METALLICA

Six Feet Down Under Part II

2010 - Universal Music Group

A CURA DI
MAREK
31/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Torniamo a parlare dei Metallica e delle loro avventure in terre aborigene: li avevamo lasciati alle prese con la prima parte del progetto "Six Feet Down Under", esclusiva per i mercati australiani e neozelandesi. Un progetto che avrebbe dovuto regalare al popolo oceanico ben sedici tracce live, alcune tratte da esibizioni più "datate", altre da concerti più recenti. Come prima impressione, lo ricordiamo, l'idea parve sin da subito buona; ma destinata ad un quasi naufragio per colpa del mal assortimento delle tracce, nonché per la loro discutibile resa sonora. Esecuzioni troppo "in là con gli anni" per essere inserite come tracks effettive di un album effettivo, che avrebbero sicuramente fatto maggior figura se utilizzate come bonus tracks di un progetto di più ampio respiro. Nonostante qualche buon episodio, la prima parte di "Six Feet Down Under" non si rivelò certo entusiasmante. Viceversa, tutto cambia approcciandosi al "secondo atto", ovvero a "Six Feet Down Under Part II", il quale ha il merito di proporci del materiale davvero degno di far parte di un vero e proprio live album. Un totale di otto tracce, come il predecessore, e tutte tratte dai lavori di maggior successo dei Four Horsemen. Ad essere chiamati in causa sono infatti "Kill 'Em All", "Ride The Lightning", "Master of Puppets" ed "..And Justice for All", una delle tetralogie fondamentali del Thrash Metal. Gli album storici, quelli che hanno reso i Metallica quel che oggi sono: ovvero, delle leggende a tutto campo, un gruppo imprescindibile, da considerarsi importante che lo si ami o lo si odi. Una scaletta quindi che farà la felicità di tutti gli adepti della "Metallica Family" e di tutti i metallari in generale, una tracklist composta da esecuzioni live di tutto rispetto. Essendo ogni pezzo datato 2010, possiamo ben capire come ognuno di essi riesca dunque a suonare in maniera finalmente accettabile, vibrante ed efficace: un'autentica scarica di volt e decibel, un live da tenerci con il fiato sospeso da inizio a fine. Ed è proprio dalla qualità generale dei pezzi qui presenti che l'abisso in grado di separare i due EP viene profondamente scavato. Se nel primo episodio ci trovavamo al cospetto di un bootleg pubblicato e certificato, in questo caso tutto cambia. Quello che abbiamo è un mini abum live dalle potenzialità pressoché sconfinate, il quale avrebbe potuto risplendere letteralmente di luce propria, se gli Horsemen avessero optato per un progetto simile a "Quebec Magnetic" o comunque ad un album live in senso generale. Registrare un concerto particolarmente ben riuscito e proporlo come un vero e proprio album dal vivo. Sarebbe stato senza dubbio meglio, ponderata la qualità del materiale che fra poco ci appresteremo a valutare. Un vero e proprio punto interrogativo, quindi.. quasi i Nostri avessero voluto dividere il "meglio" dal "peggio", presentandolo a fasi alterne. Tutta via, le speculazioni a posteriori lasciano il tempo che trovano. E' ora di tuffarci in questo nuovo capitolo del progetto "Six Feet Down Under", il quale presenta, questa volta, l'attuale formazione. Essendo - lo ripetiamo - ogni traccia datata 2010, la line up non prevede più la presenza di Jason Newsted, bensì quella del solo Trujillo, per quel che concerne il basso. Let's Play!

