MORBID ANGEL

Altars of Madness

1989 - Earache Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
26/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Ci troviamo oggi a parlare di una vera e propria istituzione del metallo della morte "Made in Usa", di un gruppo a dir poco storico, nonché del loro definitivo debutto discografico. Ci riferiamo ai famosissimi Morbid Angel ed in particolare al loro primo disco intitolato "Altars of Madness" uscito nel 1989 per la "Earache Records" e sin da subito divenuto un imprescindibile caposaldo del Metal Estremo. Un disco che, a distanza di più di vent'anni, ancora oggi risulta fondamentale e da ascoltarsi, ci si passi il termine, obbligatoriamente, qualora si decida di approcciarsi per la prima volta al Death Metal. I Morbid Angel, infatti, dopo una lunga e sfavillante carriera, sono ormai un punto di riferimento per tutti gli appassionati e conoscere i loro dischi è fondamentale, anche e soprattutto per tutti quelli che vogliano avvcinarsi al mondo Death in maniera seria ed approfondita, per capirne le basi e le dinamiche. Nei loro lavori, parti veloci si alternano ad altre molto più lente e cadenzate, nelle quali però emerge tutta la crudeltà dei quattro, che a volte riescono addirittura a rappresentare l'Inferno con la musica; un Inferno mostrato nella sua forma più pura e sincera, a suon di chitarre roboanti e batteria devastante. La mostruosa creatura capeggiata da Trey Azagtoth, l'unico vero leader all'interno dei Morbid Angel, viene fondata da quest'ultimo nel 1984. Particolare da segnalare, ai loro albori i Morbid Angel (il cui nome venne scelto da Trey con l'intento di donare al suo gruppo un monicker che ben rispecchiasse i temi lirici della band, non sono che un semplice gruppo di liceali, dunque cominciano la loro attività da giovanissimi, come molti altri combo estremi dei loro anni. Dopo un periodo di "consolidamento" utile per definire la line up, scrivere i primi pezzi e frasi conoscere all'interno della scena, nonché dopo aver registrato un discreto numero di demo (fra le quali ricordiamo "Scream Forth Blasphemies" del 1986 e "Thy Kingdom Come" del 1987), la band decide di entrare in studio per registrare quello che sarà il loro "Aborto", quell' "Abominations of Desolations" che Trey Azagtoth decise, dopo le sessione di registrazione, di non pubblicare mai, perché convinto che la performance dei musicisti non fosse all'altezza dei brani proposti, i quali sarebbero dovuti essere molto diversi, secondo le sue aspettative. Decidendo di licenziare Mike Browning e John Ortega (rispettivamente batteria/voce e basso) Trey tenne solo Richard Bruenelle alla chitarra ritmica ed entrambi si unirono a David Vincent (che aveva finanziato le registrazioni di "Abominations.."), al quale venne affidato il ruolo di bassista e cantante, e a John Hartzel che si sarebbe occupato della batteria. Il gruppo iniziò a lavorare instancabilmente sui pezzi continuando a suonare per farsi conoscere il più possibile, ma ecco che ad un certo punto, inspiegabilmente, John Hartzel decide di abbandonare  la band. Entra ora in scena  quello che sarà IL batterista dei Morbid Angel, vale a dire Pete "Commando" Sandoval, che venne reclutato da Trey e Vincent "sfruttando" un periodo di crisi dei Terrorizer, gruppo grindcore  di Los Angeles e conosciuto oggi per avere dato alle stampe il seminale "World Downfall". Le registrazioni di "Altars of Madness" ebbero luogo quindi dopo un periodo di ri-arrangiamento delle canzoni già composte (alcuni pezzi di "Abominations Of Desolations" vennero dotati di un nuovo titolo) nei famosi "Morrisound Studios", il tutto sotto la supervisione di Tom Morris. Il risultato finale soddisfò alla fine il leader Azagthot: a distanza di anni possiamo ancora affermare quanto i suoni del disco siano buoni e soprattutto permettano all'ascoltatore di distinguere per gran parte della durata del disco tutti gli strumenti,che risultano quindi ben calibrati. L'artwork di "Altars..", che rappresenta una sorta di "medaglione" sul quale si stagliano dei demoni, venne disegnato da Dan Seagrave,  il quale diventerà un artista di riferimento all'interno della scena estrema. Il disegno è molto probabilmente raffigurante quella divinità lovecraftiana (H.P. Lovecraft è uno scrittore molto caro ai nostri, e ce ne accorgeremo) dalla quale Trey ha preso spunto per il suo nome d'Arte: Azathoth, il demone sultano, descritto per l'appunto come un insieme di masse indefinite, una corte caotica nel quale i flauti blasfemi e le danze macabre sono all'ordine del giorno.


