MGLA

Age Of Excuse

2019 - Northern Heritage Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
04/06/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Nel 2019 usciva "Age Of Excuses", quarto album del duo black metal MGLA (nebbia in polacco) costituito dal cantante, chitarrista e bassista M. (Miko?aj ?entara, figlio dell'attore polacco Edward Zentara e proprietario dell'etichetta No Solace) e il batterista Darkside (Maciej Kowalski). Entrambi i musicisti sono anche parte del progetto Kriegmaschine, e anzi proprio quest'ultimi dovevano essere la band principale dei Nostri, con i MGLA esistenti come un outlet per idee e suoni non usati con l'altro gruppo. Dopo una serie di EP il gruppo era arrivato al loro primo album con l'acerbo "Groza" del 2009, disco contenente in stato embrionale idee fiorite in seguito, accompagnate da un suono ancora da limare e rifinire, e da un impianto tematico ancora a metà tra riferimenti occulti e visioni più terrene. Ma a partire dal secondo disco "With Hearts Toward None" è incominciata una scalata verso il relativo successo presso un pubblico non solo underground che si è poi pienamente concretizzata con il capolavoro "Exercises In Futility", summa del discorso sonoro e tematico della band. Discorso che continua anche nel disco successivo qui analizzato, ennesima manifestazione di un black metal melodico, ma nero come la pece, pessimistico, ma contornato da toni trionfali in una sorta di nobile sconfitta. Il percorso dei MGLA infatti si distingue da molto del black metal passato e odierno, pur mantenendo nelle radici l'essenza del genere tanto nelle visioni misantrope sia nel suo essere elitario, scegliendo un'estetica semplice fatta di giubbotti di pelle e cappucci sotto i quali i volti dei membri sono sempre coperti sia in sede live, sia nelle foto promozionali (cosa imitata da molte band sorte tra il 2014 e oggi) e un mondo tematico lontano da occultismo e inferni metafisici, vicinissimo invece a una visione legata al nichilismo e alla filosofia del '800 e del '900 del "inferno umano", ovvero della società, della storia, dei rapporti interpersonali e anche con se stessi. Grafiche semplici e spoglie, ma allo stesso tempo dritte al punto e ricche di arte, completano una volontà di non imbellire nulla con eccessivi orpelli o manierismi di sorta, lasciando parlare la musica. Sempre per lo stesso motivo, come nei due dischi precedenti, non abbiamo singoli o tracce trattate come episodi a sé stanti, ogni canzone riporta semplicemente il titolo del album seguito da un numero romano, pezzo di un tutto che non deve essere scisso. Il suono è caratterizzata da un comparto ritmico eccezionale, merito della tecnica ai limiti dell'umano di Darkside, batterista capace di raggiungere velocità e cambi di tempo che in sede live diventano uno spettacolo di abilità, e melodie malinconiche che per "evoluzione parallela" sembrano toccare territori post-punk senza però cadere nel così detto post-black metal; questo perché allo stesso tempo il tutto si mantiene ruvido e feroce, anche grazie alla voce di M. che sembra più quella di un cronista infernale pieno di disprezzo e sarcasmo verso tutto, compreso se stesso per primo, piuttosto che quella di un cantante intento ad allietare con melodie. Viene mantenuta una certa coerenza con quanto stabilito dal disco precedente, pur aggiungendo una certa ferocia in più che rende il tutto meno sospeso e più violento. Questo rende forse quanto qui sentito meno unico rispetto all'impatto che ebbe "Exercises In Futility" al momento della sua uscita, ma ci da anche l'impressione di essere davanti a una saga sonora che evolve di episodio in episodio. Se nel album precedente il focus stava nel personale e nel senso di sconfitta e inutilità dato dalle speranze e illusioni sempre infrante, dagli autoinganni, dalla perita di emozioni e dal senso di vuoto, qui il tutto viene spesso visto in chiave più generale e legato alla società umana e alla storia, una lunga discesa verso l'abisso dove non ci sono dei, demoni o fiamme, bensì semplicemente una razza di primati che sono intrappolati in un inevitabile ciclo di autodistruzione. Non pochi punti in comune possono essere trovati con il corso più recente dei Deathspell Omega (non a caso M. comparirà come ospite nel loro ultimo album "The Long Defeat" del 2022), ma la dove quest'ultimi mantengono un elemento di spiritualità oscura e demoniaca, i MGLA usano solo sparuti riferimenti alla mitologia ebraica, greca e nordica usati come metafore, accompagnati dai ben più presenti rimandi alla filosofia occidentale, passione e arma argomentativa preferita del caustico e riflessivo cantante e leader. Il risultato è un comparto sonoro e tematico dove si mischiano emozioni come tristezza, rabbia, accettazione, con un freddo sarcasmo che mette l'ascoltatore a nudo davanti a fallimenti personali e allo stesso tempo della società umana, in un quadro ben più inquietante e oppressivo di qualsiasi astrazione metafisica o allegoria satanica a causa del suo realismo e contingenza.

