MOONSPELL

Hermitage

2021 - Napalm Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
04/03/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il pellegrino lascia la città, stufo del chiacchiericcio sterile della folla, perduta in un'era priva di valori, affogata nell'intolleranza, e così decide di attraversare il temuto deserto al fine di ritrovare se stesso e il senso dell'esistenza. Una fitta coltre di neve ha colpito la città, sotterrandola nel peccato e nel vizio, corpi lascivi ricoperti dal dolce candore invernale. La rigida stagione è alle porte, presagio di buio e di dolore, e allora meglio mettersi in marcia al più presto, prima che gli Dei intervengano sul nostro destino, bloccandone la prosecuzione. Lì, oltre il deserto incantato, vi è la terra promessa, arroccata sulla cima di una montagna, inaccessibile agli impuri di cuore.

"Bellezza è l'eternità che si contempla in uno specchio; e noi siamo l'eternità, e noi siamo lo specchio"

Si arriva a un certo punto della propria vita nel quale riflessioni profonde e paure ataviche tornano a galla dalle regioni più remote dell'animo, per essere analizzate. Si cerca un significato preciso alle parole pronunciate, e si spera che tutto quello vissuto non sia stato inutile. Fernando Ribeiro, eclettico vocalist e raffinato poeta dei Moonspell, negli ultimi tempi deve aver pensato molto, facendo una sorta di autoanalisi, mettendo il suo animo sotto la lente d'ingrandimento, perché ha parlato spesso di essere arrivato a un traguardo importante per la sua vita personale e per la carriera della band. Lo ha fatto utilizzando parole misteriose, tanto che nelle interviste, il portoghese ha citato termini quali "inverno", "deserto" e "fine di un'era", facendo tremare i fan più accaniti, perplessi sulle sorti stesse dei Moonspell. In realtà, la voce di Ribeiro non è altro che una metafora dei nostri tempi, che si ripercuote ovviamente sulla nuova musica proposta, e che deriva proprio da questo lungo periodo di autoanalisi che intercorre dal precedente lavoro 1755, pubblicato nel 2017, e che attraversa uno dei momenti più bui dell'epoca moderna, afflitta da una pandemia che non accenna a spegnersi e che ha visto sacrificare la cultura e le arti, specialmente quelle eseguite dal vivo, in favore di beni più necessari alla sopravvivenza. Ma l'arte stessa è sopravvivenza, energia che spinge il genere umano a interrogarsi, a evolversi, a progredire, a elevarsi. I dubbi esistenziali di Ribeiro, quindi, sono stati acuiti durante l'ultimo periodo. Il lock-down ha fatto il resto, dando la sensazione di vivere in una gabbia arrugginita. Lo storico batterista Miguel Gaspar, di punto in bianco, lascia il progetto, e non senza litigi. La sua assenza è colpo duro da digerire, visto che era in squadra sin dalla fondazione, nel lontano 1992, e segna così il primo cambio di formazione in tanti anni. Il sostituto si chiama Hugo Ribeiro, stesso cognome del vocalist, ma nessun grado di parentela, musicista preparato che ha modo in molte occasioni di mettersi in mostra nel nuovo lavoro.

"Datemi il silenzio e sfiderò la notte"

Hermitage, "eremo", appunto, ci riporta i Moonspell più gotici e raffinati, ovvero quelli che ci erano stati sottratti in 1755, concept album sul terremoto di Lisbona, nel quale la band aveva puntato tutto su orchestrazioni e linee vocali urlate. Dico la mia, da amante della band portoghese, non mi piace quando questa si getta nel black death sinfonico, pensando solo alla violenza e al growl, senza alcuna via di scampo. I Moonspell sono tra i giganti del gothic metal, rappresentano una delle massime espressioni di questo genere, per questo, quando nelle prime dichiarazioni si era parlato di un Extinct parte seconda, io avevo gioito, e non poco, dato che ritengo quest'ultimo uno dei migliori album della band. Ma la verità sta nel mezzo, Hermitage ha sì dei richiami al disco del 2015, ma allo stesso tempo se ne distacca, rinunciando ai passaggi prettamente metal per delineare un percorso abbastanza morbido, lineare, che a me dona le stesse sensazioni del celebre Sin/Pecado, uno degli album della mia vita, un capolavoro che molti, ancora oggi, sottovalutano. Se Sin/Pecado contiene atmosfere afose e soleggianti, il nuovo sigillo firmato Moonspell rimane più oscuro e spettrale, un mood simile a quello presente nel più che discreto Darkness And Hope, figurandosi come un viaggio attraverso un deserto infinito, sferzato dal vento gelido della notte che si abbatte sul fragile corpo del pellegrino, protagonista dell'intero album, allegoria di tutti noi viaggiatori, perduti in questo folle mondo moderno. E allora non resta che intraprendere questo biblico viaggio attraverso l'apocalisse umana, tra i dolori inflitti da Santi e Divinità, per poi giungere, forse, a un'eternità di pace e di armonia.