Si comincia alla grande con "Immortal Rites": dopo una cacofonica intro il pezzo viene aperto da un riff tagliente e quadrato che conduce l'ascoltatore nei meandri infernali evocati dai Morbid Angel, e subito dopo questa partenza un riff molto "dritto" e soprattutto diretto di chitarra, accompagnato dalla doppia cassa veloce di Pete Sandoval, erige un muro sonoro invalicabile per l'ascoltatore, che ha la sensazione di essere respinto dalla pressione creatasi. Sopra tutto ciò ecco  spuntare il growl abrasivo e demoniaco di David Vincent  che narra i terribili orrori che sono oggetto delle liriche del gruppo. Subito dopo questa parte in mid-tempo troviamo un'accelerazione impressionante dettata dai blast beat forsennati di Pete, sui quali si stagliano, imperiosi, i riff brutali e ossessivi di Trey e Brunelle mentre Vincent, ora con velocità molto più sostenuta, continua ad annichilirci con il suo growl. Dopo un rallentamento dove fa capolino un intervento solista di Trey arriviamo al bridge che vede le chitarre  nuovamente protagoniste ed autrici di  riff "indelebili", che entrano nella testa dell'ascoltatore e non ne escono più, tanto sono ispirati e ricchi di groove. Tutta la parte centrale del pezzo, molto lenta (e dove spuntano anche dei tappeti di tastiere) ci fa capire che il death metal non è solo velocità ma anche lentezza e oppressione. Per tutto il tempo ci meravigliamo di fronte all'intensità delle emozioni che il gruppo è in grado di darci, ma anche i pezzi più lenti e piacevoli hanno una fine, perché dopo un ritorno allo stacco chitarristico (dove Pete si limita a "dare" gli attacchi alle chitarre) si ritorna ai riff che ci avevano accompagnato durante la prima strofa, prima che il gruppo ritorni a premere il piede sull'acceleratore  fino alla fine del pezzo, con un assalto frontale finale che non lascia spazio ad alcun respiro. Da notare che "Immortal Rites" sarà poi un grande classico del gruppo, un pezzo proposto dal vivo quasi sempre e sicuramente un esempio di cosa il death metal deve provocare all'ascoltatore. Il testo parla, per l'appunto, di riti compiuti dai Nostri per ottenere il dono dell'immortalità e di come tutti i componenti del gruppo si vedano estranei all'umanità intesa nel senso "tradizionale" del termine. L'intero apparato lirico si riferisce proprio alla volontà dei membri di non fare più parte del genere umano ( Liberateci da questi rifiuti umani, purificateci dalle nostre vite terrestri") e di diventare parte di una sorta di ordine "superiore", quello per l'appunto dei demoni che tanto affascinano i Morbid Angel.  Si nota qui un richiamo, come in quasi tutti i testi del gruppo, agli scritti di Lovercraft. Abbiamo in "Immortal Rites" un riferimento ai grandi antichi, creature che secondo lo scrittore dimorano nelle parti più profonde della terra, dopo esserci arrivati tantissimo tempo fa, addirittura prima dell'arrivo della specie umana. Si risveglieranno quando vi sarà una specifica configurazione stellare ed allora saranno loro i maestri cerimonieri che aiuteranno i Morbid Angel (e tutti gli altri "adepti") ad ottenere l'immortalità. I Nostri si schierano a favore dell'antica progenie stellare, decidono di abbracciare il male ed, in compagnia del demone sultano Azathoth, di distruggere il mondo come oggi lo conosciamo. Si prosegue con "Suffocation", la quale viene anch'essa parta da un riff tagliente di chitarra che viene subito reso possente grazie al sostegno di basso e batteria, quest'ultima una vera e propria mitragliatrice. Dopo questa partenza così veloce riff più lenti e chiusi, sorretti qui da una prestazione eccellente di Pete, ricca di groove e tecnica, un David Vincent impeccabile si rende protagonista di linee vocali stupende che ci portano però al refrain caratterizzato un'accelerazione letale,  dove la doppia cassa viene messa in risalto e va a