Blackened

Il primo brano di questa seconda parte è dunque "Blackened (Oscurato)", versione risalente al 2010, eseguita in quel di Brisbane. Il vociare del pubblico è sin da subito intenso e caloroso, gli applausi scroscianti ed i cori concitati fendono l'aria. Una sinistra e melodica chitarra si insinua dunque educatamente fra il rumore di sottofondo, introducendoci il brano; stacco di Lars e riff iniziale al fulmicotone, battito di charleston, cassa scalpitante.. e tutto può dunque avere inizio. Si comincia al fulmicotone, e con piacere notiamo quanto la qualità generale sia di molto superiore a quella dei brani del primo EP. La voce di James ci giunge forte e chiara, così come quella del pubblico, che praticamente canta tutta la prima strofa, con tanto di refrain. Si cavalca in maniera violenta, i Metallica sono in formissima e ce lo dimostrano a più riprese. Versione live assai valida di un classico intramontabile: secondo giro di strofa e refrain, Het chiede al pubblico se ha voglia di continuare a folleggiare. La cassa di Lars batte un ritmo marziale ed essenziale, l'ascia di Kirk si dona ad un riffing work anch'esso preciso, al metronomo. Su quest'andatura, la band ha dunque modo di battezzare un frangente in cui il tempo generale rallenta, facendo quindi in modo di puntare più sull'atmosfera "militaresca" che sulla velocità a tutto spiano. Dopo un gran duetto fra James e le backing vocals, poi, Kirk ha modo di portare un po' di melodia nel contesto, a suon di un assolo molto ben riuscito e ben eseguito, la cui resa risulta ottima. Subito dopo un attimo di pausa, la grancassa torna a scalpitare.. e si riprende a correre come se non ci fosse un domani. Fa capolino una nuova strofa, presto susseguita da un refrain micidiale, potente quant'altri mai. Il pubblico partecipa, incalzato e fomentato da cotanta potenza.. ed il brano può dunque arrivare al termine, sommerso da una valanga di urla ed applausi. Apocalittico come sempre, il testo di"Blackened" ci mette dinnanzi ad una delle prospettive più nere e nefaste pensabili: la distruzione totale della razza umana. Come ben sappiamo, negli ultimi anni la tecnologia ha compiuto passi da gigante, comportandoci molti pro, decisamente "comodi" ed appaganti. Cosa succede, però, quando a crescere sono anche i "contro"? In barba al passato, le guerre non si combattono più con fucili e baionette: l'industria bellica è ormai una realtà attorno alla quale gravitano svariate migliaia di milioni (aggiungere valuta a caso), la Scienza ha provveduto a fornire ai potenti tantissimi nuovi arnesi di distruzione. Armi chimiche, batteriologiche, nucleari. Cosa succederebbe se, un giorno, il famoso grilletto venisse premuto? Ecco che della Terra non resterebbe che un cumulo di macerie, di calcinacci. Le radiazioni distruggerebbero l'umanità, e quanti rimanessero vivi desidererebbero con tutto il cuore esser morti, persi come sarebbero in un deserto chimico e desolante. Mutazioni, malattie, acque inquinate, aria irrespirabile: l'Inferno sulla terra, la quale è ormai prossima al collasso. La fine, il punto, la distruzione di tutto ciò che conosciamo. Mai più cieli azzurri, ma solo nuvole chimice. Mai più piogge rinfrescanti, ma solo acido. Mai più acqua o giornate di sole, mai più svaghi o divertimenti. Tutto si annullerebbe pian piano, portandoci alla fine. Una fine triste, che vedrebbe il pianeta terra collassare miseramente su se stesso, memore dei suoi anni di gloria. Mai più ere dell'oro e risate.. solamente gelo, distruzione, desolazione.. odore di morte in ogni strada, giardino, città e nazione. Ci spostiamo ad Auckland, Nuova Zelanda, e subito ascoltiamo un fiero Het intento (tanto per cambiare) ad arringare la folla. Il frontman ringrazia la famiglia neozelandese dei Metallica, ovvero il pubblico presente, dichiarando di avere in serbo per i presenti un qualche cosa proveniente dal repertorio passato.

