MORBID ANGEL

Heretic

2003 - Earache Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
31/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Nel 2003 i Morbid Angel tornano sulle scene con il loro settimo album (escludendo il live "Entranged in Chaos" e parlando unicamente di inediti) che, come di consuetudine, è intitolato in maniera alfabetica, andando dunque ad occupare la posizione predisposta dalla presenza della lettera "H". Con "Heretic", i Morbid Angel decidono dunque di regalare ai fans una nuova pubblicazione in un lasso di tempo relativamente breve, il tutto giunto tre anni dopo quel "Gateways to Annihilation" che tanto ci era piaciuto (vedi recensione precedente). Salta subito all'occhio il fatto che nella line-up abbiamo un'importante novità: vediamo infatti la dipartita di Erik Rutan il quale decise di dedicarsi a tempo pieno a quello che allora era il suo side project, cioè quegli Hate Eternal dei quali tutti gli appassionati avranno sicuramente sentito parlare (dischi come "Conquering the Throne", in effetti, fanno la loro bella figura). Per i Morbid Angel, dunque, la gestazione di "Heretic" si dimostra sin da subito complessa e travagliata. La prova più dura per Trey e soci era quella di riuscire a dare vita ad un album ancora una volta credibile, che fosse all'altezza dei predecessori (magari non proprio all'altezza di capolavori eterni "Altars of Madness" o di "Covenant") e che almeno eguagliasse l'ottima performance del precedente album. "Heretic" si caratterizza dunque per un gusto indirizzato verso una sorta di brutalità immensa, suscitata da vari tipi di espedienti: i pezzi alterano momenti di pura pesantezza e claustrofobia a momenti in cui la velocità la fa da padrona, una velocità incontrollata che sembra essere accostabile in alcuni tratti al brutal death metal. Una ricerca verso un tipo di sound che fosse sicuramente predatore e dilaniante, anche se il tutto sembra riuscito forse non al 100%. Un appunto che può essere immediatamente fatto riguarda proprio la produzione; quest'ultima infatti, seppur permetta all'ascoltatore di percepire per bene l'ensemble di strumenti, tende in alcuni punti a risultare (ma questo è naturalmente un parere estremamente soggettivo) forse un tantino troppo "fredda". Di ciò ce ne accorgiamo immediatamente, già dalle prime note di chitarra che tra tutti, è lo strumento maggiormente penalizzato. C'è inoltre da sottolineare come questo disco sia stato il primo a non essere registrato nei leggendari "Morrisound Recording". I Morbid Angel scelsero infatti di accasarsi presso i "Diet of Worms Studios", facendosi assistere nella produzione da Juan "Punchy" Gonzalez. Primo in un nuovo studio ed ultimo per la "Earache..", in quanto il combo, in scadenza di contratto, deciderà di non rinnovare con la sempiterna etichetta che li aveva seguiti lungo tutta la loro incredibile carriera. L'artwork, invece, si presenta in tipico stile Morbid Angel, rappresentando due divinità pagane, riconducibili sicuramente ad un culto orientale. Un chiaro riferimento, quindi (come accade sempre nei dischi del gruppo) a culture antecedenti il culto cattolico sempre condannato nei testi, di pari passo a quello che è il contenuto delle liriche dei Nostri, le quali (nonostante il passare degli anni, piccola critica) non sono cambiate di una virgola. D'altro canto, però, sappiamo che Trey Azagthoth è sempre stato un grande appassionato di occultismo ed un convinto anticristiano quindi, perché negargli la possibilità di dare sfogo ai suoi interessi e ai suoi ideali? Ai posteri l'ardua sentenza!

Cleansed in Pestilence (Blade of Elohim)

