METALLICA

Ride The Lightning

1984 - Megaforce Records / Elektra

A CURA DI
GIACOMO BIANCO & MAREK
29/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione recensione

"È veramente pazzesco il fatto che Kirk Hammett m'abbia fregato ogni giro solista che io ho suonato su quel No Life 'til Leather e che sia stato poi votato come miglior chitarrista sulla vostra rivista". Firmato Dave Mustaine. No, non avete sbagliato recensione, né sono stati incasinati i link di rimando alle pagine. Dopo l'uscita di Kill 'em All, le vite dei Metallica e di Mustaine erano ancora così incredibilmente, paradossalmente legate, tanto che la bufera tra le due fazioni era lungi dal placarsi. Se la detonazione dell'affaire Mustaine avvenne verso la metà dell'aprile dell'83 con il suo allontanamento dalla band, i dissapori avrebbero continuato a protrarsi instancabilmente ancora per moltissimo tempo. Non erano più i giorni degli esordi - Kill 'em All era già uscito il 25 luglio dell'83 - ma a Mustaine la cosa proprio non andava giù. Quel Kirk Hammett reclutato dagli Exodus, cazzo, gli aveva fottuto il posto. L'ultimo arrivato entrava in casa sua, gli dava il benservito e, per di più, si beccava le lodi al miele che invece avrebbero dovuto riversarsi su di lui, su Dave Mustaine. Acclarato che non correva buon sangue tra i due, il rosso-crinito chitarrista aveva ormai tutte le intenzioni di aprire un vero e proprio fronte di guerra nei confronti dei suoi ex compagni di viaggio. Già, perché la musica (o meglio la carriera musicale), se volete, è proprio possibile paragonarla ad un lungo viaggio in autobus verso una meta sconosciuta. Roba del tipo "mi faccio la valigia e prendo la prima corsa che c'è". Se allora la intendiamo in questa maniera, hai ben presente il punto da cui sei salito, ma d'altro canto non hai nemmeno idea di dove questo viaggio ti possa condurre. Così, durante il cammino, vedi un mare di gente, che sale e che scende. Con alcuni stringi amicizia ed instauri proficui rapporti lavorativi, ad altri manco rivolgi la parola. Seduto al tuo posto, un po' di sorpresa e nel bel mezzo di un viaggio che si sta rivelando una cosa fantastica, vedi gente che lascia definitivamente, proprio quella che, almeno a parole, sembrava la più intenzionata a portare a termine l'esperienza. Purtroppo Mustaine fu uno di questi. Proprio lui, che era stato uno di quelli che avevano organizzato quel viaggio. Proprio lui, che aveva fatto sì che ci potesse salire anche gente che il biglietto non poteva ancora permetterselo (si dice, tra mito e realtà, che fosse stato proprio Dave ad istruire James Hetfield all'uso della chitarra). Proprio lui era costretto ora a scendere. Immedesimatevi in Dave. Provate ad essere lui. Siate onesti: non v'incazzereste a morte con quelli che prima erano i vostri compagni di bevute, e che poi invece hanno assunto i contorni del Bruto e del Cassio di turno? Eppure, con la scusa dell'abuso d'alcol e di droga (e per carità, sulla carta potrebbe pure starci), Mustaine venne silurato, gli Exodus depauperati e i Metallica rimessi a nuovo. Ecco. È proprio dal caso, da eventi nefasti e lesivi per alcuni, che, a volte, si creano i miracoli. Già, perché l'epurazione di Mustaine portò alla registrazione di Kill 'em All, fate voi. Proprio quel debut album che annovera quella che sarebbe poi divenuta la formazione classica dei 'Tallica: James Hetfield, Lars Ulrich, Cliff Burton e Kirk Hammett. Ma tuttavia era proprio impensabile che l'influenza del vecchio Dave potesse esaurirsi nel corso di una sola release. L'apporto che Mustaine diede a quella prima bozza della band fu troppo seminale per potersi dire ora consumato. Se nel primo disco a Mustaine furono accreditate (in collaborazione) quattro canzoni, ecco che con Ride the Lightning due tracks portavano ancora la sua firma. Questo perché, nella storia dei Metallica, Mustaine è sicuramente una figura scomoda sotto tutti i punti di vista. Da un lato, è innegabile che fosse tale per via del suo carattere sanguigno ed infuocato, proprio come il colore dei suoi capelli; dall'altro, è altrettanto vero che il futuro frontman dei Megadeth abbia indubbiamente lasciato la sua firma su brani dei Metallica divenuti poi immortali, basti citare Metal Militia e The Four Horsemen dal primo album e, come vedremo, Ride the Lightning e The Call of Ktulu dal secondo. Mustaine per i Metallica è un po' come un figlio diseredato per il padre: reietto, è vero, ma pur sempre sangue del tuo sangue. Questo vuol dire che Mustaine, che vi possa piacere o meno, contribuì - e non poco - alla formazione di quella realtà. Con buona pace degli anti-Mustaine e dei puristi della band. Senza voler oltremodo disquisire su di una figura parecchio insofferente - se non addirittura indigesta - per i fedeli dei Metallica, pare ora il caso di concentrarsi maggiormente sulla genesi del secondo disco della band di Los Angeles. Dopo aver dato alla luce un nuovo sottogenere musicale, il thrash metal, i Metallica si stavano preparando a bissare il successo del primo disco (perlomeno nei termini delle critiche favorevoli, dato che l'album non vendette poi così tanto, ma questo è un altro discorso che non merita d'esser affrontato in questa sede). La gestazione di Ride the Lightning può essere fatta risalire al tour promozionale del debut che i Nostri tennero negli USA. Durante quei giorni, infatti, la band incominciò a scrivere del nuovo materiale inedito, che venne prontamente fatto saggiare ai loro fan durante l'autunno dell'83, ovvero appena a tre mesi dall'esordio discografico. Tra mille stenti, i Metallica continuavano a promuovere il debut, sebbene mancassero fisicamente i mezzi - leggasi i soldi - per andare avanti. Tra critiche e ripensamenti, Hetfield cominciò a dare segni d'incertezza. Le vocals acidule - immature, se vogliamo - di Kill 'em All l'avevano indotto ad una considerazione, mai finora contemplata: cedere il posto di cantante. A chi chiedere, dunque? Di nomi se ne fecero molti, ma alla fine la band offrì il posto a John Bush degli Armored Saint. Quest'ultimo - è quasi scontato dirlo - rifiutò, visto che la sua band procedeva a gonfie vele in direzione di quel successo che avrebbero poi raggiunto da lì ad un anno grazie al magnifico March of the Saints. Metabolizzato il rifiuto, Hetfield si dimostrò uomo da prendere in mano la situazione: se era insoddisfatto delle vocals, non aveva altro da fare che migliorare sotto quell'aspetto. E così fece, come vedremo. Parallelamente, le vicissitudini della band procedevano in verità quanto meglio i Nostri potessero sperare. Sebbene Kill 'em All non avesse raggiunto un boom di vendite incredibile, questo splendido album valse loro l'appoggio - sempre più crescente - di una nutrita schiera di fan. Fu proprio grazie a loro che i Metallica poterono continuare il loro tour di promozione, fermandosi di sera in sera a casa di qualche loro supporter. Tirando la cinghia all'inverosimile, i Nostri riuscirono a metter da parte qualche soldo per imbarcarsi in quello che è comunemente riconosciuto come il loro primo tour ufficiale, il Kill 'em All for One. Toccando decine e decine di città americane, i Metallica incamerarono le finanze necessarie per espandere il loro marchio anche oltreoceano. Sponsorizzati dall'etichetta che stava loro dietro, la Megaforce Records, la band concluse un ciclo incredibile che li portò ad esibirsi per cinquantanove volte nel corso di un anno, toccando anche illustri città europee come Londra, Milano e Parigi. Se scorriamo l'elenco delle date di quel tour, noteremo certamente che la band non perdeva occasione per suonare live, mettendo in fila una serata dopo