The Greater Good

Le nubi di diradano e lì giù, in lontananza, emerge oscura la sagoma dell'eremo, che tanto somiglia, almeno a guardare la cover, a un castello scolpito nella roccia. Arrivare fin laggiù non è semplice, il cammino è lungo e faticoso, fitto di ostacoli, ma se voltiamo lo sguardo ecco che l'inferno spunta fuori dalle viscere della terra, pronto a divorarci con le sue fauci incendiarie. Un basso terrificante e un docile arpeggio introducono The Greater Good. Le immagini del videoclip parlano chiaro: incendi, terremoti, rivoluzioni, pandemie, attentati terroristici. Il mondo al collasso spinge il singolo uomo a mettersi in viaggio, alla ricerca di solitudine e di serenità. Fuggire per sopravvivere. "Andiamo verso una nuova terra dove non ci sono dolore e piacere. Andiamo alla ricerca di un nuovo stato dal quale non possiamo fuggire. Nessun vicino, né amici, nessun inno e nessun governo. Nessun leader, nessuna nazione o rapace in aria". Il pellegrino è pronto per attraversare il deserto e per arrampicarsi sulla cima della montagna, dove troverà il suo eremo segreto. La grande produzione mette in evidenza basso e batteria, mentre la voce di Ribeiro prosegue placida, come a cullare l'ascoltatore, a tranquillizzarlo dal male che incombe sul pianeta. "Riusciremo a vivere e a vedere un nuovo giorno. Tutto ciò che abbiamo fatto, abbiamo sottratto spazio. Conosciamo il prezzo da pagare, non siamo altro che sabbia che riempie le crepe, siamo anima che nega e corpo che si vergogna". Un inno di speranza che accelera nella fase centrale e che poi si libera nel growl del vocalist, che rigetta i tempi e gli accadimenti contemporanei, quasi disgustato dal comportamento umano. La batteria martella incessante, arrivando a una finale catastrofico che costringe tutti i puri di cuore a cambiare vita, a mettersi in marcia, incontro a un nuovo futuro tutto da riscrivere. Il clima oscuro ci accompagna in un canto liberatorio e rivoluzionario, la struttura del pezzo è molto semplice, ma affascinante. Un'apertura particolare, mid-tempo oscuro e magnetico che cattura al primo ascolto e che ci scaraventa addosso tutte le infamità del pianeta.

