MORBID ANGEL

Blessed Are The Sick

1991 - Earache Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
25/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Dopo il successo di "Altars of Madness" (in precedenza recensito su queste pagine) i Morbid Angel, più determinati che mai, rilasciano nel 1991 (solo due anni dopo l'opera precedente) il loro secondo disco, "Blessed are the Sick".  Il 1991 è un anno fondamentale per il death metal in generale, l'importantissima uscita dei Morbid Angel (perché "Blessed.." è un disco di fondamentale importanza per la scena tutta) viene affiancata da altre vere e proprie perle del genere, come "Necroticism" dei Carcass e "Butchered at Birth" dei Cannibal Corpse se si vuole rimanere sul suolo americano. "Emigrando" in Europa, troveremo sempre in quell'anno titoli come "Last One on Earth" degli Asphyx e "Testimony of the Ancients" dei Pestilence. Queste  sono solo alcune delle importantissime uscite di quell'anno, un periodo carico di grandi titoli in grado di regalare copiose soddisfazioni per tutti gli amanti dell'estremo.  Sebbene la "concorrenza" sia molta, i nostri Morbid Angel non si lasciano certo sopraffare e decidono di donare un degno fratello ad un capolavoro come "Altars..". Ripetersi, in certe circostanze, non è mai facile; il rischio di incappare in un clone o in una fotocopia è molto, ma i Nostri riescono a centrare un obbiettivo fondamentale, quello di presentarci una naturale successione di "Altars.." e non solo una comparsa o un vano tentativo di imitare pedissequamente quanto già proposto. La formazione del disco rimane immutata, troviamo sempre Pete Sandoval alla batteria, Richard Brunelle e Trey Azagthoth alle chitarre, mentre David Vincent rimane ricoprire il ruolo di bassista e vocalist.  Non rimane invece immutato lo stile del quartetto, o meglio: i pezzi di "Blessed..", seppur caratterizzati dal classico "trademark Morbid Angel", sono maggiormente votati a rallentamenti sulfuerei e parti evocative, rispetto magari alle accelerazioni fulminee e i tempi elevati di "Altars..", un album che è una perpetua ed instancabile aggressione.  La produzione migliora notevolmente, gli stessi studi di registrazione  ("Morrisound Studios") e lo stesso ingegnere del suono (Tom Morris) migliorano la loro resa dando vita ad una produzione compatta, che lascia intendere completamente ogni singolo riff di chitarra, ogni armonico artificiale e ogni singolo colpo di batteria laddove in "Altars.." qualcosa sfuggiva. La copertina del disco, che non è altro che l'opera "Les Tresors du Satan" di  J.Delville, rappresenta Caronte intento a trasportare le anime dei condannati nel bel mezzo fuoco infernale; è davvero bella, ma soprattutto  da un idea visiva del contenuto del disco. Parlando di tematiche, i nostri non si discostano molto da "Altars..", al contrario continuano a premere l'acceleratore su testi macabri e cruenti, venati di una sorta di esoterismo e gusto per un certo tipo di occultismo "acido": rituali sanguinosi, divinità lovecraftiane, legioni infernali e mostruosità dello spazio / tempo evocate per schiacciare una volta per tutte la luce divina, per esiliare dal suo regno quel Dio che i nostri vedono come ingannatore e come impostore, e non certo come una fonte di salvezza, speranza e redenzione. Testi le cui parole vengono comunque e splendidamente rese in musica, proprio per farci capire con quanta e quale cattiveria i nostri siano intenti a declamare i loro cupi versi. Come suona, dunque, il canto dell'Inferno? Siamo pronti a scoprirlo, tuffandoci nei meandri di questo "Blessed Are The Sick".

