MORBID ANGEL

Illud Divinum Insanus, The Remixes

2012 - Season of Mist

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO & MAREK
03/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Come rendere ancora più controverso un disco come "Illud Divinum Insanus", il quale ha destato, a voler essere buoni, "scalpore" tra la comunità dei fan dei Morbid Angel e quella metal in generale? Semplice, prendendo l'elemento che più ha alienato molti, ovvero la componente elettronica, ed ampliandolo tramite un remix album. Ecco dunque il risultato: "Illud Divinum Insanus - The Remixes", un disco nel quale troviamo non più la sola formazione Death Metal, ma anche svariati nomi della comunità electro/EBM/industrial mondiale; sia classici, sia nuove leve legate alle tendenze più "commerciali" degli anni duemila. Rendere il tutto, quindi, "elettronico" per mano di chi è esperto del mestiere. Ed è proprio quello che i Nostri hanno fatto, quasi come un ennesimo atto di sfida nei confronti delle critiche ricevute, e come una dichiarazione d'intenti che va ad accompagnare quelle verbali del periodo. Siamo nel 2012, il precedentemente citato e controverso ultimo capitolo della discografia della band, un tempo simbolo del Death Metal americano, è uscito da appena un anno, e di certo gli animi non si sono placati, anzi: ancora si discute del disco, tra persone inviperite per gli elementi esterni apportati (dimentiche ad onor di causa di album come "Domination" e delle collaborazioni su EP con i Laibach, ed in generale di un interesse mai nascosto da parte della band verso certe sonorità) ed altri che più oggettivamente guardano alle pecche stilistiche e facilonerie, indipendentemente dallo stile usato. Insomma, il problema dell'album non è affatto la presenza dell'elettronica, ma il fatto che sia stata usata male, scimmiottando gli elementi più superficiali del così detto industrial metal/rock, dandone in alcuni casi un'involontaria parodia. In ogni caso la formazione, la quale vede Trey Azagthoth (chitarre), David Vincent (voce e strumentazione), Thor Anders Myhren (seconda chitarra) e Tim Yeung (batteria), non sembra per nulla pentirsi, sfidando apertamente i fan, e dichiarando in sostanza che  chi non apprezza il disco "è un chiuso di mente", scatenando così ed ancor di più la rabbia di molti, spesso diretta verso il rientrato cantante, giudicato l'artefice di tutto questo a causa della sua militanza nei Genitorturers di sua moglie Gen, noti membri della scena shock/industrial rock americana. In realtà, però, le scelte di songwriting sono quasi totalmente in mano ad Azagthoth, il quale quindi non era certo contrario all'operazione. Ed è quindi in questo modus operandi (e anche  probabilmente nella speranza della "Season of Mist" di far soldi, anche con i fan della EBM, dell' industrial rock ed electro, generi di cui l'etichetta ha tutt'ora alcuni rappresentanti nel roster, e di cui è distributrice sul mercato. Accordi con nomi quali la "Alfa Matrix" e la "Ant-Zen", etichette delle quali troviamo non pochi artisti in questo lavoro) che la genesi di questo doppio album di remix va riscontrata. Un doppio lavoro il quale chiama a raccolta tutta una serie di nomi che chi ha un minimo di dimestichezza con quel mondo non farà fatica a riconoscere; abbiamo sia giganti storici come i già citati sloveni Laibach, o Cevin Key degli Skinny Puppy, Download, Doubting Thomas e molti altri progetti, sia nomi della scena electro-goth tedesca più danzereccia come Chris Pohl dei Blutengel, Terminal Choice, Miss Construction ed altri progetti, i Project Pitchfork e Nachtmahr, sia alcuni rappresentanti della techno industriale inglese ed americana come The Horrorist, Mondkopf, Scott Brown, sia altri nomi legati al mondo electro-industrial ed industrial metal francese come Hiv+, Tamtrum, Treponem Pal e Punish Yourself (qui in collaborazione con i Sonic Area), sia nomi come Black Lung e Synapscape rappresentanti del minimalismo rhythmic noise di scuola "Ant-Zen". Insomma una scaletta decisamente variegata che cerca di accontentare un po' tutti e di toccare varie tendenze molto in voga. Una tracklist la quale presenta alti e bassi, considerando anche il materiale originale sul quale lavorare non sempre positivo; è chiaro che se si è di principio contrari a certi suoni nulla si potrà fare, ma per chi non è a digiuno di essi troviamo alcuni episodi interessanti, sparsi tra altri sui generis ed altri non proprio da esaltare. E' anche presente una sezione di bonus track offerte in download, dove si rincara la dose con i prezzemolini Combichrist ed altri nomi tra cui Asche ed i Chrysalide, creando un vero e proprio Juggernaut musicale composto da quasi quaranta tracce.

I Am Morbid

Il primo disco parte con "I Am Morbid (Io sono Lascivo, Wall of Morbid mix)" ad opera degli sloveni Laibach, i provocatori industriali ad oggi formati da Milan FrasIvan NovakMina ?pilerJanez Gabri?, Luka JamnikRok Lopati?, i quali hanno attraversato i decenni e diverse correnti del genere proponendo per lo più cover di brani famosi della cultura pop, stravolgendoli ad uso e consumo della loro intricata propaganda socio-artistico-politica (la quale è loro valsa sospetti e censure sia da destra che da sinistra); il tutto affiancato a qualche lavoro inedito, a volte con risultati che ben poco avevano a che fare con le aspettative puramente musicali. Qui essi stravolgono il brano donandoci una versione aperta da una sinfonia di fiati e tasti dal gusto barocco, la quale poi man mano si accompagna a cori da pubblico per gladiatori, fino al verso di Vincent, il quale apre ritmi sincopati dubstep. Ecco quindi un muro martellante, il quale ben poco mantiene dell'originale, intervallandosi con la parte iniziale e manipolando le fonti vocali; si crea così un mantra ossessivo basato sul gioco di stacchi e riprese, il quale unisce la teatralità degli sloveni con elementi moderni non proprio tipici del loro sound. Il modus operandis sembra quello di "Laibachkunstderfuge" ovvero la loro reinterpretazione in chiave elettronica del "Die Kunst der Fuge" di Johann Sebastian Bach, ed anche qui come in quel caso il risultato più che dare un vero e proprio piacere all'ascolto, si rivela come un esperimento di stile fine a se stesso, il che è un peccato data l'importanza del nome coinvolto e quanto fatto in passato con i pezzi dei Morbid Angel tratti da "Covenant" in occasione del famoso EP "Laibach Remixes" del 1994; si termina di seguito con il solito "carosello maligno", tra note classiche e ronzanti distorsioni protratte fino alla conclusione. Proseguiamo con "OmniDead"  reinterpretata dal canadese Cevin Key, qui coadiuvato da Ken Hiwatt Marshall, suo collaboratore occasionale, sotto forma di un episodio strisciante che richiama i momenti più sperimentali dei suoi progetti solisti; ecco quindi un inizio subdolo con ritmiche lente e distorsioni robotiche, sul quale salgono momenti da colonna sonora da film di tensione, salvo poi dare spazio ad un campionamento vocale di Vincent. Ecco che al cinquantatreesimo secondo parte un loop di riffing unito a tamburi solenni, canti iniziatici e pulsioni elettroniche; il cantato cupo viene ripreso, dandoci una versione gotico-elettronica della traccia, con tanto di sezioni sincopate dove si dimostra tutta l'abilità a livello di songwriting del Nostro. Si prosegue così alternando momenti di raccoglimento evocativi ed attacchi spigolosi, per una reinterpretazione che qui mantiene le promesse dando nuova vita al tutto, aggiungendo anche tastiere magniloquenti che innalzano l'epicità minimale dell'operazione; la conclusione è quindi affidata a disturbi robotici uniti in sincretismo con l'andamento rituale dal sapore antico. Se si apprezza un certo tipo di elettronica, francamente qui abbiamo un prodotto ben più elaborato rispetto all'originale, figlio dei vari progetti del musicista chiave della scena electro-industrial; insomma un colpo riuscito a pieno che da nuova dignità alla traccia rielaborata, mostrando come in molti casi questo lavoro, pur non facendo gridare al miracolo, superi nettamente la fonte da cui trae materiale. 

Too Extreme

"Too Extreme - Troppo Estremo (Black Symphony edition)vede la one-man band francese Brain Leisure apportare il suo tipico stile dove una dark electro elegante e plumbea si unisce a tendenze etniche; si parte quindi appunto con ritmi organici dal sapore tribale, sui quali si uniscono distorsioni di varia natura. Al ventottesimo secondo ritmiche IDM fanno al loro comparsa insieme alle vocals filtrate di Vincent in loop continuo; ecco quindi che il tutto si fa più movimentato con un andamento pulsante sul quale prendono piede chitarre trattate e bassline accennate. Si crea così un movimento che tiene l'attenzione dell'ascoltatore, il quale vede anche cesure evocative dai suoni orchestrali in levare, i quali donano una certa solennità epica arricchita da archi ariosi; il ritornello diventa quindi qualcosa di filmico, regalando al brano qualità non certo presenti nella versione originale. Tutto poi si completa con il ritorno degli elementi elettronici, in una sequenza grandiosa che va ad infrangersi verso una nuova pausa orchestrale dove le vocals si perdono in un'eco che da spazio alle arie malinconiche e ai tamburi; un altra traccia ben riuscita che gioca con i generi e ricrea il materiale fornito in una chiave personale. "10 More Dead" vede l'apporto di Toxic Avenger, al secolo il DJ francese Simon Delacroix dedito ad un sound electro di chiara ispirazione d'oltralpe, ovvero controllato e giocato su melodie minimali, ma anche legato a tendenze dubstep di più largo respiro; ecco quindi una partenza ariosa e sognante dove s'intravedono suoni di tastiera che ricordano gli Air, mentre la voce di Vincent si fa strada accompagnando i primi disturbi elettronici. Non ci sorprende più di tanto l'esplosione del cinquantatreesimo minuto, la quale ci porta tra groove distorti chiaramente legati a quel dubstep che tanto è andato di moda tra la fine del primo decennio degli anni duemila e l'inizio del secondo; si prosegue quindi con un loop ossessivo fatto di pulsioni spezzate, tra suoni squillanti ed accenni di riff posizionati come cesure. Al secondo minuto e quindici abbiamo un "falso blocco vocale" il quale crea un loop protratto fino all'esplosione di ritmiche EDM da pista, le quali si allontanano quanto mai da ogni lido metallico, ma anche gotico od industriale, evocando nomi quali Felix Da Housecat ed i dancefloor più alla moda; ed è proprio così che si chiude questo curioso episodio un po' schizofrenico, il quale farà storcere il naso anche ad alcune "menti aperte" magari interessate al solo lato oscuro dell'elettronica. 

