MOONSPELL

The Butterfly Effect

1999 - Century Media

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
26/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Dopo la svolta commerciale avvenuta col precedente album, passato appena un anno, i Moonspell pubblicano un nuovo disco, "The Butterfly Effect" (1999), con la "Century Media Records". Quanto alla formazione, abbiamo Fernando Miguel Santos Ribeiro alla voce, alla chitarra ancora Ricardo Amorim, al basso Sérgio Crestana, alla tastiera Pedro Paixão ed alla batteria sempre Miguel Gaspar; insomma, la stessa formazione che ha realizzato il precedente capitolo, il quale lo ricordiamo tutti come un tassello non propriamente esaltante, rapportato all'intera discografia dei nostri portogheesi. Va precisata una cosa, però, prima di addentrarsi nella consueta analisi: questo album continua, in un certo qual modo, nella scia del precedente; ma non è altrettanto leggero nelle sonorità. Se il predecessore puntava al grande pubblico con un sound morbido ed una tendenza al ritornello più sfacciato, questo album realizza quella sperimentazione con contaminazioni Industrial/Dark (oppure Elettronica in generale) che si era proposto di applicare nel sound del precedente disco. Un lavoro i cui risultati erano stati fortemente contrastanti, strizzando un po' troppo l'occhio a soluzioni più praticate in altri contesti, con un'imitazione evidente dei Depeche Mode. Con questo album il gruppo vuole portare avanti il discorso, facendolo con più personalità e reintroducendo quel contrasto tra melodia ed irruenza che aveva di fatto rappresentato la fortuna dei Moonspell sin dagli esordi. L'intenzione dei portoghesi, del resto, è sempre stata quella di non stagnare in un determinato sound, la loro è una continua ricerca per il cambiamento che viene sottolineata in ogni intervista e perfino nei libretti degli album: l'obiettivo è quello di sorprendere l'ascoltatore, di continuo. Il precedente album non è stato accolto bene da una buona fetta di ascoltatori, delusi dall'approccio eccessivamente melodico; eppure il gruppo ha chiarito che questo album non è arrivato per "rettificare" il precedente.. anche se, di fatto, lo fa; poiché la band ci tiene a precisare che questo nuovo capitolo rappresenta il presente ed il futuro della loro comune esperienza. Insomma "Sin/Pecado" diventa un album estemporaneo mentre "The Butterfly Effect" si propone di rappresentare lo stato attuale del gruppo e lo fa con un sound inconfondibilmente Metal, nonostante tutte le altre sfumature. Lo stesso Ribeiro dichiarò che "Sin could of been a more appreciated album with a stronger heavier production. We wanted to break out. Andy Reilly was not actually our first choice, I have to be honest. We had a list of producers, mainly into death metal or heavy rock...people that could give Moonspell that strong and powerful sound that we wanted on the Butterfly Effect" (Sin [il precedente album n.d.t.] avrebbe potuto essere un album più apprezzato con una produzione più forte e pesante. Volevamo staccare. Andy Reilly non era proprio la nostra prima scelta a dire il vero, devo essere onesto. Avevamo una lista di produttori, principalmente nel Death Metal o Rock pesante? gente che poteva dare ai Moonspell quel suono forte e potente che volevamo avere in Butterfly Effect.); questa dichiarazione spiega bene le intenzioni dell'ensemble che, nel precedente album, non erano state rese bene, con ancora nelle orecchie un risultato che tutti noi ricordiamo (purtroppo). La grafica è accattivante ma non sfacciata, in copertina abbiamo una farfalla molto colorata, priva di un'ala. Una fotografia molto realistica ed altrettanto suggestiva; le ali dell'insetto sono un elemento che torna in altre parti della confezione, anche nel retro, ad esempio. Semplicità ma immagini ad altissima definizione, il nome del gruppo ed il titolo dell'album sono riportati in alto, vicini, con caratteri molto comprensibili e semplici. Il titolo dell'album fa un ovvio riferimento alla teoria del caos, prendendo spunto da un suo esempio più paradossale: postulato che la realtà non è altro che l'effetto, in fieri, di innumerevoli cause indipendenti e collegate tra loro, che si influenzano a vicenda, non è errato pensare che perfino il battito d'ali di una farfalla in Cina potrebbe provocare una tempesta negli Stati Uniti. Di qui la dualità: il caos visto non come un insieme di elementi di per sé imprevedibili ed arbitrati; ma visto come un insieme talmente vasto di fattori di per sé talmente insignificanti che, interagendo tra loro, determinano degli eventi imprevedibili. Imprevedibili non tanto per la casualità, ma perché i fattori in gioco sono talmente innumerevoli e gli sviluppi talmente veloci che sarebbe impossibile calcolarli in tempo utile senza ricorrere a dei macrosistemi fittizi necessariamente imprecisi (quindi, per intenderci, non guardiamo al volo di ogni singola ape ma consideriamo il movimento dello sciame nel complesso).

