MOONSPELL

The Antidote

2003 - Century Media Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
05/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Passano due anni dall'uscita del precedente lavoro, ma le cose in casa Moonspell non cambiano poi tanto in occasione del lancio di "The Antidote" (2003), sempre licenziato dalla "Century Media Records": abbiamo ancora Fernando Miguel Santos Ribeiro alla voce, alla chitarra ancora Ricardo Amorim, alla tastiera Pedro Paixão (che in questa occasione si occupa anche della chitarra), alla batteria sempre Miguel Gaspar. Insomma, la stessa formazione che ha realizzato il precedente album. Tutti tranne il bassista Sérgio Crestana, che col precedente album concludeva la propria esperienza coi Moonspell (e con il Metal in generale probabilmente). Motivo per il quale i Moonspell si avvalgono della collaborazione occasionale di Niclas Etelävuori, bassista degli allora neonati Amorphis. Completata così la formazione, e senza la collaborazione di artisti ospiti; trend infranto con questa uscita, dato sì che l' "improvvisata" di elementi esterni al nucleo portoghese pure aveva spesso caratterizzato i primi lavori del gruppo. Anche dal punto di vista "della consolle", le cose non cambiano: il combo finnico Hiilesmaa / Jussila è infatti prestato ancora una volta alla stanza dei bottoni, con il compito di ripetere il già ottimo lavoro svolto in quel di "Darkness and Hope". Tornando a parlare più nello specifico di "The Antidote", l'album esce in diverse versioni, nei formati più disparati; ma è forse la versione limitata per il Portogallo quella più particolare, per un motivo molto semplice. Nello stesso anno, infatti, lo scrittore José Luís Peixoto pubblica un libro del titolo "O Antídoto". Non certo una casualità, come molti di voi hanno intuito. Ed, in effetti, era intenzione  comune quella di realizzare una specie di unione tra il libro (un romanzo) e l'album dei Moonspell; addirittura in Portogallo è stata realizzata una versione dell'platter accompagnata proprio ad una copia del manoscritto, mentre in altre copie limitate, disponibili nel resto del mondo, era stata inserita una versione digitale del suddetto, tradotta nelle varie lingue a seconda del paese d'uscita. Perfino i testi delle canzoni sono ispirati a quel romanzo, ma non solo: vanno di pari passo coi capitoli del libro, per cui ad ogni capitolo del libro corrisponde una canzone dell'album. Un qualcosa che non ha precedenti, la quale conferma sostanzialmente due cose riguardo ai Moonspell: da un punto di vista, il loro attaccamento alla patria; elemento che li porta sempre più a valorizzare gli artisti della propria terra, senza scordarsi poi il secondo lato dell'operazione, ovvero ma l'esaltazione della loro sempiterna natura di sperimentatori. Non potendo certo trasferire tutto il contenuto del romanzo dei testi e non volendo nemmeno rovinare il piacere della lettura, nelle liriche troveremo solamente dei richiami atti a trasmetterci delle impressioni circa la materia narrata, o anche degli scorci, fruibili di per sé senza la necessità di conoscere l'intera trama del tomo. Il concept è stato elaborato, dunque, in modo da essere utilizzabile in più livelli. Rendendolo anche scorporabile, all'occorrenza, senza che ogni brano risultasse di per sé troppo incastrato in determinate dinamiche, le quali ne avrebbero limitato l'essenza. Quindi, un lavoro da inquadrarsi certamente in due prospettive. Certamente un concept album, il quale segue i dettami di una storia, con le sue dinamiche ed i suoi sviluppi; al contempo, un album dei Moonspell, da potersi ascoltare senza tuttavia risultare troppo vincolati all'opera originale. Scegliendo e selezionando le tracce che più ci colpiscono, scorporandole dal corpus. Tracce che, anche in questo caso, rimangono fieramente dotate di vita propria. Come dimostrato, dopo tutto, dal fatto che "Everything Invaded" era stato estratto come singolo ed era uscito alcuni mesi prima, con tanto di video, dell'uscita dell'album completo. Opera ambiziosa sin dal suo concepimento, che però si fa forte di un sound consolidato - questa volta non ci saranno stravolgimenti nella musica dei Moonspell - e mira a confermare e mostrare quanto sia compatto il nuovo volto dei nostri portoghesi. Con la copertina e l'intero artwork in generale abbiamo un vago richiamo allo stile del precedente album, un lavoro quasi interamente nero e ben realizzato (sono ormai lontani i giorni in cui si vedevano quelle grafiche brutte in modo osceno!). Sempre affidato alle mani di Wojtek Blasiak (come fu per l'album precedente), il concept grafico ci mostra infatti un teschio a dividere il primo piano, col logo del gruppo (lo stesso usato nel precedente album, per fortuna, sobrio e funzionale) ed il titolo del lavoro in un colore - tra il giallo e l'arancione  che lo fa risaltare molto senza necessariamente farlo sembrare fuori luogo. Un concetto grafico semplice e d'effetto, con uno sfondo sbiadito; si vuole attirare l'attenzione sul nome, senza far troppo divagare l'osservatore.

