MORGION

Cloaked by Ages, Crowned in Earth

2004 - Dark Symphonies

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
14/07/2022
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Ok, vi racconto una storia. Siamo nel lontano 2003, sei nel pieno della tua vita da liceale e guardi ormai con una punta di nostalgia al tuo passato da ragazzino nu-metallaro, quel passato che fino a un paio d'anni prima non ti faceva ascoltare altro che Korn, Linkin Park, Deftones e System Of A Down. Ormai sembrava che non esistesse altro calderone al di fuori dell'assolata California per andare a recuperare quella musica tanto amata che ancora il te stesso quattordicenne dell'epoca si ostinava a chiamare "metal". Beh, le cose da allora sono cambiate. Hai ormai diciassette anni ed hai scoperto il metal estremo, te ne sei andato sotto con death e black, a colazione mangi latte e Obituary e a pranzo pasta e Marduk, ma poi il tempo passa e ti avvicini a un altro mondo, tanto affascinante quanto ancora inesplorato: quello della terra d'Albione negli anni '90, del gothic e del doom metal inglese. È così che ti droghi fino allo sfinimento con "The Silent Enigma" degli Anathema e con i dischi più iconici dei My Dying Bride, prima di scoprire Paradise Lost e Cathedral e capire che ormai da quel mondo hai voglia di uscirne più. Ma proprio quando ormai stai così tanto sotto con quella roba che quasi quasi progetti di fare le valigie e andare ad abitare vicino a qualche cimitero del West Yorkshire, qualcuno ti passa per caso un CD di una "nuova" band (o forse lo scopri tu per caso navigando nei meandri del web, nemmeno ti ricordi più), ti senti affascinato dalla copertina e dalle recensioni che lo descrivono come "una pietra miliare del gothic/doom anni '90", ma poi resti di sasso quando scopri la loro provenienza: California, Stati Uniti. Quello stesso posto da cui ormai ti eri convinto che potessero provenire solo musicisti dai pantaloni enormi, con il capellino all'indietro, la rappata facile e le chitarre ribassate di dieci toni sotto. Sei un po' scettico, ma quel nome così particolare ti attira da impazzire: si chiamano Morgion, come il dio della decadenza di "Dragonlance", l'universo fantasy creato dalle penne di Laura e Tracy Hickman che negli anni '80 ha dato origine al contesto in cui è nato il gioco di ruolo per eccellenza "Dungeons & Dragons". Quel nome così altisonante ti fa provare quasi una certa riverenza quando appoggi il CD nel lettore e premi il tasto play, ma poi ti fai completamente avvolgere dall'atmosfera e non ci pensi più. Un immenso, solenne e mastodontico riff di chitarra ti travolge, e a quel punto è la fine. Le growl vocals del cantante Jeremy Peto, supportate da quel muro di chitarre e da quelle tastiere così dannatamente ammalianti, sono qualcosa di semplicemente paradisiaco per delle orecchie in piena dipendenza da gothic/doom. "The Serpentine Scrolls" avanza pachidermica e ti annichilisce, facendoti peraltro innamorare dei suoi cambi di tempo sul finale, poi arriva "Canticle" e un solo brano sembra essere la descrizione perfetta del doom metal anni '90 in tutto il suo splendore, con la malinconia assoluta della sua chitarra acustica, i suoi rallentamenti carichi di oscurità travolgente e quelle chitarre talmente evocative che farebbero invidia marcia ai My Dying Bride di "Turn Loose The Swans". Stavi ascoltando "Solinari", secondo disco dei Morgion uscito per la Relapse Records nel 1999, nonché perla nera di assoluta e rara bellezza. Un disco epocale e seminale, la pietra miliare di una band purtroppo rimasta sempre ai margini rispetto ai mostri sacri del genere, sottovalutata e in uno stato di realtà underground che alcuni fan hanno definito "criminale"; quegli stessi fan (tra cui anche il sottoscritto), tuttavia, che all'idea di vedere i Morgion diventare una band amata dal grande pubblico provano quasi sensazioni negative di possesso e feroce gelosia.

