METALLICA

Metallica

1991 - Elektra

A CURA DI
FABRIZIO & ELEONORA
14/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Dopo un ottimo album di livello tecnico sicuramente elevato ma al tempo stesso a tratti controverso e penalizzato da una produzione non certo all'altezza, dove ad essere messo in disparte risultava essere il basso del nuovo entrato Jason Newsted, i Metallica si ripresentano sul mercato a distanza di tre anni con un nuovo album intitolato semplicemente "Metallica". La scelta di intitolare il disco  con il nome della band è dettata dal fatto che Hetfield e soci avessero voluto puntare su qualcosa di semplice ed immediato, ma che al tempo stesso nascondesse un cambio stilistico non indifferente pur rimanendo a tratti ancorati a sonorità tipicamente thrash. Questo lavoro è più conosciuto con il nome di "Black Album" per via della copertina quasi totalmente di colore nero. Se analizziamo bene, però, possiamo trovare il logo classico dei nostri quattro cavalieri, leggermente inclinato e posto in alto a sinistra della cover, ed un serpente a sonagli alla base di essa che sembra voler guardare il logo in modo minaccioso. Questo rettile così raffigurato viene preso in prestito dalla band da una fonte particolare, non certo a caso; infatti, il rettile venne raffigurato per la prima volta sulla bandiera di Gadsden (legata in modo indissolubile alla guerra di indipendenza e considerata una tra le prime bandiere statunitensi), dove appunto la stessa immagine del serpente viene messa in primo piano su di uno sfondo giallo (con la scritta Don't Tread On Me", ovvero "non calpestarmi", da intendersi come monito). I Nostri decisero di omaggiare ancora di più questa immagine e questo motto intitolando proprio in questo modo la loro sesta traccia. L'approccio della band per lo sviluppo delle tracce contenute in questo album avviene in maniera più rilassata e diversa, dato che a detta dello stesso gruppo, le canzoni presenti nel precedente "...And Justice For All" risultavano essere troppo lunghe ed articolate. Cambia anche il produttore, e la scelta ricade su Bob Rock che va a sostituire il precedente Flemming Rasmussen. Non molti sanno che la carriera di Rock inizia nel campo della musica suonata: egli è difatti chitarrista di una band chiamata Payola$ e contemporaneamente mostra l'attitudine che lo renderà famoso nel business, divenendo anche ingegnere del suono a Vancouver. Successivamente, intraprende la carriera di produttore, sancendo la sua definitiva consacrazione e lavorando con band ed artisti di grande calibro quali: Bon Jovi, Motley Crue, Bryan Adams, Skid Row  e David Lee Roth. Famoso per aver ammorbidito e commercializzato il sound di numerose metal band, su questo disco si possono sentire dei suoni più orecchiabili, ma che al tempo stesso risultano essere belli pieni e corposi, rendendo tutti gli strumenti molto distinguibili singolarmente. Bob Rock ha avuto una grande importanza non solo per aver prodotto il disco donando al tutto una compattezza quasi esagerata, ma anche e soprattutto per il fatto che ha chiesto ai membri della band si San Francisco di collaborare come un gruppo e non di registrare singolarmente le proprie parti. Una scelta dunque che stravolge un po' le abitudini di una band ormai rodata, ma che dimostra totale fiducia (anche se non priva di numerose frizioni) nel nuovo "mentore", facendosi guidare attraverso nuove esperienze. Parlando prettamente del contenuto di questo "Black Album", diciamo immediatamente che è un disco che è destinato a dividere i fan in maniera praticamente permanente. E' infatti considerato da molti l'inizio di una inesorabile discesa stilistica con relativa svendita verso i media, ma anche molto apprezzato da nuovi fan che vedono in questo lavoro un capitolo fondamentale della loro carriera, un disco al quale gli amanti del Metal sono anche legati affettivamente dato che moltissimi metalhead (complice la commercializzazione esagerata dell'album) hanno iniziato ad avvicinarsi al mondo splendido che è quello del metallo proprio con questo lavoro. Le tracce presenti sono dodici e si differenziano molto l'una dall'altra, dando una varietà inaspettata e la reale convinzione che qualcosa sia davvero cambiato in seno alla band. Se infatti troviamo degli episodi che sono ancora legati in qualche modo alle vecchie sonorità come ad esempio "Holier Than Thou" o  "Through the Never", sono presenti delle composizioni molto più soft, come per esempio "The Unforgiven" e la famosissima ballad "Nothig Else Matters", la quale oltre ad essere due dei cinque singoli estratti, gode addirittura di un arrangiamento orchestrale da parte di Michael Kamen, famoso compositore statunitense che ha collaborato con numerose band rock, metal e pop quali Pink Floyd, Queen, Eric Clapton, Queensryche ed anche il nostrano Zucchero. Le song sono state quasi completamente scritte ed arrangiate dal duo Hetfield/Ulrich, ma varie idee che hanno trovato comunque spazio provengono anche dal chitarrista Kirk Hammett (che da qui in avanti inizierà ad usare l'effetto wah-wah della sua chitarra in maniera spasmodica) e da Jason Newsted, autore del riff principale della canzone My Friend of Misery. Una piccola curiosità è dettata dal fatto che l'opener Enter Sandman fu la prima ad essere concepita musicalmente, ma fu l'ultima a ricevere il testo definitivo. Ovviamente nemmeno a dirlo, il disco venne supportato da una promozione talmente enorme che portò i nostri a suonare in ogni angolo del pianeta, sfornando tra l'altro delle prestazioni devastanti in ambito live, tra cui ricordiamo il famosissimo "Live shit: Binge & Purge" del 1993. Senza contare le vendite: il disco registrò degli incassi record (si parla di trenta milioni di copie, di cui solo sedici negli stati uniti), traguardo che fece vincere alla band  vari dischi di platino e numerosissimi riconoscimenti tra cui miglior performance metal nel 1992, vittoria accompagnata da una piccola frecciata di Lars diretta ai prog-rocker inglesi Jethro Tull, "rei" di aver strappato ai 'tallica, ai tempi di "..and Justice..", lo stesso premio nella stessa nomination, grazie all'album "Crest of a Knave". Soddisfatto della vittoria-rivincita, Lars poté finalmente prendersi togliersi una piccola soddisfazione: "ringraziamo i Jethro Tull per non aver pubblicato nessun'album quest'anno!", questa la frase, divenuta la storica risposta alla precedente "il Flauto è uno strumento Heavy Metal!" usata da Ian Anderson per ironizzare bonariamente sull'inaspettata vittoria del suo gruppo in quel particolare ambito. Si dice che ogni band cerchi di partorire un disco per uno scopo ben preciso; possiamo dire senza alcun dubbio, che l'obbiettivo dei Metallica è stato sicuramente quello di cercare di sdoganare un genere, ma soprattutto quello di vendere. Vendere il più possibile dando più visibilità al gruppo, praticamente infrangendo determinate regole in cambio della notorietà. Che si voglia o meno, comunque, questo lavoro è destinato a fare sia la storia della band che quella di un intero genere, risultando così un classico in ambito metal. Ora non resta che sezionare ogni singola traccia per capirne i significati lirici e soprattutto per sentire se i cambiamenti portati possano essere in qualche modo vincenti o se si riveleranno un'arma a doppio taglio.

