MOONSPELL

Sin/Pecado

1998 - Century Media Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
04/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

A svolta Gothic annunciata l'anno prima col singolo 2econd Skin, non troppo tempo dopo i Moonspell tirano fuori un album intero: "Sin/Pecado" (1998), pubblicato dalla "Century Media Records" in CD, vinile e cassetta. Quanto alla formazione, abbiamo: Fernando Miguel Santos Ribeiro alla voce, alla chitarra ancora Ricardo Amorim, al basso Sérgio Crestana (entrato in formazione in occasione del singolo e della pre-produzione di questo album), alla tastiera Pedro Paixã ed alla batteria sempre Miguel Gaspar; insomma la formazione che ha realizzato il singolo che ha di fatto introdotto questo album. Altra curiosità è il ritorno della collaborazione di Birgit Zacher che presta la propria voce per il quinto brano, ma non solo: la donna viene segnalata anche in veste di "vocal coach". Sarà anche un vezzo linguistico, adottare la terminologia inglese a discapito della terminologia nostrana, ma effettivamente esiste una differenza tra un insegnante di musica ed un vocal coach: mentre l'insegnante di musica si concentra sullo spartito, sulla teoria musicale ed in generale sul discorso teorico, il vocal coach si occupa di tutta la parte pratica e quindi aiuta a sviluppare la tecnica di canto. Anche se il vocal coach a volte si occupa comunque di altro, può essere un arrangiatore (addirittura, specie nella pop music, si occupa di scrivere ed arrangiare delle parti espressamente pensate per la voce dell'interprete che poi preparerà per l'esecuzione); nel caso specifico non è dato sapere quanto sia stata intensa la collaborazione di Birgit Zacher, sta di fatto che l'approccio canoro di Ribeiro è cambiato e si muove in direzione più pop. Altra cosa notevole in questo album è l'abbondante tracklist che raggiunge un'ora di durata spalmata in tredici brani. Un'ulteriore buona notizia risiede nel discorso da dedicarsi alla copertina. Anche questa volta tutti i lavori circa l'artwork sono stati diretti da Carsten Drescher, colpevole di brutture assurde nei precedenti album; tuttavia, in questa occasione, le buone idee avute sono state concretamente realizzate da Rolf Brenner, che nelle due precedenti pubblicazioni si era limitato alle fotografie. Effettivamente, in questa grafica è quasi tutto fotografia, scritte a parte, quindi è stato un bene che sia stata realizzata da un professionista del settore. A con ti fatti, il risultato è abbastanza eloquente: una suggestiva immagine che ritrae una ragazza bendata (non molti sanno che si tratta della modella Miriam Carmo), vestita con delle calze nere ed un reggiseno a fascia. La protagonista è legata ed assume la pose del Cristo crocifisso, col quale condivide la stessa espressione di sofferenza. Nonostante ciò l'immagine appare dissacratoria: la situazione sembra il risultato di un gioco erotico di sottomissione, il titolo non fa che confermare questa interpretazione, anzi la suggerisce evocando il tema del peccato. La realizzazione non lascia certo a desiderare, in ogni caso la stessa immagine viene riproposta in salse diverse per tutto l'artwork del CD; il ché non è necessariamente un male: può anche essere stata una scelta intenzionale per dare compattezza al lavoro. Ancora una volta il nome del gruppo viene riportato con un font basilare, che continua a cambiare (perlomeno non è imbarazzante, almeno questa volta..) mentre il titolo spicca di più. Dal punto di vista puramente tecnico, invece, la band si affida come da principio alle sapienti mani del produttore polacco Waldemar Sorychta, "nume tutelare" dei Moonspell sin dai tempi di "Wolfheart". L'uomo è dunque chiamato ad una difficile missione, ovvero quella di traghettare il gruppo verso lidi sostanzialmente differenti dagli stilemi iniziali. Avevamo già intuito un cambio di rotta significativo analizzando l'EP "2econd Skin", e dunque non ci resta altro da fare che approcciarci all'opera completa, spingendoci ancora più a fonndo, per poter valutare appieno quanto il nuovo lavoro del gruppo, in combo con il produttore, sia stato effettivamente valido. C'è da dire, spezzando una lancia in favore dei Nostri portoghesi, che la loro proposta non è mai stata - di certo - fossilizzata su di un unico stilema. La voglia di sperimentare è sempre ben accetta, e soprattutto riesce a fare in modo che un gruppo sopravviva sempre a sé stesso, rinnovando continuamente il proprio sound e rendendo quest'ultimo sempre accattivante, particolare ed imprevedibile. C'è anche da dire, però, che non tutti riescono immediatamente in questa difficile missione. Tante sono le incognite, e tante sono le variabili. Il risultato, come sempre, è visibile solamente a bocce ferme. Il pubblico diviso in due quanto la critica, come ogni volta. Addentriamoci, dunque, in questa nuova opera targata Moonspell, cercando di carpirne le varie sfumature, le varie sensazioni che la predominano; soppesando tutto il materiale sino ad ora recensito, vedendo quanto possa essere, "Sin / Pecado", un passo avanti o magari indietro rispetto alle altre produzioni.