I Am Morbid

"I Am Morbidviene questa volta rivista dal duo electro-punk Malakwa sotto forma di un ibrido industrial rock/dance un po' sui generis; si parte con ritmi sincopati e cori da gladiatori, presto raggiunti da effetti in levare. Ecco che al ventiquattresimo secondo un loop di chitarra si accompagna alle vocals di Vincent e ai bassi vibranti, in una sequenza ossessiva; essa si arricchisce di drum machine ancora più pestate, mentre una sorta di conto alla rovescia ci porta verso una cavalcata trance destinata ad infrangersi verso arpeggi campionati e ritmi sincopati che ancora una volta richiamano lo spettro della dubstep. Riecco quindi i cori esaltati, i quali si uniscono a nuovi loop di chitarra e a groove spezzati, dando poi spazio a distorsioni squillanti e snare da pista; si alternano quindi i rallentamenti precedenti, con un gusto che unisce certe tendenze electro-punk con i ritmi spezzati dubstep e le incursioni di chitarra dell' industrial rock. Il finale vede un ultimo attacco elettronico in levare, il quale esplode in una sezione da puro delirio dance; insomma, un altra traccia che farà il fegato marcio di non pochi allergici al concetto di musica da discoteca, la quale fa un discreto lavoro nella sua funzione da pista, senza però creare nessun grande capolavoro necessario. "Too Extremegode ora della presenza dei tedeschi Synapscape, formati da Philipp Munch  Tim Kniep, capisaldi dell'etichetta Ant-Zen e della scena Rhythmic che essa praticamente rappresenta insieme alla Hands; sin dai primi secondi l'antifona è chiaracon distorsioni a manetta e ritmi robotici sincopati uniti a campionamenti da fabbrica, dove le vocals di Vincent vengono trattate come strumenti ulteriori. Al primo minuto i toni s'incattiviscono grazie a loop stridenti e beat pestati, aggiungendo quindi le bassline precedenti in una montagna russa claustrofobica; come sempre in questo genere il tutto è basato sull'abilità nel giostrare attacchi ai sensi ed ossessioni ritmiche evitando la monotonia, cosa che i Nostri riescono a fare in virtù del songwriting ben strutturato, dove incontriamo anche atmosfere metallurgiche più calme, presto però violate da punte corrosive. Al secondo minuto e trentaquattro ci si lancia nel rumore più ostico, dando spazio all'elemento noise in modo totale; ecco però che poi ritornano bizzarre melodie di chitarra campionata e stravolta, per uno dei remix più riusciti, a patto di apprezzare questo genere ostico. Prendere o lasciare, qui è il delirio inumano a farla da padrone, tra distorsioni d'acciaieria e contrazioni ritmiche; esse ci portano fino al finale di questa escursione nell'ossessione futurista fatta musica per piste senza esseri umani, ma bensì con macchinari ballanti.

Destructos Vs The Earth

"Destructos vs. the Earth - Destructos contro il Mondo, (DoomsdayMarchMix)vede la collaborazione dei francesi Punish Yourself e Sonic Area, collaborazione non inedita dato che i due progetti hanno all'attivo un album condiviso del 2010, ovvero "Phenomedia"; essa mantiene i toni sperimentali di quel lavoro, partendo con inquisitorie atmosfere medioevali alla Will (progetto electro-gotico-sinfonico di Rhys Fulber dei Front Line Assembly, attivo ad inizio anni novanta) dove ritmiche lente ed imponenti accompagnano la ripresa del ritornello ad opera di Vincent. Il tutto ricorda molto il modus operandi del così detto death industrial svedese, tra atmosfere da film ambientato nell'Epoca Buia e marce marziali; non c'è qui spazio per il dancefloor, regalandoci invece un'esplosione con cori epocali e pulsioni industriali da Terza Guerra Mondiale.  Continuiamo quindi così, in una rielaborazione che praticamente mantiene solo le linee vocali, stravolgendo tutto il resto; ecco che al terzo minuto il tutto si fa progressivamente più ritmato, aggiungendo sequenze elettroniche accattivanti unite a riff campionati, i quali suonano come messe in moto abortite di mezzi di locomozione, od in alternativa marcette belliche. Fiati trionfali completano il quadro in una traccia che farà la felicità di amanti di generi quali l'industrial sinfonico, il neo folk più battagliero ed il già citato death industrial; il finale vede piatti di batteria fisica, i quali regalano una conclusione organica prima delle bordate di campionamenti che firmano la chiusura di questo brano sinistro ed atmosferico, altra rielaborazione riuscita che ricrea il suono della band sotto altra forma ed universo, in modo decisamente più serioso e competente rispetto all'album originale. 

Too Extreme

"Too Extremetorna sotto le mani del progetto Hiv+, formato dallo spagnolo naturalizzato francese Pedro Penas Y Robles, dedito ad ambientazioni industriali che mischiano elementi EBM, harsh noise, rhythmic e d'atmosfera; ecco quindi suoni da fabbrica oscuri e squillanti, sormontati dalla voce di Vincent, presto sovrastati dal riffing di chitarra ultra distorto e fuso con ritmi meccanici inumani. Bordate assassine proseguono in una marcia massacrante devota al rumore, la quale sfida la resistenza dell'ascoltatore mentre aggiunge in sottofondo elementi evocativi dark ambient appena percepibili; possiamo dire che la traccia viene volutamente sepolta sotto strati di distorsione vocale e di effetti, per uno dei momenti più ostici di tutto il lavoro, più una gara all'estremo, piuttosto che una qualsiasi reinterpretazione ballabile. Non ci sono molte variazioni o sorprese, ripetendo in modo ossessivo gli elementi precedenti fino alla conclusione; insomma non certo il momento migliore dell'album. Un esercizio di stile che dona in realtà poco alla traccia originale, stravolgendola si, ma in modo non fruibile; la conclusione ci da un po' di respiro  con loop vocali in dissolvenza, i quali chiudono questa non gloriosa parentesi. 

I Am Morbid

"I Am Morbidconosce l'azione del duo francese di scuola techno hardcore Micropoint, portandoci sui lidi della musica da ballo più pesante; come spesso accade abbiamo una intro da arena, con cori e chitarre stridenti, dove si uniscono fraseggi di chitarra "classici". Non dobbiamo però farci ingannare, infatti al trentaquattresimo secondo partono le pulsioni a cassa dritta, sottolineate da riff spezzati e dalle vocals di Vincent; si viaggia quindi su coordinate prevedibilmente ossessive, aumentando poi il livello delle bassline distorte, contraendo il movimento con alcuni attimi dubstep, genere che inevitabilmente torna più volte nel disco essendo allora all'apice del suo successo mainstream. Il songwriting è decisamente conciso e minimale nelle sue regole, tutto basato sulla ritmica pulsante e sulle contrazioni di raccoglimento; l'obbiettivo è chiaramente la pista, e anche elementi come le chitarre vengono usati come cesure per la cassa continua, protagonista del brano. Un altro remix che sembra fatto apposta per imbestialire i puristi, il quale comunque ha ben poco senso ai fini dell'ascolto casalingo. Ecco che al terzo minuto e quarantasei una sequenza di chitarra si unisce nel suo fraseggio death/thrash a ritmiche sincopate, dandoci una sezione che poi esplode nell'ennesimo attacco vibrante; esso si lancia verso la conclusone, relegata a bassi, voce, e loop di chitarra continuo, e alla punta finale con cori e suoni squillanti. 

Too Extreme

"Too Extreme (Metallizer remix)ripresenta il pezzo sotto le mani di  John Lord Fonda, ovvero l'alter-ego techno di Cyril Thevenard, continuando sia la tendenza da pista, sia quella d'oltralpe che domina questa parte del primo disco; una batteria elettronica cadenzata apre il tutto, unendosi poi a "strappi" sonori e a cori evocativi dal gusto anni '80. Ecco le inevitabili contrazioni sincopate, le quali ci danno una ritmica spezzata alternata ai campionamenti vocali; pulsioni da house distorta e dubstep fanno capolino, mentre poi ritroviamo la sezione iniziale più "gotica"; al secondo minuto si passa ad una cesura "subacquea", la quale crea un tipico effetto dapista salendo poi vorticosamente. Inevitabile quindi l'esplosione dal groove ossessivo e stridente, la quale ci dona loop continui, stordenti ed ipnotici; il tutto ben fatto, ma anche qui viene da chiederci quanto l'ascolto casalingo possa giovare a questo remix dedicato all'ambiente delle discoteche. La conclusione riprende le atmosfere solenni iniziali, violandole poi con il ritorno alle ritmiche cadenzate e techno iniziali, le quali giungono al finale; non molto da aggiungere, si potrebbe ripetere quanto detto per l'episodio precedente, anche se qui il tutto si mantiene più elegante. 

Radikult

"Radikult (Culto Radicale)vede ora l'apporto del gruppo olandese techno gabber Evil Activities, presentazione questa che dirà già di suo molto del remix qui presente: i BPM sono impazziti, iniziando con un'introduzione vocale presto violata dai bassi ossessivi lanciati a tutta velocità sui ritmi della Hardcore più classica propria della scena olandese. Ogni tanto abbiamo pause stridenti, ma è la corsa lisergica a dominare il tutto, continuando le tendenze puramente da pista sin qui viste; ecco che al minuto quarantadue ci si ferma con oscurità atmosferiche dalle linee dance, le quali raccolgono le energie con tanto di coro effettato "alla Scooter". Ed ora parte una sezione happy hardcore che ci porta in pieni anni '90, richiamando una scena che per molti metallari è l'antitesi di quanto amato ed apprezzato; inevitabile poi il crescendo che esplode in una ripresa degli attacchi stordenti cari al genere, i quali però lasciano anche spazio alle bassline spezzate, in un vortice elettronico che lascia poco spazio alla ragione. La chiusura è poi lasciata alla cavalcata da tregenda hardcore, consumata in una dissolvenza e in un ultimo basso; insomma, ennesimo momento da pista che arrochisce questa sezione che probabilmente risulterà la più difficile da digerire per molti, non solo ancorati al metal. "Too Extreme" torna con i Mixhell, ovvero il progetto house/electro del fratello di Max Cavalera, nonché ex batterista dei SepulturaIgor Cavalera, in coppia con Laima Leyton; troviamo in apertura suoni d'organo pesanti, gotici, uniti ad una ritmica marciante e a campionamenti vocali coadiuvati da effetti ambientali oscuri. Il crescendo creato sale fino all'esplosione incalzante di bassline e drum machine, la quale avanza su un tempio medio aggiungendo man mano effetti  a strati in una connotazione electro retro; ecco al minuto e quarantacinque suoni alla Kraftwerk i quali ci donano un episodio composto legato in questo caso alle serate dei club più eleganti. S'infiltrano atmosfere oniriche, preparando una cesura caratterizzata dalla ripresa dei suoni iniziali adagiati su ritmiche quasi tribal, riprendendo le connotazioni cosmiche ed oscure; un nuovo crescendo ci riporta alle linee elettroniche dal sapore kraut,  proseguendo con i cori solenni ed alcune tastiere stridenti intervallate. Compaiono poi snare e pulsioni più "allegre", in un finale trascinante che ricorda alcune cose della IDM più ambientale; ecco quindi la conclusone con effetti in dissolvenza. Una traccia misteriosa e tutto sommato ben riuscita, ancora una volta comunque lontana dai lidi di partenza del disco; una certa aria della scuola electro house europea aleggia sul tutto, con il benestare dei padri tedeschi della musica cosmica ed elettronica, ripresi in salsa danzereccia. 

