MORBID ANGEL

Formulas Fatal To The Flesh

1998 - Earache Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
10/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Tre anni dopo l'uscita di "Domination" i Morbid Angel sono pronti a ritornare sul mercato discografico con una nuova opera, il disco "Formulas Fatal to the Flesh". Tante sono le novità presentate dal gruppo, delle quali la più significativa è senza dubbio la dipartita dello storico vocalist e bassista David Vincent, rimpiazzato dalla figura di Steve Tucker. Questo cambio di line-up suscitò vivaci dibattiti tra i fan, che al tempo, criticarono aspramente il nuovo frontman del gruppo floridiano. Le ragioni della dipartita di Vincent sono da rintracciare nelle divergenze creatisi tra lui e Azagthoth a livello musicale: David si dichiarò oltretutto stanco del death metal in generale che, a suo modo di vedere le cose, non colpiva più gli ascoltatori come un tempo. La principale conseguenza della dipartita la si nota immediatamente a livello di songwriting, Azagthoth ha modo di occuparsi in "Formulas.." anche delle liriche del disco che risultano pesantemente influenzate da un intenso spiritualismo nonché ricerca quasi "filologica" di alcune formule (ampia presenza, come la tradizione del "solitario di Providence" tanto amato impone, di antichissimi linguaggi fra cui il sumero, proprio per rendere le formule ancora più convincenti e ruvide all'orecchio, arcane quasi), piuttosto che sul satanismo tout court proprio dei testi di Vincent.  I pezzi dell'album riprendono poi la velocità e la brutalità della prima opera del gruppo, "Altars of Madness", seppur ben riflettano l' "occultismo" (denso ancora una volta di richiami lovecraftiani, come già detto) proprio delle liriche. È da segnalare poi la massiccia presenza di pezzi totalmente strumentali utilizzati con un doppio fine: brevi intermezzi sia con il compito di introdurre altri brani del gruppo e di "spezzare" l'atmosfera, sia con la volontà di concludere il disco (dopo l'ultimo vero pezzo dell'album, "Invocation of the Continual One", vi sono ben tre pezzi strumentali di brevissima durata, concatenati). La produzione del disco diviene molto ruvida e rispetto al precedente e risulta meno "melmosa". L'impiego di effetti per la voce viene limitato a pochi episodi mentre sempre nel precedente "Domination" si era fatto un massiccio ricorso a questo tipo di effetti.  Il titolo dell'opera, inoltre rispetta la tradizione del gruppo di pubblicare gli album ordinando la completa discografia in ordine rigorosamente alfabetico. "Formulas Fatal to the Flesh" adotta la lettera F, la sesta lettera dell'alfabeto che ripetuta in questo caso per tre volte riporta al numero dell'anticristo, il numero della grande bestia, ovvero il "666". L'artwork vede raffigurata una sorta di divinità emersa dalle viscere della terra, mentre ai suoi piedi possiamo notare un cumulo di resti umani. Andiamo dunque alla scoperta di questo sesto capitolo della discografia dei Morbid Angel, con il consueto approccio track by track.