Slow Down!

Iniziamo con "Slow Down! (Rallenta!)", una breve introduzione che serve ad aiutarci ad entrare nell'atmosfera dell'album. In una prima metà possiamo sentire solamente dei rumori di sottofondo in un crescendo, tonalità basse, poi un'esplosione improvvise con canto melodico e vibrato, tasti di pianoforte che suonano all'impazzata, ancora una voce che ha un ché di arabo, infine una voce cupa (quella di Ribeiro) che dice "slow down!". Un pezzo del genere ci fa apprendere quanto le piccole influenze arabe, che i Moonspell inserivano nel loro Metal mediterraneo, tornino a farsi apprezzare.

HandMadeGod

Produzione chiaramente ad alti livelli, la track precedente, ma bisogna passare a "HandMadeGod (Dio fatto a mano)" per poter avere un ascolto più chiaro. Il brano inizia con percussioni, esplosioni, suoni campionati ad altissima qualità, atmosfere da incubo con quella piccola voglia di sperimentare, poi una fanfara apre le porte ad un riffing abbastanza cattivo, dall'incedere maestoso, che si alterna a preziosismi magici, la melodia si prolunga con variazioni ritmiche e quindi appare la voce di Ribeiro. Bisogna dire due cose a proposito: la post-produzione alla voce si nota e sicuramente avrà aiutato, però c'è anche da dire che (forse anche merito della vocal coach, chissà!) ma il miglioramento è evidente. Ribeiro riesce a sfruttare il suo timbro caldo e scuro, si destreggia abilmente nelle variazioni espressive con pause di stile, per poi diventare più disinvolto ancora nelle tonalità medie che strizzano l'occhio al Gothic Rock. Insomma un brano che fa capire immediatamente che il gruppo punta molto sulla voce di Ribeiro, sulle melodie della tastiera con suoni prodotti in modo eccellente; la chitarra fa da ponte tra ritmo e melodia propendendo spesso per il primo, assieme ad un basso (decisamente in secondo piano) ed una batteria dallo stile semplice ed accattivante, che sceglie spesso lo stile tribale per esprimersi. Piccoli punti in cui la chitarra prende grinta e velocità, la voce non è in scream ma esegue un sussurro cattivo. Con questo pezzo ascoltiamo un gruppo maturo e giustamente consapevole delle proprie capacità, l'assolo inizia in modo graffiante e viene accompagnato dalla voce, ritmo e melodia si intrecciano benissimo. Ad un certo punto il momento mistico, con melodie e percussioni, quindi spunta la chitarra che si lancia in vorticosi arabeschi, con la tastiera che si sposta in tonalità più basse col suono dei corni, la tecnica c'è e si sente. Di nuovo la voce ed il sound si fa Gothic Metal ed oscuro, il Black Metal è davvero molto lontano, assente; le sinfonie sono la novità e stanno davvero benissimo. Il testo parla di una ragazza, definita come una vipera che cova nella nostra testa in attesa di essere nutrita, un parassita che specula sulla fine; nel ventre di una donna c'è un'intera stirpe di uomini che hanno paura di creare, di prendere posizione ed andare avanti. Gli hanno promesso un miracolo, un dio tutto suo da tenere. Ad un certo punto si chiede se sia una cosa giusta indulgere nell'estasi di creare un dio, che sia fatto esattamente come lui, che possa vedere e provare tutto ciò che prova lui, che sia tutto ciò che lui avrebbe desiderato essere. Una riflessione molto profonda che arriva a centrare il punto secondo il quale gli uomini avrebbero creato le loro divinità su misura, esattamente a questo scopo: quello di mitizzare tutto ciò che desiderano essere, insomma hanno creato degli idoli per proiettare il proprio ego e per ridisegnarlo a piacimento. Quando questo fenomeno parte da individui forti gli idoli sono una forma di autocelebrazione, quando questo fenomeno parte da individui deboli questi idoli rappresentano l'inversione dei ruoli e determinano il sovvertimento dei ruoli che, come insegna la sindrome di Stoccolma, porta la vittima a venerare il carnefice. Un testo profondo, che rende chiaro anche quale sia il tema principale dell'album confermando l'intuizione ispirata dalla grafica in copertina.

