METALLICA

One

1989 - Elektra Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
25/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

L'hype generato dall'annuncio e dalla successiva pubblicazione di ?And Justice For All, fu probabilmente solo paragonabile alla delusione di molti fan nel sentire melodie intrecciate fra loro sempre con quella innata classe che i Metallica riuscivano a tirare fuori, ma con qualche elemento dissonante che proprio non andava. Particolarmente, e questo ormai è un fatto noto al mondo, i fan nudi e crudi non accettarono le linee spesse date dal nuovo bassista, Jason Newsted, il quale dal canto suo fece tutto quanto in suo potere per sostituire degnamente il compianto Cliff Burton, ma venne ampiamente fermato dai due fondatori della band, per motivi che probabilmente ancora oggi nessuno (loro compresi) capisce fino in fondo. Newsted è un bassista coi fiocchi, questo lo sappiamo, e basta ascoltare il primo album della sua ex (ora ex novo) band, i Flotsam and Jetsam, per rendersene conto al primo vagito musicale; uno slapper di corde certamente non con la stessa energia di Burton, sono incomparabili da questo punto di vista, ma altrettanto sicuramente un musicista che sa quel che sta facendo e come farlo, in ogni singola occasione. Come sappiamo Jason rimarrà nella band per diversi anni, infiocchettando album controversi assieme ai suoi compagni e guadagnandosi sempre l'appellativo di "ultima ruota del carro", fino al suo rifiuto nei confronti della band e la successiva entrata di Robert. Tornando ad ?And Justice, ancor prima della oscura copertina che succederà quest'ultimo, è un album controverso, per alcuni l'inizio del declino della band, per altri il suo apice massimo, sia a livello compositivo, che a livello strutturale. Personalmente lo ritengo un album finito a metà, nel senso che quelle linee così piatte, coadiuvate da una produzione non eccellente (e voluta, fra le altre cose), non riescono totalmente ad essere compensate dalle melodie che vengono messe in piedi, le quali rimangono si, uno dei picchi più alti mai raggiunti dal gruppo. Se vogliamo vederla dal punto di vista dei generi nudi e crudi, i Metallica sono partiti con uno Speed/Thrash grezzo ed ignorante grazie a Kill'em All, hanno poi virato (fondandolo letteralmente) sul Bay Area Thrash in Ride, proseguendo poi con un Technical Thrash fortemente influenzato tanto da loro stessi, quanto dalle nascenti realtà nord americane e canadesi, per poi concludere il quartetto spostandosi quasi verso i lidi del Prog Thrash proprio grazie ad ?And Justice. L'eburnea statua della giustizia raccoglie strutture assai complesse, riff impossibili e scale continue, il tutto contornato da testi ancor più maturi ed introspettivi di quanto già visto in Master Of Puppets, e da una atmosfera generale davvero melanconica, permeata totalmente da quel sentimento di profonda tristezza per la perdita dello storico amico e collega. Il mondo si strinse attorno alla band, ed i nostri non poterono far altro (con tutti i difetti del caso) omaggiare un grande musicista scomparso confezionando un album che, sulla carta, avrebbe dovuto essere la perfezione assoluta. Nel carnet delle canzoni colei che sicuramente stravolse molto dell'ordine creato fino a quel momento, fu la celeberrima One, incastonata all'ultima posizione del lato A. Un pezzo che raccoglie in sé sia le dinamiche e progressive strutture musicali proprie del disco, sia uno dei testi più straordinari mai composti da Hetfield e soci, un enorme introspezione su un argomento davvero delicato, che fa quasi venire le lacrime agli occhi. Celebre per questa canzone fu anche il videoclip che venne girato, il primo della band e nel tempo rimasto uno dei più belli, che fa ancor meglio capire l'atmosfera che si respira all'interno di quelle malinconiche liriche. La canzone fu anche uno dei tre singoli estratti da ?And Justice, andando a far compagnia ad Harvester Of Sorow ed Eye Of the Beholder. Il "vizio" dei singoli promozionali o del materiale collezionistico che esula dagli album veri e propri i Metallica lo hanno avuto fin dalla loro fondazione, e per un disco così mastodontico certo le regole non cambiarono. Una copertina, quella del singolo rilasciato ufficialmente il 10 Gennaio 1989 dalla Elektra (in uno splendido vinile a 7 pollici), che già ben fa intuire ciò che troveremo al suo interno. Un teschio bendato senza braccia e senza gambe risiede sulla sinistra dell'artwork (disegnato da Brian "Pushead" Schroeder, che già aveva creato la copertina stessa dell'album, per poi nella sua carriera cimentarsi in lavori per band come S.O.D, Corrosion Of Conformity e Prong), sorretto da neri fili burattinai. I colori vertono sul bianco, il rosa del cervello che esce dal cranio del teschio, ed un sabbioso marrone che permea la parte destra della copertina, in cui è stato inserito il logo (ancora nella forma primordiale, ma stavolta con un tratto ancor più schizzato e quasi "a macchia"). Dietro al teschio vediamo un cerchio bianco, come un cono di luce, macchie nere qui e là ed un tavolo (probabilmente un riferimento al luogo in cui il protagonista vive, come vedremo dopo), sempre bianco. Il tutto in un tratto generale quasi da fumetto d'autore o da graphic novel, linee dritte a matita che si intrecciano fra loro. Il singolo contiene sul lato B una cover classica della band, ripresa dalle antiche tradizioni dei gusti personali (soprattutto di James), ed è uscito come abbiamo detto in formato vinile a 7 pollici, per poi essere riproposto negli anni in vinile a 12 pollici, CD, Cassetta e Picture Disc.