l'altra. Eppure, verso febbraio dell'84, i Metallica sembrarono rallentare. Il motivo che stava alla base di questo fatto era giustificato però dalla nuova entrata in studio. Già, perché i Metallica avevano infatti deciso d'incidere un nuovo album, proprio per dare seguito a quella meraviglia di Kill 'em All. Con un Kirk Hammett ormai ben rodato (la sua prima esibizione con la nuova band è datata 16 aprile 1983), i Metallica provarono a fare il passo più lungo della gamba - facendo un vero e proprio azzardo - quando scelsero gli Sweet Silence Studios come nuovo luogo di registrazione per la loro prossima fatica. A differenza dei Rochester Studios di New York utilizzati per il debut, gli Sweet Silence si trovavano nientepopodimeno che a Copenaghen, in Danimarca. Com'era possibile tale soluzione per una band che aveva così scarse risorse? Qui subentra Jon Zazula, a dir poco leggendaria figura del panorama metal della East Coast dei primi anni Ottanta. Jonny Z, fondatore e proprietario della Megaforce, prese mano al portafoglio e s'accollò da solo l'incredibile cifra di 20,000$, ovvero quanto di necessario per coprire i costi di produzione agli Sweet Silence Studios. D'altronde come non perseverare nel credere in quei quattro ragazzi di Los Angeles? In Danimarca i Nostri vennero accolti da Flemming Rasmussen, proprietario degli studios e produttore di mestiere. Scelto in persona dal connazionale Lars Ulrich per i servigi prestati ai Rainbow per il loro Difficult to Cure (album di cui Ulrich rimase affascinato), Rasmussen diventerà una figura-chiave per i Metallica dei due anni a venire, lavorando su due eterni capisaldi del metal come Ride the Lightning e Master of Puppets. I Metallica erano giovani all'epoca, ma non sprovveduti. Varcate le soglie della sala d'incisione, i quattro ragazzi tirarono fuori dai bagagli un nastro su cui avevano precedentemente inciso una marea di riff. Questi erano stati partoriti on the road, e dunque risentivano indubbiamente dell'atmosfera che regna quando l'adrenalina viaggia a mille. Hetfield e Ulrich s'assunsero la responsabilità di scremare il tutto, selezionando quanto di più duro, tagliente e dinamico avessero scritto. Con la crème de la crème dei riff, i Metallica poterono finalmente dirsi pronti per entrare nella sala di registrazione. Ma le cose, almeno inizialmente, non andarono affatto bene. Oltre a dover prendere confidenza con uno studio mai visitato prima, i Nostri dovettero "addomesticare" degli strumenti che non erano i loro. Proprio così, perché dovete sapere che la band era stata rapinata di tutti i loro beni nemmeno tre settimane prima che partisse il volo per Copenaghen. Una sfortuna nera. Nonostante il notevole impiccio, la sorte re-incanalò i Nostri sulla giusta strada, permettendo loro di procedere a passo spedito con l'ultimazione del disco: d'altro canto pendeva su di loro la spada di Damocle della consegna. I Metallica avrebbero dovuto impiegare non più di trenta giorni per completare i lavori, dato che per il 27 marzo era già stata fissata la prima delle due date che si sarebbero tenute a Londra. Nonostante l'entrata negli studios, il Kill 'em All for One tour non era ancora terminato, e nemmeno prevedeva lunghe pause al suo interno. Se trenta era il numero di giorni massimo per ultimare il tutto, i Nostri ce ne impiegarono di meno, dato che l'album poteva dirsi pronto già per il 14 marzo. Mezzo miracolo si era appena compiuto, ma non è che la vita in studio fosse stata proprio una passeggiata di salute. Fiutato l'odore del successo, la band si trovò a lavorare circondata dai talent scout delle major, cosa che comunque dovette far piacere a Ulrich e soci, dato che, effettivamente, la loro prossima mossa era da intendersi in quella direzione. L'affare della vita stava finalmente per concretizzarsi con la stretta di mano ufficiale con la Bronze Records (Uriah Heep, Motörhead, Girlschool), ma alla fine non se ne fece niente, poiché Ulrich rifiutò categoricamente il suggerimento (in realtà costrizione) del manager Gerry Bron affinché il neo-prodotto album fosse rimasterizzato per il mercato statunitense dal guru Eddie Kramer (Beatles, Rolling Stone, David Bowie, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Kiss e tanti altri "gruppetti" del genere, giusto per farvi capire la caratura del tizio in questione). Eppure il batterista dei 'Tallica si mostrò più che fermo sulla sua posizione, e così, alla fine, la band non siglò il nuovo contratto. Per questa decisione bisogna comunque dar merito ad Ulrich per aver rifiutato una proposta sicuramente vantaggiosa - quella di lavorare con un maestro del settore -, ma anche per essere stato risoluto ed integerrimo nei confronti di se stesso. Aveva fortemente voluto Rasmussen, perché ora vendere il culo alla prima occasione buona? Al momento di saldare il conto, mancò davvero poco per un "suicidio di massa". Se i 20,000$ parevano già tanti, gli Sweet Silence presentarono una fattura di oltre 30,000$. E qui sorgeva un problema. La Megaforce, nella persona di Jon Zazula, non poteva assolutamente permettersi di saldare tale conto, non potendo proprio disporre di un budget così elevato, fuori portata per una label rinomata sì, ma pur sempre underground. Come manna dal cielo (o come un avvoltoio dal cielo, fate voi) arrivò la Music for Nations, l'etichetta che collaborava coi Metallica per il mercato europeo. La label inglese pagò l'intero ammontare, innescando però un processo di raffreddamento dei rapporti tra i 'Tallica e la Megaforce. Ad ogni modo, il nuovo capitolo firmato Metallica, Ride the Lightning, uscì finalmente il 27 luglio 1984. Delusi per la scarsa promozione del nuovo disco, la band decise di lasciarsi definitivamente alle spalle Zazula e d'aguzzare la vista in cerca di un nuovo, sostanzioso contratto. Questo non tardò ad arrivare, dato che, trascorsa l'estate, il 12 settembre la band poté coronare il sogno di ogni musicista: firmare per una major. Fu così che l'Elektra Records, da sempre con le antenne ben drizzate in attesa del prossimo fenomeno musicale, offrì ai Nostri un contratto a tutto tondo. Tra i dettagli dell'accordo compare anche una clausola che prevedeva l'immediata ristampa dell'ultimo album, giusto perché fosse promosso come si sarebbe dovuto fare. Il 19 novembre usciva così l'edizione targata Elektra di Ride the Lightning, album di una band sulla cresta dell'onda di un incredibile successo. Tutto il rock, dai Sessanta in avanti, tramutatosi sul finire dei Settanta nel metal, aveva ora dei nuovi paladini. Da veri e propri leader indiscussi, i Metallica mietevano consensi da ogni dove. La critica d'allora e quella d'oggi sono unanimemente concordi nell'affermare che Ride the Lightning è uno dei capisaldi non solo della discografia della band, ma del metal tutto. Nomi celebri della critica sia online (AllMusic, Sputnikmusic, IGN Music) che cartacea (Kerrang!, Q, Chicago Tribune) convergono nell'affermare che Ride the Lightning si presenti come la continuazione, o meglio la raffinazione, di quanto seminato fruttuosamente con Kill 'em All. "Raffinazione" esprime dunque al meglio questo concetto, dato che la velocità con cui la band raggiunse la maturità artistica fu qualcosa d'incredibile: poco più di un anno (il 25 luglio '83 uscì Kill, dodici mesi e due giorni dopo si pubblicò Ride). Se alla prima occasione la critica aveva concesso ad una band di ragazzi di cadere nei cliché dell'heavy metal, ecco che ora degli uomini veri e propri ripagano la fiducia mostrata pubblicando un album decisamente più elaborato, evoluto, maturo. Una lampo abbaglia l'alba di un nuovo giorno: è il lampo di Ride the Lightning.

