METALLICA

Master Of Puppets II

1986 - N.E.W.

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
31/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il 1986 può essere definito come la prima tappa fondamentale dell'evoluzione dei Metallica: dopo il corrosivo esordio di quattro anni prima, avvenuto come sappiamo con il rinomato "Kill 'Em All", questi thrasher lungicriniti vestiti unicamente di stivali, jeans strappati e giubbotto di pelle iniziarono a far sentire i primi loro vagiti sulla scena mondiale. La seconda mazzata giunse infatti nel 1984, con il successivo "Ride The Lightning" un disco che dal sound grezzo e tagliente dello Speed Metal old school iniziava a consolidarsi in maniera più netta sui binari del Thrash; i riff serrati, i quattro quarti incalzanti e la voce aggressiva e di impatto restano immancabilmente gli ingredienti principali delle creazioni dei Four Horsemen, ma con questo secondo lavoro si iniziano ad intravedere anche le loro capacità compositive in ambito melodico: le canzoni sono sempre vere e proprie perle con cui scuotere la testa, ovviamente, ma al di là del riffing schizofrenico i quattro si cimentano ora in qualcosa di diverso, basti pensare alla sontuosa "Fade To Black", canzone la cui parte arpeggiata è diventata ormai una di quelle suite che tutti i metallari reputano leggendaria e con cui tutti i chitarristi si sono cimentati almeno una volta durante le snervanti ore passate a studiare ed esercitarsi sullo strumento. A diminuire, oltre alla portata dei decibel, se così si può metaforicamente dire, sono anche i bpm: le cavalcate infuriate di "Motorbreath" e della stessa "The Four Horsemen" si accostano ora a brani più marziali e cadenzati, e qui non si può fare a meno di citare "For Whom The Bell Tolls" come esempio, brano omonimo al romanzo di Hemingway la cui inesorabile avanzata in quattro quarti lento ma deciso fa marciare tutti i fan della band ad ogni esecuzione, avvolgendoci inoltre in quella atmosfera velatamente doom portata dal contrasto della tonalità bemolle su cui è strutturata la melodia. Inoltre, fa la sua prima comparsa un brano strumentale completo (poiché sul debut la quinta traccia consiste in un travolgente assolo di basso accompagnato dalla sola batteria), un espediente ancora del tutto nuovo e terreno in esplorato in fatto di Heavy Metal in cui i Metallica si avventurano in qualità di precursori regalandoci la solenne "The Call Of Ktulu". Il repertorio del gruppo è già quindi tracciato dopo appena due dischi, ma in un certo senso i quattro metalheads tutti headbanging e lattine di birra unicamente capaci ad inanellare strofa e ritornello per tre volte a moduli di quattro giri sembrano ormai aver fatto il loro tempo, lasciando ora il posto a quattro metallari sì sempre assetati di lattine di birra ma anche votati ad una ricerca creativa molto più raffinata e meditata, orientata verso il consolidamento di quel sound personale che li renda riconoscibili immediatamente fin dal primo ascolto. La missione sembra essere già compiuta in partenza, dato che in meno di dieci anni certi loro brani sono già diventati dei classici, ma è qui che si rivela l'importanza del già citato 1986 come primo giro di boa del gruppo di San Francisco: viene dato alle stampe "Master Of Puppets", l'album forse più pretenzioso che una band thrash metal potesse partorire negli anni Ottanta, decade in cui, come sappiamo, il genere che ascoltiamo ed amiamo stavano ancora scalando le vette della ribalta. La tracklist si componeva anch'essa di otto canzoni, come il predecessore, ma furono abbastanza per far segnare ai Metallica un'altra tacca sul loro fucile: il disco ebbe un enorme successo, dopo la pubblicazione della Elektra Records esso fu il primo lavoro della band a superare le cinquecentomila copie, senza contare che i riconoscimenti continuarono ad arrivare anche negli anni successivi; il lavoro si posizionò infatti alla ventinovesima posizione nella Billboard duecento, per poi ottenere, proprio quest'anno, l'inserimento nella National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d'America in quanto disco "culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo". Sembrerebbe giunto l'apice già qui, ma sappiamo bene che Hetfield e soci (tra cui all'epoca spiccava ancora il mai troppo compianto Cliff Burton al basso) non si fermarono qui: a cinque mesi di distanza dalla pubblicazione del terzo lavoro venne pubblicato anche il singolo di "Master Of Puppets", stampato in edizione limitata a sole cinquecento copie in vinile da parte della N.E.W. Musidisc, etichetta francese ormai chiusa che lanciò il prodotto in via esclusiva in patria e nel cui catalogo spiccavano anche lavori di Anthrax, Death, Exodus, Nuclear Assault e Venom. Stiamo quindi parlando di una vera e propria chicca da collezionisti, al cui interno sono contenute le versioni abbreviate della titletrack e di "Welcome Home (Sanitarium)", la famosissima quarta canzone nella scaletta dell'album. Per quanto riguarda la copertina, essa è la stessa del lavoro principale, con l'unica differenza che essendo stampata su un diverso formato di cartolina, i colori risultano generalmente più freddi rispetto all'artwork primario. Sembrerebbe un singolo dalla portata trascurabile, ma il fatto che sia stato ripreso e ristampato Anche dalla New Elecrtic Way e dalla Music For Nation dovrebbe mettere d'accordo tutti sul fatto che i feticisti dei Four Horsemen non possono assolutamente farsi scappare questa succulenta produzione.

