MGLA

Groza

2008 - Northern Heritage Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
16/06/2022
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Groza" (orrore in polacco) e il primo full length del duo polacco MGLA, ma non la loro prima manifestazione sonora. Negli anni precedenti erano usciti gli EP "Presence", "Mdlo?ci", "Further Down The Nest" (quest'ultimi due poi uniti in un'unica compilation) e lo split con Deathspell Omega, Musta Surma, Stabat Mater, Exordium chiamato "Crushing the Holy Trinity" (le tracce dei MGLA qui contenute verranno poi ristampate insieme al primo EP qui citato in un'ulteriore compilation), primissimi passi di M. (MikoLaj Zentara) accompagnato inizialmente dal batterista Dariusz Piper (Daren) e poi da Darkside (Maciej Kowalski), parte ritmica nel disco che andiamo qui a recensire. Superata quindi la primissima fase ancora in cerca di un'identità ben definita e molto influenzata dal black metal più tradizionale, sia di stampo scandinavo che polacco, iniziano qui a essere lanciati i semi che in futuro germoglieranno nel trittico formato da "With Hearts Toward None", "Exercises In Futility", "Age Of Excuse", vera definizione e consacrazione di quello che oggi consideriamo il suono dei MGLA. Una sorta di territorio di mezzo, dove intravediamo l'abbandono delle vestigia iniziali, o meglio del bozzolo, e incontriamo una farfalla nera non ancora del tutto formata, ma già con varie sue caratteristiche individuabili. Sul lato tematico anche siamo in una fase di trasformazione, a metà strada tra riferimenti occulti e linguaggio biblico in bella presenza, e le future disquisizioni filosofiche più elaborate e vertenti verso un pessimismo legato alla realtà dell'esistenza. Una sorta quindi di adolescenza del progetto, che superato il suo nero brodo primordiale, getta le sue basi e si definisce, per poi sfociare da li a poco nella sua "età adulta". Basi che, come detto in precedenza, hanno radici anche nella scena del proprio paese, ovvero quella polacca, tra le più importanti e prive di compromessi del panorama black metal internazionale. Se infatti i norvegesi sono stati resi famosi in poco tempo dalla stampa e anche grazie ai fatti di cronaca legati in maniera intrinseca allo sviluppo del genere in territorio scandinavo, i polacchi "in sordina" hanno creato una scena feroce e oltranzista sotto punti di vista, sia sonori che tematici. Una scena quindi che ha dato i natali ai nazionalisti Graveland, fautori di uno stile che si è mosso negli anni tra barbarie nere ed epicità vichinghe debitrici dei Bathory, e tra estremismi di destra e posizioni più legate a radici culturali, ai futuri colossi del death a tinte black Behemoth, una band propriamente black nei suoi inizi, presto però presa di mira dal così detto Temple of Fullmoon, ovvero l'evoluzione del Temple of Infernal Fire fondato proprio dal leader dei Behemoth Nergal (Adam Darski) e da Blasphemous dei Veles e da Venom dei Xantotol. Evoluzione che aveva preso connotati molto politici ed estremi con anche scontri e indagini delle autorità, cosa che ha fatto allontanare Nergal, provocando un astio sfociato anche in minacce di morte nei suoi confronti da parte di Rob Darken, leader dei già citati Graveland e inizialmente suo grande sostenitore, seguito poi da molti altri musicisti della scena che si erano addirittura presentati armati presso la sua abitazione. Un panorama insomma tutto tranne che tranquillo, dal cui caos sono nate alcune tra le band più affascinanti del metallo nero, caratterizzate da un suono che fonde i dettami del black metal della seconda ondata con elementi provenienti dal folk polacco, con melodie malinconiche fuse con asprezze di chitarra e produzioni ruvide e lo-fi. La lista è lunga, con una miriade di progetti dalla qualità sorprendentemente alta o almeno buona nella maggior parte dei casi: Baphomets Throne, Mastiphal, North, Taranis, Infernum, Hermh, Arkona, Thunderbolt, Profanum sono solo alcuni dei nomi citabili di un sottobosco fatto spesso di progetti non andati oltre il demo, o dalle discografie esigue, ma che hanno lasciato il segno. Tutto questo ha formato in qualche modo anche l'attitudine e il suono dei MGLA, pur con le evoluzioni e lo stile molto personale sviluppato dai Nostri; la malinconia infatti delle melodie, sempre più sviluppata nei loro dischi, vede ispirazione nella scena polacca e nell'animo molto "slavo" che la pervade, così come le ruvidezze e primitivismi derivano dal gusto lo-fi della scena. Inoltre pur non essendo una band politica il duo è stato negli anni associato a simpatie e vicinanze al così detto NSBM a causa della loro presenza presso l'etichetta Northern Heritage del controverso Mikko Aspa e l'aver mantenuto contatti e aver suonato con gruppi di estrema destra come Warhead e Thunderbolt. Inoltre Zentara aveva un progetto power electronics chiamato Leichenhalle prima di avvicinarsi al black metal (altra cosa in comune con Aspa, personaggio che in Finlandia ha fatto da ponte tra le due scene musicali tanto diverse quanto attigue su molti aspetti) con all'attivo un disco chiamato "Judenfrei" secondo i modi provocatori tipici del genere. Invece di scegliere la strada più facile e scindere tali rapporti e/o negarli, M. ha semplicemente contrattaccato con cause legali contro l'associazione ANTIFA "Linkes Bündnis gegen Antisemitismus München" negando che i MGLA abbiano un qualsiasi connotato politico, ma allo stesso tempo non dissociandosi da individui che nella sua ottica fanno parte della scena black metal a pieno titolo, essendo da sempre una raccolta di estremi di ogni tipo, e che fanno parte delle sue amicizie. Un senso dell'onore e del non tradire i "compagni di armi" che ritroviamo già nei circoli della scena polacca, dove chi era considerato un traditore non aveva vita facile, e che viene seguito tutt'oggi dato che nonostante il successo poi incontrato dai MGLA la band non abbandonerà mai l'ala dell'etichetta di Aspa, diventando anche turnisti per l'incarnazione live del progetto di quest'ultimo Clandestine Blaze.