In and Above Men

Sentiamo come inizia l'album con "In and Above Men (Dentro e sopra gli uomini)" che ci propone dei lenti accordi di chitarra, con qualche passaggio di piatti, poi un sussurro di Ribeiro e quindi si parte con un riff carico di groove e con tanto di fischi alla chitarra, la batteria prende il volo ed inizia una bella serie di colpi, molto marcati e con qualche guizzo più veloce ai tom. La voce è subito aggressiva nella strofa che, pur senza troppa distorsione, trasmette una certa grinta; si alternano parti vocali a metà tra scream e growl e parti in cui la voce è un sussurro. Si descrive la furia delle acque che si agitano, voci che sono silenzi quando parlano attraverso di lui; agli incroci voltano le spalle ed in ogni ferita pianterà il seme della fede. In passato ci siamo imbattuti in testi piuttosto criptici, ma in quel caso era dovuto più che altro alla ricerca della rima facile oppure alla mancanza di ispirazione; in questo pezzo (e nell'intero album del resto) lo stile si avvicina volutamente ad una poesia a tratti apparentemente indecifrabile, anche per suggerire una certa profondità nelle riflessioni proposte. Poi c'è una parte più pesante che, senza sfociare nel Black vero e proprio ci si avvicina molto, una cosa che potrebbe descriversi come un Melodic Black/Death Metal molto leggero agli strumenti - che non accennano nemmeno una plettrata alternata ed hanno una distorsione che non fa pensare al Metal estremo - che cavalcano il groove con riff semplici ed efficaci, qualche effettistica per creare variazioni ed un gioco di chitarre che permette di valorizzarle entrambe. Il gran lavoro lo fa la batteria che senza andare veloce crea dei ritmi trascinanti, molto facili da seguire, approfittando spesso di tom e cassa con un sound molto rotondo e pieno (cosa che si può permettere appunto perché rinuncia alle alte velocità) per creare dei tribali  o delle semplici raffiche di colpo che incantano. La struttura del brano è semplice: si alterna strofa e ritornello, la fine è loro, dice, la sente diventa sempre più forte ed ancora gli altri non credono, ma qualche giorno verranno fuori dai loro sogni per mostrargli, attraverso gli occhi che loro tengono chiusi, l'immensa luce della profondità. Nell'ultima strofa si parafrasa la prima, con un cambiamento significativo di elementi: adesso è la furia degli umani ad agitarsi, si chiede se alla fine saranno tutti insieme, all'incrocio gli ha voltato le spalle e da ognuna delle sue ferite questo sanguinerà luce, i cieli sanguinano luce su di lui. E' impossibile non cogliere riferimenti religiosi in questo testo: si parla di qualcuno che sta dentro e sopra gli uomini, cosa che sembra un riferimento a Gesù che è espressione di un Dio che sta al di sopra ma anche in mezzo agli uomini. Nella prima strofa c'è un riferimento alla fede, piantata in ogni ferita probabilmente perché capita spesso di avvicinarsi alla fede proprio nel momento del bisogno, per trovare un conforto oppure un sostegno. Il passaggio in cui auspica che gli uomini si ritrovino finalmente tutti insieme può fare riferimento ad una vita eterna in cui vengono appianate tutte le divergenze, in cui non c'è più la furia dell'uomo (ricordiamo che nel precedente album c'è stato più di un appello contro la guerra); infine quelle stesse ferite, che facevano male, diventano una fonte di luce che sgorgherà come sangue. In questo ultimo passaggio si intravede la funzione salvifica della sofferenza, che apre gli occhi, che genera luce: questo forse perché chi soffre apre gli occhi, è consapevole del dolore umano, chi genera queste sofferenze è un cieco egoista.

From Lowering Skies

Se nel precedente pezzo l'uomo si elevava al cielo, adesso è il cielo che si abbassa sull'uomo con "From Lowering Skies (Da cieli che si abbassano)", un tribale eccezionale, si sente solo la batteria con dei suoni davvero meravigliosi, che danno proprio l'idea dell'esecuzione genuina senza effetti e restituiscono dei suoni completi e definiti; piatti, di tanto in tanto, spezzano la trance e ci risvegliano dal torpore contemplativo. Passaggio doppio ed interviene una chitarra effettata, quasi meccanica, che ripete un riff monotono, poi una sfumatura alla tastiera con una sinfonia di sottofondo, quindi un basso che cavalca imponente con suoni caldi. Le chitarre fanno un lavoro di fino, con loop basilari ma anche con piccoli preziosismi spesi qua e là; la voce è morbida, nemmeno troppo grave timbricamente, ed accarezza l'ascoltatore con un crescendo d'interpretazione che, accompagnato dall'aumentare del volume dell'ostinata parte di chitarra dai toni inquietanti, sembra voler presagire il disastro. La nostra redenzione sarà diurna, ci avverte, l'ultimo degli spiriti lascerà i nostri corpi, tutti noi ci comportiamo come se Lui non esistesse, perché vedere non è credere. A questo punto degli effetti che ricordano le campane tubolari e si mescolano ai piatti della chitarra ci danno un'idea di soprannaturale, la batteria continua ad incalzare, senza sosta, arpeggi di chitarra ed il ritmo è sempre più coinvolgente, si inizia a sentire il rombo della chitarra che si ripropone ciclicamente, sempre più spesso come un pulsare che prende man mano vita, ad un certo punto arriva un'esplosione di violenza: prima la voce da sola in uno scream ruvido, poi tutti gli altri strumenti che si accodano ad una violenza che rinuncia alla distorsione eccessiva ma fa leva sul groove e sui suoni inquietanti e striduli. Da cieli che si abbassano, frase ripetuta in modo ossessivo per tutta questa esplosione sonora, concludendosi poi in un semplice sussurro sul finale quando prende piede un arpeggio di chitarra che porta nuovamente la pace. Siamo a metà pezzo e torna la strofa, che si ripete come la prima ma con l'aiuto di un arpeggio di chitarra e con un rombare di chitarra, che annuncia la violenza, più accentuato e più imminente rispetto alla prima volta. Una comunicazione che ci possiede, si chiede cosa entri dentro di noi nel momento in cui nasciamo, qualcosa discende da cieli che si abbassano. Il ritornello si ripropone nella sua completezza, portando un'ostinata violenza che suggerisce un tocco Death, ai passaggi più vibrati di chitarra, sul finale effetti di chitarra e poi di nuovo il tribale che si prende tutto lo spazio e porta quindi ad una fase strumentale in cui le chitarre si presentano al meglio: una romba piena e l'altra è carica di effetti. Altro ritornello improvviso, ripetuto fedelmente e senza variazioni fino alla fine. Il centro dell'universo non è Uno (qui forse si riferisce al concetto di Trinità), poi si chiede se siamo riusciti a vederlo discendere, Supremo, da cieli che si abbassano. Il pezzo ha dei toni estatici, se nel precedente brano era l'uomo che, con la sofferenza, coglieva dei barlumi di luce che lo avvicinavano alla fede; in questo brano è la fede che si avvicina all'uomo, molto efficace l'immagine dei cieli che si abbassano, appunto.