Un riff lento e maestoso apre "Fall From Grace(il cui inizio è chiamato "Intro"), l'imperiosità delle chitarre è sottolineata dal drumming definito di Pete il quale dona grande efficacia alla parte introduttiva del pezzo. Dopo neanche un minuto un riff più veloce e tagliente fa capolino nelle casse del nostro stereo e viene subito seguito da un'ondata furiosa di blast beats velocissimi e precisi, peraltro ben sottolineati dall'ottima produzione. La prima strofa si caratterizza per riff lineari in tremolo picking, la batteria sempre veloce sostiene bene il tutto mentre il growl abrasivo di Vincent si staglia sul mix degli strumenti. Dopo la prima strofa nuovi riff, questa volta rocciosi e definiti, i quali (sottolineati da una doppia cassa furiosa) erigono un invalicabile muro sonoro. Via con la seconda strofa e poi subito di ritornello, entrambe le parti riprendono i riff precedenti ma si accede subito alla parte centrale, caratterizzata dall'alternarsi di parti veloci ed un bellissimo rallentamento centrale; l'unico scopo dei Morbid Angel è ricordarci quanta cattiveria il death metal può farci assaporare. Tutta l'aggressività del gruppo ci colpisce in pieno prima che si acceda alla parte degli assoli, molto curati e ben fatti. Si riprende (con una variazione dei fill della batteria) il tema iniziale, e si accede ancora una volta ad un rallentamento, molto doomish oriented e molto evocativo. Ritorniamo ancora una volta al riff iniziale corredato questa volta da assoli, seguito dal veloce riff che va a chiudere il pezzo.  L'apparato lirico si concentra su Belial ,un demone che, secondo l'antico testamento, è stato cacciato dal paradiso assieme a Lucifero. L'angelo della sodomia, attraverso il testo, enuncia la sua "resurrezione"  e ci narra di come tutte le città "dannate" (viene menzionata espressamente Sodoma, che sempre secondo il vecchio testamento venne distrutta perché abitata da persone ritenute impure) ora appartengano a lui. Il demone possiede centinaia di donne che "bramano" la sua carne dandogli e donandogli potere, è un essere lascivo e privo di freni, la cui brama cresce di attimo in attimo, senza conoscere sazietà. Egli è il Re degli empi condannati, il sovrano dei peccatori, ed è pronto a riprendersi il posto che gli spetta dopo la sua cacciata dal paradiso.  Il demone enuncia inoltre che non avrà più padroni e che non si chinerà mai più a nessuno (con un riferimento implicito al divino): egli è il Dio di se stesso, e si inginocchierà unicamente dinnanzi al suo volere e alle sue brame. Neanche il tempo di riprenderci e subito, aggressiva e veloce, "Brainstorm" parte senza fare prigionieri. Un riff sottolineato  da veloci blast beat ci aggredisce subito prima che la sola chitarra ci faccia assaporare il riff portante del pezzo; un riff ancora una volta ispirato e maligno, che viene perfettamente sostenuto da efficaci blast beat. Il growl di Vincent è come al solito degno di applausi e ci accompagna durante la prima strofa, la quale viene seguita  da un riff veloce e coinvolgente ma di breve durata, perché il gruppo va a riprendere subito il riff portante per la seconda strofa. Ancora una volta emerge il riff che aveva seguito la prima strofa, il quale ci accompagna al refrain: con quest'ultimo, i Morbid Angel scatenano tutto il loro odio sull'ascoltatore e poi la sezione solista, come impazzita, frantuma i nostri timpani con note acute e fulminee.  Come da copione ecco un  rallentamento evocativo, dove più che dalla velocità l'ascoltatore viene letteralmente soffocato dall'incedere maestoso dai quattro. Arriviamo a nuovi riff, questa volta molto veloci e che giocano sui botta e risposta delle chitarre e della batteria.  