Soulsick

Iniziamo l'ascolto con "Soulsick (Malato nell'anima)", lunghi secondi di attesa prima di sentire un ronzio e poi dei colpi, pesanti, quindi una base Elettronica e molto ritmata, cui si accompagnano melodie frenetiche e ripetitive che ricordano vagamente il suono delle campane tubolari. La voce di Ribeiro si inserisce poco dopo, con tonalità alte e sussurrate, dolci, quindi esplode la batteria con un rullante possente e secco. Il basso spinge forte ed i riff della chitarra si fanno Industrial. Altro momento di elettronica con effetti che si susseguono in fretta mentre la voce continua con calma, quindi ecco che viene sparata una botta di sound da Industrial Metal con chitarra distorta e pesante e la voce che si arrabbia, in una specie di via di mezzo tra growl e grattato. Ricordiamo che nel 1998 usciva Obsolete dei Fear Factory per la Nuclear Blast, immagino che quel gruppo sia stato un buon punto di riferimento per i Moonspell su come coniugare sonorità Elettriniche/Industrial col tocco Metal. Suoni potenti dal retrogusto Black, riff ripetitivi, poi un ritornello con una voce bassa e quasi parlata, riff distorti e pesanti, molto ostinati, poi effetti di elettronica e voce suadente con qualche riverbero che ricorda i lavori dei Fear Factory. Altro ritornello, chitarra precisa e tagliente, sonorità fredde; la voce esplode ed alterna scream e sussurri, la batteria pesta meccanicamente sul rullante mentre la cassa crea un suono tribale da fabbrica maledetta. Variazioni, melodie sussurrati, accordi aperti di chitarra mentre il rullante si impone, il basso sferraglia rabbioso e puntuale, ancora effetti nell'aria, rombo di motore finale. Un risultato sonoro che ci fa sentire un gruppo completamente diverso da come lo ricordavamo, sperimentazione riuscita molto bene perché gli effetti sono ben inseriti e non uccidono il lavoro degli strumenti. E' difficile decifrare il significato del testo: frasi con concetti molto differenti tra loro, metafore. Si sente reale in posti in cui non può esistere, la mano destra si ribella e stacca quella sinistra, la scimmia pelosa entra nel palco e cerca di stare eretta. Tutto un insieme di immagini molto lontane tra loro, a volte probabilmente solo per cercare la rima, è malato nell'anima ed è buono a far cose che non ha mai fatto, frenetico ma sollevato, morto e liquefatto, impiantato nel suo sogno. Non è un essere reale, vive in quanto si crede in lui, è dentro la pelle, sempre in veglia e sempre eretto, perfetto. In questo testo si può cogliere un vago riferimento al mondo spirituale, forse una specie di super ego che, in ognuno di noi, si distingue dalla scimmia (l'istinto e l'essere animale) e punta all'evoluzione vista come perfezione morale; un essere che non è reale ma influisce sulla realtà in quanto si crede a lui, in qualche modo questo testo può rappresentare il concetto di Dio come proiezione del nostro super ego, una specie di Dio/coscienza. Interessanti anche i richiami a concetti tipici del mondo Industrial, come l'impianto sottocutaneo (che ci fa sembrare come degli animali dotati di microchip, adesso esistono tra l'altro, che contiene queste informazioni).

Butterfly FX

"Butterfly FX (Effetto Farfalla)", in qualche modo potremmo dire che questa è la titletrack, visto che FX viene spesso usato come abbreviativo per effetto. Nel testo si richiama il concetto di causa/effetto, vicendevole: mentre lui si muove l'altro si muove assieme, lui si ciba e diventa cibo, tutto ciò lo sconvolge e lo terrorizza fino alla vecchiaia. C'è un terzo corpo che lo seduce velocemente, con uno sbattere d'ali al rallentatore. Poi ciò che è vecchio diventa nuovo, condannati ad essere spie l'uno dell'altro, tutto è ovunque, dovrà uccidere l'altro prima che l'altro lo uccida. Un testo breve insomma, che si ripete spesso, quello che ne traspare è il senso oppressivo di un mutamento - ciclico il più delle volte - che porta le cose a trasformarsi ma anche che porta un evento a determinarne, secondo una catena, un altro ben diverso. Colpi sintetici e poi un trascinante ritmo dal sound Industrial, una specie di ritmo sciamanico, chitarra molto effettata e la voce che si propone con un sussurro malefico e seducente. Il riff di chitarra è ipnotico, plettrate lente e decise caricate di una scarica elettrica pesante, la batteria si fa sentire molto col rullante e poco altro, il basso riprende lo stesso ritmo scandito dalla chitarra, tutto attorno percussioni sintetiche. La voce alterna fasi melodiche ad esplosioni in scream, che si arricchiscono di effetti che non modificano troppo e lasciano quel retrogusto Black Metal che non guasta. Durante le pause si sentono parti di voci, sembrano degli schiavi intenti a lavorare con un ritmo meccanico e ripetitivo, ossessivo, riparte il ritornello, con delle melodie ossessive ed acute, la chitarra fa qualche variazione fischiando sugli acuti, la voce si intrattiene molto sullo scream in una furia finale che diventa poliritmica grazie al concatenarsi di tante percussioni diverse mentre la chitarra impazzisce sugli acuti. Un pezzo particolare che ci mostra dei Moonspell inediti, questa volta non a caccia del ritornello facile ma intenti ad esplorare le tante possibilità offerte dai suoni elettronici che vengono sapientemente inseriti in un contesto da Gothic/Black Metal.