Groza I

"Groza I" è la prima traccia del disco, introdotta da rulli di batteria e fraseggi distorti sconvolti da alcune bordate improvvise; ecco che s'inoltra un galoppo controllato fatto di suoni stridenti, su cui si staglia la voce di M., ancora ancorata a toni rauchi più tradizionali e non completamente formata in quel ruggito velenoso che in futuro diventerà il suo marchio di fabbrica. Ascoltata con il senno di poi, la traccia presenta comunque in maniera più schematica e "ossea" tratti che riconosceremo nei prossimi lavori della band, primo tra tutti una sorta di anti-melodia dove distorsioni e dissonanze diventano la materia prima per suscitare emozioni al chiaroscuro nell'ascoltatore. Troviamo inoltre dissertazioni che seppur prive del mordente e disperazione che verrà, incominciano già a mettere in gioco riferimenti filosofici e raffinate metafore. Tra i pilastri grigi della coscienza il percorso evrso la verità si restringe, il peso dell'assioma (principio di una teoria deduttiva, che per sua natura non richiede di essere dimostrato) sgocciola dalle ferite aperte. Il comparto sonoro conosce alcune cesure ariose che regalano momenti di sospensione prima della ripresa del movimento ritmato, graziato ora da ulteriori malinconie di chitarra che conferiscono elementi malinconici non lontani da un certo gusto dark. Osserviamo il finemente delineato e preciso meccanismo della pecora e del capro espiatorio, il relativo tra i limiti della logica universale, la confidenza collettiva verso una permanenza morale. Doppie casse e chitarre squillanti si uniscono in un interludio preparatorio, fonte di un nuovo trotto dove l'elemento ritmico compare a intermittenza: il comune denominatore più basso viene incoronato, e punti di posizione vengono preferiti alla ragione generale. Le stelle allocate a ogni uomo e donna diventano la giusta misura per un inutile amore e volontà. A livello tecnico si ripetono i passaggi di tempo, collimando in una corsa furiosa in doppia cassa che ci trascina verso una parata baldanzosa e ricca di nero trionfalismo; si mostra una fortezza di benedetta incoscienza, collocata tra Tommaso D'Aquino e Cartesio (due filosofi che hanno presentato due diverse posizioni riguardo al dilemma sull'esistenza di Dio, il primo concludendo che è impossibile dimostrarla nella nostra finitezza, il secondo che già il fatto che possiamo avere un'idea astratta del suo essere infinito rispetto a noi è comprova del suo esistere). Pause marziali instaurano marce precise in un clima quasi bellico, ma che non perde quell'ariosità desolata tipica del gruppo. Largo quindi a nuove grida sgolate e stridule: splende un percorso, come mostrato e detto, sulle stesse esatte tracce, e seguendolo andiamo in cerchio con la faccia nello sporco e lo spirito elevato al cielo. L'epicità esplode con suoni evocativi, come di corno, in sottofondo, ma la velocità rimane su tempi controllati, slavo poi esplodere con il ritorno della doppia cassa pulsante. Il distruttore della speranza, re della ruggine e dei derelitti, contratta e detratta, portatore dello scompiglio, spezzando le regole. Ora la verità diventa una menzogna, e la menzogna diventa verità. Le malinconie oscure tornano con il loro impatto emotivo, unendosi agli altri elementi in un climax pregno di pathos oscuro, creando un loop ossessivo che ripete se stesso fino al raggiungimento di una bella sessione melodica che ci prende di mano tra fraseggi squillanti e drumming quasi meccanico. Si ripetono i modi precedenti, rallentando la ritmica pian piano, come se ci stessimo spegnendo; ma ecco che come in uno sforzo riprendiamo energia, sforzo sublimato da un'ulteriore corsa lanciata. Su di essa viene riportato un estratto dell'articolo del 1993 "The Necessary Devil", pubblicato da John P. Sisk sulla rivista americana improntata sulla relgione e la vita pubblica First Things. Un uso della materia religiosa che ricorda il modus operandi della scena religious black metal di scuola NoEvDia, scena parallela a quanto fatto dei MGLA e non a loro aliena, ma toccata più con il progetto Kriegsmaschine. Qui si disquisisce sul più necessario di tutti i diavoli, l'unificatore ecumenico che è campione di ogni sforzo per rimuovere l'insidiosa distinzione tra natura ed educazione, corpo e spirito, interdizione e impulso, tempo ed eternità, individuale e comunità, maschio e femmina, inferno e paradiso, e come ultimo, naturalmente, tra Dio e uomo. Si conclude così una traccia che mette in mostra molti di quei semi sonori e tematici che germoglieranno nel futuro in maniera più compiuta.