Dopo questa sfuriata accediamo all'ultimo ritornello e agli assoli finali, momento con il quale si conclude il pezzo. Il testo dà rilievo alle volontà di un soggetto non ben specificato, il quale dichiara la sua volontà di allontanarsi dal cielo per cadere fino al centro della terra, dove i demoni lo accoglieranno e pronunceranno il suo nome in lingue diverse. Il soggetto dichiara di essere il profeta e di conoscere dei testi considerati divini, pur dichiarando di non voler essere civilizzato dalle "leggi sacre" e quindi dal cattolicesimo. Nell'ultima strofa viene nominato Azazel, un demone di antiche origini. Il soggetto chiede direttamente al demone di prestargli le sue ali cosi da poter volare in cielo e scagliare saette sulla terra. Uno strano miscuglio di mitologia e di tematiche come sempre lovecraftiane, in quanto gli esseri che accolgono il nostro protagonista nel centro esatto della terra potrebbero essere proprio i grandi antichi, che lì dimorano da ancor prima che la vita nascesse sulla terra. I loro poteri arcani sono in grado di risvegliare forze misteriose, e permettono a chi è fragile di acquisire una potenza stratosferica, alimentata dalla forza del Male in persona. Un fulmineo blast beat da vita al quarto pezzo del disco (se consideriamo la breve intro del primo brano un pezzo a sé stante), "Rebel Lands". Il fulmineo attacco lascia presto il posto ad un riff più lento e roccioso, la doppia cassa di Pete non è esagerata ma completa in modo impeccabile il giro disegnato dalle chitarre. Su questo secondo riff, Vincent inizia a cantare la prima strofa, davvero superbo il suo growl in questa sezione. Un altro riff, sempre ispirato, rende ancora più attento l'ascoltatore. Si ritorna dopo questa breve evoluzione al riff portante dove Vincent continua a cantare e Pete letteralmente gioca con il suo drum kit, senza togliere spazio alle chitarre ma anzi continuando a valorizzare il loro lavoro. Dopo la seconda strofa troviamo il bridge del pezzo, quest'ultimo è aperto da un intervento solista  prima che, con una furia disumana, il gruppo eriga un muro sonoro invalicabile. Come se non bastasse, anche il growl di Vincent contribuisce al totale annichilimento dell'ascoltatore.  Ancora una volta i riff cambiano ed in questo frangente, anticipati da intense rullate, i due chitarristi danno vita ad assoli e melodie "extraterrene", prima che il giro su cui è stata basata la strofa venga ripreso per concludere, sempre tra gli assoli, il pezzo.  Le liriche riprendono il tema Lovercraftiano tanto caro ai Morbid Angel. Per quanto riguarda le parole di questa "Rebel Lands"i Morbid Angel intrecciano i soliti riferimenti al Solitario di Providence con il tema del contrasto armato. Si parla di quella che sembrerebbe una guerra volta a sconfiggere la cristianità: si fa riferimento ad una sconfitta (quel terreno sacro dove mio padre morì) ma anche alla volontà di insorgere di nuovo (le terre ribelli, sorgeranno ancora) per sconfiggere la cristianità e l'umanità, utilizzando i sopravvissuti a scopo sacrificale.  Secondo la narrazione della canzone i demoni gioiranno per il sangue versato durante la guerra e non ci sarà pace finché gli abitanti delle terre ribelli vorranno insorgere. Una sorta di "crociata" in tempi dunque arcani, in territori forse mediorientali, luoghi di uno dei protagonisti delle novelle lovecraftiane, ovvero l'arabo pazzo Abdul Alhazred. Una crociata proiettata verso la cacciata totale dei fedeli dalla terra cosiddetta "santa", ma in realtà patrimonio dei Grandi Antichi, dato che essi dimorano sotto quel suolo "benedetto" e non aspettano altro che nuovo sangue da assorbire, per potersi potenziare ancora di più. Un organo cupo e sinistro fa precipitare l'ascoltatore nell'oblio scatenato dalla cupa "Doomsday Celebration". Una marcia funebre che ci conduce, lentamente, al prossimo pezzo, fungendo da sua intro più che da pezzo a sé. L'inquietudine sollevata dalla composizione è alta, senza ricorrere all'uso degli strumenti Trey è in grado di dare continuità al disco avvalendosi dell'uso del sintetizzatore, dando rilievo a sinistri clavicembali e squillanti fiati. Giungiamo dunque al brano vero e proprio, "Day of Suffering", introdotto dal potente suono delle chitarre, sempre compatto e caldo, che accoglie l'ascoltatore. Prima una e poi due chitarre ci conducono al potente ruggito di Vincent che segna l'entrata della batteria (molto precisa e "quadrata") nei primi secondi del pezzo. Dopo questo breve incipit la sola chitarra cambia completamente impostazione, un riff veloce è subito sostenuto dal forsennato drumming di Pete, maestro per quanto riguarda l'uso di blast beat e doppio pedale, il quale riesce a scagliarci addosso tutta la sua cattiveria. La struttura molto semplice del pezzo è anche tremendamente efficace, circa a metà abbiamo un cambio nei riff ma la velocità e le linee vocali rimangono immutate. Un assolo finale chiude il pezzo più breve (se escludiamo gli strumentali) di tutto il disco, un minuto e cinquanta di pura cattiveria.  