Fight Fire With Fire

La dolce melodia chitarristica di "Fight Fire with Fire (Combatti il fuoco con il fuoco)" introduce la prima canzone di quest'album incredibile. Tra i brani più veloci mai incisi dai Metallica, la canzone stordisce sin dal primo impatto. Se poi sarà la furia devastatrice del suo riffing a lacerare le orecchie del povero ascoltatore, in verità la cosa che più colpisce è la sua delicata intro di chitarra, il cui suono a tratti diventa quasi del tutto simile ad un carillon. Dobbiamo a questo punto pensare che dopo un album "alla baionetta" come Kill 'em All, un'intro acustica era quanto di più impensabile per i fan della band. Ormai, oggigiorno, noi siamo abituati ad ascoltare la canzone nella sua interezza e sappiamo che la sezione acustica iniziale prelude a circa cinque minuti di massacro sonoro, ma per i seguaci della band dell'epoca lo smacco dovette essere davvero tanto. Dopo circa trenta secondi abbondanti d'introduzione, un crescendo di piatti apre lentamente la strada ad un riff ormai memorabile, eseguito dall'ascia di Hetfield. Le partiture in sedicesimi creano un effetto sonoramente devastante, ma allo stesso tempo bisogna anche sottolineare la perizia esecutiva del chitarrista ritmico della band. Con un tempo che s'aggira sui 184 bpm, pure il drumming di batteria diviene, per ovvi motivi, forsennato. Ecco che Lars si lancia allora in strutture essenziali e lineari, arricchite di tanto in tanto di piatti stoppati o rullate sui tom. Il basso di Cliff, purtroppo, pecca un po' di volume. Apro qui una parentesi. Per quanto osannato come musicista, Cliff Burton ha sempre vissuto nell'ombra degli altri suoi colleghi, decisamente più preponderanti dal punto di vista della presenza sonora. Questo perché il suo sound, sempre molto grasso e corposo, unito ad un fingerstyle che certo non donava brillantezza alle note, difficilmente riusciva ad uscire da un muro del suono incredibile, in cui le due (o forse più) chitarre dello studio assorbivano quasi tutta l'attenzione. Se a ciò aggiungiamo una batteria estremamente potente, oltre ad una voce - giustamente - in prima linea, capiamo perché Cliff sia sempre rimasto un po' più nell'ombra rispetto ai suoi soci. Ma eppure fu principalmente proprio grazie a Burton che la band era maturata in tale maniera. Cliff era infatti l'unico dei quattro ad aver un minimo di conoscenza della teoria musicale, che trasmise prontamente ad Hetfield. Quest'ultimo si dimostrò in gamba nel far suo qualsiasi prezioso suggerimento, e così, sin dall'inizio dell'album, possiamo già notare la sua differente verve nel songwriting. Il giro in chiave maggiore dell'introduzione è infatti sinonimo di maggior consapevolezza della teoria e delle strutture della musica, oltre che uno squisito punto a favore dal punto di vista dell'ascoltatore (perché, diciamolo, ogni tanto variare fa piacere). Quello che più stupisce di Hetfield è però la trasformazione della sua voce, una voce passata dalle lyrics al vetriolo del debutto ad una tonalità decisamente più adulta e piena. E tutto nel giro di un solo annetto. Se è la capacità vocale a migliorare, il testo di Fight Fire with Fire, per tematiche, non si discosta invece molto dalle tracce che componevano l'album precedente. L'intera canzone è infatti incentrata principalmente sulla violenza e sull'eventualità di un conflitto nucleare che metterebbe la parola fine al nostro mondo. In prima istanza, il cantante mette in guardia l'ascoltatore dal credere nel concetto dell'"occhio per occhio, dente per dente" ("fai sugli altri quello che loro hanno fatto su di te/ma che inferno sta diventando questo mondo?"). Il problema della legge del taglione risiede nella sua stessa arcaicità: codificata presumibilmente per la prima volta dal re babilonese Hammurabi (e quindi nel 1792-50 a.C.), essa è assai inattuale nella società civile d'oggi. Eppure questa sopravvive - spesso pure in forma legale - in molti paesi del mondo. Il rischio che il taglione porta con sé è quello d'innescare una reazione a catena che mai più s'esaurirà. Con una serie di torti sempre più grandi e gravi, l'uomo riuscirà alla fine ad annientare se stesso. Vi ricordo inoltre che la canzone venne scritta nell'83/84, e dunque negli ultimi anni della Guerra fredda. Tutto il mondo, spartito tra le due superpotenze, viveva la fine del conflitto con estrema angoscia, con la paura crescente che qualcosa potesse incrinare il delicato equilibrio che ormai reggeva da diversi anni (pur con qualche momentaneo cedimento). Il rischio di "spazzare via l'universo nel nulla" tramite una "guerra nucleare" era davvero alto. I versi sono dunque brevi e concisi, ma cantati in una maniera così estremamente agitata ed ossessivamente scandita da instillare la più cupa preoccupazione nell'animo dell'ascoltatore. Allo stesso modo le lyrics sono sintetiche ed essenziali: bastano davvero poche parole per trasmettere il messaggio che sta a cuore per l'autore. Sempre secondo il medesimo modello, il chorus fa della concisione la sua parola d'ordine, limitandosi a recitare il titolo, e cioè "combatti il fuoco col fuoco/la fine è vicina/combatti il fuoco col fuoco/bruciando di paura". La canzone procede così a passo spedito in direzione del secondo verso, che rafforza il contenuto del primo, dotandolo inoltre d'un arcano alone di mistero. Se "il tempo è come una miccia/corta e che si consuma in fretta", non c'è proprio scampo per l'essere umano, giacché pure i nostri predecessori avevano anticipato questa catastrofe ("è arrivato l'Armageddon/come gli antichi predissero"). Sul finire del secondo chorus, verso 2:27, un break spezza per alcuni secondi il vorticoso incedere della canzone, facendoci rifiatare per alcuni preziosi momenti. Poi, ecco che a 2:34 Hammett fa capolino per il primo assolo dell'album. La sua chitarra urlante, che non ha mai brillato per originalità, riesce però a colpirci per la sua incisività e complementarietà nei confronti della (bellissima) ritmica sottostante. Dopo una lunga scala a scendere che chiude l'assolo, Lars spinge sull'acceleratore per imprimere ancora più violenza ad una canzone già di per sé molto robusta. Con un pattern di doppia cassa continuo (2:56) si gettano le basi del thrash che verrà, oltre che consentire ad Hammett d'esibirsi nella sua seconda sezione solistica, decisamente più ragionata e melodica della prima (dove invece prevalevano fraseggi velocissimi e tremolo picking a iosa). Quando le distorsioni svaniscono, si riesce intravedere la poderosa sezione ritmica di Ulrich, intento a pestare come un dannato sulle pelli. Il terzo verso descrive infine una scenetta in cui gli dèi, compiaciuti, assistono all'annichilimento della razza umana ("i venti caldi della morte/presto ci soffocheranno/gli dèi stanno ridendo/perciò esala il tuo ultimo respiro"). Il finale del brano non lascia spazio all'immaginazione: su di questi binari il mondo è destinato alla sola ed unica distruzione, ed il rumore di detonazione di un'arma atomica non lascia scampo proprio a nessuno.

Ride the Lightning

La successiva canzone, la title-track "Ride the Lightning (Cavalca il fulmine)", si apre con un riff di chitarra ormai memorabile. Sui pesantissimi stacchi di batteria (dove finalmente possiamo anche sentire benissimo il basso), la chitarra si prodiga prima in una sezione melodica, mentre dopo preferisce innestarsi su di un riff granitico, il tutto condito dalla cassa in controtempo. Ride the Lightning è una canzone certamente più complessa ed elaborata dell'opener: consta infatti di diverse sezioni, tutte molto variegate tra di loro. Dopo l'introduzione è il verso a trascinare la canzone fino al ritornello, decisamente più melodico rispetto alla canzone precedente. Dell'attacco all'arma bianca di Fight Fire with Fire ci rimane solo il ricordo, dal momento che l'attuale canzone si è assestata su di un mid tempo molto heavy e massiccio. Il chorus, dicevamo, dà prova della melodia della voce di Hetfield, che per un attimo sembra ritornare quello di Kill 'em All. Il brano possiede infatti delle lyrics abrasive e decisamente più squillanti della norma, dando così modo ad Hetfield di variare la sua proposta canora. Altro dato molto importante è quello dell'impegno - se vogliamo, sociale - della canzone, giacché si discosta notevolmente dalle tematiche usuali della band. Dicevamo nell'introduzione che la critica aveva concesso ai Nostri - in occasione del debut - di ricalcare i soliti stilemi dell'heavy metal dei primi anni Ottanta, che propugnavano valori come la forza, il coraggio, la sfacciataggine. Ora invece questa canzone (tra i cui crediti spicca ancora quello di Mustaine) pare orientarsi maggiormente su temi attuali. Ad esempio, Ride the Lightning tratta della pena di morte e della sua tollerabilità in una società civile come quella americana. Tutti sappiamo che la pena di morte non è vigore in tutti gli Stati della federazione, ma in quelli dove risulta legittimata è sempre fonte di dibattito. Anche dinnanzi al crimine più grave, chi contesta pone immancabilmente questo quesito: chi siamo noi per decidere della vita e della morte di un condannato? Sebbene tutto sembri voler rivelare un'accusa al sistema penale a stelle e strisce, Hetfield ebbe l'occasione per smentire tutto quanto, specificando realmente l'oggetto della canzone. James dichiarò infatti d'esser a favore della pena di morte, e dunque, secondo i suoi intenti, la canzone non dovrebbe intendersi affatto come una critica del sistema penale. Secondo l'opinione del frontman, bisognerebbe piuttosto focalizzarsi sul protagonista della vicenda, un condannato alla sedia elettrica che però non ha commesso alcun crimine ("condannato/ma dannazione, non è giusto"). Secondo questa interpretazione, tutto il testo assume un senso compiuto. Con tutta probabilità è una macchinazione ("c'è qualcun altro che mi controlla") ad averlo condotto a subire la pena capitale. Purtroppo non c'è più molto da fare - la sala d'esecuzione s'avvicina ("la morte nell'aria") -, ma nello stesso tempo il protagonista ritrova un barlume di coscienza e così chiede ai suoi aguzzini "chi vi ha resi dèi per poter dire:/«ti toglierò la vita?»". Il chorus testimonia invece l'esecuzione stessa. I versetti "un lampo davanti ai miei occhi/adesso è il momento di morire/fuoco nel cervello/posso sentire le fiamme" non necessitano d'ulteriori commenti. Con la canzone che rivela pian piano un angoscioso risvolto, la successiva strofa, a mo' di flashback, ritorna al momento prima dell'esecuzione, quando il condannato si trovava già legato sulla sedia. Diverse sensazioni attanagliano la sua testa ("sudore freddo, raggelante"), con l'essere umano abbandonato, da solo, dinnanzi alla morte. D'altronde, nei confronti dell'Oscura mietitrice l'uomo è pur sempre solo, ricco o povero che sia. Anche in questo caso, dunque, al condannato non restano che pochi attimi per fare un piccolo esame di coscienza ("mentre osservo la morte dipanarsi/la mia sola amica è la coscienza"): peccato che però sia davvero innocente! È insomma un uomo che diventa agnello sacrificale ("le mie dita si contraggono/che ci faccio qui?"). Dopo questa lunga prima parte di canzone (che va dall'introduzione fino al secondo ritornello, ovvero a 1:56), il riffing si fa improvvisamente più veloce e vorticoso, davvero estremamente potente. Pochi secondi dopo, a 2:09, è l'intera canzone ad aumentare nettamente la velocità d'esecuzione. Pur essendo un mid tempo, il brano possiede la particolarità di velocizzarsi progressivamente, parallelamente alla narrazione delle vicende. L'asticella viene infatti alzata in prossimità di una terza strofa, piuttosto anomala, che decreta l'inizio della sezione centrale, decisamente più concitata. In questa fase il protagonista è ormai preda dei deliri ("qualcuno mi aiuti/oh, Dio ti prego aiutami") e bene ce lo immaginiamo trascinato dalla sua cella fino al luogo dell'esecuzione ("stanno cercando di togliermi tutto/non voglio morire). L'alterazione del tempo ("il tempo scorre lentamente/i minuti sembrano ore") prelude alla pazzia totale del protagonista ("quanto è reale tutto questo?"), così agonizzante da chiedere di far veloce purché la si faccia finita ("basta che la facciate finita/se è vero, allora sia così"). È pazzesco come qualsiasi tipo di tortura - fisica o psicologica - sia così terribile da far alterare la coscienza di un esser umano fino a piegarne la sua volontà, almeno finché non ammetta d'aver compiuto un crimine che invece non ha mai commesso. Arriva, infine, il momento dell'esecuzione e l'uomo trova finalmente la pace, non prima però d'esser passato tra le fauci del "mostro" ("svegliato da un urlo terribile/liberato da questo sogno terrificante"). A 2:29 un bellissimo cambio di tempo ci porta ad un giro ritmico di chitarra davvero bellissimo. Il basso tuona furioso in mezzo al marasma chitarristico; la batteria schizza da ritmi più alti ad altri granitici e possenti. Su di questa ritmica, dannatamente bella, s'inserisce il tapping di Hammett, che prontamente si riserva di ogni attenzione. Nel suo inizio, questa volta l'assolo di chitarra si presenta molto meno irruento, ma altrettanto melodico e canticchiabile. Tocca poi ad un ulteriore cambio della ritmica (3:13) il compito d'infondere una continua ventata di freschezza all'interno di un brano estremamente eterogeneo nelle sue componenti, ma anche studiato incredibilmente bene. Degli stacchi di batteria delimitano poi la zona tranquilla da quella "a bandiera rossa": d'ora in poi la velocità del brano schizzerà alle stelle, facendo compiere ai suoi musicisti delle incredibili peripezie. A 3:43 i soliti bending al wah-wah di Hammett fanno esplodere il secondo assolo, questa volta davvero sulle coordinate tanto amate da Kirk. Ma forse, ancora più bella dell'assolo è la ritmica sottostante, per la quale pare davvero di udire la mano di Mustaine. Il riffing di chitarra è contemporaneamente sia robusto che veloce, tanto da ricordare le migliori sezioni ritmiche dei Megadeth che verranno: velocità al servizio di una grande dose di tecnica. Cambiando poche tonalità, la chitarra di Hetfield è un vero e proprio lampo, cavalcato dalla melodia dei tasti alti di Hammett. Le plettrate alternate di James sono dei veri e propri turbinii elettrici. Un altro cambio decreta poi la fine della sezione solistica di Kirk, riportando il brano sul cantato. Poco prima dei cinque minuti un'intro reprise ci riporta ai primi attimi di questa canzone colossale, ma sappiamo il tutto essere solo un espediente per posticipare la fine. Una piccola strofa e un altro ritornello decretano poi la vera conclusione del brano, che si perde con la band impegnata a costruire l'ennesimo cambio vincente della canzone. Giusto per terminare il discorso, occorre ricordare che la title-track ha fornito alla band anche il concept per la copertina. L'artwork raffigura infatti una sedia elettrica, vuota, contornata da saette, il tutto che si disperde su di un fondale blu, quasi a simulare una vera e propria tempesta. Dovete inoltre sapere, infine, che nel medesimo anno d'uscita del disco, l'etichetta francese Bernett Records inciampò in un errore di stampa che permise la pubblicazione di quattrocento rarissime copie a sfondo verde, che sono diventate - neanche a dirlo - oggetti di difficilissimo rinvenimento. La terza traccia è probabilmente una delle più famose dei Metallica.