Enter Sandman

L'apertura è affidata ad un pezzo destinato a diventare un classicone ed un punto fermo nelle esibizioni live. Stiamo parlando di "Enter Sandman" (primo singolo estratto con relativo videoclip) il cui inizio è caratterizzato da degli arpeggi di chitarra elettrica impostata su un suono pulito che si stampano in testa già dopo un primissimo ascolto. Sin da queste prime battute si può benissimo dire che l'obbiettivo dei Fuor Horsemen di rendere orecchiabile la loro proposta è già praticamente stato raggiunto, ancora prima di iniziare. I rintocchi di charleston da parte dei Ulrich creano una sorta di leggera tensione che viene esaltata ancora di più quando, complice un riff di chitarra elettrica, si alternano colpi di tom e timpano a volte cadenzati ed a volte ripetuti in rapida successione, creando così un pathos esagerato nell'intento di creare suspance e di incutere ansia all'ascoltatore, che aspetta solamente di essere investito da sonorità più pesanti. Infatti ci troviamo ad affrontare una sezione ritmica granitica ed una chitarra ritmica divenuta ormai leggenda. Un'esplosione sonora non indifferente e di sicuro impatto che vengono leggermente smorzati con l'ingresso di Hetfield, il quale con una prima strofa molto accattivante ci conduce verso territori immaginari. Il chorus è particolarmente concreto e "commerciale" se vogliamo, ma riesce nell'intento di catturare ed avvolgere con piacere ogni tipo di fruitore. Una leggerissima pausa da parte degli strumenti sul finire del ritornello, con solamente un lieve riffing da parte dello stesso James sembra voler tirare un po' il freno alla song che invece riprende, sempre su ritmi comunque piuttosto lenti, a farsi assaporare con delicatezza senza nessun tipo di risentimento. Una seconda strofa viene proposta sulla solida base su cui si appoggia l'intero brano, e dopo un secondo ritornello, troviamo l'assolo di Hammet piuttosto ben studiato e con quell'effetto wah-wah che diventa così di fatto un suo marchio di fabbrica. Inaspettatamente i toni si fanno cupi, e il buon Lars riprende a colpire solamente tom e timpano con un sottofondo arpeggiato che aveva caratterizzato l'inizio della traccia. La differenza sostanziale, però, è che si sente la voce del frontman che recita una sorta di preghiera ripetuta perfettamente da una voce di un bambino (il figlio dello stesso Bob Rock). Le vocals di Hefield si fanno più minacciose fino a sfociare nel bellissimo ritornello che viene ripetuto un paio di volte fino ad una sospensione strutturale che fa da colonna sonora ad un ghigno inquietante, dopo il quale notiamo l'inserirsi nuovamente di tutta la strumentazione fino alla conclusione che viene nuovamente affidata a questi melodici arpeggi e da Lars che maltratta un po' le sue pelli alternando rullante e tom. "Enter Sandman" di per sé è una bella canzone, ricca di carica ed energia. Al tempo stesso però è l'essenza evolutiva di quello che i Metallica sono diventati dopo la morte del grandissimo Cliff Burton. Un'evoluzione sonora iniziata con "...And Justice For All" e che qui inizia a farsi sentire pesantemente. Piccola nota: il carattere "anthemico" della track, che riesce ad unire in coorte ed a farci cantare in coro, è dovuto al fatto che in origine fu pensata (ed in seguito effettivamente adoperata) per spopolare nel mondo del Pro-Wrestling, come theme song di un lottatore della ECW, Jim Fullington, più noto con lo pseudonimo "The Sandman". Il significato di questo "nome" è presto spiegato: il testo cita esplicitamente questo Sandman, un signore dei sogni appartenente al folklore, una sorta di "Morfeo" incaricato di addormentare, con la sua sabbia magica, le persone sofferenti di insonnia (soprattutto bambini, ai quali veniva dipinto addirittura come una specie di "uomo nero" che li avrebbe tormentati, se non fossero subito andati a dormire). Una figura che ha ispirato tantissime opere sia letterarie sia cinematografiche, fra cui in famosissimo fumetto creato dalla penna dell'artista britannico Neil Gaiman per la "DC Comics", intitolato appunto The Sandman e pubblicato tra il 1989 ed il 1996. Prima di andare a dormire è bene dire qualche preghiera per liberarsi dai peccati commessi nella giornata. "Ora giaccio addormentato, prego che il Signore custodisca la mia anima, se dovessi morire prima di svegliarmi, prego che il Signore se la prenda". L'uomo dei sogni arriverà una volta addormentati, e non servirà a nulla cercare di dormire con un occhio chiuso ed uno aperto o afferrare forte il cuscino e nascondersi sotto le coperte. Lui arriverà ci prenderà per mano e ci condurrà verso una terra immaginaria che non necessariamente sarà un luogo di piacere. I pensieri iniziano ad essere pesanti, quasi come degli incubi; sogni di guerre, di sangue, di cose che vogliono morderci per farci del male. Il Sandman si manifesta nella nostra mente e sfrutta le nostre paure più nascoste, in questo caso quelle dei bambini e non si sa dove possa nascondersi: se dentro un armadio, sotto il letto o più semplicemente dentro la nostra testa. E' un fattore psicologico su cui lui gioca a proprio piacimento e crea degli incubi sui quali tutto gira intorno alle nostre paure. Un testo sicuramente non impegnato, ma che riesce a coinvolgere. Questa storia degli incubi così reali che possono determinare la sopravvivenza dell'individuo a patto di riuscire a svegliarsi, richiama piuttosto da vicino la vicenda di Freddy Krueger, l'uomo nero e spietato protagonista della fortunatissima serie "Nightmare" creata da quel genio di Wes Craven. Film nei quali, una volta addormentati, ci si ritrovava faccia a faccia con questo uomo dal volto ustionato e munito di guanto con tanto di lame, intento ad uccidere nel sonno le proprie prede. Forse un piccolo omaggio velato, ben conoscendo la grande passione di Hammett per i film Horror.

Sad But True

"Sad But True" è un altro pezzo destinato a diventare un classico nelle set list dei Metallica. L'inizio è dettato da una chitarra potente e colpi di piatti e giri di tom. Una breve pausa e la rullata intelligente da parte di Ulrich spiana la strada verso un suono molto lento ma martellante, dove il basso di Newsted diventa protagonista accompagnando una chitarra monolitica e dando al suono una pesantezza esasperata. La prima strofa è cantata in maniera aggressiva e minacciosa, mentre il comparto sonoro continua nella sua seppur lentezza a macinare note pesantissime all'ascolto. Si ode il lavoro di Hammett che nascondendosi un po' fa da sottofondo perfetto per creare un'atmosfera ancora più massiccia ma al tempo stesso quasi elegante. Il cantato continua a convincere completamente e Hetfield sembra trovarsi a proprio agio in questa veste ruggente che ne esalta comunque le doti vocali dando un tono di cattiveria che non guasta mai. Al minuto 2:48 inizia una parte strumentale sempre molto lenta, che ad un tratto si interrompe bruscamente per dare spazio all'assolo di Kirk, il quale risulta non molto elaborato per la verità ed estremamente semplice per natura, un solo si ripresenta dopo una breve strofa cantata, ancora più breve ma sempre molto semplice e non troppo convincente. Si riprende praticamente come ad inizio brano, ma la voce di James risulta ancora più incisiva, complice un leggero eco nelle battute finali, che concludono un brano molto potente e sicuramente Heavy senza mai spingere sull'acceleratore. Questa è una delle song, diciamo, un po' particolari; canzoni che si discostano moltissimo da quello fatto fin qui dalla band di San Francisco. Ritmo lentissimo e quasi soffocante, che punta più sulla pesantezza in termini di tempistiche musicali che sulla velocità e sull'impatto "in your face" che aveva caratterizzato i precedenti dischi. Il testo parla del conflitto interiore che l'essere umano tende ad intraprendere per riuscire a superare determinate situazioni che, a mente "lucida", difficilmente si potrebbero affrontare. Se la canzone precedente era ispirata ad una figura folloristica, in questo caso il testo è ispirato ad un film del 1978 ovvero "Magic"; un horror psicologico diretto da Richard Attenborough (attore, produttore e regista inglese) che parla di un aspirante prestigiatore, il quale dopo vari fallimenti per raggiungere il successo, si concentra in numeri da ventriloquo, instaurando un rapporto così morboso con il proprio pupazzo Fats da rendersi completamente schiavo di esso. Questo sostanzialmente è il succo su cui ruotano le liriche, ovvero: ognuno di noi cerca sempre un qualcosa per nascondersi, una maschera che tendiamo ad indossare quando le cose non vanno per il verso giusto, cercando un capro espiatorio in ogni situazione spiacevole. Il rapporto che si viene ad instaurare con il proprio io diventa talmente reale da non riuscire più a capire la differenza tra bene e male, tra giusto o sbagliato. Si cerca di autoconvincersi che certi episodi da noi compiuti non siano in realtà mai accaduti, e quindi si cade in una sorta di dimensione cerebrale parallela dove non si distingue più la verità dalla menzogna. "Sad But True", triste ma vero.. è intraprendendo certe battaglie con noi stessi che alla fine riusciamo a venire a capo di molti problemi che ci affliggono.