2econd Skin

Dopo un inizio ad alti livelli passiamo a "2econd Skin (2econda pelle)", il singolo che è stato pubblicato e pubblicizzato in anteprima rispetto al resto dell'album, brano che personalmente non mi ha entusiasmato (anzi, il contrario!). Abbiamo dedicato un'apposita recensione per questo brano, completa della descrizione del videoclip, quindi in questa sede ricorderemo i fattori fondamentali. Un pezzo sicuramente molto acchiappone, che parzialmente rinuncia alle caratteristiche Metal per virare verso il Rock, ammorbidendo le sonorità e puntando maggiormente sul ritornello melodico ripetuto quanto più possibile. Questo brano mira ad un pubblico più ampio e frustra tutto lo stile costruito dal gruppo negli anni, giusto per entrare in un mercato più redditizio. C'è una parte più aggressiva ma la voce viene effettata in stile Industrial per renderla più potabile al grande pubblico e quindi lo scream è come se non ci fosse, una miriade di effetti alla chitarra ed effetti speciali un po' ovunque. Un testo decisamente censurato, nessun riferimento religioso e perfettamente a "bollino verde". Le soluzioni adottate, a livello compositivo, sono davvero magre: fantasia ridotta a brandelli; col testo siamo più o meno là con tutta una serie di banalità trite e ritrite. Il concetto fondamentale del testo è appunto questa seconda pelle, una specie di maschera che copre il proprio vero essere; il protagonista del testo chiede alla ragazza di portarlo al di sotto di questa pelle ed insegnargli tutto. Poi c'è un piccolo riferimento al sesso ed infine il quesito su cosa davvero distingua i confini della linea che separa il crimine dalla religione. Un testo banale, con parole messe una dietro l'altra per fare bella figura, magari anche riprendendo parti di concetti che si trovano in altri testi dell'album. Una pessima scelta per un singolo perché, perlomeno dal punto di vista di chi ne apprezza la dimensione Metal, non è affatto una bella prova.

Abysmo

riprendiamoci dalla delusione con "Abysmo", che parte con un effetto e prosegue con armonici acuti alla chitarra, poi percussioni chiare e cristalline che proseguono e prendono vigore mentre il basso inizia a pulsare, finalmente bello evidente nel sound. Sonorità leggere e stile da ballad, la strofa è molto aperta ed è anche piena di suoni programmati, poi parte il ritornello con coro di rinforzo ed effetto alla voce, la batteria è triggerata ed in questa fase, durante lo stacco, si nota per quanto è secco e privo di coda il suono? che un po' uccide l'interpretazione perché la fa diventare un po' troppo rigida. Alcune incertezze vocali di Ribeiro, più che altro nella scelta delle armonie, poi una fase strumentale che mette in risalto i suoni di chitarra che si muovono tra Rock e Metal, poi una parte parlata, ancora un effetto, poi effetti alla chitarra e tocchi ai piatti, tastiere futuristiche (del tutto fuori luogo) e quindi una nuova strofa con una voce che comunica davvero poco e si muove in modo incerto ed inconcludente. Non si capisce bene il senso del pezzo, che continua con altri armonici ed un tribale alle pelli, poi altri effetti da videogame piazzati per fare scena prima della ripetizione del ritornello. Questo pezzo sta nella stessa scia del precedente e si distingue proprio per il suo essere un anonimo mucchio di effetti piazzati sopra passaggi banali. Il testo parla di uomini con radici ed ali, due concetti che contrastano: l'immobilità e la mobilità per antonomasia. Lo stesso paradosso si rivela nel fatto che questi uomini vengono legati a terra ed allo stesso tempo invitati a volare via; si lamentano tutti insieme con un'unica voce. Sono insegnamenti mai ascoltati e corpi in fumo, insegnamenti fraintesi; hanno imparato ad apprendere ovunque, in qualunque situazione, la loro stessa natura gli ha insegnato ad attendere. La differenza suona come un peccato, è l'uguaglianza a dare sollievo, nonostante il successo vada di pari passo con l'odio sembra giusto; in questo passaggio notiamo un'evidente critica al conformismo ed il fatto che l'essere diversi ed avere successo susciti così tanto odio ed invidia. Ecco che quindi questi uomini immobili e radicati si illudono di volare ma in realtà non fanno altro che criticare chi si distingue, chi vola davvero e si allontana dai dettami del gregge. Un testo interessante che non viene valorizzato molto dalla musica che di originale e differente dalla massa ha davvero poco (anzi è proprio un tentativo di avvicinarsi alle sonorità appetibili alla massa).

Flesh

Arriviamo a "Flesh (Carne)", begli effetti iniziali con chitarre ed arpeggi pannati, dal sapore mediorientale, il sussurro di Ribeiro è effettato in modo orribile, per niente caldo è freddo e robotico. Di colpo spunta la voce di Zacher, un arabesco carico di femminilità e vibrazioni, i suoni si arricchiscono di percussioni e quindi possiamo sentire il suono del sitar (anche se si capisce chiaramente che non è un vero sitar ad eseguire la parte) accompagnato da colpi di percussioni a mano (probabilmente la tabla). Un brano che ci fa immergere in un'atmosfera da raga, percussioni con piatti e poi rintocchi di campane introducono un momento Gothic che entra in gioco con sinfonie decadenti, piene di piatti che si ripetono in loop e si mescolano col ritmo delle pelli; archi si intrecciano alle precedenti melodie in un ultimo crescendo. Silenzio e quindi gli ultimi suoni chiudono il brano. Particolare, un pezzo che funge da intermezzo in cui gli strumenti tradizionali da gruppo Metal non si fanno sentire per lasciare spazio ad atmosfere di Paesi lontani disegnando paesaggi che, davvero, non c'azzeccano molto con tutto quello che è stato descritto fino ad ora negli altri pezzi. Se in altri brani l'influenza mediorientale si poteva giustificare con un apprezzabile intento di voler rendere un Metal mediterraneo (includendo quindi il nord Africa che è mediterraneo a pieno titolo!), qua ci siamo spostati verso l'oceano indiano, senza motivo. Si apprezza la performance di Zacher, per quanto fugace. Il testo è brevissimo, chiede se abbiamo mai amato una donna che, invece di farlo con un dare, ci ha sedotti con uno scambio; poi chiede se abbiamo mai amato un uomo del genere. Con un testo così evanescente ogni interpretazione sarebbe plausibile ma, cercando di offrirne una più verosimile possibile, viene da pensare alla differenza tra l'amore genuino, che nasce da un desiderio di dare, e l'amore poco sincero che spesso nasce da una volontà (o peggio necessità) di effettuare uno scambio, commerciare. Questo scambio potrebbe consistere nel più becero prezzo della prostituta ma, in una chiave più ampia, potrebbe essere anche l'unione di convenienza per le più svariate ragioni: economiche, politiche, morali e quant'altro.