Groza II

"Groza II" vede l'uso della lingua polacca a livello di cantato e testi salvo che per alucne sezioni in inglese, elemento questo già usato in precedenza nella traccia "Further Down the Nest II" dall'omonimo EP, ma che non si ripeterà più nelle future uscite della band. Si tratta di un'ennesima discussione esistenziale sul vuoto e il nulla dell'esistenza, arricchita con riferimenti a termini filosofici e religiosi che ne completano il quadro. Un motivo di chitarra in levare, poderoso e tipicamente black metal, si eleva sempre più con i suoi giri di chitarra contornati da cimbali e colpi spediti in doppia cassa martellante. Prende quindi sempre più forma la traccia, che si stabilizza poi su momenti dai tempi medi, intervallati da parti di doppia cassa come a creare oasi di malinconia tra gli attacchi. Si manifesta anche la voce rauca di M., che illustra una lama fatta di solipsismo (l'idea che individuo non possa conoscere veramente nulla che non sia se stesso, poiché tagliato fuori dall'oggettività di ciò che lo circonda) in una mano rialzata e piena di Hybris (la tracotanza che porta a ribellarsi contro l'ordine costituito, punita con la vendetta divina) che porta a canzoni che escono da labbra insanguinate e alle porte del paradiso, per incontrare il Genus (genere: ciò che si predica secondo l'essenza di molti che differiscono specificamente, secondo Aristotele). Le immagini trovano corrispondenza nei solchi della musica, in un'atmosfera nebbiosa e rarefatta, ricca di una tensione che rimane presente, ma non esplode. Siamo fuori dal bordo, sul lato opposto, e siamo in ogni goccia di veleno, in ogni rivolo di saliva. Ora rulli marziali ci conducono verso parti militanti, convogliando suoni ariosi e distorti, liberati poi in riff circolari e cimbali pulsanti in un trotto rallentato dalle falcate sospeso nel tempo. Abbiamo quindi quello che potremmo definire una sorta di ritornello, gridato con toni che si avvicinano ora a quelli da orco che troveremo in futuro nel cantato dei MGLA; il volere, l'orrore, si alternano in un grido disperato e sconvolto, ma anche rabbioso, e rendiamo saluto a un nulla pieno di nulla, un nulla che è la nostra unica compagnia. L'orrore del nichilismo esistenziale, il senso di vuoto davanti alla verità che non esistono verità o sensi, prende qui forma sonora, dando vita (o morte meglio dire) a un tema che è e sarà il fulcro del senso dei Nostri, della loro estetica e del loro messaggio, declinato in vari sensi, ma sempre con radici nel grande vuoto al centro di ogni cosa. Corse di doppia cassa ci trascinano tra malinconie taglienti e suoni sferraglianti, evocando una corsa black metal che prende dalla tradizione, ma che inizia già a configurare corridori emotivi proprie della band; essa si infrange contro un fraseggio delicato e squillante, materia di base per giochi ritmici di Darkside. Ecco che si ripresenta la doppia cassa terremotata, insieme alle aggressività vocali. Divorando lo splendore delle legioni, dopo le rovine di del Genus, dopo la maledizione dell'ordine, ci troviamo su percorsi tortuosi e gradini ripidi, selvaggi, in una fredda brama di dubbio. Parole che completano il quadro sonoro, lanciato in bordate distorte non a caso gelide e nere, climax black metal che si espande in un mid-tempo sorretto dai toni sonori severi. La batteria muta con toni cadenzati sottolineati da improvvise campane a morto, firma di un epitaffio della speranza che si conclude con una digressione di chitarra.