Holier Than Thou

"Holier Than Thou" è la traccia più veloce dell'album ed è quella che richiama più da vicino i lavori fatti in precedenza, anche se con le dovute proporzioni. Ulrich maltratta tom e charleston mentre le chitarre si intrecciano in riff taglienti che deflagrano con l'inizio vero e proprio della song. La velocità non è mai troppo veloce, ma la parte ritmica è potente e precisa e riesce a far muovere la testa senza nemmeno volerlo, come se partissimo in "automatico". La traccia sembra non aver un minimo di pausa e la voce ancora una volta è carica di quel groove che rende il tutto ben amalgamato e convincente. Hammett parte quasi in sottofondo e con qualche tocco della sua sei corde rende il pezzo interessante. Quando arriviamo alla parte strumentale, arriviamo a parlare di una bella parentesi musicale carica di energia che vuole trovare il suo apice nell'assolo dello stesso Hammett il quale si, ci propina un assolo ben fatto, ma con quel suo wah-wah esasperato rischia di "rovinare" il tutto, fortunatamente non riuscendoci appieno. Sul finire di questo assolo troviamo una piacevole sorpresa, ovvero un breve assolo di basso da parte di Jason che con molto mestiere e senza strafare serve su di un piatto d'argento ad Hetfield un ultimo riff bello potente che chiude un pezzo si tirato ma non privo di difetti. Infatti, se vogliamo guardare attentamente, non troviamo sostanziali cambiamenti tra l'inizio e la fine del brano, che risulta piuttosto lineare. Spezzando una lancia, possiamo dire che comunque è inframezzata, timidamente qui e là, qualche buona trovata che sminuisce una certa ripetitività e si fa ascoltare piuttosto piacevolmente. Questo brano curiosamente era stato scelto come primo singolo per rappresentare l'album, ma contro il volere di Ulrich, Bob Rock scelse Enter Sandman, considerandolo (a ragione) una potenziale hit ed una traccia molto più attraente per catturare nuovi fan. Le liriche rappresentano una critica molto personale verso il bigottismo e l'arroganza del genere umano. Le persone con la mente chiusa e quindi non disposte ad accettare altre persone con la mentalità decisamente più aperta, sono qui considerate la rovina della nostra esistenza. Sono sempre pronti a criticare chi non la pensa come loro e quindi sono visti come un male da evitare come la peste. Di conseguenza, queste persone così chiuse, vengono isolate dal resto della comunità scatenando così un ripudio reciproco che non fa altro che alimentare l'odio tra noi stessi. Hetfield, per esperienza personale, si è trovato a fronteggiare questo tipo di persone, così arroganti da criticare le sue scelte, persone così odiose da alimentare in lui quella rabbia che qui vuole essere espressa in musica. "Prima di giudicarmi, dai un'occhiata a te stesso, non hai meglio da fare?" chiarissima questa frase che spiega in poche righe tutto il contenuto di un disagio interiore. Esiste, purtroppo, troppa gente che giudica e non vuole essere giudicata, ma il problema principale è che è facile puntare il dito contro qualcuno o qualcosa senza essersi prima fatti un esame di coscienza o senza essersi guardati prima allo specchio. Probabilmente, queste persone vivono una vita così tristemente vuota da dover cercare di rovinare quella degli altri, traendo soddisfazione nel veder soffrire altre persone. 

The Unforgiven

Arriviamo a "The Unforgiven" e troviamo il primo pezzo "lento" di questo lavoro. Inizialmente si sente un rumore simile ad una sirena che si avvicina in modo molto veloce, per poi ascoltare una piacevole parte eseguita con chitarra classica che fa da introduzione a questo brano e che ricorda molto una famosa colonna sonora  dal sapore western tanto cara al maestro Enno Morricone. Ogni tanto si sente una breve rullata quasi nascosta, che dà il via ad una prima parte strumentale molto piacevole e personale. All'improvviso veniamo quasi travolti da sonorità più forti ma sempre molto contenute, con un sottofondo orchestrale discreto e non invadente che crea una magia attorno alla traccia. Il ritornello è cantato in maniera molto pulita con quel refrain musicale che ne accompagna alla perfezione l'esecuzione. Si cerca un minimo di aggressività soprattutto nel cantato, ma più che altro si sente l'espressione emozionante di Hetfield che risulta essere molto interessante e molto toccante. Proseguendo con l'ascolto non possiamo non notare una sezione strumentale chitarristica molto leggera che sfocia in un assolo altisonante e ben eseguito che è molto adatto per la struttura del brano, risultando veramente bello e soprattutto convincente. Si continua con una leggerezza tale da far sicuramente storcere il naso ai fan di vecchia data, ma il prolungamento del ritornello è veramente ben eseguito e l'emozione che traspare da ogni singola nota è un qualcosa di veramente "intimo", quasi sgorgante dall'animo dei musicisti stessi. Si continua ripetendo fino alla fine una parte di chorus che a tratti viene recitata con più grinta per poi tornare su lidi più soft fino a sfumare piano piano verso la conclusione. In questo caso, andiamo a trattare un argomento mediante interrogativi che probabilmente non avranno mai risposta, ovvero il vero significato della vita. Il testo è molto personale, dato che praticamente viene raccontato un estratto di vita vissuta da parte proprio di James Hetfield. Viene raccontata attraverso il punto di vista di un bambino, una creatura ancora acerba se vogliamo, che viene all'improvviso buttato nelle fauci di una società forse troppo moderna per lui. Cerca di capire come affrontare le numerose difficoltà che gli si parano davanti, ma non ha la forza per reagire, per combattere o semplicemente per pensare velocemente il da farsi, e quindi viene quasi inevitabilmente isolato e destinato a trascorrere una esistenza priva di significato. Con il trascorrere del tempo riesce a focalizzare questo tipo di mondo e di conseguenza reagisce con volontà, cercando di aiutare le persone che hanno reale bisogno di aiuto. Raggiunto il terzo stadio del proprio ciclo vitale, ovvero la vecchiaia, viene colpito da una terribile malattia e si rende conto che per lui non ci sono più speranze di sopravvivenza. La band vuole darci una lezione importante sul significato di vita, cercando di farci capire che bisogna cercare di vivere ogni momento al meglio e che non si deve sprecare il tempo datoci, cercando nei momenti difficili di reagire con le proprie forze in modo da imparare anche dai propri errori.