I Am Morbid

"I Am Morbid" viene adesso trattata da Black Lung, progetto sperimentale dell'australiano David Thrussell, spesso conosciuto per la sua creatura principale Snog, il quale sotto questo moniker esprime tutto il suo amore per l'ambient, la rhythmic noise, la musica astratta, la drum 'n' bass e molto altro; dopo una dichiarazione campionata di Vincent si mettono subito le carte in tavolo con una distorsione stridente seguita da un'incudine elettronica continua. Essa all'improvviso però si ferma dando spazio a cori femminili onirici e suoni di pianoforte dal gusto IDM; le pulsioni precedenti tornano unendosi a questi elementi, dandoci una sequenza rhythmic magistrale, presto però spezzata da bizzarrie robotiche e da caos organizzato, dove ancora una volta ci si alterna tra bassi e tendenze soavi, ma in qualche modo oscure. Noise, dance ed ambient convivono in un pastiche che in mani meno abili finirebbe nel disastro, il quale invece funziona qui terribilmente bene grazie ad un songwriting che, come nei migliori casi del genere, riesce a dare musicalità a ciò che non dovrebbe essere neanche lontanamente musicale (certo, per chi è avvezzo a certi suoni, s'intende); ecco allora ossessioni pulsanti da macchina inceppata, cori esultanti e suoni in discesa, consumandoci in attacchi stridenti e ritorni delle tastiere ammalianti. Le soluzioni sono due, o fuggire, o rimanere rapiti da tutto questo, facendoci trascinare verso l' onda di techno modulare del quarto minuto, la quale rende l'atmosfera acida e psichedelica; si sfuma così verso vibrazioni ambient dove l'elemento IDM si ripropone con suoni robotici  alla Aphex Twin, prima di riproporre l'attacco d'incudine iniziale in una conclusone lasciata poi ai cori ripetuti in un loop maniacale, sottolineato da un'ultima distorsione. Un altro dei momenti alti del lavoro, ma anche uno dei più ostici per chi è a digiuno di certe sonorità, caro a quella scuola industrial legata alle sequenze noise ritmiche tecnoidi; insomma, un ennesimo cartellone pubblicitario per la Ant-Zen , ma dannatamente ben riuscito. 

Radikult

"Radikult" torna con il progetto Mondkopf aka Paul Regimbeau, rappresentante della così detta techno industriale che in quegli anni incominciava ad avere sempre più riconoscimento anche grazie all'opera di etichette come la Perc Trax  o la Downwards; si parte subito con ritmi distorti e graffianti, dove le vocals piene di filtri diventano un nuovo strumento nell'atmosfera oscura dominata da alte frequenze e bassline lente e taglienti. Chitarre altrettanto stridenti si uniscono con i loro toni dissonanti, arricchendo il clima apocalittico tipico del genere, giocato non sulla velocità, bensì sulle strutture sonore ossessive; il riferimento è una versione sotto acido di quanto proposto da Adam X e Gesaffelstein, rallentata in modo parossistico tanto da non essere più musica da pista, bensì un mantra per scantinati dove si consumano notti lisergiche ed oscure. La distorsione è onnipresente, così come la ritmica macilente e le manipolazioni stridenti, riprendendo vari stilemi della musica dance, digeriti e sputati in una versione che di certo non è per gli amanti della EDM solare; al secondo minuto e quarantatré una pausa dal gusto "post-punk" crea ambientazioni inquietanti, preparando i ritmi vibranti in sottofondo per la ripresa della marcia dei morti. L'anello di congiunzione tra la prima scuola britannica industriale e la techno anni '90 più minimale è qui, in un suono che non a caso ha rapito l'interesse di molti amanti dello spettro oscuro della musica; il finale vede quindi toni dark ambient protratti fino alla chiusa in dissolvenza spettrale. Altro punto alto del disco, il quale stravolge completamente un pezzo originariamente mediocre, rendendolo una creatura oscura e veramente industriale; tanto di cappello insomma per il giovane francese, che ancora una volta dimostra di sapere il fatto suo nel genere di riferimento. 

Existo Vulgoré

"Existo Vulgoréviene di seguito trattata da Xytras, il tastierista degli svizzeri Samael, al secolo Alexander Locher; essa si apre con oscurità dark ambient, presto sostituite da loop di riff granitico e cimbali pulsanti, in una marcia sottintesa da linee dal gusto operistico. Lo stile è all'insegna dell'industrial metal, con largo uso di loop di chitarra ed effetti marziali di drum machine e di elettronica; tastiere di piano forte stanno in sottofondo, così come archi oscuri. Al minuto e quarantasette esplode il marasma electro-metal, in un episodio che potrebbe riconciliarsi con i fan di nomi quali Rammstein, KMFDM, o i Samael stessi; si arriva così ad una cesura dai suoni più ariosi ed operistici, la quale assume arie sinfoniche epocali sottolineando la ritmica cadenzata ed il ritornello vocale. Si aggiungono archi squillanti, mentre si collima in una ripresa delle pulsioni unite alle chitarre taglienti; si ripropone quindi la violenza già incontrata, in un episodio che convince grazie alle sue felici intuizione ed alla sua energia, pur senza far gridare al miracolo. Insomma, tra tutte le tracce qui viste quella che si avvicina più allo stile del disco di riferimento, migliorato però nelle mani di qualcuno più familiare con il mezzo; forse quella che più quindi può essere apprezzata da chi affronta questo lavoro con il metal in testa, ma oggettivamente non la più interessante a fronte di alcune perle precedenti in lidi più elettronici.

I Am Morbid

 Il primo disco si conclude con una nuova versione di "I Am Morbida cura del progetto trance  Toxic Engine, la quale si apre con batteria militare dai rullanti ripetuti e campane; i ritmi s'innalzano fino all'esplosione in una ballata trance-metal fatta di snare pulsanti, chitarre in loop e drum machine robusta. Non mancano al minuto e due melodie psy-trance dal sapore liquido, in una trascinante sequenza da pista lisergica, arricchita poi da tastiere anni novanta; si arriva così allo stop rallentato del minuto e quarantacinque, seguito dalla ripresa dei loop di chitarra e dei beat martellanti. Ritroviamo quindi la struttura appena vissuta prima, con il ritorno anche dei suoni di campana, ed alcuni assoli campionati; ci si ferma d'un tratto con vocals sotterranee in delay, seguite da epocali suoni orchestrali e sequenze trance ancora una volta poi pompate da chitarre  e ritmica serrata. Un'atmosfera epica domina il tutto, regalandoci anche nuove tastiere dalla facile presa, riprese dalle chitarre campionate; la conclusione vede vocals trattare e suoni convergenti, in un loop sottolineato da un delay finale.  Episodio piacevole che chiude un primo disco che tra alcuni alti, bassi, e brani forse non molto adatti all'ascolto casalingo, si dimostra in ogni caso superiore spesso rispetto al materiale di riferimento, grazie alla presenza di artisti che vivono di elettronica, sia essa dance od industriale; in particolare si distinguono gli esponenti della Ant-Zen e quelli più "alieni" della scena techno underground.

I Am Morbid

Il secondo disco è dunque aperto da un altro remix di una delle tracce più apprezzate e salvabili dell'intero "Illud..", ovvero "I Am Morbid". Chiamato a lavorarci su, in questa occasione, è stato nientemeno che Ahnst Anders, DJ e compositore nativo di Bonn (Germania). Difficile ricondurre la carriera del Nostro ad un unico genere, benché egli abbia sempre mostrato una sorta di predilezione per "mondi" quali la House, la Techno ed il "minimal"; Anders, infatti, ha sempre amato spaziare (all'interno delle sue opere e in tutto l'arco della sua carriera) e passare da un genere all'altro, spesso mischiando più suggestioni all'interno di un singolo episodio. Ciò è perfettamente riscontrabile nel suo album d'esordio, "Dialogue", esattamente un vero e proprio "dialogo" fra più stili ed influenze. Del resto, le sue dichiarazioni parlano per e prima di lui:  "La Musica è sempre stata parte integrante della mia vita.. e continua ad accompagnarmi ancora. E' l'elisir della gioia, di ogni tipo d'emozione. Tutto il giorno siamo circondati da così tanti suoni.. quindi, perché non provare a trarne qualcosa di interessante?". Una frase degna di un artista a tutto tondo, e che "tradisce" un certo amore per i rumori ed i suoni "quotidiani", spesso usati da Anders all'interno di molti dei suoi lavori. Accostandoci quindi a questa nuova versione di "I Am Morbid", possiamo notare come essa venga aperta da un crescendo assai emozionale e particolarissimo. Un suono mesto, cupo, malinconico, al quale presto si sovrappone un coro che sembra quasi sfidare questo sottofondo "ambient". "Morbid! Morbid!", questa è la parola scandita dalle voci, e per un frangente questa coorte sembra riuscire a sopraffare la lunga nota che ascoltiamo, anche se essa si ripresenta di lì a poco, aumentando di intensità. Il tutto diviene quindi più grave, intenso e solenne. Udiamo la batteria scandire dei precisi colpi, dapprima più marziali in seguito più "ovattati"; torna il coro, stavolta anch'esso più intenso e violento, ed il tutto è destinato ad infrangersi verso un espediente assai particolare e sui generis. La drum machine inizia a battere suoni ben calibrati e perfettamente programmati al millimetro, mentre la chitarra di Azagthoth è intenta a scandire un sound in loop. Al tutto si sovrappone la nota che abbiamo udito in apertura, e dunque il brano può ulteriormente cambiare volto, presentandoci effetti "spaziali" degli degli Hawkwind, con quel pizzico di Rammstein che rende il contesto più grave e se vogliamo oscuro. Un bel connubio fra componenti "space" e la possenza tipica di alcuni brani industrial, una particolare musicalità che non può non far venire in mente film di fantascienza stile "Alien". Nello spazio, del resto, nessuno può sentirci urlare: uno slogan che ben rende l'idea di quanto stiamo provando, ascoltando un brano di tal guisa. Minuto 3:37, notiamo come il contesto si calmi pur rimanendo inquietante, ed una voce aggressiva continui imperterrita a ripetere la parola "morbid". Davvero una sezione a tinte orrorifiche, visto e considerato che di lì a poco il pezzo torna ad "esagerare", dapprima affiancando alla voce i soli effetti "space", in seguito re-introducendo anche la drum machine. La sensazione di freddo alienante, a questo punto, raggiunge delle vette impensabili. Un vero e proprio stravolgimento del brano originale, un remix che di fatto ci presenta un pezzo del tutto diverso da ciò che potemmo ascoltare in "Illud..". Nella sua particolarità, infatti, "I Am Morbid" risultava un brano di Metal estremo. Non Death purissimo, ma pur sempre estremo. Qui ci troviamo dinnanzi ad un brano prettamente elettronico, quasi privo di strumentazione "classica" ma comunque reso abbastanza violento e straniante. Un capovolgimento perentorio e violento della prospettiva, un risultato che farà la gioia degli amanti dell'elettronica più oscura ma che al contempo scontenterà non poco gli amanti del Death Metal; od in generale, i Metalheads più intransigenti. Fatto sta che aprire un po' la mente e calarsi in questo bello ed intricato labirinto di angoscia e paura non sarebbe affatto male. Sono esperienze, e l'Arte è sempre bene apprezzarla.. o proverbialmente parlando, "metterla da parte". Perché non si sa mai.

