METALLICA

St. Anger

2003 - Elektra Records

A CURA DI
MAREK & FABRIZIO IORIO
02/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
4,5

Introduzione Recensione

"The Thing That Should Not Be". Frenate l'entusiasmo: no, non stiamo parlando (purtroppo!) di "Master Of Puppets".. anche se è quanto meno curioso il fatto che, il titolo che vi ho proposto, racchiuda in sé l'essenza totale di quel che si rivelò essere "St. Anger". "Un qualcosa che non doveva esistere", per l'appunto. Troppo crudele - giustizialista? Forse, non nego certo che questo disco possa piacere. Oggettivamente, ognuno è libero di apprezzare ciò che vuole, in totale libertà. E' altrettanto oggettivamente vero, però, che una band del calibro dei Metallica non poteva assolutamente permettersi uno scivolone del genere. Un disco di totale rottura dal passato sia recente che illustre, un'operazione senza né capo né coda, figlia di un periodo turbolento e confuso. Incertezze, dubbi, produzione al limite dello spartano, resa del sound francamente imbarazzante in alcuni punti.. parlando del nono album dei Four Horsemen (ottavo, non considerando "Garage Inc.") si fa sicuramente prima ad elencarne i pregi. Che sostanzialmente sono due: l'aver fatto capire ai 'tallica qual'era il fondo raggiungibile ed al contempo avergli fatto rendere conto di non poter sicuramente fare di peggio. Se anche un album discreto come "Death Magnetic" sembra "Reign in Blood", messo al fianco di "St. Anger", un motivo ci deve pur essere. Ma andiamo per gradi. Anche perché ci vuol molto poco a demolire un disco, e come ben sapete "Rock & Metal in My Blood" non ha mai amato il termine "poco". Ogni affermazione va infatti contestualizzata ed argomentata.. dunque, cominciamo. Innanzitutto c'è da dire come "St. Anger" fosse stato figlio di un clima di insicurezza generale, come già detto. Insicurezza dovuta ad importanti defezioni e problemi personali della band. Cominciando dagli addii, a sbattere violentemente la porta di casa fu il bravo Jason Newsted, il quale decise - ormai esasperato - di lasciar cuocere i Metallica nel loro brodo. Il bassista aveva ormai le tasche piene dell'atteggiamento distruttivo dei suoi colleghi, tant'è che arrivò quasi a parlare di mobbing perpetrato nei suoi riguardi. Dapprima la sua quasi cancellazione da "..And Justice For All", album nel quale il volume del suo basso venne ridotto ai minimi storici; in seguito, la svolta commerciale mai digerita, sommata al sostanziale atteggiamento ostile da sempre nei suoi riguardi. Mai accettato dai fan, mai accettato da Lars, Kirk e James, all'epoca ancora (e giustamente, però; bisogna dirlo) sconvolti dalla scomparsa di Cliff Burton. Una chimica che dunque non venne mai a crearsi, fra Newsted ed i suoi compagni. Una scintilla che non scattò mai, quasi egli fosse ridotto ad un comprimario di lusso, ad un turnista da trattare come un impiegato, più che come un amico. "Come siete umani, voi.." deve aver pensato il povero bassista, visto che - comunque - resistette stoicamente per molto tempo, nonostante le prese in giro e l'ostracismo del quale era vittima. A nulla valse il suo sopportare, il suo contribuire anche a livello di songwriting (non dimentichiamoci che "Blackened" fu comunque farina del suo sacco); buon viso a cattivo gioco, perenne falsità dipinta sul volto.. fino a che arrivò la proverbiale goccia a far traboccare il suo vaso, già stracolmo. Nel 2001, infatti, Jason chiese al gruppo di prendersi una pausa, visto il momentaneo "adagio" degli altri membri (Lars e James soprattutto, che volevano dedicarsi alle loro famiglie); una pausa che sarebbe servita per votarsi in maniera più importante ad un suo side project, gli Echobrain. Nonostante anche Ulrich ed Hetfield fossero relativamente fermi, da "Reload" sino al 2001, il rifiuto di James alla richiesta del bassista fu netto. Jason non avrebbe potuto dedicarsi a quel progetto, in quanto "occuparsi di altri gruppi leverebbe energie che invece dovrebbero essere spese nei Metallica",  dichiarazione del frontman. Newsted non ci mise poco a ribattere in maniera veemente, rinfacciando ad Hetfield la sua indolenza momentanea e ricordandogli che anche lui aveva partecipato, nel corso degli anni, a diverse pubblicazioni di altre bands, a mo' di guest o collaboratore. Di tutta risposta, James non negò ma ammise altresì che egli non si era recato in tour per pubblicizzare il materiale "extra-Metallica", né tanto meno gli aveva dedicato dei tempi importanti. Solo dei divertissement, quindi, un qualcosa di ben diverso dall'impegno che Newsted avrebbe dovuto infondere nel suo side project. A tutti gli effetti, un nuovo gruppo da spingere. Tanto più che, il 17 Gennaio 2001, la band annunciò ufficialmente l'inizio dei lavori per la realizzazione di "St. Anger". Il clima era ormai diventato irrespirabile, la tensione fra i tre "originals" e Jason si tagliava letteralmente col coltello. L'unica cosa umana da farsi, era interrompere il rapporto. Esattamente in quel momento. "Il danno fisico che ho fatto a me stesso, nel corso degli anni, per suonare la musica che amo". Queste le parole - amarissime - di una persona delusa ed arrabbiata. Lo sfogo dell'eterno escluso, del mai troppo considerato. Le lacrime di fuoco di un musicista sottovalutato e sempre messo da parte, nonostante la sua più che evidente abilità. La porta venne sbattuta in maniera importante, anche se, nel corso degli anni, le due parti hanno avuto modo di appianare le loro divergenze; tanto che, complice l'introduzione dei Metallica nella "Rock 'n' Roll Hall of Fame", Jason fu invitato a prendere parte ai festeggiamenti, suonando alla cerimonia in compagnia dei suoi ex bandmates. Tuttavia, tornando ai primi del 2000, c'era da dire che il nuovo millennio non era cominciato affatto bene. Contemporaneamente all'annuncio dell'inizio dei lavori per il nuovo disco, quindi, Jason uscì dal gruppo e  James si rese conto di dover affrontare molti suoi demoni personali, cosa che ritardò abbastanza la genesi di "St. Anger". Dipendenza da alcool ed altre sostanze non meglio specificate indussero il frontman dei Metallica a ricoverarsi in una clinica specializzata, per sconfiggere definitivamente le cattive abitudini. Il tutto verrà poi meglio esplicato nel docu-film "Some Kind Of Monster", uscito nel 2004 e riguardante proprio quest'arco di carriera della band. Quindi, due componenti in meno: una defezione per abbandono, un'altra momentanea per rehab. Agli increduli Hammett ed Ulrich non rimaneva altro da fare che prendersi un altro po' di tempo, consultandosi con il produttore Bob Rock circa il da farsi. Si decise all'unanimità di attendere il ritorno di James, il quale si dichiarò guarito dopo soli due mesi e volenteroso di riprende a suonare. Nonché di mantenersi pulito. Quindi, il primo Maggio del 2002 si poté ufficialmente dare inizio alle registrazioni. La band decise di affittare, per l'occasione, una vecchia caserma situata