzo tratto da "Too Fast for Love", che nella versione dell'Elektra del 1982 si trovava, nella tracklist, alla posizione numero sei. In effetti, la scelta di riproporlo è stata azzeccata, in quanto è uno dei pezzi che maggiormente apparivano e folgoravano nella loro primissima fatica insieme. Come per la precedente suoni più fermi e puliti, le distorsioni rendono in maniera decisamente più efficace. Sembra esserci una sorta di eco a caricare la voce di Vince che stavolta passa un po' in secondo piano rispetto la prima versione, ma appare più ispida, seppure celata dietro un velo di distorsioni magicamente amalgamate. Uno "Screamin' Remix", come l'hanno battezzato loro, che però fa un po' rimpiangere l'originale dove la voce vantava di audacia, ed era una delle cose che venivano subito focalizzate dall'ascoltatore. Un particolare che colpiva e che catalizzava l'attenzione di chi si ritrovava ad ascoltare la prima fatica dei Nostri. Era bello sentire l'effetto della chitarra che avvolgeva sempre alla perfezione la voce, accentuandolo quando doveva, tacendo talvolta per qualche secondo, facendo continuare solo Tommy in alcuni momenti, e stregando tutti con un assolo aggressivo. Un assolo, quello di Mars, che comunque sibila come non mai e ci dimostra ancora quanto non si debbano sottovalutare i Crue, certamente dediti all'allegria e all'edonismo più sfrenati ma comunque ottimi musicisti. Allora come ora.  Il pezzo rimane pur sempre qualificato da un memorabile giro di chitarra, oltre al ritmo e al testo tutt'altro che timidi. Per chi non la conoscesse,spendiamo due parole veloci a proposito del testo giusto per inquadrarlo. Non si tratta ovviamente di niente di così particolarmente eccelso né difficile da comprendere. Se la parola d'ordine di "Too Fast For Love" era "Sesso, Droga & Rock'n'Roll", anche in questo pezzo andremo a parare lì. Fuoco, passione, istinto. Un invito seducente e sfacciato  che un ragazzo porge ad una ragazza, un invito a donarsi totalmente a lui. Lei sempre infuocata, loro sempre pronti all'evenienza, i Motley Cure del resto erano famosi per le feste scatenate a suon di groupies, party nei quali erano soliti cambiare una o più partner con la stessa frequenza di un cambio di bottiglia (ora whisky, ora vodka..). Quindi, il nostro protagonista vuole abbracciare totalmente la filosofia dei Nostri e diventare egli stesso un "pezzo dell'azione", uno sconvolgente amante in grado di mandare su di giri la donzella di turno, facendola divertire come mai accaduto nella sua vita. E a questo punto troviamo uno dei migliori pezzi mai scritti dai Motley Crue, preso e riportato tale e quale, ovvero "Shout at the Devil". In effetti, quest'inno non ha bisogno di alcun ritocco, esprimendo già nella sua prima incarnazione perfettamente il messaggio, e suscitando già le giuste emozioni in quell'incredibile mix dato da suoni e utilizzo della voce del frontman. Tratto dall'omonimo album dell'83, per il disco uno di questa raccolta, i Crue hanno deciso di proseguire seguendo la linea temporale dove il tempo è scandito a passi di due anni.  "Shout at the Devil" suona sempre così diabolica e sibillina, c'è della genialità ad ogni silenzio studiato, ad ogni incremento del timbro di Neil. Il brano parte con un ritmo non troppo sostenuto ma accompagnato da un deciso tocco di Mars, tagliente e sibillino, che con i suoi possenti riff fa apparire la canzone come qualcosa di fermo ed aggressivo, come una rabbia studiata, trattenuta e rilasciata in modo assolutamente convinto. Tommy Lee non si trattiene dal far vibrare i piatti nei primi momenti  e scandisce un tempo che fa fremere dalla voglia di sentir partire la canzone ed arrivarne subito al cuore, martoriando il suo charleston con un battere preciso ed adottando una ritmica semplice ed efficace, à la AC/DC. Un 4/4 possente, granitico, che sorregge l'intero brano in maniera egregia. Il tutto crea una curiosità impetuosa, che fa domandare di cosa parleranno i Crue questa volta, con quale argomento andranno a fendere la società, colpire la nostra sensibilità e scandalizzare i perbenisti ed assennati. Ed ecco che finalmente al ventesimo secondo partono i cori ed i primi "shout-shout", determinati e scanditi, che si fanno sentire fino alla comparsa del cantante che con una voce molto più acuta ci dice, cantando, il titolo intero della canzone. Fa seguito poi una chitarra importante che ci tiene ancora per un attimo staccati dal primo verso della canzone. Ed ecco che ci descrivono, con un paio di frasi incantevoli, chi è il Male, il Diavolo. "Lui è un lupo che ulula solo nella notte, una macchia di sangue sul palco, il coltello nella tua schiena,è la lacrima nei tuoi occhi, la rabbia!". Egli può essere effettivamente in grado di tentarci e di confondere le nostre idee ("Stai attento alle sue lusinghe, la testa inizia a girare"), ma dobbiamo essere forti, attenti a non cadere nelle sue trappole.. insomma, dobbiamo letteralmente urlargli contro! Nella seconda strofa si trovano delle altre frasi descrittive, la più bella delle quali rimane sempre "lui è il rischio nel bacio", mentre "potrebbe essere anche la collera sulle labbra", frasi che rimarcano la forte componente anche sensuale del Male, che sa ammaliare e conquistare. Tuttavia, in  questa "stagione decadente", ove Esso sembra dominare, noi saremo qui, forti, a ridere e urlare contro di lui. La terza strofa ripete le parole della prima, e così si conclude, in maniera sfumata, questa traccia