Destructos Vs The Earth

Rimaniamo in ambiti europei apprestandoci ad ascoltare il secondo brano di questo disco, ovvero "Destructos vs. The Earth", remixato ad hoc dalla one man band austriaca Nachtmahr. Fondata nel 2007 da Thomas Rainer, il progetto vira sostanzialmente verso un ibrido fra Industrial ed EBM; un "gruppo" che ha all'attivo la bellezza di quattro dischi (ascolto consigliato: "Alle Lust Will Ewigkeit", del 2009) e che, come già accaduto per molte altre realtà stile Laibach, ama distinguersi mediante l'adozione di un'estetica simil-militaresca e totalitaria. Tematiche al limite del provocatorio, copertine rimandanti a famosi periodi storici.. un insieme atto a scandalizzare i ben pensanti, e che nulla toglie comunque ad un ottima proposta musicale, che vale assolutamente la pena di approfondire. Passando al brano, questo risulta estremamente più "manesco" del precedente, meno atmosferico e più incentrato sulla volontà di colpire a suon di ritmo. Il contesto è difatti scandito da un beat martellante ed ossessivo che ben scandisce una tetra voce dapprima roca ed aggressiva, di seguito tendente ad adottare una timbrica à la Till Lindemann. Si continua quindi a picchiare duro, con una drum machine onnipresente ed ipnotica, ed una voce assai camaleontica, la quale continua a giocare sulla solennità Lindemanniana e la gravità di Vincent. Un brano nuovamente stravolto e rivoltato come un guanto, ma tuttavia incredibilmente valido anche in questa sua nuova veste. Gli unici accenni di melodia si hanno nel refrain, momento in cui si vira verso un'ambientazione meno militaresca e più emozionale. Un bel tripudio di suoni (quasi) "allegri", che ben stempera un contesto pesante quanto un macigno. Si continua dunque su questi stilemi: quelle poche tracce di Death Metal presenti in "Illud.." finiscono con l'essere definitivamente spazzate via dal lavoro dei compositori, i quali, come nel caso di Nachtmahr, distruggono i brani originali per poi ricomporre i pezzi nella maniera che più li aggrada. Del resto, il compito di un remix è questo, e non possiamo o dobbiamo lamentarci.

Profundis/Mea Culpa

Il terzo brano presentatoci, "Profundis / Mea Culpa" (Sentitamente colpa mia)" viene in questo caso remixato da un nome assai noto della scena Metal, resosi celebre negli ultimi vent'anni per svariate collaborazioni di livello. Parliamo di Tim Skold, poliedrico musicista che nel corso della sua carriera è potuto letteralmente passare da un genere all'altro, dimostrandosi sempre adatto al suo ruolo e mai fuori tema. Dal Glam / Heavy degli Shotgun Messiah all'Industrial Rock dei "suoi" Skold, passando per Marylin Manson agli elettronici KMFDM. Un background dunque importante, che gli ha di fatto permesso di partecipare a questa iniziativa. Un brano, "Profundis..", da lui reinterpretato attingendo a piene mani da ogni tipo di esperienza pregressa. Si inizia in maniera potente, con un suono a tratti cacofonico e martellante, il quale introduce una sezione strumentale dominata da un riff ossessivo di chitarra ed un battito forsennato di batteria e dum machine. La voce di Vincent è bestiale ed aggressiva, presto sormontata da effetti sonori atti ad esaltarne l'incredibile furia iconoclasta: troviamo una drum machine scatenata ed effetti elettronici impostati sulla funzione "martello pneumatico", non abbiamo praticamente cali di tensione, semmai solo leggerissimi "rilassamenti" prima che il ritmo torni ad esplodere per far del male vero a chi sta ascoltando. Più che un pezzo da ballare, il perfetto sottofondo per sfogare una rabbia cieca, distruggendo tutto quel che abbiamo sotto mano. Un ritmo martellante, effetti devastanti e distruttivi, un sound che opprime ed annichilisce ed in qualche modo esalta l'idea originale, quella alla base della prima versione di "Profundis..". Un brano che risulta estremamente più crudele e malvagio dell'originale, che anzi in questa veste avrebbe sicuramente sfavillato maggiormente. Un remix convincente, quel che sarebbe dovuto essere ma di fatto non fu. Del resto, se ci si affida a dei professionisti del settore, una maturazione artistica come quella vaticinata in "Illud.." avrebbe potuto vedere definitivamente la luce del sole. Intesa alla semplice maniera dei Morbid Angel, invece, quel che abbiamo non è un'idea concretizzatasi; piuttosto, un'accozzaglia di tentativi in parte falliti ed in parte QUASI azzeccati. Tornando al brano, verso il minuto 3:24 abbiamo un piccolo rallentamento: la drum machine scandisce un ritmo appena accennato ed a farla da padrone sono dei suoni melodici ma assai oscuri e gravi nel loro incedere. Di quando in quando il ritmo cerca di ri-esplodere, anche se il tutto risulta più contenuto. La briglia viene slegata con il ritorno di un Vincent belluino e demoniaco, il quale torna ad urlare e ad appesantire un contesto che dunque si avvia verso la fine quasi "spegnendosi" tutto d'un tratto. Alla stessa maniera in cui un robot smette di funzionare perché incappato in un gravissimo guasto, con tanto di effetti sonori atti a sottolineare un'improvvisa "rottura" del tutto.

10 More Dead

 Alla posizione numero quattro troviamo "10 More Dead (Ancora dieci morti)", remixata dal duo Black Strobe. Formato a Parigi nel 1997, il gruppo è composto dal produttore Arnaud Rebotini e dal DJ Ivan Smagghe, e si è sin da subito contraddistinto come nome di punta del cosiddetto movimento Electroclash: ovvero, un genere atto a mescolare sound elettronici tipicamente ottantiani (New Wave, Synthpop ecc.) con altri più novantiani (Techno ecc.). Il risultato dell'impegno musicale dei Black Strobe è ben visibile in tutto l'arco della loro carriera, contraddistinta da una produzione importante. Svariati LP ed EP nonché tutta una lunga serie di remix, come quello al quale andiamo or ora ad approcciarci. Si parte con una batteria ben cadenzata e violenta, ben supportata da un riff crudele e serpeggiante, eseguito da un Trey Azagthoh che vuol suonare meno oltranzista e più grooveggiante, aperto al moderno. La freddezza e la crudeltà dei primi Morbid Angel, ma anche l'oscurità e la violenza di quelli un po' più datati sembrano ormai dimenticate lungo il tragitto. Quel che sentiamo è un sound massiccio e pesante, tipico di band post-2000 ed aperte a tendenze musicali come il Nu o per l'appunto l'Industrial. Qualche improvvisa scarica di violenza Death si palesa di quando in quando, anche se gli intenti dei Morbid Angel e la mano dei Black Strobe altro non fanno che tranciare via di netto la componente Death Metal, esaltando quella Groove Industrial che invece deve essere presente in pompa magna. Anche la voce di Vincent è di quando in quando aiutata da effetti eco di vario tipo, mentre la preponderanza degli stilemi elettronici posti in background ammanta di nero un brano che già nella sua versione originale si presentava come "moderno", ed in questo caso acquisisce ancor più tratti avveniristici. Minuto 2:13, ascoltiamo una lungo suono atto a creare ansia e confusione, che di fatto disperde il contesto in una strana "calma", sulla quale si basa un ritmo sommesso ed ipnotico di drum machine, assai ovattato e "nascosto". La voce (o meglio, "le voci") di Vincent si sovrappongono per creare un effetto "demoniaco", abbiamo così di lì a poco il ri-palesarsi della chitarra elettrica e della batteria. Tempi incessanti, un assolo ben eseguito ed una sezione strumentale di seguito basata su tempi serratissimi, veloci, rasentanti il blast beat. Si corre e si decide dunque di far del male, con la solita "oscurità" ben immessa dalla mano dei Black Strobe ed i Morbid Angel volenterosi di suonare molto più moderni che altro. Ci si avvia dunque verso una conclusione manesca, confusa e concitata. L'intervento degli Strobe ha dunque giovato ad un brano, nella sua versione originale, forse troppo "piatto". Gli accorgimenti del duo francese hanno ancora una volta ben reso l'idea originale del combo americano, riuscendo a sviluppare delle idee rimaste incompiute. Pesantezza Groove / Industrial, effetti elettronici ben calibrati, tutta una serie di situazioni sapientemente mescolate da un combo abituato ad aver a che fare con un certo tipo di musica. Esperienza che, di fatto, ai Morbid Angel mancava e manca letteralmente. Nel 2011 come oggi. 

Too Extreme

Giungiamo così al brano numero cinque, "Too Extreme", re-interpretato dai Miss Construction, gruppo tedesco autoproclamatosi alfiere dell'Industrial Splatter Porno Pop. Una denominazione di genere particolarmente forte ed accattivante, la quale fonde di fatto EBM a suggestioni Industrial. Il progetto nacque nel 2008 grazie all'idea di Chris Pohl, già noto al pubblico per i suoi trascorsi con i Tumor. Egli ha considerato sin da subito i Miss Construction come una degna continuazione del suo vecchio progetto, incaricando Gordon Mocznay di seguirlo ed aiutarlo in questa sua nuova impresa. L'esordio "Kunstprodukt", proprio del 2008, è vivamente consigliato, e particolarmente adatto per capire la filosofia musicale e concettuale di questo duo. Un gruppo, quindi, capace di metter mano ad un brano come "Too Extreme" di fatto cambiandolo totalmente. Drum Machine incessante e marziale sulla quale ben si stagliano suoni elettronici meravigliosamente impastati fra di loro, l'aria che si respira è misteriosa ed a tratti seducente; sembra di trovarsi all'interno di un club sadomaso, circondati da personaggi avvolti in cuoio e latex, dominati da lascivi padroni e seducenti Mistress. L'atmosfera diviene più cruda quando la voce di Vincent fa capolino e dunque si impossessa del brano, ben immettendosi in un contesto Industrial / Elettronico che di fatto lascia spiazzati, per validità musicale e soprattutto per la resa sonora del tutto. Un brano incredibilmente incalzante, che suona misterioso ed oscuro, violento quando il vocalist ruba la scena, seducente e mortale quando udiamo la sola musica. Ancora una volta, un'idea concretizzata come si deve, che di fatto mette in luce la totale incapacità dei Morbid Angel di rapportarsi a determinati mondi. Quando è un professionista, a subentrare, allora è tutto un altro discorso. I Miss Construction danno vita ad un ritmo ipnotico, ad un'ambientazione orgiastica, ad effetti capaci di creare un background nel quale perdere totalmente ogni nostro freno inibitorio. Su tutto spicca poi la voce del vocalist dei Morbid Angel, la quale non sfigura ed anzi, si amalgama al tutto in maniera superba. La struttura è dunque monocorde ma perfetta nel suo incedere, si continua in tal guisa sino alla fine con ben poche pause. Le uniche variazioni, come già detto, sono da riscontrare proprio nel modo di cantare del vocalist, il quale ogni tanto pare più sommesso della norma; anche se, in generale, il buon David è intenzionato a farci ascoltare cosa sa effettivamente fare, senza remore o timidezza.

