MOONSPELL

Memorial

2006 - SPV Records / Steamhammer

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
26/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Passano tre lunghi anni prima che i Moonspell tornino a farsi sentire, prendendosi quindi una pausa abbastanza importante. Tornano col botto, lanciando un singolo ed immediatamente dopo "Memorial" (2006) il quale viene pubblicato dalla "Steamhammer", una sottoetichetta della SPVspecializzata in Heavy e Thrash Metal; difatti, quello stesso anno, la "Steamhammer" pubblicava gruppi quali AnnihilatorDioHelloween, Motörhead ed altri pezzi grossi del metallo mondiale. Da questo momento in poi inizia, dunque, un sodalizio tra Moonspell e "Steamhammer", che andrà avanti per alcuni album. La formazione è composta ancora da Fernando Miguel Santos Ribeiro alla voce, Ricardo Amorim alla chitarra (ed anche alle tastiere), Pedro Paixão tastierista ma anche chitarrista in questa occasione (come pure nel precedente album), mentre alla batteria troviamo sempre Miguel Gaspar. Continua ad essere assente un bassista fisso in formazione, e se col precedente album il gruppo aveva fatto ricorso a Niclas Etelävuori, bassista dei neonati Amorphis, questa volta ci pensa il produttore stesso a ricoprire tale ruolo: abbiamo quindi Waldemar Sorychta impegnato alla consolle così come dietro il quattro corde. La leggenda vuole che Sorychta, abile polistrumentista, abbia collaborato come musicista in molti più album di quelli in cui risulti inserito nei vari credits, proprio per sopperire alle scarse abilità di alcuni strumentisti e così velocizzare le operazioni in studio di registrazione. Una leggenda desolante, anche incoraggiata dal gran numero di partecipazioni che questo si ritrova a fare - guarda caso - proprio negli album nei quali interviene in veste di produttore; storia interessante, che ci dona a suo modo anche un'idea delle difficoltà che si incontrano in fase di registrazione, del fatto che alcune cose finiscono per dover essere cambiate all'ultimo minuto e, generalmente, del fatto che spesso i musicisti sopravvalutino le proprie capacità ed abilità. Le quali, messe a nudo dalla cruda realtà della ripresa in studio, finiscono per deludere le rosee aspettative, costruite su basi puramente "teoriche" e per nulla pratiche. In "Memorial" troviamo inoltre altre collaborazioni (stranamente assenti nel precedente album), che vedono Raimund Gitsels al violino in quattro brani, la voce di Ji?í Valter in arte Big Boss (conosciuto specialmente per aver fondato una divisione della Chiesa di Satana in Repubblica Ceca, ma aveva già all'attivo numerose altre collaborazioni, oltre a suonare in pianta stabile in gruppi cechi quali Root) e la voce di Birgit Zacher, che già si era fatta sentire diverse volte nei Moonspell, anche ricoprendo l'importante ruolo di vocal coach dello stesso Ribeiro. La "Steamhammer" tratta bene il gruppo con una moltitudine di edizioni nei formati più disparati, distribuite in tutto il globo. Abbiamo una grafica abbastanza spartana, per non dire sempliciotta, che mostra i rami di un albero spoglio su di uno sfondo dal rosso vivo. Ma del resto, ormai è il nome Moonspell a trascinare; e quel nome, infatti, occupa gran parte della copertina, estendendosi al massimo possibile. Il resto della cover è giusto uno sfondo messo lì per permettere al logo dei Nostri di dominare con un facile e netto contrasto. Come da "buona tradizione" Moonspell, l'edizione speciale ha una grafica pietosa (sembra intenzionale, come a punire chi spende più soldi rifilandogli una grafica pessima), che consiste in una texture ad effetto tela, con quattro pieghe ed una parte di pentacolo che sporge da sinistra. Al centro, ovviamente, nome del gruppo e titolo, con caratteri ad effetto tridimensionale; un lavoro indubbiamente carino a vedersi ed anche compatto, ma pur sempre un lavoro grafico da due soldi che riesce a superare, in aridità, perfino la copertina dell'edizione standard. Quanto al sound, senza nulla anticipare, basti sottolineare alcuni dati che emergono anche solo dalla line-up: le sinfonie avranno un ruolo fondamentale (con due tastieristi, dopo tutto..) e vedranno anche l'occasionale partecipazione del violino; tutto questo, combinato all'approccio tendente all'Epic Heavy con la componente Gothic che si fa da parte. D'altronde, non poteva essere diversamente vista l'etichetta coinvolta. L'idea era probabilmente quella di prendere dei pezzi più tosti, basati sui classici "riffoni" di chitarra, dargli un'impronta più pesante e caricarli di sinfonie anche per strizzare l'occhio alla moda Dimmu Borgir / Cradle of Filth che andava molto forte a quel tempo.

In Memoriam

L'album comincia con una traccia strumentale, un'introduzione, si tratta di "In Memoriam (In Memoria di..)". Una sinfonia cristallina alla tastiera, con atmosfera soffusa, a metà tra il gotico ed il magico, alcuni interventi che danno carattere horror e quindi tutta l'imponenza delle chitarre e del basso che si presentano, sia distorti che puliti, poi un coro femminile ed tutto si riscalda, mentre l'arpeggio di chitarra si fa sempre più prepotente, catturando ancora più spazio della scena. La batteria sfoggia uno dei tribali che la caratterizza, anche questo cresce sempre di più, aumentando i volume ed intensità col passare dei secondi. In questo minuto di introduzione già riusciamo a capire che l'elemento Gothic e l'elemento vagamente Horror cedono il passo ad un'atmosfera di grandiosità teatrale: l'imponenza della batteria, che diventa quasi un timpano da orchestra, il coro che aggiunge un tono epico la chitarra che svolge la funzione degli archi con lunghe plettrate legate. Un'introduzione che evoca maestosità e grandezza, sinfonia imperiosa.