sorreggere il tremolo picking della coppia Azagtoth/Brunelle. Si continua con un riff frenetico e veloce prima di ritornare ai riff lenti che sorreggono la seconda strofa. Ancora una volta il refrain ci coglie di sorpresa ed ecco che subito dopo le chitarre soliste esplodono come impazzite, stridenti ed acuminate come aghi. Ancora una volta un altro riff veloce ci porta all'esaltazione più totale, prima dello stacco di basso di Vincent, uno stacco quadrato ed imperioso  che ci porta allo stacco centrale, caratterizzato da riff Slayeriani che scateneranno tutta la nostra ammirazione, mentre il nostro David con poche parole ("IT'S THE DAWN OF THE CRUCIFIERS") non lascia dubbi sugli intenti anticristiani del gruppo. Ancora una volta ci accoglie il refrain ed un altro intervento solista va a chiudere il pezzo in maniera diretta. L'apparato lirico è un delirante insieme di insulti ai cristiani e al cristianesimo in generale.  Il gruppo vuole beffarsi dei credenti, che considera solo un insieme di capre schiave del loro dio.  Si cerca addirittura di capire cosa spinga le persone ad abbracciare una fede e si arriva alla conclusione che il tutto sia forse la voglia di sapere  (ed anche la paura di scoprire) cosa ci sia effettivamente dopo la morte " I mortali sono in preda alla disperazione,vorrebbero capire che destino li attende". Alla fine del testo c'è un riferimento esplicito alla Bibbia " I miserabili umani urlano, "Perché, perché mi hai abbandonato". Dunque i nostri immaginano una sorta di Apocalisse nella quale il credente è immerso sino al collo: ritornano forse i riferimenti agli Antichi, le forze del male prendono il sopravvento e la Fede si rivela essere un orpello inutile, in quanto nessun Dio è lì pronto a salvare chi, in preda al panico, ora comincia ad urlare al cielo, sentendosi abbandonato nonostante le promesse ed il "paradiso" tanto celebrato dalla Chiesa. Non abbiamo neanche il tempo di riprenderci dalla legnata precedente che il terzo brano del lotto, "Visions From the Dark Side", inizia a martellarci le tempie con grandi velocità iniziali e furenti blast beat. Rallentamento monolitico e via con un riff che catapulta l'ascoltatore nella angoscia più profonda. Inizia la strofa ed ecco che dei riff più lenti ed altri più veloci si avvicendano senza sosta rendendo l'ascoltatore inerme davanti alla maestria dei nostri. Un veloce intervento solista precede la seconda strofa, non c'è un attimo di respiro, ancora una volta ritornano agguerrite la chitarre soliste sempre annichilenti e devastanti. Una parte centrale in mid-tempo scatenerà tutta la furia del deathster di turno, il quale non potrà far altro che inchinarsi di fronte a questo capolavoro. Si continua con gli interventi solisti prima di arrivare ad un altro riff veloce sempre sorretto dal drumming forsennato del buon Pete. Ancora una volta la strofa, altre sensazioni negative che ci opprimono fino alla fine del pezzo, quattro minuti di brutalità in grado di descrivere al meglio che cosa effettivamente sia il Death Metal. Quanto al testo, il quartetto ci propone qualcosa di più "articolato". Si parla qui di controllo mentale, in particolare sul controllo mentale che il Male esercita sulle persone. Si parla di come alcuni individui siano attratti da quest'ultimo e siano disposti a cedere ai loro impulsi, spinti da una sorta di schizofrenia, per cercare di dominare su tutto e tutti. Ovviamente abbiamo nel testo anche riferimenti più fantasiosi e surreali "Ombre spaventose, occhi scuri, stanno arrivando per me. Rintocca la mezzanotte, la terra si fa più nera, sorge il male", uniti alle visioni che il Male inculca nella mente dei malcapitati di turno, che in una sorta di incubo / trance si ritrovano ad assistere alla rovina dell'umanità: uomini sfigurati dall'acido, cataclismi, distruzione, sangue che scorre.. questa sarà la fine