Master Of Puppets

In prima posizione troviamo dunque "Master Of Puppets" ("Burattinaio"), la cui versione qui contenuta, come anticipato, è drasticamente ridotta di minutaggio a soli tre minuti e ventisette secondi contro gli otto minuti e trentasei secondi della versione originale con cui i Metallica ci deliziano ad ogni live. L'esecuzione parte direttamente dai tre stacchi ravvicinati dell'intro, saltando quindi il primo accento isolato con cui i quattro americani ci danno il primo pugno in faccia; il break successivo prosegue come da copione, con le immancabili mazzate di basso di Burton a scandire gli accenti insieme ai piatti di Ulrich. La prima strofa procede incalzante e serrata, mantenendosi inalterata in tutto il suo sviluppo, per poi giungere al granitico ingresso della voce, dove, trattandosi del 1986, troviamo un James Hetfield ancora dalla voce squillante e più alta data la sua giovane età. Su di essa si trova un lieve accenno di riverbero, atto a creare quel tenue effetto eco che si apprezza soprattutto nel bridge e nel successivo ritornello: con la salita della tonalità infatti, le parole del biondo vocalist acquistano un maggior corpo, inspessendo quindi la linea vocale eseguita e rendendola senza dubbio più decisa. Nel bridge la diteggiatura resta quella della strofa, con la differenza di un tono superiore a livello di tonica; questo salto consente un aumento della frenesia e del ritmo già di per sé serrato del pezzo, facendoci percepire questa variazione come una brusca sterzata di un'auto in corsa, passata la quale si arriva alla proverbiale sequenza di stop and go del ritornello. Le chitarre eseguono una serie di powerchord stoppati inizialmente coordinati con gli accenti della batteria, per poi piazzare nella terza pausa un fraseggio solista che si riallaccerà alla ritmica immediatamente successiva. Il tempo resta sempre un quattro quarti lineare ed a lanciarsi nel maggior numero di variazioni sono gli strumenti elettrici, questa sequenza infatti risulta particolarmente variegata sino ai famosi stacchi che scandiscono la parola "master" ("padrone", componente della traduzione letteraria "padrone delle marionette" ossia "burattinaio"), dopodiché, per rialzare il tachimetro, la parte successiva del titolo viene distesa su una serie di accordi tenuti, un provvisorio attimo di respiro prima della nuova martellata tirata con una nuova serie di stacchi stoppati. Concluso questo break, il pezzo riprende a spingere sull'acceleratore; a farci scuotere nuovamente la testa è la sequenza di chitarra iniziale, che viene ripresa in maniera identica all'apertura restando sempre sostenuta dal drumming lineare di Ulrich. Il primo giro di questa seconda parte viene eseguito unicamente dagli strumenti, venendo però dimezzato di misura, ad introdurre la seconda parte cantata nella prossima strofa sarà lo stesso stop and go utilizzato nella sequenza precedente: Hetfield riprende a cantare con la stessa cadenza, eseguendo sempre contratte le prime porzioni di frase per poi allungare l'ultima parola. Come da programma la tonalità si alza nuovamente, procedendo sempre travolgente ed incalzante anche grazie al sostegno del basso compatto di Cliff Burton che accompagna la cavalcata attraverso una serie di note precise e fluide, suonate con il tocco magico tipico del bassista statunitense