Finisterra

Tutto è pronto per l'inizio di "Finisterra (Ai confini della terra)", riff di chitarra in prima vista e preponderanti tastiere, il basso si sente forte e chiaro anche grazie alla semplicità del riff principale, la batteria mantiene un ritmo lineare sulle pelli, sfruttando al massimo il timpano e spostandosi sui piatti, le sinfonie si arricchiscono e si moltiplicano, un tocco in clean e quindi parte la botta in stile Symphonic Black Metal, con chitarre a plettrata alternata ad eseguire un'altra parte semplice, la voce è uno scream caldo, forte di tonalità medio-basse così da lasciare molto spazio alle tastiere. La batteria pesta forte, facendo sentire molto il rullante ed il blast di cassa, mentre continua i suoi passaggi sui piatti, quindi una parte più ritmata con delle stoppate in mezzo ad effetti sintetici, quindi si riprende con un riffing dai toni vagamente mediorientali. L'impressione che immediatamente emerge è quella di un sound in cui il volume delle chitarre è molto spinto, ma allo stesso tempo le tastiere emergono moltissimo anche grazie al molto spazio che si dà loro nel songwriting. Ad occuparsi delle frequenze basse abbiamo basso e batteria (con le pelli), mentre la voce si attesta al centro con uno scream che approfitta di tutte quelle frequenze medie che vengono fatte salve dall'azione di chitarra e rullante (comunque molto secco). Il mondo si rivolta in se stesso, una rivelazione giunge dall'oltretomba: coloro i quali abbiamo amato di più sono quelli che più abbiamo fatto soffrire; lo stesso mondo che è rimasto ancorato ci rivela che coloro i quali di più abbiamo desiderato, sono gli stessi che abbiamo sepolto in fondo al mare. In un certo senso questo tema riporta in gioco quel ribaltamento dei valori che era un po' un tema ricorrente nel precedente album. Nell'eterno ritorno l'albero della vita sta marcendo all'interno, cadono così le foglie dell'autunno lasciandoci solo il bianco gelido inverno: un bianco che è la luce alla fine del mondo. In questa immagine, dunque, il bianco della neve è quella luce che si vede in fondo al tunnel, che rappresenta anche la vita del mondo, ormai agli sgoccioli. C'è quindi una parte di chitarra melodica, poi un'altra botta di Black, con stoppata e ripartenza che porta con sé una nuova strofa, anch'essa accompagnata da potenti sinfonie, tanto ritmo anche in questa seconda fase, con un tempo andante e poi dei sussurri tipici di Ribeiro, con tanti effetti sintetici che ci offrono anche l'idea del futuro. L'intero mondo è un fantasma ormai, il vero amore non aspetta altro che la morte, il momento in cui l'anima sarà libera ed il ricordo del passato finirà di tormentare; per questo si asseconda la morte, si lascia che il sangue scorra e porti a compimento la fine inevitabile. Arpeggi puliti con due chitarre che interagiscono, sullo sfondo effetti, poi la chitarra distorta mentre la tastiera diventa una specie di coro sintetico, ripetitivo in una cantilena triste, la batteria quindi si fa ostinata sul timpano, decorando coi piatti, la voce diventa uno scream basso, quasi un growl, quando scandisce le parole della luce alla fine del tunnel, una frase che ripete di continuo incalzando sempre di più mentre il ritmo aumenta di intensità: si chiede se abbiamo venduto le nostre anime per ottenere questo, se è stato per questo che abbiamo perso la nostra opportunità di andarcene prima che fosse troppo tardi. Questa accecante luce bianca, come anche il fantasma è bianco nell'immaginario collettivo, ci mostra le rovine desolate di un morto ormai morto, stravolto dall'interno, non più adatto a sostenere la vita. 

Memento mori

"Memento mori (Ricordati di morire)", locuzione latina di tradizione cristiana molto spesso tradotta in "ricordati che devi morire", trae origine da una locuzione dell'antica Roma: "Respice post te. Hominem te memento" (Guarda dietro di te. Ti ricordo che sei un uomo). Torniamo indietro di qualche millennio per ricordare la figura di Marco Furio Camillo che, nel suo trionfo in cui veniva invocato come "secondo Romolo", ebbe l'ardire di presentarsi su un carro da guerra trainato da quattro cavalli bianchi, ossia come lo stesso Giove. Da quel momento in poi, per impedire che questi condottieri si credessero delle divinità (cosa che comunque successe ugualmente, molti anni dopo) nacque la tradizione di affiancare al condottiero un uomo sul carro, spesso proprio uno schiavo, a pronunciargli le fatidiche parole per tenerlo "coi piedi per terra", come diremmo oggi. Con la stessa ottica la dottrina cristiana ha fatto suo il memento mori, come un monito per ricordare all'uomo il fatto che morirà e dunque dovrà rendere conto delle proprie azioni a Dio. Nel testo si parla di quel momento in cui tutto ha fine, dell'anima, quel secondo, quella volontà, il serpente che è l'ultima cosa che si ricorda di un incubo mentre tutto si spegne. La musica inizia con un'atmosfera solenne ed Horror, come ci si aspetta dalle tematiche trattate, poi uno scatto ed abbiamo velocità condita da effetti moderni, le chitarre vanno forte ma vengono presto schiacchiate dalla sinfonia e dallo scream, si torna quindi al ritmo funereo scandito dal timpano. Poi un momento con sussurri di incubi, arpeggio pulito e la batteria che usa di più il rullante e crea tempi vivaci, la chitarra esplode nuovamente in un riff a plettrata alternata che accompagna con violenza altri sussurri che poi sfociano in un'altra strofa piena di scream e di sinfonie alle tastiere, che accentuano il ritmo con timbri da archi. Persone ormai dimenticate da tempo viaggiano e si riversano in lui, un rombare di acque e si arriva nell'oltretomba dove si dovrà combattere una nuova battaglia, col vento che spazza gli alberi in un'oscurità totale. Siamo a metà pezzo e si riprende col ritmo funereo, reso avvincente dal violino di Gitsels che fa degli interventi brevi, taglienti ed inquietanti, quasi come se si trattasse di una colonna sonora di un thriller e quindi il sollievo con gli arpeggi puliti, ancora lo scream e lo sfogo violento, poi a sorpresa una parte strumentale in cui effetti sintetici e tastiere dialogano alternarsi velocemente per poi proporre una sinfonia quasi mediorientale, un accenno di assolo che viene calpestato da una strofa violenta dall'animo Black, forte il ritmo ed i colpi di rullante che pesta malvagio fino alla fine, è un sonno di crudeltà con vecchi suoni della vita che tornano a tormentarlo. Per un momento sembra tutto finito ma poi, all'improvviso, di nuovo la furia del ricordo che lo assale: deve ricordarsi della morte. Così di nuovo abbiamo il ritmo funereo nel finale, con il memento mori che chiude il brano. Si sentono quindi delle influenze Gothic, inevitabili quando si vuole creare un'atmosfera spaventosa ed inquietante, ma sono influenze strumentali al raggiungimento di altro, di quell'epicità data dalle tastiere che svolgono una funzione prioritaria. Le chitarre hanno un buon suono e continuano a proporsi anche nella veste pulita, con gli arpeggi, ma non si può fare a meno di notare che le loro parti sono spesso basilari e ripetitive (anche se veloci in alcune plettrate alternate) e non le fanno certo brillare. La voce di Ribeiro si fa apprezzare anche nei sussurri, che però non ricevono tutta quell'attenzione avuta nei precedenti lavori, perché in questo caso sono inseriti in un contesto con forti sinfonie di tastiera che rischiano di coprirli a volte.