preannunciata, l'Apocalisse. Al mattino, quando ci si sveglierà, si avrà come l'impressione di aver fatto un brutto sogno.. mentre, invece, quelle visioni ci sono state realmente inculcate da una nera figura. Il quarto brano, "Maze of Torment", viene aperto dal suo leggendario riff, un riff tagliente e soffocante ben sorretto dalla sezione ritmica sempre marziale e precisa. La quiete non dura a lungo però, fa capolino infatti un'ulteriore parte chitarristica, più veloce e caotica, la quale viene subito sorretta da colpi veloci e monolitici di batteria la quale, subito dopo, parte come impazzita. In modo fulmineo veniamo aggrediti da continui colpi, secchi e precisi. Io, per via della mia giovane età, posso solo immaginare cosa abbiano provato gli ascoltatori dell'epoca quando, improvvisamente, si sono trovati di fronte ad una simile prestazione. Abbiamo un intervento solista caratterizzato dall' "abuso" della leva da parte del nostro Trey che precede la strofa, la quale viene caratterizzata da un riff ancora una volta veloce e Slayeriano che riprende parzialmente il tema iniziale, reso più veloce grazie all'eliminazione degli accenti ed all'uso del tremolo picking. Anche qui eccellente prestazione di Vincent, sempre intento a cantare senza sosta con il suo growl infernale, e grande prova di Pete, che rimane sempre presente con la sua veloce doppia cassa, la quale rende i già efficaci riff letali. La strofa viene interrotta dai richiami allo stacco iniziale prima che, dopo la seconda strofa, si acceda al ritornello veloce e cantabile. Ecco che un'altra volta un armonico di chitarra irrompe e ci martella la tempie, il pezzo rallenta nel giro di poco. Abbiamo qui una parte centrale caratterizzata da riff lenti e sulfurei,  e subito dopo un altro intervento solista il riff iniziale viene ripreso in maniera molto più lenta, prima che la sua velocità ritorni ad essere quella iniziale e il gruppo vada a riprendere il ritornello prima di chiudere in maniera secca e veloce.  Le liriche parlano di un labirinto dei tormenti che non è altro che l'inferno. Molto interessante questa metafora che rende il testo discretamente accattivante.  Si parla di come la morte possa essere solo il primo di una serie di orrori, dopo la discesa negli inferi ci si trova ad essere prigionieri  all'interno di mura continue ed invalicabili mentre il delirio circonda le anime in esse rinchiuse.  Alla fine si è talmente rassegnati che si prega di morire, morire per davvero per chiudere con un incubo che in realtà non avrà mai fine. Come si finisce, in questo labirinto? Dai primi versi, sembra cedendo al "lato oscuro", ovvero abbracciando quanto di più malvagio ci sia, lasciandoci dominare dalla rabbia e dall'impulso distruttore. Una volta venduta la nostra anima, inizia la discesa senza fine in quelle mura. Possiamo correre, scappare, ma il labirinto non ci lascerà mai andare via, garantito. Giunge il momento della quinta track: "Lord of All Fevers and the Plagues" è un pezzo ancora una volta aperto da riff veloci e molto coinvolgenti, a differenza di "Maze of Torment" qui si parte subito velocissimi, senza lasciare all'ascoltatore neanche un po' di respiro. I riff di chitarra rimangono lineari per questo pezzo che vede il suo punto di forza, oltre che nella consueta prestazione eccellente di Pete, nella linea vocale di Vincent. Velocissime si avvicendando senza sosta le parole del testo, intersecate con grande abilità nella musica del gruppo, prima di arrivare al ritornello dove le chitarre rimangono sempre lineari e Vincent domina su tutto e tutti. Successivamente abbiamo un intervento solista sempre fulmineo ed annichilente al quale segue la seconda strofa, sempre veloce e nervosa, senza che si voglia lasciare alcun respiro all'ascoltatore. Ancora una volta assistiamo al refrain, sempre più coinvolti nel tutto.  