A "Cleansed in Pestilence (Blade of Elohim) - Purificato nella Pestilenza (La Spada di Elohim)" è dunque affidato il compito di aprire le danze: una scarica di Blast Beat ci attende immediatamente al varco, una sfuriata della quale, ancora una volta, ci avvaliamo per buttarci a capofitto nel mondo malato del combo floridiano. Le chitarre sono da subito taglienti, veloci, dipingono un riff che si imprime immediatamente nella testa dell'ascoltatore, tuttavia già in questo momento abbiamo la sensazione che la musica del combo ci colpisca di meno del solito, che non abbia l'ispirazione che reggeva una qualsiasi delle opener dei precedenti dischi (pensiamo a vere e proprie bordate sonore come "Rapture" o momenti come "Dominate".. questa volta il confronto sembra volgere a sfavore della open track che stiamo analizzando).  Un leggero rallentamento porta in evidenza la doppia cassa di Sandoval, che continua dopo poco a macinare imperterrito blas beat fulminanti. Steve Tucker interviene sul riff portante con la sua voce aggressiva e profonda ed ecco un rallentamento; i ritmi si fanno più cadenzati ed emerge finalmente una sincera aggressività dal gruppo, più consona a quello che sono. Si continua  poi a marciare veloci, grande merito va a Pete che qui riesce a dare varietà, con i suoi fill, al riff portante. Ancora una volta accediamo al rallentamento, si arriva ad un break dove la doppia cassa viaggia impazzita e la voce aggressiva di Tucker emerge su tutto. Il suo streaming è diabolico e si smorza quando dissonanti pinch harmonics di chitarra ci portano al primo assolo; dopo questo si ritorna al riff precedente e poi al riff portante, e  si continua riprendendo un'altra strofa per poi concludere con il pezzo. Una opener di certo efficace, ma forse leggermente sottotono rispetto a tanti altri momenti ai quali i Morbid Angel ci avevano (ben) abituati.  Nel testo (tanto per cambiare..) si critica aspramente la comunità cristiana, i cui adepti vengono come al solito innalzati ad esempio supremo di stupidità e creduloneria. Essi vengono infatti dipinti come delle vittime miserabili, individui che vivono una vita schiavizzata, prigionieri della loro mente, la quale è a sua volta soggiogata da credenze e dogmi ipocriti e dannosi per chiunque. Il dogma loro imposto li porta quindi a vivere e a non vivere contemporaneamente, a vagare sulla terra senza una meta, senza nemmeno sforzarsi di chiedersi chi siano e perché siano lì. Vi sarà però un eletto in grado di porre fine ai millenni di schiavitù: con la spada di Elohim il soggetto indicato potrà liberare questi esseri dalla loro esistenza e essere acclamato come salvatore, anche se il suo compito sembra più essere quello di un angelo dell'Apocalisse, visto che dovrà agire diffondendo pestilenze e dispensando morte. Non è ben chiaro a cosa i Morbid Angel vogliano andare a parare, citando il termine ebraico Elohim; quest'ultimo, infatti, è un termine sulla cui origine ancora molto si discute, a livello di linguistica e teologia. Molto in generale, è un termine che indica comunque una potenza divina, in questo caso naturalmente contrapposta alla credenza cattolica. I cristiani, dunque, piangeranno nei loro santuari: l'unica via è quella di eliminarli, e per farlo c'è bisogno di un eletto che possa ben dominare il potere conferito dalla spada di Elohim.

Enshrined by Grace

Chitarre monolitiche danno vita al secondo pezzo del disco, "Enshrined by Grace (Custodito dalla Grazia)", presente addirittura nel remake dello stesso anno di una leggendaria pellicola horror, "The Texas Chainsaw Massacre" (in Italia noto come "Non aprite quella porta"), un brano del quale venne anche realizzato un videoclip. Una veloce accelerazione su un riff tipicamente "Morbidangeliano"  fa il suo ingresso per poi riportarci al riff di partenza. Un'altra accelerazione e poi dopo uno stacco di chitarra che richiama quello di "Chapel of Ghouls" ci portano alla prima strofa dove i blast beat sono a dir poco velocissimi e le chitarre dipingono riff grossi e bassi che sostengono la voce profonda di Tucker, la quale viene doppiata a volte da sovra incisioni dalle quali emerge uno screaming tagliente.  Si riparte a tutta velocità, si annichilisce l'ascoltatore con una bestialità notevole per poi riprendere lo stacco più cadenzato (che segna il refrain) il quale ci porta poi ad un assolo di chitarra dissonante e veloce. La musica cala di velocità e bending dissonanti (accompagnati da fraseggi in tapping) fanno il loro ingresso, resi più consistenti da un buon uso del delay. Si ritorna poi al riff principale e con quello che è il refrain della canzone; il pezzo viene poco dopo concluso, ed ha il grande merito di aver risollevato quel tanto che bastava un inizio che forse poteva risultare un tantino sotto tono. Il gruppo continua a martellare anche con le liriche, acide e crudeli come al solito, le quali raccontano di un tempo antico in cui un potente Golem diffondeva pestilenza sterminando chiunque gli si ponesse contro. Il gruppo, questa volta, non sembra abbondare di anti-cristianesimo, ma anzi sembra quasi "esaltare" i contorni horror dell'antica leggenda ebraica del Golem, il gigante d'argilla che i rabbini, nel millennio scorso, fabbricavano per avere dalla loro parte un indistruttibile esercito di mostri. I giganti erano infatti imponenti e del tutto dediti agli ordini del loro padrone, animati grazie all'antica magia. Il potere distruttivo e la sostanziale "oscurità" della figura (un gigante intento unicamente ad uccidere a comando) è dunque materia apprezzata dai Morbid Angel, i quali sono dunque intenti a narrare questa antica storia lodando l'assenza di sentimenti del mostro d'argilla. Potremmo eventualmente leggerla anche in un altro modo, interpretando il testo come un ribaltamento di ruoli e situazioni: un demone che verrà evocato e distruggerà tutto quello che il gruppo disprezza, tutti gli ideali religiosi, e lascerà in vita solo pochi eletti, quelli che non hanno mai dimenticato la "vecchia mano" che li ha sfamati  (probabilmente quella del diavolo) e che potranno dunque vivere in pace, senza condividere il loro spazio con i deboli credenti.