La band di Orange County non è mai stata una realtà per le masse, al contrario: già dalla sua nascita sembrava destinata a restare un nome di culto, di quelli sconosciuti ai più ma al contempo venerati dagli addetti ai lavori, tanto da assurgere al ruolo di "leggende" del doom dopo un'opera così iconica e rappresentativa come fu "Solinari". Quel disco era perfetto, ma purtroppo non era perfetta la band: sarà stata la provenienza (la California nel '99 era il posto ideale per farti conoscere al mondo se volevi creare il nuovo "Follow The Leader" ma non ti dava abbastanza credibilità internazionale se invece volevi sfidare Aaron Stainthorpe e soci), sarà stata l'indecisione della band su quale direzione seguire dopo aver sfornato un capolavoro di tale portata, sarà stato un insieme di sfortunati eventi e malaugurati fattori (come la morte del tastierista Brandon Livingston, che si era unito al gruppo da pochi mesi dopo la pubblicazione del secondo album) e, soprattutto, il continuo e ininterrotto cambio di line up. Jeremy Peto, bassista/cantante e una delle menti principali dietro al gruppo, se ne andò dalla band nel 2002 e venne sostituito da Justin Christian, Ed Parker fu sostituito da Brandon Livingston, la cui tragica scomparsa portò ad una nuova sostituzione con Peter Surowski, e infine alla voce arrivò una vecchia gloria dei Mindrot (storica doom band californina di quegli anni), il cantante Andrè Leroux. Sia Leroux che Surowski non arrivarono però fino alle registrazioni del terzo album in studio e così, con il supporto del fedele Justin Christian e degli unici due membri fondatori rimasti, il chitarrista Dwayne Boardman e il batterista Rhett Davis, tutto il carrozzone vocale e tastieristico venne così affidato alle sapienti mani di Gary Griffith. Le registrazioni del terzo album così ebbero inizio, mentre la storia della band californiana trovò invece la sua definitiva conclusione.  

"Cloack In Ages, Crowned In Earth" fu il terzo e (purtroppo) ultimo tentativo di continuare il cammino insieme prima dello scioglimento, ma ormai era troppo tardi per andare avanti. Per quanto Gary Griffith si fosse dimostrato un ottimo tastierista ed un cantante eccezionale (peraltro autore di molte clean vocals degne di nota), e per quanto le chitarre di Dwayne Boardman fossero ancora convincenti come all'epoca, i Morgion del 2004 non erano più le stesse persone che avevano composto e suonato quel capolavoro di "Solinari" cinque anni prima, e l'eredità di quel disco, unita a una serie continua di cambi di line-up e di peripezie degne di Beautiful che la band ha dovuto affrontare sia prima che dopo l'inevitabile scioglimento, non hanno certo giovato alla fama di un disco che sembrava destinato al dimenticatoio ancor prima della sua uscita. Colpa da un lato della nuova etichetta discografica, una Dark Symphonies non abbastanza incisiva quanto la Relapse in termini di promozione e distribuzione del disco, ma colpa anche di un pubblico che, complice il troppo affetto provato verso l'epocale secondo disco, non è mai riuscita ad apprezzare sino in fondo il canto del cigno di una band che aveva visto l'abbandono del suo vecchio frontman. Eppure le recensioni nel 2004, in Italia come all'estero, furono entusiastiche, sia online che nelle riviste specialistiche, e ancora oggi ricordo con nostalgia quelle belle parole su Metal Hammer che mi convinsero, in quella lontana primavera del 2004, a procurarmi l'album e ad ascoltarlo per giorni come se non ci fosse un domani. E questo perché il terzo e ultimo album dei Morgion non fu soltanto un bellissimo esempio di gothic/doom metal concepito e suonato a regola d'arte, ma fu soprattutto un vero e proprio passo in avanti rispetto a "Solinari", disco a suo modo ancora troppo ancorato a quelli che erano i canoni del doom inglese di metà anni '90, nonché un modo per introdurre nel discorso gothic/doom un nuovo tipo di approccio più vicino al folk, all'utilizzo delle chitarre acustiche alla Opeth, all'eleganza degli intrecci melodici e soprattutto a un certo tipo di atmosfera agreste e boschiva che in un certo senso seguiva l'esempio di "The Mantle" degli Agalloch, si affiancava a quello dei doomster canadesi Woods of Ypres e anticipava in parte a livello concettuale quello che si sarebbe visto molti anni dopo con la scena cascadian, qualche kilometro più a nord di quella stessa West Coast. Insomma, un disco che, a suo modo, era troppo bello e troppo importante per finire in un dimenticatoio che non gli avrebbe reso la benché minima giustizia.