Sons of Earth

A questo punto abbiamo un altro brano strumentale, come l'introduzione, che è "Sons of Earth (Figli della Terra)". Arpeggio con chitarre classiche che in alcune circostanze si intrecciano, si crea una melodia malinconica, con momenti Progressive, un'atmosfera che viene valorizzata da un intervento di chitarra solista che finalmente si esprime in passaggi virtuosi, con evoluzioni ben eseguite ma senza velleità. Appare anche un'atmosfera di fondo, che tinge sempre di più il paesaggio desolato che è stato così ben descritto dai precedenti brani, altri arpeggi punteggiano i contorni tristi, quando poi un piatto si comporta come fosse una campana tubolare, poi diventa sempre più presente in diverse tonalità Le chitarre si prendono di coraggio e tornano a farsi sentire, accompagnate dal pianoforte, sembrano voler riprendere la strofa ma vengono troncate di colpo, come se il pezzo avesse voluto continuare ma è stato troncato a metà. Una scelta curiosa, sembra suggerire il fatto che la parte verrà continuata nel brano seguente - e quindi trasformerebbe questo brano in un'altra introduzione - ma non avviene: questo brano si limita ad essere un intermezzo che è del tutto scollegato al pezzo che lo segue. Una scelta un po' azzardata, dunque, troncare in questo modo il brano; oppure potrebbe trattarsi di una scelta deliberata, al fine di sorprendere l'ascoltatore per scagliargli addosso di colpo, senza il minimo preavviso, un altro brano.

Blood Tells

"Blood Tells (Il sangue racconta)" arriva all'improvviso, con un riff di chitarra che si prende tutto il tempo e poi, tutti insieme, gli altri strumenti esplodono in una sinfonia violenta: le tastiere impazzano, la batteria pesta portando un tempo che non divora ma accompagna, il basso rimbalza le note accentuando il ritmo delle chitarre che sembrano essere frenate da qualcosa, sembrano trattenersi con delle plettrate smorzate ma precise. Si crea un'atmosfera fatta di dissonanze atmosferiche, in cui lo scream può viaggiare in lungo ed in largo, la strofa poi si arricchisce di strumenti a fiato, come se fossero delle trombe di guerra: tutta una serie di sinfonie si avvicenda ed attende il proprio turno per riversarsi sull'ascoltatore in una cascata di melodie. Riprende la strofa con interventi sintetici a funestare la voce, come delle presenze aliene, ancora un suono magnifico, in cui la componente Black fa da sfondo ad un'invasione melodica. Nel suo sangue è stato capace di arrivare così lontano, ha trovato così tanto nella sua anima, i cerchi infernali in terra sono stati percorsi più e più volte; dopo aver vissuto in quelle vene crudeli e svuotate, le linee di sangue tornano alle mani, le linee di sangue ci raccontano il passato. Il sangue racconta, il sangue è il memoriale di ciò che siamo stati. La musica si calma, diventa un momento strumentale in cui la batteria dà il suo meglio ed il basso si ritaglia uno spazio, poi delle stoppate in cui la voce emerge come uno scream possente ed aggressivo, interventi di tastiera offrono varietà alla parte, poi una chitarra a plettrata alternata crea melodie e dimostra una certa mobilità, prima di una serie di stoppate che riportano la chitarra all'ovile, riducendola ad una parte solista da accompagnamento ritmico. Con le melodie di nuovo in sopravvento, come cori, una nuova strofa con gli scream malefici e poi la tastiere che raddoppiano gli sforzi, mentre la batteria si mantiene costante nel ritmo ma decora di più coi piatti. Il basso si fa ben sentire in passaggi in cui traccia un ritmo di contrasto con le chitarre, cambiando forma alla parte. Avendo vissuto la loro vita, di loro non rimane nulla e si dissolvono come granelli in un mare di sabbia; hanno vissuto insieme nella speranza di unire i loro mondi, nella speranza di vivere assieme gli orrori del mondo, di affrontare insieme la maledizione che li condanna, ma dove le loro anime non hanno saputo arrivare, arriverà il loro sangue, che racconterà di loro. Una lettura molto romantica del pezzo potrebbe portare alla mente l'immagine di due amanti, che si trovano nel pieno del conflitto tra due popoli diversi, tra due culture e due "anime" molto differenti, apparentemente inconciliabili: la loro vita sarà quindi caratterizzata dalla sofferenza e scomparirà, ma nel futuro sarà proprio il sangue a raccontare la loro storia, in questo senso si può immaginare il sangue di un loro figlio. Questo loro potenziale figlio, condividendo il sangue di entrambi, possedendo le caratteristiche di entrambi i genitori, diverrà la sintesi e porrà fine a quello scontro, a quella maledizione, incarnando la soluzione al contrasto culturale. Una lettura orientata in questo senso avrebbe ragion d'essere anche alla luce delle molte volte in cui i testi dei Moonspell hanno sostenuto la necessità di porre fine alle guerre e di avvicinare le culture dei popoli, specie quelli mediterranei, che sembrano così diverse ma in realtà hanno molto in comune.