Wherever I May Roam

L'intro di "Wherever I May Roam" è molto particolare. Sentiamo una parte strumentale dettata da un sitar dal sapore chiaramente orientale che viene ripetuto un paio di volte per poi essere ripreso con la distorsione della chitarra ritmica. Il ritmo accelera improvvisamente senza essere esagerato, rimanendo mid-tempo comunque piuttosto incisivo. Leggera pausa con tom e rullante che si alternano e sentiamo Hetfield sussurrarci la prima frase in tono piuttosto minaccioso per poi alzare il volume difentando graffiante e molto ispirato. Il riffing è pesantissimo e la sezione ritmica compie un ottimo lavoro di supporto per dare una carattere a questo brano molto ispirato. Ripartiamo con una breve accelerazione per poi fermarci nuovamente con una tempistica lenta ed ossessiva, aumentando di tono man mano che si prosegue con l'ascolto. Ascolto che prosegue con un assolo molto incisivo e ben ispirato che viene prolungato parecchio prima di sentire il pre-chorus che si dilunga per lasciare spazio agli strumenti, ripetendo il titolo della song fino alla conclusione che sfuma con un ulteriore assolo di grande fascino e precisione. In definitiva, una canzone un po' fuori dai canoni per come si presenta soprattutto inizialmente, ma che dal canto suo si concede una standing ovation quando una volta terminata, rimane quel sapore particolare che riesce a convincere a farsi riascoltare più volte. In questo caso torniamo su toni più liberi e molto meno personali, descrivendo la libertà pura che si può provare girando senza una meta precisa ed assaporando il mondo in tutte le sue forme. Il protagonista di questa storia è un vagabondo che gira per le strade definendole "le sue spose". Il rapporto tra lui e la terra calpestabile si trasforma in un legame solidissimo, confidando in lei perché riesce a donargli tutto ciò di cui ha bisogno. Non si cura delle parole e degli insulti della gente perché lui è libero e gli altri sono solamente degli schiavi. Schiavi di un sistema, schiavi di una routine noiosa che uccide la vita. Ogni volta che il nostro vagabondo appoggerà la testa da qualche parte solamente per riposarsi si sentirà a casa, ogni volta che si incamminerà verso posti nuovi da esplorare, la strada sarà la sua guida ed il suo trono. "Scolpito sulla mia lapide giace il mio corpo, ma io continuo a vagare ovunque possa vagare". Non ha paura nemmeno della morte, perché sa benissimo che una volta terminato il suo cammino terreno inizierà un altro percorso fatto nuovamente di posti meravigliosi da visitare. 

Don't Tread On Me

"Don't Tread On Me" è il brano che, come abbiamo spiegato nella intro, sostanzialmente si "presta" iconograficamente per la copertina del disco. Si parte con colpi secchi di rullante che vengono accompagnati in sincrono da un basso ed una chitarra molto potenti. Il risultato è un suono martellante che penetra come burro nei nostri padiglioni auricolari. La parte immediatamente successiva che accompagna l'incedere iniziale non può richiamare la classicissima "Amerika" tratta dal musical "West Side Story" del 1961 diretta da Jerome Robbins e divenuto un simbolo nella cultura americana. Rullata intelligente da parte di Ulrich ed il frontman parte subito con la frase che dà il titolo al brano iniziando una prima strofa dal cantato incisivo. Il ritmo è molto cadenzato, ma è la pesantezza in se a fare la differenza con riff monolitici e penetranti. Seconda parte e seconda strofa che si abbandona ad un refrain di Hammett che smorza un po' la sensazione rocciosa, ma è solamente una piccola parentesi dato che si riprende con un suono heavy molto enfatizzato che sfocia in un assolo caratterizzato dal solito effetto wah-wah, per lasciare spazio ad una bellissima parte con una chitarra che "fuma" a più non posso. Sul finale troviamo sostanzialmente le timbriche sonore caratteristiche di questa song, che si chiude con un colpo secco di rullante in concomitanza ad un crash asciutto. Parlando delle liriche, sono ovviamente riferite alla guerra di indipendenza americana che ebbe atto tra il 1775 ed il 1783 e che vide coinvolte, oltre a ben tredici colonie americane, anche numerose potenze europee. Libertà o morte, questo è il motto con cui gli Stati Uniti d'America riuscirono ad ottenere la propria indipendenza. "Una volta che la provochi scuote la coda, non provoca ma una volta attaccata non molla mai". Viene usata come metafora proprio la figura del serpente, che attende ed osserva senza agire ma che se provocato scatena tutta la propria furia per ottenere la sua libertà che sente essere minacciata. "Assicurarsi la pace è prepararsi alla guerra,  è una frase molto interessante che se analizzata a dovere può svelarci il suo vero significato. Per vivere in pace ed in armonia come popolo, ma anche con se stessi, bisogna sempre essere pronti a combattere contro le avversità che in ogni angolo possiamo trovare. Quando queste situazioni si porgono davanti a noi dobbiamo cercare di essere preparati e cercare di non farci sorprendere dalle continue prove che la vita cerca di metterci davanti. Il Non Calpestarmi è la frase che capeggiava sulla bandiera di Gadsden insieme alla figura del serpente a sonagli, ma è anche una frase che ha valenza in ogni momento della nostra vita. Non dobbiamo farci schiacciare, non siamo schiavi di nessuno e solo noi siamo padroni solamente della nostra anima. Dobbiamo essere l'orgoglio di noi nessi e cercare di esserlo per i nostri cari, difendendo ad ogni costo la nostra libertà e cercando di non compromettere quella degli altri.