amante dei Misfits. Si giunge così al secondo ritornello, anch'esso intervallato dagli stacchi sullo stesso modello di quelle eseguito qualche minuto prima e qui sopraggiunge il taglio: la canzone infatti va a concludersi nel momento in cui nella versione originale la voce andava a spegnersi in fade out per dare avvio alla parte arpeggiata centrale che sarebbe poi sfociata nel terzo blocco strutturale e nel successivo finale. Non si può certo dire che il lavoro di accorciamento sia stato eseguito in maniera egregia, dato che se si presta attenzione si sente ancora il primo dei controcanti originali ribassato di tonalità andare a spegnersi in maniera alquanto brusca, una dissolvenza in uscita più morbida, magari atta a far concludere il pezzo poco prima dell'inizio della parte in pulita, avrebbe migliorato la conclusione di questa versione evitando il classico effetto mannaia. Conoscendo il pezzo nella sua completezza così come è stato scritto dai Metallica non si può certo dire che questa versione sia brutta, ma se, per ipotesi, la versione originale fosse stata la più breve e la limited edition quella più lunga l'effetto sorpresa sarebbe stato senz'altro maggiore. Dal punto di vista lirico, il testo comprende per intero le prime due strofe fino ai relativi ritornelli, avendo per protagonista la droga ed in particolar modo il rapporto di schiavitù che essa crea con chi ne è completamente dipendente. Nel caso di questa particolare composizione al centro della scena troviamo l'eroina, una droga molto diffusa negli anni Ottanta, ma il discorso che James Hetfield sviscera in questa sua scrittura può benissimo ampliarsi a qualsiasi tipo di sostanza stupefacente: il tutto inizia per caso, magari provando ad assumerla su invito degli amici per ricevere quella spinta in più che occorre per sballarsi ad una festa, alla prima dose siamo ignari di tutto, anzi, stoltamente pensiamo che assumerla una volta non sia certo pericoloso e che siamo ben consapevoli dei danni che porta a lungo termine, dandoci quindi quel primo giro come primo ed ultimo della nostra esistenza, fatto solo per poter dire di aver provato l'esperienza. Il problema sopraggiunge immediatamente dopo, quando la droga compie il suo primo ingresso nel nostro flusso sanguigno sparandoci l'adrenalina a mille e facendoci sentire indistruttibili; lo stantuffo della siringa sembra averci iniettato un fluido per l'immortalità dritto nel corpo, ci sentiamo delle macchine da guerra e ne vogliamo ancora ed ancora, ma a lungo andare il nostro organismo viene lentamente distrutto senza che ce ne si possa rendere conto, lasciandoci a terra completamente sfatti ed inermi come delle marionette in mano ad un sadico burattinaio. Ormai siamo schiavi della dipendenza e non c'è assolutamente modo di tornare indietro, non possiamo far altro che ubbidire al nostro padrone, mentre lui incurante delle nostre urla di supplica stringe attorno alla nostra gola le lenze con cui ci ha schiavizzati per soffocarci fino all'ultimo respiro vitale. Non a caso l'immagine di copertina è eloquente in questo senso: la serie di croci anonime di un cimitero fatto di vittime della droga è sovrastato dalle lenze legate direttamente alle mani di un anonimo pburattinaio poste ai due angoli in alto dell'immagine, una efficace metafora di come la droga ci renda tutti schiavi.