Age Of Excuse I

"Age Of Excuse I" è il primo atto del disco, una spietata analisi della razza umana e della sua esistenza inevitabilmente afflitta dalla mancanza di quel senso che disperatamente ricerca in ogni modo, anche imponendosi violentemente sul reale e sugli altri, ripetendo alla nausea un ciclo che non trova mai una risposta. Un rumore volutamente fastidioso, a metà tra denti che stridono e una porta che scricchiola, ci porta verso un movimento di chitarre altisonante e trionfale, scandagliato da piatti combattivi e da colpi cadenzati in una marcia coronata da ariosità che conquistano l'etere; la voce rauca e velenosa del cantante si adagia sul movimento musicale, tappeto che accentua alcune sue espressioni agevolando l'andamento discorsivo. Una specie è stata armata con una spada a due lame alle estremità, un'arma fatta di delusioni e senza elsa, forgiata in un miraggio di trascendenza interna nel meccanismo imbrigliato della vita stessa. Falcate altisonanti si ripetono fino a un climax trionfale fatto di un motivo squillante dai giri ossessivi. Mentre il velo viene tolto, l'ego trema in spasmi dovuti alla visione, e dei deliziati grugniscono come maiali quando si accenna a una ragione d'essere. La musica assume un galoppo deciso, mostrando un songwriting mutevole, ma controllato, dove l'apparente minimalismo nasconde in realtà una tecnica d'alto livello; dai giardini di Semiramis (figura mitologica citata da Diodoro e usata da Voltaire nella sua tragedia omonima, e da Shakespeare in Titus Andronicus e nella Bisbetica Domata, spesso associata con la Prostituta di Babilonia biblica) fino alle trincee di Ypres (città olandese teatro di battaglie durante la prima guerra mondiale) si leva un tumulto senza significato; ecco che torniamo alle altisonanze precedenti, in un trotto epico, ma allo stesso tempo pregno di malinconia. Verità sublimi vengono rivelate tramite il martellamento di stivali chiodati, e possiamo trovare saggezza negli epitaffi vergognosi dei codardi. Riecco i galoppi marziali adornati da dissonanze austere, mentre torna anche il discorso prima incontrato: dai terreni del Comitium (il foro romano) fino alle celle di Tuol Sleng (il museo del genocidio situato in Cambogia), dalle spore della presenza e uno sciame pestilenziale, finiamo nelle ironie dell'esistere. Un bel motivo malinconico si leva con i suoi solchi che catturano lo spirito, mentre in sottofondo i colpi dei rullanti scolpiscono il percorso. Sale la disperazione, e come risposta anche una sorta di contrapposizione trionfale, una resistenza inevitabile, ma che sa di essere inutile: speranze che cadono colpiscono il terreno, tra i lamenti di un millennio che è sprofondato, non ci sono percorsi da percorrere, se non quelli di un incubo fatto di ripetizione senza fine. La corsa prosegue lanciata in un fiume nero che ci investe senza però degenerare in cacofonie. Chiediamo a coloro che scrutano gli annali dell'umanità domandando percorsi, connessioni, sviluppi, se alla fine li hanno trovati, e se alla fine è stata davvero la saggezza a spingere questo carretto rotto che è la civiltà umana. Tornano i toni marziali dai rullanti bellici, aprendosi a maestose parate ariose dove evochiamo le meraviglie, la miseria, l'ascesa e il vuoto, collimando in un'ultima corsa trionfale che ci lancia verso l'oblio.