Abbiamo un rallentamento magistrale a cui si sovrappone la chitarra solista ed al quale segue una ripresa in mid tempo che cresce sempre di più di intensità sino a sfociare in un altro assolo. Questa parte rimane sempre molto controllata anche quando si arriva alla parte centrale del pezzo, dominata ancora una volta dagli assoli frenetici della coppia d'asce. Si riprende con i riff iniziali e la prima strofa, il delirio ci accoglie nuovamente e il ritornello ancora una volta ci ferisce profondamente prima che il gruppo riprende il già ascoltato rallentamento che va a chiudere il pezzo. L'apparato lirico si concentra su due entità demoniache, il serpente piumato degli abissi, "guardiano del cancello" e protagonista dei pantheon di molte civiltà precolombiane,  ed il dio Pazuzu (abbiamo nuovamente dei riferimenti alla mitologia azteca, e a quella sumera), reso celebre dal famoso film "The Exorcist", e comunemente (ed erroneamente) identificato da noi occidentali come un demone crudele e signore degli Inferi. Sono dunque entità considerate portatrici della pestilenza e della malattia: i Nostri le invocano, sperando che essi portino peste e malattie all'umanità intera, in un'ottica estremamente nichilista. La voglia di distinguersi dalla massa, a cui il gruppo non vuole appartenere, si concreta in continue velenose frasi ed auguri di morte e disperazione rivolti al mondo intero, il quale è "invitato" a perire sotto i velenosi dardi delle antiche entità evocate e considerate portatrici di guerre, carestie, fame e pestilenza. Arriviamo di gran carriera al sesto brano, "Chapel of Ghouls", il quale si apre con una batteria che con tocchi imperiosi prepara l'ascoltatore all'ingresso di un nuovo girone infernale. Rapidamente comincia la prima strofa dove il riff iniziale viene mantenuto dai chitarristi mentre Pete si rende protagonista questa volta di una performance rocciosa che vede nella doppia cassa il suo punto di forza. Un invalicabile muro sonoro ci schiaccia senza pietà mentre con parole dirette e diaboliche Vincent enuncia ancora una volta le liriche del gruppo, sempre influenzate da Lovercraft. Segue una potente e granitica accelerazione su cui fanno capolino le chitarre soliste prima di ritornare ai riff iniziali e alla susseguente strofa. Dopo appena quattro versi si ritorna all'accelerazione e a nuovi assoli, che però sono sorretti questa volta da una ritmica diversa e da una batteria costante che delinea in modo preciso il tempo. Ecco qui che tutto si interrompe e spunta un riff di chitarra diretto e conciso che viene riempito dai veloci Blast Beat di Pete. A questa breve, veloce digressione, segue la maestosa parte centrale del pezzo, dove ancora una volta troviamo tappeti da tastiere che rendono i già infernali riff dei veri e propri manifesti del death metal old school. Vi sono, all'interno di questa parte del pezzo, sia dei richiami alla sfuriata precedente sia degli assoli, che questa volta sono più ragionati e studiati. Il bridge, che è secondo me una delle parti migliori dell'album tutto e non solo della canzone, viene chiuso dalla cacofonica chitarra di Trey. Ora una chitarra lenta e soffocante riempie le casse del nostro stereo, e in un attimo, come se non fossimo già abbastanza esterrefatti dalla cattiveria del quartetto, assistiamo ad un'altra manifestazione di quest'ultima. Ispirati come mai i Morbid Angel ci deliziano con un rallentamento magistrale  prima che si acceda  al già conosciuto ritornello, e a veloci interventi solisti che vanno a chiudere il pezzo. Per quanto riguarda le liriche si parla dei Ghoul, ancora una volta demoni che nascono da antiche mitologie islamiche e vengono ripresi successivamente da Lovercraft. Il "riadattamento" in veste Morbid Angel vede questi esseri occupati ad assaltare una chiesa, uccidendo il prete e svolgendo, "girando la croce verso l'inferno", vari riti di stampo