Welcome Home (Sanitarium)

L'altra canzone presente in questo singolo è "Welcome Home (Sanitarium)" ("Benvenuto A Casa (Manicomio)") la cui versione risulta abbreviata di soli due minuti rispetto agli originali sei minuti e venticinque secondi originali, il taglio dunque è molto più leggero rispetto alla titletrack. La canzone si apre con un giro di armonici eseguito dalla chitarra pulita effettata con un deciso riverbero al fine di rendere più eterea e leggera l'apertura; le note infatti vanno così a dissolversi nel metaforico silenzio impenetrabile della stanza di un manicomio abbandonato dove ancora giace dimenticato un paziente. La parte prende lentamente avvio con l'ingresso del mid tempo di Ulrich, un disegno ritmico molto semplice eseguito unicamente con charleston, cassa e rullante per usare il resto dei fusti solo nei passaggi di chiusura delle battute. Dopo un iniziale fraseggio della chitarra solista, le sei corde si dividono le parti, delineandosi ognuna in maniera molto definita: mentre una resta sempre sul pulito ad eseguire l'arpeggio principale, l'altra passa ora al distorto, scandendo con delle decise pennate in palm muting i colpi ritmici dati dalle bacchette del drummer danese. La prima strofa procede fluida e delicata, sull'esempio di quanto già fatto dai Metallica con la succitata "Fade To Black", ma in questo caso non ci sono incisi esplosivi che spezzano la quiete generale, in questa composizione il tutto è manovrato da un graduale e dinamico crescendo che sfocerà successivamente nel ritornello, dove anche l'altra sei corde si lancerà sulla distorsione per eseguire una sequenza compatta e monolitica di powerchord. Proprio il ritornello dunque risulta essere il punto di arrivo della crescita iniziata fin dall'introduzione, il tono di Hetfield si fa più grave e deciso e le parole vengono distese in maniera molto ampia sulla solida base di accordi fornita dalla ritmica; la prima sfuriata verso la propria follia è lanciata e come da programma nel songwriting dei 'Tallica si passa ora ad una nuova ripartenza in pulito. L'arpeggio ora è affiancato da un primo assolo di Kirk Hammet, mentre il basso di Burton resta compatto insieme al tempo di Ulrich; anche la seconda strofa procede dunque sostenuta dalla chitarra priva di distorsione e ad affiancare il vocalist sono present anche dei cori collocati in pochi determinati punti per conferire maggiore pathos alla linea vocale. La struttura segue nuovamente la classica sequenza strofa - ritornello ripetuta due volte, conclusa la quale il brano andrà chiudersi, in maniera meno violenta questa volta, sulle prime battute della cavalcata conclusiva. Pur restando abbastanza standard a livello di moduli compositivi, i Metallica danno ampiamente prova del loro talento nell'allestire delle singole componenti decisamente d'effetto per poi concatenarle tra loro in maniera abbastanza automatica, ottenendo però una resa finale sempre convincente e fresca. A raccontare il testo è sempre James Hetfield in prima persona, questa volta intento a rivestire i panni di un paziente di una clinica psichiatrica che almeno esternamente non ha né finestre né sbarre, i degenti non sono fisicamente impediti nei movimenti, eppure sono in qualche modo tenuti sotto controllo, dato che il manicomio a cui ci si riferisce in maniera metaforica è la realtà di tutti i giorni. In questa dimensione il tempo si blocca, stoppato irrimediabilmente dalla monotonia esistenziale che rende le nostre giornate sempre tutte uguali, ognuno cammina liberalmente per la strada, in casa propria, nel proprio giardino, siamo quindi liberi ma al tempo stesso rinchiusi in una clinica per malati mentali che nessuno abbandona oggi e nessuno lascerà in futuro. La luna è piena questa notte, come ogni altra notte, perché anche se cambiano le condizioni atmosferiche la nostra mente ci fa percepire il satellite della Terra sempre attraverso la stessa immagine. Ogni notte si sognano le stesse cose, ma perchè ci sentiamo prigionieri? Non ci sono lucchetti alle porte, possiamo andarcene quando vogliamo, ma c'è una forza superiore che ci ingabbia e ci tiene bloccati. Quello che per qualcun altro è un sogno per noi è la realtà, una percezione assolutamente aleatoria che potrebbe essere la quotidianità come no, tanto è distorta dalle illusioni della vita. Gli ipotetici medici di questa struttura non percepiscono la nostra condizione, di fronte alla quale noi ci gettiamo a terra rassegnati, e senza indugiare troppo ingabbiano qualcun altro con noi, accomunandolo agli altri in quanto anch'esso affetto dalla follia che non si vede e non si riscontra empiricamente se non vivendola. Siamo destinati a restare qui, fra queste aperte e tuttavia invalicabili mura del nostro manicomio, dunque lasciateci soli, non vogliamo vedere nessuno, vogliamo solo essere noi stessi, folli o normali che si possa essere, la solitudine è il nostro rifugio e la clinica mentale la nostra casa, dato che non sappiamo cosa ci sia all'esterno, ammesso che ci sia qualcosa, e non potremmo nemmeno sicuramente sopravvivere una volta evasi.

