METALLICA

Hardwired... to Self-Destruct

2016 - Blackened Recordings

A CURA DI
MAREK & LORENZO MORTAI
24/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

I divi, si sa, amano farsi attendere. Una convenzione "très chic", quella di giungere "in ritardo" ad un appuntamento, facendosi desiderare. Anche se, come nel caso dei Metallica, una data ed un luogo non erano stati effettivamente prefissati. Una cosa, però, è certa: il fatto che otto anni rappresentano un lasso di tempo importantissimo e, se vogliamo, anche più che sufficiente; sottinteso, alla creazione di un disco che possa suonare quanto meno decente, se non proprio eccelso. A lume di memoria, infatti, "Hardwired.. to self-destruct" è stato il parto dalla gestazione più lunga, considerata e ripercorsa tutta la carriera dei Four Horsemen. Ben 2920 giorni, anche più di quel che servì per la realizzazione di "Load" e "Death Magnetic". Non proprio un quarto d'ora accademico, insomma. Un "ritardo", però, che ha recato seco un hype incredibile, alimentando le speranze dei fan ed incalzando l'auditorio in generale. Trepidanti attese, belle speranze, sogni.. magicamente, nessuno aveva più la facoltà di pensare in negativo. Neanche dopo quella catastrofe di nome "Lulu". Il quale, comunque, non dovremmo considerare come un album dei Metallica. O proprio come un album, se ci è concesso un piccolo "motto arguto". Né carne, né pesce, perso dietro una monotonia ed una sciatteria compositiva uniche al mondo. Nemmeno il peggior Tom Warrior era riuscito a far peggio, con il suo "Cold Lake". Eppure, i fan più acerrimi erano riusciti a dimenticare. L'aria venutasi a creare attorno ad "Hardwired.." lasciava ben presagire, dopotutto. Specialmente quando, il diciotto Agosto di quest'anno, il singolo omonimo dell'album entrò prepotentemente a gamba tesa, fendendo gli animi generali ed imponendosi come piacevole novità. Non più il disfattismo e la chiassosità tipiche di "St. Anger", né tanto meno le sperimentazioni "country Metal Grunge" di "Re-Load". Tantomeno, vene "lisergiche" à la  "Lulu". Solo puro, e semplice, Metallo pesante. Una bella scarica di adrenalina, un brano semplice che di certo non aggiungeva nulla a quanto fatto in precedenza; ma accidenti, se pestava. E tirava dritto. Insomma, una traccia onesta ed incalzante, piacevole e coinvolgente. "Se il buongiorno si vede dal mattino", recita un vecchio adagio. I Metallica stavano tornando davvero, era più che mai lecito pensarlo. Dopo il naufragio "St. Anger" e la lieve ripresa denominata "Death Magnetic", finalmente un ulteriore passo avanti. Basato su quanto di buono era stato fatto nel disco precedente. Del resto, fu lo stesso Ulrich a dichiarare quanto segue: "Quel che stiamo facendo, effettivamente, suona come una continuazione del nostro precedente lavoro". Eravamo nel 2011, ed il danese aggiungeva: "Mi sorprenderebbe, se riuscissimo a finire tutto entro il 2013". Visto e considerato il rilascio di "Hardwired" (singolo), però, possiamo ben dedurre quanto Lars alla fine non avesse ricevuto sorprese. Una tiritera che rischiò di cadere nel ridicolo, quando nello stesso 2013 l'uscita venne posticipata nel 2015. Senza contare la dura "sentenza" di Hammett, che spostò la probabile data addirittura verso i primi del 2017. Questioni di lana caprina, tuttavia. Quel che contava, era che il singolo non avesse deluso le aspettative.  Basta incertezze, basta sperimentalismo, basta cambi repentini di sound: finalmente, i 'Tallica erano tornati sui loro passi, pronti magari a non sconvolgere.. ma almeno, ad affermare la loro prepotente presenza sulla scena. "Corriamo all'impazzata, perché siamo stati fra i primi a farlo!". E come dargli torto? Questo, è ciò che devono aver pensato, fra loro e loro. La strada che portava al 18 di Novembre (finalmente una certezza!), data di uscita di "Hardwired..", era dunque stata ben spianata. E la concorrenza, agguerritissima, non sembrava nemmeno far troppa paura. Da un lato "Repentless", degli Slayer. Dall'altra, il buon "For All Kings" degli