Ride The Lightning

Subito, la devastante intro dei "Ride The Lightning (Cavalcando il fulmine)" fa tosta la sua comparsa. La folla va in delirio, ed i 'tallica decidono di far ulteriormente divampare il fuoco di cotanta passione. L'inquietante melodia iniziale lascia dunque spazio al riff portante, saldamente accompagnato dalla precisa batteria di Lars. La prima strofa viene così introdotta e presentata in maniera diretta, priva di fronzoli. Perfetta l'ugola di James, micidiale la sezione ritmica, Hammett dannatamente concreto ed abilissimo nel donare al brano quel quid in più grazie al suo egregio lavoro solista. Il pubblico canta intere porzioni di brano, rapito come in un fervore baccanale. Il ritornello è naturalmente il frangente prediletto, il vociare in coorte dei presenti risulta quasi un quinto membro sul palcoscenico. Si procede dunque in tal guisa, sino ad un'accelerazione improvvisa, la quale va in seguito ad infrangersi contro un frangente molto più ragionato e cadenzato. Gli "Oi! Oi!" del pubblico si fanno sentire, e Kirk è quindi pronto per esibirsi in un assolo di chiara scuola Heavy, sospeso a metà fra lo Speed e l'immancabile tratto N.W.O.B.H.M. L'esibizione del bravo Hammett subisce una considerevole impennata nella seconda parte, quando l'intero ensemble strumentale accelera a dismisura ed il Nostro si scopre un novello Van Halen, ricamando una pioggia di note che sicuramente avrebbe fatto la felicità del chitarrista d'origine olandese. Si continua a correre per poi riprendere a martellare con la micidiale cadenza udita pocanzi, momento in cui il 4/4 di Lars risulta a dir poco "killer" e tutto il combo può dunque lanciarsi in una nuova strofa, a sua volta seguita da un refrain. Parentesi strumentale in cui i tamburi del danese vengono selvaggiamente percossi e nella quale le asce di Hammett e James finiscono poi con l'intonare la melodia iniziale. Altro giro, altra corsa, altra bella registrazione. La tematica principale del testo verte infatti sul tema della pena di morte, argomento assai discusso negli U.S.A. e da tutti interpretato in maniera piuttosto "lapidaria". O pro o contro, senza appelli. Soprattutto i pro risultano essere molto spesso personaggi assai reazionari e politicamente estremi, giustizialisti i quali vedono nella morte la definitiva espiazione di un reato grave (omicidio, per esempio). I Metallica, non schierandosi apertamente ma facendo trasparire una sorta di propria morale (due torti non fanno una ragione, al limite), decidono di metterci dinnanzi ai pensieri di un condannato. Una sentenza così drastica dovrebbe, quanto meno, essere assegnata in presenza di prove certe e schiaccianti, circa la colpevolezza della vittima. L'uomo protagonista, invece, sembra esser stato condannato dopo un giudizio assai sommario. Egli ha paura, sente il terrore che lo assale, nel mentre che le guardie fissano i suoi polsi e le sue caviglie su di old sparky, l'oggetto di tortura maggiormente (tristemente..) noto in tutto il mondo. L'esecuzione sta per cominciare: la leva viene abbassata ed un fulmine potentissimo attraversa il corpo dell'uomo, il quale sente l'elettricità diffondersi all'interno di se stesso. Il cervello comincia a bruciare, il panico ed il terrore lo assalgono. Cerca di invocare Dio, cerca un estremo tentativo di salvarsi appellandosi alla fede.. ma nessuno è lì per lui. Un'esecuzione che dovrebbe durare pochi minuti, ma che per lui dura giorni interi. I secondi si dilatano, la sofferenza estrema lo acceca.. fino a portarlo alla morte. Chiaro, dunque, l'intento del testo: mostrarci cos'è, quel momento, in maniera cruda e priva di fronzoli. Poi, starà a noi decidere se continuare ad avallare certe situazioni o meno.

The Four Horsemen

Torniamo in Australia, per la precisione a Sydney: James ci presenta quindi l'esecuzione della splendida "The Four Horsemen (I Quattro Cavalieri)"; e, nemmeno a dirlo, ci troviamo dinnanzi ad un momento di pura adrenalina. Il fomento è palpabile sin dal primo riff scandito: velocità, potenza, crudeltà, i Metallica si riscoprono ventenni e pestano duro, ognuno il proprio strumento. Il pubblico in visibilio continua a rubare la scena ad Het, cantando strofe e ritornelli come se il cantante non esistesse. Un brano da moshpit, da pogo selvaggio, un pezzo che distrugge e ci fa tornare indietro nel tempo. Pagina 3 del "Manuale dello Speed Metal", capitolo 1: I FONDAMENTALI. Dopo l'ennesimo avvicendarsi di strofa / refrain, abbiamo un piccolo momento di pausa. Het chiede se il pubblico sia ancora presente ed incazzato. L'urlo da stadio conferma, e viene dunque il momento, per i Cavalieri, di introdurre la seconda parte del pezzo. La velocità cala sensibilmente, in favore di una cadenza ritmata più accattivante e particolare. Tuttavia, quest'ultima non dura poi molto. Il riff portante viene scandito dopo poco, ed all'unisono con l'audience sempre più adorante. Nuova strofa sparata senza ritegno, nuovo ritornello tritaossa, un tripudio di potenza e stoicità. L'assolo di Hammett, in linea con il mood generale, fa della melodia suo scudo et usbergo; tuttavia mostrando un'attitudine selvaggia come poche. Note pulite, sparate però senza ritegno, graffianti ed urticanti. Assolo che chiude il brano, lasciandoci al solito sbigottiti e meravigliosamente frastornati.  Il testo, famosissimo, prende a narrarci le avventure di quattro cavalieri; ovvero, dei Metallica stessi. Gli allora giovani metallari, immedesimandosi in figure molto simili a quelle già narrate da San Giovanni nella sua "Apocalisse" (Peste, Fame, Guerra, Morte.. i quattro cavalieri dell'Apocalisse, per l'appunto), ci parlano di scorribande a tema quasi "oscuro" ed esoterico. Come se fossero quattro demoni, James, Lars, Kirk e Cliff battono ogni strada della loro città, in cerca di morte e devastazione. Sono quattro demoni a cavallo, entità immonde richiamate sulla terrà dalla malvagità diffusa; chiudete in casa mogli e bambini, perché la sete di sangue dei Four Horsemen è ormai insaziabile. E più il sangue è innocente, più ne traggono maggior nutrimento. Un testo dunque sprizzante esaltazione e volontà di colpire, che si presta a più interpretazioni. Volendo infatti intendere il termine Horsemen anche come "motociclisti", sembrerebbe quasi che i Nostri stessero parlando di una gang di bikers, pronta con il proprio sprezzo del pericolo a sfidare ogni autorità; viceversa, in chiave più metaforica, certe liriche non fanno altro che presentarci quattro musicisti volenterosi di lasciare il segno. I cavalieri che si abbattono letteralmente nel mondo del Metal, decisi a lasciare il segno, a incidere una ferita nell'immaginario comune. Loro sono i Metallica. E suonano un qualcosa di mai sentito prima. Accettarli o soccombere, non abbiamo altra scelta.