Heaving Heart

"Heaving Heart", il primo pezzo della release, viene aperto da un riff di chitarra convulso e compresso. Basso e batteria lo sostengono al meglio prima di esplodere nella prima strofa, ed anche questa viene caratterizzata da riff pesanti e ricchi di groove. Il potente growl di Tucker viene alternato con un acido e crudele scream, di conseguenza la sezione vocale subisce un'accelerazione prima di arrivare ad un'altra sezione inframezzata da un ottimo riff, tagliente e capace di catturare l'attenzione dell'ascoltatore.  Il pezzo continua con un susseguirsi di riff sempre ispirati e di altro livello. Si arriva al bridge dove la velocità rallenta e la batteria di Pete Sandoval diventa protagonista del tutto. Dopo questo richiamo ai rallentamenti pesantissimi di "Covenant" (in special modo, brani come "Rapture" o "God of Emptiness") possiamo gustarci un ottimo assolo di Trey il quale, pur essendo un chitarrista decisamente aggressivo in fase solista,  dà sempre modo all'ascoltatore di gustare al meglio i suoi ispirati fraseggi, senza mai risultare banale o noioso. Viene richiamato uno dei primi riff e si continua con la strofa sempre segnata dalla velocità e dalla voglia del gruppo di distruggere tutto quello che gli si paia davanti. Il pezzo viene concluso in maniera secca senza orpelli di vario genere. Le liriche del pezzo non sono altro che una citazione di varie creature Lovercraftiane tra le quali troviamo Cthulhu, ed in seguito altre due probabilmente derivanti da antiche tradizioni mediorientali, come Ushumgal, antico celebrante di Sahara divenuto famoso grazie al ritrovamento di una stele, ed "Anna", del quale ci è dato sapere poco o nulla. Tre entità maligne che vanno a formare la trinità "sacra e superiore", un concetto che ritorna anche citando altri esseri simili, derivanti dalle più disparate tradizioni, a quanto sembra tutte quelle soppiantate e discriminate, in antichità, dal cristianesimo. Troviamo dunque Humbaba (una divinità mesopotamica e definito come il "Re della Foresta"), Annuna (il Dio del Cielo) ed Annunaki con relativi servitori (il custode della verità). Il compito di tutte queste divinità è quello naturalmente di sterminare la razza umana, quasi a mo' di vendetta, forse per riscattare il trattamento subito dalle varie popolazioni sottomesse dai cattolici, ed obbligate in seguito ad abbandonare i loro culti per abbracciare quello del "dio straniero". Il destino è dunque segnato, verremo distrutti da forze troppo grandi per essere fermate.

Prayer of Hate

La chitarra di Azagthoth dà il via al secondo pezzo del lotto, "Prayer of Hate".  Il riff che ci si presenta dinnanzi è lineare, colpisce subito però per la sua capacità di insediarsi nelle orecchie dell'ascoltatore. Ovviamente la velocità media con qui il pezzo inizia viene presto spezzata da una sfuriata di blast beat, ed è proprio in questo momento che i riff di fanno ovviamente più aggressivi e taglienti. La seconda strofa viene segnata, un po' come la prima, da un vorticoso riff e da un potente drumming che ben sostiene tutti gli strumenti, e dopo un ulteriore stacco, velocissimamente si accede ad un'altra sezione del pezzo, anche questa, come avvenuto in precedenza, suonata a bassa velocità e dalla chitarra sempre ispirata di trey Azagthoth, che va prima con i suoi riff e poi con un assolo a creare dense e disturbanti atmosfere. Dopo l'assolo si continua a insistere con la bassa velocità e con la pesantezza, mentre  dopo la parte centrale viene ripreso il riff iniziale e si continua con una nuova strofa; l'incidere degli strumenti si ripete quindi fino alla conclusione del pezzo. Il tema testuale non cambia, ed anche nelle liriche di questo pezzo si parla di demoni e divinità, effettuando un'invocazione ai Grandi Antichi, personaggi lovecraftiani dei quali abbiamo già scritto in sede di recensioni riguardo ai Morbid Angel, ben consci della passione che i nostri provano per gli scritti del "solitario di Providence". Il narratore si preoccupa di richiamare queste divinità le quali abitavano, abitano ed abiteranno il nostro pianeta per l'eternità, presenti quando ancora la Terra era un cumulo di magma incandescente e più vecchie dell'Universo stesso. Esse risorgeranno e spazzeranno via l'umanità con una tempesta, un enorme incendio ridurrà l'umanità in cenere, le divinità si nutriranno della carne e del sangue umano per saziarsi dalla fame accumulata durante il periodo di attesa, consumato nei sotterranei del pianeta. Ancora una volta un testo apocalittico e visionario, denso di invocazioni e di "preghiere" ancora una volta mirate a saziare il profondo ego nichilista dei Nostri. Il pianeta va disintegrato alla base, solo così la stupidità umana potrà avere fine, smettendola di inquinare e circuire la Vita di tutti.

