METALLICA

The Judas Kiss

2008 - Warner Bros. Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
05/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Eccoci giungere all'ultimo singolo dato al mercato dai Metallica in anticipazione al loro futuro nono full lenght, il tanto atteso "Death Magnetic", album con cui i nostri, a ben cinque anni di distanza dal predecessore "St. Anger", erano ora attesi al varco dopo un periodo in cui il loro smalto creativo non poteva certo ritenersi al top; il disco del 2003 infatti fece discutere non poco i seguaci del gruppo, che nonostante gli sforzi fatti proprio non riuscivano ad associare quel materiale agli stessi autori che in passato ci regalarono dischi epocali come "Kill 'Em All" e "Ride The Lightning". Tuttavia, grazie ad una manovra commerciale rivoluzionata che ora puntava anche sulla diffusione digitale della nuova musica dei Four Horsemen, Hetfield e soci ora erano forti di una nuova ripresa di quota: i tre singoli pubblicati precedentemente ("The Day That Never Comes", "My Apocalypse" e "Cyniade", tutti messi negli stores on line tra l'agosto ed il settembre 2008) avevano infatti posto le basi per il tanto desiderato ritorno in pista della band che dominò il panorama metal fra gli anni Ottanta e Novanta e stava ai quattro musicisti ora non compiere altre eventuali gaffe sonore, scegliendo e vagliando attentamente le canzoni su cui fare leva in modo da presentare il prossimo album nella maniera più convincente possibile. A chiudere questa prima fase di singoli troviamo dunque "The Judas Kiss", uno dei pezzi più elaborati presenti all'interno del full lenght, che si riallaccia direttamente a "The Day That Never Comes" a livello strutturale. Il quadro è ora completo: due canzoni maggiormente "progressive" e due più dirette ed in your face, la soluzione più logica per convincere tutti che la prossima pubblicazione avrebbe voluto essere una sorta di sinergia fra la schiettezza e la crudezza dell'album d'esordio e le cavalcate più epiche e strumentalmente variegate di "... And Justice For All". Di tempo a disposizione i quattro californiani ne hanno avuto a sufficienza, nei cinque anni di distanza che li separa dal penultimo prodotto infatti, i 'Tallica hanno provato su strada la nuova formazione, dando prova dell'ottima scelta attuata prendendo l'ex Suicidal Tendencies Robert Trujillo al basso in sostituzione di Jason Newsted; sul palco quindi, il gruppo si è dimostrato compatto e coeso su tutti i brani, dai più vecchi ai più recenti, ma è in studio che adesso l'ultimo arrivato deve dar prova, insieme ai suoi nuovi colleghi, che i Metallica sono definitivamente tornati alla ribalta. La sala prove e, conseguentemente lo studio di registrazione, diventano ora l'ultimo campo di battaglia su cui i quattro cavalieri dovranno combattere la battaglia definitiva per riconquistarsi il rispetto dei fan, quella stima che si sono bruciati attraverso una parabola discendente durata per tutti gli anni Novanta fino ai primi anni Duemila e che li ha visti altalenare tra pubblicazioni più o meno buone e consensi sempre più contrastanti. Hetfield e soci comunque non si diedero per vinti; preso il giusto tempo per ricaricare le batterie e sgombrare la mente da tutte le zavorre del passato, eccoli entrare in sala a jammare su idee fresche ed interessanti, buttate giù da un istinto ormai rigenerato dalla fiducia ritrovata in sé stessi. Nella mani dei Metallica adesso, concedetemi il presente storico per riferirmi al 2008, vi è la voglia di tornare a scrivere grandi canzoni, non certo come quelle della loro età dell'oro, ma per lo meno altrettanto convincenti anche per una realtà musicalmente satura come quella contemporanea, dove internet e la diffusione multimediale di ogni genere non hanno fatto altro che aumentare sproporzionatamente la proposta di musica sul mercato, rendendo così sempre più difficile per ogni artista poter continuare ad avere la propria esclusiva. Negli anni Ottanta infatti era molto diverso: vi erano le band leggendarie, che si conquistarono il loro status con musica di qualità indiscutibile e con grandi tour mondiali, e le band underground, ovvero il mega calderone in cui bollivano idee valide ed interessantissime ma che restavano sempre lì dove erano nate, poiché più in alto vi erano "gli intoccabili" (Iron MaidenBlack SabbathMotorhead e via dicendo). Con la rivoluzione informatica ed il successivo giro di boa del music business, chiunque poteva diventare un dio in pochi secondi (e qui ognuno di voi potrà citare i nomi più sopravvalutati che il proprio giudizio ritenga opportuno). Per Hetfield e soci quindi si presenta ora una nuova ulteriore sfida: oltre a riconquistare i fan che li davano per finiti, vi era poi da difendere il primato di band "mondiale" e l'arma per affrontare questa nuova prova saranno proprio queste nuove canzoni, composte in sala prove con il nuovo membro e con una nuova grinta, sempre espressa suonando a testa bassa e mente lucida. L'immagine di copertina è assai eloquente in questo senso: uno scatto, sempre in bianco e nero con i colori tendenti al marrone, ritraente alcuni fan di spalle, illuminati dalle luci del palco di un loro show, quasi a ribadire una dichiarazione di guerra: "voi siete li che ci aspettate trepidanti, preparatevi perché vi travolgeremo con una nuova esplosione della nostra musica". Il logo in bianco, non a caso, si rifà direttamente alla semplicità di quello che fece le sue prime apparizioni sulle primordiali locandine e demo tape, ed il titolo del singolo, scritto in stampatello maiuscolo nero, funge anch'esso da legame concettuale con le tre uscite precedenti. I 'Tallica si giocano il tutto per tutto, saranno in grado di convincerci anche questa volta?