For Whom The Bell Tolls

Il suo titolo è "For Whom the Bell Tolls (Per chi suona la campana)" e si rifà direttamente al romanzo Per chi suona la campana di Ernest Hemingway, pubblicato nel 1940 ed ispirato ai fatti contemporanei della guerra civile spagnola. La parte più caratteristica della canzone è indubbiamente l'introduzione: la sinuosa melodia del basso effettato di Cliff Burton ricopre per un volta il ruolo che, di solito, spetterebbe invece alle chitarre. E così, dopo dei sinistri rintocchi di campana, il basso ci accompagna da grande protagonista per otto giri davvero magnetici, per poi spostarsi su di un'efficace ritmica, da lì a poco doppiata anche dalle chitarre del duo Hetfield-Hammett. Il ritmo è davvero pesante e monolitico e si riesce addirittura a sentire lo sfrigolio delle due asce distorte. Hammett battezza poi la traccia con un ipnotico riff di chitarra, che si ripete ossessivamente per svariate volte. È la volta poi di un primo chorus, ma siccome finora la voce non è ancora entrata, questa sezione pare "monca". Poco dopo è finalmente il turno di Hetfield, che con le sue vocals comincia a raccontarci di un campo di battaglia. La guerra civile spagnola offre a James il pretesto per immedesimarsi nei soldati, specialmente in uno di loro, quello dall'animo più riflessivo. Martoriato dalle anguste condizioni di vita in battaglia ("un gelo costante nell'aria"), l'uomo si trova esposto al fuoco nemico ("fucili che sparano, avanzano di corsa/attraverso il grigio infinito"). Se il color grigio non è solo quello fisico di lì attorno - ma anche il grigio dell'anima umana torturata da un esperienza dolorosa come la guerra -, in mezzo a tutto questo trambusto l'uomo comincia a capirci qualcosa. Tutte le forze in campo muovono battaglia tra di loro al fine di contendersi la presa di una collina, evidentemente un luogo d'elevata importanza strategica ("continuano a combattere/perché hanno ragione/sì, ma chi lo può dire?/perché uomini dovrebbero/uccidersi per una collina?/non lo sanno"). Certo è che, a volte, è facile smuovere le truppe facendo leva sul loro patriottismo, anche se poi quello che rimane è pur sempre un ammasso di uomini destinati a farsi ammazzare uno ad uno ("il loro orgoglio è dimostrato/dalle aspre ferite/uomini duri, ancora vivi/nell'impeto del furore/impazziti dal dolore/che hanno già provato"). Nel ritornello l'impianto musicale si fa più fluido rispetto al verso (dove invece prevaleva un tempo quasi marziale). La canzone non ha nulla da condividere con le sfrenate progressioni di Ride the Lightning oppure con l'estrema velocità di Fight Fire with Fire. Tuttavia, For Whom the Bell Tolls riesce comunque a dire la sua, e la notorietà che la band gli ha tributato vale come una prova della sua incredibile portata. Oltre al lato musicale, infatti, con questa canzone continua quel processo d'inspessimento tematico delle liriche, con un Hetfield che prova ad indagare costantemente la psiche dei suoi personaggi, riuscendo quasi sempre a fare centro e ad evidenziare quelle situazioni, quelle emozioni, più densamente cariche di significati. Se prima era il turno del condannato a morte, ora, in For Whom the Bell Tolls, tocca alla mente del soldato il compito di "raccontare" l'orrore di una guerra ben diversa da quella atomica descritta in maniera quasi fumettistica nell'opener. Ritornando al lato tecnico-musicale, notiamo che la canzone è priva di un vero e proprio assolo. D'altro canto quello che più lo ricorda lo si può ritrovare a 2:55, quando Hammett ricopre partiture melodiche che ben presto lasciano però nuovamente strada all'incedere battagliero della strofa. In quest'ultima sezione, il conflitto sembra ormai volgere al termine, anche se prima c'è stata ancora l'occasione per un ultimo, sanguinoso scontro a fuoco. Una bellissima - anche se drammatica - immagine fuoriesce dai primissimi versetti della seconda strofa: "guarda il cielo/appena prima di morire/perché sarà l'ultima volta che lo farai", parole che ci permettono di guardare al soldato protagonista con un occhio certamente più romantico. Nonostante molti combattenti siano morti, all'alba qualcuno è rimasto vivo e con lui la sua voglia di vivere ("irrompe l'alba, è tutto finito/tranne la voglia di vivere"). Con queste parole, accompagnate opportunamente da un ultimo chorus, il brano si chiude in dissolvenza in un caotico vortice di note, dove agli stacchi di batteria e basso fanno da contraltare le dissonanze della chitarra di Hammett.

