MORBID ANGEL

Domination

1995 - Earache Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
21/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Con "Domination" i Morbid Angel arrivano al loro quarto disco e chiudono il primo capitolo della loro carriera. "Domination" uscì nel 1996, ed i Nostri erano ormai conosciuti ( in positivo e in negativo, ai posteri l'ardua sentenza) per non aver mai dato alla luce un album che fosse uguale al precedente, al contrario avevano sempre cercato di donare una certa "aura" di singolarità ad ogni uscita; decisero per l'appunto, anche in questa occasione, di non fermarsi davanti al percorso che loro stessi a creato, decidendo dunque  di continuare a sperimentare. Il quarto full-length del gruppo è caratterizzato dunque da una componente maggiormente sperimentale, che per certi versi attribuisce a "Domination" un carattere unico, particolare, tanto che questo disco potrebbe essere visto quasi come un "unicum"  all'interno dell'intera discografia del gruppo floridiano. Intendiamoci, gli elementi del sound tipico dei nostri ci sono tutti ma già dalla produzione capiamo che qualcosa è cambiato. Chitarre ribassate rispetto al solito, dal suono corposo, denso ma anche freddo e distante, voci filtrate, in misura minore anche sintetizzatori che nei precedenti dischi avevano fatto la loro comparsa solo occasionalmente ma che in questo caso prendono piede in maniera meno timida. Anche all'interno della line-up vi sono delle novità: Trey non è più solo ma viene affiancato alla sei corde da Erik Rutan (allora ex membro dei death/thrashers Ripping Corpse), il quale non perderà l'occasione concessagli, scrivendo pezzi pregevoli ("This Means War!" ed "Hatework" in particolare) e approfittando del "trampolino" a lui offerto per diventare un personaggio di spicco all'interno del genere (conclusa l'avventura con i Morbid Angel, in seguito Erik fonderà gli Hate Eternal, band dedita ad un death metal estremamente violento ed efficace, e nei tempi più recenti fonderà il suo studio di registrazione, collaborando con diversi artisti, tra i quali i celeberrimi Cannibal Corpse). David Vincent, dopo questo album, entrerà in collisione con l'unico vero leader dei Morbid.. (Trey Azagthoth) e lascerà il gruppo per un significativo lasso di tempo; sarà sostituito da Steve Tucker con il quale il gruppo inciderà i successivi "Formulas Fatal to the Flesh" e "Gateways of Annihilation", ma questa è un'altra storia.  Non possiamo dare a meno di notare la stupenda copertina dell'album che, anche in linea con le sonorità particolari di quest'ultimo, evoca uno scenario trascendentale e mistico, dominato da tonalità di verde e viole, uno scenario nel quale l'ascoltatore può immergersi durante l'ascolto dell'album.

Un rapido botta e risposta di chitarra e batteria dà il via alla prima track dell'album, "Dominate". Il growl profondo e catacombale di David Vincent squarcia l'aria attorno a noi, mentre veniamo travolti da un veloce treno in corsa.. ovvero dai blast beat di Pete, che come al solito e non smentendosi, sono veloci e precisi. Essi sorreggono le chitarre caotiche e frenetiche della prima strofa, e dopo appena due giri si accede al brevissimo refrain che sfocia a sua volta nella seconda strofa, per poi arrivare al secondo refrain. Imperiose come poche, le chitarre "aprono" ad un riff dal gusto marcatamente thrash, un riff che ci ricorda gli esordi del gruppo, e la metrica di Vincent è ancora una volta irresistibile e coinvolgente. Dopo questo breve richiamo si accede ad un riff maggiormente frenetico sempre sostenuto da un tupa-tupa di Pete; un break centrale, dove Vincent continua a cantare senza sosta, un momento che annichilisce l'ascoltatore mentre viene alternato al precedente riff, maggiormente veloce. Si apre al primo assolo di Trey, preciso e pulito: il nostro ci farà gustare tutta la sua bravura prima che si riparta dal primo riff udito e si arrivi alla terza strofa.  