The Judas Kiss

La canzone che ci troviamo ora ad analizzare è "The Judas Kiss" ("Il Bacio Di Giuda"), ottava composizione della tracklist di "Death Magnetic" nonché ponte di collegamento con le suite più articolate dei vecchi lavori. Ad avviare il tutto sono degli stacchi accentati di batteria, i quali fanno da sostegno per dei powerchords decisi, che subito lanciano il crescendo di energia e suspense. Già da questa prima parte notiamo una maggiore voglia di sperimentazione compositiva: Ulrich, dopo pochi secondi, si lancia su un veloce passaggio sui tom, mentre Hetfield ed Hammet intavolano un fraseggio armonico che servirà poi come lancio per la prima porzione di strofa; la traccia viene inaugurata in maniera strumentale, i quattro suonano decisi e compatti seguendo un filo conduttore ancora non particolarmente elaborato. Contrariamente ai singoli precedenti, dove erano le chitarre ad eseguire le parti maggiormente complicate, in questo avvio si nota un'inversione di tendenza: le sei corde infatti avanzano in maniera lineare, ed è la batteria ad inserire nell'impalcatura ritmica diversi contrattempi e stop and go il cui scopo è conferire alla sessione un'atmosfera zoppicante e di "attesa" in prossimità dell'arrivo del cantato. Con l'ingresso vocale di Hetfield, il drummer danese non si lancia in un quattro quarti, come verrebbe da immaginarsi, ma prosegue su un mid tempo dimezzato che sostiene le parole del testo con intervalli sempre diversi, per poi arrivare ad un bridge più aperto e di ampio respiro, dove ai powerchords tenuti si aggiungono una serie di passaggi eseguiti solo con cassa, rullante e charleston. Passato questo primo check point, troviamo poi una seconda strofa identica alla precedente, ad introdurre la variazione successiva è poi un passaggio maggiormente elaborato di Ulrich, che dà lo start per una parte lineare dove il tiro aumenta drasticamente. Con queste nuove composizioni, i Metallica hanno voluto lavorare in maniera differente rispetto al passato: i ritornelli adesso non sono più delle parti ben delineate rispetto al resto, ma diventano delle evoluzioni graduali e concatenate del main riff della strofa. Tale scelta, sapientemente architettata, offre ai quattro delle soluzioni compositive meglio concatenate tra loro, che fa dei loro pezzi delle creature di vita propria che compiono la loro evoluzione per tutto il minutaggio. La lunghezza effettiva, che si attesta sugli otto minuti, diventa così più facilmente digeribile anche per chi non è abituato alle lunghe parti strumentali; così facendo infatti, la traccia scorre in maniera molto più fluida ed organica ed il "peso" di un così copioso tempo non viene quasi nemmeno percepito. A differenza delle nuove composizioni che abbiamo avuto modo di ascoltare, su "The Judas Kiss" il testo è distribuito in maniera diversa, alternandosi più o meno regolarmente ai passaggi strumentali, mentre su "My Apocalypse", ad esempio, le parole venivano rovesciate quasi di getto; l'ottica compositiva qui adottata vuole infatti ricollegarsi a canzoni del passato come "Blackned" o "Harvester Of Sorrow", dove la musica è l'elemento conduttore ed il testo compare solo in determinati momenti prefissati. Tale concetto, come abbiamo anticipato, è già stato in parte anticipato con "The Day That Never Comes", ma è in questa sede che viene ulteriormente affinato; i Metallica infatti, delle quattro canzoni finora pubblicate contenute nell'album del 2008, voglio farci sentire le idee prima nella loro forma base e poi ulteriormente affinate: l'apice "prog" viene raggiunto dai 'Tallica nella parte centrale della traccia, dove Hetfield ed Hammet si lanciano in una breve ma intensa cavalcata con i loro strumenti armonizzati prima che si giunga ad una provvisoria pausa. Ora degli accenti in palm muting conducono il tutto, sostenuti dagli stacchi di batteria, per poi partire improvvisamente con la parte solista di Hammet, una composizione in cui il moro axeman dimostra tutta la sua maestria in fatto di shredding, bending e wah wah. La base ritmica di questa parte però non è lineare, ma si distribuisce sotto le note dell'allievo di Joe Satriani muovendosi su una