Destructos Vs The Earth

La traccia numero sei si rivela essere un nuovo remix di "Destructos vs. The Earth", questa volta effettuato dal duo tedesco Project Pitchfork, formato da compositore Peter Spilles e dal tastierista Dirk Scheuber. Dalla carriera più che prolifica (ben undici album e sei EP, giusto per limitarsi alla produzione più "di grido"), il gruppo propone un mix di elettronica che spazia dalla Dark-Electro all'Industrial, indugiando ora nell'orecchiabilità ora in beat più cupi e "maneschi". Nel caso di questa versione di "Destructos..", notiamo come il tutto parta in maniera assai inquietante, presentandoci strani effetti "space" Ambient per poi sfociare in una sorta di melodia orecchiabile, ben sorretta da una drum machine calibrata al millimetro. Suoni sinfonici si fanno presto largo, arricchendo una compositore che nel suo proseguo rivela in toto la sua anima Dark. Anche le vocals proposte si mescolano con il tutt'uno, rivelandosi ruvidissime e particolarmente cupe.. ed il risultato è dunque un brano "stranamente" ballabile, pregno di decadenza gotica ma assai accattivante, a livello di effettistica e suoni scelti, aggressivo quel poco che basta ma molto, molto coinvolgente. Sembra quasi di udire qualche soluzione à la Kraftwerk, il tutto unito agli episodi più "delicati" made in Rammstein; basta in seguito sporcare l'ensemble di Dark Wave ed il gioco è fatto, otteniamo un brano che fa la sua figura e mostra un notevole gusto per la composizione e per la varietà. Un connubio di esperienze particolarissimo, "soggiogato" dalla voglia di farci muovere ed in qualche modo "ballare". Un ritmo, un brano che subito evoca scenari ben definiti, tuttavia c'è spazio per una bella esibizione di chitarra elettrica verso il minuto 3:38. Un riff ripetuto a lungo che lascia presto spazio all'andazzo standard, fatto di suoni che potremmo anche definire cibernetici, "spaziali". Un brano dalla durata monumentale (più di sette minuti) ma capace di non annoiare neanche per un secondo. Un pezzo che risulta assai coinvolgente e particolarmente ben curato, in ogni suo momento. Assistiamo ad una decisiva impennata verso il minuto 5:15, momento in cui il ritmo della drum machine diviene più sostenuto ed una voce acidissima e roca tuona a scandire il testo del brano. Si prosegue in tal guisa relativamente per poco, decidendo in seguito di mantenere i ritmi concitati ma optando per una maggiore orecchiabilità, addirittura sfruttando verso la fine alcuni effetti sonori che sembrano ricordare eterei cori di voci femminili. Un alone di sacro che, mano a mano, ruba la scena sovrastando addirittura le voci. Arriviamo così alla fine, la quale presenta un battere frenetico simile a quello dei tasti di una macchina da scrivere. Altra ottima prova, non c'è che dire. 

10 More Dead

Si torna in Francia con il prossimo remix: ad essere scelta è nuovamente "10 More Dead", ma questa volta la longa manus presente è quella degli industrial metallers Treponem Pal. Capitani di lungo corso (attivi sin dal 1986), i Nostri hanno subito una notevole girandola di cambiamenti, non trovando mai una stabilità solidissima ma di fatto producendo ottimi dischi. A partire dall'esordio omonimo sino a "Excess & Overdrive" del 1993, giungendo alla loro ultima fatica in studio, "Survival Sound" del 2012. Una carriera frastagliata da ribaltamenti in seno alla propria line-up ma comunque assai prolifica ed importante. Che la mano di un gruppo di "metallari" possa quindi farci udire un qualcosa di diverso, da quanto ascoltato sino ad ora? A giudicare dall'inizio, non si direbbe: un unico suono posto ad intermittenza, a "sfarfallio", il quale scompare e ricompare, prima di essere raggiunto da un preciso e marziale tempo di drum machine. Presto si aggiungono altri suoni elettronici, ben spettrali e rimandanti ad un qualcosa di "halloweenesco".. questo prima che un primo riff di chitarra si oda distintamente. Una chitarra che procede a suon di stop and go e di fatto appesantisce notevolmente un contesto ora assai più Metal che elettronico. Si prosegue dunque fra beat martellanti e suoni industriali, tutto l'ensemble ci riconduce ad esperienze "metallare" odierne (Nu-Alternative-Industrial post '90) di fatto mescolato ad alcuni cliché elettronici che potremmo riscontrare in gruppi come i Prodigy o comunque i Dope. La voce risulta pesantemente modificata e disturbata; notiamo come l'ugola rimandi un po' a Vincent, un po' al Reverendo Manson ed un po' al Jaz Coleman periodo "Hosannas From The Basements of Hell". Miscuglio affascinante che ben si sposa ad un brano sì manesco ma assai sinisntro nel suo dipanarsi. Un Industrial non propriamente "industriale", certo caratterizzato da suoni "da officina" ma anche da sensazioni orrorifiche, di gusto Dark ed appunto Mansoniano. Soprattutto la nenia circense che ascoltiamo in sottofondo e di quando in quando, quella che definimmo "Halloweenesca" ad inizio di descrizione. Un bel momento capace di esaltare tanto la componente Metal quanto quella più Elettronica. Un brano ancora una volta stravolto, ma decisamente convincente e MOLTO PIU' A SUO AGIO in questa veste che nell'originale.

I Am Morbid

Traccia numero otto, altra riproposizione: ad essere chiamata sul banco degli imputati è nuovamente "I Am Morbid", remixata per l'occasione dallo scozzese Scott Brown. DJ di fama internazionale, il caledone musicista è definibile come un maestro dell'Hardcore (variazione derivante dalla Techno), genere del quale si diverte a proporre diverse sottocategorie, all'interno delle proprie composizioni: dall'Happy Hardcore (categoria dell'Hardcore che basa il suo essere su tempi veloci e melodie "allegre") al Trancecore (unione fra Hardcore e musica Trance). Il suo genere viene dunque definito "Bouncy Hardcore" in virtù di queste velleità assai ritmate che contraddistinguono la sua proposta; notiamo questo tratto sin dall'inizio, quando i cori atti a scandire la parola "Morbid!" sembrano catapultarci in uno stadio ed una possente melodia, assai sorniona, ci porge il suo benvenuto. Il suono è freddamente "cibernetico", il tempo scandito è caratterizzato da un (più che) cospicuo numero di BPM, e sembra quasi che la musica si diverta a rimbalzare da un punto all'altro della nostra stanza, tanto i beat che la sostengono risultano essere prepotenti e martellanti. La voce di Vincent viene lasciata intatta e ben si amalgama a questo contesto, così come la chitarra di Azagthoth, la quale è tutt'altro che insignificante all'interno dell'economia tutta del pezzo. Anzi, in alcuni frangenti essa è addirittura lasciata libera di interagire con il vocalist, senza incursioni di sorta. La potenza dell'Hardcore viene comunque svelata in tutta la sua prepotenza, donando la vita ad un brano certamente melodico ma ossessivo e pesante, distruttivo nel suo incedere elettronico. Più che il suo lato "Happy", Brown è intento a mostrarci il suo lato più "manesco", addirittura sfruttando la chitarra di Trey come rafforzativo (mirabile la fusione fra il sound Hardcore e l'assolo di Azathoth, dal minuto 3:40 al minuto 3:57), di quando in quando. La musica prosegue dunque a cascata, con la forza di un martello pneumatico, andando a macinare beat prepotenti e ben innalzando la cattiveria della voce di Vincent. Si prosegue imperterriti su questa riga e si arriva dunque ad un finale sfumato, che ci ripropone i cori da stadio uditi in apertura, "guastati" da un effetto rallenty che frena improvvisamente il tutto donando alle voci un effetto cacofonico.

Radikult

Rimaniamo impantanati nelle sabbie mobili delle "ripetizioni" approcciandoci alla nona traccia, "Radikult", già presa in esame la bellezza di due volte, nel primo disco. Questa volta il remix è eseguito da Fixhead. Un brano che suona incredibilmente più Industrial che totalmente elettronico, e viene aperto da un bell'effetto "disco rotto" che disturba non poco la voce di Vincent. Dopo questo espediente, il brano può dunque iniziare, districandosi dunque in tripudio di dinamiche spigolose e precise, ben scandite su di un tempo preciso al millimetro. Effetti elettronici assai preponderanti tuttavia non tanto invasivi da coprire appieno la chitarra effettata di Azagthoth, la quale ben serpeggia in tutta una serie di suoni robotici, industriali ed in alcuni casi tratti quasi da qualche vecchio videogame anni '80. Accorgimenti piacevoli e tempi interessanti, che difatti renderebbero il brano non poco "rappabile". Un invito a nozze per artisti stile Insane Clown Posse, insomma, i quali avrebbero sicuramente ben giovato di un'atmosfera magari troppo Electro per i loro gusti, ma incredibilmente cupa nella sua marziale e maligna allusività. "Radikult", che già si poneva come una netta antitesi fra i nuovi Morbid Angel ed i vecchi, diviene in questo caso uno stacco netto fra presente e passato. Un brano violento eppure calibrato al millimetro, il quale ben prosegue fra un tripudio di effettistica sempre variegata ed un ritmo base decisamente incalzante. Altro punto in più, anche se forse sarebbe stato meglio dotare l'operazione di più ordine, non lasciando che i DJ reinterpretassero i brani "alla rinfusa", proponendoci ora due, ora tre, ora quattro versioni differenti di uno stesso pezzo.

I Am Morbid

Per ironia della sorte, quanto affermato viene incredibilmente rafforzato dall'ennesima riproposizione di "I Am Morbid", remixata per l'ottava volta. Alla consolle, DJ Ruffneck, olandese per nascita e dedito ad una Techno Hardcore abbastanza tradizionalista. Lanciato definitivamente nel 1997 dal singolo  "Ruffneck rules da hardcore scene", il quale raggiunse importanti vette europee, il DJ approfittò di questo successo per promuovere il suo primo album "I'm a Ruffneck!!", ben presto seguito da altri due, pubblicati in tempi più recenti. Per il resto, l'olandese può vantare una lunghissima serie di singoli ed EPs, nonché compilation, collaborazioni e remix vari. Notiamo come in questo caso anch'egli opti per l'apertura a mo' di "coro da stadio", preferendo un incipit tradizionale e per nulla stravolto. La chitarra di Azagthoth ben scandisce il riff iniziale, così come la batteria è libera di scandire il tempo.. almeno, finché il volto di Ruffneck non emerga prepotente. Suoni cacofonici e ben posti su di un incalzante beat fanno quindi la loro comparsa, andando a martellare i nostri padiglioni auricolari. In sottofondo possiamo ascoltare sibili assai particolari ed atmosferici, quasi inquietanti, contrapposti per indole ai beats selvaggi ai quali assistiamo. Momenti di calma verso il minuto 1:06, in cui il background disturbato e nebbioso viene esaltato ed i cori tornano prepotenti a rubare la scena. La voce di Vincent si fa dunque udire, finché anche i suoni cacofonici già incontrati decidono di tornare, per supportarla. Dei suoni ripetuti e per nulla corposi o coinvolgenti, forse un po' troppo freddi e spartani, incapaci di creare quel pathos e quella tensione emotiva già riscontrati in altri episodi dei due dischi. In alcune occasioni Vincent risulta più udibile, così come la chitarra di Azagthtoth, lasciata sola assieme al vocalist in precisi frangenti; anche se, in fin dei conti, la scena è rubata da questo martellante ed incessante loop. Non vi sono variazioni importantissime o significative, il tutto è dunque reso volutamente "manesco", almeno sino al minuto 3:25, momento in cui il tempo diviene più cadenzato e nuovamente "rappabile". Assolo di Trey al minuto 3:46, i cori si lasciano udire ancora una volta, l'effettistica elettronica viene quindi ridotta al minimo per farci udire nitidamente l'espressione solista di Trey. Gli stilemi "classici" sono tuttavia pronti a reimpadronirsi del contesto, ed ecco che il beat torna a massacrarci senza pietà, sino alla fine del brano. Una percussione perpetua che poco aggiunge a quanto già fatto, una svolta forse un po' troppo minimalista e poco ponderata. La quale scorre dunque via senza lodi e forse con qualche piccolissima infamia.