Beneath The Hollow

Chitarre taglienti ed opprimenti danno il via al terzo pezzo del lotto, "Beneath The Hollow (Al di sotto del Vuoto)", il quale viene subito introdotto dal cantato di un Tucker che va dunque ad affrontare la prima strofa, arricchendo la parte strumentale con la sua ugola malvagia. Uno stacco altrettanto pesante fa da intermezzo, e ci porta alla seconda strofa; la doppia cassa è ben avvertibile e permette di rafforzare le fondamenta del muro di suono eretto dal combo. Dopo il refrain, nelle quali sono presente le sovra incisioni vocali già udite in "Enshrined..", si accede ad un assolo che ci porta a sua volta ad un bridge dove le chitarre fanno letteralmente il cosiddetto bello e cattivo tempo, proseguendo a briglia sciolta ed aggredendoci letteralmente. La contorta sezione si protrae per un significativo arco di tempo, e permette all'ascoltatore di assimilare il suo contenuto, quest'ultimo indice di grande tecnica ed anche creatività da parte di un Azagthoth deciso a farci notare quanto la sua forza non sia assolutamente scemata. Si riprende dopo il bridge il primo riff sulla quale Tucker ricomincia a cantare, ed ancora una volta lo stacco di chitarra ci porta al refrain che pur basandosi sul medesimo riff trova una sorta di nuova veste (efficacissima) nell'aumento di intensità emotiva scaricata sull'ascoltatore. Altra buona prova conclusa, che mantiene costante il tiro dell'album. Ancora una volta nel testo si va criticare la credenza religiosa, quelle "idiote credenze" di coloro che sognano vanamente una dolce vita dopo la morte (a mo' di ricompensa per una vita condotta in maniera "retta" e ligia alla parola di Dio), coloro i quali sperano in un concetto di salvezza che pare ormai talmente impossibile ed a dir poco ridicolo, da suscitare le risa sguaiate del Gruppo, il quale si diverte dunque a mettere tali personaggi davanti alla realtà dei datti. Le parole e le preghiere di questi soggetti cadranno nel vuoto, saranno pronunciate invano ogni volta che si deciderà di sgranare un rosario. Il destino dell'umanità è quello di morire, di tornare cenere senza poter assaporare una vita eterna, il vuoto è quello che attende tutti noi e nessun Dio potrà mai farci scampare da quella che è la strada che obbligatoriamente tutti imboccheremo. Siamo condannati alla fine, all'annichilimento totale, il mondo sarà presto distrutto dall'estinzione di ogni forma di vita e niente e nessuno potrà intervenire per cambiare le cose.

Curse the Flesh

Proseguiamo senza sosta con "Curse the Flesh (Maledici la Carne)": ancora una volta le chitarre dipingono un riff grosso ed opprimente il quale viene però sostenuto da veloci blast beat che danno dinamica alla prima strofa, la quale viene arricchita anche qui da sovra incisioni e effetti vocali. Si arriva ben presto al refrain, il tutto si fa più lento e Pete Sandoval conduce, come un maestro d'orchestra, tutti gli strumenti. Ecco un nuovo riff, più lento ma maggiormente fantasioso, il gruppo incute in questo modo un senso di disagio nell'ascoltatore, cercando di instaurare un clima decisamente oscuro. Il tempo è convulso, Tucker fa il suo mestiere con linee vocali perfettamente inserite in queste dinamiche assai particolari ed interessanti. Un assolo di chitarra spezza il clima creatosi, il pezzo si conclude dopo poco con un riff ancora una volta cadenzato. Un brano molto più breve dei precedenti tre ma assolutamente valido e particolare, anche in virtù di questo cambio di "clima" che rende il tutto molto più variegato e meno prevedibile di quel che si possa pensare. D'altro canto, lungo tutta la loro discografia, i Morbid Angel ci hanno dimostrato di come siano capaci di giocare sia con gli assalti senza ritegno sia con brani invece molto più "atmosferici" e non per forza ferini o sguaiati. Si parla, nel testo, di un'Apocalisse in cui pioveranno letteralmente delle fiamme dal cielo, intente a distruggere (carbonizzandola) l'umanità, la quale inizialmente guarderà questa luce come quasi un segno divino, salvo accorgersi dopo la prima ustione che, invece, nulla di santo e di lenitivo vi è in tutto quel che sta accadendo. L'uomo griderà parole di supplica senza essere ascoltato, la fine è giunta e non risparmierà niente e nessuno: coloro che in tempi non sospetti avevano ripudiato la razza umana potranno godere del momento, udendo le suppliche dei disgraziati perdersi nel vuoto. L'umanità non si rialzerà mai più, chiunque avesse in passato deciso di continuare a perpetrare l'insana razza verrà bruciato vivo e dunque eliminato dalla storia. Gli uomini smetteranno di esistere, le loro anime intrappolate in un oceano di dolore, nel ritornello possiamo infatti percepire tutta la cattiveria con la quale i superstiti augurano ai loro simili di morire annegando nelle acque del dolore, annaspando senza trovare nemmeno un secondo di sollievo. Misantropia ad alti livelli.