Welcome Home (Sanitarium)

Potenza e violenza che si disperdono, in quel di Melbourne, per lasciare spazio alla triste, mesta e funerea melodia della ballad "Welcome Home (Sanitarium) - Benvenuto a Casa (Manicomio)". Le chitarre si tingono di disperazione, ricamando un arpeggi e riff assai intimistici, delicati, madidi di pianto. Anche l'ugola di James si fa più luttuosa, andando ad accarezzare le tristi note emesse da Kirk. Una prima strofa strutturata in crescendo, con le elettriche che prendono a ruggire in prossimità del ritornello, il quale può fregiarsi della potenza delle sei corde; anche se, queste ultime, rimangono comunque abbastanza contenute, stando attente a non strafare. Un bell'assolo di Kirk, il quale sormonta l'arpeggio portante, ci introduce dunque alla seconda strofa. Esattamente come la prima notiamo il crescere progressivo, l'inasprirsi gradino dopo gradino dell'atmosfera. "Esplosione" raggiunta con l'avvicendarsi del refrain, ancora una volta scandito a gran voce dal pubblico, sempre più entusiasta e rapito. Minuto 3:40, il brano si velocizza in maniera incredibile e prende a sfoderare un groove assassino, basato su di un'impennata improvvisa. La componente melodica è comunque ben difesa dalla prestazione canora di un Het sugli scudi, ed in seguito da un Kirk Hammett scalpitante quanto un frisone da guerra. Immancabile utilizzo del wah wah, effetto che concede all'esibizione dell'ascia solista un suono perfettamente in linea con l'atmosfera instaurata. Si corre magnificamente, con Kirk che non smette di dispensare note su note, ed il pubblico che batte le mani ed intona cori da stadio. Brusca frenata sul finale, il brano rallenta sempre più sino a sfociare in una chiusura ben spalmata su di un climax discendente. Bellissima prova, grandissima esibizione; schietta, verace e potente. Fra i testi più "sociali" mai scritti dai Metallica, quello di "Welcome Home.." risulta inoltre uno dei più toccanti e particolari. Il tema centrale è quello della malattia mentale, intesa come condizione per la quale chi ne è afflitto risulti quasi un peso per la società, un mostro da emarginare e segregare in ghetti travestiti da "ospedali". Cos'è, dunque, un manicomio? Spessissimo usiamo questa parola in tono scherzoso, adoperandola per definire una situazione grottesca e sopra le righe, buffa addirittura. Quel che ignoriamo è l'aria di sofferenza che si respiri, in strutture del genere. Centinaia di poveretti stipati in vere e proprie celle, costretti a devastanti terapie di farmaci, trattati come mostri da contenere, da sorvegliare. Persone che finiscono rinchiuse anche solo per via di un leggero ritardo, messe sulla stessa stregua di pazzi sadici. Persone magari dall'animo sensibile, le quali vorrebbero una famiglia che li accudisse, che li trattasse con affetto e gentilezza. Tutto ciò che vedono, invece, sono flaconi di medicine, punture, lacci di cuoio e stanze imbottiti. Stretti nelle loro camicie di forza, i "matti" passano dunque le loro giornate nell'oblio più totale, immersi nell'apatia, aspettando che gli infermieri intervengano a sedarli. Questa dunque la denuncia dei Metallica: la volontà di farci per lo meno osservare un altro punto di vista, farci toccare l'evidente disagio che certi personaggi sono costretti a vivere; giorno, dopo giorno.