Can't Bee

"Can't Bee (Non può essere)" (Il verbo essere, be, è stato reso mediante un gioco di parole come "bee", ovvero "ape") ci stupisce immediatamente con sonorità Progressive, un basso pulsante e morbido, una batteria che si esprime quasi esclusivamente con un rullante agile e qualche arpeggio di chitarra clean. Atmosfere leggere e sentimentali sulla quali si inserisce la voce bassa, sensuale, variazioni portano piccoli effetti sintetici che valorizzano tutto il resto. Piatti e rullante sono al centro dell'attenzione, effetti atmosferici offrono variazioni, lunghi momenti strumentali e la voce di Ribeiro è ripetitiva ed accogliente nel ripetere la strofa che inizia spesso con la stessa frase. Una specie di ballad, poi all'improvviso un'esplosione di violenza che si fa sentire con delle stoppate veloci che aprono le porte ad un riff più grintoso affiancato da sinfonie alla tastiera, tribale di cassa e timpani, bel gioco sulle pelli, altre stoppate ed il pezzo torna ad essere sereno. Queste improvvise sfuriate non fanno altro che rendere la ballata più struggente, in questo caso è stata una sfuriata strumentale di grande comunicazione. La strofa riprende, ci sono altri tocchi di tastiera e poi di nuovo gli arpeggi sintetici, un pezzo molto lento ed atmosferico. Altra botta di suono, con le stesse stoppate e la stessa sinfonia, riapre le porte alla violenza strumentale sulla quale inizia un assolo di chitarra, con molto riverbero, che sembra arrivare da lontano, continue stoppate ed una sinfonia orecchiabile e romantica, gli effetti spezzano la monotonia. Una prova molto particolare, ma altrettanto riuscita, sintomo di ricerca e delicatezza. Il pezzo è sentimentale anche nel testo, il protagonista dice di non poter essere il suo amante, di non poter essere quella corda di guarigione e di non poter stare senza di lei. Non può essere la soluzione finale anche se sperava di essere il suo inquinamento finale. Alcuni termini vengono scelti più per esigenze di rima, quindi il testo risulta un po' ostico; non può essere il movimento, ma nemmeno può essere così congelato, non può essere gli arti che le mancano o l'apocalisse, non può vivere la vita per lui e per lei. In questo testo tutta la rassegnazione di chi non può cambiare gli eventi, di chi non può fare niente rispetto alla realtà; prosegue dicendo che non può essere come lei, non può essere neanche la sua assoluzione e quindi cammina al ritmo di lei che si consuma. Testo particolare, quasi una poesia in cui il suono delle parole prevale sul loro significato, un testo che restituisce un'immagine di amore ed odio, di opposti che si attraggono e si respingono.

Lustmord

Sul testo di "Lustmord" è necessaria qualche spiegazione che arriva direttamente da Ribeiro che dice (in un'intervista a metal-rules.com) che "Lustmord is a German word that comes from an English word that means crime of passion or lust crime and it was about a German serial killer called Peter Kurten nicknamed the monster of Dussledorf"  (Lustmord è una parola tedesca che significa crimine passionale, o crimine di desiderio, e si riferiva ad un pluriomicida tedesco chiamato Peter Kürten soprannominato il Mostro di Düsseldorf). Lo stesso Ribeiro rivela di essere affascinato dai serial killer in generale, perché trova le loro vicende d'ispirazione, trova in esse molti spunti artistici. In effetti la storia di Kürten ha turbato molto l'opinione pubblica degli anni '20, con innumerevoli risvolti e riflessioni etiche, tedesca e non solo? ricordiamo il celebre film di Lang "M - Eine Stadt sucht einen Mörder" (in Italia tradotto "M - Il mostro di Düsseldorf"): la storia è quella di un freddo ed efferato pluriomicida, spaventoso in quanto molto lucido e calcolatore nei suoi crimini. Era difficile catturare questo assassino proprio per la casualità nella scelta delle vittime: uccideva uomini, donne, bambini e perfino animali (ad esempio i cigni del parco cittadino); particolarmente significativo poi il suo processo e le dichiarazioni che questi ha fatto a vario titolo. Il testo inizia proprio centrando il nocciolo del problema: quello che tormenta l'assassino sin dalla nascita gli ammala il cuore mentre divide in due quello degli altri. Il fattore che più ha scatenato il dibattito, infatti, era se si potesse considerare quella di Kürten una malattia: lo psicologo ha concluso che l'assassinio casuale era un modo per Kürten di vendicarsi contro la società in generale; ma le stesse dichiarazioni di Kürten sono quelle di chi gode, quasi fisicamente, dell'omicidio e - mostrando la sua solita cosciente freddezza - chiese al boia, poco prima dell'esecuzione con la ghigliottina, se almeno per qualche secondo la sua testa recisa avrebbe potuto sentire il rumore dello scorrere del sangue, perché questo sarebbe stato per lui un grande piacere. Nel testo l'assassino infligge ferite alla normalità e si trastulla col sangue che ne sgorga, le vittime sono costrette a subire il suo desiderio malsano di infliggere dolore, una specie di amore ed odio con la vittima, imprevedibile ed irresistibile. Effetti rumorosi e quindi un riff bello pestato, la cassa si fa sentire robusta e presente, la voce è bassa e malvagia, carica di desiderio, il basso un po' assente. Poi il pezzo diventa furioso con cori in scream che dialogano con la voce solista, anch'essa in scream (ma più melodico); un pezzo aggressivo, con sonorità estreme. I riff pesanti si spengono per lasciare spazio a sinfonie da horror, atmosfere gelide contrastate da una voce calda e profonda, di nuovo in clean. Nuova esplosione con un riffone di chitarra potente, tribale alla cassa e rullante fisso, sinfonie che si esprimono in un crescendo, percussioni più forti e quindi la voce torna a farsi sentire con un effetto disumano. La musica si distende e porta una nuova fase strumentale, godibile ma piena di riffoni tosti con fischi, ecco che arriva una nuova sfuriata col ritornello, alcuni cori e quindi una parte con basso e batteria, effetti e poi piatti e rullanti accompagnano una nuova strofa, breve con un crescendo che porta alla devastazione pesante, con blast e cattiveria. Un brano pesante con velocità sempre crescente, nel finale colpi e chitarre che continuano a far sentire delle scariche. Un pezzo in cui gli effetti sono misurati, c'è più spazio per le sinfonie.