One

Il lato A come abbiamo detto è occupato dalla title track del singolo, One (Uno). Pale di elicotteri in lontananza aprono il pezzo, a cui ben presto si legano anche suoni di una battaglia che infuria, mitragliatrici che sparano, voci sommesse di soldati che chiedono aiuto. Dopo l'intro così carico d'atmosfera, una melodica chitarra ritmica inizia ad intessere un arpeggio carico di sentimento; le pennate si fanno sempre più sommesse, finché un alternate picking non apre ad una seconda sezione, quasi dal sentore spagnoleggiante, aspettando dopo circa un minuto l'ingresso della batteria. Batteria di Lars che in questa prima sezione si concentra maggiormente sui crash e sui piatti, dando dolci colpi con le proprie bacchette ed andando a fondersi con le melodie della chitarra; attendiamo a questo punto trionfanti l'ingresso della voce, eppure allo stesso tempo scorgiamo qualcosa che manca, si, mancano le corde del basso. Come tutti sappiamo in fase di registrazione Lars obbligò quasi il produttore ad abbassare drasticamente i toni dello strumento di Jason, ed in più durante le fasi di composizione, il buon Newsted venne relegato a suonare il proprio strumento in esatta linea con la chitarra di James, rendendo di fatto il proprio sound inutile. Per questo se si va ad ascoltare "And Justice For Jason", l'album messo online dallo stesso mixerista, ma con il basso alzato a dovere, sembra di sentire un altro disco, quel che avrebbe dovuto essere, la consacrazione definitiva della band. Polemiche a parte, torniamo alla canzone: l'arpeggio iniziale viene ben presto trasformato in un riff che, per quanto continui ad essere melodico, diventa decisamente più elettrico. Il tiro della canzone viene alzato leggermente dalle pelli, che si spostano dai piatti ai tamburi ed alla grancassa, pur mantenendo come base quel main riff che abbiamo sentito in apertura. L'enorme intro viene interrotto dall'ingresso di James al microfono, poco prima dei due minuti, e che in questa prima fase decide di utilizzare un vocalizzo lineare e pulito, quasi sofferto da un certo punto di vista, melanconico e carico di sentimento, per trasmettere al meglio il significato della canzone. Questo enorme comparto ritmico prosegue la sua corsa fino ad arrivare al primo ritornello, in cui l'ordine generale viene sconvolto da una brusca accelerata dei toni, le rullate di batteria si fanno più veloci, James abbassa decisamente il tono della sua voce per accentuare Hold my breath as I wish for death, Oh please, God, wake me, donandogli una enfasi cruda e particolare, che ben fa capire le sensazioni del protagonista, come vedremo poi durante la spiegazione delle liriche. Il ritornello così duro viene seguito da un altro arpeggio melodico, ed a questo punto ci accorgiamo ormai di trovarci di fronte ad una power ballad; la ritmica melodica procede, ogni parola che viene pronunciata è carica di sentimento, viene accentuata, in un loop infinito che ci traghetta al secondo ritornello, fotocopia del primo, solo forse leggermente più accentuato per quanto riguarda le ritmiche di base. È una canzone che trasmette angoscia e passione al tempo stesso; angoscia per la situazione del protagonista, per il suo dolore e la sommessa voglia di morire, e passione per quanto riguarda l'enfasi con cui tale dolore viene trasmesso, nella maniera più viscerale possibile. Nel blocco centrale nuovamente quel morbido main riff viene condito stavolta da alcuni ricami di Kirk, impreziositi a loro volta da altrettanti