Fade to Black

Arriviamo al giro di boa e troviamo "Fade to Black (Dissolvenza in nero)", la prima ballata mai scritta dalla band. Piazzandosi al quarto posto della track-list, la canzone inaugurerà una fortunatissima tradizione (la 4ª posizione sarà sempre quella delle power ballads) che durerà fino a St. Anger - uno dei tanti album dei 'Tallica uscito con lo scopo di dare un taglio al passato - per poi riprendere con l'ultimo loro album, Death Magnetic. Fade to Black significa "sfumare nel nero", "svanire nel buio" se volete. Ciò che sta alla base dell'intera traccia sono infatti i pensieri sucidi che obnubilano la testa di troppe persone. In un periodo di crisi globale come il nostro, basta accendere la TV per fare una scorpacciata di casi di suicidi dovuti principalmente all'insuccesso ed alla mancanza di realizzazione personale. Eppure, anche nel 1984, le cose non dovevano poi essere molto diverse dalla situazione odierna. In un intervista, Hetfield raccontò infatti di come Ulrich e lui fossero realmente ossessionati dalla morte all'epoca in cui scrissero Ride the Lightning (in effetti, tutte le canzoni finora incontrate trattano della morte). La genesi della canzone riporta James ad un periodo non molto felice della sua vita, e cioè quando era decisamente giù di corda a seguito del furto di tutta la loro strumentazione (sempre in quei tempi erano stati oltretutto appena cacciati dalla casa del loro manager, dove provvisoriamente alloggiavano). Nonostante fosse una canzone incentrata sul suicidio - un argomento "politicamente scorretto" -, Fade to Black rappresentò un gran balzo in avanti per la band: era la loro prima ballata e per questo motivo i Nostri non sapevano a che andavano incontro. Se la possibilità di "spaventare la gente" era effettivamente reale, quello che la canzone sortì fu una duplice reazione: da una parte vi erano le numerosissime critiche ricevute per aver dedicato un brano ad una tematica così pericolosa, dall'altro vi erano le lettere di diverse persone che si erano invece riconosciute in quelle liriche e che per quel motivo ora si sentivano un po' meglio. Più che le critiche, che onestamente lasciano il tempo che trovano, mi sembra più opportuno concentrarci sulle lettere positive dei fan. Se Hetfield scrivendo la canzone era sì depresso per il furto, è altrettanto difficile che vivesse una depressione con la "d" maiuscola. Mi spiego meglio. Per chi vive in situazioni destabilizzanti, la depressione può essere realmente l'unica "amica" che t'accompagna dal mattino alla sera. Per chi non l'ha mai sperimentata, non può nemmeno immaginarsi quanto sia soffocante questa patologia, opprimente in ogni secondo che tu vivi. Uscirne è difficilissimo, quasi come se fosse la "malaria dell'anima" (una volta incontrata non te la togli mai più). Quando delle persone scrivono le suddette critiche positive nei confronti dell'autore di una canzone, vuol proprio dire che quest'ultimo ha fatto centro. Indubbiamente. Nei quasi sette minuti di questa canzone, parole e musica si fondono così per ricreare una situazione, uno stato d'animo incredibilmente ostico come quello del suicida. Quanto sia difficile ve lo lascio immaginare. Onore ai Metallica per aver scritto una canzone fenomenale sotto tutti i punti di vista. Ma passiamo ora all'analisi. Il brano si apre con un delicato e malinconico arpeggio di chitarra acustica, su cui presto s'innesta una delle più belle melodie/assoli mai eseguiti da Hammett. La sua sei-corde è altamente struggente, ci strazia l'anima con le sue note acute e penetranti. Quando entrano basso e batteria, la canzone varia l'arpeggio in un altro ancora più bello e drammatico. La rullata sui tom prelude all'inizio della strofa cantata, dove la calda voce di Hetfield comincia a recitare la sua triste e dolorosa parte. Se "la vita sembra stia svanendo", il protagonista non oppone resistenza alla sua situazione, difettando di forza di volontà ("mi lascio andare ogni giorno di più/mi perdo in me stesso"). Secondo lui "a nessuno importa di niente", fatto che, più di ogni altra cosa, gli ha fatto perdere "la volontà di vivere". Il protagonista cerca così di dare una spiegazione, quantomeno plausibile, alla sua situazione: il fatto è che ormai egli non ha "più nulla da dare", "non c'è più niente" per lui. Nella sua intricata condizione l'unica cosa che attende spasmodicamente è la fine, la morte: l'unico vero evento che lo renderà libero. Il chorus è solamente strumentale e pertanto s'avvale di una vigorosa tecnica chitarristica. Il basso ha tutto lo spazio per rombare fragorosamente, mentre la batteria, pur non disprezzando gli up tempos, pare trovarsi più a suo agio su brani massicci e che necessitano di un eccellente groove ritmico. L'intro reprise di 2:32 - con tanto d'assolo annesso - è quanto di più dolce mai composto dai Metallica. Semplicemente sublime. La seconda strofa pare zoomare più da vicino sul protagonista. Nel continuare la sua lucida disamina, l'uomo arriva a comprendere che "le cose non sono più come nel passato"; manca qualcosa in lui insomma. E così la sua condizione comincia ad assumere strani contorni, deformando la stessa realtà ("mortalmente perso, non può essere vero/non posso restare in questo inferno che è in me"). È ormai allo stremo delle forze ("il vuoto mi riempie/fino all'agonia"), tanto che non riesce nemmeno più a riconoscersi in se stesso ("ero io, ma non c'ero più"). Al nuovo chorus subentra poi l'inizio della sezione centrale (3:53): il celebre riff di chitarra, con la sua coda effettuata grazie la tecnica della "cavalcata", è ormai sulle pagine della storia del metal. Alla ritmicità corposa di Hetfield s'affianca la melodia di Hammett, che riprende il medesimo giro sebbene in chiave melodica. Sopra di questo impianto troviamo le ultime parole del nostro protagonista, sospeso ormai in un limbo atemporale che gli permette di trarre le ultime conclusioni della sua esistenza. L'uomo ha capito che l'unica speranza di salvezza risiedeva proprio in se stesso, anche se ormai "è troppo tardi" per far qualcosa. Il solo "pensare" gli è impossibile in questo momento, e così ogni riflessione risulta impraticabile. Negli ultimi barlumi di lucidità, gli pare addirittura che il ieri "non fosse mai esistito". Per fortuna che ormai il suo destino è scritto: la morte sta arrivando a prenderlo ("la morte mi saluta caldamente/ora dirò soltanto addio"). Il passo è compiuto: non deve più soffrire. A 5:03 prende il via una bellissima sezione in cui le chitarre s'incrociano come anime che salgono al cielo. La ritmica di Hetfield tesse una struttura ritmica anomala ma davvero encomiabile, mentre Hammett si predispone più alla musicalità che all'irruenza. Lars raddoppia l'uso della doppia cassa; Cliff corre imperterrito verso la meta. Tutta la canzone si guadagna un'aura di malinconica rassegnazione, ben simboleggiata dal lungo fade out del finale. Prima della conclusione, assistiamo però ancora a diverse (e belle) evoluzioni di Hammett, come la lunghissima scala da 6:27 in avanti.