Everything Invaded

"Everything Invaded (Tutto invaso)" si ricollega immediatamente al precedente brano, specie al testo: ci si chiedeva infatti cosa entri in noi nel momento in cui nasciamo, in questa sede ci si chiede spesso "Come hai fatto ad entrare in me?", anche se il soggetto probabilmente non è lo stesso. Da quando è anima a quando si consuma, l'uomo comune odia il suo gemello malvagio; tutto è invaso nella sua semplicità, una cosa che affascina, tutto è invaso da tutto. Ci sono dei pizzicati, marcati e staccati, alla chitarra, poi una carica di suono travolgente ma lenta e moderata che si alterna e poi lascia di nuovo spazio a questo pizzicato che restituisce suoni da chitarra classica, la voce è calma e calda, poi diventa un sussurro quasi afono per poi esplodere, come avveniva nel secondo brano, con un'esplosione di suono che alterna una frase in scream ad una risposta con voce calma e suadente. Questa dualità, questa alternanza di estremo e dolce che sta alla radice del sound dei Moonspell, è particolarmente efficace e si basa su un suono degli strumenti che si pone proprio a metà tra Metal estremo e Metal "leggero" (pendendo più verso il secondo). La seconda strofa si presenta allo stesso modo, con la voce morbida sulla base a chitarra pizzicata accompagnata dai piatti che sfumano e colorano di armonici, poi di nuovo la furia che si alterna alla dolcezza ed alla morbidezza di una voce calda. Le chitarre sono cadenzate, si mescolano con dei timbri molto simili diventando a tratti indistinguibili, poi nella variazione si fanno più aggressive, vibrando e ruggendo feroci, accentuando la battuta segnalata da un rullante che scandisce in modo netto. Una breve parte leggera ci fa immaginare una prosecuzione in tal senso ma di colpo si torna all'aggressività, con pelli che rimbombano massicce. Alla prima luce del giorno il tocco della morte invade i cieli e quindi ispira tutte le paure, contaminato in un certo senso; questo passaggio vuole probabilmente suggerire l'avvento della Morte, perché se prima nel "paradiso terrestre" c'era l'eterna beatitudine, con l'arrivo della morte le cose si complicano, non poco! Il testo sembra voler suggerire il fatto che sia stata proprio la paura della morte a generare tutte le divisioni nell'uomo, tutto è così pieno delle vite che ha preso, tutto è così sciupato e distrutto, tutto è violato, si creano delle divisioni ovunque. Come fosse un commento agli episodi di Babele, si parla della continua divisione degli uomini che porta alla creazione di confini, barriere di ogni tipo che allontanano: lingue diverse, culture diverse e credenze diverse che generano paure ed odio ma, quando tutta la grazia viene disturbata e tutta l'esistenza è una falsità in mezzo a tutte le nostre generazioni morte, ritorna da noi un figlio dell'uomo. In tutto questo disastro il figlio dell'uomo si sta arrendendo. Un lungo passaggio strumentale ci fa sentire la chitarra, si sentono pulsazioni e timidi effetti elettronici, la voce finale è carica di redenzione e pace, poi la violenza ed un assolo, vibrazioni graffianti e riverbero bello pieno e carico, poi un crescendo di intensità, ricco di armonici che si trasformano in una fuga melodica, veloce e struggente, una cascata di melodia e velocità accompagnata, nel finale, dal timpano incalzante che lancia il ritornello.