La fama dei Morgion continuò dopo lo scioglimento, tanto da portare agli onori della cronaca il disco d'esordio dei Keen Of The Crow nel 2007, "Hyborea", semplicemente perché tra le fila della band c'erano i due ex-Morgion, ovvero  Justin Christian al basso e Rhett Davis alla batteria; un disco interessante e coinvolgente, che purtroppo restò un caso isolato e l'unica uscita discografica di quella band nata dalle ceneri delle leggende gothic/doom californiane. Nel 2008 la Relapse riprovò a far parlare di loro con la raccolta "The Relapse Collection", che comprendeva i primi due album pubblicati con quell'etichetta, dopodiché seguirono una serie di tentativi di reunion che portarono la band a partecipare al festival californiano Murderfest con l'ex tastierista Surowski in veste di batterista, ed in seguito anche al Maryland Deathfest di Baltimora del 2012, con il ritorno della leggenda Jeremy Peto alla voce. Quello stesso anno per la Dark Descent uscì la raccolta "God of Death & Disease" (chiaro riferimento al dio Morgion di Dragonlance) che andava a ripescare i primi due demo e l'EP del 1993, ma di roba nuova all'orizzonte non ve n'era nemmeno l'ombra. I Morgion deposero le armi così, ingiustamente dimenticati dalle masse ma marchiati a fuoco nel cuore degli appassionati di gothic doom, con "Solinari" entrato ormai nella leggenda e il magnifico "Cloacked By Ages, Crowned In Earth" come canto del cigno del loro breve ma intenso passaggio su questa Terra.

Cloacked By Ages - A Slow Succumbing

Suoni lontani che diventano sempre più minacciosi, come oscure nuvole nere che si affacciano prima di una colossale tempesta, mentre una distorsione di chitarra che cresce di intensità ed esce fuori da ogni valvola simula un vento ancestrale che preannuncia l'arrivo dell'apocalisse, o forse il ritorno di qualche divinità bramosa di vendetta: il minuto e mezzo scarso dell'intro "Cloacked By Ages", prima title track, altro non è che un modo per inquietarci e farci mettere sull'attenti, prima che le otto note contate di "A Slow Succumbing" ci arrivino in faccia come sciabolate pronte a strapparci ognuna un pezzo di carne dal corpo. Il growl di Gary Griffith non si fa attendere, ed ecco che estrema naturalezza i Morgion creano il brano doom metal perfetto, librando in aria un vocione che non ci fa rimpiangere nemmeno per un istante quello di Jeremy Peto e ci mette in guardia con la sua terrificante presentazione di sé (probabilmente quella dello stesso dio della decadenza Morgion): "Behold! / I am your deliverance / Look upon this nether steel / Tearing away your soul / Relentless / I am the dark night you fear" (Ecco! / Io sono la tua liberazione / Osserva questo acciaio infernale / Che ti strappa via l'anima / Implacabile / Io sono la notte oscura che temi").

All'inizio ci sembra di intravedere lo spettro degli Evoken, e prima ancora degli Skepticism che risvegliano dalla tomba, ma subito dopo avvertiamo un brivido lungo la schiena non appena la chitarra di Boardman disegna melodie che sembrano uscite direttamente da quel capolavoro oscuro che fu "The Light At The End Of The World" dei My Dying Bride (gruppo a cui i Morgion hanno sempre dovuto, in passato come ora, buona parte della loro ispirazione). Ma ecco che arriva subito la prima grande sorpresa di questo disco: le evocative clean vocals di Griffith, perfette accompagnatrici per atmosfere sì meste come in "Solinari", ma al contempo molto più ariose e quasi fiabesche, che richiamano alla mente gli Amorphis più melodici. Poi un delizioso arpeggio ci chiude le palpebre e ci prende per mano e ci accompagna verso la seconda parte del brano, dove i ritmi si fanno più sostenuti e la profonda voce di Gary è sorretta da un tappeto di granitiche chitarre in palm-mute, prima che sul finale intervenga una poetica chitarra acustica a chiudere il brano nella maniera più melodica possibile, con meravigliosi richiami bucolici ad influenze folk che in passato i Morgion non avevano mai dimostrato di avere, ma che adesso arrivano a colpirci in faccia nel modo più avvolgente e naturale possibile. In ognuno dei suoi dieci minuti di durata, "A Slow Succumbing" si è dimostrato un vero e proprio gioiello, un esempio perfetto di funeral doom metal raffinato suonato con estrema classe, e di sicuro si è guadagnato il merito di diventare uno dei miei brani doom metal preferiti di sempre.