Praise the Strength

Il quinto pezzom, "Praise the Strength (Loda la forza)", comincia come i precedenti con un riff cadenzato il quale acquista subito velocità grazie ad un'accelerazione di Sandoval; dopo qualche rullata si accede alla strofa, veloce e in grado di martellare letteralmente le tempie dell'ascoltatore, in puro stile Morbid Angel. Si accede al refrain, la pesantezza del combo è elevata e sembra addirittura, in un certo momento, di trovarsi davanti al brutal death metal dei Cannibal Corpse. La doppia cassa sostiene il tutto, le chitarre sono dinamiche e piene, si va poi a riprendere il riff iniziale e si comincia con la seconda strofa.  Si arriva così di nuovo al refrain che subisce una leggera variazione nella fine. La voce di Tucker aggredisce l'ascoltatore, senza fermarsi un attimo, mentre la chitarra di Trey emerge su tutti gli strumenti con un assolo che anticipa il bridge, sostenuto da riff anche qui cadenzati e quasi "occulti" nel loro manifestarsi così particolare. Ancora una volta la batteria risulta essere fantasiosa e ben arrangiata; con la terza strofa il gruppo ricomincia a martellare l'ascoltatore per poi dargli un attimo di respiro con un altro refrain, seguito da altri assoli che ci conducono alla fine del pezzo. Notiamo come il satanismo continui ad essere l'argomento preferito dei testi. In questo caso particolare si descrive la resurrezione del'angelo caduto (Lucifero), il martire che finalmente torna in vita e che permette agli eretici di tutto il mondo di risorgere con lui, vendicativi e pronti a tutto pur di contrastare chi li ha relegati ai confini dell'esistenza. Il gruppo esorta a prestare fede al caduto, a lodare la sua forza, la quale viene quasi personificata e resa un'entità nella quale credere, un qualcosa da venerare. La Forza è il Diavolo, il caduto è colui il quale risorgerà e ci abbevererà con i suoi fiumi di potenza. Dissetandoci alla fonte del potere, potremo finalmente danzare gioendo per la vittoria conquistata, nessuno mai potrà contrastare il nostro esercito, quello degli eretici e dei rinnegati. Per quanto forte, nessun avversario potrà mai contrastare l'esercito della Forza. Tutti i nemici verranno abbattuti, e con essi i loro re e dei. Potremo vedere il Dio di ogni umano cadere sconfitto, lodando la forza si può arrivare alla vittoria nonché vedere l'ira abbattersi su chiunque si opponga al diabolico volere, rendersi contemporaneamente protagonisti del sorgere di un nuovo regno nel quale noi saremo i dominatori.

Stricken Arise

Ci avviciniamo verso la seconda parte del disco, prettamente strumentale. Uno dei pochi pezzi cantati rimasti è proprio "Stricken Arise (Il ferito risorge)", posto in posizione numero sei nella tracklist. Un solido tremolo picking ed una rullata di batteria sono quello che l'ascoltatore ode prima di essere travolto dalla furia del combo floridiano, il quale soprattutto in questo pezzo dimostra che ancora può fare male se l'ispirazione non viene meno. La voce crudele di Tucker si alza, diventa uno screaming strozzato e assolutamente pieno di cattiveria, e la pesantezza generale del combo ci accompagna per tutto il pezzo. Rullate di batteria accompagnano altri riff in tremolo picking e un pinch harmonic ci porta ad una sezione cadenzata e impressionante, dove la voce di Tucker spazia nell'essere uno screaming ed un growl profondo e malvagio.  Si riparte con una velocità discreta che ci porta ad un altro riff tagliente e oscuro, la batteria continua ad accelerare e decelerare con il solo intento di annichilire l'ascoltatore, e ad un certo momento l'ensemble degli strumenti smorza la sua furia; ma ecco che uno screaming lancinante ci riporta alla velocità della strofa e al tremendo refrain con il quale si conclude il pezzo. Veramente un ottimo episodio, non c'è che dire. Ancora anticristianesimo e misantropia diffusa, per quel che riguarda l'apparato lirico: nel testo, infatti, si narra di un ipotetico tempo in cui i cristiani saranno messi davanti alla verità, ovvero dinnanzi all'inesistenza del loro Dio. Coloro che furono feriti, coloro che sono caduti sotto le spade dei crociati o chi è stato vittima della Santa Inquisizione, risorgeranno illuminando di odio e di furia chi non ha mai creduto nella religione e per questo cerca un modo per vendicarsi di chi invece ha fatto in modo che nella vita di tutti fossero letteralmente imposti i dettami dell'unico credo. Saranno dunque spalleggiati da chi verrà riportato in vita dalla forza dell'odio e del rancore. I (precedentemente) caduti si godranno quindi la loro risurrezione assistendo all'incoronazione del loro Re (nemmeno a dirlo, parliamo di Satana). Contorcendosi nel loro disgusto i feriti si rialzeranno forti del loro odio, per reclamare ciò che gli spetta di diritto: la vendetta. Nessun vecchio aguzzino sarà al sicuro e ben presto la situazione si capovolgerà. Se chi è morto rivive, chi vive muore.