Selfabuse

"Selfabuse (Autoabuso)" è introdotto da rumori elettronici ed un accompagnamento di batteria basilare e netto, le chitarre intervengono in brevi raffiche (quasi in stile Rock) con un sound molto influenzato dai suoni Industrial, il basso si sente sferragliare bene ed occupa un bel posto nel sound con un giro ripetitivo. La voce è un sussurro effettato e basso, le sinfonie si presentano con effetti futuristici, tutto risulta essere molto violento e cattivo, rende l'idea di un'atmosfera di dolore e sofferenza e, di colpo, una parte melodica con un coro che apre nuove porte e permette di sparare delle sinfonie morbide ed avvolgenti. Si riprende con la strofa, effetti elettronici come di connessioni telefoniche, il giro di basso ancora presente e delle plettrate da Hard Rock. Il sound potente e graffiante dà una veste aggressiva ad un pezzo che di Metal avrebbe poco. Si riprende con il ritornello melodico, mentre gli strumenti proseguono con la loro parte, stacco di chitarra e stoppate di chitarra, quindi si riprende con una nuova strofa accompagnata unicamente dalla batteria che si ostina a ripetere sempre la stessa parte. Stoppata, si sentono ancora rumori elettronici e quindi la strofa varia, con molti effetti sintetici, sinfonie modificate ed un assolo di chitarra, melodico ma inserito nel riffing e quindi un po' in sottofondo, le chitarre si fanno due e la voce continua a sussurrare, il pezzo si conclude con le chitarre. Un'altra sfumatura dello stile Moonspell che diventa moderno grazie a molta effettistica che, al contrario di quanto accaduto col precedente album, esalta il lavoro strumentale che si fa necessariamente semplice per diventare più comprensibile e meno caotico; quindi si lavora molto di più sulle atmosfere. Il testo sembra voler offrire una variazione del tema affrontato dal pezzo precedente, perché in questo caso il protagonista infligge del male a se stesso. Si mette in ginocchio e si infligge un po' di amore, vuole strangolarsi, vuole purificarsi del vero amore, non vuole saperne niente. Ogni bene è sprecato nei suoi confronti, diventa di nuovo un uomo infliggendosi del male; vuole porre fine alla propria esistenza, vuole rivelarsi per mezzo del sangue travagliato, non dobbiamo imitarlo. Poi vede qualcuno che si nasconde nel suo sangue, qualcuno che lo cerca, che è assetato del suo amore; ma non dovremmo imitarlo e nemmeno metterci in competizione con lui. In questo testo si vuole rendere l'idea di un qualche anti-eroe, forse uno spirito sensibile in preda a forti struggimenti, che trova pace infliggendosi del dolore e commiserandosi; questo uomo ce l'ha con se stesso e pensa che qualsiasi cosa di buono è sprecata se data a lui. Nonostante ciò c'è chi è in cerca del suo amore, il testo si conclude qui, dunque non sappiamo cosa porterà questo incontro.

I Am the Eternal Spectator

Arriviamo a "I Am the Eternal Spectator (Io sono l'eterno spettatore)" che inizia con ritmi meccanici e suoni acuti, sembra di trovarsi in una fabbrica futuristica, poi un tempo da Dance ed una voce bassa e molto effettata. Parte la batteria con un rullante bestiale, pesante, poi di nuovo cassa da Dance e voce, con effetti; il pezzo ha un qualcosa di House però il bello è che i suoni elettrici ed i riff di chitarra, stoppati, sono aggressivi e quindi trasmettono bene l'entità Metal del pezzo. Poi il ritornello con coro melodico, torna ancora il fantasma dei Depeche Mode, ma questa volta il risultato è di gran lunga migliore: la melodia vocale, con coro ed effetti, si scontra con un riffing Industrial, con un rullante che pesta vigoroso, suoni che graffiano ed ispirano violenza si mescolano e melodie morbide. Questo contrasto è nella stessa natura dei Moonspell, in campo Industrial ricorda anche i lavori dei Fear Factory (che sfruttano una formula molto simile con riffoni stoppati e voci melodiose e riverberate). Insomma è un risultato, ben riuscito, che si può collocare nel Metal e che esprime quello che il gruppo desidera ed è capace di esprimere: il continuo contrasto tra violenza e sensualità. Ancora colpi, serrati, atmosfere meccaniche e cassa costante, sfuriata di chitarra e variazioni ritmiche, ancora un rullante statico e preciso, qualche stacco ed inizia una lunga fase strumentale con qualche effetto, poi di nuovo il ritornello. Una bella prova, orecchiabile nel ritornello ma violento e fantasioso, parte sussurrata con un crescendo di effettistica che si moltiplica in breve tempo fino a diventare caotica ed imprevedibile. In questo testo il protagonista, come si può intuire, è uno spettatore passivo che cerca sempre di far succedere cose ma non riesce ad influire sulla realtà che lo circonda. Quello che sta sempre a riflettere su cose che sarebbe meglio lasciar perdere, quello che ci guarda oppure a volte sta dentro di noi; un eterno dittatore della nostra perpetua distrazione, un raccoglitore di cose mai fatte, un agitatore di guerre mai combattute, quello che dimostra fino a prova contraria. Azzardo un'interpretazione, anche alla luce della storia del gruppo e di quanto espresso in altri testi, e penso che il testo si riferisca a Dio: il fatto che non possa cambiare direttamente la realtà, essendo un mero spettatore, ma alla fine influisce pur sempre perché sta dentro le persone che ci credono, le ispira. Se interpretato in questo senso il testo diventa molto profondo, apre le porte a molteplici discussioni, ricollegandosi a molti spunti dell'album precedente che, in quanto a testi, è stato un ottimo lavoro.