Age Of Excuse II

"Age Of Excuse II" è il secondo atto del nostro viaggio, un trionfo di desolazione spirituale e vuoto culminante in un pieno disprezzo e desiderio di distruzione e fine per la farsa che è il teatro dell'esistenza e della civiltà umana. Un vero e proprio manifesto del messaggio e mondo dei MGLA e di M., che da sempre ha espresso il suo senso di distacco e delusione verso il mondo e le persone, e anche verso se stesso per il senso di sconfitta che avverte. Un riffing in levare si fa sempre più presente insieme alla ritmica possente, tra corsi melodici e giri squillanti e ossessivi, introducendoci in una cavalcata nera che si assiste su trotti temprati da fredde malinconie. Il puzzo del Zeitgeist è l'incenso di luoghi di culto abbandonati, come i cadaveri abbelliti con cipria e fard n modo tale da poter portare avanti la farsa sempre lateralmente. Un'incarnazione svenduta in una sarx (carne in concezione biblica) usurata. L'anima si aggruma in un putrido bozzo che è sostanza pallida e triste del mondo, ai piedi di uno spirito distaccato. Le trame tristi e melodiche si perpetuano in un'atmosfera emotiva, ma allo stesso tempo senza pietà e risoluta; tra il macellaio e il tritacarne questi sono i paesaggi del dispiacere, fatti di grigio e sfarzo, brillantini e Gehinnom (la Gehenna biblica). Tra il tedio e la paura, questa è la canzone dell'aldilà, il sibilo dei ratti e i canti irritanti degli angeli. Ci scontriamo con una cesura fatta di fraseggi squillanti e falcate ariose, presto mutuata in un nuovo galoppo controllato: tutto è un sacrificio a dei dei bassifondi, redenzione sprecata e grazia mal-riposta, come una talpa sofferente che scava nell'Eden e che è una caduta verso il basso respirante e vivente. Il "ritornello" si ripete dopo una corsa sottolineata da cimbali ritmici e dissonanze melodiche, riportando tutte le evoluzioni e corsi già incontrati. Nuove corse in doppia cassa e piatti pestati ci portano tra trame di chitarra intricate e gelide altisonanze black metal, fino allo scontrarci con uno stop improvviso. Si leva però subito un loop tagliente che ci conduce per mano verso una nuova sezione. Siamo in una terra di un sole che è tramontato con grandiosità comica, una danza macabra che striscia con iene che ballano il waltzer. La batteria si fa ora più pestata in connotati che possiamo quasi definire punk, portandoci in un galoppo robusto che segna il finale della canzone; imploriamo la venuta di un nuovo diluvio con vera pioggia e un assortimento di piaghe, e quando tutto sarà finito nemmeno il Diavolo sarà così interessato dalla cosa da sputare nel fango che rimarrà.