Il titolo "Day of Suffering" non fa mistero del tema affrontato nel pezzo: il riferimento è indirizzato ovviamente al giorno della morte di Gesù. Nel testo il diavolo prima si rivolge a Gesù insultandolo, intimandogli di non presentarsi al suo cospetto. L'odio viene ben esplicitato con frasi del tipo: "Signore della luce, contro di te mi scaglio", e "spine che lacereranno ogni tua parola". La vena anticristiana è in questo pezzo messa decisamente in luce, nessun riferimento a Lovercraft ma solo puro odio per la religione cattolica, considerata "castrante" dai nostri, con tutti i suoi dogmi e le sue imposizioni, nonché con le minacce con le quali ha costruito da sempre il suo potere sulle masse. I Morbid Angel non ci stanno e decidono di schierarsi dall'altra parte, in combutta con Satana come direbbero i Venom, per aiutare il re delle tenebre a primeggiare sul vendicativo e rancoroso Dio cattolico, il quale non potrà far altro che cadere subendo i colpi dello strapotere delle armate infernali. Giunti al settimo brano, possiamo dire che la titile-track è quella che, giustamente, riassume al meglio le caratteristiche dell'album. "Blessed Are The Sick / Leading the Rats" viene segnata da riff mai troppo veloci che cercano di colpire l'ascoltatore non con violenza, ma anzi trasmettendogli inquietudine. Il pezzo viene aperto da un botta e risposta di chitarra e batteria,  Pete questa volta usa la doppia cassa per dare forza alle chitarre mentre tiene il tempo, in maniera non troppo invadente, utilizzando rullante e raid. Il riff di apertura è lento e convulso e quello che segue, quello della strofa, non è da meno. La lentezza non priva di impatto il pezzo che è al contrario uno dei più belli del disco. Dopo due strofe si arriva al refrain, anche qui si sceglie un approccio evocativo alla musica, rinunciando in parte alle velocità forsennate. Si torna al riff portante e alla strofa, dove la voce di Vincent da al tutto quella aggressività che colpisce l'ascoltatore. Dopo un breve assolo si procede con il terzo refrain. Uno stacco di doppia cassa ci porta al riff introduttivo, seguito poi da un riff ancora estremamente ispirato e lento. Il riff ci conduce, in fade-out, a quella che sembra la fine del pezzo, ma ecco che una sinistra nenia fa capolino chiudendo "ufficialmente" la track. Nel pezzo viene ripreso il tema anticristiano, ormai famigliare al quartetto.  Nel particolare, in questo testo è il gruppo stesso a rivolgersi al maligno, prima invocandolo pronunciando il nome di Dio al contrario (e quindi palesemente bestemmiando, dato che la pronuncia dei nomi divini al contrario è una delle blasfemie peggiori mai realizzabili, secondo i credenti) e poi giurandogli dedizione e lealtà.  Il titolo "Blessed are the Sick "che tradotto vuol dire "Benedetti siano i Malati", vede i peccatori come malati appunto, perché così giudicati dalla puritana società. Essi però si compiacciono d'essere malati, e si considerano anzi benedetti perché possono compiacersi di una vita di peccato, di lussuria e piacere. La vuotezza dell'anima non verrà mai colmata dal peccatore che preferisce rimanere dov'è ad assaporare i piaceri carnali, piuttosto che cercare la volontà divina facendo rinunce e digiuni "escatologici". A differenza del precedente, l'ottavo brano "Thy Kingdom Come" viene caratterizzato per tutta la sua durata da velocità sostenute. Ecco che l'apertura viene affidata ad un riff orecchiabile accompagnato dal quadrato drumming di Pete, il quale dà alla parte introduttiva un tocco molto granitico. La doppia cassa è ben in rilievo prima dello scattante stacco e del'irrompere di blast beat nella prima strofa, segnata dal conosciuto growl incisivo di Vincent. Dopo pochi versi ecco che il refrain si insinua nelle nostre orecchie e non ne esce più, una grande e trascinante sezione ritmica esalterà l'ascoltatore che viene travolto dal ritmo forsennato del drum kit di Pete, non riuscendo di certo a stare fermo durante l'ascolto.  