Place of Many Deaths

Con "Place of Many Deaths (Il luogo di tante morti)" diamo il via definitivo ad una seconda parte di disco assai "anomala" per certi versi, ed anche un tantino provocatoria / sperimentale. Siamo infatti al primo strumentale dell'album, e quasi attingendo dalla loro mai sopita ispirazione lovecraftiana i Morbid Angel decidono di creare dinnanzi ai nostri occhi un vero e proprio tripudio di oppressione sonora, quasi questo brano avesse il compito di trasportarci nella dimensione dominata dai terribili "Grandi Antichi". In pieno stile Azagthoth si va a creare dunque un'atmosfera disturbata, in cui a farla da padroni sono tamburi lontani (quasi provenissero effettivamente da una dimensione lontanissima dalla nostra) e chitarre sintetizzate, appannaggio totale di Trey come possiamo leggere anche nel booklet. Acuti e stridii inquietano l'ascoltatore, e sullo sfondo si odono delle grida. Il tutto per circa quattro minuti di angoscia, un vero e proprio intermezzo strumentale da far accapponare la pelle ed in grado di mostrarci l'anima più disturbante dl gruppo, il quale come detto non rinuncia mai alla volontà di stupire anche adoperando effetti particolari. Il tutto atto a non scalfire mai la loro fama di musicisti in grado di destreggiarsi abilmente con le atmosfere annichilenti e snervanti.

Abyssous

Il testimone è in seguito lasciato ad "Abyssous (Abisso)", un ulteriore pezzo strumentale dal sapore spiccatamente ambient e ben più breve del suo predecessore. L'atmosfera si fa qui più serena, Azagthoth cambia letteralmente spartito sorprendendoci in maniera quasi inaspettata. Egli, difatti, compone una strumentale quasi onirica nella quale possiamo udire lievi sgocciolii misti a sussurri, sormontati dai suoni rimbombanti dei synth, forse gli unici elementi in grado di mitigare la tranquillità trasmettendoci un sanissimo senso di "inquietitudine".  Possiamo senza dubbio rifiatare, e goderci dunque un atmosfera di nera serenità. Potrebbe sembrare strana questa parola in un disco dei Morbid Angel (decisamente, vista e considerata anche lo straniantissimo pezzo precedente!) ma siamo in una strumentale e le sensazioni variano da persona a persona. Non è certo la sigla di un cartone animato od un canto spensierato, intendiamoci: la patina di oscurità pervade ed il tutto sembra in effetti proveniente da un abisso senza fondo.. ma vista e considerata la crudeltà alla quale i nostri ci hanno sempre abituati, un qualcosa del genere può senza dubbio valere come variazione sul tema, un brano ben più "ambientale" e meno diretto, forse il maggiormente sui generis mai composto dai Nostri.