satanico. Un assalto in piena regola dove nessuno viene risparmiato, e l'uccisione del Prete è un po' il simbolo della morte di Dio, il quale non può fare nulla contro quest'orda di demoni vampiri che stanno mettendo a ferro e fuoco uno dei suoi templi. La croce viene rovesciata, il grande padre Satana è soddisfatto di questo blitz demoniaco, il Male prolifera sulla terra mettendo radici che ormai non potranno mai più essere estirpate. Satana ed il suo impero stanno muovendo le loro pedine sulla scacchiera, la vittoria è ormai annunciata. L'inerme stirpe umana non può far altro che perire. Al contrario di "Chapel of Ghouls", "Bleed for the Devil" ha una partenza fulminea, affidata (un po' come è accaduto per "Lord of All Fevers and the Plagues") ad un riff di chitarra semplice e diretto, che si ripete di continuo mentre, sotto, i Blast Beat di Sandoval sorreggono il tutto. Le linee vocali sono ancora velocissime e lineari, quasi ossessive. Gli unici rallentamenti li troviamo prima del ritornello dove abbiamo la doppia cassa di Pete Sandoval ad erigere l'ormai conosciuto muro sonoro dei quattro, uno dei loro tratti distintivi di maggior successo. Il ritornello è breve ed incisivo, e precede la seconda strofa (molto breve, a dir la verità). Dopo un breve assolo abbiamo ancora una volta il ritornello al quale seguono altri assoli che i chitarristi alternano, rendendo così il pezzo molto dinamico. Si ritorna ai riff iniziali e alla terza strofa ancora seguita da assoli, e dal terzo ritornello ancora una volta seguito da assoli. Un brano che non lascia un attimo di respiro.  Ancora satanismo a go-go per la parte lirica, ci si concentra  sul "Re dell'immondo", vale a dire il diavolo in persona, evocato con riti di automutilazione ed adorato per il suo " seducente potere". Un testo permeato quasi di "oscuro" erotismo, in quanto il Diavolo viene visto come un qualcosa capace di sedurre in maniera lasciva, sfrontata, in grado di infondere un gran piacere nelle sue vittime, che non hanno certo paura di far sgorgare il loro sangue per renderlo più forte e potente. Il Demonio si ciba infatti di quanto di più abietto risieda in noi, la sua forza deriva dalle anime dannate, e più ce ne sono a formare la sua coorte, più egli ha possibilità di rafforzare il suo potere, imponendo la sua forza contro chi, inerme, non può fare altro che inginocchiarsi dinnanzi ai suoi devastanti poteri. Il quattro battuto sul Charleston da Pete apre "Damnation", ottavo brano della tracklist. Il pezzo si caratterizza per una partenza ancora veloce ma basata su un riff più roccioso rispetto a quello precedente. Sempre preciso, sorregge l'intero fraseggio che si trasforma però ben presto in un altro riff più cadenzato sul quale viene inserita la prima strofa. Sempre ad altri livelli la prestazione di Vincent, si riprende il tema iniziale prima dell'inizio della seconda strofa. Abbiamo qui un incidere inarrestabile del pezzo prima che si arrivi al ritornello. Quest'ultimo, sorretto ancora una volta da un riff comunque ispirato, è maggiormente veloce e granitico e non possiamo fare a meno di notare ancora una volta come la doppia cassa diventi un vero e proprio punto di riferimento all'interno del pezzo. Dopo il ritornello troviamo un veloce assolo che va poi a riprendere il ritornello che sfocia però, questa volta, in una sfuriata di Blast Beat che portano ad un altro cambio e ad un altro riff ancora lento, sul quale prima si staglia un altro intervento solista e poi la voce di Vincent sempre più rabbiosa. Ancora una volta emerge la chitarra solista, la quale come in tutto il disco va ad alternarsi alla voce ed alle ritmiche devastanti dei quattro. Si riprende ancora il tema iniziale ed altrettanti assoli ci accolgono.  