talmente coinvolgente da farti venire voglia di fermarti lì e riascoltarla ancora e ancora. Rimanendo quindi sul tetro andamento di "Shout at the Devil", troviamo "Looks that Kill". Canzone che sicuramente ha goduto di successo e ha trovato grande riscontro nel pubblico, ma che tranquillamente potrebbe essere rimpiazzato da qualche altro brano, in questa sorta di decennale raccolta da ascoltare con gli occhi lucidi di nostalgia. Parte decisa e mantiene lo stesso andamento fino al termine: è Mick Mars ad aprire le danze con la sua chitarra, lanciandosi in un riff 100% made in U.S.A, esibendo quel tocco tipico delle sonorità Hard n Heavy / Glam dell'America anni '80. Ascoltando attentamente l'egregio lavoro del chitarrista, possiamo difatti notare affinità con altri colleghi importanti, come J.J. French dei Twisted Sister. La ritmica segue l'andamento lineare di Mars, adottando anch'essa, comunque, un'andatura imponente e granitica; Tommy Lee tiene il tempo in maniera egregia, non esagerando con i vari fill ma preferendo concentrarsi sul fornire ai propri compagni una stabilità degna della sua fama. Cassa, charleston, rullante, colpi di crash: questo è T-Bone, che non perde il tempo nemmeno sotto minaccia, grazie anche all'aiuto di Nikki Sixx che dimostra di non essere solo "bello e dannato", ma anche un concreto ed abile bassista. Anche la voce di Vince risulta più lineare ed impostata ad un certo standard, difatti non ci travolge con cambi repentini di tonalità all'interno della stessa frase. Il titolo della canzone viene scandito con prepotenza e decisione, un ritornello che entra in testa e difficilmente decide di abbandonarla. Un brano dunque lineare, accompagnato da un testo tutto sommato semplice: lei è una ragazza affascinante che ammalia con il suo modo di fare, che sa come conquistare un uomo e renderlo totalmente assoggettato a sé e al suo volere. Viene sottolineato il suo muoversi "come una gatta", ma fondamentalmente è un'imbrogliona che vuole fare tutto come decide lei, bisogna sottomettersi alle sue regole altrimenti "va a finire male". E' inoltre probabile che se non la si assecondi, per il malcapitato non ci sia un ritorno dall'avventura che inconsciamente ha deciso di intraprendere; lei ha una bellezza che uccide. Canzone non troppo sofisticata, dunque, la cui presenza è giustificata proprio per l'impatto orecchiabile, "da radio", cosa che la fece molto amare ai tempi. Ecco quindi che troveremo la loro ballad per eccellenza, ovvero la celeberrima "Home Sweet Home" proveniente dall'album "Theatre of Pain" dell'85. Canzone che ha segnato in modo particolare la loro carriera portandoli alla ribalta, facendosi finalmente conoscere oltre le barriera degli appassionati del genere. Ce la propongono però, anche in questo caso, in versione remixata. In effetti appare più definita a livello strumentale, mantenendo comunque la stessa romantica melodia, aggiungendo qualche alto, e particolareggiando l'armonia melliflua della canzone. Il pianoforte rimane la chiave di questo brano, suonato da Tommy Lee il quale ci tiene a mostrare di non essere solamente un massacratore di pelli. Ma è quando finalmente Vince Neil inizia a cantare che parte la vera poesia.  Un inno agli affetti lasciati lontani durante i loro tour, che si spera di poter ritrovare al ritorno. Dopo la prima strofa, tenuta unita da piano e voce principalmente, parte un lungo sibilo che porta "alla luce" Mars e subito dopo arriva il ritornello, che si avverte essere davvero sentito, un frangente che parte dal cuore e dà una svolta alla canzone. Da qui in poi il pianoforte sarà dimenticato fino praticamente alla termine della track. La seconda strofa infatti è cantata su basso batteria e arpeggio sopraffino di Mick. Una ballad potente e che lotta contro la rassegnazione. Un assolo che passa alla storia, un incantevole e prolungato rincorrersi di note, dove non si può che concordare sul talento del chitarrista dei Crue. Alla fine di questo, proprio mentre il nostro singer finisce di dire "Home Sweet Home", si fa trovare pronto ed entra di nuovo a deliziarci Tommy, con un tocco delicato ma deciso sui tasti bianchi e neri . Ci lasciano in una maniera che fa pensare ad un lieto fine, dolce e morbido.. "Tu sai quanto io sia un sognatore", così esordisce il testo, e poi ecco che i nostri tirano fuori problematiche personali, facendo un punto della situazione, guardandosi da fuori. Ci dicono: "Ho dovuto sballarmi pesantemente per far sì che quando tornassi a casa non fossi depresso" perché ovviamente, dopo mesi di tour si perde un po' il contatto con la realtà; l'abitudine e la vita regolare non si sa neppure più che faccia abbiano. Ci si ritrova soli, a volte nemmeno più qualcuno che ci aspetta al nostro ritorno. La casa in fin dei conti, si trova là dove ci sono gli affetti, ma se questi si sono persi nel tempo e non sono stati abbastanza curati? Ci saranno ancora quando si farà ritorno? La fama, come tanti artisti ci hanno detto, non dà il calore che alla fine è necessario all'essere umano. La socialità, una famiglia, una rete di conoscenze più o meno salde, sono alla base dell'umanità, per quanto si cerchi di eluderlo. Questa canzone è proprio a proposito di questo. Per quanto si possano avere soddisfazioni date dalla carriera, manca l'appoggio. E il concetto diventa chiarissimo quando il brano ci dice: "Prendi questa canzone e non ti sentirai mai abbandonata", un sollievo per chi si sente nelle stesse condizione emotive del