Through The Never

"Through The Never", come una fucilata, spara a mille direttamente sulla bocca dello stomaco, lasciando senza fiato dai primi istanti di ostentazione di una tale energia vibrante e talmente potente da risultare quasi asfissiante. Come un martello pneumatico, il riff di chitarra che dà inizio alle danze (e all'headbanging) si protrae, prosegue sul suo cammino affiancato dai colpi dati alle pelli infuocate, superando qualche stop and go e lanciandosi a capofitto nella strofa. Acida e sfacciata, la strofa accoglie l'energica voce di James Hetfield, alternata a tripudi di sei corde e a ritmiche più cadenzate rispetto all'introduzione. Sempre più serrato, il ritmo si spinge in un crescendo esplosivo che conduce, nuovamente, al riff iniziale, pronto a evolversi per aprire le porte del ritornello. Potente e sfacciato, entra direttamente nelle vene, inondando il corpo di un'estasi che si lascia rendere additiva, nonostante la quantità immensa di ascolti che, sicuramente, tutti i metallari del mondo hanno dedicato a questo lavoro. Torna in scena il refrain, con i suoi stop and go, torna in scena la strofa, che segue nuovamente il copione conducendo direttamente a quel ritornello che la mente aspettava. Aspettava quasi quanto il solo di chitarra, godereccio, spedito e combattivo, poggiato su un sottofondo dove le ritmiche vanno in escandescenza, trovando il loro spazio per cimentarsi in un crescendo che carica, carica e carica, per un bridge accattivante, scandito dalle pelli infuriate e da tasti di chitarra esposti a un riff cupo e denso sul quale si fa spazio la voce. Potente, ritmata ed energica, scandisce parole che colpiscono come un pugno in pieno petto: torna il refrain iniziale, torna il ritornello che, dopo un breve stop finale, conclude il pezzo. Ci troviamo di fronte a un testo molto introspettivo, che si occupa delle classiche domande che, dai tempi dei tempi, attanagliano la mente dell'uomo: tutto è, è stato e sarà, l'universo è qualcosa di troppo grande da poter contemplare. Pensieri che asfissiano e strozzano la gola, come l'idea di vivere all'interno di uno spazio e di un tempo che non avranno mai fine, domande che rimangono appese al filo della presa di coscienza che l'uomo è fortemente limitato nelle sue possibilità di conoscenza. Siamo bravi a criticare in fretta, magari anche perché semplicemente obbligati dall'idea di sopravvivere a tutti i costi: da sempre e per sempre ci arrotoliamo e ci giriamo all'interno di uno scrigno sul quale vige la legge del mai. È nell'oscurità che, però, riusciamo a guardare oltre i nostri occhi, è proprio lì che ci troviamo a essere cacciatori della verità a tutti i costi, a prescindere da dove essa stia. Guardiamo in alto cercando di scorgere l'aria di un cielo all'interno del quale ci sentiamo irrimediabilmente soli, nella famiglia del sole. Bisogna riuscire ad andare oltre questo mai, dobbiamo raggiungere l'apice del per sempre. Come fare? Rendendo sempre sveglia, attiva e vigile la voglia di conoscere, di rompere quella barriera di impossibilità condizionata dall'essenza umana che ci portiamo sulle spalle. "Through the Never", con la sua vena introspettiva, ma aggressiva musicalmente parlando, un'attitudine che forse dovremmo imbracciare per avventurarsi il più possibile nel mondo della conoscenza, è il titolo del lungometraggio diretto da Nimród Antal, che vede protagonisti proprio i Metallica, affiancati dall'attore Dane DeHaan. DeHaan veste la parte di Trip, un roadie della band che si posiziona in mezzo al pubblico per vedere il concerto, ma viene subito spedito da un suo superiore a riempire le taniche di benzina per un camion della crew rimasto a secco.  Per andare a portare il carburante, passando col rosso, viene travolto da un'auto, quando si riprende si accorge di essere nel bel mezzo di una rivolta popolare: da questo momento in poi si trova protagonista di una serie di peripezie, che hanno a che fare con un borsone dal contenuto misterioso. Il film è stato proiettato in anteprima mondiale in occasione del Toronto International Film Festival 2013 ed è stato distribuito in tutto il mondo a partire dal 4 ottobre dello stesso anno, mentre l'anteprima mondiale è stata presentata al Festival di Cannes 2013, come produzione fuori concorso. 

Nothing Else Matters

Proseguendo nel nostro viaggio attraverso il "Black Album", la traccia seguente è uno di quei classiconi indimenticabili e immortali che, anche se ascoltati e riascoltati migliaia di volte, continuano a evocare le stesse forti e vivide emozioni nell'anima. Parliamo di "Nothing Else Matters", aperta da un arpeggio che più o meno tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato a strimpellare sul manico di una chitarra, anche se non propriamente dei chitarristi. È una di quelle ballad che ti fanno emozionare, che difficilmente assoceresti alla durezza di una band come i Metallica, se non fosse tra le canzoni più conosciute e apprezzate di sempre (anche l'italiano Marco Masini ne ha fatto una cover, italianizzata, intitolando la propria versione "E chi se ne frega"). La malinconia evocata dal riff iniziale, dolcemente ottenuto da pizzichi pacati sulle corde di chitarra pulita, trasporta con sé il tintinnio di un tamburello che dà quel tocco di ritmica in più, che sfocia successivamente in colpi tutto sommato potenti di batteria. La voce di Hetfield compare con una purezza e dolcezza che non si direbbe potesse provenire da un thrasher, ma che ci stupisce, invece, cimentandosi non solo nel cantato ma anche nel suonato: "Nothing Else Matters" è l'unica canzone, assieme ad "(Anesthesia) Pulling Teeth" presente in "Kill 'Em All", dove non compare Kirk Hammett. Un giro storico, che vibra sulla schiena immersa nei brividi, mentre una chitarra più distorta, in sottofondo, si fa sentire con timidezza: alla seconda strofa, dopo un crescendo ritmico, la voce risulta doppiata da un controcanto che gonfia la situazione, che ha modo di esplodere con il ritornello più cantato di sempre, in qualunque occasione e situazione lo rendesse possibile, di fronte a un falò con gli amici, addirittura al karaoke. Dopo il ritornello si ripresenta la strofa, con tutta la sua purezza, passione e dose di brividi sulla schiena che hanno modo di lasciarsi andare al comparire, di nuovo, del ritornello, che questa volta conduce al bridge. Arpeggi, tocchi di batteria più delicati, un basso che impreziosisce la situazione e di nuovo la comparsa della splendida strofa. Hetgield si lascia andare a qualche delicato virtuosismo, senza pendere l'occasione di sporcarsi la voce qua e là, dove la situazione lo richiede a gran voce per dare quell'impronta grintosa che prepara al ritornello. Questa volta, dietro a un muro di strumenti più intensificati, si presenta un bel solo, abbastanza breve ma destinato a essere tra i più riprodotti da chitarristi in erba o meno: sull'ultima strofa la voce si presenta come un sussurro e lascia spazio al riff iniziale che, sfumando, conclude la ballata. Una ballad firmata Metallica che parla d'amore: come si fa a non amare questo brano? Trasuda passione da ogni parte e soffermandoci sulle liriche le emozioni evocate dalla musica si cristallizzano, divenendo splendidi punti luminosi e radiosi. Così vicini, non importa quanto lontani e non conta nient'altro se non credere al proprio amore, amore che per la prima volta si trova palesato così chiaramente. La fiducia che cerco e trovo in te, ogni giorno per noi è qualcosa di nuovo, una mente aperta per una visuale differente e non importa nient'altro. Parole che si ripetono all'infinito, cercando di consolidare e sottolineare che non importa nient'altro se non ciò che loro sono, ciò in cui credono, ciò che di più non avrebbero potuto chiedere di provare al loro cuore. Sembra che in realtà Hetfield, inizialmente, non volesse pubblicare la traccia perché considerata troppo personale: l'avrebbe infatti scritta mentre era al telefono con la sua fidanzata, con una mano soltanto. Fu Lars Ulrich a insistere affinché venisse a tutti i costi inserita nel "Black Album", arrivando a renderla il pezzo immortale che si rivela essere tutt'oggi dopo quasi trent'anni. Quell'arpeggio in Mi minore è stato certificato dalla FIMI in Italia disco d'oro ed è entrata, di diritto, nella classifica Billboard. È stata coverizzata da un sacco di artisti in tutto il mondo, partendo dagli Apcalyptica fino ad arrivare a Shakira, che l'ha cantata durante il The Sun Comes Out World Tour (oltre al già citato Masini che addirittura l'ha riproposta con un cantato in italiano). Tra le altre cose, "Nothing Else Matters" fa parte della colonna sonora del film "Sangue del mio Sangue" di Marco Bellocchio, presentato alla 72° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia: si tratta di una versione cantata dal coro femminile Scala & Kolacny Brothers, rivisitata da Carlo Crivelli, che accompagna una trama dove si incontrano vampiri, suore e... Metallica.