The Southern Deathstyle

Arriviamo a "The Southern Deathstyle (Lo stile di morte del sud)", l'inizio è dato da un riff dannatamente Rock, frettoloso e spasmodico, viene lasciato da solo all'inizio ma ad un certo punto inizia ad essere funestato da rombanti colpi di batteria su cassa e piatti, che presto si trasformano in un tribale avvolgente, c'è fretta e frenesia nella ripetizione continua. Poi la batteria resta da sola nel tribale e si avvicina la voce, tutta una serie di suoni elettronici ci portano alla mente rituali sciamanici, poi la violenza vocali diventa una sottospecie di growl con effetti da Industrial (qualcosa non nuova al gruppo) di nuovo la parte di prima con la voce calda e morbida sopra il tribale, ricchezza di suoni elettronici che fanno da sfumatura e paesaggio, mentre la batteria ci pesta pesante e costante per mantenere l'estasi rituale. Un pezzo molto particolare questo, anche nel testo a tratti criptico: un proiettile di argento, così dannatamente veloce, per sempre una corda così difficile da trovare, il proiettile d'argento così percosso e la corda simbolo di fiducia. Adesso la violenza è piena e la voce è uno scream mentre gli strumenti incalzano potenti, la radice di mandragora amante insaziabile, la lama del mattino, prima a svegliarsi e vergogna insopportabile, la radice di mandragora, che nel veleno c'è la verità. Questa frase del veleno, "in venenum veritas" scritta in latino (sbagliando clamorosamente perché il complemento di stato in luogo richiederebbe il caso ablativo, mentre nel testo è stato usato quello nominativo/accusativo), vuole essere un chiaro riferimento alla più nota frase "in vino veritas" che vuole essere anche un riferimento ad un concetto cui allude, prima di tanti altri, Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, riferendosi al fatto che presso molti popoli c'era l'usanza di prendere decisioni e riunire assemblee da ebbri: un po' perché l'ebbrezza trasformava tutti in compagnoni e preveniva liti e menzogne (questo a maggior ragione per le tribù barbare) un po' perché scioglieva la lingua e permetteva di esprimersi sinceramente come non si sarebbe osato da sobri (si dice che presso i persiani ci fosse questa usanza di sottoporre le decisioni importanti a due vagli: uno da sobri ed uno da ebbri, se la decisione avesse soddisfatto le parti in entrambi gli stati allora doveva essere valida). Nel testo, invece, la verità sta nel veleno? forse un riferimento all'altra nota locuzione latina "in cauda venenum" (il veleno sta nella coda, riferito allo scorpione) che ci ammonisce di stare attenti e non fidarci di ciò che ci troviamo davanti all'inizio, perché la parte pericolosa arriva all'ultimo (un po' l'opposto che vorrebbe che dulcis in fundo). A metà pezzo una fase strumentale ci porta dissonanze e distorsione alle chitarre, poi una batteria in solitaria che continua a sbattere le pelli con qualche intervento dei piatti, quindi atmosfere quasi da meditazione, suoni di acqua, poi un basso bello pesante e distorto, quindi la strofa e rumori di esplosioni di arma da fuoco, è il proiettile d'argento, lo stile di morte del sud. 

Antidote

Forse sarà proprio la titletrack, "Antidote (Antidoto)", a dare qualche chiave di lettura in più - potremmo pensare - invece il testo sembra più criptico degli altri: è una lunga serie di brindisi. Ogni strofa inizia spesso con "Here is to?", che è un po' come dire "Alla (salute) di?", ed il primo brindisi è dedicato che alla Paura, che ci tiene all'erta, un altro al Sonno che ci permette di capire. Col pretesto dei brindisi questo brano ci propone delle chiavi di lettura per meglio interpretare concetti che vengono proposti in altri pezzi: in un precedente testo abbiamo visto che la paura (della morte) è stato proprio quell'elemento che ha generato la discordia nell'uomo; allo stesso modo la paura, generalmente intesa, è quella condizione in cui versano i deboli e dei perseguitati (protagonisti di moltissimi Salmi, non a caso) che più sono vicini alla beatitudine. In definitiva la paura della morte è una condizione che ci scuote: chi smette di avere paura (il tiranno) è colui che è forte (e che sarà presto sovvertito), chi continua ad avere paura rimane all'erta. Altro brindisi alle radici che incoronano (forse un riferimento alle nobili origini?) che non ci fissano da nessuna parte (perché siamo solo di passaggio e niente è eterno); alle ridicole ali che non ci portano da nessuna parte (forse un riferimento alle ambiziose ali di Icaro?). Suono a metà tra Elettronica ed Ambientale, poi arpeggi di chitarra quasi stoppati, una voce morbida sussurra i brindisi e poi continua con più vigore seguita da una parte strumentale distorta che propone accordi accompagnati dalla forte batteria e basso. Si riprende dall'inizio con la stessa struttura e nuovi brindisi: le voci si trasformano in due, dando così maggiore profondità e pienezza alla parte. Durante questo passaggio quasi ambientale sembra di sentire il suono dell'acqua che gocciola, un continuo stillicidio che accompagna i brindisi, come se si brindasse ad ogni goccia che raggiunge questa che sembra una polla sacra o qualcosa del genere, oppure - per restare in tema sciamanico - una ciotola di acqua sacra. Un brindisi all'Alba di un giorno che non verrà mai, un brindisi alla Ritirata che attenua il dolore; un brindisi alla Resistenza, che ride di noi, ed uno alla Sconfitta. Un botta e risposta di parti in voce piena e sussurri, un dialogo con se stessi, altra parte strumentale che ci fa apprezzare variazioni di chitarra che prolunga un accordo e ci fa sentire un basso vagamente Dark accompagnato da passaggi elettronici scanditi da colpi di timpano ben marcati tanto che potrebbe ricordare un taiko. Siamo a metà brano ed il pezzo prende un ritmo più vivace che si trasferisce anche alla parte cantata che, spostandosi su tonalità più alte, prende una velocità moderata per dire che la coppa è vuota e non sarà più riempita, adesso tutti gli assetati potranno avvicinarsi all'antidoto. Questa parte viene cantata con metriche diverse, ripetuta in battere, in levare, con pause sincopate e quindi ripetuta in modo insistente, poi la chitarra e tutti gli strumenti hanno un lungo momento per farsi sentire nella loro pienezza, la voce continua a sussurrare che gli assetati possono avvicinarsi, poi un ultimo passaggio strumentale in cui si sfoga un assolo liberatorio, che non cerca affatto il virtuosismo e cerca di catturare con la melodia e la semplicità, la voce continua ad invitare ad avvicinarsi, infine, tra plettrate basse, annuncia l'antidoto, poi si sentono solo delle note sintetiche ed il pezzo sfuma nel silenzio. Un brano che sembra far tornare vive le influenze Dark/Elettronica, ma che in realtà è semplicemente un pezzo dei Moonspell che non fa ricorso a parti vocali estreme e vuole mantenersi più misterioso ed evocativo.