Bil-Ur Sag

Un veloce riff di chitarra, sostenuto da colpi di batteria precisi, dà vita al terzo brano di "Formulas..", ovvero "Bil-Ur Sag", dall'esigua durata di appena due minuti e mezzo. I riff contorti di chitarra si susseguono su un terreno di blast beat mentre dopo poco possiamo udire il magnifico refrain del pezzo, vero e proprio momento culminante della composizione. Si continua con la seconda strofa e con il secondo refrain segnato da questo riff tagliente e potentissimo ben sostenuto da una batteria quadrata e da un basso sicuramente potente, successivamente dopo un veloce assolo si apre una nuova sezione sempre segnata da riff in tremolo picking e da blast beat. Un altro assolo ci porta ad uno stacco composto da rullate di sola batteria, si riprende il riff iniziale e si continua con la terza strofa ed il susseguente refrain. Il pezzo si chiude dunque con un veloce riff, un vero e proprio assalto dalla breve durata ma di grande intensità.  Nel testo si parla di una sorta di divinità (forse proprio quella rappresentata in copertina) la quale viene nuovamente invocata, in maniera simile a quanto accaduto nei testi precedenti. Una volta giunta sulla terra, essa annienterà l'umanità bruciando l'intero pianeta, tramite piogge infuocate e diverse lame anch'esse forgiate nelle fiamme,  portatrici di incendi mortali. Le sue armi saranno infatti sette spade infuocate, dinnanzi alle quali l'umanità non potrà far altro che inginocchiarsi. Un nuovo Dio, dunque, dovrà essere adorato, e da tutti, pena la morte certa. Interessante notare come questo pezzo (assieme a diversi altri dell'album) contenga dei passi scritti in sumero, una lingua sintomatica quasi della "malvagità" intrinseca, proprio perché connessa alla "xenoglossia", ovvero la capacità inspiegabile delle persone possedute dal male di parlare correntemente idiomi morti e dimenticati, come il sumero. Lo stesso titolo significa "Testa di Leone" e sembra che il "topos" del dio Antropomorfo venga ripreso dalle antiche religioni mesopotamiche, o da poemi eroici come "L'Epopea di Gilgamesh".

Nothing is Not

"Nothing is Not", quarto pezzo, viene sin da subito caratterizzato da riff lenti e convulsi. Anche qui, soprattutto all'inizio, possiamo constatare la capacità di Azagthoth di dare vita non solo a riff veloci ma anche a giri quasi psichedelici (nel senso "ponderato" del termine, non "spingendoci" troppo), a dir poco in grado di catturarci. La prima strofa, lo notiamo subito, incide pesante ed inesorabile, senza mai lasciare cadere l'attenzione dell'ascoltatore. Dopo questa, con il refrain, si ha un'apertura nei toni generali della canzone ma è solo un momento perché dopo un paio di ripetizioni si dà vita immediatamente alla seconda strofa, e successivamente si arriva alla terza. Il pezzo continua nel suo incedere lento e marziale, la metrica vocale risulta ben impostata ed il growl continua a consumare lentamente l'ascoltatore. Dopo un altro refrain si riprende il riff portante che ci porta ad uno stacco ed alla successiva strofa. Un assolo di Trey spezza questo ripetersi incessante di strofe e ci porta ad un rallentamento dove ogni strumento pur non emergendo sugli altri dà vita ad un'atmosfera intensa. Un succedersi di riff suonati, sempre lenti, ben sostenuti tra l'altro dalla doppia cassa di Pete ci portano alla conclusione del pezzo. Le liriche del brano danno vita ad un monologo di una qualche divinità demoniaca. Essa è il collezionista di anime, l'Alfa e l'Omega e il gestore del tempo, e proprio questi riferimenti allo scorrere dei secoli ed al suo affermare di essere sin da subito presente potremmo forse pensare a Yog-Sothoth, altra creatura lovecraftiana. Il "tutto in uno ed uno in tutto", un essere sin da sempre presente nella vita degli uomini, dominatore incontrastato degli eoni. Come Nyarlathotep, svolge viscidamente il suo compito, ovvero quello di racimolare anime abiette da poter poi sfruttare il accrescere il suo potere. Il Dio, dunque, banchetterà con il dolore degli umani, sprezzante della vita. Alla fine del pezzo la creatura rivolge un quesito all'umanità chiedendogli perché tiene così tanto alla sua vita, perché siamo così attaccarti alla "carne", alla materia, dato che il nostro destino è quello di finire in polvere.