Magdalene

Passiamo a "Magdalene", pezzo del quale è interessante analizzare prima il testo. Infatti notiamo che le poche righe di testo del precedente brano non sono altro che un estratto del testo di questo e ne confermano l'interpretazione data, ampliandone il senso. Si chiede se abbiamo mai amato una donna che si rivela essere una piccola intrusa in quello che dovremmo essere, insomma in contrasto con quello che dovremmo essere, una donna che invece di effettuare uno scambio, dà. Chiede di condividere il serpente del peccato, di confessarlo. Ha appreso dalle labbra del peccato cose molto differenti da quelle che gli sono state dette, da quello che lui dovrebbe essere, ma adesso che ha appreso deve lasciare andare le dolci braccia della donna. Le braccia della donna lo avrebbero strangolato per impedirgli di morire; ma invece lui sceglie le braccia della croce che lo uccideranno per farlo vivere in eterno. Un testo davvero molto profondo ed il riferimento, inutile precisarlo, va proprio a Gesù e Maddalena. In questo testo si romanza di un amore e tutto il resto (ce ne sono molte speculazioni in proposito e non è certo questa la sede per trattarle) ma il concetto principale è questo inversione: le braccia di quella donna lo avrebbero trattenuto con la forza pur di impedirgli di andare alla croce, così vanificando l'opera salvifica che quel sacrificio avrebbe compiuto; mentre le braccia rigide e senza vita della croce, portatrice di morte, sono state il mezzo attraverso il quale è stato compiuto il sacrificio così importante che ha decretato l'eternità e la salvezza. Una chitarra con arpeggio e delay, effetti spaziali, tristezza nelle melodie e suoni molto curati; poi parte un loop con percussioni sintetiche, poi atmosfera alla Depeche Mode, con voce profonda e melodica. Il suono si apre improvvisamente ed il basso si ritaglia un grosso spazio, la voce alza di tonalità e quindi lo stile è totalmente Dark Rock, simile ai Depeche Mode, con davvero niente Metal. Altro arpeggio e note orientali, questa volta giustificate dai luoghi in cui si svolge la storia che si racconta. Parte di nuovo la strofa, con arpeggi e suoni sintetici, stacco di batteria ed in un nuovo ritornello acchiappone, voce morbida e sensuale (con un sacco di effetti e coro). Un lavoro che, nonostante si sposti in un genere molto lontano dal Metal, ha una sua validità ed è innegabilmente ben fatto (a differenza di 2econd Skin); si può solamente notare che con questo pezzo i Moonspell si allontanano definitivamente dal Metal, sonorità leggere e morbide, coinvolgenti e sognanti. Un bel brano che si sposta verso il Rock più melodico, a tratti Dark ed a tratti Gothic. Nella fase finale viene lasciato ampio spazio alle percussioni.

V.C. (Gloria Domini)