Common Prayers

Non è un inizio rassicurante, i timori sono alti, e la band fa di tutto per ricreare il clima catastrofico in cui è sprofondato il mondo. Il contrasto con la musica è netto, se le liriche sono oscure e inquietanti, la base ritmica non si abbandona mai alla pura violenza. Common Prayers ne è la sintesi, e prosegue la scia tracciata dal precedente brano. "Vicino a me, stretto più che puoi, nella cella. Voce interiore, vento del deserto, che chiama il nostro nome. Lasciami stare e ti tengo compagnia, sotto questo velo nella quarantena, contro me stesso". Il pellegrino riceve la chiamata, un segno di speranza che lo induce a reagire ai fatti del mondo, e a fuggire via dalla miseria e dalla follia della città. L'uomo si chiude in se stesso, si copre il volto con la mantella, pronto ad affrontare il gelido vento proveniente dal deserto. Sandali alle caviglie, mantella per combattere la polvere, mani al cuore in atto di preghiera. Il suo destino è affidato alla fede. Nel buio dei tempi moderni egli cerca la luce che gli infonda coraggio e speranza. Il riffing è cattivo, ma resta costantemente in secondo piano, placandosi quando entrano in scena la voce e le tastiere. Una canzone biblica, invasa da cori angelici e da tastiere celestiali che si rincorrono nel bellissimo ritornello. "Tu sei una preghiera comune, vivi la vita spenta, hai il cuore di un santo e la faccia di un angelo. Lasciami entrare nel santuario, sotto la tomba. È giunto il momento di risorgere, di mettere alla prova la nostra fede". Il santuario è la meta, dove rinascere spiritualmente, dove isolarsi dal mondo e tornare alla vita. Ma il percorso è ricco di insidie, ce le ricordano le corde del basso, che si agitano nevroticamente per tutto il tempo. Lo stesso Ribeiro risfodera il suo growl, almeno in alcuni passaggi, dando cattiveria al brano, specie nella parte finale, ma il tempo scivola via tra le dita, e non appena arriva il secondo ritornello, il brano si chiude improvvisamente, lasciando di sasso l'ascoltatore. Una bella botta, non c'è che dire, pulita, lineare, sintetica.

All Or Nothing

Mentre il mondo sprofonda, divorato dagli inferi e dai demoni che solcano un cielo rosso sangue, giunge il momento per le prime riflessioni. Con All Or Nothing la band placa la sua corsa, costruendo una ballata di grande impatto, ricca di classe, poggiata sull'arpeggio di chitarra e su un andamento al limite col doom. Le tastiere emergono nell'ombra come pulviscolo, insinuandosi in ogni spazio. "I segni sono qui, la fine è vicina, c'è molto a cui pensare. Ci stiamo chiudendo, vieni dentro e lasciati andare, lascia ogni speranza. La vita è una festa, è tutto ciò che puoi mangiare". Il pellegrino spinge i suoi cari a unirsi a lui, a indossare i sandali e la mantella e a iniziare il viaggio mistico verso la Terra Promessa. Il pianeta ormai non ha più nulla da offrire, la vita è il cibo, ma intorno c'è solo morte e distruzione. Lentamente si arriva a metà brano, il drumming è una danza tribale che sembra spazzare via il malumore e rincuorare i poveri miserabili. "Facciamo un altro giro attorno al sole, raccogli il conto, è tempo di andare. Stiamo lasciando la città, ogni speranza è perduta. Prenditi il tuo tempo, o tutto o niente, ora o mai più. La vita è un gioco che non puoi vincere, devi solo giocare". Ora o mai più, è tempo di andar via, per poi rinascere in un'altra dimensione, in un altro posto, lontano dal dolore. La solitudine è la risposta ad ogni domanda esistenziale. Ricardo Amorim si ritaglia il suo spazio, lasciando andare la sua ascia, esibendosi in un solo sensuale e malinconico, allegoria di un lungo addio alla realtà. Le tastiere prendono il sopravvento nella seconda parte, dando al pezzo un'atmosfera paradisiaca, rassicurante. Come visione divina, Ribeiro intravede il santuario, deciso più che mai ad arrivarci, e ciò infonde in lui una certa serenità. Ha fame di vita, la vita che è un gioco che va giocato. Tutti noi abbiamo fame di vita, stanchi ormai del declino di una società che ci sta trascinando nel baratro.