compositore del testo. A far seguito troviamo quindi "Smokin' in the Boys Room", che probabilmente, insieme alla precedente, è la canzone alla quale si deve il successo di "Theatre of Pain", un album all'epoca non molto ben compreso e ritenuto "sotto tono". Per far capire il discorso in toto, si tratta persino di una cover (originale dei Brownsville Station, datata 1973). "Theatre of Pain" non fu un album di grande riscontro e fu molto discusso, ricevendo molto spesso pareri della critica parecchio discordanti. Questo brano fu preso e inserito in "Decade of Decadence" così com'era, e stessa cosa successe anche per le seguenti -ed innegabilmente bellissime nonché superfortunatissime- "Girls Girls Girls" e "Wild Side" che si trovano rispettivamente come tracce numero sette e otto del primo cd, il quale così si concluderà. Senza troppo impegno, giusto riportando tre grandi successi. il primo, "Smokin' in the Boys Room" appunto, è un pezzo chiaramente basato su toni Hair. Un po' uno smacco al loro stesso lavoro degli anni precedenti che invece rappresentavano una forza sicuramente più heavy, fu un brano con il quale dimenticarono quasi il loro grezzo passato, un qualcosa che voleva rassomigliare a qualcosa di glamour solo sotto qualche aspetto.  L'allegra e festaiola cover dei Brownsville Station salvò quell'album e qui porta un po' di respiro, donando un po' di leggerezza ad una raccolta parecchio corposa finora. Con questo però non vogliamo sminuire gli strumenti sempre pregni di grinta di questo brano, in particolare la chitarra, l'assolo ribelle e la voce che sa di scherno del nostro frontman. Un grande mix di suoni che si fermano e ripartono, e una grande spensieratezza, hanno fatto di questo brano un successo dal profumo di adolescenza. Il brano inizia con un Vince Neil che, subito dopo un urletto che gasa, spara parole, non cantate ma con una cadenza ritmata, ed utilizza una voce in effetti affascinante, a tratti gracchiante. In sottofondo nel frattempo si possono apprezzare gli strumenti che prendono piede, tenendo un tempo definito, facendoci assaggiare una batteria precisa e una chitarra che ci lascia dei tocchi composti e nelle orecchie un tono allegro. Tutto questo evolve fino all'arrivo spensierato della prima strofa. La canzone tiene abbastanza lo stesso andamento, la differenza la fanno la chitarra fresca di Mars e in parte anche la voce di Neil, che recentemente ha preso una forma molto più professionale.  Durante l'assolo si possono gustare sound non così standard per il genere Crue; si inserisce una fantastica armonica a bocca e Mick Mars, con il suo slide, dà quel tocco blues, che fa effettivamente pensare ad una canzone un po' più datata, ma che così bene riuscì ad inserirsi in una classifica degli anni '80. La canzone è come un consiglio dettato da esperienza: inizia quasi parlando, usando una cadenza canzonata, come se una terza persona volesse raccontare la propria ed introdurre una morale rivelata lungo l'intreccio di note. Parlavamo di adolescenza anche e soprattutto per via delle tematiche trattate: Fumare nel bagno dei ragazzi,  un pezzo da liceo, risalente ai tempi in cui fumare nei bagni della scuola era la cosa più trasgressiva che si potesse fare. Un videoclip realizzato ai tempi ci mostra come questa canzone venga rappresentata infatti recitando all'interno di una scuola, dopo che un ragazzo, così si evince dall'intro, perde i suoi compiti. Nonostante tutti pensino che sia una scusa, il suo operato è finito nella bocca di un Dobermann che portava al collo il simbolo adottato in quegli anni dai Crue, ovvero una stella rovesciata (si trova anche impressa sulla fronte della maschera triste sulla copertina di "Theatre.."). Uscito dalla presidenza, il ragazzo protagonista del clip, apre la porta dei servizi dei ragazzi con un colpo deciso, ancora nervoso. Sarà lì che, guardandosi allo specchio per fare chiarezza e metabolizzare l'accaduto, verrà risucchiato dallo stesso specchio ed entrerà a prendere parte di un altro mondo, dove troverà dei Motley Crue tentatori. Gli stanno mostrando come sia la realtà scolastica vista da "dietro le sbarre". Si fanno beffa delle istituzioni, il video ha un lieto fine, tutto si risolve per il meglio e dà un po' l'idea che i Motley Crue siano divenuti portatori di buona ventura e abbiano insegnato a mantenere un atteggiamento positivo, in fin dei conti, pur essendo loro da sempre delle pecore nere. L'intro del video inoltre ricorda molto storici dei Twisted Sister quali "We're not Gonna Take it" o "I Wanna Rock", dove si gioca molto con le tematiche scolastiche o comunque adolescenziali, ed il rapporto con i "superiori", con le regole imposte, dove sempre i protagonisti sono la figura di un cattivo in atteggiamento paternalistico e la voglia di reagire ribellandosi. A proposito delle due canzoni che fanno seguito, invece, si può innanzitutto constatare che furono due dei loro maggiori successi, tratti dal loro disco più famoso di sempre: "Girls Girls Girls". Insomma non si poteva chiudere il cd uno di questo primo disco di "Decade of Decadence" meglio di così. "Girls, Girls, Girls"  è il primo brano a comporre questo duo di chiusura: questo brano è un po' il simbolo della croce e delizia dei Nostri, quelle donne che, o a pagamento o gratis, hanno allietato le loro folli notti. Il testo contiene diversi riferimenti a svariati Strip Club della Sunset Strips di Los Angeles (ad esempio "The Tropicana""Seventh Veil" ecc.) e poi