Trapped Under Ice

Proseguiamo senza sosta alcuna e ci imbattiamo nella traccia numero cinque, "Trapped Under Ice (Intrappolato nel ghiaccio)", un brano in origine pensato per "Kill 'em All" ma in seguito incluso nella tracklist di "Ride The Lightning". Un pezzo che affonda le sue radici nel passato, molto prima che la band trovasse la sua perfetta stabilità, in quanto il brano in questione venne ispirato da un cumulo di idee che Kirk Hammett riversò in una traccia che compose per gli Exodus quando ancora ne faceva parte. Il pezzo, intitolato "Impaler", venne ripreso dagli stessi Exodus moltissimi anni dopo ed inserito, nel 2004, nell'album "Tempo of The Damned". E' un riff di squisita forgia metallicana a porci il benvenuto, un riff dapprima tranquillo, quasi che i Four Horsemen vogliano creare un po' di atmosfera, per presentarci meglio la bordata sonora che, di lì a poco, sconvolgerà i nostri sensi. Quel che accade è proprio questo: la batteria di Lars comincia a ruggire furiosa e tutto il drum kit del danese rimbomba sotto i colpi del batterista, scandendo un ritmo incalzante con il quale ben si sposa il riff che abbiamo già udito in apertura di brano. L'intero ensemble sembra voler subito mettere le cose in chiaro, in questo disco bisogna confermare le grandi aspettative che il mondo nutriva sui Metallica, e per farlo c'è solo un modo: battere il ferro finché è caldo. Si continua con questo ritmo deciso e veloce fin quando la chitarra di Kirk non arriva a fendere l'atmosfera con un assolo magnificamente ben eseguito, velocissimo e devastante, un susseguirsi di note stridenti e melodiche sparate in rapidissima sequenza. E' dopo questa magnifica parentesi che James ha modo di entrare definitivamente in scena, caricandoci a dovere grazie alla sua voce potente ed espressiva, degna compagna di questi riff forsennati e di questa batteria che sembra voler tirare giù il mondo a suon di colpi. Una violenza ed una furia che possono suscitare solamente la voglia di rompersi collo e tendini a suon di headbanging ed air guitar, un brano che riesce a trasmetterci una foga incommensurabile, capace di svegliare i più ancestrali istinti di ciascuno di noi. Un brano per metallari scritto da metallari, che fonde magistralmente la ruvida eleganza della N.W.O.B.H.M (evidente in questo senso l'influenza di band come Blitzkrieg e Satan, del mentore Brian Ross) con la rabbia iconoclasta dello Speed Metal, un mix letale che si traduce in purissimo Thrash Metal. La band sembra dare il meglio di se stessa: James e Kirk sono una coppia d'asce a dir poco eccezionale, riuscendo a dialogare in maniera perfetta (riff possenti come macigni di base, fondamenta sulle quali Hammett può esprimersi in tutta libertà - velocità), mentre Lars ci mette i muscoli e Cliff cesella abilmente ogni singola nota e battito scaturiti dagli strumenti dei suoi compagni, arricchendo il suono e mostrando la vera anima del groove che solo lui era capace di donare ai Four Horsemen. Il brano continua nella sua arroganza e cattiveria, trasportandoci via con la potenza di uno tsunami, ed al minuto 1:08 Kirk decide ancora di sconvolgere i nostri sensi con un altro assolo, ancora una volta inserito perfettamente nel contesto e capace di rendere il brano ancor più "crudele", aumentando i giri del motore e rischiando di fondere il contachilometri. James dal canto suo fa sentire la sua presenza sia ritmica sia vocale, aggiungendo anch'egli moltissimo all'economia del brano. Splendida parentesi interamente strumentale che inizia dal minuto 1:45, nella quale i quattro mostrano, quasi divertendosi e sfoggiando chiare velleità Heavy, che non sono qui solamente per far "casino" ma anche per dimostrarci che sanno suonare.. e come, lo sanno! Il ritorno di voci e cori al minuto 2:13 sancisce definitivamente una nuova "piega" del pezzo, in cui la velocità viene un poco mitigata per far spazio ad un ritmo più preciso e meno forsennato, ma ugualmente violento e di impatto. Il coro è l'elemento portante, la voce di James non accenna a calare e ci troviamo dinnanzi all'ennesimo capolavoro di Heavy-Thrash splendidamente confezionato da un gruppo di ragazzi che evidentemente ha voluto mostrare le sue radici ed ispirazioni, riallacciandosi ancora una volta ad una nobile tradizione di band inglesi e non. Si continua su questo andazzo finché non si sfocia in una splendida cavalcata, in cui la chitarra di James, unita al ritmo scandito da Lars, spiana la strada ad un ulteriore assolo di Mr. Hammett, il quale decide di riportare "Trapped Under Ice" verso i lidi estremi e veloci già tastati nel corso dell'ascolto. Un assolo da pelle d'oca, che scatena nuovamente la belva in ciascuno di noi e ci catapulta dritti in un pazzo mosh-pit dal quale nessuno potrà scappare. I tamburi di Lars non sono mai stati così violenti e distruttori, la velocità impera e James sembra addirittura cantare in maniera più sguaiata e ferina; il brano si avvia verso la conclusione non perdendo nemmeno una virgola di questa foga, fustigandoci l'anima fino all'ultimo secondo, finché non si interrompe bruscamente. Un pezzo da antologia del Thrash Speed, da tramandare ai posteri, da far ascoltare e riascoltare alle nuove generazioni, per fargli rendere conto di quanto perle del genere siano assolutamente da conoscersi, senza alcun dubbio od obiezione. Il testo sembra riprendere un ben noto cliché della letteratura-cinematografia fantascientifica: "Trapped Under Ice" parla infatti di criogenia, ovvero una branca della fisica che si occupa dello studio, della produzione e dell'utilizzo di temperature molto basse (solitamente, parliamo di -150° almeno), queste ultime messe in relazione con diversi materiali. Fra questi vi è l'uomo, che da sempre cerca di sfruttare a suo vantaggio gli elementi naturali. In tanti film, libri e racconti, la criogenia è difatti uno dei pochi elementi che l'uomo può adoperare per garantirsi la vita eterna, "congelandosi" letteralmente per conservare il suo corpo per milioni di anni, preservandolo dalle intemperie e dagli agenti deterioranti. Una certa branca della scienza, effettivamente, ha dimostrato come in condizioni climatiche favorevoli molti elementi possano effettivamente "viaggiare" nel tempo, come molti fossili o scheletri pervenutici solo nei tempi moderni dopo milioni di anni bloccati nei ghiacci. In questo caso, i Metallica decidono di buttarla letteralmente sul fantascientifico, mostrandoci appunto la storia di un uomo risvegliatosi improvvisamente dopo il congelamento e giunto chissà dove, dopo un lunghissimo sonno, intrappolato in una lastra di ghiaccio: l'esperimento non è andato a buon fine ed il nostro protagonista comincia a guardarsi dovunque in preda al panico, intrappolato in una sorta di capsula, completamente incapace di scappare da quel guscio. Urla e strepita disperato, ma non riesce a trovare nemmeno uno spiraglio al quale potersi aggrappare per tirarsi via da quell'inferno glaciale. "Mi sono svegliato improvvisamente da questo sonno, nessuno può sentirmi!" - "Non posso sfuggire a questo mio stato criogenico, ma cosa accade?? Il fato è stato crudele con me!", da queste parole possiamo intendere alla perfezione quanto il protagonista sia disperato e quanto il senso di claustrofobia sia forte, in queste lyrics. Egli è ormai destinato a morire dopo chissà quanto tempo, schiacciato nella capsula senza possibilità di poter rivedere mai più la luce del giorno. Da quel ghiaccio non filtra nulla, egli è solo col suo dolore e con la sua disperazione, non può far altro che sperare in una morte quanto più rapida possibile.

Escape

Per nulla quietati ed anzi ancor più vogliosi di gettarci nella mischia ci imbattiamo in "Escape (Fuga)", sesta traccia del lotto, originariamente intitolata "The Hammer" e pensata, per via della sua struttura semplice e lineare, come un papabile singolo di lancio. Curiosità: il brano è stato suonato live per la prima volta solo nel 2012, durante l' "Orion Music + More Festival", occasione in cui i Four Horsemen hanno eseguito "Ride The Lightning" per intero. Trattando del discorso più puramente musicale, "Escape" viene aperta in maniera quasi antitetica a quel che abbiamo udito nella precedente track. L'andatura è infatti molto più "calma" (si fa per dire) ed i tempi scanditi da Lars sono molto più precisi e concreti che violenti e veloci. Il danese scandisce un ritmo senza troppe velleità, più solido che altro, senza sfoggiare chissà che foga ma riuscendo comunque ad intrattenere e catturare l'attenzione. Anche le chitarre di James e Kirk risultano meno rabbiose e meno ruvide, andando a recuperare delle melodie tipiche della N.W.O.B.H.M., grande amore del quartetto, mostrando nuovamente e senza maschere l'anima Heavy dei Metallica. E' con l'inizio del cantato che il discorso si inasprisce maggiormente, con le asce che, marzialmente a dir poco, divengono più pesanti e rugginose. Con l'avvicendarsi del ritornello, però, il discorso cambia ancora: notiamo con piacere quanto esso sia coinvolgente ed orecchiabile, capace di rimanere in testa per farsi canticchiare. Un ritornello che fa del "catchy" la sua arma vincente ma non risulta tuttavia stucchevole, anzi. La voce di James è più calma ed espressiva che in precedenza mentre il contesto musicale vuole comunque essere duro e concreto. Sembra quasi che il nostro vocalist sfoggi due "anime" in questo pezzo, quella da thrasher incallito durante le strofe e quella più "evocativa" dei ritornelli. Un personaggio, Mr. Hetfield, che non finisce mai di sorprenderci. Il brano giova comunque della sostanziale semplicità del contesto, e risulta essere un pezzo non certo impegnativo e molto piacevole da ascoltarsi. Rallentamento verso il minuto 2:22, il brano sembra concedersi un attimo di pausa assumendo dei tempi assai dilatati, i quali subiscono una sferzata decisiva con l'arrivo in pompa magna di un Kirk ispirato e melodico, che ci presenta un assolo lontano dalla foga distruttrice udita in "Trapped.." e che qui si concede a velleità Heavy veramente ben amalgamate con l'attitudine estrema dei Metallica. Inizia un battere deciso e perentorio verso il minuto 3:13, in cui sembra quasi che il tempo sia tenuto da un martello che batte su di un'incudine, mentre James con voce più oscura decide di donare nuova linfa ad un ritornello che se dapprima ci era sembrato coinvolgente e quasi "catchy", adesso si tinge di inquietitudine. Il riffing generale sembra ripreso direttamente da "Seek & Destroy" ed il brano si avvia sfumando verso la fine. Un'altra ottima prova, un brano diverso dal precedente ma comunque per nulla "sfigurante". Anzi. In diretta contrapposizione alle lyrics di "Trapped Under Ice", il testo di "Escape" è una vera e propria iniezione di positività. I Metallica ci narrano difatti le vicende di una persona sostanzialmente oppressa da una vita difficile e da diversi problemi, che tuttavia non perde occasione per lottare contro tutto e tutti, per far valere la propria individualità. La vita è dura per tutti, ma non per questo dobbiamo arrenderci, dandogliela vinta fermandoci proprio quando una nostra reazione decisa potrebbe dare una sincera sferzata positiva a tutto quel che ci circonda: "Non sento dolore anche se la mia Vita non è facile, so di essere il miglior amico di me stesso, so che a nessuno importa.. ma sono più forte di quel che pensate, combatterò fino alla fine!", questo il messaggio che i 'tallica vogliono lanciarci, invitandoci a non demordere mai. Nessuno ha molti amici e dobbiamo volerci bene da soli, troppo spesso, cercare di piacerci per piacere a quei pochi che sapranno vedere in noi delle persone fiere e per nulla arrendevoli, senza stare ad assecondare il solito gregge che ci vorrebbe inquadrati e sottomessi a determinati standard. "Non dirmi cosa devo fare! / riempi il mio cervello con quelli che chiami 'standard' ma chi dice che siano giusti?", insomma, bisogna necessariamente prendere una posizione ben netta e precisa, andando a salvaguardare noi stessi dal mondo che ci circonda. Un mondo sordo, cieco ed ipocrita, troppo spesso, un mondo che vorrebbe al suo servizio un esercito di pecoroni privi di volontà e spina dorsale. Non arrendiamoci e facciamo nostre queste parole, che sembrano proprio rivolte al pubblico Metal, da sempre controcorrente. Non vergogniamoci di quel che siamo, qualsiasi cosa siamo; se non facciamo del male a nessuno, possiamo essere chi vogliamo senza dover essere ripresi o rimproverati, e qualora qualcuno decidesse di venirci a rompere le scatole.. beh, basterà gridagli: "Non mi serve ascoltare ciò che dici, io vivo secondo le mie regole!!!"