Soulitary Vice

"Soulitary Vice (Vizio solitario*)" ha un titolo nel quale è inserito un gioco di parole che si può apprezzare sono in inglese, visto che soul significa anima, il significato che si vuole evocare è quello di vizio solitario/dell'anima. Il narratore si rivolge ad un'altra persona dicendo che la manipolerà, la stravolgerà fino a trasformarla in un vizio/difetto. Esagererà distorcendola, la amerà in diversi modi, gli fotterà l'anima, farà finta di amarla per vedere cosa si prova, la dissacrerà sputandole addosso quando si sentirà giù, la banalizzerà fino a renderla adorata. Le chiede di aprire il cuore, divorato per metà, perché tutto ciò che desidera è quello strano potere che contiene, insisterà con lei finché non diverrà la Verità, decadrà con lei finché non diverrà la Rovina, celebrerà finché non rimarrà più nulla di lei la scarterà, la sfrutterà, disporrà di lei ma crederà in lei. Adesso questo testo può essere interpretato in due modi: una vena romantica potrebbe suggerire l'immagine di un amore malato, che consuma e distrugge; un'interpretazione che vuole far riferimento ai discorsi appena fatti penserebbe anche all'amore di Dio per l'uomo, un amore che porta tanta sofferenza per l'uomo. Ritmo carico di Groove, con una chitarra tosta e ritmata, plettrate sporche ed elettroniche, cori Industrial molto effettati si alternano ad una voce ammiccante e seducente, malvagià. Stacco su rullante e piatti e quindi una parte più cattiva, con una chitarra che prende quasi una piega Doom per la lentezza ed ossessività dei riff, lo scream si inserisce in un riffing massiccio e cattivo, con un rullante assassino e secco. Di nuovo con la strofa che alterna una voce effettata ed una voce morbida, c'è aria di malvagità, il basso è grattato e pesante, il ritmo si mantiene costante per tutto il pezzo, non ci sono variazioni a parte qualche stacco, dopo la seconda ripetizione c'è una parte melodica accompagnata da molti effetti e giochi sulla chitarra, tribale di pelli. Il riff di chitarra viene lasciato da solo per qualche battuta, tra una stoppata e l'altra con incedere maestoso ed un suono grosso, altra strofa melodica e dopo qualche plettrata finale per concludere. Un pezzo che non brilla per fantasia, ci sono poche variazioni, bello pesante ma dall'ascolto facile e scorrevole; una prova più lineare che non guasta vista la tanta carne che è stata messa sul fuoco fino ad ora.

Disappear Here

Segue "Disappear Here (Sparire qui)", colpi di rullante ed un ritmo accompagnato da basso caldo ed arpeggi quasi clean, uno spirito quasi Progressive ed un'anima leggera. Atmosfere molto sfot, voce vellutata, non cupa ma gentile, poi qualche plettrata distorta ma la voce continua ad essere morbida anche se più decisa. Effetti elettrici e poi si riprende all'improvviso con l'arpeggio iniziale, ben riverberato per dare l'idea di un ambiente sconfinato, l'idea è quella di un Rock ambiental nordeuropeo, poi parte melodica con retrogusto Dark e plettrate lente e lunghe. Qualche effetto elettronico e si riprende con l'arpeggio principale, gli interventi distorti sono ovattati per renderli meno aggressivi, buon coinvolgimento specie con un assolo che si mescola col sound dato da arpeggio e sinfonie alla tastiera; la voce nel ritornello si rifà un po' anche ai Depeche Mode, con una citazione non troppo evidente. Alcuni colpi alla batteria più decisi e quindi il pezzo si conclude. In verità il brano non è breve, ma dà l'impressione di esserlo visto che ogni parte è lenta e le variazioni sono poche, scorre veloce grazie alle atmosfere ipnotiche che fanno trascorrere il tempo senza accorgersene; quindi un pezzo per nulla noioso. Questo brano ha un'anima da Rock leggero ed atmosferico, ma nulla di banale , una delicatezza decorata con qualche intervento elettronico; sembra più che altro un pezzo di passaggio. Il testo rispecchia la stessa semplicità: è molto corto e ripetitivo. Può sparire qui, senza sapere il perché, senza crederlo. Chiede di lasciarlo solo e poi di portarlo insieme, di portarlo via, di portagli una parte di sé. Dopo aver iniettato un milligrammo di speranza nell'anima può scrivere un'altra canzone d'odio e sparire. Testo ermetico, senza dubbio, fa anche tornare quella propensione per la poesia che si è manifestata in altri album; in questo caso l'intento sembra essere quello di avere delle frasi da ripetere di continuo, per creare un effetto tra l'ipnotico e l'assillante che, ad un certo punto, calma e tranquillizza.