Il ritornello viene seguito da un altro rallentamento ma si ritorna subito alla velocità della seconda strofa, che sfocia anche qui dopo quattro versi al secondo ritornello. Ancora una volta lo stacco in precedenza ascoltato, tagliente ed incisivo, ci porta alla sezione centrale segnata ancora una volta da riff in tremolo picking e velocità sostenute. La parte centrale apre la strada agli schizofrenici assoli della coppia Azagthoth/Brunelle, segnata dal frequente uso di tapping e leva. Arriviamo così alla terza strofa e all'ultimo ritornello che, nonostante venga ripetuto per la terza volta, non perde un minimo di incisività. Il pezzo viene chiuso di botto. Il testo del brano qui presente è, in questo frangente, molto più articolato dei precedenti. Il riferimento è quello che ben conosciamo (il Diavolo, il Regno degli Inferi) ma contiamo diverse strofe, decisamente varie e ricche di particolari. Il regno che verrà, neanche a dirlo, è quello di Satana, ed i Nostri ci parlano di come esso verrà instaurato con l'aiuto dei morti dannati, quegli spiriti che hanno passato tanto, troppo tempo sotto terra a marcire e a bruciare nel fuoco infernale e che aspettano solo di essere liberati per compiere nefandezze. Le immagini sacre verranno bruciate e le sacre scritture con esse. Grazie a questi dannati, banditi dai vivi, la terra precipiterà nell'oscurità  e le anime liberate potranno finalmente insultare e sbeffeggiare Dio. Si fa riferimento agli Zombie, tuttavia questi ultimi non sembrano propriamente fedeli nelle descrizioni allo stereotipo del morto vivente. I "morti viventi" vengono più visti come dei Cavalieri dell'Apocalisse che altro, come delle entità crudeli e dotate di una loro intelligenza / voglia di distruggere. Ancora una volta, la velocità è padrona in "Unholy Blasphemies", nono pezzo del disco. Un veloce (ma questa volta maggiormente roccioso) riff travolge l'ascoltatore mentre Vincent inizia dopo solo due giri a cantare con un growl più profondo e incisivo. La prima parte del pezzo viene sostenuta solo da questo riff e dal veloce "tupa-tupa" di Pete mentre per due volte alla fine di ogni strofa abbiamo un riff che segna il refrain e che "apre" (se cosi si può dire) il pezzo.  Dopo il secondo refrain ecco che spuntano brevi e fulminei assoli prima che furiosi blast beat irrompano nelle casse del nostro stereo. Si arriva alla terza strofa e al terzo ritornello, seguito ancora una volta da un assolo. La quarta strofa arriva fulminea e con essa un ritornello ancora seguito da un assolo. Il pezzo viene chiuso dal riff udito alla fine del secondo ritornello, in maniera ancora una volta secca. Due minuti e dieci di pura malvagità! Nel testo abbiamo un ritorno a tematiche Lovecraftiane miste ad elementi mitologici delle americhe precolombiane: inizialmente viene nominato Iak Sakkath cioè il serpente piumato (una creatura mitologica azteca, divinità del pantheon dei Nativi). Il regno degli dei malvagi sorgerà in seguito alla sua resurrezione, il male si manifesterà e solo le anime "nere " vale a dire le anime impure potranno sopravvivere.  Ritorniamo anche a parlare dei Ghoul, già citati nel precedente album nel pezzo "Chapel of Ghouls". I "vampiri arabi" sono sempre impegnati a distruggere chiese e bruciare "il libro delle bugie" vale a dire la bibbia, devastando ogni tipo di luogo sacro e dissacrando tutto il dissacrabile, in un impeto di ribellione anti-cristiana. In ulitmo, viene nominato Yog Sothoth, uno dei più misteriosi esseri del pantheon lovecraftiano. Un'entità che si dice essere sempre esistita, il tutto in Uno e l'Uno in tutto, così come il suo creatore era solito appellarlo. La creatura viene incoraggiata a manifestarsi ed a porsi proprio sopra il Crocifisso, a costante monito della sua superiorità su Cristo e sulla religione cattolica. Giungiamo dunque ad "Abominations": la track si differenzia dalle due precedenti e riprende il concetto musicale già udito nella titletrack. Non troveremo accelerazioni furiose o veloci riff ma solo angosciosi giri di chitarra che fanno della lentezza devastante il loro punto di forza.  La parte iniziale del pezzo è caratterizzata da un convulso riff di chitarra, mentee Pete si rende protagonista di un lavoro fantasioso evitando di correre eccessivamente. Dopo la prima strofa accediamo al primo ritornello. Anche qui non si corre eccessivamente, si privilegia il mid-tempo, si vuole dare un'anima alle chitarre e rilevanza alla voce. Un breve assolo, comunque di valore, precede la seconda e breve strofa prima che si acceda al ritornello e al secondo assolo la cui base non è altro che un evoluzione del riff che caratterizza il refrain. Ecco che qui tutti gli strumenti si interrompono e una monolitica chitarra, con un riff terzinato che vale da solo il prezzo del disco, ci conduce alla parte centrale del pezzo dove il concetto di evocatività  viene ampliato al massimo. Non c'è in questa sezione un qualcosa fuori posto, è tutto assemblato con cura e con criterio, un perfetto disegno musicale creato dalla sapiente ingegneria dei musicisti.  