God of our Own Divinity

Si riprende con i brani cantati e ben più tradizionali quando a presentarsi imperialmente è "God of our Own Divinity (Dio della nostra stessa Divinità)". Grosse chitarre cadenzate danno il via al pezzo, ben sorrette da un drumming fantasioso ed efficace, con in seguito l'innesto della voce di Tucker il quale intraprende la prima strofa senza esitazioni, incidendo con la sua possente ugola sul tappeto sonoro eretto dagli strumenti. Una fulminea accelerazione basta su un riff tagliente taglia il fiato all'ascoltatore, fino ad arrivare al refrain, consistente in uno stacco che conferisce intensità ad un pezzo già di per sé molto interessante. Si prosegue a tutta velocità con la strofa, i tupa-tupa di Pete Sandoval sono incessanti ed ecco che arriviamo un'altra volta al refrain. Dopo questo la potenza si smorza e si accede ad un bridge dove le chitarre proseguono lente, creando atmosfere particolari mentre la batteria dà varietà al tutto rimanendo sempre dinamica e dirigendo l'ensemble di strumenti. Dopo aver ripreso il riff iniziale, iniziano gli assoli, questa volta di breve durata. Un'altra strofa infatti ci attende, ancora una volta le chitarre riprendono lo stacco iniziale che anticipa l'accelerazione fulminea, la quale ci porta al refrain. Dopo questo accediamo ancora una volta al bridge dove emerge la chitarra solista (appannaggio totale, in questo caso, di un ospite speciale: suonata nientemeno che da Karl Sanders dei Nile), che ci porta dunque alla definitiva conclusione del pezzo.  Ancora una volta i riferimenti satanici all'interno del testo si sprecano: i componenti del gruppo si rivolgono al demonio chiedendogli di lodarli per i loro anni di fede incrollabile e di guidarli mostrando loro strade ai più sconosciute, sconosciute ai mortali che ancora perdono tempo a servire il dio sbagliato. E' dunque una sorta di supplica, di invocazione, una preghiera nella quale i Morbid Angel chiedono all'arcidemone di liberare la loro testa da tutto cioè che non è divino e dalle credenze loro imposte, quelle credenze le quali volenti o nolenti hanno dovuto sopportare a causa dell'umanità tutta, soggiogata dalla menzogna cattolica. Il signore invocato è Absu , visto totalmente ricoperto di serpenti, come se fosse una figura simile alle gorgoni greche. Il serpente è il simbolo del male, la personificazione del demonio il quale si è incarnato nel rettile per tentare gli abitanti dell'Eden conducendoli così nella via del peccato. Chi gioverà dunque dell'apprezzamento di questo dio oscuro? Chiunque vorrà porsi sotto il suo dominio. I non morti si godranno la loro immortalità, le schiere demoniache conquisteranno il mondo. Alla fine del testo il gruppo chiede al demone di risorgere, il suo tempo è ormai venuto, nessuno deve più aspettare; benedetti da Absu gli invocatori canteranno il suo nome e glorificheranno il suo operato.

Within thy Enemy

Ultimo pezzo cantato, con il quale ci avviamo alla (quasi) conclusione del disco, è "Within thy Enemy (Dentro il nemico)". Le chitarre grosse e marziali che abbiamo conosciuto lungo tutto il disco danno il via all'ultimo pezzo effettivo di un disco ormai pronto a svelare un'anima assai particolare. Abbiamo un partenza fulminea, una strofa veloce e aggressiva che sfocia in un orecchiabile refrain il quale viene giocato su un primo rallentamento e una fulminea ripartenza. Velocemente il gruppo riprende la strofa per poi arrivare di nuovo al refrain. Dopo questo il gruppo prosegue a media velocità con un riff grosso e potente, la doppia cassa è incessante, la voce di Tucker pronuncia le seguenti parole: "Distruggerò le vostre alleanze, distruggerò la vostra forza di spirito, inginocchiatevi a me, davanti al vostro destino!! Sono il vostro padrone, lodate il mio nome". Dopo questo si introduce una variazione nei riff, siamo in territori di velocità medi almeno sino ad arrivare ad una nuova strofa, caratterizzata per l'appunto da una grande velocità, con il contachilometri che sembra impazzire, segnando categorico il massimo. Ancora una volta il refrain che chiude il pezzo con un feroce screaming, e ci lascia dunque in totale balìa di quel che presto ascolteremo. Come capiamo dalla citazione inserita, anche qui non si fa altro che riprendere il tema satanico che ha retto le liriche di quasi tutto il disco. Questa volta, a parlare, sembra essere proprio il diavolo, il quale ha assistito da spettatore passivo al diffondersi di false credenze all'interno del mondo, quelle riguardanti dio ed il cattolicesimo. Non potendo più sopportare l'essere messo ai margini, l'arcidemone sceglie dunque di scendere in campo per urlare definitivamente la sua rabbia, nonché conquistare territori suoi di diritto. Nessuno potrà mai contrapporgli alcunché; il potere della fede è nullo contro di lui, non ci resta altro da fare che inginocchiarci dinnanzi alla sua potenza rinunciando per sempre a qualsiasi cosa di sacro. E' scritto nel nostro destino, siamo obbligati ad obbedire ed a farci sottomettere da una forza che mai e poi mai potremmo contrastare. Lui è il nostro padrone e da ora in poi sarà il suo, il nome che dovremmo pronunciare carichi di speranza e di devozione.