arpeggi melodici di James, il che crea una unione abbastanza indissolubile; l'accelerata improvvisa che ne segue, dura e coriacea, ci trasporta nuovamente ad un livello superiore, a cui poi si lega successivamente un assolo da antologia, diretto come un pugno in faccia, elettrico e carico di atmosfera. Le sensazioni discordanti che proviamo vengono spazzate via dalle brusche accelerate di Lars alle pelli, che vanno saldamente a legarsi alla chitarra stessa. Tutto questo finché, a circa quattro minuti e mezzo dall'inizio e tre dalla fine, il brano non assume improvvisamente la forma di un power Thrash da manuale. La batteria viene percossa con ancor più forza, le chitarre clangono fra loro con fare da antichi guerrieri, spruzzando scintille sul pubblico e nelle orecchie dell'ascoltatore , finché al segnale vocale di James (dato da Darkness imprisoning me) il brano non implode veramente. Un assolo ritmico e bridge come se piovesse si legano alle ritmiche sincopate della voce e della batteria, l'accelerazione improvvisa degli ultimi minuti si conclude prima con alcune rullate, e poi con un altro cambio di tempo, Lars stupra letteralmente la sua batteria per poi lasciare il posto a Kirk. Hammet mette in piedi un altro assolo da manuale, veloce e ritmico, tapping e power chord a cascata sul pubblico, coadiuvati da altrettanti colpi alle pelli. L'ultimo minuto di brano i Metalica decidono di dedicarlo ad un crescendo davvero epico e pieno d'acciaio, spade che cozzano su di un antico campo di battaglia, e la disperazione del protagonista che permea il tutto, soprattutto in quest'ultima fase, in cui percepiamo letteralmente la sua testa che va in frantumi, prima che uno stop brusco e brutale si porti via il tutto. Il nostro uomo, lo sfortunato protagonista, ha perso braccia e gambe in guerra, ed ora è costretto a vivere attaccato alle macchine, senza poter parlare. Costretto a vivere in un involucro ormai vuoto, il nostro protagonista urla e strepita dentro la sua anima, senza poter proferire verbo; la sensazione che si ha leggendo le liriche è quella di una persona che ormai ha perso tutto, e non aspetta altro che il passo fatale. Come un animale in gabbia l'uomo si dimena, scalpita dentro per poter uscire, o morire, trattiene il fiato finché non morirà, finché il sangue non arriverà più al cervello, ed è solo allora che troverà la pace. Egli sente la vita che scorre dentro di lui attraverso le macchine, ma ben sa al contempo che quella non è vita, è morte apparente, è una vita fittizia che gli è stata messa davanti per non farlo soffrire, ma in realtà egli soffre più di chiunque altro. Ciò che rende straordinaria questa canzone, e che l'ha fatta diventare poi un appuntamento fisso nella carriera live della band, è la straordinaria capacità di James nell'immedesimarsi in questo uomo senza arti steso su di un tavolo. Ogni sensazione che prova viene amplificata dall'ugola di Hetfield, e specialmente nella seconda parte, quella più chiassosa e gutturale, invece di avere la sensazione di qualcosa che stona (dato quel che abbiamo sentito fino a quel momento), piuttosto sentiamo ancor meglio la sofferenza di questo uomo, sentiamo la sua anima spezzarsi in due per il desiderio di morire, egli è uno, un solo uomo che deve combattere contro il demone più terribile di tutti, una vita che non c'è, un boato di silenzio nella sua testa che spazza via ogni certezza di qualcosa di migliore, ci sono solo lui ed i suoi pensieri, brutali ed affilati come lame. 