Capricorn at Her Feet

Superata la metà, "Capricorn at Her Feet (Capricorno ai suoi piedi)", appare diverso sin dall'inizio, forse un tocco di distorsione in più con atmosfera decadente, stoppate e poi sembra di sentire una ballad malinconica, con una voce scura e rotonda, che fa ricordare pezzi dei Moonspell di diversi anni prima, da quel sapore più marcatamente Gothic. Anche il testo va in quella direzione: un uccello invernale, in fiamme e ferito, luminoso e senza paura come un fuggitiva; principessa mai-un-sorriso, piangendo e sospirando saluta il giorno nuovo, colei che non tocca mai terra. Il sound si apre e quindi ai sussurri si contrappongono risposte in un coro di growl, altri botta e risposta e poi un arpeggio pulito che fa cominciare una nuova strofa. Voce calda e profonda, la chitarra suona variazioni durante le pause della voce, appare anche un timido sottofondo sintetico, con sinfonie acute, poi di nuovo il botta e risposta tra velluto e carta vetrata. Si sparge un'eclissi, dove non brilla mai il sole, ai suoi piedi; il morso del gelo, il perdere la via, la volontà e la fede. Tormentando e cacciando è lei che guida il gioco, un'anima gemella sempre strana, che non si spaventa mai, minacce e promesse, lei guarda dall'altra parte. A questo punto la strofa si fa più dolce, una canzone conciliante che scarica la tensione, il basso è protagonista mentre arpeggi paradisiaci appaiono accompagnati da suoni sintetici quasi futuristici; appena la voce finisce di sussurrare può iniziare un assolo Rock di largo respiro, lento progredisce, caricandosi di effetti e di armonici acuti per risuonare sempre più insistente e culminare quando si sente di nuovo la voce, questa volta più oscura ma pur sempre un sussurro. Lei è come le stelle, ma non si può contare, le sue mani da bambina fanno crescere il destino, una figlia sole (ricordiamo che nella mitologia nordica il sole è una fanciulla spaventata che fugge via) mai una luna piena ma solo dei raggi malati. Prudente, si nasconde in lacrime, il segno della Croce la porterà a letto nel Capricorno. Questo passaggio descrive con buona probabilità un fenomeno di interessa astrologico, la grande croce, che si verifica allorquando si osserva una determinata combinazione di aspetti, nel caso di specie si tratta di una quadratura di quattro pianeti diversi tale che ogni pianeta è separato dall'altro dalla stessa distanza angolare, formando appunto una croce; questa grande croce può presentarsi fissa o in movimento, il fatto del sole (l'astro principale nella Grande Croce) sia accompagnato a dormire (tramonta) nel capricorno, deve essere un aspetto molto significativo, specie visto il riferimento al fatto che dalle sue mani nasce il destino. Dopo la ripetizione delle stesse parole c'è una citazione da Requiescat di Oscar Wilde, in cui chiede di fare piano perché lei è vicina, sotto la neve, dobbiamo parlare piano per non disturbarla. Dopo qualche secondo di silenzio riprende il ritornello che si ripete più e più volte, in una continua alternanza di calma ed aggressione, poi una parentesi ambientale, con delicati suoni sintetici, qualche oziosa plettrata, poi la citazione di Wilde pronunciata con passione. Il finale strumentale è molto lungo, con una parte che si ripete molte volte lentamente.