Memories of the Past

Tutto è pronto per l'inizio di una conclusione a dir poco sui generis, presentataci dal brano numero undici, "Memories of the Past (Ricordi del passato)". Chitarre acustiche su un tappeto di Synth danno il via a questa terza strumentale del disco, che come quasi tutte le strumentali del gruppo dà all'ascoltatore un senso di inquietudine e disagio. Il tutto creato attraverso un espediente molto particolare, giocato sulla varietà e sull'alternanza di momenti fra di loro quasi opposti. Il brano, infatti, alterna momenti in cui l'atmosfera sembra aprirsi dando respiro ed altri in cui essa si chiude diventando malinconica e nostalgica. Il nostro animo sembra dunque abituarsi ad una situazione salvo poi destarsi, giusto in tempo per abbracciare l'avvicendarsi di una nuova situazione alla quale adattarsi in tutta fretta. Si continua così in un lasso di tempo limitato ma adatto a mantenere la nostra attenzione sempre vigile, grazie alla sensazione di straniamento e malinconia che dobbiamo ritrovarci a sopportare. Tre minuti e diciotto che volano via facendosi però ricordare, riuscendo a lasciare in noi un'impronta decisamente marcata.

Victorius March of Reign The Conqueror

Immediatamente giunge, alla fine di "Memories..", "Victorius March of Reign The Conqueror (La Vittoriosa marcia del regno del Conquistatore)": l'ascoltatore viene spiazzato da questa strumentale che potrebbe essere classificata quasi come parte di una colonna sonora, un brano creato ad hoc per descrivere in maniera efficace la scena di un film. In linea con quello che è il suo titolo, il brano ha un tono solenne, le tastiere sono abilmente mescolate ad un imperiale sound di pianoforte. Synth "aperti" ed ariosi intenti a suonare note ricche di colore mentre la batteria detta il tempo, anch'essa incidente e marziale. Ben presto anche una sezione di fiati arriva a dare il suo definitivo contributo, catapultandoci quasi in una dimensione più consona a pellicole come "Excalibur" o "Il Signore degli Anelli" che ad un disco dei Morbid Angel. In effetti, il riuso di questo pezzo in qualche film di genere fantasy - guerresco - eroico non stonerebbe affatto, anzi, andrebbe veramente a far la sua gran bella figura. Si continua così per due minuti abbondanti, salvo poi giungere al terzo pezzo strumentale in successione.

Drum Check

Se "Victorious.." e le precedenti "sorelle" avevano un senso, però, "Drum Check" rappresenta al contempo quanto di più pacchiano si fosse potuto inserire all'interno di un disco Death Metal. Non stiamo certo a contestare "tecnicamente" la dimostrazione di bravura di Pete Sandoval, il quale, per l'appunto, testando il suo kit di batteria al fine di preparare i suoni della registrazione ci rende partecipi di blast beat velocissimi, di una doppia cassa a turbina, di rullate frenetiche, il tutto regolarmente triggerato con tanto di Azagthoth che in apertura ci fa udire una sua breve espressione solista. La parte più divertente è quella iniziale e quella finale, dove si sente la voce del fonico che dà indicazioni al bravo batterista. Divertente, certo, ma assolutamente inutile ai fini di un album che sino ad ora era stato perfettamente in grado di creare un bel continuum giocando con vari tipi di atmosfere. Un quasi assolo buttatoci dunque senza troppo ritegno, che non si inserisce in nessuna trama o sottotrama ma anzi, risulta fine a sé stesso. 

Born Again

E se fino a questo momento è stato Pete a mettere in mostra la sua bravura ecco che Trey (forse in preda ad un delirio di onnipotenza) compone una traccia in cui dissonanti armonici e dive bomb si alternano sotto l'effetto di un delay esagerato. Non si capisce però se la traccia abbia un senso o se semplicemente il minutaggio del disco doveva essere aumentato, visto che ci troviamo si davanti ad un assolo, ma poco costruito o congegnato, semplicemente posto in maniera tale da non configurarsi né come una track a sé stante né come un momento collegato alla "storyline" del disco. In ogni caso godiamoci questi due minuti e mezzo di chitarra, denominati semplicemente "Born Again (Nato, di nuovo)". Anche qui vale lo stesso discorso fatto per "Drum..", ci sarebbe stato sicuramente un modo migliore di adattare certe espressioni soliste rendendole effettivamente parte di un qualcosa, non trattandole come due "quasi" ghost track inserite per "simpatia". Tanto più che in "Born Again" possiamo riconoscere, dopo attenti ascolti, nient'altro che l'assolo già sentito in "Secured Limitations", brano presente in "Gateways.." il cui assolo è stato in questo momento riadattato.