ancora altri sparsi per il mondo (il celeberrimo "Crazy Horse" di Parigi), facendo diventare la canzone un vero concentrato di lussuria, ricercata in ogni luogo citato nell'impazienza di una vita vissuta ai limiti. Famoso fu il videoclip girato, realizzato muovendosi da un locale di Strip-tease all'altro, con un Nikki Sixx decisamente fuori forma, completamente immerso nel suo mondo di droghe, che trascinava il suo corpo e la sua vita con una  difficoltà immensa. Nel video si può notare dallo sguardo quanto sia effettivamente perso e non propriamente padrone di sé. La canzone parte con rombi di Harley Davidson scoppiettanti e urla di divertimento da parte di Vince, in un crescendo di suoni, ma comunque più miti rispetto alla follia selvaggia del brano precedente. Chitarre creano una gloriosa introduzione mentre Tommy picchia tenendo il tempo ben scandito. Poi si parte con la canzone; l'assolo di Mick Mars è unico nel suo genere e in questo caso specifico prende queste sembianze: prima di spaziare con note precise, Mick decide di nascondere le proprie virtù dietro a distorsori, ma dopo averci dato una prova limpidissima delle sue capacità artistiche, decide di ritrarsi nuovamente e copre di nuovo il tutto con il lato "grezzo" che caratterizza il loro rock'n'roll. In questo modo ci porta alla conclusione del brano. Squillante ed esagerato, festaiolo e squisitissimo. Un pezzo geniale, fresco e sfacciato, come si può ben capire già dal titolo. All'interno ovviamente, data la premessa , troveremo frasi che inneggiano in parte alla violenza, all'essere "dei duri", al sentirsi affascinanti ed invincibili, con il loro gel nei capelli e coltello a serramanico in qualche tasca delle loro giacchette di pelle. Per il resto si parla di sesso, di "menage a trois", dell'essere fugaci e alla ricerca sempre del solito vecchio elisir del rock'n'roll. In questo brano sostengono di essere dei bravi ragazzi che hanno solo bisogno di un nuovo giocattolo? Ma chi potrebbe mai, in quella loro eterna situazione di non coinvolgimento emotivo (ma solo fisico) spezzargli il cuore? Sono ora più che mai immersi in una torbida frenesia di sentimenti e sensazioni. Ragazze, ragazze e ancora ragazze, questa la loro ossessione. Chiude le danze un altro grande successo dei Motley Crue, ovvero la titanica "Wild Side", open track proprio di "Girls, Girls, Girls". Questa canzone fu scritta da Sixx traendo ispirazione dalle parole e musicalità del "Padre Nostro", sì, proprio la preghiera. In quel periodo ogni tanto Nikki si concedeva qualche attimo in compagnia di una ragazza, la quale per incontrarlo  fuggiva letteralmente dal suo convitto, un collegio gestito da suore. Un giorno, il nostro ribelle bassista le chiese se il "Padre Nostro" fosse un'importante preghiera e mentre lei iniziò a recitarla, lui si mise a prendere appunti. Il risultato fu questa meravigliosa canzone che lui, con tutto il gusto dello scandalo, propose ritrovandosi contento dell'idea di traumatizzare le suore nel caso l'avessero mai potuta sentire, e anche la famiglia della ragazza, alla quale andava il suo pensiero ogni qualvolta la sua  lei trasgrediva le regole imposte per vedersi nientemeno che con un tale tatuato e con i capelli lunghi. "Wild Side" è un pezzo perfetto per far capire con quale grinta si sarebbe svolto l'intero "Girls, Girls, Girls", una canzone dall'indole selvaggia, subito potente, dove ogni strumento abbaglia nella maniera esatta. L'apertura di questo brano è data da sonorità che fanno venire in mente rombi di motociclette a dare un senso di velocità e libertà. La canzone in questione ha un tempo di 118 battiti al minuto, che se fosse quello del cuore, il tutto corrisponderebbe alla tachicardia. È proprio questo formato a dare la sensazione di energia e frenesia che si traduce ogni volta in emozione e vigore per i nostri sensi. I riff sono superlativi, gli strumenti collimano in maniera sensazionale. Al ventiseiesimo secondo, dopo aver lasciato un po' più spazio alla batteria, si introduce la voce di Vince. Quest'ultima ha un non-so-che di arrabbiato (ancora una volta diversa da come l'abbiamo potuta conoscere negli anni passati), che fa della canzone qualcosa di indimenticabile. Il ritornello giunge dopo nemmeno un minuto e finito questo la chitarra abbassa un po' la sua imponenza per lasciar spiccare Tommy Lee. In generale è stato giudicato uno dei brani più complessi dell'album, visto che è uno dei pochi a cambiare il tempo al suo interno. Nikki Sixx questa volta lo ha concepito in 4/4, per poi cambiare nel  ritornello e passare a 2/4. Insomma, quattro minuti e quaranta che vorresti non finissero mai. Manca di assolo, ma la canzone riesce completa anche così, e nonostante questa pecca, dal punto di vista musicale e concettuale è un pezzo davvero originale. Come già spiegato in precedenza, prende le sembianze di una preghiera e il compositore la deturpa volutamente, la dissacra, le toglie l'aspetto di riverenza e al posto inserisce parole di una cruda verità, parlando dell'aggressività che si incontra vivendo nella strada. Una lotta alla sopravvivenza che sa di triste e squallido. Eppure è questa la vita, nella quale l'avido viene incoronato come un re e i sogni adolescenziali volgono tutti alla bellezza sfavillante di Hollywood. La fede in Dio è del tutto persa ma c'è sempre quella crosta di ipocrisia che fa tenere il crocefisso come simbolo accanto a sé, nonostante le "liste nere" di peccati che ognuno ogni giorno compila.