Age Of Excuse III

"Age Of Excuse III" parte con un andamento maestoso fatto di chitarre altisonanti e contornato da rullanti d batteria, che presto si aprono in una doppia cassa che sorregge le falcate dissonanti e taglienti. I ruggiti malevoli di M. completano il terzo atto di "Age Of Excuse", mostrandoci un campione dell'umanità che ne incarna tutte le tragiche illusioni e un mal-riposto senso di giustizia, nonché la vana illusione di poter creare un futuro migliore imponendosi sulla realtà e sugli altrui uomini anche tramite l'eliminazione dei dissidenti. Da profeti che ululano e dalle maledizioni dei retti, nelle torri d'avorio, viene nutrito un nuovo tipo di campione. Un Erostrato (il distruttore del tempio di Artemide condannato all'oblio del suo nome dalla memoria in punizione del suo atto, simbolo oggi del terrore di non essere ricordati dai posteri) moderno pieno di buona coscienza, il più nobile dei sofferenti destinato a una strada fatta di disinformazione. Ora l'andamento si fa più ritmato in un galoppo sostenuto, seguendo un modus operandi ormai chiaro e spesso usato dalla band. M. chiarisce il suo punto con una frase diretta e semplice: alla fine dei discorsi, si tratta sempre del solito sceneggiato: crediamo nella vittoria o diamo il benvenuto alla sconfitta? Posta la questione, si prosegue con il movimento fatto di suoni squillanti e colpi ossessivi di batteria, ottenendo un'atmosfera allarmata, ma in qualche modo controllata e fredda, perfetta trasposizione per i modi sdegnosi del cantato. Ora ci parla di furbi di approfittatori della giustizia, esperti nell'inganno, intagliatori del legno corrotto e protagonisti di una farsa finemente orchestrata, che proclamano rabbia e furia sotto la minaccia mortale che esse alimentano. Tornano i galoppi ritmati con la loro farse caustica, seguita da una doppia cassa selvaggia che ci porta verso stridenti e squillanti dissonanze che instaurano un'atmosfera ancora più nervosa ed elettrica. E' una rivolta e una ribellione finta tutto ciò che vediamo, nell'illusione di un nuovo mondo che verrà ogni tanto, "più puro", "più lucente", "più chiaro", "migliore". Un fraseggio severo fa da ponte verso un nuovo trotto black metal scandito da piatti e colpi cadenzati, e dove doppie casse sottolineano impennate tematiche pregne di ferocia. L'ultimo dei non credenti verrà calpestato nella più grande delle marce verso un futuro radiante, dove alle pecore vengono promesse delle fauci. Torniamo quindi agli andamenti più controllati e ritmati, in un galoppo contornato da dissonanze e ritmiche sicure. Solo dopo che le tombe saranno riempite con i resti dei dissidenti, e il quadro di riferimento viene dato alle fiamme insieme ai pensieri proibiti, solo allora il discepolo si rivelerà, il vero credente avrà superato ogni male dovuto ai fautori del dissenso. Il galoppo si ripresenta per la terza volta con la sua domanda inquisitoria, e l'intensità sonora esplode in una caotica corsa dissonante che fonde vari elementi incontrati nel percorso della traccia, proiettati in una folle cavalcata che mette fine alla canzone stabilizzandosi su un trascinante motivo che viene scolpito in chiusura da colpi serrati di batteria: una falsa alleanza, un falso proposito, falsi ideali, una falsa comunione segnano quest'ultima manifestazione dell'illusione umana.