Adaptables

"Adaptables (Adattabili)" ha un testo ben più lungo, esordisce dichiarando che vivere è collaborare, così tutte le persone senza spina dorsale non falliranno, cammineranno ancora per il mondo, evacueranno, aspetteranno l'Uomo, con quella ridicola mano fatata che aggiusterà le loro vite e la loro fede. Tutte queste persone senza spina dorsale cammineranno nel mondo, si agiteranno eiaculando, riproducendosi dunque, avverrà un grande atto sessuale che verrà chiamata "la unica e grande vergogna" che rivivremo ogni giorno. Tutti gli attori Insetti vogliono parteciparvi, dissociarsi e fabbricare; aspetteranno il Direttore con la testa di rettile, per passare in rassegna le loro nascite. Gli Insetti reciteranno ancora, dissimulando e partecipando, verrà finta una grande emergenza, che chiameremo "il Grande Incidente", e da quel momento in poi ci comporteremo in un modo molto diverso, come quelli che dicevamo di odiare. Tutti gli Ultra-Umani vogliono quindi associarsi, collaborare, esitano ma si dovranno adeguare per farlo; un enorme esempio di Pensiero Libero verrà vissuto, chiamato "l'Età d'Oro" adattandoci per celebrarla, ma allo stesso tempo avremo perso. Ecco un testo particolarmente interessante: descrive in modo impeccabile i temi etici più spinosi riguardo alla nascita della società moderna. Risaputamente, e con un'approssimazione rasente al ridicolo, la società moderna nasce quale risultato di una presa di posizione basso-borghese per mezzo della quale il popolo rivendicava il proprio diritto ad autodeterminarsi tramite modalità democratiche. Questo cambiamento ha portato a politiche sociali che hanno mitigato l'asprezza delle condizioni di vita di un tempo, ecco perché nel testo si fa riferimento a uomini "senza spina dorsale" (perché di certo i servi di un tempo conoscevano molto bene la fatica e non campavano di assistenzialismo!); il rovescio della medaglia è dato dal fatto che queste persone che decidono di ribellarsi ad un sistema ne creano di fatto un altro e quindi sono necessariamente chiamate ad uniformarsi ad esso, come degli insetti. Il senso della questione si può cogliere anche pensando alle formiche (tipico esempio di "animale sociale"): tra le femmine vi è la regina, le operaie e le formiche soldato mentre i maschi esistono solo in determinati momenti dell'anno e muoiono accoppiandosi. Ogni formica ha un compito ben preciso e lo esegue in perfetta sintonie con le altre del formicaio; a cosa cambierebbe definire questa società come una monarchia (per via della struttura sociale ben definita) o come una forma liberale (visto che ipoteticamente ogni formica potrebbe fare quel che più le aggrada)? Non cambierebbe niente. Una volta avvenuto questo episodio, il "Grande Incidente" viene definito, la società si trasformerà diventando la propria antitesi? ma questo lo possiamo vedere benissimo nei nostri giorni in cui la paura degli attentati da parte di regimi totalitari sta trasformando, via via, i nostri Stati in stati di polizia per necessità di sicurezza (un tema spesso affrontato nella musica Industrial tra l'altro). Ad un certo punto celebreremo, con finto entusiasmo, una società nella quale non ci riconosciamo e che non abbiamo scelto? insomma le riflessioni che si potrebbero fare non sono poche! Disturbi sonori e poi un riff da Hard Rock classico, rullante costante ed effetti sintetici, numerosi gli effetti sulla chitarra che aggiungono sfumature al suono. La voce entra in gioco quando la chitarra tace, creando una specie di dialogo, una variazione è offerta da un sussurro quasi rauco che presto diventa uno scream cattivo su un riff a plettrate cadenzate e più distorte, variazioni melodiche con una chitarra più pulita e dopo si torna al riff iniziale. Stacco di rullante e quindi di nuovo la voce si calma, ci sono colpi di cassa che pulsano, poi la voce inizia a parlare, un discorso pacato e quasi meccanico; l'atmosfera Industrial è data da parti quadrate che proseguono con un freddo senso di precisione e ripetitività. Sinfonie cristalline e neoclassiche, con disturbi elettronici e quindi una nuova esplosione di violenza che porta di nuovo il riff cadenzato con melodie in sottofondo ed un crescendo in scream, violenza che culmina nel finale del pezzo. Un altro brano indovinato, in un certo senso potrebbe essere la continuazione del precedente quanto alle atmosfere iniziali, poi si trasforma e diventa più cattivo, pesante, riportandoci i Moonspell più Black.