nel "Presidio of San Francisco", una base militare situata nell'omonima città. Lo studio improvvisato venne già adibito e sistemato nel 2001, proprio perché il gruppo aveva intenzione di tirar fuori dal nuovo disco un qualcosa di crudo e duro, un vero e proprio ritorno al Metal. Quello suonato con la rabbia e le viscere, e che soprattutto beneficiasse di un sound non propriamente perfetto, anzi abbastanza grezzo. Un punto di rottura significativo, in quanto questo significava abbandonare tutte le velleità blueseggianti ed Hard Rock delle quali i precedenti due dischi erano pregni. Se "Load" e "Reload" furono diametralmente opposti al "Black Album", "St. Anger" sarebbe stato diametralmente opposto a "Load" e "Reload". Registrato in una caserma e con tanta, tanta cattiveria. La stessa cattiveria che potrebbe animare un gruppo di ragazzi rinchiusi in un garage, intenti a pestare duro sui loro strumenti. I Metallica erano decisi a far dei necessità virtù, sfruttando il clima di tensione venuto a crearsi per incrementare i loro feelings di quei momenti. Quegli stessi sentimenti che volevano riversare nella loro musica, per renderla più arrabbiata. Il basso divenne momentaneo appannaggio di Bob Rock stesso, almeno fin quando non si sarebbe trovato un degno sostituto. "Ristabilita" la line-up, il tutto poté così procedere, non senza intoppi. Forse era troppa la "rabbia" da sfruttare, in quanto molto spesso i musicisti non si trovarono d'accordo su diversi punti. Tanto da esser stati costretti ad ingaggiare una sorta di "motivatore", tal Phil Towle, il quale ebbe il compito di seguire James per indirizzarlo verso il successo. Una figura, quella del "personal coach", molto in voga negli Stati Uniti. Figure a metà fra il mentore e lo psicologo, personaggi che seguono passo passo i loro clienti spingendoli ogni volta a dare il meglio di loro stessi. Il "motivatore" è chiamato dunque a seguire persone abbastanza fragili ed insicure, proprio come poteva esserlo il James dell'epoca, appena uscito vittorioso da una dura battaglia contro l'alcool. Il suo ruolo si rivelò dunque fondamentale, non abbandonando mai la band e soprattutto spingendo sempre Hetfield a fare in modo di non gettare la spugna. L'8 Aprile del 2003, quindi, "St. Anger" poté finalmente vedere la luce, anche se la pubblicazione slittò al 5 di Giugno. "E' un album scritto con grande passione. Ci sono due anni di emozioni condensate, al suo interno. E' profondo, in questi ultimi anni ne abbiamo passate diverse.. si, è molto profondo: sia liricamente che musicalmente. St. Anger è, attualmente, il meglio che possiate avere, da noi", queste furono le parole di James, al quale fece eco il produttore Bob Rock: "Per me, questo disco suona proprio come realizzato da quattro ragazzi chiusi in un garage, intenti a suonare brani metal. Non c'era proprio modo di tirar fuori da James performance migliori.. ma amavamo quest'attitudine grezza [..] volevamo preservare la nostra integrità, senza far nulla di teatrale". Grezzo, dunque, era la parola d'ordine. Forse troppo, visto che il prodotto finito suonò comunque in maniera assai inusuale. La rabbia e la "ruggine" si sentivano benissimo, questo era più che certo.. ed in alcuni casi, anche in maniera imbarazzante. Il drum kit di Lars Ulrich sembrava registrato in una caverna sotto il mare, mentre di guitar solos non ce ne fu nemmeno l'ombra. Il danese giustificò il tutto mediante i suoi gusti personali, dato si che un giorno si scordò di settare per bene il suo rullante e suonò per l'intera sessione senza che lo snare fosse ben amplificato. Dichiarò che l'effetto finale gli piacque talmente tanto che decise di lasciarlo così, in quanto era adattissimo per la causa del "grezzo", al 100%. Dal canto suo, Kirk Hammett giustificò la mancanza di soli con la seguente dichiarazione: "Volevamo preservare l'autenticità del sound, generato da noi quattro intenti ad improvvisare. Abbiamo provato ad inserire degli assoli, in seguito.. ma era un problema, sembrava quasi un ripensamento, un intervenire forzato". Un insieme giustificato in nome, dunque, del current mood di tutti i componenti: tanti sentimenti, tanta voglia di esprimerli. In maniera a dir poco discutibile, aggiungeremmo.. anche se, ancora una volta (INCREDIBILMENTE) fu il pubblico ad essere l'ultimo giudice. Disco d'oro in Giappone, Brasile e Spagna; disco di platino in Finlandia e Russia; doppio disco di platino in Canada, Stati Uniti e Germania. Un successo a dir poco plebiscitario, ottenuto però (e va sottolineato per dovere di cronaca) soprattutto presso le nuove generazioni, quelle che all'epoca avrebbero potuto comprendere meglio un disco del genere, bizzarra copia del Nu Metal che ormai da diversi anni girava imperterrito nei lettori CD di tutto il mondo. Se da un lato però gruppi come Korn e Slipknot mostravano un'attitudine sicuramente molto più convincente ed un gusto musicale ben definito, i Metallica si presentarono come un gruppo confuso sul da farsi, certamente "emozionale ed emozionato" ma comunque privo di bussole o linee guida. Il risultato fu dunque un quasi "mappazzone" senza capo o coda, un disco pieno di incertezze che ci svelò una band quasi vicina allo sfascio totale. A registrazioni ultimate subentrò comunque una ventata d'aria fresca in seno al gruppo: l'ingaggio del bassista Robert Trujillo (Infectious Grooves, Ozzy Osbourne) si rivelò provvidenziale ed in grado di mantenere la macchina a galla, nel corso degli anni avvenire. Proprio perché il buon Rob era forse l'animale da palco di cui i Four Horsemen avevano bisogno per risollevarsi e tornare a divertirsi. Dicevamo, dunque, di vendite strabordanti e critica comunque "mite", molto spesso anche benevola, nei riguardi di questo nuovo disco.. il quale, anche se incassò il grande apprezzamento verso i fan della nuova ora, tuttavia simboleggiò (e questa volta DEFINITIVAMENTE) uno strappo deciso fra i Metallica e lo zoccolo duro dei fans più "esperti". "St. Anger" fu dunque un episodio a sé stante, figlio di un periodo complesso e macchiato da continui alterchi - battibecchi. Figlio di parto, di voler figliastro, è quasi il caso di dirlo. Un episodio premiato dal danaro, ma non certo da un qualcosa di meno effimero e più importante, come l'affetto di chi ha sempre seguito i Metallica ed ora si doveva ritrovare, imperterrito, a perdere ogni speranza. Un po' come l' "Elektra" e lo stesso Bob Rock, in quanto "St. Anger" si rivelò essere l'ultima uscita dei Four Horsemen sponsorizzata dall'importante etichetta e prodotta dall'ormai storico collaboratore. Un disco che si rivelò essere quindi come un vero e proprio pugno nel volto di tanti. Lo stesso pugno che troneggia nella copertina a tratti fumettistica, realizzata dall'artista Pushead (già collaboratore dei Metallica per diverse grafiche apparse su t-shirt e booklet). Non ci resta altro da fare che addentrarci lungo i suoi solchi, per scoprire come dunque suoni. Let's Play!