"V.C. (Gloria Domini)" è il brano successivo, in cui V.C. sta per Vulture Culture (cultura degli avvoltoi). Un inizio orchestrale, con armonici acuti, poi dei colpi di batteria su campana e piatti, poi un giro di basso ed arpeggi puliti alla chitarra che, poco dopo, si fa più grintosa. Tastiere che ricordano armonie gregoriane, poi la voce scura di Ribeiro racconta, parlando; l'atmosfera vampirica si spegne presto e si passa ad un Rock/Pop con tonalità medio/alte ed un leggero tocco di Gothic. Ancora una volta si prende velocità e Ribeiro si lascia andare in altre parole, recitate, senza però mai grattare con la voce. Arpeggi si alternano a ritmi graffiati alla chitarra, la batteria tiene un ritmo statico e si concede poche variazioni, altra esplosione di suono arricchita da inserti di tastiera; molti gli effetti alle chitarre, ad un certo il basso pulsa prepotente mentre in sottofondo si sente una chitarra graffiare un assolo. Si riprende con una tastiera che replica un organo vampirico, colpi al basso ed anche qualche popping virtuoso per accendere il ritmo con tocchi più carichi di groove. Crescendo di intensità, acuto di chitarra e quindi una variazione del ritornello che porta a conclusione un brano che è davvero difficile da collocare, sembra una cosa di mezzo tra tutti gli stili fin qui nominati. Non tutte le scelte sono indovinate, tende a fare spettacolo con un sacco di effetti messi là a fare scena; un pezzo poco compatto con tanto fumo attorno. Nel testo si parla del fatto di approfittare delle culture passate, appropriandosi della loro identità, facendola propria per giovarsene; si riferisce a Cristo. Qua entra in gioco il vecchio fatto: è innegabile che la religione/cultura cristiana abbia tratto la propria dottrina, i propri usi e tutto il resto, dalle culture passate (sarebbe stato inevitabile non farlo, del resto). In questo caso il problema sta nel fatto di monopolizzare quelle cose, usarle per il proprio esclusivo guadagno. La sua piccola bambina si suicida ancora una volta mentre lui è così occupato a leggere un altro passo del libro della cultura degli avvoltoi; Dio ha una sorpresa, ma quando viene proposta la cultura di popoli morti davvero è difficile sopportarlo. Ognuno ha il suo prezzo, cultura che si vende e che si scambia per il benessere, gente che rinnega le proprie origini salendo sul carro del vincitore, del più forte. Un testo aspro, con una critica abbastanza forte senza essere mai esplicita.

EuroticA

Ascoltiamo "EuroticA", campane tubolari e rumori, poi un annuncio di uno speaker, una chitarra dalla distorsione Industrial, arpeggi puliti molto curati, la voce di Ribeiro è un sussurro invitante che diventa sempre più pieno ripetendo il ritornello. Ad un certo punto parte la dance ed EBM più spinta, suoni sintetici con ritmi incalzanti; di nuovo gli arpeggi puliti e la voce di Ribeiro che ripete il crescendo, con sussurri sovrapposti. Ancora una volta una scarica di musica Elettronica, accompagnata da altri suoni sintetici che disegnano sinfonie, suoni elettrici come scariche danno quella nota Industrial, la chitarra si ripropone in plettrate cadenzate e ripetitive. Un momento atmosferico e di nuovo la voce, in un ritmo da dance, continua a parlare e diventa un sussurro. Poi un coro carico di groove, con una cadenza da hip-hop, si alterna alla voce pulita. Altra botta di ritmo campionato con crescendo vocale, il ritornello si incolla in testa e non la abbandona, gli effetti alla voce e le sovraincisioni ossessionano l'ascoltatore avvolgendolo. Con questo pezzo siamo ancora molto lontani dal Metal, però finalmente si ascolta una sperimentazione degna: un ritornello molto leggero e catchy, vero, ma davvero bello e coinvolgente dannazione! I suoni campionati e quel poco di chitarra hanno un'aria molto aggressiva che riesce a far contento l'ascoltatore abituato alle sonorità del Metal. Il testo ci dà il benvenuto in questo posto in cui ognuno è nostro? e noi siamo ognuno; un posto in cui tutti sono sani di mente, in cui ci risparmiano la sofferenza di essere noi stessi. No: qua arriviamo tutti per essere piacevolmente sorpresi, forse sfruttati ed abusati, ma che importa? Pensiamo solo a bere, mangiare, dimenticare ciò che siamo; pensiamo al sesso sicuro, pensiamo a divertirci. Sarebbe brutto da parte nostra pensare di poter andare avanti da soli, di poter avere il controllo sulle nostre azioni; sarebbe brutto pretendere di essere se stessi. In questo testo si presenta una visione di un futuro in cui tutti sono uniformi, in cui tutti possono fare tutto e tutti controllano tutti. Un mondo in cui la globalizzazione sfrenata ha portato all'azzeramento delle culture (e qua ci colleghiamo al discorso degli avvoltoi della cultura di cui prima) ed ora gli uomini sono semplici burattini del conformismo in cui nessuno viene lasciato dietro, ma a nessuno viene permesso di andare avanti. Un mondo in cui l'omologazione può avvenire solamente - e ciò è triste - al ribasso.