Ebb Tide (Part I & II)

Note di chitarra ci cadono dolcemente nelle orecchie come fossero gocce di una tenue pioggia autunnale, mentre uno stacco di batteria alla Opeth introduce avvolgenti aperture melodiche di tastiera coadiuvate dal vago suono di un sax in lontananza. E su tutto si ergono le clean vocals di Gary Griffith, soffuse e quasi sussurrate, come se volesse cullarci con la sua voce. Presto però i sussurri diventano ringhi, le chitarre mostrano le unghie e innalzano un muro di distorsioni graffianti e il profondo growl di Griffith ci si aggrappa sopra, mentre le sue desolanti descrizioni visive lasciano scorrere alla mente immagini di un vascello devastato da una tempesta e adagiato negli abissi: "Laying upon the ocean floor / Broken, torn and compromised / No need to breath or eat / No need to sleep or see / In this lightless deep, below / Upon that vassel, upon that tide / A library of thoughts kept in its belly" ("Sdraiato sul fondo dell'oceano / Rotto, lacerato e compromesso / Nessun bisogno di respirare o mangiare / Nessun bisogno di dormire o vedere / Giù, in questa profondità senza luce / Su quel vascello, su quella marea / Una biblioteca di pensieri conservati nella sua pancia").

"Ebb Tide" è forse uno dei brani più atmosferici dell'intero album, non solo per il fatto che l'atmosfera qui la faccia da padrone, ma soprattutto perché è essa il perno centrale su cui ruota l'intera composizione. Anche le parti più distorte e tipicamente funeral doom sono lì per creare atmosfera, per farci immergere completamente nel nero oceano descritto dai versi dei Morgion (e con il senno di poi mi viene da accumunarli alle intenzioni creative degli Ahab), ma il bello è che l'evoluzione del brano procede in modo naturale e senza alcuna distinzione tra le parti, con gli innesti melodici che semplicemente si uniscono all'atmosfera generale e gli ispirati assoli di Boardman che ci ipnotizzano e ci intrappolano nelle loro spire senza possibilità di replica. Poi dei malinconici arpeggi di chitarra acustica introducono lentamente la seconda parte del brano, e senza accorgercene ci ritroviamo a far ballare la mente su una melodia a metà strada tra gli Amorphis più epici e i Primordial più folk oriented, rimanendo spiazzati davanti ad una costruzione del brano che definire perfetta è dire poco. Tredici bellissimi minuti per una canzone che sembra più un'antica ode alla natura che non la traccia di un album funeral doom metal. Fascino puro.