The Prince

 Il lato B è occupato da una cover, si tratta di The Prince (Il Principe). La canzone originale proviene da un gruppo a dir poco leggendario, fra gli alfieri del metallo albionico, i Diamond Head. La punta di diamante inglese negli anni, pur rimanendo relegata ad un pubblico molto meno vasto dei Maiden o dei Judas Priest stessi, ha sempre avuto una folta schiera di metalhead ad adorarli, particolarmente per alcune loro hit sfornate nel corso del tempo. I Metallica poi sono particolarmente legati a questo gruppo, soprattutto James, tant'è che fin dai tempi della fondazione, la band ha coverizzato loro canzoni, fra cui spicca senza dubbio la massiccia Am I Evil? Una delle canzoni più famose di Sean Harris e soci, ed anche uno dei brani metal britannici più celebri. Insomma, è una unione abbastanza indissolubile quella fra i Diamond ed i nostri four horsemen, ed anche per questo singolone che fa da dama di compagnia ad ?And Justice, i nostri thrashers americani hanno deciso di prendere lo slot che nel primo, mitico, album degli Head (quel Lightin' To the Nations del 1980, anche se molti tendono a considerare quest'ultimo ancora una demo, spostando il proprio monicker di "first album" sul successivo Borrowed Time, ma sono dettagli opinabili) va a chiudere il primo lato del vinile. I sei minuti che compongono l'originale degli inglesi sono una forsennata e corroborante corsa contro il tempo, coadiuvata dalla meravigliosa chitarra di Brian Tatler, che dona al tutto un gusto epico fuori dal comune. Per non parlare della voce di Sean, il cui tono alto, quasi acuto in certi frangenti, da quel tocco in più a tutta quanta la suite. La struttura base del brano originale è assai semplice, un 4/4 albionico veloce e ritmico, in cui si sente tanto la nascente scuola NWOBHM, quanto l'Hard Rock settantiano di seconda maniera, quello portato in alto dai Deep Purple o dai Led Zeppelin del secondo periodo. La canzone fila come un treno, ed i sei minuti che la compongono, pur essendo inframezzati più o meno dalle stesse ritmiche, non annoiano, anzi, fanno venire voglia di premere stop e ripartire da capo. I Metallica dal canto loro decidono di omaggiare i diamantati albionici nella maniera più seria e bella possibile, e cioè non cambiando assolutamente niente di quella che è la struttura originale del brano. Non appena parte infatti, veniamo investiti da una immensa bordata di ritmica Thrash, acida e grezza, le due chitarre suonano all'unisono, prima che Kirk si diletti nel primo main riff, donandogli rispetto all'originale un sapore ancor più elettrificato. Una volta entrata anche la voce di James, allora il brano decolla sul serio, alternando pennate forsennate e piene di energia con la sadica voglia di spaccare crani che proviene dalla batteria di Lars Ulrich. James dal canto suo, con la sua graffiante voce vetrosa e piena di schegge pronte ad esplodere, si discosta un attimo dalla parte albionica che aveva ascoltato da ragazzo, e decide di intonare le strofe a velocità doppia, trasformando il brano quasi in una suite Speed Metal. I Metallica tagliano il brano anche di alcuni minuti, quasi due, lasciando però la scorza dura della canzone originale a fare da contorno al nostro ascolto, si procede col gas premuto al massimo per tutta la durata, e si continuano a ricevere schiaffi in faccia ad ogni nuovo segmento della cover. La batteria dal canto suo viene ampiamente deflorata, Lars pesta duro sui tom e sul crash, dando quel sapore ancor più epico e veloce all'intera suite, mentre Kirk si diletta in alcuni ricami incattiviti dal sound Thrash di base, ma che riprendono ampiamente le ritmiche originali. Finiamo il brano ricoperti di lividi per le botte subite, ma con la faccia estasiata. Brano che ci racconta una oscura storia di demoni e sangue, di patti col demonio e di anime vendute. Il principe del titolo altri non è che il signore delle tenebre, colui che scende dal cielo, anzi, dalla terra più profonda, per falciare i cuori degli uomini. Niente dopo la sua venuta sarà uguale a prima, niente potrà fermarlo, soltanto le bianche ceneri rimarranno dopo il suo passaggio. Le liriche sono un vero e proprio incubo su gambe che calca la terra e lascia segni di fuoco, ci sentiamo strappar via l'anima dal petto mentre il ritornello col suo carico e sete di energia ci viene sparato direttamente nelle orecchie e fin dentro le pieghe del cervello, ed altro non possiamo fare che piegarci al volere del signore oscuro.