Mute

Dopo questi scenari poco incoraggianti arriva "Mute (Muto)", tastiera ad organo ed atmosfere spiritiche per questo inizio, la chitarra elettrica si fa strada in un ritmo semplice e lento, che si ripete senza variazioni anche un po' troppo. Variazione alla chitarra e quindi la voce di Ribeiro, per fortuna senza essere carica di effetti, acuti di chitarra e qualche stacco per dare vitalità al pezzo. Un bel brano, il sussurro di voce viene rovinato da rumori (simili a quelli dei laser durante le battaglie spaziali? tristissimi), intanto il pezzo assume una piega da ballad e sarebbe davvero bello se non fosse carico di troppi effetti messi a sproposito. Il pezzo è troppo carico di robaccia che copre le cose interessanti, di nuovo stacchi, sovraincisioni di chitarra elettrica ed ancora crescendo vocali che si inseriscono nella struttura fatta di pause. Ancora effetti da videogioco che distruggono l'atmosfera e non hanno alcuna utilità, se non quella di essere brutti, passaggi sui piatti mentre si ripete il ritornello. Momento atmosferico con suoni sintetici, basso volume e poi potenti colpi alla cassa introducono una variazione della strofa con un basso più in primo piano, ancora chitarra melodiche e lo stile resta principalmente Rock. Assolo strappalacrime alla chitarra, struttura da Rock/Blues, ritmo alla chitarra di accompagnamento mentre l'assolo si trasforma in una linea melodica stabile per poi esplodere di nuovo in vibrati e crescendo di velocità fino ad arrivare al culmine con vorticosi passaggi tra fischi ed evoluzioni melodiche. Tastiere e di nuovo un ritornello, ancora effetti, quindi il finale. Un pezzo confuso, pasticciato di un sacco di cose che non hanno fatto altro che rovinarlo. Sembra una dichiarazione d'amore, ma non è molto chiaro a chi sia rivolta. Il narratore invita ad avvicinarsi a lui, a viverlo percorrendo all'indietro la sua vita, ma senza guardarsi alle spalle, sopravvivere è una cosa complicata. Se solo il silenzio potesse parlare la sua voce sarebbe forte, si sente muto senza di lei, si sente nudo, nessuno sa toccarlo come fa lei; se solo lei potesse strisciare verso di lui e liberarlo da tutto il peso che lo affligge. Quel Gesù di carta (un santino probabilmente) sul suo muro farà loro versare sangue per redimerli, mentre lei cammina il suo travestimento da diavolo si dissolve, rivelando il suo volto. Un testo particolare, affatto banale, che però viene vanificato dalla musica davvero poco adatta a tratti.

Dekadance

"Dekadance", un gioco di parole così intrigante, un testo non tanto interessante purtroppo. Si chiede se si sveglierà domani, se magari si alzeranno trovandosi nati con delle bende agli occhi e dalla sua bocca fuggisse una canzone; con questa voglia di non appartenere a nulla, di imitare ciò che è sbagliato. Si sveglierà dentro una gabbia fatta d'oro, con un innato desiderio di essere uno di loro per non essere più solo, farà di tutto per ottenerlo. Spalancato dall'interno, il primo sospettato, come legare le mani ad un cieco, come insegnare i colori ad un cieco, chiedendogli di reagire. Domani sentirà il bisogno di essere artificiale, decadente con eleganza. Ecco spiegato il gioco di parole che, non avendo niente a che vedere con il ballo, si riferisce al connubio tra decadenza ed eleganza di questi esseri sintetici per come li abbiamo già visti descritti in EuroticA. Un inizio fatto di suoni sintetici, in effetti il paragone con EuroticA vale anche con riferimento alla musica; ritmi e suoni da musica elettronica, poi una voce suadente appare a tratti. Chitarre elettriche ed il pezzo sembra diventare i Dark Rock degli altri brani, anche se ricco di elettronica che non sta male e non è messa a sproposito. Altra ripetizione della strofa, gli effetti cambiano così come la tonalità del cantato e dell'accompagnamento, nuova scarica di vitalità e quindi gli effetti abbondano in un nuovo crescendo introdotto da un sussurrato. Percussioni e suoni sintetici, stanno bene e sono accompagnati da un tribale alla batteria, arpeggi alla chitarra e la voce continua a farsi sentire, gli effetti alla tastiera sono in sottofondo pronti a balzare. Il basso prende il suo spazio e si fa sentire mentre la chitarra si esprime in tonalità più alte e melodiche. Il pezzo torna di nuovo in lidi elettronici, poi a sorpresa un assolo di chitarra in stile mediorientale, veloce, vorticoso, accompagnato da un basso frenetico ed una batteria che gioca molto col rullante; l'assolo si prolunga e si evolve per poi diventare un accompagnamento ritmico che porta ad un nuovo ritornello, poi tribale e finale con effetti sintetici e tastiera. Se l'inizio del pezzo sembrava molto elettronico, tutto il resto ha avuto meno effetti degli altri brani. Un pezzo indovinato che non dispiace affatto.

Let the Children Cum to Me..