Chambers of Dis

Senza un attimo di tregua giungiamo dunque a "Chambers of Dis":  il pezzo si caratterizza, a differenza del precedente, per l'elevata velocità e l'aggressività contenuta in ogni singola nota. Da subito l'ascoltatore viene aggredito da un turbinare di note di chitarra e da un intenso drumming. La prima strofa vola via per poi arrivare al refrain il quale non dà segni di cedimento, nemmeno per un secondo. La seconda strofa viene sempre sostenuta da veloci blast  beat e viene seguita dal secondo refrain, viene di seguito ripreso il vorticoso fraseggio iniziale prima che esplodano gli assoli veri e propri, sostenuti peraltro da un eccellente riff che ci porterà ad un'altra sezione del pezzo. La velocità in questo momento cala ma dire che l'intensità del pezzo si sia ridotta sarebbe scorretto, sicuramente notiamo una quantità di "cattiveria" in più rispetto alla traccia scorsa; ad ogni modo, si riprende subito a correre con un altro riff che ci porta a nuovi assoli, questa volta più veloci e per così dire "sparati", letteralmente. La terza strofa aggredisce in pieno l'ascoltatore e il terzo refrain mette fine al pezzo. Altro brano molto breve e concepito proprio per far sfaceli, assalendoci senza fornirci nemmeno un attimo per respirare. Nel testo ci si rivolge alle persone di fede, deridendole perché considerate come delle pecore che pregano e donano offerte a "pezzi di pietra e di metallo". Inginocchiarsi dinnanzi ad una statua viene difatti visto come un comportamento ipocrita e ridicolo, degno dell'ultima delle pecore. I Morbid Angel tengono ad informarci che, però,  i tempi cambieranno ed i templi delle statue, cadranno prima o poi: non importa quanto una religione possa durare, vi è un momento in cui essa verrà ribaltata e i suoi dei dimenticati, sconfitti e per sempre esiliati.  Il credente è portato a credere di conoscere la verità ma è proprio questa sua convinzione, si evince dal testo, che lo porta ad essere imprigionato nella sua stessa mente, soggiogato da persone malvagie e molto furbe. Il credente medio è infatti imprigionato nell'incantesimo di falsari (i ministri del culto) e non se ne rende nemmeno conto. Un brano che spezza la "tradizione" lovecraftiana e "mitologica" del disco e riporta in auge le aspre critiche che il gruppo ha da sempre rivolto al mondo cattolico, considerato sordo, cieco ed oscurantista, un vero e proprio nemico da distruggere con l'aiuto dei Grandi Antichi e delle malvagità in generale.

Distrurbance in the Great Slumber

Arriva il momento della strumentale "Distrurbance in the Great Slumber": più che di un vero e proprio pezzo possiamo parlare più di una intro strumentale al brano che seguirà, comunque posta in una posizione assai strategica. Ci permette, infatti, di "riposare" le orecchie con delle ottime atmosfere, sinistre e disturbanti, slegate dalla volontà di picchiare sino ad ora percepita. Un brano breve ma comunque assai intenso, che fa da apripista per il suo successore e soprattutto ci concede di "spezzare" il ritmo per concederci un po' di riposo con una buona dose di sana oscurità ed inquietitudine, prima di ritornate al massacro,  affrontando l'ascolto di nuovi pezzi, due dei quali ("Covenant of Death" ed "Invocation of the continual One") molto ricchi e complessi.

Umalamahri

Passata dunque la "intro", è il turno di "Umalamahri". La potenza dell'intero ensemble ci coglie in pieno dopo la precedente pausa strumentale, il primo giro del pezzo risulta essere molto coinvolgente e contemporaneamente assimilabile: dopo qualche ripetizione, però, ci attende un'accelerazione al vetriolo, riff velocissimi ci sorprendono aggredendoci, sostenuti da asfissianti blast beat. Steve Tucker, dal canto suo, non lascia respirare l'ascoltatore con il suo growl catacombale, e dopo una prima parte suonata a grande velocità si accede ad una nuova sezione, la quale viene sostenuta dal primo riff che viene variato quel tanto da risultare quasi "fresco" alle orecchie dell'ascoltatore. Dopo un buon assolo vieniamo di nuovo aggrediti da una scarica di velocità e di aggressività dal combo, che ancora una volta non è intenzionato a fare sconti a nessuno. Dopo questa parentesi si continua con assoli ispirati ed evocativi, ancora una volta la velocità afferma il suo dominio, mentre in seguito si ritorna agli assoli. Si riprendono poi i riff propri della prima parte del pezzo e si continua con la strofa, sino ad arrivare alla conclusione, con il pezzo che viene chiuso dopo poco senza troppi fronzoli. Nelle liriche troviamo ancora una volta abbondanti dosi di anticristianità: durante la narrazione, che avviene in prima persona, il soggetto rinnega la sua fede in Dio, affermando di non voler servire una "sanguisuga" adorata da falsi e traditori.  Tramite la formula che dona il testo alla track, gli eretici risorgeranno prevalendo sui cristiani loro oppressori, distruggendo la loro stirpe, placando la loro rabbia con il sangue, e riducendoli in prigionia, con le stesse catene che avevano costretto i dissidenti in origine. Vi è difatti un capovolgimento di prospettiva, l'eretico si ribella e costringe i propri aguzzini a subire le stesse identiche pene, senza potersi divincolare da catene che opprimono. Il tutto è nuovamente "arricchito" da parole sumere e fa di nuovo capolino il Dio Cthulhu, visto come una sorta di maestro cerimoniere di questa ribellione. Egli, considerato il "più potente", rivendica il suo controllo sul mondo e pretende di essere venerato e rispettato, instaurando un regno di terrore dal quale non potrà salvarsi nessuno che oserà sfidarlo, rinnegarlo o non riconoscerlo come padrone. 