Groza III

"Groza III" è il terzo e penultimo atto del nostro viaggio nel nichilismo ragionato del duo polacco, traccia che come da loro modus operandi viaggia su tempi controllati e pulsanti, sconvolti da grida disperate che conoscono punte più cavernose, e alternate ad accelerazioni trionfali, arricchite da malinconie squillanti. Il tema non può che essere ancora una volta quello della desolazione, qui con toni ancora più distruttivi che riprendono la famosa frase di Oppenheimer "Now I am become Death, the destroyer of worlds - Ora sono divenuto Morte, il distruttore di mondi." pronunciata in occasione test nucleare avvenuto con successo, e a sua volta presa dal "Bhagavad-Gita", tetso induista dove Vishnu la pronuncia per impressionare un principe mentre assume la sua forma a quattro braccia. Frase diventata universalmente simbolo della distruzione portata dall'uomo, e della reale e concreta possibilità che l'umanità possa portare alla sua stessa estinzione tramite il suo controllo dell'atomo. Dopo un effetto di piatti, prende piede un fraseggio rallentato, sottinteso da cimbali striscianti e solcato da riff dilatati; si configura quindi una marcia oppressiva e altrettanto lenta, sospesa da alcune cesure improvvise dove tutto diventa sospeso. Si manifesta quindi una marcia quasi lisergica, dove i toni sgolati di M. prendono perfettamente posto. Egli recita l'incipit della frase prima riportata, dandogli gravità con la sua disperazione gridata e stridula, continuando poi a descriverci come striscia, scivolando intorno al bordo (immagine perfettamente ripresa dai modi e dai tempi della musica), tra schegge frantumate, congelati in un'irruzione della luce. Il suono ha un che di drammatico, quasi teatrale, e riesce a dare peso a ogni parola; all'improvviso acceleriamo leggermente con un galoppo condito da suoni tanto malinconici, quanto stridenti e volutamente "fastidiosi". Cerchiamo il puzzo della corruzione divina, allargando il nucleo nudo di una verità odiosa, chiedendoci dove dovrebbe essere ricevuta, dato che il prezioso vessillo dell'anima giace rovinato e perduto. Il cantato prende sempre più rabbiosa veemenza, e collimiamo in una corsa spedita in doppia cassa unita a sinistre arie black metal gelide e oscure, sotto le quali percepiamo anche suoni di basso greve. Ma riecco che sprofondiamo nei rallentamenti scolpiti saltuariamente dalle doppie casse; esse prendono poi piena posizione, accompagnando una nuova sezione cantata. Ora siamo diventati Morte, perforati da segnali di trascendenza, giusto cinque minuti prima di poter raggiungere la salvezza. Riprendere spremere più velocità in una corsa che è manifestazione di un'esaltazione oscura, infranta però da nuovi rallentamenti che diventano scenario per rulli ritmici. Largo ora a un ennesimo galoppo ricco di note dissonanti: il sangue amaro dell'agnello è una grazia spezzata, una virtù' cinerea, l'orrore, un prezioso gioiello fatto dalla divinità. Gli elementi sonori convogliano in un'unione che sfocia in una corsa spericolata e sinistra, esercizio di doppia cassa e oscure chitarre. Essa assume poi toni più pulsanti grazie a un drumming serrato, manifestando l'ultima sezione vocale: mentre la luce abbraccia il vagabondo, e le ginocchia si piegano mentre il pensiero viene obliterato, nel momento in cui la resistenza è cessata, allora diventiamo la morte, nemico dell'uomo. Non resta che seguire la corsa che si dirige evros la conclusione, segnata da un feedback di chitarra.