Lunar Still

"Lunar Still (Quiete lunare)" è probabilmente il brano più sperimentale dell'album, si sentono dei ripetitivi e pulsanti effetti elettronici, cristallini, poi sinfonie dalle frequenze basse ed alte si incontrano, suoni di respiro che evocano distanze stellari ed il vuoto galattico, in pieno stile Space Metal. Quello che ascoltiamo è infatti una psichedelia da trance, caratterizzata dal ricorso a sintetizzatori in cui ritmi cristallini scandiscono tempi lentissimi indicati da interminabili sinfonie. La voce si limita a sussurrare, ancora più piano del solito, delle frasi: i Princìpi sono fermamente confusi e li scuotono svegliandoli, un circolo vizioso pieno di desideri. Silenzio cosmico, poi la ripetizione dell'ultima frase, ancora un silenzio opprimente poi la voce continua dicendo che i vapori ci invitano dentro, nella speranza che portiamo il pezzo finale, temendo cosa ciò significhi. Un pezzo che riesce a mantenere viva la suspense, il sussurro si fa sempre più roco e sofferente e quindi il pezzo ha una svolta in cui gli archi prendono il sopravvento disegnando ambienti spaziali, già sembra di vedere nebulose dai colori sgargianti, combinazioni di figure e colori, poi si torna al silenzio e riprende la voce che racconta di schemi ghiacciati che nascondono la via del ritorno ricoprendola di ombre, quando lui decide di restare. Siamo a metà pezzo, in un inquietante vuoto cosmico senza ritorno, silenzio opprimente e quindi un urlo bestiale in una via di mezzo tra growl e scream è il culmine di tutta questa suspense accumulata, questo urlo bestiale viene usato per descrivere la quiete lunare. Tutto ciò è magnifico, un urlo primitivo e liberatorio, un casino pieno di sonorità e rumori ambientali, tutto per descrivere la quiete lunare; il silenzio descritto con un incessante caos che può descrivere magnificamente l'immensità galattica che, pur nel silenzio, muove forze incommensurabili. Le chitarre alternate fanno il loro lavoro di devastazione mentre la tastiera ha i suoni di cristalli in una continua ed ostinata ripetizione di note acute che sfuma nel finale che lascia spazio a suoni indecifrabili, poi gli archi ed i cristalli ed infine il silenzio.

A Walk on the Darkside

"A Walk on the Darkside (Una passeggiata nel lato oscuro)", un riff potente di chitarra con cassa e timpano all'unisono, il sound torna ad essere quello dei primi brani, con un basso robusto e suoni graffianti, ma ecco che appare la tastiera cristallina a ricordarci quanto appena ascoltato. La voce di Ribeiro è bassa, cupa e con variazioni che tendono al grave, il basso duetta con la voce approfittando volentieri delle pause, i piatti sfumano in continuazione. Ecco che dopo una parte sussurrata inizia una nuova alternanza tra voce pulita e piena ed un sussurro roco, carico di aggressività, che poi si conclude con una nuova serie di suoni cristallini accompagnati da stacchi alla batteria. Stiamo sognando dentro il suo sonno di morte, cerchiamo di prenderci la nostra anima prima che lei la reclami per sé, tutto attorno c'è un'oscurità senza fine, il giorno è stato prosciugato ed incombe la pioggia. Dall'altro lato tutto è nuovamente buio, le mura oscure sono ancora dal nostro lato e percorriamo ancora il lato oscuro. C'è una serie di frasi in cui si ripete spesso "dark" e "side", dando alle parole sfumature di significato diverse. Riprende con la strofa, le chitarre cedono il passo ad un basso che colpisce assieme alla cassa, ingrossando ancora di più la botta del ritmo, di nuovo l'alternanza di melodia e sussurri malevoli, che continua indisturbata ed identica per incantare, per ipnotizzare, questo fino a quando non arriva una variazione strumentale che mette in risalto la chitarra che prende il controllo della melodia con le sue vibrazioni graffianti. Ad un certo punto si sente solamente la tastiera, anche adesso si tratta di un suono cristallino che ci riporta alla mente il brano precedente, sottofondo sintetico di atmosfera, e quindi la voce effettata con un riverbero in anticipo continua a ripetere le parole del ritornello che riprende con una carica lenta ed inarrestabile per esplodere nuovamente a piena potenza e ripetersi come prima. Mentre si muove attraverso la sua anima ci trova che ci nascondiamo dentro di lei. Il pezzo ha un ritornello che funziona molto, piacevole ed orecchiabile, tutto il resto si limita a fare da decorazione ed a fornire una scusa per ripetere quel ritornello; un pezzo tanto bello quanto è stata sprecata l'occasione di renderlo ancora meglio, evitando che i passaggi da un ritornello all'altro fossero così poco ispirati e così troppo simili ad altre soluzioni già ampiamente sfruttate (meglio) in altri brani. Col testo avviene più o meno la stessa storia: è abbastanza comprensibile - ed usuale - voler ripetere il ritornello con le stesse parole, ma fare la stessa cosa anche con tutte le strofe sembra un po' esagerato.