Master of Puppets

Torniamo a Brisbane, giusto il tempo di "atterrare" che subito udiamo una lunga e tremolante nota fendere il vociare strepitante di un pubblico carico a mille. Il quale raggiunge l'apoteosi quando il riff principale di "Master of Puppets (Burattinaio)" fa la sua comparsa, prorompendo in tutto il suo distruttivo splendore. La band è al massimo dei giri, pronta a distruggere qualsiasi cosa gli si paia davanti: e, difatti, non potevamo sperare in un'esibizione più aspra ed "ignorante" di quella che stiamo udendo. Quattro scalcinati thrashers intenti a picchiare come fossero ventenni, nonostante nel 2010 fossero già padri di famiglia ed avessero raggiunto una "certa età". Il tempo pare essersi fermato, per i Four Horsemen, i quali partono in quarta con la prima strofa, facendo in modo che il pubblico intoni il ritornello. James non se ne cura minimamente, tornando solamente per cantarne la seconda parte. Uno dei brani più famosi della storia del Metal, qui sbattutoci letteralmente in faccia, senza pudore o chissà che gentilezze. Questo è il Metal, amici lettori. Se il volume è troppo alto, siete troppo vecchi. Altra strofa al fulmicotone, altro ritornello quasi totalmente cantato dal pubblico; Het avrà di che ringraziare ed essere fiero, difatti riattacca a cantare colmo di ardore e gratitudine, galvanizzato come i suoi compagni da cotanto amore ed affetto dimostrati. Arriviamo quindi al cuore del brano, momento in cui Kirk raffredda gli animi e comincia a declamare note delicate, arpeggiate. La chitarra di James lo segue con fare quasi "orchestrale", simulando vagamente suoni d'archi. I presenti intonano la melodia portante, lasciando poi Hammett "da solo", quando arriva il momento di intonare il famosissimo assolo. Si va avanti, fra bordate di scintille ed emozioni che volano; tutto comincia comunque ad inasprirsi a poco a poco, sinché Het torna a cantare ed i tempi divengono maneschi e precisissimi. Una bella parentesi, la quale sfocia in un nuovo assolo, questa volta velocissimo e dilaniante. Un assolo che si protrae a lungo, finché il riff portante non viene nuovamente scandito ed una nuova strofa può far prepotentemente capolino, trascinandosi dietro un nuovo refrain. Audience che canta sempre in coro, il basso di Trujillo facilmente distinguibile.. ultima parte del letale refrain cantata da un Hetfield incredibile. Tutto termina così com'era iniziato, fra la violenza ed il tripudio generali; con l'aggiunta di risate sardoniche, sinsitre. Difficile se non imbarazzante, scegliere fra questa versione di "Master.." e "The Four Horsemen". Si rimane nel "sociale", e questa volta i Metallica approfondiscono il tema della tossicodipendenza. Indagandolo mettendo in luce il rapporto malsano che viene ad instaurarsi fra drogato e spacciatore. Quest'ultimo viene visto come un silenzioso carnefice, un assassino in incognito, il quale non ha bisogno di coltelli o pistole, per uccidere. Vite spezzate dalla sua volontà di lucrare mediante il traffico di stupefacenti, i quali vengono smerciati presso chiunque possa permetterseli. Qualora a domandare merce fossero ragazzini assai giovani, anche in quel caso lo spacciatore non si tirerebbe indietro, e fornirebbe la diabolica dose senza batter ciglio. Un serpente che, pur non strisciando e non avendo denti, morde senza sosta, iniettando veleno nelle vene di chicchessia. Un burattinaio che dispensa fili e comanda le sue "vittime", le quali sanno di non poter fare a meno della loro assunzione giornaliera. E nonostante il fisico che inizia a cedere, le malattie, l'aspetto sempre più zombesco.. nonostante tutto, loro torneranno da lui. Il quale se ne compiace, giocando con i suoi pupazzi come meglio crede, accantonandoli quando ha noia, facendoli soffrire per puro divertimento, facendoli litigare fra loro, piangere, supplicare. Insomma, un rapporto che sembra basarsi su di una strana "sindrome di Stoccolma". Da una parte un individuo / carnefice sadico e privo di scrupoli, da una parte una vittima che sa di non poter fare a meno della sua croce. Rimaniamo nella stessa location, gustandoci una intro melodica e particolarissima. Relativamente presto, alternata al ruggire delle stesse elettriche, le quali sono decise effettivamente a portare un po' di violenza. 