Hermitage

Il pellegrinaggio è iniziato, l'uomo si è messo in marcia, solo contro tutti, alla ricerca di un segno divino. Quello che incontrerà, nel grande deserto spettrale, lo metterà a dura prova. La sezione ritmica si rinforza e esplodendo nell'inno che dà titolo al disco, Hermitage, brano simbolo dell'album, a indicare la sagoma dell'eremo in lontananza, che sbuca tra la foschia mattutina, bucando il cielo. Ribeiro urla, cercando di spronare gli ascoltatori a fare come lui, a prendere parte a questa battaglia epica, decisiva per il genere umano. "Nel cerchio della vita e del peccato, in questo giorno di apocalisse, sul nostro cammino verso l'eremo, è come un ritorno all'innocenza. Alla grazia del tempo e dello spazio, in questo giorno ci pentiamo e osserviamo il sacrificio". L'eremo è un ritorno a casa, dove poter regredire in pace, dove potersi sentire amati e riconciliati con la natura. Una involuzione verso l'infanzia e riscoperta dell'innocenza, armonia nel grembo materno. Ma per giungere in questo luogo segreto, come in ogni parabola biblica, bisogna sacrificarsi. Solo i puri di cuore vi arriveranno indenni, tutti gli altri periranno nel viaggio. E quello che stiamo sacrificando è la vita di tutti i giorni, la nostra quotidianità, stiamo abbandonando tutto quello che conosciamo e con cui siamo cresciuti, lanciandoci nell'ignoto. Un salto nel buio, ma è il prezzo da pagare per tutto il dolore che abbiamo causato alla terra. "Alza le mani al cielo, marciamo verso l'eremo, mani vuote, occhi scavati. Marciamo verso l'eremo. Una piuma insanguinata sulla rossa criniera del leone, il ramo d'ulivo nel becco dell'aquila". Il ritornello è epico, contornato da cori che simboleggiano una guerra, e si prende tutta la parte finale, per una conclusione col botto, giostrata sui colpi inferti da Hugo Ribeiro al suo strumento.

Entitlement

Come spiriti che danzano al crepuscolo, su lapidi antiche disseminate tra le dune del deserto, Entitlement giunge elegante, portando con sé un certo sentore amaro. "Una cosa è certa, per tutti noi, le grandi macchine create dall'uomo che oscurano le nuvole e controllano la pioggia. Tutto il nostro valore non vale nulla. Ogni parola, tutto quello che pronunciamo non conta niente". Durante il pellegrinaggio, l'uomo si interroga sul senso dell'umanità, e maledice l'ingegno che ha creato macchine infernali, armi che procurano morte, oscurando il cielo e contrastando gli elementi della natura al fine di sottometterli. Progresso non significa sempre miglioramento, e in effetti stiamo pagando tutti noi gli effetti del nostro egocentrismo. Il refrain è gelido e vellutato: "Tutto il nostro valore lo abbiamo gettato via. Tutto ciò che valiamo ormai non vale nulla". Ribeiro è pessimista, non vede futuro roseo per l'umanità, poiché tutto ciò che ci ha reso grandi ora si ritorce contro, schiacciandoci col suo peso. Quasi impossibile rimediare agli errori commessi nel corso del tempo, meglio fuggire via, abbandonando tutto. Il ritmo si interrompe bruscamente, infrangendosi sulle docili note delle tastiere, che creano una parentesi elettronica molto interessante. Voci angeliche emergono lentamente, le voci interiori del pellegrino, che lo accompagnano nel suo viaggio, dunque la chitarra elettrica distacca gli altri strumenti e scatta in volata, generando un assolo pungente, una fitta di dolore che colpisce le caviglie del viaggiatore, costretto a riposarsi un attimo. "Nessuna nuova posizione per salutare il sole, nessuna corsa magica sul tappetino da yoga. Non c'è tempo per piangere, per sistemare le cose. È la natura umana, non bisogna aver paura". Il tempo scorre via veloce, il mondo sta crollando su se stesso, inutile piangere. La paura fa parte dell'animo umano, ma bisogna essere coraggiosi per proseguire. Alla fine si verrà ripagati. Non si tratta di una corsetta sul tappetino da yoga, non è una passeggiata, ma è il cammino introspettivo di un uomo stanco della vita.

Solitarian

In questa pausa per riprendere fiato e per riflettere su ciò che si sta lasciando alle spalle, Solitarian è la strumentale che punta dritta al cuore, che riflette sul senso di solitudine e di disperazione che coglie l'animo del pellegrino, ora solo contro il suo destino. Basso e chitarra duellano, alternandosi con i tamburi e le tastiere, creando un vortice sonoro che illumina la mente, inducendola a pensare. I riff sono piccole schegge che si conficcano nella mente dell'uomo, ricordi di una vita lasciata alle spalle, nella città preda di caos e distruzione. Stanco è l'eremita, per poco non cade, piegando le fragili ginocchia a terra, affondandole nella sabbia incandescente del deserto. Ma la visione di libertà è troppo forte, radicata per sempre nella sua testa, in un sogno immortale. Non può cedere ora che è a metà percorso, e così si ridesta, appoggiandosi al bastone che stringe tra le mani, e si rimette in moto.