Frantic

Iniziamo dunque con "Frantic (Fuori di Sé)", primo singolo estratto e primo brano a beneficiare della realizzazione di un videoclip, girato da Wayne Isham, già regista di "Enter Sandman" e collaboratore di innumerevoli rock-metal band (Judas PriestBon Jovi ecc.). Toste, è il caso di dirlo, giungono a farsi udire le dolenti note. Il riff presentatoci è frenetico e rugginoso, tuttavia non beneficia certo di una produzione all'altezza.. in quanto la resa sonora è a tratti imbarazzante. Hammett James ci danno sicuramente dentro, e l'effetto provocato dal riffing adottato è sicuramente pregno di cattiveria e sensazioni più o meno negative; tuttavia, la qualità generale rasenta il lo-fi di matrice Black Metal anni '90, soprattutto per come suona la batteria di Lars. Sembra quasi che a suonarla sia un batterista alle prime armi, il quale non riesce ad inquadrare bene il rullante e dunque si riduce a picchiare selvaggiamente fra il bordo pelle ed il cerchio. Le scariche di chitarra sono dunque alternate dapprima a colpi secchi di snare ed in seguito a vere e proprie rullate assai frenetiche, fin quando il danese non indugia in un drumming più lineare, dettando di fatto il tempo. Le chitarre anche si fanno meno zanzarose, e verso il trentaseiesimo secondo abbiamo un riff assai più educato e melodico, presto supportato però da un altro ben più aggressivo e sporco, nel suo dipanarsi. La confusione domina sovrana, sembra quasi che i Metallica non abbiano idea di cosa fare esattamente. Le cose migliorano con l'arrivo di James Hetfield, anche se a colpire malamente le nostre orecchie è ancora la pessima resa sonora della batteria di Lars, davvero penalizzata quant'altre volte mai. Quasi come se Ulrich stesse subendo un duro contrappasso per lo sgarbo fatto a Nested in "..And Justice..", paradossalmente. Si continua in maniera massiccia sino al minuto 1:49, momento in cui il tutto diviene maggiormente melodico ed anche Hetfield sembra rinunciare alla rabbia per presentarci un cantato più espressivo. Si riprende col modus operandi di inizio brano, riff zanzarosi e forsennati, "percossi" dalla batteria di Lars, sovrapposti ad un continuo "tick tick tick tock!!" più volte ripetuto da James, in maniera quasi ossessivo compulsiva. Un frangente troppo sui generis, che non aiuta certo il brano a risollevarsi. I Metallica continuano a picchiare imperterriti, ed anche la seconda parte del pezzo risulta identica alla prima: stessa selvaggia attitudine, stessa pessima resa sonora, stesso momento "melodico".. e, purtroppo, stesso "tick tick tick tock!" riproposto imperterrito. Minuto 3:46, le cose sembrano risollevarsi leggerissimamente.. per quel che riguarda le chitarre, per lo men), le quali suonano sicuramente più aggressive e serrate, ben amalgamate col cantato di James che in questo preciso punto risulta anche più convincente che pria. Dal canto suo, Lars mantiene il suo sound "da principiante" andando a migliorare soltanto in qualche sparuta rullata. Pochi secondi ben eseguiti, prima che si sfoci nel nuovo e benemerito "frangente melodico" dal sapore alternative.. e nell'ennesimo "tick tock". Peccato che il pezzo si concluda in maniera comunque bella ed esaltante, andando ad adottare uno stilema interessante ed aggressivo, sorretto da un drumming coinvolgente. Peccato davvero, forse come inizio sarebbe stato senza dubbio migliore di quello effettivo. Prima prova decisamente NON superata. Se il buongiorno si vede dal mattino, è meglio rimanere a letto. Il testo sembra ispirare tanto disagio quanta la musica: è difatti figlio degli abusi di James Hetfield, ed è strutturato come la disperata richiesta di un uomo appena accortosi di aver sprecato tempo prezioso, dietro varie dipendenze. Ci si interroga su come sarà il futuro, se questo potrà essere migliore del presente, se risulterà benevolo o se si configurerà come l'ennesima condanna. Un futuro incerto che dunque fa paura, ma mai quanto un passato che sembra pesare come un macigno. Non tanto i giorni che verranno.. a spaventare, sono quelli appena trascorsi: tutto il tempo perso, tutto il tempo gettato via nelle bottiglie e nei bicchieri.. chi potrà mai ridare, a James, tutto questo? Quanto ha effettivamente buttato via, quanti giorni ha potuto vivere in maniera degna? Quali saranno i ricordi che si accumuleranno, col passare del tempo? Un'introspezione dura, una resa dei conti con la propria anima. Di una cosa, è certo il nostro.. ovvero, del fatto che l'alcool o le droghe non sono né potranno mai essere una soluzione. I problemi bisogna affrontarli, senza mai mentire a noi stessi, anzi riconoscendoli. Ammettere di aver bisogno d'aiuto è già metà della vittoria, e non è un gesto di debolezza. Anzi, è proprio un modo per dimostrarsi forti ed umili, determinati ad uscire dal baratro. Il tempo gettato alle ortiche, però, non verrà mai restituito. Questo è l'unico grande rammarico di Hetfield, il quale farà però in modo di "conquistare" nel presente tanti bei momenti da tramutare, nel futuro, in ricordi piacevoli. Una famiglia amorevole, dei compagni leali, amici sinceri.. questo è tutto ciò di cui abbisogna, ogni uomo o donna su questa terra. La paura è senza dubbio una nemica terribile, ma come saggiamente ci viene detto: "My lifestile determines my deathstyle! - il mio modo di vivere determinerà il mio modo di morire!". Come abbiamo vissuto, così moriremo. Avremo la forza di andare avanti? Di guardare in faccia il nostro futuro, di capire cosa non va in noi? Dobbiamo, ad ogni costo. Come ulteriore prova a supporto di quanto il testo sia impegnato, abbiamo anche una divagazione spirituale apposta da Kirk Hammett, il quale ha deciso di proporci un concetto preso in prestito dal buddhismo. "Birth is Pain, Life is Pain, Death is Pain", massima denominata in "Duhkha", ovvero "condizione di sofferenza". Una condizione che accomuna tutti gli Esseri, status esplicato dal Buddha Sakyamuni nel suo primo ed importante discorso.

St. Anger

Con più di qualche indugio arriviamo dunque alla titletrack, "St. Anger (Santa Rabbia)". Brano fra i più premiati del lotto, fu la traccia grazie alla quale i Metallica vinsero un "MTV Award" nella categoria "Best Rock video". Il videoclip ufficiale fu infatti girato da Emmett Brendan Malloy, i quali scelsero come location la prigione statale di San Quintino (California). I Metallica si ritrovarono a suonare dunque il brano dal vivo, supportati calorosamente dai detenuti presenti. Brano che venne inoltre usato dalla WWE come colonna sonora ufficiale del ppv "Summerslam" del 2003. Un grande onore, considerato il fatto che quell'evento è considerato una delle punte di diamante dell'intera programmazione della compagnia (più importanti, in ordine decrescente, troviamo solo "Wrestlemania" e "Survivor Series").  Un riff sorretto da un basso niente male dà dunque il via ad il pezzo, che viene presto esasperato, nelle ritmiche, dalla batteria di Lars, il quale scandendo un ritmo molto serrato fa in modo di donare al guitar work un tanto di crudeltà in più. Batteria? Più che altro, sembra che Lars stia picchiando un'impalcatura con un mattarello, tanto è bizzarro il suono che sentiamo. Si prosegue in maniera comunque decisa, e per dovere di cronaca è essenziale sottolineare quanto (in effetti) il clima sia più convincente e duro di quanto udito in "Frantic". Sembra quasi che i Metallica abbiano voluto rendere "Ain't My Bitch" più simile ad un brano nu-metal, andando a riprendere la scorrevolezza della open-track di "Load" ma mischiandola comunque ad un clima molto più claustrofobico e duro da ascoltare. L'unica terribile pecca sono i "ding!!" emessi dal drum kit di Lars, i cui suoni sembrano veramente settati e registrati dall'ultimo dei principianti. Peccato, con una batteria decente avremmo potuto tirare un sospiro di sollievo, e considerare "Frantic" un semplice errore, a discapito di questa titletrack che invece sarebbe stata all'altezza della situazione. Il tutto diviene più "diabolico" e forsennato verso il quarantesimo secondo, momento in cui Ulrich accelera dandoci dentro di doppia cassa. Stacco improvviso ed il pezzo vira su di una disturbante e cantilenante melodia, simil Alice in ChainsHetfield inizia a cantare adattandosi allo stilema adottato dal resto del gruppo, fino a quando non si sfocia in una sfuriata alternative che molto richiama gruppi come i Papa Roach. La melodia viene dunque supportata dalla seconda chitarra intenta a ricamare un riff più aggressivo, sino a raggiungere un refrain che sarebbe potuto essere anche molto convincente se si fosse optato per una produzione degna di questo nome. Il cantato di Hetfield è molto particolare, espressivo, di contro ad una certa "impersonalità" mostrata dal resto degli strumenti, resi leggerissimamente piatti dal lavoro di Rock. Un ritornello che dunque ben si dipana, fustigato però a morte dal sound di Ulrich e dai volumi decisamente sballati. Apprezziamo la voce proprio perché sovrasta in alcuni punti il resto dell'ensemble, che torna protagonista solo a fasi alternate. "Momento Papa Roach" finito e si riprende dunque con un'altra strofa, questa volta più aggressiva e sempre riprendente le peculiarità di "Ain't My Bitch", con conseguente accelerazione di doppia cassa e ricaduta nelle melodie à la Alice In Chains. Quel che segue è dunque una fotocopia di quello che abbiamo già udito, il tutto ci viene pedissequamente riproposto senza variare di una virgola. Così si continua fino al minuto 4:37, momento in cui il brano sembra ricominciare sin dall'inizio, presentandoci esattamente quel che avevamo udito nei primissimi secondi, solamente protratto più a lungo. Altra sfuriata à la "Ain't My Bitch", anche se questa volta Hetfield preferisce tornare a cantare in questo contesto maggiormente aggressivo, lasciando da parte le melodie e le cantilene. Espediente che convince, bisogna dirlo, frangente sicuramente migliore di un brano che, per 7 minuti, non ha fatto altro che ripetersi. Il finale, poi, è un tripudio di rabbia, con la doppia cassa di Lars ed una ripresa dello stilema Papa Roach, con la riproposizione di un refrain valido ma, come già detto, penalizzato da troppi fattori. Il refrain viene dunque ripetuto sino alla fine del brano, che si chiude col riff iniziale. Sette minuti inutili, che avrebbero reso il doppio se ridotti almeno a 4 e che risultano essere un pasticcio grasso e mal digeribile. Liricamente parlando, ci troviamo su di un testo (come da titolo) incentrato sulla rabbia. Un sentimento primordiale quanto l'odio e l'amore, capace di consumarci come il fuoco roderebbe pian piano un tizzone. Cosa può scatenare una reazione violenta? Un discorso frainteso, un gesto mal interpretato.. reagire rabbiosamente non è sempre indice di "ragione", in quanto molto spesso veniamo sopraffatti da noi stessi senza nemmeno rendercene conto. Guardia alzata, pronti a mordere anche senza pensarci su due volte: essere "arrabbiati" è proprio questo, trovarsi la vista annebbiata per colpa di un qualcosa che ha fatto scattare in noi una scintilla. Secco rumore di vetri rotti e ci ritroviamo a menar pugni, ad urlare, a sbraitare come non ci fosse un domani. Molte persone hanno bisogno di appositi corsi per controllare questo status, in quanto la rabbia rischia pericolosamente di renderci TROPPO inclini alla violenza gratuita. Cosa succede, però, quando sfruttiamo questo sentimento per creare un qualcosa di positivo? Ebbene si, essere arrabbiati non è mai sempre e solo sintomo di "negatività". La collera è comunque un focolaio di energie, una molla, una spinta: un epicentro che scatena onde d'urto le quali potrebbero risultare un propellente prezioso per i nostri scopi. Non menando, non urlando.. ma anzi, trasformando la rabbia in determinazione. Ecco, come potremmo renderla positiva. Liberarci dalla negatività sfruttando il nostro status come trampolino, come fattore incoraggiante. Troppo semplice buttare tutto in vacca, donandosi a reazioni distruttive ma soprattutto inconcludenti. Molto più utile, invece, fare di tutto quel che si ha dentro uno stimolo prezioso, capace di condurci laddove "lucidamente" non arriveremmo mai. Facciamo scorrere l'adrenalina lungo il collo e prepariamoci a correre, a farci valere, ad innalzarci su di un livello superiore. Trivia: nel testo sono presenti due espressioni facenti riferimento a due hit del gruppo: ci riferiamo al verso "Fuck it all and no regrets, hit the lights on these dark days", chiari riferimenti a "Damage, Inc." e l'eterna "Hit The Lights"