..And Justice For All

Si continua alternando, e poi lasciando spazio al lato più selvaggio e ruggente. "..And Justice For All (..e giustizia fu, per tutti)" viene così plasmata nota dopo nota, presentataci in una veste che ci fa totalmente dimenticare l'esecuzione pessima (tale per colpa della resa sonora) invece presente nella prima parte dell'EP. La prima strofa fila via in maniera incalzante e prepotente, andando ad infrangersi contro i nostri visi, presentandoci tutta l'abilità di un combo che, in questo frangente, ci presenta un brano sicuramente più ragionato ed articolato, non solamente cattivo e veloce. "..And Justice.." ebbe infatti modo di mostrare il lato più tecnico dei Four Horsemen, svelandoli al mondo come dei musicisti a tutto tondo e non solo come dei "picchiatori" estremi. Strofa / ritornello s'avvicendano con fare preciso e millimetrico, sinché al minuto 4:35 una parentesi più ragionata e cadenzata fa la sua comparsa. Giusto il tempo, per Het, di urlare il titolo del brano; dunque, il pezzo riprende a correre, introducendo il bell'assolo di Kirk Hammett. Wah wah come se piovesse, utilizzato con criterio e giudizio, in una tempesta di note precisa ed ordinata, violenta ma anche densa di pathos. Si decelera prontamente sul finire del momento solista, andando a toccare ritmiche che abbassano di molto l'asticella del contachilometri e riportano in auge la melodia iniziale. Tuttavia, il climax ascendente viene ben presto ricondotto verso le nostre orecchie. Di lì a poco si torna quindi a scandire ritmi veloci ed intransigenti; strofa / ritornello ripresentati in maniera perentoria, i quali lasciano poi spazio ad un finale che fa della melodia il suo punto di forza. Per quanto riguarda il testo del brano, in queste liriche troviamo una ferma condanna all'utilizzo arbitrario della giustizia. Un concetto nobile, quest'ultimo, che dovrebbe regolare le nostre vite e renderci più tranquilli, sereni. Chi sbaglia paga, e tutti siamo al corrente del fatto che infrangere la legge comporti solo guai. Per questo motivo ci sforziamo di vivere in maniera retta, lontani dalle sirene del crimine, decisi a guadagnare unicamente sfruttando le nostre forze. Cosa succede, tuttavia, quando la giustizia smette di fare il suo dovere, perché amministrata da personaggi prepotenti e privi di scrupoli? Dalla polizia al governo, in troppi sono in grado di riscrivere le leggi, applicandole secondo il proprio volere / tornaconto personale. Ecco quindi che i nostri sonni vengono turbati da cotanti abusi. Quanti innocenti finiscono in galera, e quanti (estremamente peggio) vengono condannati alla pena di morte? Basta un errore giudiziario, basta una giuria corrotta per ritrovarsi incastrati. Giudici comprati, tangenti, mazzette; accuse sottobanco, soffiate, confessioni false ma estorte mediante la violenza. L'ingranaggio della giustizia risulta mal oliato sin dall'alba dei tempi, e nessuno sembra ormai cercare di raddrizzare la situazione. Siamo costretti a subire le prepotenze e le angherie di chi dovrebbe proteggerci.. ed, invece, finisce col rovinarci l'esistenza. Ci ritroviamo in prigione per una tassa non pagata, per accuse false e non provate.. per un perché del quale mai saremo a conoscenza. Vorremmo urlare e far valere la nostra innocenza.. ma è la nostra parola contro chi, dietro un titolo od un distintivo, ha tutti i diritti di poter fare ciò che più lo aggrada. La statua bendata, tenente in mano una bilancia, viene dunque ripetutamente violentata e sconvolta dagli abusi dei suoi falsi rappresentanti.