Dopo l'ultimo refrain, la canzone si interrompe bruscamente, lasciandoci attoniti. Il testo di "Dominate" viene caratterizzato da un mood guerrafondaio e satanico che trova la sua manifestazione nella descrizione di una sorta di "guerra santa" al contrario, cioè una "crociata" combattuta dalle forze del male contro l'armata di Dio. La guerra è dei forti non c'è spazio per chi non crede nell'ideale, i nostri invitano i deboli a farsi subito da parte. Ogni cosa verrà distrutta, solo i sentimenti negativi prevarranno, ogni oppositore verrà eliminato.  L'ideale di supremazia del gruppo viene ben espresso dal testo, il narratore si paragona ad un animale, il quale, con i sensi ben aguzzi, riesce a sentire la paura delle persone che lo circondano, si sente forte ed è pronto ad agire come un lupo che si getta contro un cerbiatto. L'unica speranza di sopravvivere è data dalla possibilità di unirsi alle truppe della morte. Senza lasciare all'ascoltatore la possibilità di respirare irrompe il riff lento ed oppressivo della seconda canzone dell'album, "Where the Slime Live".  L'incedere è monolitico e marziale, la doppia cassa veloce e concisa dà un "fondo" al tutto. Sentiamo degli effetti nella voce di Vincent che non fanno altro che appesantire l'impianto generale della canzone, che nonostante la lentezza è una delle più devastanti del combo.  La strofa prosegue con una variazione e si arriva al primo refrain, dove il titolo, "Where the Slime Live" viene ripetuto due volte. Si arriva alla seconda strofa ed il gruppo non accenna a volere smorzare l'impatto, ancora una volta assistiamo al cambio di riff, un'idea efficace per spezzare la tensione creata dal pezzo. Arriviamo al bridge, dove la batteria di Pete fa magie; senza essere eccessivamente esagerata, sostiene al meglio i break di chitarra che vengono alternati a parti cantate. Un riff dal sapore maggiormente thrashy ci porta al magistrale assolo di chitarra, che fa di tapping e legati i suoi punti di forza. Dopo l'assolo ed un breve riff di legatura, si arriva alla terza strofa e al riff del refrain dove però Vincent non canta. Il pezzo si avvia così alla conclusione, lasciandoci ancora una volta letteralmente devastati ma esaltati dall'ennesima perla dei Morbid Angel. Il testo di "Where the Slime Live" affronta il tema della falsità delle scritture sacre e della religione cattolica in generale, tema per altro già affrontato diverse volte dal gruppo, nel corso della loro discografia. La "melma" in questione non sarebbe altro che la comunità cristiana: un insieme di persone responsabili di avere scritto falsità in un libro, di avere scritto la Storia tramite bugie che hanno causato morti e guerre. Le menzogne riempiono la testa dei credenti, il "bruciante dogma" serve a ridurre la gente nell'ignoranza e a dominare il mondo.  Il testo cambia bruscamente di intensità dalla seconda metà: i figli di Dio verranno decapitati, crederanno di nascondersi strisciando ma verranno scoperti e bruceranno.  Le anime se ne andranno mentre i bugiardi saranno finalmente morti. Un veloce riff in tremolo picking, alternato da accordi più lenti e clasustrofobici, apre il pezzo successivo, "Eyes To See, Ears to Hear". La voce aggressiva di David sorge sul primo riff e dà vita alla prima strofa. Presto ci accingiamo ad udire anche il ritornello, segnato da riff memorabili e coinvolgenti, oltre che da un alternarsi fra la voce pulita di Vincent e il suo growl, sempre crudele e di grande impatto. Si riprende con il giro di accordi per arrivare alla seconda strofa: le chitarre non esagerano mai in velocità, andando a creare assieme al basso e alla batteria un'ideale "base" su cui cantare.  Si arriva al secondo ritornello e al riff di apertura, si apre un ispirato fraseggio di chitarra ben sostenuto dalla chitarra ritmica che gioca qui un ruolo importantissimo. Ce ne accorgiamo anche durante l'assolo che se da una parte è già più che ispirato, da un'altra acquista un sapore unico proprio grazie alla splendida ritmica di cui stiamo parlando.  Il ritmo viene rallentato ancora dopo l'assolo, la voce filtrata di Vincent ci accompagna al terzo refrain, e  dopo questo il riff iniziale va a chiudere il pezzo.  