Some Kind of Monster

Sempre parlando di "mappazzoni", giungiamo alla terza track, "Some Kind of Monster (Un tipo di mostro)", track che darà poi il titolo al docu-film realizzato nel 2004, con i cui spezzoni verrà anche ricavato un videoclip. E' una chitarra quasi parodiante il riff iniziale di "Take a Look Around" dei Limp Bizkit a darci il benvenuto, e notiamo come col subentrare di Lars il tutto si stagli su tempi più cadenzati e ritmati. Le chitarre seguono dunque l'esempio del batterista, andando anch'esse ad adottare stilemi più ragionati che aggressivi / senza quartiere uditi nei precedenti pezzi. Il risultato finale è comunque a dir poco stridente. Sembra quasi che le asce cerchino di indugiare in un sound moderno, penalizzato ancora una volta da una produzione orribile e stagliandosi su di un mood "melodico" ma risultante comunque "disturbato", quasi il pezzo fosse stato registrato con un cellulare. Si accelera di quando in quando in un tripudio di suoni di batteria ORRENDI, finché il brano trova una sua stabilità appunto su stilemi à la Limp Bizkit, adottando cadenze che a tratti potrebbero addirittura risultare "rappabili". Peccato che questo non sia né un album degli Anthrax "I'm The Man" Era, né sia presente nemmeno Fred Durst, parlando di rap-metal moderno. Si ha un'impennata considerevole verso il minuto 3:07, in cui il sound la batteria di Lars dà il peggio di sé a suon di "ding" ed il tutto sembra appesantirsi, salvo riacquisire un'andatura più cadenzata con il sopraggiungere del ritornello. Momento dopo il quale il danese suona di nuovo la carica per un breve periodo, ed è subito tempo per riprendere l'andatura à la Limp Bizkit. Il proseguo non cambia poi molto le carte in tavola, presentandoci un riciclo degli stilemi già uditi, nonostante la durata importante del brano in questione (più di otto minuti). Nuova impennata superati i cinque minuti e dieci secondi, che mette a dura prova i nostri timpani causa batteria; conseguente refrain e dunque proseguo-fotocopia. Minuto 6:10, udiamo la chitarra di Kirk scandire un riff assai cupo e distorto, ed è subito tempo per il pezzo di assumere in toto una sorta di rugginosità Nu Alternative, nella quale James viene addirittura aiutato da cori effettuati da voci oscure e distorte. Non cambia poi molto, con la successiva riproposizione del refrain, qualche impennata e la conseguente chiusura. Un brano di una pesantezza-monotonia disarmanti, che sarebbe (anche questa volta) potuto essere migliore se ridotto di 4 minuti e soprattutto registrato MEGLIO. D'altro canto, questo è l'andazzo.. e non possiamo aspettarci nulla di migliore. Se non altro, possiamo particolarmente apprezzare i testi, decisamente validi e molto introspettivi. Anche quello di "Some.." sembra scavare nel profondo, e ci descrive appieno la realtà dell'essere umano, visto come una creatura estremamente negativa. Tutte le parti del corpo vengono elencate, e ad ognuna di esse viene affibbiata una qualità distruttiva. "Questa è il volto che non riuscirai mai a cambiare, questi sono i pugni che ti stenderanno al suolo.. questi sono gli artigli che aprono le tue ferite!", veniamo descritti in toto come dei mostri sanguinari e senza scrupoli. Noi, le persone. Ma possiamo dire d'esserlo veramente? Forse no, in quanto sembriamo esseri non più civilizzati di un qualsiasi branco d'animali. Con la differenza che uccidiamo per puro divertimento e non certo per procacciarci del cibo. Amiamo la violenza, è il nostro pane quotidiano. Amiamo inculcare terrore nei deboli, amiamo provocare dolore in chi non sa difendersi. Ci sentiamo onnipotenti, capacissimi di tutto e tutti.. eppure, a nostra volta risultiamo essere così insignificanti e fragili, a modo nostro. Che specie di mostri siamo? Una tipologia fra le tante, ma sicuramente la più pericolosa. Il nero avvolge ogni nostra speranza, mangiando i nostri sogni. Nuvole oscure si addensano dinnanzi al sole e rendono il nostro futuro cupo e buio come una notte senza luna. Qualcuno sano ancora esiste, e cerca di scappare via da questi mostri.. eppure, nulla sembra fermarli. Siamo vittime di creature fameliche, travestite per apparire rassicuranti ma in realtà diaboliche, sotto le loro maschere. Curiosità: il titolo del brano venne fuori quando a James Hetfield fu chiesto di parlare circa il suo rapporto con Bob Rock; un rapporto che il chitarrista definì simile ad un moderno prometeo, un mostro di Frankenstein appunto. L'espressione "Some Kind of Monster" piacque talmente tanto che si decise dunque di farne un titolo, anche se le lyrics (come abbiamo visto) furono destinate a parlare della cattiveria in generale e non del produttore di questo disco.