Ghost tracks

Dopo quattordici tracce, il disco sembrerebbe finito.. ed invece no, almeno per quel che riguarda la versione canonica. In una sorta di limited edition, la tracklist segna la presenza di altri venti pezzi (!!), sedici dei quali consistono comunque nel nulla più assoluto, benché siano numerati ed abbiano una loro durata. Del trentesimo, "Infections (Infezioni)", non riusciamo a trovarne neanche uno stralcio. Dopo altri quattro pezzi di nulla assoluto troviamo "Tortured Souls (Anime Torturate)", il quale consiste unicamente nella riproposizione degli effetti sonori già uditi in "Place of Many Deaths". Cinque momenti di vuoto e ci imbattiamo in "Terror of MechaGodzilla Lava!", ovvero l'assolo udibile in "Praise the Strength", prova chitarristica bissata anche in "Triplet Lava", nella quale Trey può sfogarsi un altro po'. Così isolati e chiari, i suoi suoni sembrano addirittura strizzare l'occhio ad una formazione Heavy Metal, quasi il nostro si stesse effettivamente divertendo a giocare al Glenn Tipton della situazione. Abbiamo poi una versione strumentale di "Beneath The Hollow", denominata "Doomcreeper" e di seguito la definitiva conclusione, gli ultimi diciotto secondi denominati "Laff", anch'essi assenti da tutte le piattaforme disponibili. Si conclude dunque in maniera simpaticamente "assurda" (ed anche un po' pacchiana) questo viaggio all'interno dell'alfabeto della discografia Morbidangeliana.

Conclusioni

"Heretic" è un album da assimilare dopo varie occasioni, e solo svariati ascolti ci permettono quindi di giungere ad un verdetto che risulti equilibrato, circa la qualità di questo album. Inizialmente, infatti, è possibile rimanere spiazzati, soprattutto all'inizio dell'album con un paio di pezzi che risultano essere un po' piatti e monotoni  nonostante la loro aggressività, tanto da sembrare pezzi scritti da bravissimi musicisti a cui però mancava un'idea concreta su come muoversi e cosa proporre in un nuovo capitolo della loro discografia. Con il tempo e soprattutto con il susseguirsi dei pezzi (escludiamo dal discorso i brani strumentali che potevano essere ridotti di numero in quanto, alla lunga, stancano) iniziamo però a pensare di trovarci tutto sommato davanti ad una buona opera, anche ottima in certi tratti, che ovviamente risente di qualche acciaccatura in fase di composizione che è però "fisiologica" in una band con alle spalle sei album in studio. Mettiamoci anche il cambio di produzione e di studi di registrazione, altro elemento per il quale possiamo perdonare ai nostri (più di) qualche pecca sparsa qui e là. In generale possiamo dire che "Heretic" può essere considerato come un disco che riassume quanto prodotto nell'era Tucker. Da un lato troviamo in molti pezzi la velocità di "Formulas?", come nell'opener "Cleansed in Petilence (Blade of Elohim" oppure in "Stricken Arise", che può essere considerato uno dei pezzi migliori del disco, d'altro lato troviamo invece le atmosfere di "Gateways  to Annihilation"; pensiamo ad esempio a "Beneath the Hollow" o a "Curse the Flesh"  (anche se, volendo fare un confronto, i pezzi del precedente album avevano un valore maggiore).  Questo disco potrà piacere così come potrebbe non essere troppo apprezzato, ma sicuramente tutti saremo concordi sull'essere lontanissimi da una bocciatura, totale o parziale. Possiamo classificarlo come una riconferma più che sufficiente, i Morbid Angel si fanno sentire ancora, sono ancora in grado di far tremare le fondamenta della casa dell'ascoltatore anche se in maniera meno istintiva rispetto al passato. Come tutti sappiamo, i mala tempora sono dietro l'angolo.. visto che la lettera "i" è ormai in via di palesarsi definitivamente. Ancora fermi all'acca, però, possiamo goderci della sana brutalità che come unico scopo ha quello di farci ancora scapocciare come al solito, mettendo a durissima prova i muscoli del nostro collo. Cosa sarebbero diventati, i Morbid Angel, dopo"Heretic"? Purtroppo abbiamo potuto toccare con mano quel che è effettivamente stato, e dinnanzi ad una delusione clamorosa è forse bene tenerci stretti anche i Morbid Angel meno ispirati ma comunque estremamente efficaci, proprio perché ancora consci della loro identità e per nulla asserviti alla volontà di sperimentare ad ogni costo in maniera grossolana e comunque assai discutibile.


1) Cleansed in Pestilence (Blade of Elohim)
2) Enshrined by Grace
3) Beneath The Hollow
4) Curse the Flesh
5) Praise the Strength
6) Stricken Arise
7) Place of Many Deaths
8) Abyssous
9) God of our Own Divinity
10) Within thy Enemy
11) Memories of the Past
12) Victorius March of Reign The Conqueror
13) Drum Check
14) Born Again
15) Ghost tracks
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