Hellspawn: The Rebirth

Secchi colpi di batteria fanno da intro ad "Hellspawn: The Rebirth", la quale viene aperta da un riff che non potrà che richiamare il primo periodo dell'era Morbidangelina (ed in effetti, questo pezzo risulta essere presente nel primo lavoro non-ufficiale del gruppo, vale a dire "Abominations of Desolations", qui riproposto per l'occasione). La velocità in questo pezzo è impressionante, riff veloci e frenetici, quasi folli, si susseguono senza sosta facendo sanguinare le orecchie dell'ascoltatore in un vortice di follia. La malvagità del gruppo emerge chiaramente, si ha l'impressione di venire respinti dalla potenza di tutta la band che ha come unico obiettivo quello di fare sfaceli. In tutto questo, come non notare i pregevoli interventi solisti di Trey con i quali non si fa altro che aumentare la pressione sonora del tutto. Il pezzo si conclude dopo poco, la sfuriata è stata breve ma intensa (altri due minuti e mezzo di pura follia), il combo floridiano ha voluto dare vita ad un episodio di pura violenza consumata velocemente. Durante le liriche si ritorna a parlare dei testi di Lovercraft ed in particolare di Cthulhu, sempre presente. Esso viene designato come il padrone dell'oceano, il creatore di tutto, il narratore adora questa divinità, dando vita ad un sacrificio ("sanguino per te") per invocarla. Il protagonista risorgerà nel fuoco, potrà avere a vita eterna, distruggerà gli dei dell'umanità. Egli sarà infatti il continuatore della stirpe maledetta, una "setta" di nuovi rinati che, spogliandosi dell'umanità e di tutti i sentimenti connessi al mondo degli uomini, decidono di imbracciare unicamente la demoniaca fede dei Grandi Antichi, per poter assaporare la brama di potere e poter distruggere tutto, indiscriminatamente, senza preoccupazioni. 

Covenant of Death

Nono pezzo, "Covenant of Death". A differenza del precedente, questo brano risulta essere intenso e di lunga durata. Il susseguirsi di riff che sentiremo riesce a catalizzare l'attenzione dell'ascoltatore tenendolo sempre sulle spine in attesa del riff successivo, rendendolo smanioso di completare l'intricato tessuto di note che compone la track. Un riff in tremolo picking grosso e avvolgente apre dunque il pezzo che parte subito velocissimo. Dopo circa otto ripetizioni abbiamo immediatamente un intermezzo suonato a media velocità, destinato però a sfociare in un nuovo riff che dopo due ripetizioni va a riprendere il riff portante sul quale il growl di Tucker continua ad essere presente. Ancora una volta l'intermezzo dilania le orecchie dell'ascoltatore e ancora una volta assistiamo ad un'accelerazione, dopo qualche verso assistiamo a fulminei assoli formati da fraseggi suonati in legato e in tapping. Dopo questa parte il pezzo si interrompe ed un riff lento e convulso, che sembra essere stato concepito nei primi anni dei nostri (riportandoci questa volta a "Blessed are the Sick") fa da base ad un esplosione di odio espresso con delle vocals demoniache e marcissime. Si continua con riff lenti e inesorabili. Dopo questa parte le chitarre diventano pulite ed un arpeggio quasi dolce coglie l'ascoltatore impreparato. L'arpeggio che rappresenta, a detta di chi scrive, un vero tocco di classe, viene seguito da un altro riff questa volta "epico", paragonabile a quelli che hanno formato "God of Empitiness", epicità che ci porta alla fine del pezzo, il quale si conclude con acutissimi feed-back di chitarra. Nel testo abbiamo una sorta di riunione di tutti gli Dei citati in precedenza nonché delle varie formule incontrate nelle liriche. La "Congregazione dei Morti" formata dagli adoratori di queste divinità si riunirà andando, tramite formule magiche, ad invocare le creature in precedenza citate al fine di affermare la supremazia dei grandi antichi e di annientare l'umanità e tutti quelli che rinnegheranno la fede in questi Dei. Soliti toni apocalittici e soliti excursus in sumero atti appunto a rendere maggiormente "cattiva" l'evocazione, compiuta come un vero e proprio sabba all'aperto. I Grandi Antichi risorgeranno, ancora una volta, distruggendo tutto quello che gli si parrà davanti, possedendo i corpi degli uomini e facendo in modo di non lasciare superstiti.