Dirty Window

Un rullante a mitraglia (al solito accompagnato dagli immancabili rimbombi "dingheggianti") dà il via al quarto brano, "Dirty Window (Finestra Sporca)", dalla durata più contenuta dei precedenti due e, forse, anche dotato di una qualità generale maggiore. Si parte in maniera bella aggressiva, con le asce intente a scandire un bel riff arrembante e solo la batteria atta a recitare la parte del pugno nell'occhio. La velocità è molta e ben calibrata, anche James sembra trovarsi molto a suo agio in quello che sembra essere un contesto spiccatamente Thrash anche se profondamente intriso di modernità. Qualche piccolo break down rallenta il tempo in determinate circostanze, finché non giungiamo al minuto 1:29, momento in cui le bacchette di Lars danno vita ad un fastidioso tip tap sul bordo del rullante e la chitarra in sottofondo diviene più melodica, con anche la voce di Hetfield che si adatta, divenendo accomodante e delicata. Si ritorna a picchiare rimanendo su tempi lenti, di lì a poco Ulrich ci fa risentire le possenti rullate di apertura e la velocità torna a dominare, presentandoci una nuova strofa che - c'è da dirlo - avrebbe reso il quadruplo se alla consolle si fosse svolto un lavoro degno di tal nome. Solo Hetfield Rock sapevano cos'avevano in mente, in quel momento. E sarebbe inquietante, scoprirlo. Dunque, lasciamogli il beneficio del dubbio. Per il resto, il tutto si ripete come in precedenza, ovvero con la solita aggressività "minata" di break down e la svolta melodica successiva. Finito il "tip-tap" di Lars si ritorna con un bel break down al minuto 3:11, preludio alle rullate del danese che di fatto donano alle chitarre la possibilità d'essere loro, adesso, a mitragliare. Il tempo diviene più scandito e le asce "sparano" letteralmente raffiche di note, finché non si ri-sfocia nel main riff che a sua volta si infrange in una nera melodia "grunge", subito sostituita da un nuovo frangente aggressivo ma non velocissimo. "Spari finali", batteria insopportabile ed un James che assume il ruolo di "meno peggio" terminano dunque un altro brano anonimo ma migliore degli altri, in cui la resa delle chitarre è leggermente meglio del solito in alcuni punti.. anche se tutto ciò non serve a rendere il tutto salvabile. Cinque minuti che sembrano quindici: batteria orrenda e pesantezza generale.. continuiamo veramente a non esserci. Continuiamo, per lo meno, a leggere sicuramente dei bei testi. Questa volta, nelle lyrics, troviamo addirittura un che di pirandelliano, se vogliamo. Ricordando brevemente il succo del discorso ruotante attorno al romanzo "Uno, nessuno e centomila", ogni uomo non esiste ed esiste al contempo. Noi ci consideriamo in un modo, i nostri cari in un altro, gli sconosciuti in un altro ancora. Siamo e non siamo, esistono centomila versioni del nostro Io ed al contempo nessuna, perché non una di questi "avatar" risulta essere prorompente rispetto ad un altro. E' esattamente questo, quel che prova il protagonista di questo testo. Egli si guarda riflesso ad una finestra e si interroga circa un suo status: cosa o chi è? E' veramente lui, quel riflesso? O è solamente un'illusione, un'immagine sfocata priva di significato? La finestra è uno specchio non perfetto, in quanto è trasparente al 100% e riflette anche ciò che c'è fuori, non solo la nostra immagine e ciò che ci precede. Guardiamo e scrutiamo fuori di essa.. vediamo le macchie, lo sporco. Ci chiediamo se sono sulla nostra pelle o sono effettivamente fuori dalla finestra. Non riusciamo a capire e siamo vagamente frastornati da tutto ciò. Avrebbe senso continuare ad interrogarsi? Certamente. La speculazione, l'amore per la scoperta, la curiosità.. fattori imprescindibili dell'esistenza. Si è vivi solo se si mantiene viva l'indole dell'esploratore, sostanzialmente, e non si perde mai di vista la volontà di rispondere ai massimi quesiti esistenziali. Chi siamo? Dove andiamo? Cosa facciamo? Ricerche impegnative, capaci di occupare tutto il tempo della nostra vita. Cosa succede, però, quando ci arrendiamo? Quando decidiamo di non guardare oltre la finestra, ma di basarci solo sul suo riflesso? Ecco che allora viene indagato un altro lato dell'essere umano, quello dell'arrendevolezza e della conseguente arroganza. Ci limitiamo, in quei casi, a guardare il mondo scorrerci davanti, giudicandolo ben riparati dal vetro. Guai a scendere in strada, a guardare meglio.. tutt'altro. Quel filtro ci fa troppo comodo, mai lo abbandoneremmo. Siamo lì, seduti su di un trono improvvisato, spacciandoci per Re quando alla fin fine non siamo altro che vassalli della vita. Guardiamo passivamente, giudichiamo, non abbiamo voglia di indagare. Tutto questo per colpa delle nostre debolezze, ansie e paure. 

The Invisible Kid

Dalla durata "contenuta" di "Dirty Window" agli otto minuti della traccia numero cinque, "The Invisible Kid (Il Ragazzo Invisibile)", la quale viene aperta da un riffing di chiara matrice Nu ben sorretto da un bell' "assolo di impalcature" da parte di un Ulrich sempre più convinto di quel che sta facendo. Per sfortuna. L'aggressività e la potenza iniziale vengono in parte mitigate quando James fa la sua comparsa ed il ruolo delle chitarre diviene più essenziale, limitando il proprio lavoro allo scandire un riff dal gusto Rock assai moderno. Dobbiamo dire che l'andatura non dispiace, in quanto -per lo meno- il tutto sembra essere, seppur mal registrato, abbastanza coinvolgente. Un modus operandi à la Feeder e gruppi simili, per essere più specifici, nel quale Hetfield si destreggia bene fra vocals più aggressive ed altre più contenute, anche ben supportato in fase di cori, quando serve. Il brano scorre dunque tranquillo senza troppi intoppi, strizzando l'occhio alla modernità in voga nel 2003 e non pretendendo di aggiungere troppa carne al fuoco. Un brano sicuramente fra i più radiofonici del lotto, se non altro presentabile. La differenza (in negativo) la fanno solamente la batteria a la produzione scadente; tuttavia, non era lecito aspettarsi miracoli. Il pezzo va avanti senza variazioni per più di una buona metà, presentandoci un sensibile rallentamento dei tempi verso il minuto 4:56, frangente in cui si comincia a volare più basso e forse James sfodera una prova non proprio riuscitissima. Sembra quasi che il cantante si stia lamentando, o meglio, dando ad una sorta di prova gigiona ed insopportabilmente istrionica. Fortunatamente il tutto è lesto a finire e si riprende a correre in maniera sostenuta, quando il pezzo ci presenta una lunga parentesi strumentale che prelude alla ripresa del refrain. Sino alla conclusione, nulla sembra cambiare: nessun rallentamento ed una riproposizione di quanto abbiamo già ascoltato sino ad ora. Una buona prova, tutto sommato, rovinata unicamente ed inesorabilmente da quella piccola parentesi di un James troppo "dannunziano" nella sua voglia di caricare le sue linee vocali di enfasi ad ogni costo. Ancora una volta, a farci storcere il naso è la durata. Non si può presentare un brano di otto minuti senza nemmeno un assolo che spezzi, senza una variazione degna di tal nome. Una mega jam session quasi ben uscita, ma a lungo andare monotona anche se migliore, in sostanza, di altri frangenti sino ad ora ascoltati. Il testo di "The Invisible Kid" sembra essere molto più criptico dei precedenti. Sembra quasi si faccia leva su di una persona estremamente sola e depressa, incapace di comunicare col mondo. Un ragazzo "invisibile" forse perché lasciato consapevolmente solo, reso tale da atteggiamenti distruttivi e per nulla empatici. Un tipo schivo ed eccessivamente riservato, chiuso in sé stesso. La sua p una gabbia cerebrale, egli sembra quasi non volerne uscire perché assuefatto a questo genere di vita. Egli non sa neanche perché vive, cosa stia facendo: si sente però rassicurato dalla sua solitudine, vista come una via di fuga e di sfogo. Sfogo contro una società cieca e sorda, che non ha voluto trovargli un posto e non ha neanche voluto provare ad accoglierlo. E' diffidente riguardo tutti, ogni tentativo di avvicinarlo viene da lui visto come una minaccia, un nuovo modo di tornare a fargli del male. Chi gli vuole bene cerca di entrare nel suo mondo, così com'è pronto a ritirarsi quando egli mostra la sua indolenza e la sua volontà di rimanere solo. Non resta altro da fare, ai suoi cari, che rimanere a distanza di sicurezza.. cercando comunque di fargli capire che loro saranno sempre con lui. I loro cuori batteranno all'unisono, così come le loro menti saranno sempre connesse. Che sia un nuovo riferimento ai problemi di alcolismo patiti da Hetfield? Può darsi, in quanto le persone dipendenti da qualcosa sono sempre e fortemente restie a qualsiasi forma d'aiuto. Si isolano nel loro mondo allontanando tutto e tutti, volendo rimanere soli con l'oggetto della propria ossessione. In generale, però, sembra proprio che si parli di una persona fortemente depressa e quasi rasentante la sociopatia, un personaggio che qualcuno cerca di ravvivare, conquistandosi la sua fiducia e dimostrandoli come il mondo non sia solo crudele ed oscuro, ma anche benevolo ed abitato da persone empatiche e con dei valori.