Angelizer

"Angelizer (Angelizzatore)" inizia con rumori ambientali, poi lenti riff che sanno di Rock/Metal atmosferico, cui si aggiunge presto una batteria semplice, con interessanti variazioni ai piatti. Ancora atmosfera malinconica, la voce di Ribeiro è un sussurro, dopo della strofa entra un riff cattivo e la voce diventa uno scream potente e malvagio, uno sfogo. Stacchi al rullante, botte secche, poi un ritornello di scream che dialoga con un coro gothic dato dalla stessa voce di Ribeiro, calda e dolce. Il basso si fa robusto, poi si colpo tutto si arresta e si torna alla delicatezza iniziale, con volume ridotto e calmo; altre plettrate ed arpeggi molto pacati, atmosfere sognanti e rilassate. Aleggia nell'aria la voglia di aggressività che culmina in una nuova aggressione che non tarda ad arrivare, riff pesanti e distorti, scream che si sovrappongono, poi plettrate più cadenzate per il ritornello in cui melodia e violenza convivono e si alternano con grazia. Colpi di timpano e parole, effettate per dare una voce cupa e robotica, sinfonie tra il neoclassico ed il Gothic alla tastiera, il rullante ancora deciso, un nuovo ritornello segue queste parte, molto orecchiabile e trascinante, anche semplice. Gli strumenti hanno il tempo per altre stoppate che presto raddoppiano e si concludono con una nota bassa alla tastiera. Una prova gradevole che conferma la ricetta di questi Moonspell: melodie dolci che si alternano ad una specie di Black irruento. Col testo torniamo in ambienti più Gothic, in effetti anche musicalmente si è avvertita l'assenza di quei tanti effetti elettronici che ci sono nei precedenti brani, si parla della spina dorsale lunare che sta eretta per un'ultima volta, le piume mammifere rinnovate per un'ultima notte, bambini senza bocca che si cibano delle proprie parole. Insomma c'è tutta questa serie di concetti surreali, contrastanti, si parla di un arcangelo inutile e senza forma; ferite multiple raggiungono uno zero assoluto, fluidi mangiati, la pelle dell'eroe convenzionale. Si tratta forse di un'altra dimensione, un mondo parallelo, un altro mondo in cui c'è anche l'eterno spettatore (ricordate quel brano?) che osserva ed improvvisa, con il suo sacro osso centrale che sorge sempre. Criptico, a dir poco, questo testo - si evince dal titolo - si riferisce all'angelo (e quindi inizia appunto descrivendone l'elemento più iconografico: le ali). Ma questo angelo viene dipinto come un essere fatto di contraddizioni, con una forma evanescente se non addirittura privo di forma, che non ha alcuna utilità: si limita a soffrire.

Recensione

Si arriva così a "Tired (Stanco)" con un testo pessimista, inizia dicendo che forse è quell'uomo mitico a due teste: una che guarda in basso e l'altra dietro, ma non sa chi è. Forse è quell'uomo leggendario con quattro mani, per tastare, guarire, desiderare e strangolare. E' stanco di tornare in posti in cui non è mai stato, di tornare da posti in cui non è mai stato; forse è il leggendario uomo di due parole: la bugia e l'offesa. Ha dimenticato chi è, ma è comunque stanco di esserlo. Un altro testo pieno di contraddizioni, che questa volta comunica - appunto - stanchezza, rassegnazione, depressione anche. Il pezzo inizia con silenzio, pian piano delle percussioni elettroniche che aumentano di volume, loop meccanici che diventano sempre più ricchi e complessi, poi un coro esegue il celebre Dies Irae di Mozart, ma è solo la prima frase che viene ripetuta (oltretutto la tonalità è diversa da quella originale, probabilmente ciò è stato ottenuto modificando la traccia). Poi un potente colpo di rullante, riff dall'incedere marziale scanditi dalla batteria, un basso pulsante ed ostinato, costante. Effetti elettronici costellano il riffing, poi una voce recita una parte a metà tra il narrato ed il cantato, con effetti robotici; ancora il coro, stacco, sinfonie e di nuovo vengono recitate parole, sembra un dramma apocalittico e futurista, una specie di testamento prima della morte. Poi esplosione di violenza con sinfonie ed uno scream cattivo, dura poco e torna la voce narrante, sussurri sfiniti, stanchi. Altra rabbia, una stanchezza che diventa violenta nel desiderio di farla finita, di nuovo una parte leggera accompagnata da suoni sperimentali, lunghe plettrate e di nuovo il Dies Irae, che pezzo fantasioso questo! Un assolo melodico si inserisce in questo contesto, con stacchi di rullanti e variazioni negli accenti, vibrati e fischi che rendono il pezzo quasi romantico, sicuramente struggente, nella nuova botta di violenza la chitarra si fa quasi Blues nel suo assolo malinconico, Il pezzo si conclude con percussioni sperimentali, Elettronica e di nuovo il loop con l'inizio del Dies Irae.

K (O Mal de Cristo)