Trillium Rune - The Mourner's Oak

Dopo due canzoni così intense per 25 minuti di durata, "Trillium Rune" ci regala una meritata pausa, con un seducente e un po' inquietante assolo di chitarra contornato da suggestioni rumoristiche e da un'ispirazione che ricorda vagamente quella degli Opeth di "My Arms, Your Hearse". A quel punto, quasi in punti di piedi, l'evocativa voce di Gary Griffith, come un eco lontano, si insinua nelle orecchie e ci accompagna per mano in "The Mourner's Oak", canzone centrale dell'album e vero e proprio gioiello di poesia nera già dalle primissime note. L'atmosfera di quel già citato album degli Opeth si unisce qui a suggestioni romantiche dei My Dying Bride e a spunti melodici degli Amorphis, ma poi con naturalezza e con un'eleganza unica si gettano a capofitto in granitici riff di chitarra, mentre le clean vocals di Griffith, senza mai cadere nella tentazione del growl, si fanno sempre più intense e narrano la storia della "quercia in lutto", un albero senziente che nelle nostre menti assume la conformazione degli Ent e carica il brano di una forza visionaria senza precedenti: "Deep in the Earth / Its roots doth run / Long has it been / How long shall it be / Vast does its reach extend / Season after season" ("Nel profondo della Terra / Scorrono le sue radici / Tanto tempo è passato / Quanto ancora ne passerà / La sua vasta portata si estende / Stagione dopo stagione"). Il pathos cresce, l'intensità sale, le chitarre seguono la voce e viceversa e ci si ritrova alla fine della canzone senza nemmeno accorgersene, completamente ammaliati, come se avessimo visto con i nostri occhi immagini che la voce di Gary ha soltanto evocato, scene di un mondo fantasy dove la luce che si insinua tra i rami illumina candidamente la vegetazione di una foresta ancestrale. "The Mourner's Oak" è un brano estremamente semplice, il più semplice di tutto l'album a livello concettuale e compositivo, perché basato essenzialmente su un continuo crescendo di pathos che ruota costantemente attorno alle stesse note; eppure, in questa semplicità si riversa tutta la sua forza visiva e il suo imponente lirismo, rendendolo al tempo stesso uno dei brani più rappresentativi del disco e quello che più di ogni altro si lega con l'immaginario della band e con la poetica copertina. Semplice sì, ma estremamente e incredibilmente potente.

Cairn

Ed eccoci a quello che personalmente ritengo il brano migliore di tutto "Cloacked By Ages, Crowned In Earth"; forse non il più ispirato in assoluto, trattandosi anche di una canzone relativamente più breve (dal punto di vista compositivo credo che "A Slow Succumbing" sia difficilmente superabile), ma certamente quello che meglio rielabora le influenze principali degli ultimi Morgion, My Dying Bride e Anathema su tutti, e le ricollega al discorso che era stato fatto con "Solinari" cinque anni prima. "Cairn" è un meraviglioso e fulgido esempio di githic/doom metal composto e suonato davvero come Dio comanda: ogni cosa in questo brano è perfetta, il pathos è costantemente alle stelle, la chitarra di Boardman è un pugnale che affonda nel nostro cuore con precisione chirurgica tanto nei riff distorti quanto negli arpeggi, l'atmosfera è cupa e avvolgente, la batteria di Davis si adatta come un camaleonte ad ogni singolo cambio di tempo e le dolorose clean vocals di Griffith duettano alla perfezione con un growl di pregevolissima fattura, mentre racconta la mitologia fantasy di un mondo ancestrale: "Here they lay / Within our arms / Caressing this darkest purge / Honing the darkness pure / Bleeding the nether free / Under an Earthen stone / She of cloak and crown / She of blackened steel" ("Qui giacevano / Tra le nostre braccia / Accarezzando la purga più oscura / Levigando l'oscurità pura / Sanguinando il libero inferno / Sotto una pietra terrestre / Lei dal mantello e dalla corona / Lei dall'acciaio annerito").

Nel complesso l'intero brano appare incredibilmente ispirato e ci mostra i nuovi Morgion nella loro forma migliore, perché qui la parola d'ordine diventa intensità: le melodie chitarristiche di Boardman sembrano da un lato ispirarsi allo spirito celtico dei Primordial e dall'altra aver fatto propria la lezione dei My Dying Bride e di Andrew Craighan, mentre la doppia voce di Griffith, sapientemente divisa tra growl e clean, è resa splendidamente e sembra di osservare le due facce della sua anima che duettano insieme; ma soprattutto, nell'accelerata finale del brano è "The Silent Enigma" degli Anathema ad emergere, con un piglio che ricorda piacevolmente "Restless Oblivion" ma senza mai dimenticare di possedere una propria vena personale e dannatamente seducente. Se dovessi consigliare a qualcuno un brano per conoscere i Morgion di quest'album, probabilmente sarebbe proprio "Cairn": la sintesi perfetta tra le diverse influenze musicali della band e al contempo quella personalità unica che contraddistingue i californiani sin dai loro esordi. Una canzone scritta e suonata davvero con il cuore.