My World

Giro di boa raggiunto con "My World (Il Mio Mondo)", aperto da un riffing pesante e maestoso, stagliato su di un tempo sostenuto ma mai troppo veloce od invadente. Dapprima la batteria di Ulrich preferisce farsi udire ad "intermittenza", partendo in quarta solo dopo una manciata di secondi. L'andamento generale non risulta esplosivo ma nemmeno troppo lento, e possiamo dirlo, ci troviamo dinnanzi ad un altro episodio parzialmente passabile. Le chitarre hanno una bella resa e finalmente riusciamo ad udire un basso più presente; peccato per la batteria, come sempre pessima. Per il resto, un brano godibile ed avvincente, dotato di un groove niente male e sicuramente "catchy", come se i Metallica stessero riprendendo quanto di buono mostrato in "Load" e lo stessero riproponendo in veste più sporca e distorta. L'andazzo generale non fa dunque storcere troppo il naso ed anzi, riesce addirittura a farsi apprezzare in alcuni frangenti, soprattutto in fase di refrain. Un ritornello ben studiato, capace di rimanere in testa e di farsi cantare più e più volte. Il ritmo generale sembra scatenarsi in alcuni frangenti e contenersi in altri, come viene ampiamente dimostrato da una porzione dall'inizio della scenda metà del brano, frangente in cui James dapprima sussurra ed in seguito urla fragoroso, ben sorretto da uno scalpitante Ulrich e da un Hammett intento a farsi ascoltare. Dal minuto 3:40 ha poi inizio una blanda parentesi Alternative, rimandante a gruppi quali Disturbed ed affini, i cui stilemi vengono però riproposti in maniera molto minore. Forse il più grande difetto di certi brani, è proprio questo: il cercare di far propria una tendenza moderna, però "parodiandola" inconsapevolmente, più che omaggiandola. Torna il gioco di alternanza fra "sussurri ed urla" propostoci già prima sul finale del pezzo, il quale -dobbiamo dirlo- si è dipanato molto bene lungo questi 5 minuti e se non altro ci ha dato la prova che i Metallica sanno ancora intrattenere. Ritmi molto più serrati concludono dunque le ultime battute, sulle quali James si esprime in climax arrivando a ruggire gli ultimi versi, per poi abbandonarci una volta finito il tutto. Testualmente parliamo di un protagonista dalla stabilità mentale alquanto precaria, che cerca di combattere con tutte le proprie forze quei demoni che albergano nella sua testa. "The Motherfuckers got in my head" "I figli di puttana sono entrati nella mia testa", è la primissima frase che viene pronunciata da Hetfield ad inizio canzone ed illustra immediatamente bene che queste entità immaginarie provano ad impossessarsi della sua mente, cercando di trasformarlo in qualcosa di diverso, in un qualcosa che non sia più lui e che non rispecchi più la propria personalità. Accade però che colui che subisce queste "interferenze", decida di reagire dicendo: "Questo è il mio mondo ora", prendendo una convinzione talmente forte da far in modo che combatta contro le sue paure in cerca del ritorno alla normalità. Continua dicendo: "State attenti figli di puttana sto arrivando, farò della mia testa la mia casa", vuole riprendere il controllo di sé stesso e scacciare questi demoni immaginari che solamente lui riesce a percepire, e che gli provocano un disagio enorme facendogli credere che possa avvenire un cambiamento radicale della sua persona. Ad un certo punto impazzisce letteralmente, uscendo fuori di testa e chiedendo invano che qualcuno lo aiuti a scacciare queste entità che continuano a tormentarlo. Si rivolge anche a Dio con una metafora, quasi imprecando che piova soltanto sopra di lui talmente si sente frustrato. Sembra che ogni tipo di sfortuna gli si accanisca contro, di conseguenza cerca di darsi delle risposte per capire effettivamente ciò che gli sta accadendo; solamente, si rende conto di non essere a conoscenza nemmeno delle domande. Sembra ormai svuotato di ogni tipo di forza fisica e mentale e dice di averne abbastanza di tutto questo tormento, quasi come segno di resa e di disperazione. 

Shoot Me Again

"Shoot Me Again (Sparami Ancora)" ha un inizio piuttosto atipico, con una chitarra quasi fastidiosa sopraggiunta da un basso e da battiti di rullante che fanno da introduzione ad un brano che, dopo una brevissima pausa, parte non troppo sostenuto ma accelerando pian piano e costantemente, per poi ammorbidirsi ulteriormente a favore di un cantato molto pacato e poco trascinante. Tra pause varie ed un parlato che ripete il titolo del brano, notiamo come il tutto non riesca a decollare come si sperava. James finalmente torna ad essere riconoscibile ma la base è piuttosto confusionaria e priva di idee. Continuano questi momenti altalenanti che alternano il cantato vero e proprio con parti praticamente parlate e poco incisive. Le chitarre, dal canto loro, risultano si essere piuttosto pesanti e lo stesso Ulrich prova a dare varietà nel suo incedere; il tutto risulta, però, poco ispirato e limitato all'esecuzione di un "compitino" privo di quella fantasia atta a poter cambiare le sorti di questo brano. Si continua così praticamente fino al minuto 4:46 per poi ritrovare una parte strumentale poco coinvolgente che trova il suo apice dopo un'altra brevissima pausa ripresa da una chitarra ritmica stoppatissima, che introduce l'ennesima strofa inconcludente. Troviamo a questo punto con sorpresa un buon riffing abbastanza interessante, che aimè si spegne con l'arrivo della batteria la quale cerca di smuovere un po' il tutto con un ritmo più sostenuto ma perdendo la via. Il tutto prosegue fino a concludersi con la stonatura iniziale, espediente che effettivamente delude e conclude un brano veramente poco ispirato e forzato. Dal canto suo, il tema di questo brano risulta essere piuttosto interessante e vagamente personale. Infatti, il titolo "Sparami ancora" è un chiaro riferimento a cercare di non mollare mai davanti alle difficoltà, e non importa quante pugnalate riceveremo alle spalle, dobbiamo essere in grado di sopportare le ingiustizie e cercare con la forza di volontà di reagire ed andare avanti per la nostra strada. Solo con il dolore ricevuto si capisce il reale valore di quelle idee e di quelle cose che vale la pena combattere. Dicevamo che si tratta anche di un testo piuttosto personale, ed infatti una delle versioni che accompagna la nascita di queste liriche è dettata dal fatto che al singer Hetfield durante il suo percorso di disintossicazione dall'alcool, venne detto di scrivere alcune parole che potessero in qualche modo rispecchiare questo suo momento di appannamento. Scrisse la frase "Mi piego ma non mi spezzo", facendo capire a chi lo avesse in cura che era deciso a cambiare in meglio la sua vita. Ecco spiegato il titolo di questa song dunque, la quale rispecchia quello che il frontman ha vissuto sulla propria pelle. Troppe malelingue e troppe critiche ha dovuto subire, il buon Het, per causa di questo problema.. e da qui la decisione di reagire e combattere contro un qualcosa che lentamente lo stava distruggendo dall'interno. Consapevole di questo, vuole dare tramite questo pezzo un messaggio di speranza a tutti quelli che, come lui, avevano dovuto o stavano affrontando dei momenti bui e difficili della propria vita. 