Upon the Blood of Men

Restiamo in tema con "Upon the Blood of Men (Sul sangue degli uomini)", che ci racconta altre cose che si apprendono dal sangue. Abbiamo un inizio con i cori che abbiamo sentito, il guaio è che questi cori sono ovviamente sintetici - cosa che nei brani precedenti non disturbava in quanto inseriti in un contesto pieno di strumenti - ed apparendo da soli mostrano tutti i loro limiti, specialmente perché i tastieristi vorrebbero fargli fare degli attacchi improvvisi e le dinamiche del simulatore ci offrono un qualcosa di fintissimo che non sembra nemmeno lontanamente un coro. Dopo aver smorzato tutto l'entusiasmo si corre ai ripari con una chitarra bella tosta, che conquista la scena ed attutisce il misero sound del coro che adesso suona molto meglio nelle variazioni. L'odio è il posto in cui si trova adesso l'uomo, l'odio è quella fiamma che ci fa sentire più freddi; l'odio è quel posto in cui l'uomo vince sempre, in cui il carattere si rafforza, non ha mai aspettato i propri fratelli di sangue ed è convinto che il nostro domani è ieri: perché ci sono tante lezioni da imparare nel sangue degli uomini. Stoppate con una chitarra prepotente, intanto la melodia fa capolino negli spazi di silenzio, poi accordi andanti con qualche tocco pulito, lo scream è imponente e si fa rispettare con alto volume e ferocia, le sinfonie ci portano altri cori sintetici che aumentano la sensazione di epicità che sta attorno a questo pezzo. Altra parte strumentale con stoppate e lunghi inserti di tastiere, che dialogano tra loro e si mescolano, ancora un'altra strofa che prosegue lo stesso tema di prima, anzi lo riprende in maniera identica, tranne che per le parole. Ancora un coro che ci ricorda delle lezioni che si possono apprendere dal sangue: dai disastri più grandi si apprendono le lezioni più importanti, la sventura di quegli uomini ed il loro sangue versato diventano un prezioso insegnamento per gli uomini a venire. A questo punto una pausa improvvisa porta ad una fase atmosferica, poi la bestialità di un sound con chitarre grosse, la voce si fa bassa e parla come se si trattasse di una divinità, poi tutta la magia si trasferisce su chitarre e tastiere mentre la voce sussurra ammaliante, quindi può partire un assolo di chitarra che si ripete prima di diventare una scarica di note neoclassiche, con un virtuosismo sfacciato che si conclude con dei fischi striduli e fa partire una nuova strofa in cui la voce conclude da sola, lanciando quindi un nuovo ritornello dall'impatto immane. L'odio viene descritto come un palazzo nel quale si entra solo per reclamare la propria libertà di fuggire, l'odio è un ruggito che divide, la memoria li ricongiungerà nella tenerezza, la memoria che può essere trovata solo nel sangue (così come descritto molto bene nel precedente brano). Un assalto senza quartiere, il coro continua a sostenere il ritornello e poi si crea un botta e risposta in cui ad uno scream risponde un altro, a rappresentare l'interminabile susseguirsi di tragedie che si abbattono sull'uomo e ne versano il sangue; tocchi di tastiera ed altri passaggi strumentali ed il pezzo si conclude, un bel brano indovinato in ogni parte (tranne che per l'inizio magari).