She, The Master Covets

Bisognava arrivare alla fine del disco per ritrovare un po' di serenità. Non che "She, The Master Covets" rappresenti una sorta di luce in fondo al tunnel, beninteso, ma resta pur sempre un brano che, sin dalle sue battute iniziali, si dimostra decisamente più arioso e positivo, discostandosi non poco da quell'alone di mestizia plumbea che aveva caratterizzato tutte le tracce precedenti. Anche qui Griffith dà sfoggio di ispiratissime clean vocals (e a questo punto vien da pensare che o non gli piaccia poi molto il growl, oppure abbia voluto trovare un terreno fertile su cui differenziarsi dal precedente vocalist Jeremy Peto), e i suoi versi assumono qui un tocco particolarmente romantico, tanto che ce li avrei visti bene in un qualsiasi brano dei My Dying Bride: "Dark am I / Dark are we / Entwined, like the sun and the moon / Form and function / She, the raven watched" ("Oscuro sono io / Oscuri siamo noi / Intrecciati, come il sole e la luna / Forma e sostanza / Lei, il corvo guardava").

La prima parte del brano scorre così in maniera estremamente tranquilla e dal retrogusto agreste, tra pacifiche tastiere, tenui arpeggi e i timidi assoli di Boardman che fanno capolino qua e là e ovviamente la voce calda e avvolgente di Gary a cullarci in un brano che sembra quasi allontanarsi dai dettami del doom metal per abbracciare quelli del progressive e del post rock. Ma non poteva andare avanti per sempre, ovviamente, e verso la parte finale del brano gli arpeggi si fanno più cupi, le chitarre più aggressive (seppur restando ben più tranquille della norma), e i Morgion proseguono verso una conclusione strumentale che sfocia in un evocativo richiamo atmosferico nei secondi finali. Sono sincero, non si tratta certo di uno dei miei brani preferiti dell'album e lo ritengo un po' sottotono rispetto al livello generale dell'album; tuttavia "She, The Master Covets" è la dimostrazione che i Morgion riescono ad avere classe ed eleganza anche quando provano ad addentrarsi in territori più lontani dagli standard a cui sono abituati. Un piacevole esperimento, e un po' di luce in più che ci aiuta a non perderci in questo oscuro cammino nella foresta, prima di addentrarci verso l'uscita.

Crowned In Earth

Plettrate di chitarra acustica procedono aggressive mentre il basso di Justin Christian pulsa in continuazione, per poi danzare nelle nostre orecchie quando arriva il momento del magnetico arpeggio melodico e poi di intrecci chitarristici che ricordano dei My Dying Bride un po' più folk del solito. La conclusiva title track "Crowned In Earth" ci coglie così alla sprovvista, presentandosi come un brano dalle tinte tranquille e anche discretamente avvolgenti, ma è soprattutto l'arrivo della voce di Gary Griffith ad aprire il brano in tutto il suo splendore. Il canto di Griffith ci arriva alle orecchie quasi come un'ode, l'inno lirico di qualche poeta del passato, mentre il suo presentarsi al pubblico come fosse l'Elemento di ogni materia, supportato da una chitarra acustica dai toni squisitamente rurali e quasi medievaleggianti, ci pervade la mente con visioni mitologiche che sembrano provenire da un qualche mondo fantasy, con una narrazione che vedrei bene in soffondo a qualche partita di Dungeons & Dragons: "I am the summer sun / The winter moon / I am the forest green / The desert sand / I am the ocean depth / The azure sky / I am the Element" ("Io sono il sole dell'estate / La luna dell'inverno / Io sono il verde della foresta / La sabbia del deserto / Io sono la profondità dell'oceano / Il cielo azzurro / Io sono l'Elemento").