The Hermit Saints

Il ritornello epico rimbomba nell'immediato, come cantilena sacra intonata davanti all'altare, prima del sacrificio. Il richiamo di chi si è messo in viaggio prima del nostro protagonista è fortissimo, di tutti coloro che adesso riposano in pace tra le rocce di quel santuario, sogno di una vita intera. The Hermit Saints è il brano simbolo di questo pellegrinaggio, vigoroso nell'aspetto, inquietante nel contenuto, poiché riflette sul sacrificio che l'uomo è costretto a celebrare, venerando i suoi miti, inginocchiandosi in atto di preghiera, chiedendo la grazia divina. "Rompi l'ordinario, fai ciò che è necessario, prega la morte, prega per l'estasi. La pelle che viene strappata dal corpo, così fragile e afflitto. Chiudi le porte dietro ai santi eremiti. Ascoltali, loro chiamano dall'inferno sulla terra". L'incedere del brano è minaccioso, il drumming schiacciante, il riffing affilato, la voce di Ribeiro torna potente e graffiante, come se cercasse di resistere al richiamo degli eremiti, demoni provenienti dagli inferi, divoratori di anime in pena. "Il silenzio è spezzato, il nodo è troppo stretto, il deserto obbliga a fare ciò che è giusto. Ascolto il loro richiamo dal cielo e dalla terra". Il deserto, ambiente che ricorre in tutto il disco, è un'entità animata che soffoca corpi, li seppellisce tra le sue sabbie, divorandoli. Nel deserto avvengono le riflessioni, tra le dune si combatte contro se stessi, e il silenzio è una lama di rasoio pronta a sgozzare per togliere parola, individualità. Come sottolinea lo stesso vocalist nella presentazione del brano: si tratta di "voltare le spalle alle convenzioni della modernità. Attualmente ci stiamo convincendo che tutto ruota intorno a noi, che noi (l'umanità) siamo tutto. Che il mondo gira intorno a noi. Tuttavia, non siamo niente e niente gira intorno a noi".

Apophthegmata

Oniriche tastiere si fanno largo tra le sabbie, la chitarra sguscia via come serpe, e così si apre la parentesi elettronica, che affonda le radici nel gothic anni 80. Apophthegmata ci mette un po' a prendere ritmo, ma conquista sin dal primo secondo grazie a un corpo sinuoso e a una tematica che richiama gli apoftegmi dei cosiddetti "padri e madri del deserto", ovvero monaci e sacerdotesse cristiani del V secolo, fuggiti dalle città per vivere da eremiti nei deserti mediorientali, in solitudine. Gli apoftegmi sono scritti e storie di saggezza e di pratiche spirituali, prima tramandati oralmente, poi messi su carta. Ora che l'eremo si vede, oltre il deserto, il pellegrino pensa al suo futuro, sente che il suo viaggio sta per terminare. "Il futuro è così vicino, il passato lontano, lasciamo che accada, torcia in mano. Il deserto è così vasto che devi trovare il tuo posto per nasconderti dalla folla e trovare la pace infinita. Una casa senza finestre, nessuna luce che irrompe, una casa per una sola persona, lontano dal sole". Il deserto ricorre per l'ennesima volta nei testi dell'album, simbolo di dimora, una dimora piccolina e buia, all'interno della quale pensare e meditare. Il futuro è così vicino che l'uomo riesce a percepirlo fin quasi sotto le dita, ad afferrarlo. "Ascolta la parola, lascia che bruci, portami a casa e tienimi mentre cadiamo. Tienimi al sicuro dal male. Su un altare terreno il suo regno di verità si trasforma in polvere. È il suo capolavoro". L'eremita ha una visione, forse Dio gli appare durante il viaggio, tanto che lo invoca, invoca la sua grazia e il suo conforto. Le parole pronunciate, a questo punto, non hanno più senso, possono benissimo bruciare. Ora egli agogna il silenzio per ritrovare la pace interiore. Intanto il mondo cade a pezzi, diventando polvere, proprio come deserto.