Sweet Amber

Passiamo a "Sweet Amber (Dolce Ambra)" la quale ha un inizio arpeggiato molto soft e quasi impercettibile. La distorsione ritmica arriva quasi nell'immediato, e dopo qualche colpo di pedale e crash, si parte abbastanza in pompa magna con un Lars che detta i tempi in maniera precisa ma che si affievolisce a favore del sopraggiungere di una prima strofa.. la quale strappa un sorriso per la pochezza di cattiveria che cerca di imporre, quasi sembrando essere un motivetto inconcludente. Ad un certo punto sentiamo solamente il charleston ed una voce leggera accompagnati da una chitarra che, diciamo la verità, con i Metallica avrebbe poco o nulla a che fare. Arriviamo ad un momento di totale confusione dove James aggredisce l'ascoltatore ma viene accompagnato in malo modo dal resto della band, la quale ci presenta un quadro generale confuso e totalmente fuori schema. A volte tornano quelle accelerazioni che fanno ben sperare, ma si scontrano frontalmente con soluzioni a dir poco sconclusionate che generano un malumore non indifferente. Sembra quasi che la band abbia voluto cercare delle soluzioni per rendere il brano più vario, ma il risultato lascia molto a desiderare per via di idee mal sviluppate e soprattutto male eseguite. Continuiamo a sperare in quel qualcosa che faccia smuovere questa canzone, ma chiaramente l'assenza di un qual si voglia assolo rende il tutto un pastone indigesto che si trascina stancamente verso un finale quasi imbarazzante. La nota positiva è dettata dal fatto che Sweet Amber ha una durata normale e non si dilunga oltremodo verso quella ripetitività che già in questi cinque minuti e mezzo aleggia spaventosamente. Non è mai bello dire qualcosa di negativo verso una band che ha scritto pagine di storia della musica metal, ma siamo di fronte ad un episodio veramente brutto e caotico, senza un capo né una coda. Parliamo dunque di questa Dolce Ambra, ed il chiaro riferimento all'alcool ed ai problemi di Hetfield vengono nuovamente a galla. Il testo in realtà è piuttosto breve ma esplicito e denota quel desiderio di bere che lo stesso James non ha saputo più - ad un certo punto - trattenere. "Corro via ma torno di nuovo" e da qui si può capire quanto siano stati numerosi i tentativi del frontman di sfuggire da questa dipendenza. Anche se, arrivato ad un certo punto, le crisi di astinenza erano divenute talmente forti ed irrefrenabili da indurlo a cadere nuovamente nella sua tentazione, per placare il male fisico che lo colpiva. In quel periodo il nostro James stava veramente male, e "Mento per sorridere" cercava di mascherare questo suo dolore che piano piano lo stava divorando, ed andava via via compromettendo anche la stabilità della stessa band, nonché quella della famiglia Hetfield. Bevendo, Het si faceva del male; l'alcool lo rivoltava come un calzino e nonostante tutti gli sforzi fatti non riusciva a smettere. Da qui la decisione di rivolgersi ad un centro di riabilitazione per poter sconfiggere una volta per tutte questo suo problema, il quale era purtroppo diventato pesante anche per tutti quelli che lo circondavano e lo amavano. 

The Unnamed Feeling

"The Unnamed Feeling (Il Sentimento Senza Nome)" parte con una breve parentesi chitarristica molto stoppata, seguita a ruota da un arpeggio che ricorda moltissimo le sonorità del gruppo alternative rock statunitense P.O.D. (Payable On Death). Sembra un paragone azzardato, ma come si dice in questi casi, ascoltare per credere. Lars scuote appena il rullante con un'alternanza disarmante, ma quando finalmente la song sembra prendere un buona piega, il tutto viene rovinato da un cantato filtrato e soffocato che rende l'ensemble insopportabile ed indigesto. La prima strofa viene praticamente recitata più che cantata, e la base ritmica di certo non aiuta con quel suo alternarsi tra pause e ripartenze. Troviamo questa volta una fase arpeggiata abbastanza piacevole ed anche la voce di Hetfield pare piuttosto espressiva ma mai incisiva. Purtroppo, presto si ritorna a calcare territori decisamente poco felici ed in sostanza il riffing di chitarra così stoppato risulta veramente incompleto e mal riuscito. Eccoci ancora al cospetto di una sezione "tranquilla", la quale risulta essere paradossalmente la parte migliore del brano. Il basso di Bob Rock si fa sentire ma è tutto l'accompagnamento generale a non funzionare, fino a che non ritroviamo quelle parti Alternative e quella voce recitata che irrita all'inverosimile, e non fa altro che indurre l'ascoltatore a skippare o a cercare di arrivare alla fine annaspando, con grossa fatica. Non ci sono variazioni di sorta, non ci sono idee e soprattutto non c'è quella voglia di stupire che aveva fatto grande la band di San Francisco. Finalmente arriviamo alla fine e possiamo dire che rimane in mente ben poco di quello che fin qui abbiamo potuto ascoltare. Sette minuti di nulla, un miscuglio esagerato senza senso in cui l'unico momento - diciamo - di piacere viene recato dai due momenti in cui un arpeggio piuttosto delicato smorza un sound nervoso e sconclusionato. Nuovamente è l'esperienza di James a venire a galla e viene espressa attraverso un testo che vuole essere un monito per cercare di far capire alla gente che deve riuscire a trasformare quel senso di rassegnazione e di abbattimento (che a volte, purtroppo, risulta inevitabile provare), in rabbia per far si che si possa reagire con tutte le forze e le risorse disponibili. In queste lyrics sono i sentimenti a fare da padroni, un misto di odio, rabbia e depressione che non solo sono lo specchio di quello che ha dovuto passare Hetfield sulla propria pelle, ma vogliono al contempo essere un esempio per chiunque cerchi di ribellarsi a quelle situazioni che ad un primo momento sembrano insormontabili. Non è da tutti avere la forza e soprattutto la costanza di intraprendere un percorso per tornare alla normalità, ma deve essere un dovere verso le persone che ci vogliono bene e che ci sostengono incondizionatamente. La scelta finale è solamente la nostra, e non basta dire di non voler più soffrire o far soffrire chi ci sta intorno; bisogna avere quella volontà e quella umiltà di dire: "Ho sbagliato, ma voglio rimediare" cercando veramente di fare il possibile per ri-ottenere quell'equilibrio che è andato perso. Sta solamente a noi decidere se questo equilibrio si è allontanato solo momentaneamente o se se ne è andato per sempre. 

Purify

"Purify (Purifica)" ha un bell'inizio di chitarra e batteria, e con l'avvento della prima strofa dobbiamo possiamo dire che il ritmo risulti quanto meno piacevole, ben caratterizzato. Ovviamente veniamo smentiti quasi subito con l'arrivo del ritornello, il quale risulta stonato e veramente orribile. A risollevare le sorti ci pensa la chitarra ritmica di Hetfield ed un drumming sostanzialmente funzionale per l'economia del brano, ma ahimè troviamo un'altra strofa poco ispirata che annuncia l'orrendo chorus, il quale si ripete per ben due volte, se non altro lasciando in seguito spazio ad una buona sezione strumentale che va in crescendo fino a trovare echi di Hammet, il quale prova a dare una sua impercettibile impronta. Proseguiamo con un po' di confusione all'interno del pezzo e possiamo sentire (e ce ne vuole) anche la doppia cassa di Ulrich che prova a martellare come ai bei tempi, dando l'impressione che non proprio tutto sia da buttare in questa song. Arriva un momento di "diversità" (se così possiamo dirlo), ma è solamente l'inizio di una conclusione che c'entra poco o nulla con quanto fatto fino ad ora dai Nostri, slegando in maniera esagerata dal contesto un episodio tutto sommato discreto, ma rovinato in maniera spropositata da un ritornello fiacco e senza senso, che sopraggiunge subito dopo. Un vero peccato, sinceramente, visto che all'inizio, con quella sua momentanea cattiveria, il pezzo faceva ben sperare. Invece, come nelle altre tracce, spicca il difetto che tutto il disco si porta dietro, ovvero quella mancanza di idee vincenti che potrebbero e dovrebbero per lo meno fare apprezzare un lavoro che sistematicamente è rovinato da una produzione altamente scarsa. Questo processo di purificazione è descritto in maniera anche piuttosto dettagliata, ed in questo caso è il frontman che riconosce di aver bisogno di un aiuto esterno, anche affettivo, per potersi liberare del suo problema definitivamente. Chiede infatti aiuto, consapevole che da solo non ce la può fare. Ha tentato invano, in passato, a risolvere questo problema in solitudine senza far pesare la cosa alle persone care, ma è giunto il momento di mettere da parte l'orgoglio e decidere di farsi aiutare. In quei momenti bui ha mancato di rispetto alla sua famiglia, ha destabilizzato quella band che è diventata ed è una leggenda. Ora è giunto il momento di chiedere scusa a tutti quelli a cui ha fatto inconsciamente del male, trovando quella serenità che troppo a lungo è mancata intorno a lui. Si sente in colpa per tutto ciò ed è qui che vuole dare un messaggio forte a chi lo ascolta: cercate di essere forti e non fatevi abbattere dalle avversità, le cose possono cambiare solamente se lo si vuole con convinzione. 