Si ha, dopo una prima parte cantata, una variazione che segna l'evoluzione del precedente riff. Dopo questa parte si ritorna all'incipit e alla terza strofa. Il terzo ritornello ci conduce ad un altro assolo prima che, dopo una breve digressione, si ritorni al riff centrale e alla chiusura del pezzo, preceduta ancora una volta da un assolo.  Nel testo abbiamo sempre abbondanti riferimenti a luoghi e creature mitologiche come l'Absu (che non è altro che una sorta di inferno sumero, un mare dipinto dai nostri come sempre in tempesta) e Tiamat, Dea babilonese degli Oceani e madre di tutte le distese d'acqua. Nella canzone il gruppo riconferma ancora una volta le sue idee anticristiane, non vuole seguire la parola di Dio, sceglie di bruciare all'inferno "nei gironi infernali".  Con un invocazione, il soggetto della narrazione vuole essere portato davanti ai grandi antichi, questo per poter bruciare tutti in un calderone e violare la legge divina, acquisendo i poteri del Male. In questo caso, gli dei precristiani servono come simboli di un potere mai sconfitto e mai celato: nonostante il Cattolicesimo abbia da sempre osteggiato i culti pagani, le divinità sumere e babilonesi sono pronte a risorgere per riprendersi il maltolto. L'Absu viene visto come la dimora dei Grandi Antichi lovecraftiani, in quanto le bestie mitologiche ideate dal solitario di Providence trovavano molto spesso rifugio in acqua. Con "Desolate Ways" le emozioni che permangono in "Blessed Are the Sick" vengono ampliate da una sognante composizione ad opera di Richard Brunelle. Una sola chitarra acustica diventa protagonista di una bella e coinvolgente strumentale. Il death metal non è solo velocità e tecnica fine a se stessa, ma anche emozione che può essere trasmessa, quando si ha un grande talento, anche con strumenti e con modalità estranei al genere. Un'altra "falsa" intro, che ci introduce dunque a "The Ancient Ones", il penultimo pezzo dell'album. In questa track i Morbid Angel si dilettano a giocare con i loro strumenti, la naturalezza con cui un numero spropositato di riff viene creato dalle chitarre è disarmante. A poche persone è concesso questo talento, perché qui è proprio di talento che si parla, della maestria con cui il pezzo viene concepito e arrangiato anche nei riff, che presi singolarmente potrebbero sembrare più banali ma invece legati ad uno ad uno donano la vita ad un piccolo capolavoro del genere. Il pezzo viene aperto in maniera molto thrasheggiante, dove l'influenza degli Slayer è ancora ben percepibile, immediatamente dopo un riff trascinantem su cui vengono immediatamente suonati degli assoli,  è sorretto da una doppia cassa e da un drumming in generale dotato di un groove pazzesco. La prima strofa vede una grande performance di Vicent, il riff di chitarra che sorregge quest'ultima è una variazione del precedente. Dopo poco ecco che si fa strada il primo refrain, molto orecchiabile ed, udite udite, anche cantabile! Seconda strofa, il gruppo continua imperterrito, sembra una creatura mostrusa che attacca non vuole fermarsi, che ha come obbiettivo l'incenerimento di tutto il pianeta. Si arriva al secondo ritornello seguito da un magistrale assolo caratterizzato dallo stile ormai conosciuto della coppia di chitarre. Arriviamo al terzo ritornello e ad un nuovo riff dal sapore deliziosamente anni '80. La batteria, in tutta la parte centrale, è segnata da riff convulsi di grande rilievo (ad ogni click del metronomo!), si continua con assoli e riff sempre ispirati che si susseguono come se niente fosse. Ogni nuovo riff che sentiamo è accompagnato dopo poco da un altro assolo.  Dopo questa parte si ritorna al riff iniziale e ad altri assoli. Segue il quarto refrain sempre incisivo e trascinante. La doppia cassa è dotata sempre di un incisività spiazzante. Riprendendo un riff già udito nella parte centrale, utilizzando anche un effetto flanger, le mani dei chitarristi ci conducono alla fine del pezzo.  