Creeping Death

Mano sul cuore, perché come penultima traccia di questo "Ride the Lightning" ci aspetta un vero e proprio classico di casa Metallica: parliamo ovviamente di "Creeping Death (Morte orribile)", una delle tracce più conosciute ed amate dai fan nonché una delle più suonate in assoluto dai Nostri (eseguita live la bellezza di 1.413 volte). E' un magistrale gioco di stop and go a dare vita al brano: notiamo un riff assai evocativo e quasi "imperiale", perfettamente sorretto dalle sfuriate di Lars dietro i tamburi. Il tutto viene quasi "spezzettato" e presentato in momenti continuamente stoppati e ripresi quasi a "singhiozzo", finché James non decide di donare al tutto un continuum più lineare e fa partire in quarta la sua ascia, scandendo un riff mordace e caustico al quale presto si ricongiungono Lars e Cliff, i due "macina-ritmo" di questo combo. Il tempo scandito dai nostri è preciso e medio-veloce, mai invasivo e capace di tenere perfettamente le redini del gioco. Le chitarre di Hetfield ed Hammett danno vita ad uno dei riff più famosi della storia del Metal e si comincia a picchiare duro; l'andamento è incalzante, diretto, rapido ma non rapace, la velocità è sempre dosata con grande perizia e mitigata in maniera sapientemente attenta. L'acceleratore viene, insomma, premuto con la dovuta cautela, "ogni cosa a suo tempo", motivo per il quale "Creeping Death" risulta affascinante e forse meno "forsennata" d'altri episodi, ma comunque caratterizzata da un appeal irresistibile, capace di catturare. Si riprende anche il gioco di riff iniziale, con un James che decide nuovamente di risultare più espressivo che "acido", anche soprattutto in fase di ritornello, il quale risulta ancora una volta inconfondibile e molto ben strutturato, capace di colpire l'attenzione risultando comunque più di impatto e meno "melodico" di quello di "Escape". Se nel brano precedente si voleva quasi porgere il fianco ad un genere di Metal più "leggero" per gli standard dei Nostri, in questa occasione notiamo certo la volontà di creare un qualcosa di "coinvolgente" ma abbondando comunque di potenza Thrash, senza comunque mai scadere nell'esagerato. Il brano scorre via veloce come una saetta ed oltre ad incantarci ci rapisce, trasmettendoci una gran carica e mostrandoci soprattutto un Cliff Burton sugli scudi, capace di donare ad un pezzo praticamente perfetto quel groove quasi magico, andando a riempire ogni singola nota e facendo in modo di cesellare finemente un discorso musicale che poteva essere esaltato unicamente da un bassista del suo calibro. Minuto 2:48, la velocità aumenta grazie all'assolo di Kirk, il quale emette in rapida successione una sequenza di note assai acute che si palesano in crescendo, mentre la ritmica alla base rimane magnificamente incalzante, concreta, precisa.. rocciosa quant'altre mai. L'assolo continua e si estende elegante e melodico, mostrandoci ancora una volta una sana lezione di vecchia scuola Heavy, il tutto fino al minuto 3:49, quando il tempo si dilata e le asce dei Nostri si adattano al rallentamento, andando a "battere" anch'esse in maniera perentoria, maestosa, andando a trasmetterci un forte senso di imperiosità. Si prosegue su queste ritmiche e James scandisce in maniera anthemica le lyrics, finché non si riprende il contesto originale, tornando a correre ma sempre in maniera controllata e ben studiata. Di nuovo un ritornello eseguito alla perfezione, ed a colpirci è il sound di chitarra che udiamo verso il minuto 5:25, un sound quasi "spaziale", melodico, preludio ad un brevissimo momento solista dal gusto quasi "neoclassico", finché non viene ripreso il riffing iniziale e ci accingiamo ad ascoltare la definitiva chiusura del pezzo, momento in cui la chitarra di Hammett si fa più melodica e suadente, accompagnandoci alla fine. Anche a livello testuale, sicuramente "Creeping Death" risulta essere uno dei brani più impegnati dei Metallica, ispirato dalla visione del film "I Dieci Comandamenti" ("The Ten Commandments") di Cecil B. DeMille. I Four Horsemen rimasero particolarmente colpiti soprattutto dal secondo tempo della pellicola, momento in cui Mosè scatena sul popolo egiziano la violenza delle celeberrime piaghe, fra le più cruente la morte di tutti i figli primogeniti delle famiglie egiziane. Assistendo a questa determinata scena, leggenda vuole che Cliff Burton esclamasse le seguenti parole: "Whoa! It's like creeping death!", proprio per rimarcare la violenza della punizione inflitta agli avversari dal patriarca ebreo. Un'esclamazione che valse immediatamente l'imput per creare un pezzo su quel determinato argomento e che riportasse esattamente quel titolo, pronunciato inconsapevolmente da Cliff in maniera naturale e splendidamente spontanea. Come detto, quindi, il brano è incentrato sulla vicenda delle piaghe d'egitto; traendo spunto dal libro dell'Esodo (capitolo 12, versetto 29), i Metallica descrivono dunque la morte dei primogeniti secondo la prospettiva del cosiddetto "angelo della morte", ovvero Dio stesso, il quale si occupò di gettare nel panico tutto l'Egitto dispensando morte in ogni casa ed in ogni famiglia, creando un caos inenarrabile, facendo dilagare paura e psicosi collettiva, anche in casa del Faraone stesso, il quale si vide privato del suo primo figlio. "Sono stato mandato qui dal prescelto, lasciate che questo accada.. uccidere il primo figlio del Faraone!", la vendetta del popolo israeliano è così compiuta e Mosè ottiene la libertà per la sua gente, ora capace di slegarsi dal giogo egizio e di vivere in piena autonomia. Col proseguo delle liriche, notiamo come vengano citate altre delle dieci piaghe; dapprima la trasmutazione dell'acqua in sangue ("Il sangue scorre rosso lungo le acque del Nilo!"), in seguito la pioggia di fuoco ("sia lode al fuoco!") e le tenebre ("tre giorni di oscurità assoluta!!"). E' comunque sulla morte dei primi figli che i Metallica decidono di soffermarsi, dando vita ad un testo comunque diretto e violento, in cui un angelo della morte vendicativo ed onnipotente prova quasi piacere nell'infliggere questa condanna, salvando unicamente il suo popolo prescelto, reso immune dal castigo grazie al sangue d'agnello sugli stipiti delle porte (metodo per distinguere le case ebree da quelle egiziane, per far si che la piaga non si abbattesse sugli innocenti). Dunque, lasciamo che la profezia si compia e che tutto questo passi alla storia.. la Morte non può attendere! E' giunto così il momento del congedo: l'ultima track, la definitiva chiusura e consacrazione di un album a dir poco perfetto, un pezzo che nel cuore di ciascun fan dei Four Horsemen occupa un posto d'onore.