Con il terzo pezzo si re-introduce il tema della letteratura Lovercraftiana, tanto cara a Trey Azagthoth. Si ritorna a parlare di tutto il grande pantheon ideato dal "Solitario di Providence", unito alla solita tematica di un'apocalisse incombente. Quando il mondo finirà, quando i "Grandi Antichi" risorgeranno, allora solo in pochi sopravvivranno; nello specifico, solo quelli che riusciranno ad ascoltare le loro voci ed a vedere i loro corpi, anche se i Morbid Angel specificano che nessuno possiederà mai queste qualità e che dunque tutti siamo destinati a perire. I pochi che riescono, inoltre, non possono subire lo shock di trovarsi davanti certe entità, e terminano i loro giorni nella follia o si auto inducono la morte per liberarsi da certe visioni. Tuttavia, è negli Antichi che risiede l'unica possibilità di salvezza.. le loro indicazioni potranno  salvare l'inerme uomo che accetterà la loro esistenza, tutti gli altri umani moriranno, non riusciranno a trovare la via giusta e precipiteranno nell'oblio. La strumentale "Melting" fa da tramite alla successiva "Nothing But Fear". Lontani tamburi e synth monolitici fanno si che l'ascoltatore possa discendere ancor di più nell'atmosfera oppressiva di questo disco, e si può dunque partire con il brano vero e proprio. Il quinto pezzo dell'album vanta una partenza estremamente particolare: vi è un veloce riff di chitarra, frenetico e diretto, sostenuto da una batteria monolitica, ma viene subito interrotto da accordi lenti e di lunga durata, che danno al pezzo quella  atmosfera oppressiva e claustrofobica che aveva caratterizzato la seconda e la terza track dell'album.  Quel riff frenetico è comunque scelto anche come base per la prima strofa, mentre i lunghi accordi vengono usati per spezzare quest'ultima.  Un riff veloce sostenuto da blast beat altrettanto veloci e precisi irrompe a sorpresa, e l'ascoltatore da questo punto viene completamente travolto. Il pezzo procede con un ritmo serrato senza lasciare respiro, abbattendosi su di noi con furia inaudita. Un riff che definire ispirato sarebbe riduttivo spezza l'atmosfera, e ci porta al bridge centrale. Delle chitarre lente ed epiche meravigliano l'ascoltatore prima che si vada a riprendere il primo riff e a dare vita alla seconda strofa. Ancora una volta il veloce riff irrompe nelle casse del nostro stereo, tuttavia invece che ad una ripetizione del bridge ci troviamo davanti ad uno dei più begli assoli dell'album; lento, melodico, ragionato, quasi sognante, altro pezzo che finisce lasciando un grandioso ricordo di se. Si riprende il tema del satanismo, la narrazione riguarda un soggetto non meglio specificato che, curioso ed insolente, ha voluto dilettarsi nell'utilizzo della magia nera, suscitando così l'ira del signore delle tenebre. Non bisogna mai evocare demoni per gioco, questi ultimi possono palesarsi e poi chiedere al "mago" il perché di questa chiamata.. naturalmente, infuriandosi se tutto questo è stato fatto per gioco e divertimento. Ormai è troppo tardi, la luce di speranza di speranza di questo soggetto nell'avere salva l'anima si è ormai spenta, nel suo cuore sopravvive solo la paura. Nessun Dio lo potrà più aiutare, sarà sottoposto a terribili torture, a terribili trattamenti. Dio è ormai lontano, le lacrime rigano il volto del povero uomo mentre precipita nell'inferno, anche se gli viene offerta un'ultima possibilità: passare dalla parte dei malvagi vendendo la sua anima, accettando perciò le conseguenze di ciò che egli ha compiuto. Forti colpi "metallici" anticipano il riff di apertura della sesta track, "Dawn of the Angry". In questo monolitico riff percepiamo tutto il carattere dei Morbid Angel, e la prima strofa è caratterizzata ancora da lunghi accordi sostenuti questa volta però da un tupa-tupa di batteria.  