At the Image of Pain

Abbiamo oltrepassato la metà dell'album ed ormai le idee del gruppo sembrano essere abbastanza chiare, con "At the Image of Pain (All'immagine del dolore)" però c'è una certa curiosità per la partecipazione vocale di Big Boss. Si apre quindi la seconda metà dell'album ed ancora ci sono tante curiosità e sfizi da togliersi: il pezzo sembra quasi la continuazione del precedente, con sinfonie e chitarre possenti a condividere la scena. Le tastiere si comportano come un'orchestra, la batteria si lancia in un blast di cassa prendendo velocità per poi stabilizzarsi, quindi di colpo l'atmosfera si distende ed abbiamo cori di Ribeiro e sentiamo la sua voce pulita e melodica, che poi si fa uno scream diabolico mentre le chitarre pestano pesante con plettrate cattive funestate da tastiere dai rintocchi gotici. In questo brano ci si avvicina di più allo stile da Symphonic Black Metal, se non altro per il lavoro della batteria che adotta delle linee più standard ed abbandona il ricorso facile al tribale; le tastiere fanno gran parte del lavoro, ma non prendono mai il sopravvento sulle chitarre che restano al centro dell'attenzione, pur senza adottare soluzioni complesse nei riff. L'uomo viene confermato (nel senso che prolifera) dal peccato carnale, come la dannazione è condannato a vivere in questo mondo e nel sangue, alza le mani alle meraviglie che si ergono in suo onore. L'uomo, condannato due volte, creato ad immagine del dolore. Tocchi quasi orchestrali alle tastiere in una lenta fase strumentale, poi la voce di Big Boss che si erge come un predicatore dall'anima Heavy Metal vecchio stampo, con una voce roca e vibrata negli acuti, ricorda la dannazione suprema dell'uomo ed il dolore che accompagna la sua vita. Il tocco Heavy viene piazzato proprio in un momento epico, in cui le tastiere hanno gioco facile e tutto dà vita ad un momento quasi teatrale. La voce riprende con lo scream, annunciata da secche stoppate e sostenuta da riff con un rullante sempre presente e costante e col blast di sottofondo. Si passa ad un Black massiccio e corazzato, per poi tornare alla luce con sinfonie liberatorie e lente, cadenzate ed accompagnate dalla voce calda di Ribeiro che si perde in sussurri: una bestia concepita nello spirito, un istinto supremo, principe in questo mondo ed oltre, giuramenti solenni di sangue, un principe che possiede la natura della bestia e dell'uomo. Si torna al riff principale, reso strumentale, poi arriva il ritornello aggressivo, violento nel quale si ribadisce che l'uomo è il principe del mondo e figlio del dolore. Sarebbe troppo gravoso andare a pescare e sviluppare tutti i riferimenti alla dottrina satanica che sono presenti in questo testo; delude l'esigua partecipazione di Big Boss (giusto qualche istante), ma alla fine il suo intervento è stato principalmente di natura "spirituale", avendo probabilmente ispirato buona parte del testo. Per dare conto almeno di qualcosa basti pensare a questo ruolo dell'uomo che prende la propria dannazione non come una punizione ma come una condizione dalla quale ergersi e prendere il proprio posto come principe del mondo. L'uomo accetta la propria origine bestiale, ci convive e ne fa tesoro, non la combatte né la mortifica: la sublima e la rende una risorsa da utilizzare per la propria ascesa.

Sanguine

Arriviamo a "Sanguine (Sanguigno)" (è inglese, non latino come potrebbe sembrare anche alla luce degli altri titoli, e come si comprende bene dalla pronuncia), che si presenta con un arpeggio di chitarra con soffuse melodie dissonanti e sofferenti, che sembrano quasi ululati. Abbiamo i Moonspell molto simili a quelli del precedente album con un sussurro di voce accompagnato da colpi ai piatti e melodie ripetitive, il basso è caldo ed interagisce con la voce, la chitarra mantiene l'arpeggio mentre le sinfonie si fanno più presenti. Stoppata improvvisa e si alza un muro di suono: scream e quindi va avanti la sezione strumentale, poi, come da copione del precedente album, si torna alla calma con degli interventi vocali femminili in sottofondo che poi passano in primo piano con un richiamo da sirena in un sussurro languido. Nel testo incoraggia a cercarlo con un ululato nella notte, di ricordarsi quanto è freddo il tocco di quando cade con un altro; avvicinandosi al giorno eterno in un infinito nulla tra di loro. Tornando alla sua altra forma, a mezzanotte la meraviglia caduta deve ricordare che può esserci solo uno di loro, trofeo uno dell'altra, in una caccia carnale, sanguigna, dove la passione scorre in oceani di sangue. Il ritornello rappresenta esattamente quel misto uomo-bestia descritto nel precedente brano, dopo gli scream abbiamo un'altra fase strumentale che lascia molto spazio all'orchestra mentre i riff operano giusto piccole variazioni, poi l'atmosfera si calma e la voce si fa un racconto triste e malinconico: racconta le lotte, la conquista che avviene col combattimento, la gelosia di quando lei giace con un altro, la bestialità istintiva e primitiva che li fa accoppiare nel freddo silenzio notturno, in una fiducia silenziosa, in un'ignoranza reciproca con una malattia che alberga in loro. Gli ululati del lupo portano di nuovo alla voce femminile, si tratta ovviamente di Zacher che scandisce in modo sensuale la parole "sanguine", una sensualità primitiva, animalesca, il richiamo del sangue e della passione carnale che fa emergere il lato bestiale dell'uomo. Di nuovo un ritornello, in cui Ribeiro incarna la furia bestiale, la perdita della ragione in un'istintiva violenza senza freni, intanto il violino fa un ottimo lavoro nel creare un'atmosfera da thriller che poi sfuma in una specie di walzer maledetto e romantico, la componente Black si installa benissimo in questi tempi ritmati, si passa ad un blast moderato con grande dispendio di piatti. Poi la voce diventa scura e pulita, cavernosa, poi si sentono degli ansimi di dolore e godimento, scatta la follia dell'accoppiamento che diventa anche una specie di rituale occulto quando lui si taglia le vene per offrirle il suo sangue, per farla entrare nel suo sangue ove potrà trovare riparo. Nei Moonspell abbiamo visto spesso la figura del licantropo che, tradizionalmente, incarna l'aspetto bestiale dell'uomo che si palesa nel momento in cui pensa di poter dare sfogo alla propria natura bestiale sopita; in questo caso, lo scambio del sangue durante l'accoppiamento - alla luce di quanto detto in precedenza - fa assumere al concetto un significato tutto nuovo. Con l'accoppiamento, infatti, il sangue bestiale di questo uomo diventerà il rifugio della donna che così darà alla luce un nascituro che in un certo qual senso riscatterà la bestialità paterna; insomma dalla violenza dell'accoppiamento animalesco e sfrenato, nasce la vita: la contraddizione pura che trasforma una battaglia, nella quale viene versato il sangue, in un'occasione e fonte di vita. 