Anthrax. Da un'altra prospettiva ancora, il pluri-osannato "Dystopia" degli odiati cugini, i Megadeth. Per non parlare di "Brotherhood of the Snake" dei Testament. Tutti dischi apprezzati ed accettati dalla critica come dai fan. Chiaro che Hetfield & co. non avrebbero certo potuto starsene con le mani in mano, attendendo il miracolo. Bisognava lavorare duro, vincendo ogni tipo di avversità. Anche quelle più spinose, come lo smarrimento dello smartphone di Kirk, perso nell'aeroporto di Copenaghen. Una perdita grossolana e madornale, che di fatto gettò all'aria almeno duecentocinquanta idee circa probabili riff. Ancor più maldestro, il caro Hammett, che scordò addirittura di salvare tutti i dati su di una memoria esterna. Incidente che potrebbe farci sorridere, ma nemmen molto; visto e considerato il fatto che "Hardwired..", oltre ad essere il decimo album dei Metallica, consiste anche nel primo disco il quale non presenta contributi firmati Hammett, a livello di songwriting. Bypassando l'umana sbadataggine, almeno a livello di consolle non vennero riscontrati gravi problemi. Escludendo l'aiuto iniziale di Rick Rubin, i Four Horsemen decisero di affidarsi alle sapienti mani del noto Greg Fidelman, già "padrino" di "Death Magnetic" e qui chiamato a replicare i buoni risultati ottenuti dall'episodio precedente. Ad affiancarlo, il sempre vigile Hetfield ed il factotum Ulrich. Un team che non voleva né poteva sbagliare, e che in questa occasione avrebbe addirittura osato più del solito. Fece infatti scalpore l'annuncio che presentò il nuovo disco come un doppio album. Sei canzoni per disco, per un totale di oltre un'ora e venti di musica. Un "troppismo" che di fatto allarmò i fan e generò più di qualche nube. L'entusiasmo iniziale stava ormai vacillando, anche dopo l'ottimo singolo ascoltato. Fortunatamente, in suo aiuto, intervennero "Moth Into Flame" ed "Atlas, Rise!". Altri due singoli (rilasciati rispettivamente il ventisei di Settembre ed il trentuno di Ottobre) decisamente convincenti e ben studiati (più il primo, a dir la verità). Tuttavia, il minutaggio complessivo ascoltato, superava a stento il quarto d'ora. Ancora troppo poco, per gridare sia per gridare al miracolo sia allo scandalo. Alla fine della fiera, però, l'onestà e la concretezza alla base delle tre canzoni lasciavano tutti quanti almeno quieti. Speravamo, all'unanimità, che l'album si muovesse per lo meno su queste coordinate già toccate e da noi incamerate; quel che ne è venuto fuori, invece, è stato un disco quanto meno altalenante, paurosamente spaccato in due e dal retrogusto troppo amaro. Un platter che paga il prezzo di una tracklist eccessivamente lunga, proprio come accadde per "Load" e "Reload" ai tempi. Tanti episodi privi di mordente, i quali sembrano buttati lì quasi per caso, per compiacere forse l'ego dei creatori. Troppo tempo da riempire? Fretta? Volontà di strafare? Chi può dirlo. Tutto quel che abbiamo fra le mani sono due dischi a volte differenti come il giorno e la notte. Colmi di momenti esaltanti ma contemporaneamente di bassi preoccupanti. Insomma, "Hardwired.. To Self-Destruct" è riuscito nuovamente a spaccare in due la critica, muovendo opinioni contrastanti, sollevando un gran bel polverone; il quale, nemmeno a dirlo, è ancora ben lungi dal placarsi. O dal preoccupare il gruppo e l'etichetta interessata, la "Blackened", visto che l'ultimo lavoro di casa Metallica ha già incassato guadagni da capogiro. Nonostante, c'è da dirlo, una copertina di gusto un po' pacchiano: sfondo bianco e logo classico in nero, in alto: al centro, una bizzarra fusione dei quattro volti della band. A tinte vagamente arcobaleno. Casualità, che il tutto sembri una parodia della ben nota cover di "Odd Fellows Rest"? Gli stessi Crowbar non hanno mancato - seppur simpaticamente - di farlo notare. Senza ulteriori indugi, dunque, avviamoci all'ascolto dell'ultima fatica di James Hetfield, Lars Ulrich, Robert Trujillo e Kirk Hammett. Cercando di evidenziarne pro e contro in maniera giusta ed oggettiva. Let's Play!