Age Of Excuse IV

"Age Of Excuse IV" ci accoglie con un riffing freddo e malinconico, raggiunto presto da un drumming pulsante e ritmato che ci investe con una corsa black epica. Tratti distorti nei loro giri circolari fanno da base per i ruggiti di M., ancora una volta cantore della farsa umana e della sua inevitabile caduta; qui un dialogo elaborato scardina molti concetti della civiltà e del concetto stesso di sovversione, portando l'individuo a riconoscere tratti della natura umana oscura e che si manifestano solo nella violenza più cieca. La base della trasgressione è il chiedersi se un ironica distanza è la vera sovversione, poiché essa e intagliata nella struttura stessa del sistema a cui ci opponiamo. Per questo, il linguaggio del flagello dovrebbe essere istillato in ulteriori argomentazioni, il linguaggio della fatica e della fame in uno stato di panico senza sosta, dove lo sforzo prende forma di un ordine assoluto, un'istituzione totale e le leggi clandestine della notte saranno esposte alla luce del sole. In sottofondo, la musica mantiene i tratti prima enunciati, ma piccole variazioni di chitarra creano moduli che rendono il tutto non statico implementando nordiche freddezze dal grande effetto, e alcuni tratti melodici sottolineano l'incedere delle parole del cantante. Una doppia cassa martellante scolpisce una corsa decisa, in un corso black metal dagli andamenti melodici, ma anche risoluti: derisi da molti, e conosciuti da pochi, si manifestano gli incendiari dell'aporia perpetua (l'aporia è in filosofia una risoluzione di un problema negata dalle contraddizioni insite nel problema stesso). Ora la musica assume tratti più concitati, in un suono quasi tecnico dove regnano passaggi di dissonanze e movimenti contratti; il corso caotico si lancia in corse drammatiche, mentre il cantato prosegue con le sue caustiche descrizioni. Dobbiamo riconoscere la presenza di un lato sinistro, che va ben oltre la superficie, e che esistono aspetti di noi stessi che si rivelano solo nell'odio più cieco e bruciante. La violenza tematica trova corrispettivo nella musica, che si abbandona anche a galoppi di batteria sottolineati da torrenti evocativi di chitarra. Riprende quindi il corso iniziale più contratto e controllato, ma dal quale traspare una malevolenza trattenuta a stento; le lame verranno affilate sulle le lapidi dei teneri di cuore, e le misure verranno stabilite in base al maggior impatto contro l'illusione della sicurezza. La munizione squarcerà il cuore del sogno a occhi aperti, e diventerà il testamento della missione senza speranza dei profeti in un falso stato spirituale (viene usato il termine prelest, appartenente alla cultura ortodossa e indicante, appunto, a una malattia spirituale che porta a credere di essere elavti spiritualmente, quando non è così). La doppia casa s'introduce durante l'evoluzione del corso musicale, sottolineando l'incitamento delle parole. Largo poi a esercizi di piatti pestati e a giri circolari taglienti ed epocali; dobbiamo riconoscere una sana confusione. Lo sporco dietro alle fantasticherie. Dobbiamo disotterrare la follia ed esplorare l'assurdo, de-costruendo senza la promessa di ricostruire un percorso, diventando liberi tramite la verità dettata da profeti spiritualmente ingannati in una falsa ascesa. Su queste parole, all'improvviso, si blocca il pezzo, lasciando solo il silenzio in nostra compagnia.

Age Of Excuse V