Proliferation

"Proliferation (Proliferazione)" è un altro brano strumentale, un intermezzo; il titolo suggerisce un ovvio collegamento col brano precedentemente trattato. Suoni da dungeon, brevissimi, poi dei passaggi da colonna sonora in tutti e per tutto: sembra di sentire l'audio di un film nel bel mezzo dell'attacco di qualche mostro. La scena è assolutamente da thriller con toni horror: abbiamo un ritmo incalzante, sostenuto dagli archi in stoppate continue, strumenti a fiato (che sembrano corni) seguono la stessa dinamica. Il tutto diventa più complesso appena questi strumenti iniziano a creare un botta e risposta, tra di loro, con variazioni dello stesso tema. Colpi di timpano esplodono, intanto ci suoni sintetici, poi entra in gioco una batteria vera e propria con un ritmo basilare da Rock, con cassa, charleston e rullante, quindi è il momento di un coro di voci femminili mentre il suono diventa sempre più piano ed ovattato. Rumori, suoni inquietanti e claustrofobici, poi di colpo si torna alla parte con la batteria che cresce in un moltiplicarsi di suoni sintetici e sinfonie inquietanti; entra in gioco anche una chitarra elettrica che sfoggia un riff, anche questo riff riprende il tema principale ed è nello spirito delle colonne sonore. Variazione, con trombe e corni, la chitarra ancora presente con suoni sintetici bassi di compagnia, poi dei rintocchi e rumori finali per chiudere il pezzo. Qualcosa di davvero insolito, scollegato da qualsiasi altra cosa abbiano fatto i Moonspell (anche come sound): sia i suoni che lo stile escono nettamente fuori dai binari dei Moonspell, esecuzione e concezione cristallina, qua deve esserci stato lo zampino di Sorychta. Un pezzo del genere è stato ottenuto in gran parte coi campionamenti, quindi il produttore avrà sicuramente messo tanto altro del suo fino a farne un pezzo totalmente slegato dal resto. La cosa è un bene in quanto offre varietà, un male in quanto la varietà ci azzecca davvero pochissimo con lo spirito del resto dell'album. 

Once It Was Ours!

Il prossimo brano è "Once It Was Ours! (Un tempo era nostro!)", con un'introduzione più che Gothic: sentiamo un coro di voci maschili con dinamica ascendente, delle sinfonie che ricordano una specie di fanfara decadente, tempi lenti che poi si animano col blast di cassa e l'intervento della chitarra in lunghi accordi dalle influenze Doom. Atmosfera inedita, questa, per i Moonspell, che in questo brano puntano sulla magnificenza già largamente sperimentata dai Dimmu Borgir: blast e sinfonie imperiose sostenute da un riffing lento ma imponente. Si va avanti così, il riff si distende e dopo uno stacco si mette da parte per lasciare spazio a batteria e tastiere che sostengono una voce sussurrata che poi diventa più aspra, uno scream con le chitarre distorte e basso di rinforzo. Si torna al tema principale, questa volta con lo scream che lo fa diventare un ritornello, cui segue poi la strofa sussurrata. Musicalmente fino ad ora il pezzo ha davvero poco da dire: va benissimo la semplicità (non è per forza un male) ma diventa un problema quando le stesse parti si ripropongono in un modo così prevedibile, a maggior ragione se si tratta di parti semplici. Come il titolo suggerisce si tratta di un testo abbastanza malinconico: si parla della debolezza e della sconfitta, un viaggio per mare per abbandonare le proprie terre, questi disperati senza più una propria terra vagano ricordando ciò che un tempo era loro. La parte del ritornello in scream vuole rappresentare appunto lo struggimento di chi si rende conto che, un tempo, tutto ciò era loro mentre adesso sono alla deriva, la loro colpa è stata quella di aver aspettato troppo (una lettura di questo passaggio potrebbe tirare in ballo il fenomeno del cambiamento climatico dovuto all'inquinamento, con l'uomo che sta a guardare senza far nulla, tema già citato dai Moonspell in passato). Stacco di batteria e si riprende con una strofa che offre delle variazioni con brevi interventi di chitarra a plettrata alternata, poi di nuovo il ritornello che se la prende comoda e poi lancia una fase strumentale affrontata dalle tastiere che emergono con atmosfere apocalittiche, tristi e disperate, che conservano un po' quel tocco da colonna sonora che abbiamo trovato nel precedente brano. Il lavoro è maggiormente pregevole per merito del violino, poi si torna alla strofa iniziale per ricominciare con la struttura già ascoltata. In tutta questa debolezza c'è una rivoluzione di forza, c'è una luce che è pronta a nascere, ad emergere; probabilmente essere testimoni della propria debolezza e del proprio fallimento ha scatenato un modo d'orgoglio, ha fatto ribollire il sangue ed ispirato una reazione, nel testo non si spiega in cosa consisterà ma ci si sofferma semplicemente sul fatto che tutta questa desolazione genera una reazione e quindi ci si prepara a dare il meglio per affrontare il peggio che ancora deve venire. Forse, considerato che non ogni mal vien per nuocere, quello che si vuole suggerire è che davanti a questa situazione critica probabilmente ci si aspetta che l'umanità reagisca mettendo da parte i dissidi e le guerre e cooperando davvero, per la prima volta, in vista del bene comune. Dopo aver ripetuto ancora (un po' troppo) la stessa parte si arriva ad un assolo finale di chitarra che prima si presenta in uno sweep veloce e poi diventa un momento da Atmospheric Progressive, prima di spegnersi. Un pezzo un po' troppo allungato, annacquato.

Mare Nostrum

"Mare Nostrum (Mare Nostro)", il nome con cui gli antichi romani chiamavano quello che oggi conosciamo come il mare Mediterraneo, dà il titolo ad un altro intermezzo strumentale. Si presenta col rumore del vento, poi arpeggi di chitarra classica che sembrano usciti dal precedente album, c'è molta calma e serenità, poi gli arpeggi si fanno più acuti e la pace si arricchisce di atmosfere paradisiache. Il basso e delle sinfonie solenni spezzano l'incantesimo, portando un tocco oscuro che viene poi accentuato da interventi sintetici che sembrano voler creare un'atmosfera ansiosa, il vento smette di sognare ma le chitarre classiche riprendono in un dialogo a due che prevede intrecci e risposte reciproche. Il brano ha un sapore neoclassico, nella parte iniziale e finale; nella parte centrale invece diventa sempre più scuro e tende al Gothic. Un pezzo breve, ennesimo intermezzo, questa volta dedicato al Mediterraneo; pur trattandosi di un brano strumentale la scelta del titolo è fin troppo eloquente, non può essere trascurata. Se nel precedente brano si è ipotizzata una lettura "ecologicamente orientata" la scelta del nome Mare Nostro non può che confermare quel sospetto, ponendo l'accento sul Nostro: un termine che indica sì possesso, il fatto che lo sfruttiamo, ma sta ad indicare anche che è una cosa nostra di cui aver cura, da custodire, da preservare; è una nostra responsabilità.