Le chitarre non tardano a dare vita a riff maggiormente frenetici e caotici, si arriva così al refrain che sfocia in una ripresa del primo, marziale riff. I riff già uditi vengono ripresi al gruppo fino ad arrivare al secondo richiamo del primo riff. Abbiamo poi un deciso rallentamento, dove la chitarra solista e la batteria efficace ma mai invadente di Pete la fanno letteralmente da padroni. Dopo un secco break, un riff marcatamente thrash ci porta ad altri assoli, questa volta più veloci ma sempre puliti e precisi. Si arriva alla terza strofa che vola via e viene seguita ancora una volta dal riff thrash al quale vengono alternati veloci assoli, segnati ancora dall'uso di veloci scale. Si riparte con il cantato e con l'ultimo refrain, in seguito si riprende ancora una volta il riff iniziale per poi concludere con un altro riff, lento ed efficace, sostenuto dai colpi decisi di Pete.  Il tema della guerra "santa" viene ripreso dal gruppo il quale continua, come in "Dominate" a trattare di questo tema.  La guerra viene combattuta per poter permettere alla stirpe degli impuri di risorgere, di poter vivere dopo la morte.  Ogni mezzo a disposizione sarà idoneo nella prosecuzione della causa, il tempo è ormai agli sgoccioli, il dovere di agire è ormai imminente.  L'ira alimenta i soldati, la fede nell'ideale li porterà alla vittoria. La loro rabbia sarà il carburante di Satana e della sua armata di Demoni, i quali potranno così contare su di un esercito "mortale" che ha deliberatamente venduto l'anima ai "signori della Notte". Un veloce riff di chitarra apre la veloce "This Means War!". Dopo quattro ripetizioni di quest'ultimo, emerge un altro riff che si compone di chitarre taglienti ed affilate. La prima strofa vede l'emergere di veloci tupa-tupa da parte di Pete Sandoval mentre le chitarre continuano a ripetere il tagliente riff. Dopo una breve ripresa del riff iniziale si arriva alla seconda strofa;  questa volta la strofa è più lunga e culmina in una variazione del riff di base sul quale si staglia un veloce assolo. Ancora una variazione, estremamente tagliente, ci conduce ad un secondo assolo, incisivo ed ispirato, che va a culminare con la terza strofa.  Ancora una volta si va a riprendere il riff iniziale e si procede con la quarta strofa. La canzone diventa ossessiva, i blast beat non si fermano un attimo, le chitarre continuano a macinare gli stessi riff che non stancano ma contribuiscono ad annichilire l'ascoltatore fino alla fine del pezzo.  Il testo del pezzo riprende ancora una volta il tema della guerra: i Morbid Angel cercano di narrare la visione della guerra santa dal punto di vista di un crociato, spinto ad uccidere da bugie e false promesse. Il crociato però è stanco di essere oppresso, è stanco di uccidere innocenti  e arriva alla conclusione che il colpevole di tutto quello che è accaduto è del suo stesso mandante (La Chiesa cattolica). La vita del crociato, nonostante la rivelazione ultima, è però ormai segnata: egli non può opporsi ed ogni popolo, ogni impero che si rifiuterà di essere piegato dalla religione dovrà perire, il mondo verrà prosciugato in nome dei pochi "buoni" ed illuminati credenti. Dopo due pezzi aggressivi il gruppo decide di ritornare sui ritmi maggiormente meditabondi che caratterizzano la release, introducendoci dunque "Ceasar's Palace".  Dopo un'elegante intro, una chitarra affilata irrompe nelle casse, con un riff lento e riflessivo. Quest'ultimo viene ripetuto diverse volte e viene peraltro sostituto da un ovattato colpo di cassa mentre in evidenza vengono posti degli effetti sonori che vanno ad aumentare l'atmosfera del pezzo. Ecco però che le due chitarre si fanno più taglienti e il pezzo inizia ad aumentare la sua intensità. Un altro riff, suonato con solidi palm-muting, ci porta alla prima strofa, basata su un riff convulso e che ci ricorda il riff di "Blessed are the Sick", tratta dal loro secondo ed omonimo album. Il refrain è però maggiormente melodico, molto più orecchiabile e di breve intensità. La seconda strofa vede un David Vincent ai massimi dell'espressività vocale, il secondo ritornello non si fa attendere e ci porta all'assolo di chitarra. La freddezza della chitarra è ben evidente ma non va a snaturare il suono di quest'ultima, ben accompagnandosi invece all'atmosfera del pezzo.  Con la terza strofa ritroviamo un Vincent sempre espressivo, un altro assolo, questa volta di breve durata, ci porta al refrain.  