Remixou Morbidou

Finalmente una variazione con l'arrivo dell'undicesima track, "Remixou Morbidou", la quale si prospetta come un potpourri di più brani. Remixati assieme, per dar vita ad una traccia a sé stante. Il compositore chiamato in causa è Igorrr, pseudonimo di Gautier Serre, francese di nascita e grande sperimentatore. Il suo genere è infatti indefinibile: un musicista che ama spaziare dal Trip-Hop al Breakcore più altri generi d'elettronica, non disdegnando comunque di attingere direttamente da realtà estreme del Metal come il Death. Per nulla singolare, dunque, la sua presenza all'interno di questo progetto. Proprio per via del suo amore per l'acciaio estremo, notiamo come la batteria e la chitarra vengano lasciate sostanzialmente "libere" di esprimersi, non eccessivamente sovraccaricate da effetti elettronici invasivi. Semmai, questi ultimi risultano essere "preponderandi", lasciando comunque l'essenza Morbid Angel libera di coesistere assieme al genere proposto. I vari riff, legati assieme, vengono meravigliosamente "stoppati", mediante "blocchi" momentanei, in seguito lasciati ripartire. Naturalmente, essi risultano poi meravigliosamente appesantiti da effetti robotici e cibernetici, atti a lasciar trapelare un lato elettronico-industrial di ottima fattura. Il clima diviene ancor più concitato verso il minuto 1:22, momento in cui la batteria suona la carica e la chitarra rende il suo riffing incredibilmente più serrato e veloce. Si prosegue dunque a tutta velocità sino al minuto 1:50, quando ha luogo una "trovata" particolarmente sui generis. Tutti noi ricorderemo sicuramente il vecchio rumore dei primissimi modem, quello emesso dalle suddette macchine quando esse iniziavano a stabilire una connessione ad internet. Ecco, lo stesso tipo di suono (o quasi) viene utilizzato e tramutato in musica, posto su dei beat ben precisi; un momento a dir poco sconvolgente e particolare, che ci accompagna dunque ad una ripresa di stilemi meno "pazzi" e dunque ad una ri-adozione del modus operandi già sentito lungo buona parte del brano. Il tutto sussegue ad un breve rallentamento, e si può dunque avviarsi verso la fine senza altre sorprese. Ottima traccia ed ottime trovate. Peccato la sua brevità, sicuramente ci sarebbe stato materiale sufficiente per poter dar vita ad un qualcosa di più corposo. 

I Am Morbid

Dopo questa traccia, giunge (purtroppo) il momento di sorbirsi l'ennesimo remix di "I Am Morbid". Un troppismo che sta iniziando a minare la validità di un intero lavoro, poco da fare. Una trovata che, a questo punto, si sarebbe potuta limitare ad un solo disco; un episodio singolo, che sarebbe assurto a "rarità", magari permettendo un remix completo di tutte le tracce. Una vera e propria "ristampa" di "Illud..", insomma. Evidentemente, però, si è voluto strafare. Ed il troppo storpia sempre; direi che questo secondo capitolo sia la prova concreta e tangibile di quanto asserito. Se non altro, questo nuovo volto di "I Am.." ha modo di presentarci una band assai particolare, ovvero i francesi Tamtrum, maestri dell'Aggrotech più dura e diretta. Per Aggrotech si intende una sostanziale derivazione dell'Electro-Industrial, con forti contaminazioni di Hardstyle (Techno + Hardcore) e di Hard Trance; capirò dunque il vostro stupore, quando vi dirò che i membri del gruppo erano originariamente componenti di una Black Metal band di nome Mandragor. Una componente, quella "estrema", che hanno comunque voluto conservare anche sotto il nome di Tamtrum, decidendo di rendere i loro spettacoli incredibilmente grandguignoleschi e ricchi di effetti speciali, come numeri di mangiafuoco ed effetti pirotecnici. Cori da stadio sostituiti da un urlo cavernoso e ripetuto, allucinante, a dir poco bestiale. Il quale viene di seguito spalmato su di una drum machine marziale e precisissima. Sulle prime possiamo udire una chitarra ben inserita, anche se le strofe sono dominate dagli effetti elettronici; la sei corde si prende comunque il suo posto al sole nel "refrain", momento di esplosione melodica, stemperato unicamente dalla voce di un Vincent a dir poco indemoniato. Terminato questo bel frangente, esplosivo e particolare, è dunque tempo per un'altra strofa di palesarsi. I potenti suoni elettronici rendono l'ambiente particolarmente oscuro e misterioso, sino a quando non si incappa in un nuovo refrain, anch'esso presentante una chitarra importante ed una melodia generale assai accattivante e ballabile. Sound elettronici che ancora una volta sembrano "parodiare" i vecchi videogames anni '80, mentre in altri frangenti risultano più duri e crudeli; la voce belluina del singer, lo splendido lavoro di Azagthoth: tutti gli elementi sono fusi alla perfezione per dar vita ad uno -a parer di chi scrive- dei migliori pezzi di questo album. C'è addirittura spazio per delle velocissime sezioni in tapping eseguite prima ad intervalli e poi in maniera più continua, verso la fine. Sezioni splendidamente sovrapposte all'elettronica, ad un tempo più preciso ed essenziale di drum machine e ad i "cori da stadio" che si ripalesano. Che dire, per essere quasi il decimo remix dello stesso brano, per lo meno abbiamo potuto apprezzare la varietà intercorsa fra i vari volti di "I Am Morbid".

10 More Dead

Traccia numero tredici, ancora la riproposizione di un brano già ampiamente remixato, sintomo del fatto che il tutto si stia sviluppando quasi senza un filo logico o comunque una soluzione di continuità: "10 More Dead", qui alla sua quarta versione. Canzone, quest'ultima, data "in pasto" al trio Tek-One, dedito ad un genere particolarmente divenuto in voga negli ultimi anni, ovvero la Dubstep. Una branca di elettronica che si contraddistingue per l'uso di tempi assai sincopati, e che per questo si distingue da altri generi come House o Techno, dotati invece di ritmiche meno "imprevedibili". Apprestandoci all'ascolto, udiamo una lunga e mesta nota sormontata da effetti simili al suono di uno "strappo"; il tutto procede sinché i synth non decidono di rendere la nota più tagliente e di impatto, e finché non intervenga l'aspra voce di Vincent a rubare la scena. Dalla comparsa del vocalist, abbiamo quindi uno sviluppo assai particolare del contesto: come dicevamo in precedenza, descrivendo la proposta musicale dei Tek-One, notiamo come l'elettronica qui proposta sia per l'appunto scandita da un ritmo incredibilmente accattivante e singolare, ben sincopato e per nulla dedito all'utilizzo di una drum machine marziale o martellante. I suoni elettronici ben si sposano dunque alla chitarra carica di groove che ogni tanto fa capolino, alternandosi ai suoni emessi dalla consolle. Un'andatura che giova al contesto, rendendolo imprevedibile e per certi versi assai diverso rispetto a molti altri brani che abbiamo ascoltato lungo questo viaggio "elettronico". Il trio di DJ ben si diverte a provare soluzioni che suonino sempre ritmicamente particolari, mentre gli elementi più tipici dei Morbid Angel sembrano trovare una nuova giovinezza, finalmente "adoperati" da esperti del settore. Un brano che funziona, e che intercorre in una bella variazione a partire dal minuto 2:30. I tempi si placano ed udiamo una lunghissima nota, la quale sfocia poi in una sezione strumentale in cui il tempo diviene più preciso e "prevedibile" di quanto udito sino ad ora. Colpi potenti e quasi "tribali" tornano quindi a sorreggere il cantato di Vincent, il quale dopo un lungo urlo lascia il via ad una parentesi quasi "sinfonica" nel suo dipanarsi. Suoni che ricordano quelli di una filarmonica, doppiati dagli effetti "strap" che abbiamo avuto modo di ascoltare ad inizio brano. Anzi, l'inizio viene effettivamente riproposto col proseguo, ed abbiamo quindi una "fotocopia" dei frangenti già incontrati nei primi minuti. Ritmicamente si torna a godere di sincopi e particolari cadenze, fino al momento in cui il tutto decide di avviarsi alla definitiva conclusione, la quale non tarda ad arrivare, andando a sfumare l'urlo belluino del vocalist. 

I Am Morbid

Penultima traccia, ennesima versione di "I Am Morbid"; diciamoci la verità, stavamo cominciando a sentirne la mancanza. Scherzi a parte, abbiamo per lo meno modo di approcciarci ad un altro musicista, in questo caso Adrian, che opta anch'egli per l'inizio a mo' di "cori da stadio", presentandoci subito dopo effetti elettronici particolarmente effettati, inquietanti, i quali godono di un effetto eco davvero niente male. La chitarra di Azagthoth arriva a rendere il tutto più misterioso ed oscuro, fino al prorompere definitivo della drum machine, la quale scandisce un tempo quadrato ed estremamente preciso. Il lato Industrial comincia a farla da padroni, anche se questo remix nulla aggiunge e nulla toglie a quanto abbiamo udito in precedenza. Cambiano certo i suoni ed il modo di suonare, ma sembra mancare quel guizzo che avrebbe contraddistinto il pezzo in maniera "definitiva". Ben lontani, insomma, dal lavoro svolto dai Tamtrum, sicuramente più estrosi e particolarmente "impegnati". Tuttavia, il sound generale non risulta affatto malvagio. Il particolare effetto eco della componente elettronica è adatto ad appesantire un contesto che suona comunque e meravigliosamente "oscuro", mentre la voce di Vincent rende giustizia al tutto. La chitarra di Trey si prende i suoi momenti, pur non essendo sempre protagonista assoluta, e tutto l'ensemble si avvicenda quindi in un susseguirsi di strofe e refrain i quali scorrono via martellanti ed a passo di marcia, proprio come una schiera di Olifanti. Dicevamo di Azagthoth, il quale ha modo di mostrarci, verso la fine, le "solite" belle sezioni in tapping. Un finale comunque affidato all'elettronica, che monopolizza la scena e ci accompagna dunque verso una definitiva conclusione.