Luna

Non c'è album dei Moonspell che si rispetti in cui manchi almeno un brano dedicato alla Luna, in questo caso il titolo è eloquente: "Luna". Arpeggi chiari alle chitarre, due, che iniziano il brano che poi prende più grinta con l'intervento della chitarra elettrica, batteria e melodie alla tastiera che si avvicinano a quelle del precedente album. La voce è un sussurro, dal tono non basso, che dialoga col basso, poi si apre una parentesi ricca di effetti sintetici quasi Industrial, quindi la bella voce di Birgit Zacher ci offre un ritornello tipicamente Gothic, con la voce che continua a ripetere "Luna", diventando progressivamente un coro grazie a sovraincisioni davvero ben riuscite. Il tempo è statico e quindi fornisce un'ottima base in cui si possono avvicendare le melodie che sono quasi sempre appannaggio delle tastiere. Il testo ci invita a non continuare a far scorrere, come il sangue di una ferita, i pensieri uno dietro l'altro ma a far succedere le cose, sopra le acque delle nostre paure; perché se affondiamo nelle paure siamo persi. Così fa la luna, che non accetta la rassegnazione, anche se per alcuni la vita è stata crudele, lei ne ha poi sollevato il morale con la sua splendida vista, deponendo un uovo di serpente nel mondo, un seme di follia (nel testo è stato scelto il più calzante termine lunacy). Il pezzo è grintoso, avvincente, ma allo stesso tempo calmo, specie nella strofa con la voce soffice e serena, il tempo è sicuro mentre la chitarra decora con arpeggi veloci, poi di nuovo una parte sinfonica alla tastiera, che crea la magia che poi sfocia nel ritornello, struggente e davvero indovinato. La voce maschile e femminile cantano insieme, proseguendo sul ritornello, con effetti sintetici tutti attorno e qualche intervento di sussurri cattivi che si trasformano presto in uno scream, mentre le chitarre aumentano il tiro, poi arrivando ad una stoppata improvvisa, con qualche arpeggio veloce e di nuovo il ritornello. Una luna gelida che realizza i desideri, una luna mortale che fa avvenire le cose per lui, una ferita di luce nel cielo nemico, all'alba dell'auto-distruzione lui non può far altro che pensare alla luna. La dolcezza del ritornello ci riporta alla bellezza naturale del creato, che contrasta con la desolazione che - sempre più - ci stiamo portando dietro. Un pezzo dalla struttura e dall'anima fortemente Pop, c'è poco da aggiungere: in fin dei conti è tutto un pretesto per riproporci il bel ritornello. Il testo però offre altri spunti di riflessione: se in un brano si parlava della distruzione della terra, in un altro di quella del mare, con questo brano ci spostiamo nel cielo notturno per trovare il candore che - questa volta - pur essendo associato al gelo come negli altri casi, è foriero di bellezza, non esclusivamente di morte e desolazione.

Best Forgotten

L'album si conclude con "Best Forgotten (Da dimenticare)", il brano più lungo. Un inizio da colonna sonora ci fa sentire qualcosa che, a questo punto, sa di "già sentito" e ricorda molto altre parti dell'album. Ci sono queste sinfonie da thriller, con tanto di violini sintetici, mentre la batteria usa il timpano con incedere orchestrale, poi arriva l'arpeggio pulito di chitarra col sussurro di Ribeiro, soave. Tempo battuto sul rullante e molti effetti sintetici ad aggiungersi all'arpeggio, un po' confusa questa fase, che prende vita con un nuovo passaggio che porta il ritornello col titolo ripetuto molte volte. Il testo è incentrato sulla paura sembra: gli sembra di cadere in un sogno, mentre i morti proliferano sotto il suo cuscino, si chiede se ci sia un posto per lei in lui, tutto questo è meglio dimenticarlo. Come da copione il pezzo si distorce ed abbiamo un assalto elettrico, con lo scream che non si fa attendere, le chitarre si intrecciano in un modo che genera un po' di inutile confusione, un po' forzato sembra, perché non si riesce a seguire bene il fraseggio dei diversi strumenti. In questa fase più vivace, i cancelli si chiudono mentre si avvicina, nelle sue ultime parole si chiede se valesse davvero la pena morire per questo. Una steppa nel suo cuore, una terra desolata, solo lei potrebbe riportare la vita ma ci sono estranei che li schiacciano, in questo contesto di oscurità ogni parola è vera e da dimenticare. Si ritorna al tema iniziale, che questa volta riceve anche un cantato violento, poi la chitarra plettra violenta, apre la strada ad un basso trionfante e lento, inserimenti di tastiera e quindi si torna alla lentezza iniziale con un passaggio un po' azzardato quanto repentino. Le parole si arrendono in un sigillo, la sua vita è una maledizione che tiene per sé, con le memorie di quando c'era lei, ma è meglio dimenticare. Le labbra si asciugano quando si avvicina, il fondo vero e proprio della malinconia, non è rimasto più niente da sognare. Tutto si ripete immutato, dando anche un'impressione di allungato che si poteva risparmiare in un album che già era abbastanza corposo di suo. Un passaggio in stile Black e quindi abbiamo di nuovo la conseguenza del ritornello in chiave violenta, con le chitarre molto coperte dalle tastiere, poi a sorpresa un assolo dal sapore Progressive, con molti tocchi di piatti a sottolineare l'ascesa di tono che compie la chitarra, che continua a salire ed avvolgersi, contorcersi, in evoluzioni sonore che non nascondono un certo virtuosismo, un momento che salva il pezzo e permette alla batteria di prodursi in un pestaggio al rullante e cassa che dà nuova forza al brano. Si torna alla parte con le tastiere con timbro di violini, effetti inquietanti e poi sinfonie lugubri, si continua col testo che sembra prendere i contorni di una promessa, sulla propria vita, di non mentire più. Nel suo cuore una desolazione che solo lei riesce a fargli provare, ci sono serpenti diretti verso di loro, che li avvolgono nella notte. La sinfonia continua, con un feedback di chitarra lunghissimo, sfuma nel silenzio dopo molti secondi.