Adesso arriva "Let the Children Cum to Me.. (Lasciate che i bambini vengano in me?)", non si può fare a meno di notare il titolo con questa allusione.. quindi passiamo immediatamente al testo. Si rivolge alla piccola sposa di Gesù, chiedendo perché gli abbia sorriso e cantato; poi racconta che si dice che Dio sia dentro ognuno di noi, ma certe volte è dentro in modi che non vorremmo (altra allusione, forse pure squallida). Poi si dice che Dio agisce in modi misteriosi, assume molte forme e lui le conosce e le ama tutte, ci crede, non importa come. La lingua che prega è la stessa lingua che lecca (ci risiamo), quelli che si inginocchiano per pregare si ritroveranno presto a quattro zampe a ricevere l'amore di Dio senza poter vedere chi sta dietro di loro indossando la maschera di Dio. Allusioni forti: insomma questa sottomissione che si dimostra pregando ci porta poi ad essere vittime di chi se ne approfitta e, indossando la maschera di Dio, ci sottomette e ne trae profitto (per non dire che ce lo mette al culo). Un testo che si concede critiche abbastanza aspre, forse solo nei confronti di chi si approfitta della fede altrui, forse proprio a monte nei confronti di quella fede stessa che pone la gente nelle condizioni per essere abusata. Suoni distorti ed il pezzo inizia con vigore, effetti e chitarre, batteria con molta cassa, la voce è un coro di sussurri effettati, ipnotici. Stoppata, cori angelici femminili, poi la strofa con la classica voce di Ribeiro ed un riff ritmato con l'altra chitarra che approfondisce gli armonici acuti, poi melodie ed ancora cori di accompagnamento. Stacco grintoso e la voce prende più pienezza, senza grattare, si continua sulla stessa linea e poi la chitarra tira da sola per un po' con melodie Rock. Un pezzo abbastanza ripetitivo fino ad ora, povero di spunti e fiacco. Nella fase centrale le stesse parti prendono più vita grazie ad una batteria che scioglie le briglie e prende velocità con stacchi di tom e cassa; poi plettrata lunga che lascia il coro solitario di voci femminili; uno spazio tutto per il basso accompagnato da colpi ai piatti, brevi apparizioni di chitarra ed il pezzo rimane strumentale fino a quando non entra in gioco un tribale di pelli, con arpeggi acuti alla chitarra in clean, con un certo riverbero. Più avanti il pezzo si fa più insistente, qualche scelta sembra un po' stonata, però comunica questa alternanza tra grinta e melodia (molto meno evidente rispetto ai precedenti del gruppo). Potevano fare di meglio, decisamente: il pezzo è molto lungo e noioso.

The Hanged Man

"The Hanged Man (L'impiccato)" inizia con un suono di flauto, melodie semplici e quasi bucoliche, poi un arpeggio di chitarra e la voce sensuale di Ribeiro completano il quadro restituendo un'impronta di Folk/Gothic molto piacevole. Sensibilità anche nelle plettrate successive, coi suoni dei gabbiani (ottenuti con campionamenti di strumenti), percussioni acute, atmosfere marine e piatti che si infrangono come onde. Ancora suoni acuti che si oppongono alla voce bassa e gutturale, un pezzo molto rilassato e, per fortuna, senza effetti a deturparlo. Il pezzo prende una nota più morbida col basso e poi si evolve con una piega più aggressiva aumentando la distorsione delle chitarre, così si apre un coro disteso e prolungato, fatto di note calde. Ancora lunghi accordi di chitarra distorta mentre la chitarra classica resta in primo piano, il basso è ancora pulsante e la batteria alterna rullante e tom mantenendo la cassa stabile. Note Blues con accenno di assolo che dialoga con la voce che propone una nuova strofa carica di intensità, l'assolo quindi esplode ed occupa tutta la scena, sfogandosi in eleganti evoluzioni che, senza fretta, scaricano un'intrigante melodia non priva di qualche spina. Un nuovo ritornello, le voci si alternano e si avvolgono a spirali, dove finisce una inizia l'altra, un brano maturo che tradisce una certa sensibilità che si allontana dai riflettori e dalle esigenze delle riviste patinate. L'equivalente di Alma Mater per questo album, in qualche modo. Il titolo fa riferimento al noto tarocco dell'impiccato, invita la donna ad avvolgere le braccia attorno al suo collo come se fossero il laccio dell'impiccato. Bisogna subito precisare che - notoriamente - la carta dell'impiccato mostra un uomo che è appeso per una gamba (non per il collo!) mentre l'altra forma una specie di 4, penzolando; il riferimento odinico è immediato ma non staremo qua ad approfondirlo. La figura dell'appeso (non proprio impiccato, ma si dovrebbe tradurre come appeso) descrive l'uomo che rimane in sospeso: il laccio che fa soffrire il suo corpo lo tiene lontano dal suolo (e lo avvicina al cielo) capovolgendone la posizione (l'inversione dei valori dalla quale si trae l'illuminazione); ci sono davvero tantissime interpretazioni di questa situazione. Un'interpretazione richiama la necessità di fermarsi, di pensare facendo un ragionamento astratto e quindi frenare le impulsioni fisiche per fare affidamento unicamente nelle capacità mentali; un'altra interpretazione ne coglie il lato negativo della costrizione all'immobilità in un lungo momento di pensiero cui, in ogni caso, non potrà conseguire alcuna azione. Silenziosamente lei seduce la brezza, poi schiude le labbra per sussurrargli un invito a seguirla; lei sa scatenare in ognuno la voglia di indagare nella verità di ogni storia, mette il desiderio di rinascere e strisciare come un serpente in ogni calda stagione. Lei sola lo può guarire. Tutto ciò dà voglia di passare attraverso il suicidio di qualcuno che era già morto dentro, smentire qualcosa che non si è mai conosciuto, dà voglia di stare per sempre legato alle braccia di un uomo appeso. Ecco, in questo ultimo passaggio, scatta il riferimento analogico: il Crocifisso e l'appeso come un'unica figura, entrambi subiscono un sacrificio corporale per trascendere, per arrivare a realizzare un qualcosa di astratto e superiore, per arrivare a comunicare coi cieli. Qui sta lui, per capire; in effetti lo stesso episodio accaduto ad Odino - una vera e propria ordalia che ne ha temprato l'animo donando nuova conoscenza - ha fatto la stessa cosa per Gesù che, dalla crocifissione, ha tratto la resurrezione per sé assieme alla purificazione salvifica per l'uomo che, secondo il Suo esempio, vorrà sottoporsi allo stesso tipo di sacrificio per riuscire a trascendere e comprendere la realtà immateriale che non è visibile all'occhio. Un testo molto profondo. 