Hardwired

Ad aprire le danze, proprio la titletrack: denominata semplicemente "Hardwired", la cui traduzione in italiano non suonerebbe poi così bene. Possiamo indicare ciò che il termine sia comunque atto a designare, ovvero un "attaccamento" eccessivo ad un qualcosa. Una dipendenza, una strettissima connessione. Vedremo, non per nulla positiva. Quel che c'è di valido, anzi di validissimo, è tuttavia quel che stiamo ascoltando. La batteria di Ulrich scalpita letteralmente, sfoggiando un andatura "a mitragliatore". Mentre il riff iniziale, rugginoso e possente, riesce subito ad imprimersi nella nostra mente. Incalzati e ben contenti di quel che stiamo udendo, decidiamo quindi di proseguire lungo questo sentiero. Il basso pieno e potente di Trujillo ben si sposa con le asce marziali e sferraglianti di Het e Kirk, quando ecco, dopo trenta secondi, uno stacco preciso di Lars. Le ritmiche si inaspriscono e si inizia a correre all'impazzata, in un impeto di Old School Speed Metal. Incredibile come i Metallica si stiano riscoprendo "ragazzini", in questa fase, pompando a più non posso e pigiando freneticamente sull'acceleratore. Sembra di udire un brano appena uscito dagli anni '80, anche e soprattutto per via della tematica alla base. Quanto di più Thrash possiamo trovare: nichilismo, pessimismo, "scazzo" generale nei riguardi di un mondo ormai condannato alla fine. Riff tellurici ed andatura killer permettono a James di narrarci di un contesto ormai giunto alla deriva. Dolore, disperazione.. tutto sembra stia raggiungendo il suo culmine. Non abbiamo più modo e maniera di andare avanti, sembra non esistere neanche una misera speranza alla quale appigliarsi. Sogni in frantumi, società corrotta, il creato intero è un enorme errore. Deterioriamo con esso, marciamo e ci decomponiamo; la violenza con la quale la musica in sottofondo scandisce questo concetto è a dir poco adatta alla resa dell'idea. Kirk è in forma smagliante, Rob e Lars non perdono un colpo, e la voce di Het sembra davvero lanciare rasoiate continue. Anche e soprattutto quando si giunge al ritornello: splendidamente diretto, concreto, potente. Semplice, ma vincente. Di chi è la colpa? Perché siamo in questa situazione? Guardandoci intorno, vediamo innumerevoli nemici da sfruttare a mo' di capri espiatori. Eppure, non abbiamo il coraggio di ammettere la realtà delle cose. Ovvero, il fatto che le responsabilità sono solo ed esclusivamente nostre. La nostra "sfortuna" altro non dipende che dalla nostra condotta. Adesso, proprio ora che realizziamo d'esser "fottuti", ci accorgiamo del nostro destino. Siamo drogati, dipendenti dalla volontà di autodistruggerci. Il concetto del farci male con le nostre stesse mani; un istinto che ci domina sin dall'alba dei tempi, per il quale abbiamo lasciato che imperi e regni crollassero su loro stessi. Non siamo fatti per la felicità, non siamo fatti per la serenità. Tutto quel che intrinsecamente desideriamo è la nostra stessa fine. Ancestrale desiderio di morte, a quanto pare spesso esaudito. Piccolo stop alla fine del refrain, stacco preciso di Lars e si riprende a correre come se non ci fosse un domani. Un brano che sino ad ora si sta dimostrando semplice eppure efficacissimo. Quasi sorprende di non vedere Cliff Burton figurare fra i credits di questo brano, c'è poco da dire. La forza di questa opening risiede tutta nel suo carattere diretto e stradaiolo: un brano che non mostra certo virtuosismi di sorta ma anzi, decide consapevolmente di recuperare gli stilemi più tipicamente giovanili dei Four Horsemen, andando a donare risalto al loro carattere più sanguigno e tinto di Speed. I Metallica, insomma, che fanno i Metallica. Non scordiamoci del fatto che siamo pur sempre dinnanzi a chi ha contribuito ENORMEMENTE alla creazione del genere che entro questi solchi stiamo udendo. Scambi strofa e ritornello al fulmicotone, entrambe le porzioni di brano non fanno altro che reiterare il concetto espresso: paranoici ed ansiosi, non stiamo aspettando altro che la fine ci colga. Proseguiamo a vele sciolte verso un'apocalisse, un "gran casino" che di lì a poco si concretizzerà. Vita segnata, fine già scritta. La morte, l'estinzione. Siamo fottuti ed ancorati a questa nostra inconsapevole volontà di autodistruggerci. Senza che nemmeno accorgercene, stiamo decretando la nostra condanna eterna. Un fato avverso che ci ghermirà e ci porterà con esso. Minuto 1:42, tempi più cadenzati e piccolo rallentamento. Notiamo come la ritmica mantenga questo riff particolarmente più ritmato ed accattivante, mentre la solista si lancia in una folle corsa terminante in un assolo al fulmicotone da parte di un Hammett ispiratissimo. Davvero un momento esaltante, si corre in maniera roboante, indiavolata, stiamo davvero assistendo ad un "piccolo" miracolo. Un brano incredibilmente valido, potente, esplosivo a dire poco. Corsa che si schianta quindi nella proposta di una nuova strofa: il pianeta brucia, inesorabilmente. Una fiammata che corrode tutto ciò che ci circonda. Siamo fregati, finiti, siamo giunti al capolinea. AUTODISTRUZIONE! AUTODISTRUZIONE! AUTODISTRUZIONE! L'esplosivo è ormai pronto a deflagrare. Non abbiamo nemmeno il tempo di renderci conto, tutto salta miseramente in aria; sparsi qui e là, non possiamo far altro che pentirci in extremis di una situazione da noi fortemente voluta. Tutta la band, in questo finale, picchia sodo: si corre, a perdifiato. Come quattro scavezzacollo senza nulla da perdere, i Metallica giungono dunque alla fine di un brano a dir poco perfetto. Semplice ma di impatto, per nulla presuntuoso ed anzi lineare ma letale come il morso di un serpente.