L'apparato lirico si concetra sui grandi antichi, tributandoli questa volta "direttamente" e non facendo solamente riferimenti inseriti in altri contesti. Quest'ultimi, imprigionati nelle profondità della terra, aspettano il momento per emergere ed instaurare il loro regno. Incatenati al di là dello spazio, vengono incoraggiati ad uscire dalle loro prigioni per annientare l'umanità. Anche Chtulhu viene nominato, all'interno di questo vero e proprio tributo a Lovecraft: "Giungete grandi antichi, Giungi fra noi Chtulu".La passione dei Morbid Angel per queste creature viene chiaramente percepita in questo testo che se da un lato non aggiunge niente di particolare a quanto già sentito ha il pregio (ed il titolo non è altro che una conferma di questo) di sintetizzare al meglio quanto trasmessoci nei testi precedenti. Loro sono gli Antichi, e loro torneranno a dominare questo pianeta. "Falsa" outro di questa track è il pezzo di chiusura dell'album, "In Rimembrance", una track strumentale che riprende il concetto di "Doomsday Celebration". Un pianoforte, seguendo scale maggiori, aperte e sognanti, ci accompagna per neanche un minuto alla fine di questa grande e superba opera, dimostrando grande poliedricità dei nostri e grande apertura anche ad altre soluzioni musicali. Tutto ciò che può aiutarli ad instaurare la "loro" atmosfera è dunque ben gradito.

Dobbiamo ora tirare le conclusioni riguardo a questa seconda opera dei Morbid Angel. Dal lavoro di track by track appena eseguito si può già intuire la portata del lavoro del quartetto, un disco superbo che ha contribuito a scrivere la storia del metal estremo. L'opera rappresenta un evoluzione di "Altars of Madness" che pure è un ottimo disco e trova in questo "Blessed.." un vero compagno d'avventura e non certo un tentativo di imitazione o di ricalcatura degli stilemi. I pezzi alternano sfuriate di blast beat e riff in tremolo picking ad un approccio più cadenzato al tutto, proprio per la volontà di creare un'atmosfera pesante ed aggressiva pur non volendo eccedere nella velocità e nella "crudeltà" al fulmicotone, concedendo ampia varietà al disco appena ascoltato. La title track come sottolineavo nel corso della recensione brano dopo brano, sembra riassumere perfettamente il disco, un disco che vuole colpire (e ci riesce benissim ) non solo con le armi classiche del death metal, ma anche con soluzioni inconsuete, riff al limite del doom metal, composizioni di tastiera e di chitarra acustica. La performance dei musicisti neanche a dirlo è superba, sulla qualità tecnica dei Morbid Angel nessuno ha mai avuto dubbi, tutto quadra perfettamente senza la minima sbavatura.  Al termine del disco, il quale scorre via senza lasciarci anche solo un attimo annoiati, si è meravigliati perché qui non si sta parlando di un semplice full-length ma di un'opera dove ogni singola nota (non importa se di una chitarra o di un inconsueto clavicembalo) fa parte di un disegno più grande, ben riassunto come dicevo nella copertina dell'album. Un vero e proprio viaggio nei meandri più oscuri e peccaminosi della mente umana. È d'obbligo riconfermare ai Morbid Angel un altissimo voto, questo per il loro talento e la loro passione, che li ha spinti, nel corso degli anni, a posizionarsi tra i maestri del death metal. Un gruppo ed un disco entrambi imprescindibili, un compendio che deve essere conosciuto  da chiunque voglia accostarsi al death metal in generale. Ascoltate e riascoltate più volte questo lavoro, e cercate di far vostra ogni singola nota. E' un disco, "Blessed..", che necessita di più ascolti per essere capito appieno e soprattutto interiorizzato a dovere. Del resto, ci troviamo dinnanzi ad un'opera dedicata nientemeno che ad una colonna storica della storia musica mondiale, ovvero Mozart, considerato da Azagthoth una delle sue più grandi fonti di ispirazione.

1) Intro (instrumental)
2) Fall From Grace
3) Brainstorm
4) Rebel Lands
5) Doomsday Celebration 
(instrumental)
6) Day Of Suffering
7) Blessed Are The Sick / 
Leading the Rats
8) Thy Kingdom Come
9) Unholy Blasphemies
10) Abominations
11) Desolate Ways 
(instrumental)
12) The Ancient Ones
13) In Remembrance 
(instrumental)

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