"K (O Mal de Cristo) [K (Il male di Cristo)]" è un pezzo particolare, si tratta di dodici minuti di strani effetti sonori, percussioni, in un re missaggio sperimentale ed atmosferico, in un'ottica quasi da trance - merito delle frequenze pulsanti e rasserenanti che lo accompagnano in tutta la sua durata - che ricorda una musica da meditazione, da relax. Pulsazioni, suoni di chitarra, percussioni tradizionali, effetti elettronici si mescolano assieme. Pare che sia stato Ribeiro stesso ad assemblare questo pezzo con tutte le percussioni e le chitarre, con gli effetti e tutto il resto; ma anche attingendo a voci tratte da un programma radiofonico in cui la gente chiama per parlare di Dio ed altre cose del genere (una specie di Radio Maria dai?), una setta di gente che ringrazia Dio per le proprie belle macchine ed il lusso in cui vivono; a questo viene opposto un estratto da uno scritto di William Burrows sulla carità. Ad un certo punto solo un rumore continuo, ripetitivo, per alcuni minuti, una specie di "camera di decompressione" come la definisce Ribeiro. Campane rintoccano ed iniziano una nuova parte, rumori e quindi si iniziano a sentire le voci in portoghese, questa trasmissione radiofonica di cui prima. Tutto attorno un'atmosfera da Drone Metal, suoni incongruenti, rumori, ambienti opprimenti, fischi, effetti sulla voce ed un organo sinistro improvvisa toccando a casaccio i tasti mentre i rumori si fanno assordanti. Noise puro, un'accozzaglia di porcherie si susseguono col solo scopo di far male, rumori, disturbi, scariche elettriche, voci che si sovrappongono, ancora una chitarra che distorce. Questo va avanti per molti minuti, col passare dei minuti l'atmosfera è più opprimente, le voci sono più veloci ed insistenti, più invasate, la chitarra è più veloce e più caotica, l'organo impazzito, fischi che vanno su e giù all'impazzata. Nel finale, per qualche minuto, solo organo effettato e rari disturbi di feedback da chitarra. Il primo sintomo del male di Cristo è la morte - il testo già inizia in modo deprimente - milioni di persone hanno questa malattia nel mondo, quel figlio di puttana di Cristo ha detto che se ti scagliano una metà di roba tu devi prenderti anche l'altra metà, prosegue il testo. Spietato nel perdono, l'amore è la sola risposta, la Sua è l'unica Via. Infila la lingua giù per la gola e benedice la digestione, assaggia quello che abbiamo mangiato, è in TV, in radio e pure quando ci facciamo la doccia, milioni di fratelli che ti vedono, ti sentono, di continuo. Un testo delirante, che trasmette tutta l'ossessività di un approccio alla religione integralista e fanatico, che entra fin giù nella gola della gente e la spia perfino quando si fa la doccia. Si parla di una religione invasiva, che pervade tutto e lo contamina di un bigottismo malefico, tanto da diventare una malattia che provoca la morte.


Conclusioni

Abbiamo ascoltato un album coraggioso, che ha realizzato quello che doveva/voleva realizzare "Sin/Pecado", in maniera concreta, distintamente udibile, rasentante la perfezione. Inutile girarci intorno, dobbiamo dire le cose come stanno: niente trovate discutibili, niente scopiazzamenti, niente voglia di risultare "avvicinabili" da chiunque; questa volta la sperimentazione c'è, e si sente. Si può apprezzare perché non risulta invasiva rispetto alle parti strumentali, ed in questo senso va quindi detto che il ruolo degli strumenti (specialmente quello della batteria) è stato notevolmente ridimensionato perché hanno dovuto limitarsi in fase compositiva, nonché a scegliere soluzioni più semplici e lineari in modo da lasciare spazio all'effettistica che, altrimenti, sarebbe risultata eccessiva e fuori luogo (come in Sin/Pecado, appunto); abbiamo un'Elettronica originale, che non vuole emulare nessun gruppo in particolare ma attinge a piene mani dal Gothic, dal Dark, da ambiti più vicini alla musica commerciale che però viene reinterpretata e stravolta (abbiamo ballad Rock, ad esempio, che vengono proposte in una veste innovativa ed affatto scontata), fino ad arrivare alle parti più simili al Black Metal e quelle che si avvicinano di più all'Industrial. I pezzi sono anche abbastanza diversi tra loro; e questo fattore si può soltanto apprezzare, perché simboleggia in maniera chiara e lampante quanto gli ingredienti siano gli stessi, ma come i Moonspell  abbiano preparato diverse ricette cambiando le proporzioni di ogni unità. Una grafica che, senza strafare, comunica quel binomio dolcezza/aggressione che accompagna tutto l'ascolto, dall'inizio alla fine. Questo connubio può essere un pacifico alternarsi, quindi una dolce ballata con momenti di irruenza, oppure entrambi gli aspetti possono esprimersi all'unisono e dunque generare ritornelli in cui sinfonie accompagnano scream e chitarre distorte. Questo contrasto, sempre presente, genera anche paradossi. O meglio, vuole generarli: anche perché il tema principale dell'album prende spunto proprio da un paradosso, che è quello del volo della farfalla che può determinare una tempesta dall'altra parte del mondo. Ecco che, nella musica dei Moonspell, si può ascoltare il volo della farfalla e la tempesta: a volte si alternano - generandosi a vicenda - altre si accompagnano svolgendosi all'unisono. Il contrasto tra queste due realtà così intenzionalmente lontane esalta entrambe: è come il nero che risalta sul bianco ed il bianco che risalta sul nero. Si tratta di eccessi complementari, l'uno risalta l'altro con l'effetto che le parti melodiche sembrano più melodiche, ed altrettanto per quelle estreme. I testi sono una piacevole sorpresa: oltre a contenere qualche riflessione matura che offre spunti per approfondimenti, spesso etici, contengono anche versi un po' più leggeri, i quali sono stati realizzati dando la priorità al suono delle parole, alla ricerca della rima e della metrica giusta per trasmettere una sensazione, piuttosto che descriverla. Un album che viaggia su più livelli, insomma, ognuno dei quali può appagare l'ascoltatore in modi diversi; un ascolto che va digerito lentamente e va approfondito. Particolarmente riusciti tutti i riferimenti alla religione che, raramente blasfemi, aprono le porte a tanti dubbi; ma anche i riferimenti ai serial killer ed alle contraddizioni della società moderna. Un album che ha davvero molto da offrire, e che merita assolutamente una considerazione più che abbondante.

1) Soulsick
2) Butterfly FX
3) Can't Bee
4) Lustmord
5) Selfabuse
6) I Am the Eternal Spectator
7) Soulitary Vice
8) Disappear Here
9) Adaptables
10) Angelizer
11)
12) K (O Mal de Cristo)
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