Siamo arrivati all'ultima strofa anche questa seguita dagli assoli e successivamente dal ritornello che abbiamo già precedentemente descritto, il quale va a chiudere il pezzo. Le liriche si occupano della guerra santa e delle nefandezze che questa a provocato: si fa riferimento alle religioni pagane, distrutte dal sacro esercito e dall'assenza di un Dio in questa "opera" di cristianizzazione. Si fa riferimento in questo testo in misura maggiore alla realtà, andando a evocare avvenimenti reali che si sostituiscono al concept lirico tradizionale del gruppo, fatto di creature fantastiche o mitologiche. Ritorna però il concetto di "Apocalisse Infernale", qui considerata una sorta di giusta punizione per un'umanità che non merita altro che sofferenze, proprio per via della sua crudeltà e della sua sempiterna volontà di schiacciare il suo prossimo e chiunque consideri "diverso" dalla norma, come i pagani. Il protagonista delle lyrics osserva il mondo crollargli attorno e non ha paura, anzi, decide di unirsi alle armate Infernali per combattere al loro fianco. Non ha nulla da perdere, "cenere alla cenere", egli dice, ed è prontissimo a non morire da schiavo, in quanto tutti i Cristiani, come sta vedendo, sono ormai inginocchiati attorno alla Bestia, ovvero l'Anticristo. Dei veri e propri colpi di mitragliatore vanno ad aprire "Blasphemy", la quale parte veloce e diretta, travolgendo l'ascoltatore grazie ancora una volta al drumming forsennato di Pete Sandoval. Subito la voce di Vincent si va a sovrapporre ai gloriosi riff di chitarra della coppia Azagtoth / Brunelle ed arriviamo al refrain, caratterizzato da riff veloci e taglienti ed abbondanti Blast Beat. Sempre come ossessi, i Morbid Angel non lasciano all'ascoltatore il tempo di respirare. Ecco che però, dopo un veloce assolo, il pezzo viene rallentato e riff demoniaci ci opprimono per alcuni attimi, prima che si torni al massacro dettato dai riff iniziali del pezzo. Ancora una volta il micidiale refrain ci investe e subito dopo assoli taglienti martoriano le nostre orecchie.  Si ritorna al rallentamento per un attimo prima di chiudere il pezzo in maniera secca e diretta. Nelle liriche si va a canzonare il "Messia" che viene deriso dal combo, la blasfemia è un mezzo con cui "ferire" il Dio visto dai quattro come un essere ipocrita e bugiardo.  Abbiamo un riferimento all'occultismo  quando viene dichiarata la volontà dei quattro di "venire prima a Dio" nel senso di non farsi influenzare nelle decisioni dai testi sacri, di abbracciare quelle teorie considerate appunto "occulte" perché nascoste dalla Chiesa, la quale da sempre ha cercato di condannare la pluralità delle fonti per non perdere la sua egemonia. I Nostri sono tuttavia giunti a queste conclusioni, vomitano il loro astio contro la divinità cattolica, suo figlio ed i loro rappresentanti (la Chiesa, appunto), adoperando la blasfemia quasi fosse una spada, un modo per ferire, come già detto, ed imporsi con la forza contro delle dottrine che loro considerano false, in nome delle quali troppi innocenti sono morti. Una sola chitarra va ad aprire il pezzo finale del disco, "Evil Spells", il quale procede inizialmente senza alcuna fretta, tra tempi di batteria sempre quadrati e cadenzati, mentre Vincent lentamente canta con il suo ormai conosciuto growl. Si parte con il ritornello molto più veloce, caratterizzato da un riff di chitarra tagliente che viene ripetuto per quattro volte prima di tornare alle lenta strofa. Questo pezzo ci consuma, (per quel che riguarda questa parte, lentamente), ancora una volta abbiamo il ritornello a cui non segue però un'altra strofa, ma un riff diretto di chitarra sorretto da abbondanti e veloci blast beat. Arriviamo ancora ad un rallentamento segnato dagli assoli delle chitarre soliste per poi tornare al riff iniziale ed alla terza strofa, a cui segue il ritornello seguito a sua volta da un accelerazione e assoli. Torniamo ai tempi lenti ma questa pausa e breve: veniamo infatti travolti