Crystal Gazing

Con "Crystal Gazing (Sfera di cristallo)" tornano i riferimenti astrologici, che però sono meno evidenti e cedono il passo a riflessioni che tornano ad elementi già citati negli altri brani. Una seconda vista che si manifesta come un sentimento puro, senza diventare allucinazione oppure odio, prigioniero di uno splendore futuro. Ritmo ai piatti, riff graffiante e nervoso alla chitarra, bestiale l'ingresso di un tribale in una marcia che accelera al rullante e poi si apre, con un basso dal tocco morbido e poco invasivo, il suono delle chitarre si distende in lunghe plettrate che poi diventano pulite. La voce è più chiara del solito e si avvale di un doppio per sottolineare alcuni passaggi. La previsione del futuro, sono onori unicamente per pazzi, guardiamo attraverso lo specchio e poi lo specchio guarda noi; c'è una possibilità che il testo in questo punto voglia dire che, attraverso la previsione del futuro, ognuno guarda a se stesso per come si vuole vedere. Quindi l'approccio nella previsione del futuro, che vorrebbe sembrare uno studio di fattori esterni a noi, non è altro che un'indagine che scava nel nostro profondo, perché noi interpretiamo le previsioni con una chiave di lettura che si adatti a quello che vogliamo (o temiamo di) sentirci dire. Arpeggi delicati e puliti, poi la voce esegue un sussurro sporco, prima di passare ad una parte con un effetto vocale che crea un'eco strana alla voce, che poi torna normale per chiedersi ancora una volta perché ci deve essere sempre negato tutto quello che potrebbe renderci migliore la vita. Nel ripetersi più volte la domanda il ritmo aumenta e carica di nuova intensità e significato questa domanda retorica. Di nuovo una strofa delicata, questa volta è il sussurro che doppia la voce, poi ci sono parti sinfoniche che seguono la voce, districandosi nel ritmo imponente che cancella tutto il resto, poi di nuovo la domanda esistenziale, seguita da un ritmo incalzante. Si tirano ad indovinare orrori, eventi eccezionali, attraverso dettagli che si fanno sempre più vivi con l'andare avanti del racconto, allineati in un desiderio di morte, la sfera di cristallo è l'occhio d'argento. Siamo i fragili che attendono la il Grande Risveglio, un bestiame che vagabonda in attesa della Seconda Venuta; in questa descrizione sembra che gli uomini si limitano a vagabondare come pecorelle smarrite in attesa degli eventi dell'Apocalisse, che riporteranno la Via e l'ordine. Altro momento strumentale che poi si fa più massiccio e grintoso, permettendo l'inizio di un assolo abbastanza breve che passa per il tema principale del pezzo e poi torna a staccarsi, nel finale plettrate effettate e piatti fanno da base all'inizio del ritornello che poi prosegue come le altre volte, fatta salva una chitarra solista che primeggia, poi nel finale la voce diventa uno scream e dopo una serie di stoppate il pezzo si conclude di colpo. Guardandosi allo specchio, nel finale, l'indovino si scopre essere nient'altro che un imbroglione.

As We Eternally Sleep on It

Il brano conclusivo è "As We Eternally Sleep on It (Mentre noi ci dormiamo eternamente sopra)", ci sono dei suoni ambientali, un lungo sottofondo inquietante con armonici alle corde, poi la voce sussurra, si aggiungono anche i piatti e la voce - pur lenta - sembra insistente nella sua regolarità e nella pronuncia atona. Il seme dell'uomo si congela sugli alberi, foglie argentate che hanno dei messaggi scritti sopra, Imitatori brillano in sequenze, tutti i colpevoli sono in catene d'oro. Queste frasi ci raccontano dell'estinzione umana, mentre ci sono degli "imitatori" che brillano in sequenze, espressione che sembra suggerire i robot o comunque i computer che, per l'appunto, sono programmati in sequenze di codice binario. Sembra quindi che si parla di un futuro in cui ci saranno degli imitatori, dei replicanti (come sono stati anche definiti da parte della letteratura e cinema fantascientifico) che brillano - cioè incarnano tutto ciò che è umano pur non essendo umani; mentre invece i colpevoli (probabilmente i veri umani) sono ristretti da catene d'oro, concetto che fa pensare ad piacevole e prestigioso limite, ma pur sempre una restrizione. La voce prende una piega più umana e dolce, melodica, in un passaggio successivo che sblocca la stasi, i piatti si fanno più veloci e la voce più acuta anche se è ancora un sussurro. Dopo il suono diventa una serie di arpeggi in clean accompagnati da un tribale e da momenti sinfonie sintetiche, quasi futuristiche, la voce si fa avanti ma ancora non è piena, è quasi un parlato con un accenno di melodia, il tribale incalza e sprona ad andare avanti, marcando il tempo che la chitarra rende inquietante con arpeggi sempre diversi e sempre più veloci, pressanti anche per via delle sinfonie che diventano più vicine e più frequenti. Il meglio degli uomini inciampa nelle proprie mangiatoie, imparando a camminare ad occhi chiusi; gli uomini più feroci sono vestiti da pecore, e non hanno la forza di fare più nulla. Uno scenario desolante, l'uomo stesso diventa inutile, l'umanità perde sempre più la propria forza e le proprie capacità, forse perché circondata da questi agi meccanici che diventano una parte sempre più indispensabile, quanto prevaricante, nella nostra vita. La razza si estingue così facilmente, naturalmente credono alla crudeltà ed alla follia di questo processo, che comunque non può essere invertito e tutti noi siamo colpevoli, tutti noi abbiamo firmato la nostra condanna, anche se ancora crediamo nella bellezza, che ormai riusciamo a raggiungere solo attraverso i sogni, e ci troviamo in un sogno eterno. Una parte strumentale, graffiata ed affilata, con note malinconiche ma taglienti, le strofe si susseguono senza variazioni particolarmente evidenti, ma semplicemente facendo in modo che uno od un altro aspetto siano più in risalto nel missaggio; quello che cambia sono le strofe cantate che continuano a raccontare del declino dell'uomo. Gli ultimi uomini si nascondono qui, addomesticati da tutto, ormai tutto quello che di umano restava in lui è sparito da tempo, lasciando solo la bestia che è dentro, quindi è la furia e l'istinto che prende il posto dell'umanità ed ora tutte le ricompense che potevano esserci, svaniscono. Un pezzo lungo, con passaggi strumentali che finalmente fanno ringhiare la chitarra che si mostra in diverse sfaccettature, propone diversi assoli tra una strofa e l'altra - che hanno l'effetto di allungare il brodo ma anche di permetterci di riflettere sulle disastrose conseguenze che sta avendo questa evoluzione umana). Dopo una pausa improvvisa l'assolo riprende, passaggi atmosferici e Progressive, dal gusto Rock, poi l'epilogo che ci racconta di come la bestia e la furia prendono il sopravvento, cancellato tutta l'umanità, in questo passaggio la voce sussurra, quasi spaventata, poi il silenzio e quindi il suono dell'organo che si spegne sempre più mentre la voce cerca di avere un volume sempre più basso, mentre aumenta l'effetto che rende robotica la voce che continua a ripetersi, in loop, a rappresentare il fatto che l'uomo ormai è diventato una macchina.