Con "Age Of Excuse V" siamo al quinto atto del nostro viaggio nel vuoto, introdotto da un fraseggio distorto e triste, accompagnato da una batteria leggera e dai tempi non veloci, instaurando un'atmosfera sospesa e malinconica. Su di essa si appoggiano parole dal gusto cinematico, tramite una voce pulita, ma filtrata e lontana, che suona come se venisse da uno spettro. Essa ci parla di carovane raccapriccianti che strisciano in cerchio attorno a pilastri di luce fredda e grigia, e di un cavallo pallido che è li solo perché il suo cavaliere è via per affari (probabilmente la morte), mentre il leone è andato a ruggire da un'altra parte (riferimenti che sembrano essere presi dalle figure bibliche e dall'apocalisse). E' l'inizio della dissoluzione, la comodità del silenzio risolutivo mostrata al pubblico mentre i morti viventi guardano il vuoto spalancato aspettando che finalmente la lama scenda su di loro. La musica si da a sospensioni ritmate che accolgono un'affermazione che sembra rispondere all'attesa prima enunciata: "Non ancora"; ora i tratti che potremmo definire quasi black 'n' roll si danno a velocità maggiori, accompagnando il familiare tono distorto e velenoso del cantante, intento a illustrarci gli orrori che ancora devono realizzarsi prima dello scontato finale. Ci sono ancora interiora da strappare e appendere tra gli alberi sacri, ossa da spezzare e occhi da cavare per il divertimento di un dio sbavante. Chitarre notturne e passi cadenzati di batteria ci guidano in questa galleria dell'orrore esistenziale. Rinati in uno tsunami di sporco, tra i canti di angeli che soffocano, siamo un'offerta a un idolo rapace che avrà ancora più piacere nel vomitarci. L'azione si fa più concitata con un drumming più pestato e con bordate che sottolineano la cadenza del cantato, che scandisce in modo caustico le sue parole soffermandosi prima di passare a quella successiva: masticati e sputati, siamo comunque abbastanza appetibili ancora per gli avvoltoi non molto intelligenti, strappati e gettati in giro, veniamo nutriti con i resti della speranza fino alla banale fine. I tratti ritmati creano una sorta di movimento inquisitorio che accresce la terribile mancanza di fuga o speranza davanti a quanto detto. Troviamo quindi corse fredde e nordiche dal gusto vecchia scuola, pregne di quella malinconia gelida e triste tipica della band. Esse però si scontrano con nuovi galoppi severi e dissonanti, in una marcia verso l'oblio; siamo in un pellegrinaggio svenduto verso il cuore della tenebra, dove il soggiorno è stato esteso un bel po' e dove la visuale è sempre la stessa, ovvero dispiacere su dispiacere, accompagnata da un'orchestra che continua a suonare la stessa canzone in ripetizione. Si tratta di un cantico orchestrato per denti strizzati, cuori che ululano e colonne vertebrali che si frantumano, il tutto mentre sotto al vestito del direttore d'orchestra si nascondono un migliaio di rasoi desiderosi di essere usati. Ritroviamo ora il ritornello ritmato e sincopato nel suo andamento, scolpito dalla batteria serrata e dai giri squillanti di chitarra, collimante ancora una volta una corsa in doppia cassa che suona come un gelido torrente in piena che investe tutto. In questo corrotto scherzo che dovrebbe essere un mondo, sul fondo del cestino della storia, facciamo ancora finta che i nostri cadaveri abbiano un po' di classe. Il comparto sonoro terremotato raggiunge fraseggi ariosi e spettrali, guidati da colpi distribuiti e lenti di batteria: una luce fredda, un vuoto aperto, il silenzio finale a portata di mano, il ciclo spezzato ? non saranno ancora nostri, per ora. Su questa ultima enunciazione si costruiscono i movimenti contratti conclusivi, una parata di piatti e rullanti che si ripete con ossessione fino a una digressione di chitarra.