Conclusioni

Un singolo che è davvero una piccola perla questo One; la scelta azzeccatissima di unire fra loro due metà così dissonanti, la power ballad per eccellenza assieme a Fade to Black della band, con una cover così agitata e piena di brio come quella degli Head, si rivela per essere un connubio fra le forze del male. Chiariamoci, a parte la bellezza dell'artwork, e la presenza della cover (che può comunque essere reperita, per esempio, attraverso l'enorme suite formata solo da cover e che risponde al nome di Garage Inc.), questo singolo non aggiunge niente ad ?And Justice For All. Semplicemente è un prodotto per collezionisti e fatto da collezionisti, che è esattamente quel che i Metallica stessi sono. Una piccola perla che non può mancare nella sana collezione di ogni fan della band, di colui che vuole tutto quel che un gruppo è stato in grado di produrre nel corso degli anni. Non c'è niente da fare, i Metallica sono eterni, come eterno sarà sempre il loro sound ed il contributo che negli anni hanno dato nei confronti della musica. Possono essere criticati quanto vogliono, e personalmente alcune feroci critiche nel corso del tempo gli sono state mosse anche da chi vi sta scrivendo, ma semplicemente perché da una delle più grandi Metal band della storia, mi aspetto sempre una vera  e propria punta di diamante. Nessuno mai potrà togliere al mondo ciò che i Four Horsemen hanno fatto per il Thrash in primis, e per la musica in seconda battuta, portando quasi il Metal, come era accaduto per i Maiden, nelle case di tutti. Chiunque, dall'ascoltatore più distratto al metalhead in chiodo e borchie, conosce almeno una canzone dei Metallica, che sia Seek and Destroy o Metal Militia, che sia One stessa o la blasonata Nothing Else Matters. Questo singolo in particolare va visto come un ponte di collegamento fra quel che c'era, l'eburnea copertina con la dea bendata, e ciò che verrà dopo, quando nei toni della notte la band darà vita al Black Album. Per molti ?And Justice è il canto del cigno del gruppo, per alcuni addirittura il loro sound e la loro fama si sono fermati a Master. Personalmente ritengo che la verità stia nell'esatto centro, o perlomeno, si collochi a metà fra le due strade. Quello di cui sono fermamente convinto è che se i nostri thrashers avessero prodotto questo album come dio comanda, se non si fossero lanciati nel nonnismo più incontrastato con Jason (che non c'entrava niente), allora i fan gli avrebbero "perdonato" anche il Black Album, vedendolo semplicemente come la classica virata leggermente più commerciale che per un gruppo con tanti anni di storia alle spalle ci poteva anche stare (esattamente quel che successe ai Maiden con Brave New World, ed ai Judas Priest con Turbo). Ed invece i nostri hanno avuto la malsana idea di farsi "odiare" dopo neanche sette anni di carriera, fondendo fra sé polemiche e screzi che li hanno portati a fare ciò che hanno fatto. La storia insegna che certe ferite non si rimargineranno mai, nessuno mai potrà ridare ai Metallica l'estro e l'energia dei primi anni di composizione, ma And Justice, e One ne è un esempio lampante, sono una enorme struttura solida ed un esercizio di stile senza precedenti. Velenosi, d'acciaio armato, cattivi ed oscuri, i Four Horsemen con questo album, pur con tutte le limitazioni ed i difetti già elencati, hanno dato al mondo l'ennesima lezione di tracotanza e beltà, meritandosi a pieno titolo la fregiatura di "immortali". 

1) One
2) The Prince
correlati