Così, uscendo da questa "zona selvaggia", ricamata dalla sfavillante luce derivante da una logora (a livello di morale) Hollywood, possiamo riporre il primo disco e mettere su il secondo, il quale sarà aperto da "Dr. Feelgood", brano tratto dall'omonimo album del 1989. Una canzone completa, ricca di sfumature e intensa a livello di presenza strumentale, che cela un significato per loro molto "attuale e sentito": un brano che difatti parla di eroina, quella droga dispensata dagli spacciatori, i "dottori che ti fanno sentir bene". Quasi 5 minuti di canzone vengono riportarti pari pari dall'originale e non cambia nulla, nessuna differenza tra le due versioni, ma bisogna riconoscere già l'alto livello della prima versione di questa track. Una canzone dotata di un ritmo che rimane subito impresso, facile da intuire, scandito da Mars precisissimo e da un Tommy che tiene il tempo con stacchi netti e perfettamente decifrabili fra le distorsioni ed il wah-wah usato delicatamente per introdurre e creare l'atmosfera giusta della questa canzone beneficia. Dopo il quindicesimo secondo il brano inizia a prendere sapore e dopo il trentesimo ecco che esplode e diventa la vera "Dr. Feelgood". Completa e ricca di sfumature, Tommy Lee usa anche dei campanacci che non spiccano troppo ma vanno a riempire e ad "infiocchettare" ancora di più la traccia. Vince non prende troppo fiato, esibendo un tono di voce maggiormente più "ruvido" del solito e Nikki continua a tenere alto il ritmo. Un brano ritmato e dall'avanzare quasi "sensuale", un ritmo che colpisce e che fa venir voglia agli ascoltatori di muoversi e ballare. L'assolo è famosissimo e la canzone tutta, rimane qualcosa di intramontabile, passata alla storia potendo contare su un particolare tratto orecchiabile, soprattutto sull'incedere del ritornello, il quale facilmente si "stampa" in testa, essendo connotato da un andamento rapido, un ritornello che si sofferma sulle parole "Feelgood" ed "alright", pronunciate con toni acuti. Il finale è sfumato proprio su questo ritornello,. La canzone è cantata ad una velocità elevata, Vince ci "spara" letteralmente parecchie parole messe tutte in fila mentre cerca di inquadrarci che tipo di personaggio sia questo Jimmy, protagonista della canzone. Un tipo bizzarro e misterioso che gira per le strade di Hollywood con una Chevy del '65, ed il suo "lavoretto" è quello di spacciare cocaina ai messicani. Jimmy è un tipo che potrebbe vendere "lo zucchero ai dolci", uno che sa fare i suoi affari e agisce nell'ombra ma nonostante questo tutti sanno tutto di lui, pur stando attenti, comunque, a far sempre finta di niente. La città è in suo potere e siamo sicuri ormai che "la legge sia in affitto". È il re dei vicoli ciechi, tutto è sotto il suo controllo. Se si ha voglia di "sentirsi bene", dunque, basta alzare il telefono e rivolgersi al nostro Jimmy, che di volata arriverà a casa nostra per un consulto "a domicilio", prescrivendoci subito i "farmaci" dei quali abbiamo bisogno. Un dottore caro, ma a detta dei suoi clienti, "molto bravo". Proseguiamo questo excursus nell'89 dei Motley Crue e troviamo, dunque, un altro brano molto famoso, "Kickstart My Heart". Questa canzone è assolutamente una delle più belle musicalmente ed anche tra le più elaborate a livello strutturale e di testo, tra l'altro anche di recente composizione (appena due anni prima). Questa versione live di una canzone anch'essa tratta dal precedente "Dr. Feelgood" ha un aria del tutto festaiola. Si discosta dalla versione studio, ovviamente, per il contorno rumoroso della "situazione show", che le permette però lo stesso di imporsi bene. Si può sentire racchiusa tutta l'energia sprigionata da un live, una track che parte con la confusione eccitata di un pubblico impaziente di sentire il prossimo pezzo e che sta assaporando tutta la magia di uno spettacolo delle nostre geniali stelle del rock. Proprio all'inizio della canzone, intorno al diciottesimo secondo, si può percepire una sorta di boato che sovrasta tutto il resto: sicuramente si tratta dell'esplosione di una delle cannonate di fuoco, quelle fiammate potenti e grandiose che i Crue tengono a ostentare e proporre sempre durante le loro esibizioni in concerto. Nonostante sia musica dal vivo è abbastanza chiara e ben inseribile in un album, incrementando anzi, il sapore selvaggio. La voce di Vince è sempre acida e a tratti gracchiante, e tutti riescono a tenere un buon tiro lungo tutta la canzone. A renderla più bella sono senz'altro le voci adrenaliniche di un pubblico infuocato. In diversi punti si può apprezzare la maestria del loro brillante chitarrista. I piatti si sentono vibrare molto bene intorno ai due minuti e mezzo durante i quali la  canzone ha uno studiato calo dove vengono riversate le parole più importanti di tutto il pezzo e di tutta la storia dei Crue: "Quando abbiamo fondato questa band tutto quello che volevamo era divertimento. Ora gli anni sono passati e abbiamo 'kicked some ass' . Quando sono arrabbiato e calco il palco, l'adrenalina mi scorre sempre nelle vene..E direi che stiamo ancora 'spaccando'". L'assolo di Mars varia anche un po' rispetto alla canzone originale. Si conclude poi in un grande casino tra chitarre distorte, batteria smaniosa, un basso che non si può domare e la folla che scalpita e incita, il tutto tenuto a bada e fatto concludere con il talkbox che ripete i titolo della canzone. "Kickstart my Heart" è una canzone dedicata alla passione smodata per la corsa, il rischio della velocità in tutti gli ambiti della vita. Un chiaro riferimento agli effetti alla droga, al limite che ogni volta i Nostri sfidano e superano. Poco importa se l'introduzione del pezzo rassomiglia molto all'inizio di "Hellraiser" degli Sweet.  