Dopo questo passaggio troviamo un altro breve assolo che ci porta alla fine del pezzo, chiuso con un fade-out di breve durata. Il testo si configura come una sorta di omaggio all'antica Roma. Un popolo nobile, quello dei Romani, ricco di valori e aperto. Ironicamente il gruppo va a parlare di resurrezione, non del figlio di Dio tuttavia, ma proprio di Cesare. Tutti i traditori che lo portarono alla morte verranno bruciati, e il regno di Roma potrà tornare a splendere. Il gruppo va provocatoriamente a sperare in un ritorno all'antica spudoratezza dei romani, quando ancora il cristianesimo non c'era ma vi erano solo culti pagani che non opprimevano le persone indottrinandole, ma anzi permettendo loro di essere liberi e di continuare, nonostante la supremazia di Roma, ad adorare i propri Dei, lasciando il beneficio di credere in entità superiori diverse dal pantheon Romano. Il secondo pezzo strumentale, intitolato "Dreaming", risulta essere decisamente meno claustrofobico di quello udito in precedenza. Il titolo ben si accompagna al carattere del pezzo, che detta un atmosfera "onirica" e "sognante".  La tranquillità pervade l'ambiente attorno a noi, non sembrerebbe neanche di trovarsi in presenza dei Morbid Angel, il pezzo va a stemperare ottimamente la tensione creata durante l'ascolto dei precedenti pezzi, e si collega dunque in maniera antitetica con il successivo "Burn With Me". Se quella sorta di intro strumentale udita poco fa aveva fatto cadere l'ascoltatore nella pace più totale, la pace viene cancellata dal feroce riff introduttivo del decimo pezzo della release.  Anche qui il riff portante, che sorregge la prima strofa, diventa oppressivo e convulso, ottimamente suonato, sostenuto da una batteria sempre fantasiosa e coinvolgente. La voce di Vincent non fa prigionieri, il suo growl è tra i migliori del genere e qui il singer può esprimersi in tutta libertà, dando vita ad un qualcosa di unico. Dopo la prima strofa un breve riff ci porta direttamente alla seconda strofa, viene ripreso (e questa volta sviluppato) il riff di legatura che permette di accedere ad un'altra strofa,  questa volta dal gusto maggiormente aperto e leggero. Viene ripreso il precedente riff che sfocia in un assolo di chitarra, sorretto sempre da un ottimo riff. Quest'ultimo fa da base ad un'altra parte cantata della canzone, seguita da un assolo atmosferico e di certo coinvolgente.  Dopo questo break strumentale si accede ad un'altra parte cantata a cui segue una ripresa del riff iniziale sulla quale però udiamo un velo di chitarra solista. Si riprende il riff della parte centrale del pezzo per poi terminare il tutto con il riff con il quale il gruppo aveva legato la prima e la seconda strofa.  Il testo va ad affrontare il tema dell'Inquisizione: ci troviamo a vedere il tutto dal punto di vista di un eretico, un dissidente che se non riuscirà a scacciare i suoi dubbi circa la fede verrà mandato al rogo. I suoi compagni lo hanno ormai abbandonato, tutti hanno testimoniato e il verdetto dell'inquisitore è ormai vicino. Il dolore è inimmaginabile, la sofferenza tremenda, ed il tutto è dovuto solamente dall'avere manifestato un proprio pensiero, dall'essersi opposti ad una tirannia ideologica e politica. La volontà di non sottomettersi ad imposizioni irragionevoli però porta l'eretico a preferire la morte, la morte potrebbe liberarlo dal suo fardello, dalla sua prigionia. Meglio bruciare da eretico che vivere una vita in ginocchio, abbracciando una fede ed un ideale che mai ha sentito suoi e mai li sentirà. Una batteria imperiosa ed incalzante apre l'ultimo pezzo, "Hatework", sorretto peraltro da ottimi synth che culminano con un tintinnio di campane che porta nel pezzo quella giusta dose di inquietudine che da sempre caratterizza i brani del gruppo. Il rullante di Pete tiene il tempo in maniera egregia, andando a riempire splendidamente il lavoro compiuto dall'effettistica che rende il brano unico. Le chitarre sempre lente sorreggono la prima strofa, niente di particolarmente veloce od articolato, la magia del pezzo sta nell'atmosfera creata dal gruppo e nell'enorme voce di Vincent, che lentamente procede con il cantato. Una chitarra, ancora lenta ed inquieta, ci porta alla seconda strofa, caratterizzata ancora dagli stessi riff e dalle stesse linee vocali. Dopo la strofa un altro riff di chitarra, sempre sostenuto dalla batteria e da una sorta di "quadratura al pezzo", prima che si continui con la terza strofa.  