Of Wolf and Man

Non volendo "Nothing Else Matters" si ricollega, in qualche modo, alla successiva "Of Wolf and Man", proprio grazie al film di Bellocchio che ha a che fare con creature soprannaturali, i vampiri: in questo caso ci troviamo nel regno dei lupi mannari. Figura della tradizione popolare di tutto il mondo, il mezzo lupo e mezzo uomo è in questo caso evocato da un Hetfield che parla in prima persona, che ci narra della propria corsa sfrenata attraverso la nebbia nel nuovo giorno, donandoci chicche cartesiane come I hunt, therefore I am, caccio quindi sono. Mettiamo da parte la res cogitans e il famossissimo Cogito ergo sum cartesiano (tradotto in inglese con I think, therefore I am) e lasciamoci andare nel mondo del quale è, in fin dei conti, padrone proprio il lupo mannaro, che raccoglie dalla terra l'agnello caduto. Un gioco di parole con angelo caduto? Probabilmente, anche se, a tutti gli effetti, il gioco di parole suona meglio in italiano piuttosto che in inglese, dato che angelo e agnello sarebbero l'uno l'anagramma dell'altro, se solo ci fosse una l in più. Un cambio di forma repentino ed ecco che il nostro protagonista sente di esistere, sente di potersi muovere molto più velocemente, restando con tutti i sensi allertati. La luna splende alta nel cielo stellato, mentre la brezza si fa gelida come l'acciaio: un richiamo selvaggio, un ululato e la paura negli occhi di chi si rende conto di essere molto prossimo alla propria fine, quando la fine è là, alle spalle, pronta a divorare. Ma, a differenza di quanto solitamente la cinematografia e la letteratura tendono a sottolineare, in questo caso il protagonista è felice di poter vivere questa esperienza selvaggia, poiché grazie al selvatico si può preservare al mondo: esorta, dunque, lo spettatore della sua trasformazione a cercare in lupo in se stesso, sperando di poter così comprendere e afferrare il significato del lupo e dell'uomo. Per queste parole ci sono due strade interpretative: o prendiamo "Of Wolf and Man" come una traccia le cui liriche si ispirano al film "The Wolfen" del 1981, diretto da Michael Wadleigh, o come la trasformazione di Hetfield che affronta quando beve. Se "Nothing Else Matters" era un tripudio di gentilezza, dolcezza ed emotività, la traccia che le fa seguito è esattamente il contrario: sfacciata, crudele e spietata, colpisce duro sull'acceleratore, picchiando forte dietro alle pelli e distorcendo profondamente le chitarre. Un riff introduttivo prepara, lanciando inaspettatamente verso la strofa: la voce suona piuttosto pulita, pronta a sporcarsi  sulle cadenze finali per rendere il tutto molto più grooveggiante. Le ritmiche caricano, sottostando agli ordini vorticosi delle sei corde, preparando a un campo di battaglia che sappiamo non lascerà scampo: nella seconda parte della strofa, le pelli risultano molto più decise, mentre gli altri elementi rimangono pressocchè invariati. Il ritornello, aperto e molto intrigante, è quella esplosione liberatoria che probabilmente prova, in effetti, un lupo mannaro intento a correre in cerca di una preda innocente e innocua. Esprime quella sensazione di selvaggio e selvatico evocato all'interno del testo, mantenendo comunque il tempo generale della situazione piuttosto simile a quello della strofa. Strofa che non tarda a ripresentarsi, con voci che si doppiano, pronte a condurci di nuovo sulla retta via del ritornello: dopodiché è quasi come se un ruggito in sottofondo ci facesse trasalire, presentandosi all'improvviso alle nostre spalle. La situazione tesa creata da chitarre, basso e batteria ha tutta l'aria di esser pronta a sputarci un lupo mannaro con le fauci grondanti saliva, direttamente all'aorta: quando scompare la batteria la tensione si taglia con un coltello, o meglio, con una corda di chitarra. Forse proprio con quella che si palesa assieme al solo, un tripudio di piacere, né più né meno, e di dolore: sembra quasi di sentire al contempo il dolore dell'immaginaria vittima sbranata e il piacere del lupo mannaro che finalmente può lasciar libera la propria essenza, il proprio essere così libero e selvaggio. Dopo il solo non cambiano le cose, la tensione resta lì assieme a un sapore di sangue che via via inizia a divenire sempre più familiare: ululati in lontananza, ringhi, la voce di petto di Hetfield che quasi ci sfida a trovare il lupo dentro di noi riportano al ritornello finale, dove la situazione torna a essere normale, per quanto normale possa essere una situazione sopranaturale. Una curiosità che forse qualcosa di soprannaturale ha, è un esperimento fatto dall'Università  di Wisconsin-Madison, che ha a che fare con "Of Wolf and Man" e una specie di scimmia dell'Amazzonia, chiamata Tamarino (o scimmia di Liszt per la somiglianza col noto compositore ungherese). Lo psicologo Charles Snowdon, qualche hanno fa, ha infatti dimostrato che in questo buffo animaletto non esiste nessuna musica, classica e non, che riesca a suscitare risposte significative, a parte "Of Wolf and Man" dei Metallica. Il motivo? Sembra che la traccia, nel Tamarino a chioma di cotone, sia in grado di richiamare il suono che emette per esprimere tranquillità: questi simpatici animali, infatti, reagirebbero solo alle musiche che riescono a comunicargli paura/aggressività o affiliazione/tranquillità, variabile che cambia a seconda della composizione alla quale vengono esposti. Insomma, il Tamarino è una scimmia che porta il nome di un compositore di musica classica, ma che in realtà riesce a tranquillizzarsi solo coi Metallica.

The God That Failed

La successiva "The God That Failed" viene introdotta da un riff molto groove, a base di basso e batteria, sul quale vanno a posizionarsi chitarre molto acide e affilate come lame: la strofa si dispiega come un ventaglio, presentandosi come un concentrato nero e assoluto di potenza estremamente tesa. La voce dona affanno alla situazione, dimostrando di essere un punto luce, quasi, strozzato, però, da quella cupezza generale che non ha intenzione di farsi da parte, permanendo nel sottosuolo dal quale riesce a sgorgare in tutta la propria trionfante pesantezza. Una carica esasperata conduce direttamente al ritornello, più aperto e che vede il susseguirsi di un bel giro di accordi che dà la giusta carica, senza però tralasciare quel pizzico di melodia tale da rendere la traccia più catchty. Si ripropone la strofa, nera come la pece e affannosa come  l'aria dell'inferno, che nuovamente riporta alle pendici del ritornello: questa volta ci si palesa un bellissimo assolo di sei corde, che infonde una sensazione di piacere pungente man mano che si dispiega in tutta la propria sfacciatezza. Un breve stacco, e ricompare il solo, diretto nuovamente al ritornello, seguito dal reprise della strofa e direzionato verso la ripetizione di tutti gli elementi già incontrati fino ad ora: sul finale, la tensione è esasperata e trattenuta da una sensazione generale di sospensione, dovuta dalla ritmica studiata ad hoc per lasciare che il cervello emani raffinate endorfine al momento dell'esplosione generale che conclude il pezzo, al quale fa eco un brevissimo arpeggio di chitarra pulita. Si parla con disprezzo del Dio che ha fallito, grazie al quale si riesce a provare una sensazione di orgoglio quando ci si inginocchia. È un seme che viene piantato e che successivamente cresce, racchiudendo in sé tutto ciò che si potrà conoscere e che darà il là per decidere ciò in cui credere: la fede è negli occhi di chi non riesce ad ascoltare quelle bugie scoraggianti. C'è fede in ogni azione, in ogni lamento che, anche se procura dolore, non può precludere la totale adesione a un Dio che dimostra di fallire ogni volta che gli viene data fiducia, ma che procura solo un corpo freddo, morto, in una tomba. Queste parole, seppur già pesanti se viste in maniera superficiale e d'impatto , nascondono una rabbia più che comprensibile dal punto di vista di Hetfield: sua madre è morta di cancro dopo aver rifiutato tutte le cure possibili, credendo che Dio l'avrebbe fatta guarire. Ovviamente se non avesse creduto ciò e fosse stata curata, probabilmente sarebbe sopravvissuta: Paul Martens, professore di religione della Baylor University, ha osservato che la traccia ha guadagnato ammirazione da alcuni gruppi anti-religiosi, come per esempio da parte degli Alabama Atheist e del The Secular Web. Tuttavia, Hetfield non celebra tanto il fallimento di Dio in queste parole, piuttosto incolpa Dio per la morte di sua madre e per quella fede che l'hanno portata a una fine dolorosa e abbastanza insensata. Un astio più che comprensibile e che si presta perfettamente a un esorcismo del proprio dolore, sfruttando il potere della musica e delle parole: a tal proposito, Hetfield ha definito la traccia "Very nice. Slow Heavy and ugly" (Molto carina, lenta, pesa e violenta).  Stando a quanto riportato da Hammett, sia lui che il produttore Bob Rock hanno lavorato insieme alla stesura del bellissimo solo che si può ascoltare all'interno della traccia: Hammett, volendo aggiungere un po' di armonia in più, vide però contrastata la sua idea da Bob Rock secondo il quale, così facendo, la traccia sarebbe risultata troppo carina e propose di suonare, piuttosto, la melodia più alta di un'ottava. Quello che secondo Kirk è uno dei soli che più apprezza degli album, è stato il frutto di una serie di performances susseguitesi durante la registrazione del "Black Album".