da un riff marziale che precede tutto il momento solista, che trova la sua base in riff lenti e una batteria quadrata prima che, con un fade-out, il gruppo chiuda il pezzo. Le liriche si concentrano sui riti satanici e sulle modalità con cui vengono perpetrati (nell'immaginario del gruppo, ovviamente) dagli adepti del "Signore delle Mosche". Si parla di atti osceni che coinvolgono ragazze e bambini, ancora una volta elaborati dalle menti del combo per colpire nel segno la morale cristiana. Non si sta parlando infatti di accadimenti reali ma immaginari, fatti per impressionare l'ascoltatore alle prime armi e la morale pubblica, che viene sconvolta e allontanata dai Morbid Angel così come dall'intero genere del quale fanno parti. Se non sono brutali uccisioni stile Cannibal Corpse sono per l'appunto le blasfemie dei Morbid Angel, che in questo testo ci parlano di sabba, rituali violenti e sanguinosi, inscenati per la gioia di Padre Satana. Per il maligno siamo come delle bambole, egli può fare tutto di noi, può prendere le nostre anime in blocco e bruciarci nella fornace infernale, dato che quello è principalmente il suo scopo: assaporare la nostra paura, immolarci ad egli stesso, cosicché possa accrescere il suo potere. La Morte è arrivata, per la vittima sacrificale: lo Stregone si accinge a sacrificarla in nome del Re delle Tenebre.

Una volta trascorsi i 38 minuti del album dobbiamo trarre le nostre conclusioni. Già dalla descrizione track by track si è capita la bontà della musica proposta dal quartetto, il death metal nella sua forma più pura ed incontaminata. Prendendo spunto da gruppi come thrash come gli Slayer e senza dimenticarsi le suggestioni heavy (e "diaboliche") che gruppi come i Mercyful Fate erano in grado di suscitare,  arricchendo il tutto con le influenze derivanti dalla scena grindcore britannica, i Morbid Angel creano uno stile personale ed unico ancora oggi imitato da moltissimi gruppi ma mai eguagliato a livello di ispirazione e potenza sonora. In questo "Altars of Madness" non troviamo cali di tono, la performance dei singoli musicisti è impeccabile. La batteria è sempre precisa, le chitarre, nonostante la produzione non cristallina, dotate di un sound unico e fautrici di riff memorabili ed imperiosi, per non parlare del doppio lavoro di Vincent, che affianca ad una buona prestazione con il basso, un growl personale, dinamico ed abrasivo come l'acido muriatico. Un tutto che deve molto, come dichiarerà il leader Trey Azagtoth, oltre che ai gruppi che hanno influenzato il combo, anche alla musica classica di Mozart. Tutti i pezzi poi sono dei capolavori, pezzi di un puzzle più grande, vale a dire l'intero "Altars of Madness", un disco che dovrebbe essere conosciuto da tutti gli appassionati, non solo di death metal, ma di musica metal in generale.  La violenza incontrastata regna padrona, nei successivi (e stupendi) dischi troveremo dei rallentamenti, delle innovazioni (perché i Morbid Angel non si sono mai fermati, non hanno mai fatto un disco uguale al precedente con lo scopo di compiacere i fan), ma in questo capitolo la velocità regna padrona, annichilisce, stupisce, lascia l'ascoltatore esterrefatto. Non faremo però fatica a ricordare tutti i pezzi, questo perché il grado di ispirazione di quest'ultimi è estremamente elevato ed il loro groove unico. Meritano un voto molto alto, i Morbid Angel, per questa prova che va a posizionarsi in quel ristretto numero di pietre miliari poste a testimonianza di quanto con il metal si è potuti spingersi sino all'estremo, impressionando ed affascinando tutti quelli che, incuriositi, si sono avvicinati a questo stupendo genere.

1) Immortal Rites
2) Suffocation
3) Visions From The Dark Sides
4) Maze of Torment
5) Lord of All Fevers & Plague
6) Chapel of Gouls
7) Bleed for the Devil
8) Damnation
9) Blasphemy
10) Evil Spells

correlati