Fade To Black

Voliamo di nuovo verso Sydney, per ascoltare la seconda ballad del platter. "Fade To Black (Dissolvenza in Nero)" viene aperta dall'arcinota chitarra acustica, intenta a portar sul palco sensazioni simili a quelle già provate in occasione di "Welcome Home..". Anche l'elettrica, facendo la sua comparsa, riprende il mood della ballad precedente. Sintomo del fatto che, essendo "Fade.." un brano più giovane di "Welcome..", il modus operandi compositivo, in tema ballad, per i Metallica, era già cristallizzato e basato su pilastri irremovibili. Melodie di seguito sormontate da un lavoro di acustica la quale va a riprendere atmosfere à la "Simple Man", di chiara scuola Lynyrd Skynyrd. Un brano che sino ad ora non fa mistero di dovere molto ai maestri americani del Southern Rock. I Metallica tornano comunque ben presto a ruggire, facendo valere la presenza delle elettriche; pur mantenendo i tempi su ritmi mai troppo esagerati e comunque dotati di una certa pacatezza intrinseca. Strofe magnificamente scandite quindi da una sorta di mood Southern Rock profondamente intriso di metallo pesante. Magnifica la prova vocale di Het, magnifiche le impennate elettriche.. magnifico l'ensemble. Unica pecca, un Lars sempre troppo ed eccessivamente picchiatore, mai troppo attento alle dinamiche od a rendere il suo tocco più "gentile", quando serve. Momento di pausa verso il minuto 4:04. James ne approfitta per chiedere al pubblico se si sta godendo il brano. Responso più che positivo, così la parte più aggressiva di "Fade.." può essere lanciata a dovere e senza alcuna pietà. Il brano diviene (pur non disperdendo il suo lato melodico) più arrembante e graffiante, le elettriche tornano a farla da padrone, ed anche il cantato di James diviene più "tosto" e meno intimistico. La batteria di Lars è finalmente nel mood giusto, e tutto può dunque proseguire alla grande verso un finale caratterizzato da un lunghissimo ed ispiratissimo assolo di Kirk. Una delle sue migliori prove in assoluto, la quale va a chiudere un altro pezzo magnificamente eseguito, perla rara di un EP che si sta dimostrando spanne e spanne al di sopra del suo predecessore. Essendo stato forse il primo brano "intimo" e "sentito" scritto dai Metallica, "Fade To Black" non poteva non avere, come argomento principale, la depressione. Il titolo indica infatti lo stato d'animo di una persona giunta al limite della sopportazione. Il peso della vita è diventato insostenibile, essa comincia a gravare sulle nostre spalle come il mondo su quelle di Atlante. Non siamo più disposti ad accettare tutto questo, e cominciamo per questo a lasciarci andare. A farci ingoiare dall'oscurità, a cedere, a considerarci ormai vinti dalle intemperie e dalle avversità. Non ci importa più di lottare, il freddo ci gela le ossa.. niente e nessuno riesce più, ormai, a distogliere la nostra mente da un pensiero fisso: quello della sconfitta definitiva. Cosa ci resta da fare, dunque? Abbandonare il palcoscenico, lasciando che il sipario di chiuda sulla nostra esistenza. E' finita e non possiamo farci nulla. Solo noi stessi potevamo aiutarci.. ma ce ne siamo resi conto troppo tardi. Nemmeno noi vogliamo più consolarci. Quindi, meglio perire e scomparire nella notte, lasciando un ricordo ai nostri cari. Ma dimenticandoci di noi stessi. In molti hanno speculato circa l'ispirazione massima di liriche così gravi e solenni; stando ad alcuni rumors, la "scintilla" sarebbe scattata nei Metallica dopo che, nel 1984, il gruppo dovette scontrarsi con un episodio assai demoralizzante, ovvero il furto della propria strumentazione.

Damage, Inc.

Gran finale affidato quindi a "Damage, Inc. (Corporazione del danno)", eseguita in quel di Christchurch, Nuova Zelanda. Brusii della folla, le elettriche prendono a farsi udire ad intermittenza; come un rumore che prima si palesa e subito dopo si dissolve. Un gioco che si protrae per una manciata di secondi, sinché il tutto non si esaurisce in un suono cupo e disturbante. 1-2-3-4 sul charleston, e dunque il brano può partire in tutto il suo fragore, distruggendo l'atmosfera pocanzi creata e facendo sfaceli, letteralmente. Si picchia duro e veloce, in pieno stile Thrash-Speed: la voce di Het è pressappoco perfetta, l'ensemble strumentale alle sue spalle macina note aggressive quanto un pitbull furioso, ed il tutto risulta un meraviglioso tripudio di strofe e ritornelli al vetriolo. Distruzione, violenza, malvagità: un brano che per intensità possiamo tranquillamente paragonare alle precedenti "The Four Horsemen" e "Master Of Puppets". Il tutto si rilassa solamente verso il minuto 2:57, momento in cui una cadenza assassina basata su di un ritmo quadrato e preciso riesce perfettamente a spalmarsi lungo una consistente parentesi; giusto il tempo di tornare a picchiare come selvaggi in occasione del solo di Hammett. Velocissimo e ruvido come carta vetrata, eseguito alla perfezione, supportato degnissimamente sia da Trujillo (in questo pezzo più udibile e presente che mai) che da Hetfield, senza scordarsi di Lars naturalmente. Fra supersuoni e distruzione, quindi, si arriva ad un finale basato su battiti possenti e perentori, mentre la conclusione definitiva è scandita dal riff portante, scandito sino alla dissolvenza ultima. A livello testuale, questa volta parliamo di una "gang". La Corporazione del Danno è una banda spietata e sanguinaria, un'unione di criminali disposti a tutto pur di prevalere sul prossimo. Distruggere, uccidere, conquistare.. nulla sembra potersi opporre a questa forza, a questa schiera di squali famelici. Si definiscono "sciacalli", noi tutti sappiamo da dove provengono ma siamo troppo ciechi per capire il fatto che tutta questa violenza altro non è che il parto del nostro stesso cuore; da sempre, incline alla malvagità. "Vieni più vicino.. se ti fa piacere", ci dicono questi mostri, letteralmente invitandoci a far parte della loro congrega. Titubanti, potremmo anche essere portati ad accettare: se non puoi batterli, unisciti a loro, verrebbe quasi da dire. Qualora decidemmo di opporci, la nostra fine sarebbe comunque terribile. Sarebbero capaci di mangiarci in un sol boccone, di masticarci e di sputarci via per puro piacere, ridendo della nostra agonia, beandosi delle nostre sofferenze. Più sono atroci, più le loro risate risuonano fastidiose nell'aere. Proviamo a scappare ma sentiamo questa infernale presenza alle nostre spalle, che ci tormenta e tallona, orgogliosa di detestare / rigettare tutto ciò che riguarda il buon senso o comunque la pietà. Essi odiano e disprezzano ogni cosa che suoni come "perbene", la loro volontà è solo quella di imporsi con violenza sul prossimo, certificando in questo modo il loro potere. Il sangue chiamerà altro sangue, è giunto il tempo di morire.. gli azionisti di maggioranza della "Damage Incorporated" sono pronti a presentarci il piano finanziario del prossimo anno! In salita per loro, in triste discesa per noi.