My Friend of Misery

La penultima traccia del lavoro è "My Friend of Misery", una delle tre song scritte con la partecipazione di Jason Newsted durante la sua militanza nei Metallica (dal 1986 al 2001). Pensata inizialmente per essere una traccia strumentale, finì per arricchirsi del testo e del relativo cantato e fu presentata live per la prima volta a Praga, Repubblica Ceca, il 7 maggio 2012. È proprio con un bel giro di basso, tra il drammatico e l'energico, che la traccia si avvia, trovando subito dietro di sé un muro potente e sfacciato di sei corde e charleston: se in "...And Justice For All" Jason Newsted e il suo basso si sentivano a malapena, Bob Rock ha voluto dare uno spessore in più da questo punto di vista, aumentando nettamente i volumi con "Metallica": il riff, ideato proprio da lui, gli ha fatto guadagnare i credits nell'album, nonostante il suo contributo si sia quasi solamente ridotto a questa traccia. Ritornando al bel riffone di apertura, fa un po' da colonna pilastro del songwriting, in quanto anche il guitaring segue la melodia portante, rendendola più incisiva e aggressiva, creando un'atmosfera estremamente triste. A donare un'atmosfera ulteriormente malinconica, un giro di chitarra che si sovrappone agli altri strumenti, spiccando timidamente, ma garantendo un ottimo effetto per il mood generale che man mano viene a crearsi e a dispiegarsi. Lo spazio che si ritaglia la voce dopo l'introduzione strumentale comporta un ispessimento generale della situazione: le pelli divengono più presenti e più ritmate, le sei corde, pur rimanendo sugli accordi principali, si lasciano andare, tendendo, assieme alla voce grintosa al punto giusto, verso una situazione più movimentata e affannosa. Dopo un paio di stop ritmici, compare il ritornello, iniziato dalla parola Misery ma, nonostante l'impronta lirica, risulta in realtà essere estremamente potente e più aperto dal punto di vista melodico. Cambia un po' il registro generale, che non tarda a comparire nuovamente sull'allungo finale di voce: tornano in scena tutti quegli elementi finora già incontrati, portandosi appresso quel carico adrenalinico e malinconico, che fin dal giro di basso iniziale hanno dato l'impronta portante alla traccia intera. Di nuovo, ci troviamo ai due stop che sappiamo già daranno inizio alle danze del ritornello che, puntualmente, bussa alla nostra porta: questa volta, dopo, troviamo ad aspettarci un bel bridge che si presenta subito col giro di basso iniziale. A rendere la soluzione ancor più emozionale, delle corde di chitarra effettate e un lavoro ottimo di ritmica conducono i giochi, posizionandosi su delicati colpi di charly: un arpeggio di pulita gonfia il petto, creando un'atmosfera tesa e molto raffinata, che conduce al solo, molto particolare ed estremamente godereccio. La punta dell'iceberg di un salendo emotivo, musicale e ritmico che si getta a capofitto in un ennesimo solo molto più sporcato, più noise, quasi, più sfacciato: l'introduzione al ritornello conclusivo , inaspettata e additiva. Le ultime battute della traccia si muovono su di un botta e risposta di voce e chitarra solista, che si lascia andare all'ennesima sfilata di tasti infuocati ed effettati, mentre le pelli picchiano duro, fino alla conclusione. Un faccia a faccia con un amico così triste e spossato dalla vita, questa, in estrema sintesi, la tematica portante che affrontano le liriche: trovarsi di fronte a un amico che grida, convinto di essere solo in uno stato di dolore e avvilimento, proprio di chi è avvolto dalla tragedia. Ed ecco che nel ritornello, però, la situazione si viene a ribaltare, un amico nel momento del bisogno c'è sempre, in questo caso è colui che porta un po' di speranza e che tenta di aprire gli occhi a chi si ostina a voler vedere per forza il buio. C'è molto più da vivere di quanto credi, mio compagno di sventura. Capiamo molto meglio, adesso, perché quel ritornello risuoni molto più aperto e solare rispetto alla strofa, colma di grigio, di malinconia, di sventura: ma, anche se un buon amico è dalla nostra parte, spesso non riusciamo comunque a vederlo quello spiraglio di luce nel muro di torpore che, in alcuni casi, siamo noi in primis a crearci di fronte alle difficoltà. Nessuno si interessa alle parole che dici, per quanto si possa gridare e sbraitare, il mondo sarà sempre cieco: non bisogna accollarci tutto il dolore, la tristezza e il buio del mondo, non bisogna per forza voler vedere tutto come sbagliato o come una maledizione. Per quanto si possa gridare, con quanta forza si possa cercare di disperarsi, la voce prima o poi finirà e non rimarrà nient'altro se non la sventura, compagna di chi si ostina a voler tenere sulle proprie spalle il destino del mondo intero. 