Tuttavia questa luce eterea che ammanta i primi minuti del brano è solo l'inizio e presto veniamo investiti da un'aura di negatività, con un lento arpeggio oscuro che richiama prepotentemente quello di "Advent" nel capolavoro "Morningrise" degli Opeth (band che, a parere di chi scrive, rappresenta un'altra bella fonte di ispirazione per i nostri cari Morgion). E proprio come accade in Advent, la seconda parte del brano si spegne un po' alla volta addentrandosi sempre più in quest'oscurità, come un sottomarino che scende nelle profondità degli abissi, distaccandosi in modo sempre più netto dal luminoso lirismo campestre della sua prima parte e creando un contrasto di sensazioni che ci lascia spiazzati, ma al contempo appagati. Il brano a questo punto sembra finito, non sentiamo più nulla, eppure il minutaggio continua ancora ed in conclusione, dopo lunghissimi e interminabili minuti di vuoto, troviamo infine "Lull": non una vera e propria traccia del disco bensì una "hidden track" strumentale ed atmosferica, una di quelle tracce fantasma che in quegli anni andava ancora di moda inserire alla fine di un album. Niente di trascendentale o degno di nota, ma è comunque una piccola digressione dalle tinte dolci e avvolgenti, che ci fa sentire come se ci stessimo addormentando risucchiati dall'oceano nel ventre profondo della Terra, e personalmente ce la vedrei bene come colonna sonora per un documentario sull'origine dell'Universo. Affascinante.

Conclusioni

Le conclusioni su un album come "Cloacked By Ages, Crowned In Earth" si possono riassumere nello stesso modo con cui riassumerei le ragioni che mi hanno portato a voler recensire proprio lui, prima ancora del precedente capolavoro "Solinari". Perché il punto è proprio questo: per quanto bello e meraviglioso fosse, "Solinari" era un perfetto esempio di gothic/doom metal anni '90, ovvero un disco perfettamente rappresentativo di un genere ben definito in un determinato contesto storico. Era un disco che probabilmente meritava, se non di stare al fianco, perlomeno di essere considerato come la naturale prosecuzione artistica di altri capolavori come "The Silent Enigma" degli Anathema, "Turn Loose The Swans" dei My Dying Bride e "Icon" dei Paradise Lost; un album, insomma, pienamente inserito in quel determinato contesto. Ma con il terzo album, invece, il discorso cambia: "Cloacked By Ages, Crowned In Earth" era infatti un lavoro di tutt'altra pasta. Un disco doom metal fresco e dalle tinte folk molto più marcate, nonché dai tratti bucolici e agresti; un lavoro decisamente più arioso, forse meno romantico e drammatico, eppure, a suo modo, più evocativo e poetico. Un album verso cui la sensazione predominante non era più la preoccupata riverenza bensì, al contrario, la curiosità, l'intrigo, la voglia di scoperta. Un album capace di ipnotizzarti già con la foresta in copertina e che, senza spaventarti, voleva prenderti per mano e condurti in quella foresta insieme a lui.

Che il passaggio al nuovo millennio e i continui cambi di line up abbiano influito sull'evoluzione artistica della band di Orange County, è lapalissiano; allo stesso tempo, è innegabile che questa rinnovata necessità di un nuovo linguaggio creativo e di una sensibilità più delicata ed elegante abbia portato i Morgion, nel periodo finale della loro breve carriera, a cercare un contesto completamente diverso nel quale esprimere le proprie oscure emozioni. È proprio in questo contesto che nascono pezzi come la cadenzata "A Slow Succumbing", uno di quei brani che io farei ascoltare durante un corso su "come si suona il perfetto riff rallentato doom metal", ma anche le suggestioni mistiche di un brano come "Ebb Tide", opera di rara classe compositiva, che riesce a coniugare splendidamente le sensazioni di smarrimento delle sue atmosfere plumbee con quelle evocate dalle sue mura di distorsioni; per non parlare poi di brani evocativi e poetici come "The Mourner's Oak" e soprattutto "Cairn", dove la prima utilizza gli strumenti come una folata di vento che travolge l'ascoltatore, mentre la seconda è un coacervo di emozioni tanto intense quanto raffinate. Ogni brano è come un quadro dipinto ad olio, una piccola opera d'arte da ammirare e assaporare, mentre le aperture melodiche intrise in ogni brano ed i sapienti cambi di tempo piazzati strategicamente nei punti critici aiutano l'ascoltatore a non annoiarsi mai e a voler contemplare quei quadri il più a lungo possibile, come una droga da cui diventa difficile separarsi. E gli addetti al settore sapranno fin troppo bene quanto è difficile, in un genere come il doom metal, trovare sempre dei modi per non annoiare l'ascoltatore ma, al contrario, incaternarlo al brano e ammaliarlo con le sue note. Ci vuole un'alta dose di classe per riuscirci, e di sicuro questa non è una qualità che ai Morgion è mai mancata.