serie di break down che spezza anche la "monotonia" di certi topoi compositivi adottati in precedenza. Siamo ormai nell'ultima parte del pezzo, ed a riserrare i ranghi è nuovamente il rullante del drummer danese, che avvia così la seguente parte solista, questa volta sostenuta da un tempo più dritto e standard; il tutto si blocca di nuovo su un'esitazione, viene quindi posto l'avvio per un nuovo crescendo: la voce di Hetfield è sempre più energica, e gli stacchi accentati si fanno sempre più decisi, fino ad arrivare alla nuova esplosione, a seguito della quale partirà poi la nuova strofa, più decisa e sostenuta delle precedenti, e dopo un ultimo ritornello, i quattro si riallacciano agli stacchi iniziali, andando a chiudere la traccia in maniera ciclica così come era iniziata. La celebre immagine del Vangelo in cui Giuda bacia Gesù dopo averlo tradito viene utilizzato qui da James Hetfield come metafora per esprimere il disagio esistenziale che viviamo nel momento in cui le nostre convinzioni più salde vengono meno. La lirica consiste infatti in una descrizione di varie situazioni in cui ci sentiamo spaesati e traditi, appena pugnalati alle spalle da coloro che reputavamo nostri amici, tutte situazioni in cui sentiamo le labbra del Giuda dei nostri tempi porsi sulla nostra guancia per il definitivo addio che ci abbandonerà al nostro destino. Quando il mondo intero ci volta le spalle, quando le varie delusioni rendono le nostre giornate nere come la pece, quando la paura immobilizza la nostra lingua rendendoci incapaci di dire qualcosa e quando il fuoco di ogni speranza viene definitivamente spento, quello è l'istante esatto in cui veniamo baciati dai nostri traditori. Quando pensiamo che tutto ciò che si poteva dire o fare da parte nostra è stato compiuto, ma ci viene rinfacciato di essere dei vigliacchi inermi, quando si viene ostracizzati dal gruppo di amici per una colpa non commessa e quando ci sentiamo delle tessere estranee al mosaico sociale in cui ci troviamo, quello è l'istante esatto in cui i veri colpevoli delle azioni che ci vengono imputate ci dimostrano la loro falsa carità, osservandoci bollire nel fuoco da loro stessi alimentato tra gli insulti dei presenti facendo scorrere dai loro occhi false lacrime di compassione. Senza nemmeno comprenderne appieno le dinamiche quindi, ci troviamo in mezzo ad un contorto meccanismo i cui ingranaggi ci schiacciano e ci dilaniano le carni ed in questa scomoda situazione ci ha messo proprio colui che pensavamo essere il nostro migliore amico. Ognuno di noi, dunque, ha un proprio Giuda da cui è stato baciato o da cui, se si è ancora in tempo, deve stare attento; il messaggio lanciato dal biondo vocalist è chiaro: al giorno d'oggi non ci si può fidare più di nessuno, per quanto solide e durature siano le amicizie il rischio di una pugnalata alle spalle è sempre presente. Le soluzioni in questi casi sono due: la prima è quella di accettare passivamente la realtà, diventando agnelli sacrificali di un eccidio morale a cui era destinato qualcuno che però è troppo vigliacco per ammettere le proprie colpe: come Gesù morì sulla croce per salvare l'umanità allo stesso modo, in maniera molto più attuale e meno spirituale ovviamente, noi veniamo sacrificati in nome di un supposto equilibrio tra i vari individui di un determinato gruppo e, una volta esuli, dovremo cercarci un nuovo agglomerato umano a cui aggregarci e da cui essere accettati. L'altra soluzione, molto più cinica, è quella di prendere questo tradimento come una lezione di vita, assorbire in maniera passiva il colpo ma solo apparentemente, per poi poter con calma studiare la nostra vendetta verso chi ci mette alla gogna. È inutile rifugiarsi dietro il dito accusatore che ci indica, tutti abbiamo i nostri scheletri nell'armadio ed il conoscerli proprio perché quegli stolti ce li hanno confidati in un momento di disperazione diventa ora il nostro asso nella manica. I latini dicevano "mors tua vita mea", e se in questo contesto non si parla di decesso fisico ma sociale, poter trascinare qualcuno con noi nel baratro dei reietti in qualche modo ci attutirà la caduta nell'abisso dell'indifferenza altrui.