Without Rule

Il deserto si sta riprendendo i suoi spazi, avanzando lentamente verso le città, e la conclusiva Without Rule emerge dal senso di smarrimento dopo questo impervio e lungo viaggio sonoro e mentale. Ecco la meta, finalmente. Un sottofondo elettronico accompagna la voce di Ribeiro per tutto il tempo, trasmettendo una forte dose di psichedelia al brano. "Quando tutto il mondo è impazzito, gli uomini, le bestie, ogni essere vivente, in cima agli alberi, in fondo alle piramidi, una faccia nella folla, cercando di esistere. Abbiamo dato troppa importanza alle cose, abbiamo diffuso intolleranza". La natura progressiva rende questo brano unico all'intero dell'album, capace di evolversi, di essere in continuo movimento. Claustrofobico, oscuro, Without Rule è un gioiellino introspettivo che procede su lidi morbidi per tutto il tempo, facendo un resoconto dell'avventura appena trascorsa dal pellegrino. Una cupa disamina sul genere umano e sul triste destino del mondo. "Ora che tutto ha perso il suo gusto, il cibo e l'acqua, abbiamo avuto la nostra occasione. Sotto al sole abbiamo resistito, abbiamo pagato e alla velocità della luce ci siamo allontanati. Mai troppo vicini, mai troppo lontani vaghiamo senza regole". Il deserto è alle spalle, la calura è passata, ora non resta che dissetarsi e riposarsi. Il mondo è stato travolto, l'apocalisse è giunta tra noi, spazzando via tutto, ma nell'eremo l'uomo trova la sua armonia. La chitarra ruggisce in misteriose distorsioni, così la voce, arcigna e luciferina, per scatenare gli ultimi istinti carnali, prima di liberarsi delle spoglie umane.

City Quitter

Il viaggio è concluso, l'eremita si arrampica sulla parete rocciosa, fa un ultimo sforzo, prima di cedere alla stanchezza. Il santuario è in cima, lì troverà ristoro e la sua mente potrà meditare. Il futuro che lo attende è silenzioso, sobrio, sereno. City Quitter è una semplice outro costruita sulle note oniriche delle tastiere, traccia fumosa e umida come il vento di un inverno perenne.

Conclusioni

"Anelo all'eternità, perché lì troverò i miei quadri non dipinti, e le mie poesie non scritte", recita Gibran ne "Il Profeta", leggendario capolavoro narrativo già citato in apertura di articolo. Un disco del genere riporta subito in mente i quesiti del romanzo, compreso un protagonista alla ricerca di un viaggio lungo e faticoso, che cerca la pace dei sensi e un rifugio dove perdersi nella sua solitudine. Hermitage è un'opera "umana", perché indaga sulle fragilità dell'uomo moderno, sui percorsi di vita, sul suo spirito, sul destino del pianeta. La salvezza la si intravede sulla cima della montagna, dove è arroccata la città antica, scolpita nella pietra, dimora dei puri di cuore, dei pellegrini fuggiti dall'inferno terreno, perseguitati dagli impostori. I Moonspell confezionano un album introspettivo, costruito su basi ritmiche morbide e su riff plumbei ma quasi mai arrabbiati. Il sostrato elettronico che ogni tanto fa capolino ricorda il magnifico Sin/Pecado, mettendo in luce la forma più raffinata e poetica della formazione lusitana, pur non raggiungendone le vette. Hermitage è un gran bel disco gothic metal, un percorso fitto di ostacoli nel quale seguiamo il cammino del pellegrino verso il suo eremo segreto, dove proseguirà la sua vita, lontano dal caos contemporaneo. È anche una risposta ai tempi moderni, scalfiti dalla crisi economica, dalla pandemia e dalla perdita degli antichi valori. Non si tratta di un concept album in senso stretto, ma in realtà le tematiche affrontate sono sempre le stesse, e nell'opera ricorrono spesso termini e ambientazioni simili. Il deserto è un'entità presente in ogni singolo brano, lo stesso che ammiriamo, sulfureo, in copertina, quest'ultima differente dal classico stile Moonspell, più modernista, quasi futuristica, frutto della matita di Arthur Berzinsh. I colori grigi e porpora dell'artwork si riflettono sul clima generale dell'album, che appare desertico, appunto, e notturno.