Age Of Excuse VI

"Age Of Excuse VI" è il gran finale dell'album, sesta e ultima parte del suo nero percorso. Una summa del tema del disco, ovvero la costatazione del collasso, della fine di una civiltà e del suo tracollo, e della storia che fa il suo corso andando oltre e calpestando ogni cosa, ignara e sorda a qualsiasi supplica o vana speranza. Un riffing distorto, ma naturalmente melodico, fa da ossatura per giochi tecnici di batteria che si stabilizzano su un trotto; inevitabilmente si posizionano le vocals corrosive del cantante, subito impegnato nelle sue nere visioni. Siamo sempre sui resti di occasioni mancate, speranze e innocenze, sulle ossa sbiancate di coloro che hanno fallito, ma ancora di più su quelle di coloro che non hanno nemmeno tentato, appiattendoci tra boschi spinati affilati con la colpa, inganno e vergogna, cercando di raggiungere vane verità seppellite sottoterra, sotto strati e strati di sporco e fango. I connotati tristi e controllati si mantengono tali per questo primo corso, incontrando anche ponti altrettanto melodici nei loro andamenti sospesi, ma sorretti da una ritmica certamente robusta che illustra questo giorno ed epoca, come detto dalle parole. Sentiamo le litanie di morali "overskurkens" (parola inventata dal drammaturgo Henrik Ibsen in "John Gabriel Borkman" per indicare la morale di un pusillanime) che sono le uniche preghiere che possono essere ascoltate in questi giorno, e in tutto questo coloro che avevano sognato una vera rivoluzione, si distraggono facendosi del male a vicenda. Una doppia cassa si alncia in una corsa sormontata come sempre da chitarre malinconiche e squillanti, seguite da riff black metal gelidi e ariosi; ciò che deve essere fatto deve essere fatto, la natura umana è quella che è, noi copriamo i nostri occhi mentre chiamiamo alle armi e puntiamo una delle lame verso noi stessi (riferimento alla copertina del disco dove compare un cavaliere con una spada a due lame collocate nelle opposte estremità, simbolo della natura autodistruttiva dell'umanità). I toni si fanno ancora più squillanti in un'intensità che sale insieme alle parole adottate: braccio nel braccio, in una lotta inutile dove le carte sono segnate e le possibilità pressoché nulle, andiamo mano in mano in un destino peggiore della morte, senza sosta nel nostro scontento. Torniamo ai movimenti iniziali e alla melodia portante della traccia, in un galoppo controllato che si promulga fino a uno stop improvviso: qui un riff in loop e fraseggi taglienti fanno da sfondo per una sospensione in cui si innalzano le feroci illustrazioni del cantante. Gli imperi vengono distrutti, i principi schiacciati, i salvatori crocefissi, e la storia cosa fa? Va oltre tutto fottendosene. Quest'ultima affermazione segna la partenza di una doppia cassa sottolineata da chitarre gelide e taglienti e piatti cadenzati. Gli assassini con le lenti rosa si trovano nella fine sbagliata del tunnel di luce, praticanti di un disprezzo senza fine, in compagnia di coloro che scaverebbero compassi morali piuttosto che ponti. Si ripetono i giri circlari familiari, in un corso ossessivo e feroce tanto quanto il testo: osserviamo il mondo e ci sputiamo sopra, i nobili e la feccia della terra insieme, se non altro per una maledetta e basilare dignità in questo giorno ed epoca della scusa. Ci lanciamo in un una cavalcata conclusiva che ripete parti già vissute, in una sarcastica celebrazione della chiamata alle armi e alla lotta senza senso verso un destino che è peggiore della morte; i colpi di batteria si fanno fitti, e la voce spremere più mostruosa e distorta, spegnandosi poi contro fraseggi squillanti e tristi che chiudono il nostro viaggio su note ariose ripetute in una dissolvenza che ci trascina con sé.