E' un altro inno all'eccesso, tra droghe e motori. E come dicono loro, tutto quello che hanno fatto, è stato solamente per il rock. Inseguimenti con la polizia sempre alle loro calcagna, overdosi, sbronze, atti al limite della legalità, e donne, tante donne. Un tenore di vita difficile da mantenere, ed il cuore rischia di non reggere a lungo andare.. è per questo che, ogni tanto, serve dargli una piccola spinta, per risolvere "l'ingolfo" e farlo ripartire come si deve (tanto è vero che il pezzo fu inizialmente concepito da Sixx come autobiografico, in quanto egli lo scrisse proprio pensando ad una sua esperienza di "quasi morte". La rianimazione lo salvò, ma il Rocker ammise di aver, in quel momento, varcato paurosamente la linea fra Vita e non Vita). La traccia successiva è una vera novità nonché una sorprendente "chicca". Il titolo è "Teaser", una magistrale cover di Tommy Bolin, il quale fu un importante chitarrista statunitense che militò anche nei Deep Purple (anni '75 e '76). Il pezzo del quale i Crue ci propongono la cover è un brano decisamente "blueseggiante" dove d'impatto si possono apprezzare e ammirare le notevoli scivolate sulle corde della chitarra e il resto della canzone si sviluppa in un sound decisamente complesso e articolato, confondendo la melodia, creando un brano davvero poco statico ma dal quale riusciamo comunque ad estrapolare bene il ritmo "fondamentale". Nella versione dei Motley si vanno a diversificare diversi elementi e aspetti: questa prende una forma più levigata e sicuramente la voce di Vince si discosta di gran lunga da quella di Tommy. Il suono appare tra l'altro anche più "moderno". Presente sempre lo slide, ben percepibile la batteria e gli stacchi secchi di T-Bone, ma è grazie alla voce di Vince se questo pezzo riesce a prendere una piega quasi glam. Chitarre squillanti si fanno spazio come lampi di luce, e poi si continua con riff distorti. Il basso di Nikki rimane una costante importante come anche i flash elettrici, i quali impreziosiscono indiscutibilmente la canzone. Il momento dell'assolo si trasforma in un momento un po' monotono del pezzo, ricco di virtuosismi tutti strumentali che però fanno calare un po' l'attenzione. 5 minuti e 17 di canzone assolutamente adattabile ad una raccolta. Il testo tratta un aspetto passionale, uno dei tipici temi "Crueiani". Lei una bellissima ragazza che sa provocare e ritrarsi, una "teaser", che tenterà fino a far crollare, a distruggere l'uomo di turno. Ha delle labbra scure e rosee che lasciano intravedere un filo di spregiudicatezza e una scintilla in fondo ai suoi occhi manderà in confusione, seducendoli, i malcapitati di questo intrigante gioco. Infatti lei parlerà in enigma, confonderà le carte e lascerà l'alone di mistero necessario alla seduzione e quando l'intrappolato in questo sadico gioco chiederà di più e una spiegazione ai comportamenti non-sense della bella, semplicemente lei non avrà più tempo e se ne andrà via, appagata di quanto è riuscita a suscitare e del fuoco che è riuscita ad innescare. La successiva traccia, la numero quattro, è intitolata "Rock'n'Roll Junkie". Ad aprire un bel giro di basso e qualche piatto agitato, si inserisce allora Mick in un crescere di note. Una vocal "sprintosa" da parte di Neil darà il via ad un motivo più energico e scatenato. Il riff accattivante è quello che intrattiene, in una canzone non molto impegnativa ma comunque scorrevole e molto accattivante. Il primo assolo che si incontrerà sarà connotato dalla compattezza, occupando un piccolo spazio concentrato, un assolo che ovviamente non si farà intimorire dagli spazi esigui ed andrà a recuperare poi nella seconda parte. L'alternanza di suoni e rumori rende fitta la canzone, facendola sembrare una pillola concentrata di energia, nonostante invece duri i suoi bei quattro minuti. Non c'è una vera netta distinzione tra strofe e ritornello, tutto ha uno stesso sapore di spasso, di divertimento, di voglia di dimenarsi in compagnia dei nostri. Un brano dunque che scorre liscio, che fa bene il suo dovere e riesce a catalizzare su di se l'attenzione della frangia più "festaiola" dei fan dei Motley Crue, veri e propri "animali da palcoscenico" in grado di smuovere e far divertire anche la persona più apatica e morigerata. Il testo, difatti, è una presa di coscienza del divertimento che i Nostri stanno vivendo, accompagnati dalle loro creazioni musicali. È "una figata" che fa ballare, qualcosa di grossolano, dove una musica funky riporta alla sensazione primordiale di libertà... La protagonista delle lyrics è come rapita, in trance, noncurante del resto del mondo che comunque continua a girare..  "a lei non frega niente", assolutamente niente di essere una drogata, dipendente dal Rock n Roll. Il modo in cui si lascia andare e si gode questa musica è un qualcosa di selvatico e di indomabile.  