"In cammino verso l'eremo osserviamo il sacrificio"

L'incedere placido dell'apripista "The Greater Good" esemplifica il nuovo approccio sonoro, quando il pellegrino decide di lasciare la sua città per trovare la pace, il suo eremo, dove vivere lontano da tutti. Il videoclip, ironicamente oscurato da YouTube per i minorenni, è un riepilogo di tutto ciò che sta accadendo al mondo di oggi, tra terrorismo, città svuotate, rivolte cittadine e malattie. Il viaggio dell'uomo inizia dal disordine, il desiderio di serenità e di solitudine è la meta finale. Lontano dal dolore, ormai divenuto insopportabile. La produzione è eccellente, il suono di basso e di batteria sono spettacolari, dannatamente gothic, e la voce di Ribeiro canta sempre in clean, cercando di mantenere un tono vellutato che non si sentiva da tempo, quasi sussurrando in punta di piedi, ricalcando il mood introspettivo dell'album, e sfoderando solo in sporadiche occasioni il suo graffiante growl. Si prosegue così per tutta la durata del disco, salvo qualche passaggio maggiormente vigoroso, come nel caso di "The Hermit Saints", terremotante terzo singolo estratto. Ciò che desta attenzione è la semplicità dei pezzi e la sintesi delle liriche, piuttosto concise, ma pur sempre ottime. La penna di Ribeiro colpisce dritti al cuore, raccontando un cammino introspettivo, personale, col quale tutti noi dobbiamo confrontarci, prima o poi, nel corso della vita. Non sono i Moonspell violenti di album come Memorial, Night Eternal o Alpha Noir, e dico per fortuna, visto che non li apprezzo troppo, ma sono i Moonspell a metà tra il candore di Sin/Pecado e le atmosfere inquietanti di Darkness And Hope. Se non raggiunge i livelli del primo, supera quelli del secondo. Certo, ogni tanto si sente il bisogno di qualche sfuriata, della voce indemoniata che filtra nella poesia, come avviene nel clamoroso Extinct, ma la band dimostra ancora una volta di avere coraggio e di sperimentare un nuovo approccio, riuscendo nuovamente a cambiare pelle e forma. Camaleontici e sempre attuali, i Moonspell di Hermitage rinunciano alla complessità, tessendo noti lineari che mettono in musica più stati d'animo, più dimensioni, tutte giostrate sulla splendida voce di Ribeiro, uno dei migliori vocalist e interpreti della scena metal tutta. Se "The Greater Good" e "Common Prayers", i primi due singoli estratti, sono canti disperati da amare al primo ascolto, "All Or Nothing" e "Without Rule" sono oscure nenie che rubano il cuore, mentre a "The Hermit Saints", "Apophthegmata" e "Hermitage", quest'ultima il capolavoro del disco, è affidato il compito di rinvigorire il cammino, trasmettendo energia e rabbia, emergendo dalla perdizione. Hermitage è un'opera affascinante e imperfetta; imperfetta perché di breve durata, condita da una strumentale e da un epilogo, outro e ultima traccia (Withour Rule), questa la più debole in scaletta, fin troppo repentino che scivola via senza scalpore. Avrei voluto che il viaggio verso l'eremo fosse durato un po' di più, magari con l'aggiunta di un'ultima magmatica traccia conclusiva, che avrebbe movimentato maggiormente questo percorso interiore, protraendo il dolore del protagonista. Sarebbe stata la pretesa di un sadico?

1) The Greater Good
2) Common Prayers
3) All Or Nothing
4) Hermitage
5) Entitlement
6) Solitarian
7) The Hermit Saints
8) Apophthegmata
9) Without Rule
10) City Quitter
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