Conclusioni

In conclusione, possiamo sicuramente dire di trovarci al cospetto di un album che segna una svolta per i Moonspell. Se abbiamo avuto il periodo Black, il periodo Gothic e, con "The Antidote" la sintesi, "Memorial" rimescola ancora una volta le carte in tavola e ci offre qualcosa di diverso. Per chi apprezza lo spirito del gruppo questo non dovrebbe essere una sorpresa: Ribeiro ha sempre affermato di voler regalare ai fan ogni volta qualcosa di diverso, i Moonspell non vogliono e non possono fossilizzarsi su uno stile, per quanto sia riuscito bene un album loro vogliono continuare a cambiare ed evolversi, cambiando sempre direzione. Questa volta la direzione li spinge verso sonorità sinfoniche. Ad onor del vero, c'è sempre stata questa spinta sinfonica nei Moonspell; con quest'album, però, essa assume una rilevanza centrale, tanto che in alcuni momenti lo stile ricorda più quello della colonna sonora cinematografica, che quello di un gruppo Symphonic Black Metal. Quello che realizzano i Moonspell con quest'album è il loro originale modo di interpretare un Symphonic Gothic/Black Metal, con derive epiche in alcuni punti, che continua ad oscillare tra il magico ed il decadente. Chi si è appassionato alla voce cupa di Ribeiro rimarrà deluso da quest'album, che gioca quasi esclusivamente sulle tonalità medie. Ad essere ridimensionato è il ruolo delle chitarre, che dividono la scena con le tastiere e spesso la cedono anche a quest'ultime; ma d'altro canto Amorim e Paixão sono responsabili sia di chitarre che di tastiere, ecco perché difficilmente si crea conflitto tra questi strumenti che, anzi, giocano ed interagiscono fra di loro in modo molto equilibrato. Il basso fa il suo compito, senza compiere nulla di più. In alcune fasi si ritaglia più spazio, ma solo per necessità del pezzo e mai per altro. La batteria è ibrida, e se Gaspar con questa prova voleva dimostrare di essere un musicista versatile, possiamo dire che lo ha fatto: il suo lavoro è sempre stato funzionale al brano, non ha mai amato strafare e si è sempre concesso lo sfogo in determinati momenti di alcuni pezzi in cui gli era stata data carta bianca per "sfogarsi". In questo album, però, non abbiamo sempre quella batteria tribale tipicamente Moonspell, ci sono fasi diverse e Gaspar dimostra così la sua varietà, dimostra di non avere un solo stile ed una sola anima, quindi passa da un'essenziale timpano in stile orchestrale, ad un blast tipicamente Black. Nuova etichetta e nuova virata per i Moonspell, che se da un lato sembrano volersi accodare alla moda sinfonica del momento (la tentazione modaiola c'è sempre stata, latente, nei Nostri) dall'altro lo fanno in un modo talmente personale che il risultato non è neanche lontanamente derivativo. Le vecchie tradizioni ci portano anche una grafica che, pur non essendo malaccio, risulta un po' insipida.. insomma, si poteva fare di meglio ed un gruppo come i Moonspell se lo meritava senz'altro. Il precedente lavoro ci aveva portato un concept molto preciso, in questo album invece i testi poggiano su versi che non sono fortemente collegati tra loro, anche se si coglie una certa attenzione per il problema ecologico, quindi sulla sorte del pianeta e specialmente dell'uomo, che non potrà più abitarlo se continua a devastarlo; ma affronta, "Memorial", anche e maggiormente il tema umano, in cui questo memoriale altro non è che tutto ciò che si lascerà dietro l'uomo, a memoria di sé. In un testo viene offerta una soluzione, nel senso che le generazioni passate hanno lasciato una parte di sé nel sangue delle generazioni successive, e così via; questo fenomeno ha fatto così che il sangue si facesse messaggero del passato ma anche soluzione dei conflitti e dei contrasti, nel mescolarsi. Vengono lasciate poche risposte e fatte tante domande, si tratta di un album che non vuole fare la predica a nessuno, ma si limita a porre delle domande un po' forti, pesanti, tristi, ma pur sempre importanti e quanto mai urgenti. In questo album la componente Black è molto forte, più forte che nel precedente album, così come è più forte la componente sinfonica, c'è la sensazione che - pur avendo prodotto un lavoro più che buono - il gruppo debba ancora assestarsi meglio dopo questo cambio di rotta; se "The Antidote" è stato un capolavoro, "Memorial" è un album in cui i Moonspell fanno un ritorno alle sonorità più estreme che ne hanno segnato l'esordio, ma lo fanno con un carico eccessivo di melodia che, a tratti, non si integra bene. Un lavoro, però, che nel complesso lascerà soddisfatti tutti coloro che seguono il gruppo, e non solo loro.

1) In Memoriam
2) Finisterra
3) Memento mori
4) Sons of Earth
5) Blood Tells
6) Upon the Blood of Men
7) At the Image of Pain
8) Sanguine
9) Proliferation
10) Once It Was Ours!
11) Mare Nostrum
12) Luna
13) Best Forgotten
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