Poco le interessa dei giudizi della gente, quel che vuole è unicamente divertirsi, facendosi possedere totalmente dalla sua amata Musica, la sua unica ragione di vita, in quei momenti così spensierati e felici, che nessuno potrà mai rubarle o portarle via. Continuiamo ora con un altro pezzo mai proposto prima e anche, direi, il più bello dell'album, se togliamo le canzoni non inedite. "Primal Scream" è una furia, un urlo che viene viscerale, che proviene proprio dall'interno, dallo stomaco. Tommy Lee avvia questa macchina potente, tenendo un tempo preciso accompagnato dal passo di Nikki, ma quel che rimane più impresso è in effetti la cadenza data del batterista. Sembra un suono oscuro, immerso totalmente in una jungla impenetrabile dove si fa spazio la crudeltà innocente di un qualche predatore. Dal momento in cui subentra Mars, poi, la canzone diventa ancora più coinvolgente e mai si era potuto immaginare prima d'ora di ascoltare un riff che avvolgesse così tanto, catturasse ed esplodesse così forte, distinto dalle le sue note trattenute e prolungate in qualcosa di assolutamente sensuale. E questo si perpetua, ancora e ancora, dandoci assaggi, apparendo e scomparendo e riproponendosi lungo la canzone. Vince Neil è davvero esplosivo, aiutato da cori che sanno di "stonato" e per cui privi di regole imposte.  Proprio in virtù di questo c'è da notare un tratto singolare del brano tutto, in quanto si unisce il selvaggio e il "terra-terra",  l' "extravaganza" , il lusso "bizzarro" che si sono sempre concessi con il loro famoso e sciolto stile esagerato di vita. Anche in questo caso abbiamo quasi 5 minuti di potente composizione, di incredibile talento ed inventiva. L'assolo è assolutamente unico e soddisfacente, un assolo che si spegne dalla propria (troppa!) luce emanata sempre in maniera propria, lasciando poi continuare solo gli altri strumenti e la voce del frontman. È proprio a questo punto, quando quasi nessuno aspettava più niente, che i nostri colpiscono con il loro pungiglione scorpioncino. Un attimo dopo la fine dell'assolo e la ripresa del cantate, proprio quando il tutto va ad esaurirsi, i Motley Crue pensano bene di utilizzare di nuovo una perla, quella sequenza di note a raffica atte a mimare una mitraglia che atterrisce e sbrana, spalancando le fauci ingorde. Questo suono è un po' derivato da quello Dei KISS di "Love Gun", se vogliamo. Il testo, dal ritornello esplicativo e aggressivo ("Primal scream and shout!") è tutto un inno all'esaltazione dell'istintività e della decadenza, dello sporco e del rozzo, un insieme di cose che si possono trovare assaggiando una realtà animalesca, non basata su regole sociali e morali derivanti dalla "cultura". La frase "Let our mother out" sta proprio a ribadire il concetto che l'educazione imposta, rappresentata dalla figura genitoriale sempre in obbligo di riprendere e rimproverare, deve essere messa da parte per far si che tutti i ragazzi possano dare sfogo a tutto ciò che sia davvero impregnato dall'odore acre della libertà. Sempre col tono aspro, poi, i Nostri arrivano a predicare qualcosa di assolutamente pacifico, forse solo un tentativo di allontanarsi dallo stress, magari solo a parole, perché risulta evidente che ne siano più che mai schiacciati o quantomeno minacciati: "Hey man, sparisci dalla mia vista, mi riguarderò e risolverò i miei problemi a modo mio" e poi ci dicono che affrontano le pressioni suonando blues, ribadendoci che "se vuoi vivere secondo le tue proprie regole e condizioni devi essere disposto a crollare e bruciare". Quindi urla, grida,  scalpita ed entra anche tu in questo folle vortice al di fuori dal mondo civile! Facciamo spazio, ora, alla successiva e più calibrata "Angela", caratterizzata da toni più pacati ma creata con gli stessi ingredienti delle precedenti. Una sorta di dichiarazione da glamster, che facendo due conti si rende conto della propria vita, quella che dapprima era portata al limite e vissuta al massimo e ora invece, invecchiando, ha saputo regolare, raggiungendo un equilibrio nel quale si farà sempre trovare dall'amata "Angela". Riff distorti e fischi di sottofondo a condire l'atmosfera sono quello che appare e, possiamo dire, il biglietto da visita di quest'altro inedito. Il pezzo parte in un tumulto di strumenti, all'unisono, i quali dopo 10 secondi permettono l'emergere dei riff di Mars fino al re-inserimento di Tommy e del delicato Neil.  Al momento del ritornello la batteria diventa più importante e cadenzata, ed a un certo punto appare il basso di Nikki come mai prima successe. La canzone, in sé per sé, molto caramellata, non è niente di così particolarmente innovativo. L'assolo però, come sempre, sa farsi notare e ricordare. Di contro resta comunque il fatto che sembri qualcosa di già sentito. Il testo, come accennavamo prima, non è poi niente di esaltante a sua volta. "Quando il vento urla, Angela, sarò lì per te", rassicurazione e protezione e romanticismo in chiave rock, ma pur sempre un qualcosa di scontato. Il protagonista si pavoneggia del fatto di essere un uomo vissuto, che ha attraversato diverse esperienze, ma alla fine il cuore tenero e maturato, è caduto vittima di una "sweet-Angela", e deponendo la spada da guerriero ribelle decide ora di mettere la testa apposto, concedendosi alla vita tranquilla che un rapporto di coppia stabile e duraturo può