Conclusioni

Un album di qualità, un lavoro che è indice di un'attenzione e cura particolare, mostrante senza ombra di dubbio una certa sensibilità artistica degna del massimo rispetto. Non solo "The Antidote" si propone di andare di pari passo ad un romanzo, ma decide anche e soprattutto di abbracciare totalmente i suoi contenuti, senza piegare alcunché alla "ragion di Stato", se non il minimo indispensabile. Quel che troviamo in queste pagine / canzoni è un susseguirsi di vicende abbastanza impegnate, un concept toccante temi molto profondi ed esistenziali che si tingono di fantascienza nel finale ma che partono da premesse religiose all'inizio. Insomma, un gran lavoro in sede di scrittura, non c'è che dire. Per quanto riguarda l'aspetto più prettamente musicale, dobbiamo poi mettere in luce quanto il sound del gruppo, alla fin fine, oscilli: c'è un inizio in cui il Gothic Metal, dalle sfumature che abbracciano Dark ed Elettronica, si alternano all'aggressività che, pur con un timbro poco distorto in sé, grazie al groove riesce a suggerire influenze Melodic Death/Black Metal rese più evidenti dalla voce in scream, se non altro; una parte centrale in cui l'elemento Atmospheric sembra prevalere, lasciando poco spazio a tutto il resto che si riduce a momentanea parentesi tra un sussurro e l'altro; nel finale questi elementi si fondono, si mescolano e quindi abbiamo quanto sentito all'inizio, condito da assaggi di atmosfera ed Ambient. "Crystal Gazing", proprio per citare un titolo è l'esempio del connubio perfetto appena esposto. Una proposta musicale di tutto rispetto che ottiene di realizzare quello che è da sempre stato l'intento dei Moonspell: ovvero, creare una musica che fosse sperimentale, che si facesse forte delle alternanze tra il dolce e l'aggressivo per permettere di far risaltare (per mezzo del contrasto) entrambe le componenti. Infine, un genere fortemente plurale che risultasse comunque un ascolto non ostico, ma di facile fruizione. Tutto questo è stato ottenuto dal presente album, non c'è altro da dire. Un concept profondo che si basa su un libro e sviluppa, di pari passo con ogni capitolo del romanzo cui corrisponde un brano dell'album, un lungo discorso che va ad abbracciare fattori molto distanti l'uno dall'altro ma che hanno come filo conduttore l'umanità. All'inizio, l'umanità si rapporta col divino, prima ne è parte e ne gode, poi si allontana sempre più nonostante ogni tentativo del divino di avvicinarsi all'uomo. Un uomo che, preso dalle sue divisioni e paure, diventa cieco di fronte alle cose/situazioni più prettamente spirituali, perdendo la via e smarrendosi brancolando nel buio alla ricerca di se stesso. Si affida ad imbroglioni, a falsi profeti, si fa illudere, sedurre e tradire da approfittatori; cerca ancora di inseguire la bellezza e di arrivare al cielo, ma non sa guardare bene. Poiché se c'è il cielo da una parte e l'uomo dall'altra, quest'ultimo - credendo di guardare il cielo - si sofferma invece sulla propria immagine riflessa dal vetro. L'uomo diventa egoista, in sostanza. Questa compulsiva voglia di avere sempre di più, di accumulare cose che non servono, di avere comodità delle quali non sentiva il bisogno; ma che si trasformeranno in catene d'oro dal momento in cui l'uomo ne sarà tanto assuefatto da diventarne dipendente, cambiando le proprie abitudini ed allontanandosi sempre di più dalla propria natura, fino a rivedere il nucleo stesso dell'essere un uomo. Questa umanità compromessa, ed infine rimpiazzata dalle macchine, si sta estinguendo e la colpa è di ognuno di noi che ha messo la propria firma sulla nostra condanna. Un album meritevole di tanta attenzione, un grande picco artistico nella carriera dei Moonspell, che pecca di qualche momento ripetitivo quando invece poteva comodamente farne a meno, visto che la durata complessiva si avvicina ad un'ora. Un viaggio dentro noi stessi, accompagnato da una musica che incanta.

1) In and Above Men
2) From Lowering Skies
3) Everything Invaded
4) The Southern Deathstyle
5) Antidote
6) Capricorn at Her Feet
7) Lunar Still
8) A Walk on the Darkside
9) Crystal Gazing
10) As We Eternally Sleep on It
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