Hyhm to a Gas Giant / Invocation of the Continual One

Altro intermezzo strumentale: "Hyhm to a Gas Giant" è costituito da un arpeggio pulito di chitarra, arpeggio che compone questo secondo pezzo dalla brevissima durata e dalle velleità introduttive. Esso, diciamo, non reca alcun beneficio all'ascoltatore fungendo unicamente come intro del prossimo "vero ed ultimo" pezzo del lotto, "Invocation of the Continual One", aperto subito da un riff tagliente  che ci riporta agli esordi della band, il periodo dove l'influenza thrash era ancora marcata, un riff capace di sostenere magnificamente la prima strofa. Su questa abbiamo addirittura l'onore di ascoltare il growl di Trey Azagtoth, qui anche cantante principale. La velocità del pezzo non è eccessiva, si preferisce dare all'ascoltatore la possibilità di godersi il riff e di assimilarlo velocemente; dopo la prima strofa si affronta uno stacco ancora in mid-tempo, prima di accedere alla seconda strofa. Ancora una volta lo stacco ci prepara al refrain seguito da un altro riff contorto che sfocia in un ulteriore fraseggio dei toni, come accadeva in "Nothing is Not", quasi psichedelici. Il riff fa da intermezzo ad altre parti cantate, e dopo questa fase si riprende con un riff che richiama molto il break centrale di "Angel of Disease" e che ci catapulta in scenari di assoluta disperazione. L'abilità dei Morbid Angel di esprimere la decadenza è sempre stata fuori discussione e questo riff non fa altro che confermare le nostre impressioni. Un altro riff, in tremolo picking ed accompagnato solo da leggeri colpi di piatto, ci conduce ad un altro riff maggiormente tagliente sul quale si continua a cantare. Dopo questa sezione Trey dà vita ad un non eccessivamente lungo assolo che ci riporta al riff iniziale. Quest'ultimo, dopo poco, si interrompe lasciando intendere all'ascoltatore che il pezzo si è concluso. Le sorprese non sono ancora finite perché un altro riff, lento e marcio, ci aggredisce nuovamente mentre al di sopra di questo continua "l'invocazione" potata avanti da un growl bestiale che farà venire la pelle d'oca anche all'ascoltatore più esperto ed abituato a certi generi di cantato. Si continua con riff taglienti e meditabondi, suonati con grande maestria da Trey il quale risulta abilissimo nel maneggiare i suoi riff rendendoli sempre interessanti. Si arriva così ad un'altra sezione dove la chitarra si limita a suonare pochi legati mentre la batteria la sostiene con un tempo essenziale ma assolutamente adatto al caso. Dopo questa fase si continua con nuovi assoli, veloci ma puliti , nello stile di Trey il quale si rivela un maestro nell'uso di legati e tapping. Con questi assoli il pezzo inizia a perdere di intensità con un leggero feed-back, fino a concludersi. Mediante il testo l'ascoltatore viene reso partecipe di una vera e propria invocazione: i partecipanti si riuniscono di notte, sotto le stelle, percorrendo un sentiero misterioso. Essi invocano Satana (il Signore delle Mosche), bevono il sangue degli antichi e parlano in lingue altrettanto antiche, ormai morte. Essi invocano tramite formule magiche il Leviatano definito come il signore del tuono, che squarcerà il cielo, un mostro biblico simbolo della forza delle tempeste marine e del caos, alcune volte visto benignamente ma in larga parte descritto come un drago serpente dalla forza e dalla crudeltà inaudite. Egli viene esortato a distruggere i nemici della setta così che quest'ultimi possano trarre soddisfazione da questa azione e rompere i loro precedenti legami fondandone di nuovi. Il Leviatano viene anche evocato per spalancare una sorta di portale, per far assurgere al cielo i membri della setta, i quali potranno così liberarsi della dimensione terrena per librarsi in alto in un nuovo mondo od addirittura una sconosciuta dimensione, dominata dalle creature tanto adorate in queste lyrics.