Existo Vulgoré

Siamo dunque giunti al gran finale; il quale, ringraziando il cielo, ci presenta una traccia remixata appena una volta: stiamo parlando di "Existo Vulgoré", disfatta e ricostruita per mano di Oliver Chesler aka The Horrorist, compositore americano dedito a più generi di elettronica: dalla New Wave all'Hardcore Techno, dall'EBM all'Industrial. La sua carriera fu lanciata grazie all'album d'esordio "One night in New York City", e proseguì degnamente grazie a titoli del calibro di "Manic Panic" ed i più "recenti" "Metal Man" "Fire Funmania". Vediamo quindi come il Nostro se l'è cavata, alle prese con (forse) il pezzo maggiormente gradito dell'intero "Illud..". Veniamo accolti da un beat essenziale ed assai preciso, ben presto doppiato da un "rimbombo" per nulla rassicurante. Si continua così per una manciata di secondo, finché all'ensemble non si aggiunge un effetto a mo' di "ansimare", prima che il beat torni essenziale ed accompagni la voce profondamente effettata di Vincent. Il tutto  non esmbra comunque donare "corposità" al brano, che fino ad ora si dimostra forse eccessivamente piatto. Prima strofa e refrain, un po' di colore viene aggiunto nella seconda strofa, con la comparsa del rimbombo che finalmente "pompa" il pezzo, rendendolo più manesco. Anche il secondo ritornello gode di un'intensità maggiore, mentre per il proseguo si decide di optare nuovamente per un qualcosa di non troppo elaborato. Rispetto al brano originale, un notevole passo indietro: "Existo Vulgore", nella sua essenza originale, era caratterizzata da un groove ritmico abbastanza importante, nonché da un sound pieno e ruvido. Il loop di drum machine non rende giustizia al lavoro originale dei Morbid Angel e la sensazione è forse quella di trovarsi dinnanzi ad un qualcosa di "incompiuto", non  molto variegato come già accaduto nel caso dei - nome a caso - Tek-One. Qualche bel gioco ritmico avrebbe aiutato l'intero ensemble a risultare più convincente, poco da dire. Gli effetti sono piacevoli, tuttavia suonano troppo "freddi" e troppo poco "avvolgenti". Si continua quindi fra voci effettate (particolarmente bello, c'è da dirlo, il lavoro compiuto sull'ugola di Vincent nel finale) e battiti perpetui, fino ad una chiusura definitiva. Un episodio che non ci consegna nulla di troppo memorabile.

Destructos Vs The Earth

Le tracce bonus disponibili in download partono con una rivisitazione di "Destructos vs. The Eartha cura dei Combichrist, nome oggi familiare a molti metallari a causa dei loro concerti con i Rammstein e della progressiva aggiunta di chitarre nella loro musica, originariamente di matrice prettamente electro-EBM, progetto dell'ex Icon Of Coil Andy LaPlegua (norvegese a dispetto del cognome latino); partiamo quindi con un campionamento vocale e sirene, seguiti da una classica bassline EBM sulla quale si stagliano le vocals di Vincent accompagnate da una ritmica cadenzata. Siamo sui territori del secondo e terzo disco del gruppo reinterpretante, lasciando da parte qualsiasi propensione rock in nome di un suono pulsante fatto per la pista; ecco che suoni stridenti ed ossessivi costituiscono il ritornello minimale, in tipico stile dei Combichrist, mentre poi riprende la linea dritta, intervallata da alcune cesure ritmiche. Si riprende poi con le sirene da dancefloor, con un modus operandi non molto elaborato e semplice; tutto sommato un remix un po' anonimo, anche se al terzo minuto e sei viene proposta una sezione con chitarre trattate ed allarmi anti-bombardamento, la quale da momenti più "noisy". Essa però serve solo come introduzione per l'ennesima ripresa del ritornello, il quale avanza senza intoppi fino alla conclusione affidata al groove da danza alternato a quello precedente; niente scosse nemmeno quindi nel finale, per un punto debole che delude gli ascoltatori più smaliziati della materia elettronica, ma che dato il nome implicato probabilmente piacerà agli amanti della TBM semplice e diretta fatta per serate cyber con costume d'ordinanza in pvc. 

Nevermore

"Nevermore (Mai Più)" viene  rimaneggiata dai francesi  Chrysalide, formazione dedita ad un connubio tra hip hop, dubstep ed electro-industrial, la quale decide di darci il benvenuto con un campionamento vocale distorto, seguito da un riffing macilente e ritmiche dub ossessive. Rullanti alternati si aggiungono alla composizione, mentre ad un tratto tamburi tribali, tasti di pianoforte ed urla protratte ci portano verso bordate elettroniche pesanti, unite a strappi nervosi ed andamenti dall'animo hip hop, riportandoci a quel raro e particolare connubio tra materia industriale ed il genere appena menzionato, tipica di gruppi quali Stromkern e Dalek; loop di chitarre, voci ultra-distorte ed il gusto per il ritmo sincopato domina il tutto, mentre effetti elettronici si intromettono in un movimento trascinante. Proseguiamo quindi conoscendo un evoluzione più sostenuta al secondo minuto e dieci, dove domina la distorsione spinta; essa però si ferma con la ripresa delle scariche di chitarra, seguite da un motivo barocco di pianoforte, sul quale poi ritrova posto il movimento violento, il quale conclude poi il tutto con un sample. Insomma, le azioni si rialzano con un remix decisamente più interessante che da nuova vita al pezzo rendendolo un episodio legato allo stile particolare della formazione francese; un colpo ben riuscito che si aggiunge ad altri nel lavoro, il quale ancora una volta in questi frangenti si dimostra superiore al disco di origine. 

Destructos Vs The Earth

"Destructos vs. The Earth"  torna  sotto la tutela di un altro caposaldo della Ant-Zen, ovvero Asche, progetto rhythmic noise del tedesco Andreas Schramm; un campionamento vocale di Vincent viene ripetuto ad oltranza in apertura, ottenendo curiosamente un effetto soul da musica corale. Ecco però che poi parte una bassline pulsante unita a loop alternati e ritmica decisa; un beat pestato prende piede, mentre arpeggi e suoni stridenti dello strumento a corda si uniscono alla composizione in un songwriting impeccabile, il quale rielabora il materiale d'origine secondo le proprie regole. Il rhythmic viene qui dato in forma più ballabile rispetto ai colleghi precedenti, anche grazie alla bassilne ipnotica e all'uso ossessivo di loop e campionamenti sincopati; al minuto e cinquantasei arie sinistre e riff contratti fanno da cesura, lasciando poi posto ad una sezione cadenzata sottolineata dalla voce del cantante. Riprende quindi la marcia ritmica dominante, la quale rivede i groove da pista e le intrusioni di chitarra, in un clima tra il dub e la contrazione noise; al terzo minuto e venticinque prendono struttura loop circolari accompagnati da beat inquisitori, i quali però vanno verso una nuova aria sinistra, la quale poi si unisce a corridoi vorticanti, protratti fino alle ultime chitarre squillanti e ripetizioni vocali, elementi conclusivi del remix. 

10 More Dead (Deconstructed)

"10 More Dead (deconstructed)vede la mano del francese Sylvgheist Maelstrom, membro della scuderia della Hands, sempre dedito a sonorità di matrice rhythmic noise, qui mischiate con la IDM più siderurgica; toni dark ambient sfociano presto in un loop corrosivo e graffiante di chitarra, il quale striscia unendosi ad interferenze oniriche ed abrasive da disturbo statico. Il tutto è molto lo-fi ed ostico, conoscendo l'aggiunta di strati  di effetti in un crescendo lento e meccanico, il quale poi s'innalza con ritmi sincopati di scuola IDM; di certo non è la pista l'obbiettivo di questa reinterpretazione, votata all'evocazione di scenari desolati dove chitarre distorte ed ossessioni ritmiche vanno a braccetto. L'ipnosi è la strada scelta, variando di poco il songwriting, ma con alcune minime variazioni ben dosate nei punti giusti, come negli interventi di ritmiche metalliche, le quali fanno al differenza rispetto alla monotonia dovuta a mancanza di idee; al terzo minuto e quarantaquattro si apre la conclusione più serrata, la quale sfocia in un disturbo finale coperto dai ritmi sincopati, firmato da un ultimo effetto vocale. Uno dei pezzi più ostici per chi non è avvezzo a certe sonorità, lontano da ogni facile machismo ed affine ai mondi dell'ambient siderurgico alla Hecq, mondi musicali dove tutto è giocato sulle texture minimali e sull'ascolto meditativo; un bel contrasto con altri remix decisamente più fisici, dandoci qualcosa di non scontato e maturo.

I Am Morbid

Continuiamo con l'ennesima differente versione di "I Am Morbid", eseguita dai Dead Sexy Inc., gruppo Alternative Rock che non disdegna incursioni nel mondo Punk, senza dimenticare gli (ovviamente) importanti innesti elettronici. Sempiterni cori da stadio, scanditi con la solita veemenza; in background un suono sfarfallante e nervoso, posto lungo una sorta di climax ascendente e di in seguito discendente. Il tutto continua fino alla voce di Vincent, il quale emette un primissimo urlo per poi assestarsi in un cantato ben più consistente, iniziando a declamare quei versi del brano ripetuti in loop. Il ritmo generale risulta blando, nonché dotato di quel tocco di lascività tipica di un brano di Marylin Manson. L'andamento è difatti molto particolare e per nulla violento o manesco, anche gli effetti elettronici, seppur preponderanti, sembrano essere mai incedenti o comunque possenti quel che basta ad indirizzarci verso ritmiche più violente e forsennate. Il tutto risulta quindi un bel dipanarsi di strofe e ritornelli, lungo un arco temporale non scarsissimo ma comunque non troppo "disponibile" a concedere variazioni significative. Una bella nota di varietà è costituita dal palesarsi della chitarra attorno al minuto 2:23, la quale fa la sua comparsa assieme ai cori. Ben presto la dum machine comincia a scandire un tempo marziale e preciso, fanno la loro comparsa suoni molto più acuti e particolari. Torna anche Vincent, in un connubio di elettronica, chitarra, effetti, cori e voce assai più accattivante, rispetto a quanto sentito in precedenza. E' tempo dunque di proseguire con un refrain anch'esso leggermente diverso dagli altri, sempre risultante ben governato da questo connubio pocanzi sottolineato. Così sino alla fine, sino al momento in cui il brano si chiude, avviandosi verso una dissolvenza che fa esaurire pian piano il tutto. 