garantirgli. L'età delle "idiozie" è ormai lontana, è tempo di rilassarsi e godersi i piaceri della vita, quelli più "sani" e tranquilli, dato che c'è un'età per far tutto. Per concludere questo viaggio nella storia dei Motley Crue, troviamo una canzone che in realtà, parlando soprattutto di "attitudine" non gli appartiene granché (il concetto di "anarchia Punk" è molto differente dal loro, di concetto, basato più su un edonismo sfrenato e non da una volontà di contestazione politica e sociale), ovvero la grandiosa e ribelle "Anarchy in the U.K." dei leggendari Sex Pistols, presente in origine nel primo LP della band inglese, "Never mind the Bollocks.. Here's the Sex Pistols", datato 1977 e considerata una pietra miliare del movimento punk, forse LA pietra miliare per eccellenza. I Sex Pistols come i Ramones, con il loro scalcinato punk rock, hanno suscitato sin dai loro primi anni una smodata adorazione (al pari di gruppi rock come i Beatles) nei giovani ribelli americani, che proprio ascoltando determinati album trassero l'ispirazione per divenire quel che oggi sono. I Crue non fanno eccezione e ci mostrano dunque la loro devozione alla causa Punk inglese. A riempire questi ultimi minuti ci sono ritmi punkeggianti ed anche la voce di Vince di non sembra quasi lei. I cori aiutano il ritornello e tutto quanto assume un profumo di fresca follia. Ovviamente un tocco metallaro completa la melodia,  il famoso assolo è completamente contraddistinto dal suono sporco mentre in questo caso viene un po' ritoccato e reso in alcuni tratti decisamente più intuibile e trasparente, e questo accorgimento fa di questa "Anarchy.." una cover riuscitissima. La risata diabolica famosa anche nell'originale è re-interpretata egregiamente da nostro Neil, che sembra molto meno glam del solito e forse la rende ancora un pizzico più cattiva. Nella versione dei Crue, inoltre, "U.K." viene sostituito, giustamente, con USA,come già fatto da Dave Mustaine nella sua interpretazione di "Anarchy..". Per quanto riguarda il resto, invece, viene mantenuto identico all'originale, anche perché non ci sarebbe modo di migliorarlo ulteriormente. Ribellione, voglia di rovesciare tutto e lasciare regnare caos, questo brano si fece conoscere per la sua prorompente carica dissacratoria e controcorrente, un vero e proprio schiaffo in pieno volto alla civilissima Inghilterra perbenista e conservatrice, sconvolta nel '77 dal sorgere del movimento punk che vedeva nei Pistols i suoi principali alfieri. Gli "Anticristi" predicavano dunque la libertà sfrenata, l'anarchia più totale, ed i Motley Crue diventano portavoce di questi ideali, incarnano l'anarchia stessa. Non c'è altro modo di vivere. Distruggere e ribaltare è l'unico senso.

Come conclusione ultima, direi che questa raccolta non è propriamente un "Best of" pur contendo pezzi molto importati, indubbiamente, per la loro carriera. Fa tornare un po' indietro nel tempo quando i nostri erano poco più che ventenni scapestrati, ma aggiungono anche qualche traccia nuova di pacca. Le canzoni sono scelte con cura, due per ogni album, ma non risultano essere due dischi equilibrati. Qualche traccia non cambia di una virgola, qualche altra mixata in studio, altre sono invece live. Il primo album è un susseguirsi di pezzi famosi, cambiati o no, senza criteri particolari, il secondo un calderone nel quale hanno buttato dentro un po' di ingredienti a caso, sembra quasi che abbiano avuto l'intenzione di riempire lo spazio senza sprecare troppo tempo ed energia nello scegliere cosa inserire e cosa no. Diciamo quindi che per questa raccolta c'è da esaltarsi fino ad un certo punto, suona molto di malinconia e poi ci illumina per un attimo con la espressivissima "Primal Scream", in effetti unico sprazzo di luce che ci lascia la scia di un illusione che qualcosa possa ancora avvenire, in casa Crue. Una raccolta a metà, ma comunque tassello importante, linea marcata che ferma e impacchetta i 10 anni più infuocati della loro vita. La gioventù impertinente e consumata, lasciata livida e abbandonata, racchiusa in due dischi. Per i fan più sfegatati del Combo americano, sicuramente un qualcosa da avere, in quanto comunque ci troviamo dinnanzi ad un contenitore di canzoni più che mai importanti (se parliamo del primo disco) e di un secondo capitolo contenente qualche pregevole outtake. Per i "novizi", invece, una sorta di trattato esauriente, un riassunto essenziale sulla sfavillante carriera dei nostri ribelli losangelini.. i quali, sicuramente, si approcciarono a questo lavoro con una punta di malinconia. Raccontare quel che fu con la consapevolezza che nulla sarà come prima. Forse, è proprio questo che determina l'essere "riuscito a metà" di questo lavoro.  Quei Motley Crue rivivono in questi solchi.. ma quelli contemporanei a "Decade.." purtroppo non si affacciano al più roseo dei futuri.

1) Live Wire (Kick Ass '91 Remix)
2) Piece Of Your Action
(Screamin '91 Remix)
3) Shout At The Devil
4) Looks That Kill
5) Home Sweet Home ('91 Remix)
6) Smokin' In The Boys Room
7) Girls, Girls, Girls
8) Wild Side
9) Dr. Feelgood
10) Kickstart My Heart 
?(live in Dallas, Texas)
11) Teaser (Tommy Bolin cover)
12) Rock N' Roll Junkie
13) Primal Scream
14) Angela
15) Anarchy In The U.K. 
(Sex Pistols cover)

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