Conclusioni

Con "The Judas Kiss" i Metallica hanno dunque dato sfogo alla loro vena compositiva più assetata di sperimentazione. In questa traccia infatti i vari riff vengono concatenati fra loro attraverso un nuovo uso delle soluzioni ritmiche. Soluzioni che vedono, forse per la prima volta nella carriera della band, Lars Ulrich a tenere le redini delle diverse variazioni: se infatti in precedenza erano le sei corde ad essere il vero motore compositivo, ora è il drummer danese a farsi protagonista di passaggi e disegni ritmici più elaborati rispetto ai suoi standard, segno che in questi cinque anni la band è voluta crescere sotto ogni aspetto per poter comporre qualcosa che convincesse tutti in ogni dettaglio. A differenza delle due canzoni immediatamente precedenti, più brevi e meno elaborate a livello tecnico, questa traccia si presenta forse un po' più complicata da ascoltare, ma è anche vero che siamo ben lontani dalle lunghe ed interminabili suite del disco del 2003, dove alcuni passaggi suonavano poco convincenti e quasi senza né capo né coda. Ora abbiamo per le mani qualcosa di completamente rivisitato, che vuole sì esprimersi attraverso un abbondante minutaggio, ma che si presenta comunque meglio architettato: a livello stilistico, i riff sono più semplici e più immediati, al numero viene preferita la qualità stessa delle sequenze di note e ciò favorisce senz'altro un miglior legame tra le varie sessioni. A differenza di quanto fatto su "St. Anger", dove venivano addirittura sfruttati espedienti all'epoca in voga nel Nu Metal, ma non certo conformi allo stile dei Metallica, Hetfield e soci hanno finalmente ritrovato la loro essenza primigenia, fatta di proposte immediatamente associabili alla grande tradizione ma pur sempre attuali e convincente. Se il detto recida che "squadra che vince non si cambia" i Four Horsemen sembra che si siano adeguati a ciò mettendo in gioco solo ed unicamente ciò che li ha sempre contraddistinti. Prese le basi del loro estro è più che lecito che i quattro californiani vi si divertano sopra, jammando e sperimentando nuove soluzioni, ma sempre coerenti con quello che è il loro marchio di fabbrica, senza avventurarsi in ambiti che non li compete. Dal punto di vista dei suoni, gli strumenti ora suonano più compatti e meglio amalgamati, gli squilibri ahimè riscontrati sul disco precedente all'ingresso del nuovo membro sembrano definitivamente superati in favore di una post produzione più limpida e cristallina, che ci offre una qualità sonora degna del nome che reca in copertina. La batteria suona compatta e ben pompata, facendo emergere tutta la forza con cui il drummer danese colpisce il proprio set bacchettata dopo bacchettata. Il basso di Trujillo emerge corposo e solido nelle ritmiche per poi essere più leggero nei passaggi armonici, in cui il musicista di Santa Monica si diverte a seguire i colleghi sulle tonalità alte e le chitarre, dal canto loro, sono ben bilanciate ed equalizzate, avanzando sempre ben compatte nei vari e variegatissimi passaggi ritmici per poi svincolarsi nelle sessioni soliste con suoni più morbidi e delicati. La voce di Hetfield, ultima ma non meno importante, possiede poi finalmente la grinta ed il pathos che si devono ad un animale da palco qual'è il biondo leader della band. Anche il quarto singolo ci lascia quindi soddisfatti, quasi metà dell'album che uscirà a breve dopo questo singolo si è rivelato interessante, non ci resta che attendere l'arrivo definitivo di "Dearth Magnetic" sugli scaffali.

1) The Judas Kiss
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