Radikult

Giunge il momento per un'altra track, e re-incappiamo dunque in un remix di "Radikult", messo a punto da Roger Rotor, produttore di musica elettronica col pallino del Death Metal. Approcciandoci all'ascolto, possiamo notare come una sorta di pesantezza generale sia sostanzialmente mantenuta, anche visto il medio elevato numero di bpm. Un brano che assume dunque connotati ancora più Industrial della sua controparte "Death", e si dipana lungo una scorrevolezza notevole. L'arrangiamento apportato da Roger non risulta essere granché elaborato: effetti elettronici industriali e sostanziale "elettronicizzazione" di un brano che comunque prestava pesantemente il fianco ad una rielaborazione del genere. Gli effetti sonori adoperati suonano meravigliosamente cacofonici, sembra quasi di trovarsi in una vera e propria fabbrica; rumori stridenti e cacofonici, meccanici, ripetuti in loop e per questo quasi ipnotici, totalmente alienanti. La voce del frontman è lasciata intatta e solo in parte ritoccata, per il resto si gradisce maggiormente giocare con le varie tipologie di effetto, proprio per creare un brano che suoni quanto più Industrial possibile. Sembra quasi di trovarsi appieno calati in un'atmosfera che potrebbe rimandare ai Richthofen più sperimentali, giusto per fare un esempio quanto meno calzante. Un brano che non presenta variazioni importanti e dunque fila "liscio" fra il suo stridere e fregare contro i nostri padiglioni articolari, corrodendo ed arrugginendo tutto ciò che trova sulla sua strada. Un frangente dalla durata di più di quattro minuti, che di fatto passano via come fossero due. Un remix non troppo impegnativo ma assai gradevole, nella sua essenzialità. 

I Am Morbid

Arriviamo quindi alla penultima traccia.. e notiamo quanto "I Am Morbiddebba davvero aver stregato il buon 50% dei DJ e produttori qui presenti, dato che (a conti fatti) è stata rielaborata la bellezza di dodici volte su di un totale di trentotto brani, bonus compresi. Alla consolle, The Processus, per la realizzazione di un remix il quale inizia ben scandito dal frenetico riffing della chitarra di Azagthoth e di seguito viene strutturato su di un crescendo assai minaccioso, nel quale la sei corde di Trey ben si fonde con il battere insistente della componente elettronica. L'ambiente si fa subito pesantissimo ed ossessivo, possiamo udire riff convulsi di chitarra serpeggiare lascivi attraverso uno scandire martellante del tempo. Marzialità ed espressività, il brano risulta nel suo essere abbastanza manesco e violento quel tanto che basta. L'atmosfera generale è difatti oscura e straniante, persa fra martellate ritmiche e chitarre anch'esse opprimenti, pur nel loro scorrere via quasi "eleganti" all'interno del contesto tutto. E' proprio lo strumento di Azagthoth a garantire una forte varietà ad un brano anch'esso forse un po' troppo statico, tuttavia coinvolgente nel suo marciare spedito e sempre dritto. La voce di Trey risulta di quando in quando effettata in maniera importante, ed abbiamo quindi la prima importante variazione verso il minuto 3:20. Dopo un loop di cori da stadio il brano "si rompe" ed il tempo rallenta, Vincent comincia a dialogare con sé stesso, sfoggiando ora una voce gutturale ora robotica, ed il tutto è presto destinato ad indirizzarsi verso un inasprirsi importante della ritmica. Si inizia a colpire al limite del blast-beat ma è solo un attimo, subito dopo si riprende con i dialoghi "robotici", anche se il clima sembra essersi non poco surriscaldato. La chitarra riprende a farsi udire in maniera prepotente a suon di tapping, le voci risultano insistenti e crudeli, gli effetti elettronici divengono ora a dir poco "industriali" e posti lungo un loop degno di una catena di montaggio; come tante presse intente a lavorare all'unisono, l'ambientazione diviene nuovamente soffocante ed opprimente, pesante e rugginosa. Il tutto finisce quindi in tal guisa, lasciando alle nostre spalle un brano ben confezionato e sicuramente ben reinterpretato.

Existo Vulgoré

Il finale col botto è quindi affidato ad un remix lampo di "Existo Vulgoré", dalla durata di appena un minuto. Il lavoro di "ristrutturazione" è stato effettuato dai Mulk, un solo-project che vede come suo master mind Vincent Goubeau. Il genere proposto dal musicista è un Grindcore fortemente influenzato da componenti Breakcore (un miscuglio di Drum and BassTechno Hardcore Noise); tant'è vero che il brano sembra effettivamente suonare come un brano grind, caotico, cacofonico e selvaggio. I tempi di batteria / drum machine divengono velocissimi e violentissimi, ai limiti dell'umano, mentre la voce di Vincent viene tagliata ed incollata quasi per simulare una sorta di pig squeal. Gli effetti elettronici risultano invasivi e frastornanti, adattissimi a rendere il contesto ancor più straniante e violento di quel che si sia mai incontrato sino ad ora. Un vero e proprio vortice di distruzione, giocato su ritmi disumani, voci al limite della parodia e suoni disturbanti. Sembra quasi di vivere in un incubo, un incubo però esaltante per chiunque ami questo tipo di sonorità. Una sorpresa assai piacevole, dalla durata molto esigua ma comunque "giusta", visto il genere proposto. Della originale "Existo..", non è rimasto alcunché, se non qualche brandello presto fagocitato da un caos urlante.

Conclusione

In conclusione, giunti alla definitiva fine di un viaggio a dir poco monumentale ma non sempre estasiante, dobbiamo dunque tirare le consuete somme circa quanto ascoltato. Pregi e difetti, notizie buone e notizie cattive: come di consueto, per "addolcire" le critiche, è forse meglio iniziare dalle note più felici. Anzitutto, dobbiamo senza ombra di dubbio "salvare" la forte originalità che contraddistingue un prodotto del genere. Nessuno si sarebbe aspettato mai, da un gruppo leggendario come i Morbid Angel, una svolta del genere. Questo è ben chiaro a chiunque, per il semplice fatto che i Nostri, al di là dei passi falsi, per sempre saranno una realtà imprescindibile del Death Metal, fra gli alfieri del genere. Duri e puri, ma in questo caso shockanti e provocatori. Tutti sono a conoscenza della (triste, è il caso di dirlo) rivalità fra ascoltatori di Metal e Musica Elettronica, e forte di questo la corte di Azagthoth decide di giocarsi una carta importante. L'effetto sorpresa definitivo, forse l'inizio di una carriera del tutto nuova e diversa. Possiamo dunque prendere "Illud Divinum Insanus - The Remixes" come il punto di rottura ultimo? Come un messaggio forte lanciato ad una comunità che dovrebbe slegarsi da alcuni preconcetti, e capire che il Mondo abbia continuato a girare, dagli anni '80 sino al 2012, senza fermarsi mai ad Eboli? Possibile. Se non altro, apprezzando il coraggio della band. I più maligni (e sarebbe lecito pensarlo), però, potrebbero anche pensare a questa svolta come ad una volontà di smerciarsi con più facilità, adottando generi di maggior tendenza. Anche questa, risulta essere una "mezza" verità. Ed arriviamo dunque alle dolenti note: la sostanziale (momentanea?) incapacità della band floridiana di approcciarsi con un qualcosa forse non totalmente (ancora?) assimilato. A Vincent non è certo bastata la temporanea militanza in un gruppo Industrial per potersi definire un alfiere del genere, e forse gli ascolti di Azagthoth, seppur variegati, ancora non gli hanno concesso di apprendere un mondo sino ad ora solamente scimmiottato. Il disastro alla base di "Illud Divinum Insanus" consiste dunque nell'imbarazzo con il quale il gruppo si è approcciato alle nuove sonorità. Come un qualsiasi buzzurro si avventerebbe su di un'aragosta, i Morbid Angel hanno letteralmente fatto man bassa degli elementi più prevedibili del mondo Elettronico, mischiando il tutto alla loro proposta estrema, dandole un tocco misterioso e vagamente "esoterico". Tuttavia, siamo ben lungi dagli intenti originali: quelli che troviamo sono solo brani in latino SBAGLIATO e suonati in maniera a dir poco cafona e sempliciotta, in molti casi. Da un humus del genere, di certo non poteva nascere un capolavoro, e dunque torniamo a parlare di "Illud Divinum Insanus - The Remixes". Un disco che ha mostrato senza dubbio al gruppo come SI SUONA, l'Elettronica, qualsiasi sia il sottogenere tirato in ballo. Tuttavia, la materia a disposizione non era certo esaltante. I vari DJ e compositori si sono dunque ritrovati a dover letteralmente stravolgere dei brani che, in sostanza, delle loro versioni originali hanno solo mantenuto qualche riff di chitarra e qualche frase pronunciata in loop da Vincent, più qualche fill di batteria. Un autentico lavoro di distruzione e ricreazione, che poco ha a che vedere con i "veri" pezzi e ci mostra ancor di più quanto chi sappia fare sappia effettivamente anche capire. Ed i Morbid Angel, dinnanzi alla longa manus di tutti i coinvolti, risultano non solo dei (quasi) inconcludenti, sempre parlando di Elettronica, ma anche e soprattutto dei gran confusionari. Non sarebbe stato meglio, sin da subito, affidarsi a dei professionisti, per maturare il proprio nuovo sound? Del resto, molti remix qui ascoltati sono indubbiamente validissimi, inframezzati comunque ad altri episodi non propriamente esaltanti. Ma sicuramente migliori di tanti altri pezzi apparsi sull'originale "Illud..". Altro punto debole di questo doppio LP risulta forse essere anche il troppismo ostentato: quasi 40 tracce fra canoniche e bonus, lungo le quali troviamo eccessi su eccessi. Innumerevoli versioni di "I Am Morbid", quasi nessuna di altri brani, proprio alcuna di altri ancora. Non sarebbe stato forse meglio accorpare i due "Illud..", fornendo un solo prodotto di rilievo, il quale avrebbe messo d'accordo tutti? I Morbid Angel ed il loro Death Metal, i DJ con la loro esperienza. E si che avremmo potuto gridare al miracolo ed alla svolta. Tutto quel che ci troviamo fra le mani, invece, è un bel concept che suona però più come un catalogo pubblicitario, che come un disco vero e proprio. Remix bellissimi ed originali, altri un po' meno: non vogliamo privare certo il lavoro della sua qualità.. ma è indubbio che la sua nascita sia mirata più al presentare al grande pubblico determinati nomi (come spiegato nella intro) piuttosto che a volerci mostrare un decisivo cambio di rotta. In sostanza, sufficienza abbondante.. che suona però come una bocciatura. Tante occasioni importanti buttate al vento, che i Morbid Angel, si spera, sapranno meglio sfruttare nel futuro prossimo. 

1) I Am Morbid
2) Too Extreme
3) I Am Morbid
4) Destructos Vs The Earth
5) Too Extreme
6) I Am Morbid
7) Too Extreme
8) Radikult
9) I Am Morbid
10) Radikult
11) Existo Vulgoré
12) I Am Morbid
13) I Am Morbid
14) Destructos Vs The Earth
15) Profundis/Mea Culpa
16) 10 More Dead
17) Too Extreme
18) Destructos Vs The Earth
19) 10 More Dead
20) I Am Morbid
21) Radikult
22) I Am Morbid
23) Remixou Morbidou
24) I Am Morbid
25) 10 More Dead
26) I Am Morbid
27) Existo Vulgoré
28) Destructos Vs The Earth
29) Nevermore
30) Destructos Vs The Earth
31) 10 More Dead (Deconstructed)
32) I Am Morbid
33) Radikult
34) I Am Morbid
35) Existo Vulgoré
36) Conclusione
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