13!

"13!", di nome e di fatto, conclude l'album. Percussioni campionate, piatti specialmente, poi archi in sinfonie basilari che presto si riempiono di altri strumenti orchestrali; il risultato è qualcosa di gotico, oscuro. Il ritmo, immutato, continua imperterrito nonostante la melodia si spenga poco dopo.. l'insistenza del ritmo ha qualcosa di ipnotico, come se voglia accompagnare od ispirare una qualche percezione sensoriale. Di nuovo gli archi che emergono solenni, in netto contrasto coi ritmi campionati in eterno loop, la melodia continua ad evolversi ed accenna un crescendo di volume e tonalità che poi non raggiunge mai l'apice, di colpo un motivetto e la voce di uno speaker, di qualche radio o televisione, che ringrazia di essere stati con loro questa notte e ci invita a domani. Un finale simpatico e leggermente inquietante.

Conclusioni

Facendo il punto della situazione, ci troviamo di fronte all'album lanciato da un singolo davvero pessimo, un album che però non ha in sé tutti i difetti di quel singolo (non sempre perlomeno). I Moonspell sembrano aver deciso di rendere la propria musica più orecchiabile e commerciale, lo fanno con brani che si ispirano al successo di Opium e che vogliono infilarsi in un filone vincente quale quello dei Depeche Mode, i quali in alcuni casi vengono un po' scopiazzati, seppur in buona fede. Il sound del gruppo è vistosamente cambiato, di Metal adesso c'è poco e possiamo parlare piuttosto di un Rock che oscilla tra il Gothic ed il Dark, con un sottofondo che non sa decidersi tra Industrial e Folk/Tribale, tutto stracarico di effetti che il più delle volte non fanno altro che rovinare tutto; insomma, la carne al fuoco continua ad essere molta ed infatti di pasticci ce ne sono, emergendo soprattutto quando queste sonorità vengono combinate a casaccio pur di realizzare dei pezzi che suonino quanto più possibile semplici ed immediati. Voci grattate nemmeno l'ombra, la distorsione pesante alle chitarre è un vago ricordo; batterista rimpiazzato da loop programmati, insomma se tutto questo portasse a dei lavori sperimentali avrebbe senso, come ne avrebbe se si trattasse effettivamente di un disco votato alla commercializzazione spudorata della band.. ma così, in questi termini, "Sin / Pecado" sembra quasi non avere significato alcuno. Stiamo parlando, a conti fatti, di pezzi che puntano al facile ascolto ma che si ostinano contemporaneamente a voler mantenere quell'ambizione per la sperimentazione (che comunque non viene soddisfatta neanche un po' dai risultati). Insomma, i Moonspell si reinventano per fare qualcosa di nuovo; e questo che abbiamo udito è effettivamente nuovo per loro, ma è vecchio per tutti gli altri che sono già abituati a sentire musica del genere. Non convince: non ci sono più le famose alternanze tra seducenti melodie e furiose cariche, adesso è tutto più fiacco, anche se ad onor del vero ci sono momenti positivi, i quali non riescono tuttavia ad innalzare di troppo il livello generale. Un album piacevole da ascoltare, i momenti bassi sono pochi, ma niente di più. Grafica finalmente degna, quello che davvero colpisce in questo album sono i testi: a parte qualche strafalcione o banalità c'è da dire che le liriche sono risultate spesso mature, sollevando questioni o compiendo riflessioni particolari che non si vedono spesso in determinati ambiti; sono decisamente il punto forte di questa pubblicazione assieme al concept generale, che funziona. In sostanza, però, abbiamo dinnanzi un gruppo che, probabilmente non soddisfatto, cerca di trovare una nuova identità, cosa che non è affatto facile; con questo album si notano tutti i limiti di un approccio troppo patinato, approccio funzionale alla ricerca di un pubblico ampio. Alcuni ripensamenti e la voglia di provare cose nuove hanno quindi portato il gruppo a realizzare un tipo di musica che non è abbastanza semplice e banale per essere Pop, pur subendo molte limitazioni (specie a voce e chitarra) che le impediscono di essere Metal.

1) Slow Down!
2) HandMadeGod
3) 2econd Skin
4) Abysmo
5) Flesh
6) Magdalene
7) V.C. (Gloria Domini)
8) EuroticA
9) Mute
10) Dekadance
11) Let the Children Cum to Me..
12) The Hanged Man
13) 13!
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