All Within My Hands

Ed arriviamo  così alla conclusione di questo "difficile" S.Anger con l'ultima "All Within My Hands (Tutto Con Le Mie Mani)". L'inizio è terremotante, con una chitarra ed una batteria roboanti e pesanti. Dopo questa buona introduzione veniamo avvolti da sonorità molto più tranquille e da un cantato non aggressivo ma interessante, coadiuvato da una batteria che sembra però andare per i fatti suoi. L'arpeggio messo improvvisamente per smorzare i toni è alquanto fuori luogo ma il ritmo cambia considerevolmente a favore di un ritornello discreto e da una sezione ritmica interessante ma sfruttata poco. James sembra trasparire sentimento in quello che canta e riesce a coinvolgente l'ascoltatore con una buona enfasi. Si riprende nuovamente con Lars che pare suonare per i fatti suoi, incurante della struttura del brano, e quando arriva il ritornello la voce viene spinta forse troppo al limite, quasi come fosse conseguenza di uno sfogo personale, risultando un po' forzata ma non fastidiosa. Il chorus si ripete con voci sovra incise quasi in un loop infinito che trova il suo apice sul finale. La chitarra viene proposta in intermittenza e si avvia una sezione strumentale la quale, tra accelerazioni improvvise, crash buttati li un po' a caso e qualche vocals priva di mordente distoglie la nostra attenzione, sepolta in questo caos. Doppia cassa a martello e nuovamente la voce arriva quasi a stonare, tanto è spinta al limite, e si ripropone nuovamente un ritornello che alla lunga rischia di stancare. Si rivede Hammett, anche se per un breve momento, ma da solo non riesce a sollevare le sorti un brano troppo lungo e prolisso. La ripetizione di Kill da parte dello stesso Hetfield sembra voler scacciare via definitivamente i demoni che ormai appartengono al passato con urla isteriche e sofferte. La song si trascina stancamente verso un finale confuso e l'eccessiva lunghezza non gioca affatto a favore di questo ultimo episodio. Sinceramente, una volta arrivati a metà brano, si è già praticamente sentito tutto del pezzo, e questo eccessivo ripetersi di chorus e voce spinta al limite dà un po' quel senso di fastidio che con una durata considerevolmente inferiore si poteva benissimo evitare. Si conclude così il racconto personale di James Hetfield verso la completa riabilitazione, lyrics in cui il Nostro fa praticamente mea culpa, sostenendo il fatto che purtroppo è possibile rovinarsi con le proprie mani. Il contesto può anche essere generalizzato come tutte le liriche di questo lavoro, rivolto a coloro che si autoinfliggono dolore e fanno soffrire le persone care mediante il loro autolesionismo. Magari anche inconsapevolmente, ma bisogna cercare di capire quando si supera quella linea che separa la salvezza dal baratro. "Prendi la tua paura", "Morirò se mi lascio andare", sono chiari riferimenti al fatto di prendere coscienza delle proprie debolezze ed affrontarle a viso aperto. Se non si ha il coraggio di fare ciò, il rischio di abbandonarsi a noi stessi e lasciarsi andare diventa tremendamente pericoloso ed una volta superato il punto di non ritorno allora non potremmo più cercare la via di salvezza. Il pericolo e le tentazioni sono sempre in agguato e cercano persone deboli nelle quali iniettare il proprio veleno. Fortunatamente c'è chi ha la forza di trovare l'antidoto per poter guarire e purificarsi, ma purtroppo e forse troppe volte, questi pericoli hanno la meglio su di noi ed è allora che dobbiamo avere la forza di farci aiutare. E' proprio nei momenti difficili che bisogna contare sulle persone a noi vicine ed assorbire tutto il loro amore, trasformandolo in quella rabbia che ci possa far uscire dal tunnel.

Conclusioni

Arriviamo dunque alla parte forse più difficile di questa nostra recensione, ovvero dare un giudizio complessivo a questo "St. Anger". Se con i precedenti "Load" "Reload" la band ha voluto intraprendere una strada diversa da quella abitualmente percorsa, dando alle stampe due lavori per così dire "particolari" e forse troppo fuori dagli schemi per quella che è una (o più probabilmente) la più importante Thrash metal band di tutti i tempi, con questo nuovo lavoro i Metallica sembrano voler tornare a sonorità a loro più "consone". Solitamente, il carattere di un disco può essere carpito in modi differenti, dall'ascoltatore: il primo consiste nel fatto che, alcune volte, già da un ascolto iniziale si può dare un giudizio parziale ed avere già una idea di base per poter giudicare l'album; il secondo è che alcuni lavori necessitano svariati ascolti prima di poterli apprezzare e giudicare appieno. Il problema di fondo è inversamente proporzionale a quanto appena detto: ovvero, con "St. Anger" non abbiamo dubbi e possiamo dire che già ad un primo ascolto sentiamo salire un'angoscia incredibile, facendo una fatica bestiale nell'arrivare verso la fine. E contemporaneamente, ascoltandolo più volte (e sfido a trovare persone che lo abbiano fatto), si capisce veramente appieno il disastro musicale partorito dalla band. La cosa che salta subito all'occhio, oltre alla orrenda copertina, è il secondo cambio grafico di quel magnifico logo storico che era stato già modificato nei due album precedenti, segno evidente di una ricerca di identità ormai perduta. Partiamo comunque dall'inizio per trovarne i pregi ed i difetti. Iniziamo con l'unica nota positiva, cioè i testi. Sono estremamente personali e raccontano il periodo decisamente buio che il frontman James Alan Hetfield ha dovuto affrontare . cercando l'aiuto di amici e dei propri cari, trovando il grande coraggio di raccontarsi ai fan ed al pubblico nonostante le difficoltà affrontate. Soprattutto, senza vergognarsene. Le note negative ahinoi, invece sono tante, troppe. In primis la produzione e la registrazione del suddetto album, a dir poco disastrose, con una batteria a a tratti fastidiosa che sembra registrata in uno scantinato in presa diretta. Qui si potrebbe aprire un dibattito infinito sul perché di questa scelta infelice, ma tant'è, a sentire i Metallica avrebbero voluto ricreare l'atmosfera da sala prove e metterla direttamente su disco, con il tentativo decisamente non andato a buon fine. Lo stesso Ulrich troppe volte pare suonare da solo senza seguire né un filo logico né tanto meno i propri compagni, con risultati caotici e per niente omogenei. Bob Rock svolge un lavoro con il suo basso decisamente da tappabuchi, e se pensiamo che tale strumento sia passato di mano da quel genio pieno di estro musicale (e mai dimenticato) rispondente al nome di Cliff Burton sino a giungere al simpaticissimo e grintoso Jason Newsted, capite benissimo anche voi i brividi di terrore che affiorano ascoltando questo scempio. La voce di Hetfield per lo meno torna a tratti ad essere grintosa ed interessante, ma a volte si spinge troppo al di là delle sue possibilità, perdendosi in alcuni ritornelli decisamente mal riusciti. Parliamo in ultima battuta delle chitarre, che volutamente abbiamo voluto lasciare alla fine. I Four Horsemen sono appunto in quattro, e se da una parte la chitarra ritmica svolge un lavoro discretamente pesante, l'assenza di un qualsivoglia assolo fa veramente innervosire, soprattutto se pensiamo alle abilità del chitarrista solista. Kirk Hammet, negli anni passati, ha saputo regalarci dei solos veramente belli che sono passati alla storia: pensiamo a "Creeping Death" per esempio, od a "Master Of Puppets" passando anche per brani tratti da "..And Justice For All" "Metallica". Amato ed odiato, Kirk è comunque una risorsa che non si può buttare nello sciacquone in questo modo, anche perché magari, nel disastro complessivo, qualche assolo avrebbe potuto per lo meno donare un po' di brio o variante alla mediocrità che aleggia durante l'ascolto. Nel complesso, il sound è talmente crudo e secco che invece di riportare i Nostri ad una dimensione a loro più consona ha praticamente l'effetto opposto, ripresentandoci una band in totale confusione artistica. Per un qualsiasi metallaro e soprattutto per un fan di questa splendida band, non è facile (anzi, è estremamente difficile) passare dall'ascolto di un qualsiasi primo lavoro dei 'Tallica a questo "St. Anger".  Anche l'eccessiva lunghezza dei vari brani non aiuta di certo a digerire questo mattone, con la sua ora e quindici suddivisa in undici song. C'è anche da dire che, dal 2006, e cioè dopo tre anni dall'uscita, i Nostri non eseguano più un pezzo dal vivo tratto da questo disco, segno che probabilmente hanno preso coscienza di quello che purtroppo sono riusciti ad immettere sul mercato discografico. L'esperienza negativa vissuta da parte di Hetfield ha avuto delle ripercussioni devastanti sulla buona riuscita generale, e se voci di corridoio dicevano che la band era prossima allo scioglimento, dopo un lavoro del genere ci chiediamo a malincuore se forse sarebbe stato meglio per tutti finirla una volta e per sempre.

1) Frantic
2) St. Anger
3) Some Kind of Monster
4) Dirty Window
5) The Invisible Kid
6) My World
7) Shoot Me Again
8) Sweet Amber
9) The Unnamed Feeling
10) Purify
11) All Within My Hands
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