Conclusioni

Anche quest'ultima parentesi nella terra dei canguri è dunque giunta al termine, ed è come di consueto arrivato il tempo per trarre le ultime conclusioni. Partiamo da un piccolo "recap.", giusto per rimembrare cosa il primo episodio di "Six Feet Down Under" è effettivamente stato. Ci eravamo trovati davanti, praticamente, ad un bootleg autorizzato. Ricco di materiale certamente raro ed inedito, ma a conti fatti minato da una qualità sonora a dir poco malvagia, in alcuni punti. Soprattutto brani come "..And Justice For All" ed "Eye of the Beholder" uscivano pesantemente provati e penalizzati dal contesto generale, risultando più adatti a far parte come bonus track di un progetto di ben più ampio respiro, che di un disco vero e proprio, in qualità di tracce effettive. Insomma, un episodio che avevamo promosso in virtù del suo valore storico, più che in virtù di un qualcosa di davvero valido alla base. Con questo secondo capitolo, invece, tutto cambia: "Six Feet Down Under II" ci mostra i Metallica al massimo della loro forma, mettendo in fila tutta una serie di intramontabili classiconi, tutti suonati con foga inaudita, con aspra ferocia. Una band che, come suo solito, si conferma composta da veri e propri animali da palcoscenico. Kirk, James, Robert e Lars questa volta non deludono, e donano ai loro fans aborigeni un'autentica chicca, un insieme di perle da custodire gelosamente e da sparare a volumi massimi, con il chiaro intento di far collassare le casse dello stereo. Non un semplice EP da "coccolarsi" in quanto "solamente" pieno di rarità, diciamo; ma un album live a tutti gli effetti, capace di poter far proselitismo non solo fra gli australiani / neozelandesi, ma anche presso un qualsiasi fan dei Metallica. Un disco dal valore "universale", pensato per un target e quindi divenuto alla portata di tutti. Come mai, allora, non assegnare a questa release un voto sostanzialmente alto? Il problema risiede nel dover giudicare la complessità del tutto, e quindi tenere in considerazione anche il primo capitolo. Le perplessità e le domande aumentano: come mai non aver insistito su esecuzioni così recenti e ben registrate, decidendo di spaccare il tutto a metà, rendendo di molto diseguale l'effettiva portata dei due "Six Feet Down Under"? Quest'oggi abbiamo visto che le potenzialità per poter realizzare un GRANDE live album c'erano tutte. Un tributo all'Australia e alla Nuova Zelanda sotto forma di disco (o magari DVD) unico, formato da una tracklist effettivamente dinamitarda e perfetta. Ed invece, si è optato per una raccolta bootleg ed un EP molto meglio riuscito; il quale però, dall'alto della sua pochezza in termini di minutaggio (otto tracks appena), si delinea come un qualcosa "a metà", che avrebbe potuto essere, ma non è stato. La via dell'unicum, supportato poi da tutta una serie di bonus per quel che concerneva le "vecchie" esibizioni, sarebbe stata tanto sbagliata? A parer mio, forse no. Sta di fatto che abbiamo comunque, e per lo meno, una buona metà da goderci e con la quale divertirci. Qualora fossimo in vena di live adrenalinici.. ed i Metallica, questa vena, sono sempre bravi nell'alimentarla.

1) Blackened
2) Ride The Lightning
3) The Four Horsemen
4) Welcome Home (Sanitarium)
5) Master of Puppets
6) ..And Justice For All
7) Fade To Black
8) Damage, Inc.
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