Conclusioni

"Age Of Excuse" è in definitiva un degno successore e continuo del discorso iniziato con "With Hearts Toward None" e pienamente realizzato da "Exercises In Futility", pur non portando lo stesso grado di novità ed evoluzione che ha rappresentato quel disco. Questo fatto non deve però sminuire la bellezza e meriti di questo lavoro, e l'accusa mossa da alcuni secondo cui si tratterebbe di una copia di quanto già fatto e detto cade davanti a un ascolto attento; questo perché se le basi di partenza sono quelle del terzo album, il tutto viene sviluppato con un piglio più nervoso e violento, dove le malinconie melodiche tipiche dei MGLA s'intersecano con tratti stridenti e dissonanze ancora più graffianti, supportate da costruzioni robuste e ritmiche che si lanciano in cavalcate sostenute. Guardando ai tre album, vediamo un discorso sonoro ed estetico mantenuto con diverse declinazioni, ma con una coerenza di fondo che fa da perno per l'essenza del duo e per il messaggio caustico, risoluto, e tragico da loro trasmesso. Imbevuto dal pessimismo cosmico e dall'incontro tra quello tedesco più belligerante, sarcastico e trionfale nei suoi connotati niceani e quello slavo più malinconico, nichilista, stanco e tetro, nonché da considerazioni socio-politiche ed esperienze personali, ?entara riesce a usare la materia black metal per concepire un suono personale ed emotivo pur nella sua durezza, e un mondo tematico che non è interessato all'occultismo o alla trascendenza, ma che invece guarda in faccia l'abisso dell'esperienza umana, partendo dal micro e dal personale, arrivando fino al macro e alla visione della società e della storia della razza umana. Una tenebra dove dei e demoni sono metafore e topoi dell'uomo stesso, dove non occorre nessun diavolo o inferno perché è la realtà stessa a essere un inferno senza la possibilità di una redenzione, di un senso, di una miracolosa ascendenza dopo le sofferenze e gli inganni. La musica dei MGLA è la colonna sonora di un paradosso, un guerriero sempre più ferito e vuoto dentro, con un'armatura fatta dei suoi passati dolori che lo rendono sempre più privo di emozioni, che sa benissimo che non ne uscirà mai vittorioso, ma che nonostante tutto continua ad alzare la testa perché non riesce ad accettare di stare giù. Tutto pur ripetendosi che è inutile, schernendo se stesso, i suoi fallimenti, e quelli dell'umanità tutta, sapendo che chi vede oltre il velo dell'illusione è solo condannato a essere solo e a soffrire ancora più fortemente degli altri. Un dissidio che sta alla base della musica del duo, dove la bellezza delle melodie e la loro tristezza incontra connotati ruvidi e aspri che riportano tutta l'amarezza e brutalità dell'esperienza umana. Inganni, false speranze, fedi, guerre, massacri, istituzioni politiche, filosofie, il cercare un senso davanti al vuoto dell'esistenza, il sarcastico e sprezzante rimando a figure mitologiche e concetti filosofici, il tutto dipinge un quadro nero e desolato, dove non ci vogliono essere orpelli e abbellimenti. E' singolare e interessante come un progetto dai presupposti tanto annichilenti e privi di facili sublimazioni, sia riuscito a raggiungere un discreto successo raro per le band black metal; i detrattori (presenti per qualsiasi band del genere che raggiunga qualche grado di riconoscimento di pubblico e stampa esulando dal puro underground) risponderanno che è dovuto al fatto che il gruppo non fa vero black metal a causa dei loro connotati melodici e tematiche esistenziali lontane dal satanismo, ma una visione equilibrata dimostrerà subito come i conti non tornano. Infatti su molti punti i MGLA hanno dimostrato un'attitudine ben più coerente con l'ethos del genere rispetto a quella di altre band considerate da alcuni "true"; davanti agli attacchi per esempio del movimento antifa dovuti al legame tra i Nostri e lo scomodo Mikko Aspa (proprietario dell'etichetta Northern Heritage e titolare del progetto Clandestine Blaze dove spesso i membri dei MGLA hanno suonato come membri in supporto dei live) invece di indietreggiare con scuse o comunicati M. è subito passato ai fatti contrattaccando legalmente, mostrando una risoluzione e fermezza coerente con quanto mostrato nei suoi dischi e nella sua etica lavorativa. Inoltre il tratto melodico della band è dovuto a tutto tranne che a tentazioni commerciali o annacquamenti: non siamo davanti a un progetto sinfonico o dove si strizza l'occhio al pop o a grandi produzioni ripulite, anzi il tutto si mantiene su un certo livello ruvido che evita tanto il suono di plastica, quanto il falso lo-fi fatto solo per moda e per suonare underground. Semplicemente nello stile della band si è riuscito a portare a galla quelle tendenze malinconiche insite già nella seconda ondata, valorizzate e rese perno delle composizioni in modo tale da creare il giusto suono per i temi e immagini dei Nostri. Il riscontro di stampa e pubblico è quindi dovuto a un fattore lampante, ovvero l'impegno profuso dai due musicisti tanto in sede di registrazione, tanto nei live, dove viene mostrato un certo rigore e competenze tecniche derivate dall'esercizio e dalla convinzione in ciò che si suona. Il tutto senza trovate istrioniche, scenografie elaborate o altro che vada oltre il modus operandi diretto e concentrato più sulla musica che sui musicisti adottato da sempre in ogni campo, anche in sede d'intervista. "Age Of Excuse" è una conferma di uno dei progetti più interessanti del panorama black metal internazionale, capace di mantenere un discorso coerente con le basi del genere senza scimmiottare il passato in cerca di credenziali, decidendo invece di portare la propria voce e instaurare un proprio discorso. Staremo a vedere se con il prossimo disco riusciranno a mantenere tanto la coerenza fin qui mantenuta, e allo stesso tempo a spingere la loro musica più avanti nello stesso modo in cui erano riusciti a farlo con "Exercises In Futility", al momento vero diamante nero della loro discografia dove atmosfera, suono e messaggio hanno raggiunto uno zenith creativo non facile da ripetere.

1) Age Of Excuse I
2) Age Of Excuse II
3) Age Of Excuse III
4) Age Of Excuse IV
5) Age Of Excuse V
6) Age Of Excuse VI
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