Ascent Through the Spheres / Hymnos Rituales de Guerra / Trooper

Il disco potrebbe dunque dirsi concluso, ma quasi a mo' di "hidden tracks" spuntano fuori tre brevi inserti strumentali, dalla durata molto esigua, posti in coda come una sorta di "rilassamento" generale dopo aver udito cotanta malvagità. Essi sono "Ascent Through the Spheres", "Hymnos Rituales de Guerra" e l'ultima, durante nemmeno un minuto, "Trooper". Il dodicesimo brano nonché  il primo di questo trittico finale, risulta assai minimale ed elementare nella sua struttura, quasi funzionale a scandire le parole del rituale ascoltato prima, nel pezzo scorso. Grossi e profondi tamburi fanno da base a synth dai toni aperti e lievemente malinconici, e così si continua per due minuti abbondanti, prima di sfociare nella seconda parentesi strumentale. Questa volta, i colpi di tamburi sono estremamente più veloci e secchi, col compito di andare ad intensificare l'atmosfera di questo pezzo, il quale è effettivamente dotato di una forte intensità, seppur breve. Un continuo del precedente, in poche parole, il culmine di un crescendo. Esso risulta composto esclusivamente da percussioni, alcune profonde ed alcune più acute e secche. Un pezzo che viene concluso con pause tra varie sezioni del medesimo beat. Il più breve e monocorde di tutti, ovvero "Trooper", è semplicemente composto da altri synth e suoni disparati che vanno a comporre nemmeno un minuto di traccia, ed è con questo pezzo che si arriva alla conclusione "definitiva" del disco. 

Conclusioni

Una volta terminato l'ascolto del disco non possiamo fare a meno di notare che, nonostante le modifiche di line-up, la capacità del gruppo di produrre dischi di valore non è ancora scomparsa. Steve Tucker, il nuovo bassista e cantante, non fa rimpiangere il predecessore, dando vita ad un ottima prova vocale, dinamica e flessibile, nonché ad un ottimo lavoro in ottica prettamente strumentale. Sugli altri due componenti niente da dire, essi riconfermano quanto detto sul loro conto nelle precedenti recensioni. Il duo Azagthoth / Sandoval è sempre una garanzia, dimostrato ampiamente per la sesta volta consecutiva. Il valore del disco è molto alto, nonostante venga a volte criticato, "Formulas.." è un tassello fondamentale nella discografia dei Morbid Angel proprio per la presenza di un nuovo approccio lirico ed una nuova formazione. Dovendo muovere una critica, forse è il disco che fino a questo punto della discografia non riesce, solo per alcuni pezzi comunque, ad avere una connotazione esclusiva ma viene composto da elementi propri dei precedenti dischi ( la velocità di "Altars?" così come i rallentamenti paludosi di "Blessed" e di "Covenant"). Questa sua caratteristica può essere vista però come l'occasione di godersi una creazione in pieno stile Morbid Angel, che plasma le caratteristiche dei precedenti dischi dei nostri dando luogo a composizioni pregevoli con picchi qualitativi assoluti (pensiamo ad "Invocation of the Continual One" che può essere considerata un vero e proprio capolavoro) e sempre varie, mai troppo uguali o noiose. L'ascolto è quindi vivamente consigliato non solo ai fan della band ma anche a tutti i deathster che cercano 50 minuti di pura violenza sacrilega. 

1) Heaving Heart
2) Prayer of Hate
3) Bil-Ur Sag
4) Nothing is Not
5) Chambers of Dis
6) Distrurbance in the Great Slumber
7) Umalamahri
8) Hellspawn: The Rebirth
9) Covenant of Death
10) Hyhm to a Gas Giant / Invocation of the Continual One
11) Ascent Through the Spheres / Hymnos Rituales de Guerra / Trooper
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