Sembrerebbe che il pezzo si chiuda di botto ma il gruppo va a riprendere l'intro e continua nell'annichilimento dell'ascoltatore.  Si arriva così alla quarta strofa, segnata ancora dagli stessi riff che ci portano al refrain e poi all'assolo, caratterizzato da bending lunghi ed espressivi che portano alla brusca chiusura del brano . Si conclude il disco con un testo dal gusto ancora una volta satanico. Il "Lavoro dell'odio" è il lavoro del demone, dello schiavo di Lucifero che decide di seminare odio e squilibrio al fine di creare dolore e sofferenza. Il mondo verrà bruciato, tutto cadrà in rovina quando il tumulto comincerà, mentre il male avrà la meglio.  Il testo è abbastanza essenziale, tutto ciò è dovuto alla voglia dei Morbid Angel di lasciare, almeno in quest'ultimo pezzo, molto spazio a parti strumentali particolari che vengono impreziosite da effetti di qualsiasi genere. La tematica non si discosta molto dalle precedenti e verte dunque sul sentimento dell'Odio, sa sempre seminatore di problemi, discordie e molto spesso causa del crollo di interi regni, della fine di amicizie ed amori apparentemente inossidabili. Odio anche causa della perenne infelicità nella quale noi umani siamo costretti a vivere sin da sempre.

Il quarto disco dei Morbid Angel termina, così, dopo circa 45 minuti di musica assai ricca di atmosfera e rabbia. Diciamo subito che quest'album risulta essere enormemente intenso e necessita di diversi ascolti per essere assimilato: rispetto al primo o al secondo lavoro viene meno quell'immediatezza, quella voglia di colpire immediatamente l'ascoltatore (questo ad eccezione di pezzi come "Dominate" o "This Means War", che sono certamente diretti), il tutto a favore di una vena sperimentale che va certo assimilata pian piano, ma dopotutto non possiamo non riconoscere ai Morbid Angel l'aver creato un altro capolavoro. La cura messa nel disco è già evidente nella produzione, studiata e seguita nei minimi dettagli, e come dicevo nell'introduzione, al contempo "melmosa" ed abrasiva. Questi accorgimenti servono a donare al disco un tono unico, ad intensificare quel senso di oppressione che si manifesta lungo i solchi di questo album. Ogni pezzo è a se stante, nei dischi del combo floridiano non c'è di certo spazio per canzoni fotocopia. L'ispirazione è ben visibile in ogni singolo passaggio, in special modo non sono mai lasciate al caso le chitarre che, secondo il parere di chi scrive, in "Domination" raggiungono picchi di espressività impressionanti. Il lavoro del combo ritmico Sandoval/Vincent è poi e come sempre degno di nota, ogni fill di batteria è ragionato e mai lasciato al caso, per non parlare del growl che va a rendere ancora più pesante ogni singola composizione. Il livello tecnico è poi impressionante, il disco è suonato in maniera pressoché perfetta, non c'è alcuna imprecisione ma questo ormai, possiamo dirlo, ce lo aspettavamo, dai Morbid Angel.  "Domination" è quindi un disco imprescindibile e va a chiudere un capitolo, il primo della storia dei Morbid Angel. Chiude un quartetto di dischi, un quartetto di capolavori consegnati alla storia del metallo della morte. Se non l'avete ancora fatto, correte a comprare il suddetto disco: non ve ne pentirete, perché saprà regalarvi ancora oggi delle emozioni uniche nonostante sia uscito diciannove anni fa ormai, vi scaricherà addosso tutta la pesantezza concepita da Azagthoth e compagni, una pesantezza talmente forte che, sicuro, non se ne andrà più dalla vostra testa.

1) Dominate
2) Where The Slime Lives
3) Eyes to See, Ears to Hear
4) Melting 
(instrumental)
5) Nothing But Fear
6) Dawn of the Angry
7) This Means War!
8) Ceasar's Palace
9) Dreaming 
(instrumental)
10) Hatework

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