"Cloacked By Ages, Crowned In Earth" è fatto così: prende alcune caratteristiche di "Solinari", quelle che più hanno reso iconica la personalità musicale della band, e le riadatta ad un contesto diverso. L'approccio smaccatamente atmosferico, l'insistenza su riff lenti e mesti prima di passare a cambi di tempo più sostenuti e sorretti da epiche aperture melodiche, nonché l'uso poetico e malinconico della chitarra acustica, tutto ciò che qualche anno prima era un mezzo per esprimere in modo solenne emozioni come il dolore e la negatività, qui si trasforma sotto il fascio di luce di una visione più ottimista, di emozioni più complesse e ricercate, di una maggiore raffinatezza compositiva e di inedite evoluzioni progressive metal. I Morgion di "Cloacked By Ages" sono più rustici e al contempo più eleganti, hanno in cuor loro un'anima più folk e decisamente più vicina allo spirito della natura, e questo diverso modo di suonare e di intendere il songwriting li rende più fiabeschi, come se volessero ricreare la colonna sonora di un'antica leggenda tra le fronde di una foresta ancestrale (cosa che tra l'altro sembra essere suggerita dalla bellissima e affascinante copertina). La band che in "Solinari" sembrava in perfetta comunione con i vecchi Anathema, con i My Dying Bride e con il doom inglese degli anni '90, in "Cloacked By Ages" sembra invece quasi strizzare l'occhio allo spirito campestre degli Agalloch, a certe melodie del doom metal dei Wood Of Ypres e, perché no, anche a certi Opeth, soprattutto nelle parti più melodiche e rilassate, ma anche in quelle più oscure (vedi l'arpeggio della conclusiva title track, che in certi momenti odora nemmeno troppo vagamente di "Advent"). Certo, è vero che anche qui i californiani non rinunciavano a una forte dose di romanticismo e che le influenze della band di Stainthorpe si fanno decisamente sentire adesso come allora, e basta ascoltare le chitarre iniziali nella nella "Cairn" per rendersene conto; ma la differenza sostanziale con il passato sta nel fatto che, se in "Solinari" i Morgion erano ineluttabilmente "dipendenti" da questo tipo di sonorità, tanto da costruirci di base l'intera intelaiatura dell'album e concentrare in quella drammaticità il suo potenziale emotivo, qui il romanticismo diventa semplicemente un elemento da aggiungere alla lista e da inserire nel complesso discorso compositivo messo in piedi da Griffith e soci.

"Cloacked By Ages, Crowned In Earth" è un gran disco, leviamoci il dubbio, e continuarlo a paragonarlo a "Solinari" non solo non gli rende giustizia, ma è anche un'operazione fuori luogo e senza senso, dato che si tratta di due opere entrambe bellissime, ciascuna a modo proprio, ma anche profondamente diverse. E a parer mio è soprattutto la memoria di quest o terzo ed ultimo album che, come fosse una specie protetta dal WWF o una lingua ormai in via d'estinzione, meriterebbe di essere preservata e conservata perché, laddove "Solinari" si piazzava di diritto nell'Olimpo del doom a braccetto con i mostri sacri dell'epoca, qui invece si aveva a che fare con un'opera che nasceva per bastare a sé stessa e che non voleva paragonarsi a niente e nessuno. Per questo ho scelto di recensirlo e di parlarne: perché un disco di questa portata, di questa bellezza e di questa importanza merita immensamente di più di ciò che la Storia ha voluto dargli e ogni amante del doom metal che si rispetti non dovrebbe assolutamente farselo scappare; sarebbe una lacuna imperdonabile, degna di essere punita dal dio Morgion in persona. Quindi mi raccomando, ascoltate e venerate "Solinari"; ma dopo non vi dimenticate di recuperare "Cloacked By Ages", di custodirlo gelosamente e di riscoprirlo ogni qualvolta l'atmosfera malinconica e arcana di una foresta ancestrale sia tutto ciò che avrete voglia di ascoltare.

Una bellissima perla nera, ingiustamente dimenticata.

1) Cloacked By Ages - A Slow Succumbing
2) Ebb Tide (Part I & II)
3) Trillium Rune - The Mourner's Oak
4) Cairn
5) She, The Master Covets
6) Crowned In Earth