Conclusioni

Questo singolo di "Master Of Puppets", nonostante a livello puramente oggettivo contenga unicamente delle versioni audio originali tagliate, ci offre al tempo stesso una metaforica resa che queste due canzoni avrebbero potuto avere se fossero state scritte da un gruppo meno "sperimentale" rispetto ai Metallica che pubblicarono l'album. Al di là delle singole tessere di assoluta efficacia che compongono il più ricco mosaico della struttura compositiva, se Hetfield e soci avessero deciso di fermarsi al livello mediocre delle loro creazioni avrebbero pubblicato dei pezzi di questo tipo; il loro estro e l'alchimia che correva tra loro nella seconda metà degli anni Ottanta invece li spinse ad elaborare ulteriormente quanto uscito dalle loro mani attraverso i loro strumenti, regalandoci le perle che noi tutto oggi apprezziamo e conosciamo, ma in un certo senso si può definire queste due versioni alternative come delle demo ancora work in progress, oppure come il risultato finito di una band che si accontenta semplicemente di quanto ottenuto con il minimo sforzo. Come già evidenziato, le tracce qui contenute poggiano su una semplice alternanza di strofa, bridge, nel caso della titletrack, e ritornello, mettendo in luce una composizione che, magari, avrebbero potuto ottenere i Metallica dei primissimi esordi, quelli di "Kill 'Em All" per capirci, quattro musicisti a cui bastava unicamente martellare sfrenatamente senza avventurarsi in ricerche creative troppo complesse, che avrebbero paradossalmente annoiato loro per primi. Ascoltando questo singolo e l'album per farne un confronto significa invece andare nel dettaglio ad analizzare l'effettiva evoluzione artistica compiuta dai Four Horsemen già all'uscita del loro terzo album, rendendolo al tempo stesso traguardo e nuovo punto di partenza per poi arrivare al successivo "...And Justice For All", passando ovviamente prima per l'istrionico "The 5.98 $ EP - Garage Days Re-revisited". Purtroppo, come è noto, questo prodotto rappresenta l'ultima traccia dei Metallica con al basso Cliff Burton, musicista fondamentale per il gruppo la cui perdita segnò indelebilmente gli altri membri; il successivo arruolamento di Jason Newsted condusse i Metallica su uno dei tanti sentieri del destino che li condusse poi agli anni e ai risultati che sappiamo bene, ma chissà che cosa avrebbero potuto fare se quella maledetta notte del 27 febbraio del 1986 il tourbus del gruppo non avesse beccato quella lastra di ghiaccio sulla strada durante il transito in Svezia, se Cliff non avesse vinto la sfida a carte con Kirk Hammet per accaparrarsi il posto nel letto a castello vicino alla postazione del conducente. Purtroppo non lo possiamo dire con certezza, l'interrogativo è destinato infatti a restare privo di soluzione e non ci resta che considerare questo singolo come una bozza di un lavoro più esteso concretamente sviluppato nell'album, ma che al tempo stesso lascia incompiuto il destino dei Four Horsemen con il loro storico bassista ancora al lato del palco.  

1) Master Of Puppets
2) Welcome Home (Sanitarium)
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