Groza IV

"Groza IV" è il gran finale del disco, ultimo atto del nostro percorso nel suono dei MGLA anno 2008, e nella genesi della loro fortunata, ma meritata, carriera alle soglie dell'underground del black metal moderno. Si tratta forse del momento più emotivo e vicino a ciò che verrà in avanti, ricco di arie malinconiche ed evocative, sorrette da una nera e tragica epicità che è la firma del duo polacco. Dopo un rullo di batteria prende quindi posto un riffing arioso e triste, scolpito dalla batteria cadenzata e delineato da parti di basso. Il motivo prosegue ripetendosi nei suoi modi con ossessione, portandoci con sé verso ariosità oniriche, territorio per le grida secche del cantante. Egli presenta immagini dal gusto biblico, usate però per parlare del dubbio verso ogni figura salvifica, in un attacco verso la religione. La valle del giudizio universale si mostra a noi, foresta antica, e qui ci chiediamo da dove viene la temuta presenza, nota da tempo. Un improvvisa cesura ci porta in spazi vuoti dove troviamo esercizi di batteria in un gusto quasi tribale, ma molto presto si ripresentano le chitarre altisonanti e squillanti, seppur rallentate. Chiediamo a colui che ha elevato gli oracoli delle menzogne, se ha visto il pastore mentre si nutriva delle sue stesse pecore (chiaro riferimento allo sfruttamento dei fedeli da parte delle istituzioni religiose), e dopo la ripresa del trotto in doppia cassa ci vengono illustrate la virtù della perdita e gli inni della decadenza, chiedendoci se abbiamo fede anche ora, chiamandoci ironicamente gli amici più cari. Tra ariosità più dilatate, ci viene chieso se ora dubitiamo che la verità sia una menzogna, o se dubitiamo che la menzogna possa essere nella nostra furia promitiana. Belle costruzioni melodiche s'innalzano,sorrette dal drumming deciso e capace di rallentare all'improvviso, dando rilevanza alle parole. Ci viene chiesto da dove viene il nostro fardello fatto di una grande tradizione, e come possiamo non aver visto chiaramente la struttura. Riecco le accelerazioni galoppanti, terreno per doppie casse, rulli cadenzati e veloci, e chitarre stridenti, esse cadono in falcate emotive, con un esercizio di stile competente e dai cmabi di tempo ben calibrati, che si ripresentano tra prese di velocità e rallentamenti ariosi. Ed è sull'ennesimo trotto che veniamo trasportati verso una cesura costituita da un fraseggio triste e delicato, quasi progressivo, accresciuto poi in un'ultima cavalcata dai tempi medi. Un fuoco inestinguibile, un nido di terrore tremante, un percorso che porta al pericolo, dispiacere e disperazione: ecco che cosa ci viene presentato,mentre tornano in sottofondo le doppie casse che fanno da contrasto agli altri strumenti sospesi nell'etere. Scivoliamo quindi una coda ritmata dove Darkside ha modo di mostrare la sua abilità anche in un contesto più controllato e pacato, convogliando la melodia portante, conclusa con un'ultima dichiarazione dove ci viene detto che è così che giunge il "mondo senza fine" (frase biblica presa dalla traduzione del passo Isaia 45:17 in riferimento al potenziale dei figli di Dio di poter ottenere la salvezza eterna, qui naturalmente usata con amaro sarcasmo).