The Call of Ktulu

La seconda strumentale sino a quel momento composta dai Metallica (la prima generata dalla sinergia di tutti e quattro i membri, dato si che della precedente "(Anesthesia) Pulling Teeth" se ne occupò unicamente Cliff Burton), "The Call of Ktulu (Il richiamo di Cthulhu)" è forse il brano che maggiormente rappresenta i nostri, a livello di sensibilità compositiva e capacità strumentale. Inizialmente intitolato "When The Hell Freezes Over" ma poi cambiato con il celeberrimo titolo pocanzi citato (con il nome del dio-bestia Cthulhu semplificato in Ktulu, per facilitare la comprensione e la pronuncia dei fan), il brano porta anche la firma di Dave Mustaine; proprio per questo, in molti hanno scorto similarità fra "The Call.." ed "Hangar 18", presente su "Rust in Peace", mentre la quasi citazione diretta è ben più "spudorata", da parte dei Megadeth, nel brano "When" presente invece su "The World Needs a Hero", datato 2001, quasi come se Mustaine avesse voluto con rabbia affermare la paternità di "The Call..". Come si evnice dal titolo, poi, il pezzo è direttamente ispirato da uno dei romanzi simbolo della bibliografia di H.P. Lovecraft, ovvero "Il Richiamo di Cthulhu". Fu merito di Cliff Burton se il solitario di Providence (soprannome con il quale Lovecraft era noto nei suoi anni di attività) venne "introdotto" all'interno della cerchia degli interessi degli altri membri, così come fu sempre merito suo se il pezzo venne denominato esattamente come il racconto originale, proprio per far si che la gente capisse che di un tributo si trattasse, senza andare troppo per il sottile o per il misterioso. Una composizione che ben ricalca l'ambientazione tipica nella quale Cthulhu risiede, una città sperduta negli abissi marini e flagellata da una continua pioggia gelida. Un pezzo che sembra dipingerci R'Lyeh (questo il nome della città) pennellata dopo pennellata, suono dopo suono: è un insieme di rumori indefiniti ad accoglierci, un vento che fischia minaccioso ed inquietante, che rimane (seppur molto in sordina) anche quando a far capolino è un mesto arpeggio melodico, molto contenuto e melanconico, che si snoda elegante lungo il proseguo del brano. Una melodia ben sorretta da quel vento gelido e spettrale, che crea l'atmosfera giusta per il sopraggiungere di un altro arpeggio assai più imponente e presente, che questa volta si spoglia dei toni melanconici per assumerne di più minacciosi. A creare ancor più atmosfera sono il basso di Cliff e la batteria di Lars, mai invadenti ed anzi molto "signorili" nel loro palesarsi, calmi ma sostenuti, capaci di sorreggere alla perfezione l'ossessività di questa melodia che continua a crescere imperterrita, a ripetersi fino all'esasperazione, senza concederci nemmeno un attimo di tregua. Ben presto è il battere dei tamburi di Lars a fendere l'aria, la sezione ritmica può prendersi il suo spazio picchiando in maniera più "efficace" e presente mentre la melodia dell'arpeggio viene letteralmente abbandonata in favore di un sound di elettrica che sfocia, a mo' di climax, in un contesto decisamente più duro, nel quale Burton può letteralmente ritagliarsi un pezzo di scena e nel quale James e Kirk fanno vedere di cosa sono capaci.  In questo caso non si tratta di correre a velocità forsennate, il duo chitarristico deve dimostrarci la sua "completezza" e difatti non si tira indietro, mostrandoci una grande dote, quella di saper donare espressività ai brani e soprattutto quella di creare un'atmosfera differente da quella udita nei contesti "estremi", andando ad eseguire una composizione sui generis che per bellezza e particolarità ci lascia a dir poco spiazzati. L'ossessiva melodia continua a colpire il nostro immaginario, cominciando a delineare la figura del terribile Cthulhu dinnanzi ai nostri occhi. Un'enorme massa gelatinosa di colore verdastro, il mostro dominatore dell'empia città infernale, un mostro che non può essere guardato senza essere colti immediatamente dalla follia pura. Una "cosa" che non può essere descritta. Ecco che i Metallica cambiano registro, abbandonano la melodia precedente per ricamare un altro riff ugualmente ossessivo e tagliente, perentorio, ineluttabile, tinto di nero, mentre la chitarra solista riesce anche a beneficiare di particolari effetti che rendono l'ambientazione ancora più claustrofobica. Minuto 3:33, nel mentre che James decide di scandire un riff roccioso e possente, Kirk dona la vita ad una melodia che come un serpente sguscia fra l'erba, rendendo l'atmosfera ancora più assillante e disturbante. E' chiaro come i Four Horsemen abbiano deciso di giocare sulla capacità di rendere pesante l'atmosfera grazie ad un gioco di continue ripetizioni e ridondanze, proprio per cercare di descrivere musicalmente il potere di Cthulhu. Una divinità malvagia, ancestrale, che invade i sogni degli uomini con bombardamenti di immagini blasfeme ed orribili, portando passo dopo passo i malcapitati verso la follia. Un potere perfettamente reso da queste ripetizioni, dall'incedere quasi "pedante" di una track meravigliosa, che si fregia poi di un assolo di Kirk Hammett il quale decide di far fuggire via le note riacquisendo velleità fortemente melodiche ed evocative, come un novello Erich Zann intento a suonare per tenere inenarrabili atrocità al di là del confine. Ottima la base ritmica, con il duo Burton - Hetfield capacissimo di sostenere l'impalcatura ed un Lars perfettamente inserito, autore di una prova semplice ma concreta, adattissima al contesto e di impatto. Lo stilema non sembra cambiare, più passano i minuti più i riff ricamati dai Metallica sembrano quasi insidiarsi nella nostra testa come i "sogni" che l'empio Cthulhu è in grado di generare nei suoi potenziali "adepti". Minuto 6:11, stacco quasi "imperiale" che dà il vita ad un momento fatto di chitarre che sembrano emettere suoni indefiniti (quasi voci dal profondo degli abissi) e si riprende a picchiare duro con un riff di chiara matrice Thrash, ossessivo quanto basta. Si rallenta ancor di più, Lars picchia in maniera più soda e le chitarre sono ancora più oscure, pesanti come macigni. Ci pensa nuovamente Kirk ad incastonare una nera melodia in questo contesto. Le forze del male avanzano, Hammett Zann deve suonare la sua chitarra con maggior vigore per tenerle indietro.. ed il brano riprende improvvisamente l'arpeggio iniziale, ritornando mesto e malinconico, quasi questa brutta avventura fosse finita e noi, come gli esploratori protagonisti de "Le Montagne della Follia", ci trovassimo su un aereo ormai salvi dal pericolo, guardando indietro i luoghi patroni di cotanti innominabili orrori. L'arpeggio va via via sfumando, almeno finché Lars, con una micidiale rullata di timpano e dei colpi che sembrano quasi ricordare la main theme di "2001 Odissea nello Spazio", ci introduce un'ultima sferzata di chitarre elettriche, molto evocative, di gusto Heavy, le quali vanno a chiudere in un magnifico crescendo (quasi venga ripreso il forte sentire tipico delle composizioni classiche più robuste) questa strumentale da applausi. Questo è il modo con il quale i Metallica decidono di chiudere la loro seconda prova, riuscendo non solo a bissare il successo dell'esordio, ma anche a spianare la strada per un futuro, se possibile, ancor più radioso e pieno di possibilità.

Conclusioni

Finito l'ascolto di questo masterpiece, non resta altro da fare che alzarsi in piedi ed applaudire. Dopo un esordio come "Kill 'em All", fortunato e pluri-celebrato, era effettivamente difficile potersi ripetere a grandi livelli; e ci sarebbe stato anche da capire il contesto, dopo tutto. Quattro giovani ragazzi con tante idee e tanta rabbia, ancora inesperti, ancora con qualche spigolo da limare, ancora bisognosi di fare esperienza benché desiderosi di affermare con prepotenza la loro voce, all'interno dello sconfinato panorama Metal. Quasi come se fosse stata la cosa più facile del mondo, i nostri ragazzi non solo spazzano via dubbi e paure con una semplice plettrata, ma anzi riescono a ri-confermarsi addirittura su dei livelli (se possibile) ancora più alti dell'esordio. Pietra miliare dello Speed-Thrash e su questo non ci piove, "Kill 'em All" ci aveva mostrato comunque una sola anima dei Metallica, quella più aggressiva e scalcinata, irresistibilmente pungente e prorompente.. ma come ben sappiamo, la Musica è un'Arte che non ammette di trincerarsi dietro un unico volto, ed ecco che i Four Horsemen, in questo secondo capitolo, ci mostrano in pieno anche il loro lato più maturo, degno di musicisti che nell'arco di tempo intercorso fra i due album hanno voluto mettersi in discussione, cercando di migliorare e limare alcune schegge proprio per presentarci una prova che potesse rappresentarli in toto, ancora di più. "Ride The Lightning" è la crescita definitiva, sia per quel che riguarda i testi che per quel che riguarda la musica, è un importantissimo ed ulteriore passo avanti verso l'Olimpo del Metallo pesante; una seconda pietra miliare, piantata con la forza e le capacità di chi, per suonare certa musica, ci è semplicemente nato. Attitudine, potenza, violenza, ma anche gusto per le composizioni e soprattutto radici Heavy mai nascoste ma anzi esaltate: questo il mix presentatoci dai Cavalieri, in grado, questa volta con più certezze e consapevolezza, di amalgamare alla perfezione ogni ingrediente. Non è semplice ripetersi dopo un esordio a dir poco leggendario ed addirittura aggiungervi qualcosa in più, questo bisogna sempre ribadirlo con forza. I Metallica sono riusciti perfettamente nel loro intento, e sono stati in grado di svelare un tratto della loro personalità musicale che in "Kill.." era forse rimasto un tantino nascosto dalla violenza senza quartiere, subissato dalla foga speed-thrash di quattro ragazzi ancora giovani e più "arrabbiati" che in grado di prendere meglio alcune misure. C'è da dire che l'ombra di un talento come Mustaine è ancora presente e forse direttamente responsabile di questa crescita esponenziale (dopo tutto, Dave è sempre stato il genio del gruppo, quello capace di far progredire i suoi amici verso lidi che altrimenti non avrebbero potuto raggiungere con le loro "sole" forze), ma dobbiamo comunque dare grandissimi meriti a Kirk, James, Cliff e Lars i quali hanno dato vita all'album perfetto, in grado di conciliare le più disparate influenze in maniera precisa ed al millimetro, un mix di suoni che ha dato la vita a questa saetta che, in quel 1984, era giunta a squarciare fragorosamente i cieli. Il martello di "Kill.." viene dunque abbandonato, questa volta i Metallica hanno trovato un nuovo modo per colpirci, in maniera più elegante e difficoltosa.. a suon di fulmini, scariche di elettricità letali quanto splendide a vedersi. Un fenomeno atmosferico che illumina il cielo e funge da preludio per lo scoppio di un tuono, che arriva di lì a poco in tutta la sua potenza, riecheggiando nell'eternità e svanendo poco a poco; di certo, non prima di averci buttati giù dal letto in preda al panico.

1) Fight Fire With Fire
2) Ride the Lightning
3) For Whom The Bell Tolls
4) Fade to Black
5) Trapped Under Ice
6) Escape
7) Creeping Death
8) The Call of Ktulu
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