The Struggle Within

Il nostro viaggio all'interno di questo lavoro si conclude con "The Struggle Within", introdotta da un'energica marcia che vede batteria e sei corde unite, in prima fila, per iniziare col giusto piede. Col piede di guerra. Uno stacco nel quale rimane solo un'acuta nota di chitarra lascia spazio alla strofa, caricata inizialmente dalle ritmiche che poi la lasciano sfogare in tutta la sua aggressività: tirata, spedita, cupa e cattiva, la traccia prosegue con un'attitudine molto 80s portandoci direttamente alla corte del ritornello, dove un ottimo chorous riesce a dare un impatto davvero notevole all'atmosfera generale della canzone, donandole personalità e invitando a intonarlo a gran voce. Aggressività e cattiveria che rimangono, ovviamente, nella seconda strofa, introdotta da un breve stacco ritmico e da una sei corde serrata e nervosa, che subito ci riporta alla mente la sezione iniziale con la quale ci eravamo scontrati trovandoci scaraventati contro un muro di cattiveria e potenza. La sensazione che si ha è quella di essere intrappolati in una gabbia e bombardati in continuazione, da ogni lato, da una serie di colpi di batteria spediti, ritmiche di ritmica e corde di basso che non intendono fermarsi neppure di fronte alla molteplice frattura dell'osso del collo a causa del troppo headbanging. Un momento di pausa piuttosto truffaldina si ha con lo stacco che precede il ritornello, col quale si torna a far vorticare la testa con energia e veemenza, di nuovo alla fine del ritornello delle battute ci fanno quasi pensare che sia giunta l'ora del tramonto per questa traccia, ma tutti conosciamo bene i Metallica e quel minuto e trentasette rimanente, probabilmente, sarà un'esplosione catastrofica e adrenalinica. Al comparire del solo ogni dubbio o ipotesi diventano una certezza, si parte a mille con un'attitudine assolutamente sfrontata e seducente, per un solo veramente spettacolare, fluido, che scorre perfettamente assecondando anche gli up e down tempo che si alternano freneticamente. Compare una terza strofa piuttosto inaspettate, seguita ovviamente dal ritornello che continua a tirare come fosse il primo ascolto, mentre la traccia volge al termine adottando, paradossalmente, il riff introduttivo della strofa. Il conflitto interiore è la traduzione in italiano del titolo di questa traccia che, come possiamo dedurre, affronta una tematica molto particolare e introspettiva: siamo alla ricerca di qualcosa che vogliamo provare, che dobbiamo provare, mentre però rimaniamo ben saldi e attaccati a ciò che credevamo fosse vero. Ci sono tante cose che non vogliamo fare, ma cosa abbiamo da perdere? Cosa pensiamo di trovare? Ipocrita, la risposta secca, concisa e dura. E in questo caso il conflitto interiore si adatta alla perfezione per essere la propria rovina, così facendo diventiamo la mano che chiude la propria bara. La propria casa, simbolo del nido, della protezione, della stabilità e della tranquillità, diventa in questo caso un inferno: da fortezza sicura a prigione troppo sicura, c'è solo da lottare per guadagnarsi la libertà quando ci si trova in queste situazioni, quando disperatamente si cerca di afferrare quello che vorremmo avere, che vediamo sempre più vicino ma con i contorni poco definiti, a causa della pressione che rende questa caccia praticamente impossibile. "The Struggle Within", scritta da James Hetfield e Lars Ulrich, non è mai stata rilasciata come singolo ed è stata presentata live, per la prima volta, solo nel 2012, in occasione del The Black Album tour (7 maggio 2012 - Praga). In occasione del ventesimo anniversario dell'album in questione, la band propose la scaletta al contrario e fu proprio "The Struggle Within" a fare da apripista, preceduta da un video di introduzione con il rullo di tamburi iniziale. Una curiosità riguardo alla traccia: fu l'ultima scritta dai Metallica durante l'ultimo giorno in studio. Hetfield ha trovato l'ispirazione per il testo, proprio pensando al conflitto interiore che stava vivendo perché le parole per la canzone non gli venivano.

Conclusioni

Il "Black Album" è probabilmente uno degli album più discussi e contestati non solo dei Metallica, ma dell'intero ambito metal. Il motivo? La sua posizione. Dopo "Kill'em All", "Ride the Lightning", "Master of Puppets" e "And Justice for All" questo lavoro si è fatto notare, principalmente per la sua differenza stilistica rispetto ai predecessori della discografia. Amato, odiato, osannato e criticato dall'audience, non si può negare, a prescindere dalla propria posizione in merito, che si tratti di un lavoro ottimo dal punto di vista compositivo e molto variegato: in un baleno si passa dalla ballad al pezzo pestone, una scelta intelligente ma anche coraggiosa, considerando anche le performances di Hetfield che, piuttosto che scegliere una versione di sé estremamente aggressiva dall'inizio alla fine del lavoro, decide di abbracciare qualche variazione stilistica che, personalmente, reputo interessantissima. Parliamo di un album che ha sì ricevuto critiche e complimenti, ma che volenti o nolenti tutti abbiamo ascoltato nel nostro curriculum del metallo, proprio per questo motivo, al di là del giudizio critico, bisogna almeno sottolineare che questo spartiacque della discografia dei Metallica è destinato a stare nei cuori di tutti noi. Parliamo anche solamente di "Nothing Else Matters", una ballad firmata Metallica, coverizzata da un sacco di artisti che col metal poco hanno a che fare (ricordiamo Marco Masini e Shakira), che riesce a far emozionare ancora, nonostante centinaia e centinaia di click sul tasto play del mangiacassette, del lettore cd, dell'iPod. E probabilmente proprio questa traccia può rappresentare l'emblema delle critiche più aspre che il "Black Album" ha ricevuto: i Metallica non fanno più thrash metal, ma semplice hard rock. Ne siamo sicuri? Di rimandi all'impronta originaria questo lavoro ne è pieno, e proprio per questo, se vogliamo evitare di vedere il bicchiere mezzo vuoto, potremmo scorgerlo mezzo pieno pensando che non si tratta di una fine, di una morte, di un tradimento, bensì si tratta esattamente del contrario. I quattro cavalieri, proponendo questo ponte musicale e stilistico, aprono le porte a un pubblico molto più vasto, che probabilmente non sarebbe mai arrivato a conoscere i Metallica o il thrash metal. Quando si inizia ad ascoltare una band, ci si appassiona, si necessita di scavare più a fondo per sentirne le interpretazioni di altri menti: i Metallica, con un lavoro più "leggero" rispetto ai predecessori, hanno fatto sì che tutti potessero scoprire chi sono e cosa fanno, o cosa hanno fatto e chi sono stati, volendo essere certi di avere lo sguardo puntato al futuro. Se questo album non avesse portato con sé quello che suona, a questo punto, come un nome da maledire e se al posto dei Metallica ci fosse stato un qualunque gruppo X, probabilmente tutti lo avrebbero solamente osannato. Brani come "Enter Sandman" ancora oggi suscitano gioia ed elettrizzano gli ospiti di rockoteche o semplici pub con musica di sottofondo: qualcosa vorrà pur dire. Vuol dire che sì, i Metallica hanno cambiato rotta scegliendo di aprirsi a un pubblico più vasto. Questo, i thrasher più fedeli, lo vivono come una sorta di tradimento ed è comunque comprensibile. Gli unici che ne sono usciti vincitori, dopotutto, sono stati proprio i Metallica che hanno visto un'impennata nelle proprie vendite e un pubblico molto più ingrandito, sicuramente anche molto più giovane. Come in ogni band che fa un cambio di rotta, attirando lodi e infamie da tutti i fronti, è necessario fare una considerazione: la vita stessa è cambiamento, figuriamoci la musica. Se la musica fosse sempre tutta uguale, ci troveremmo in una condizione di monotonia aberrante e fastidiosa. Il cambiamento, com'è ovvio che sia, non sempre è favorevole, spesso destabilizza, in alcuni casi lascia una scia di trionfo della quale, a distanza di anni, se ne può ancora avvertire la presenza. Il "Black Album" è un cambiamento e come tale si porta appresso tutte le considerazioni sacrosante che il pubblico ha il diritto di ponderare ed esporre: anziché guardarlo, però, soltanto come la fine di un'epoca - e qui mi rivolgo a coloro che lo disprezzano (probabilmente il più disprezzato rimarrà comunque per sempre "St. Anger") - proviamo a guardarlo per quello che è. Un disco con 12 tracce molto buone, alcune delle quali veramente ottime, partorito in un periodo che richiedeva questo, in linea con le produzioni discografiche del momento: certo è il Black Album, ma non occorre vedere tutto nero. Proviamo, piuttosto, a guardare e soprattutto ascoltare quanto di piacevole e ottimale si può scorgere all'interno di tutto questo nero e ci troveremo ad avere a che fare con un lavoro che, ancora oggi, riesce a regalare un'infinità di emozioni così contrastanti e distanti le une dalle altre, da far esaltare.

1) Enter Sandman
2) Sad But True
3) Holier Than Thou
4) The Unforgiven
5) Wherever I May Roam
6) Don't Tread On Me
7) Through The Never
8) Nothing Else Matters
9) Of Wolf and Man
10) The God That Failed
11) My Friend of Misery
12) The Struggle Within
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