Conclusioni

"Groza" è la genesi della piena realizzazione del potenziale dei MGLA, un ponte tra il passato e ciò che verrà. Questo aspetto naturalmente risulta più chiaro ascoltando il disco con il senno di poi, è infatti inevitabile sentire in certe costruzioni ed elementi una forma più "arcaica" e meno definita di quanto sentito poi con "With Hearts Toward None" e gli album successivi. Come molti dischi transitori non è perfetto, ma non privo di un suo fascino e certamente godibile anche nella sua singolarità. Troviamo cambi di tempo e situazioni che mostrano l'abilità del batterista Darkside, elemento importane ed essenziale per l'essenza del duo tanto quanto le chitarre, la voce, e i suoni di M., ma il meglio dovrà ancora venire. In particolare la produzione conferisce per il momento alla doppia cassa un suono abbastanza "meccanico", e le vocals del cantante non raggiungono quella spietata e sarcastica ferocia che sarà il perfetto mezzo per esprimere l'amaro disgusto che prenderà sempre più piede nei temi dei Nostri. Le vestigia del suono degli EP, ancora in cerca di una direzione e molto ancorato nella tradizione del black metal polacco, sono ancora in parte presenti, superate in corso d'opera in una progressione che trova la sua realizzazione nell'impianto più evocativo della finale "Groza IV", il momento più simile allo stile dei dischi futuri. Un bozzolo nero se vogliamo, che qui si apre e mostra l'altrettanto nera, ma più affascinante, farfalla che contiene. La base fatta di opposizione alla religione ha ancora le sue radici nei modi dei riferimenti religiosi usati contro la loro fonte stessa, ma viene accostata a riferimenti filosofici e riprese di dissertazioni che preannunciano i sarcastici discorsi filosofici dove M. avrà piena confidenza nel trattare la materia in un black metal che supera la visione teologica per raggiungere un nero nichilismo che attaccherà la società e le speranze stesse dell'individuo. Il tutto è in divenire, presente, ma abbozzato in alcune parti, e ci consegna l'immagine di una band che incomincia ad attirare i consensi degli ascoltatori più lungimiranti, ma probabilmente ancora nessuno immaginava ai livelli che seguiranno. Ancora in seno all'underground più lontano dalla visione del grande pubblico, i MGLA muovono i loro passi mostrando una crescita costante permessa dalla serietà del progetto e dei suoi membri, e alla chiara visione del leader Zentara, deciso a migliorarsi con il tempo per dare sempre più forma alla sua idea di black metal dove è possibile toccare la melodia, o meglio l'idea della melodia, senza eliminare l'asprezza e la ricerca del discorde in musica, e quindi senza tradire le basi del metallo oscuro. Naturalmente comunque, fenomeno inevitabile e tipico da sempre del mondo black metal, molti entusiasti della prima ora abbandoneranno il supporto della band alle prime avvisaglie di successo, seppur minimo. E' un fatto curioso, dato che in realtà i MGLA non abbracceranno mai i modi e le strutture del mainstream, mostrando una coerenza non scontata. Fedeli alla Northern Heritage ancora oggi rimangono sotto l'etichetta di Aspa, e per quanto ricco di malinconie e pathos, il suono dei Nostri è indelebilmente impregnato da una disperazione e nichilismo neri e seri, incarnati in suoni che sanno essere anche brutali e taglienti, lontani da produzioni di plastica. Allo stesso modo i loro concerti si manterranno sempre incentrati sulla musica, senza messe in scena teatrali od orpelli, con i musicisti nascosti dietro maschera e cappuccio, non-entità che vogliono lasciare spazio al loro messaggio; approccio perfetto per i portavoce del vuoto e della mancanza di senso dell'esistenza, e una posizione a metà strada tra il rifiuto di esibirsi di band religious come Deathspell Omega, Funeral Mist, Abigor e la piena accettazione delle logiche da rockstar e del lato scenico della musica metal da parte di realtà quali Watain, Mayhem, Dark Funeral e molti altri. Insomma, qui il duo raggiunge il primo gradino nella scala verso una realtà totalmente loro slegata sia da cieche devozioni al passato, sia compromessi sonori e personali verso lidi estranei all'ethos del black metal, in una strada fatta di fatica, sangue nero, livore, impegno, e una chiara fermezza che sarà la guida nel tortuoso mondo musicale moderno, non dissimile dall'asprezza dell'esistenza molto familiare e decantata da M., feroce pensatore che darà sempre più una forma fredda e ragionata e una rabbia e sgomento che nascono da un cuore nero e avvilito da perdite, sconfitte, distruzioni di illusioni.

1) Groza I
2) Groza II
3) Groza III
4) Groza IV
correlati