Atlas, Rise!

Riprendono le durate importanti con l'arrivo di "Atlas, Rise! (Rialzati, Atlante!)" e dei suoi quasi sette minuti di cronometraggio. Riff imponente e roccioso, ben scandito dai tamburi di Lars. Pieno periodo "Ride the Lightning", il brano sembra in effetti riprendere la magniloquenza tipica di alcune composizioni facente parti del pluriosannato platter. Si prosegue quindi in maniera ritmata ed a tratti anche solenne, donando al pezzo un che di "imperiale". Le velocità folli di inizio traccia vengono totalmente dimenticate, così come i testi semplici e diretti. La storia di Atlante, dopo tutto, meritava d'essere narrata con un sottofondo ad esso adatto; un background strumentale che non spinge e prosegue su tempi medio veloci, scorrendo piacevolmente ed abbondando in imponenza e baldanza. Diciamo pure che i Metallica hanno deciso di darsi una sostanziale calmata: un brano che "pesa" maggiormente e dunque non "scatta", piuttosto procede sui cingoli. Di un titano parliamo, di uno dei più famosi. Il già citato Atlante, che tutti ricordano per via di una tragica condanna, inflittagli da Zeus: sorreggere l'intero peso del mondo, per l'eternità. Una fatica immane, bestiale, che il mostro sopporta in maniera stoica e disperata al contempo. La Terra pesa, enormemente. Questa, la sua pena. Aver cercato di spodestare Zeus dall'Olimpo è stata forse la mossa peggiore che egli avesse mai potuto azzardare, dalla sua nascita sino al giorno della sentenza. Si abbonda di cori nel pre-chorus, mentre il ritornello, a dire il vero, non è poi così capace di stamparsi nella nostra mente. La voce di Het perde leggermente di mordace, risultando quasi "stanca" in fase di refrain. Molto meglio, quest'ultimo, nella sua "seconda" parte, quando una piacevole e drammatica melodia interviene a supporto di tutto. Riusciamo quasi a vederlo, Atlante, gemere di dolore sotto il peso dell'intero globo terracqueo; una fatica immane, zampilli di sudore e smorfie di profondo disagio. "Muori, mentre soffri invano! Muori, mentre sopporti il peso del cielo.. alzati, Atlante!". Incitamenti rivolti alla creatura, piegata sotto i colpi dell'eternità. Mini solo di Hammett dopo il primo ritornello, diretto e funzionale, e veniamo catapultati in una nuova strofa: l'andatura rimane sempre incalzante e piacevole, dopo tutto, pur non brillando per salacità o affilatezza. Intanto, il titano si concede ad improperi ed ingiurie contro i responsabili della sua rovina. Alleato di Crono e nemico di Zeus, per Atlante ormai tutti i ruoli sembrano venir meno. Né padroni né rivali, solo un mondo da maledire. Maledire chiunque lo abbia portato verso quel che ora è il suo inferno, direttamente ed indirettamente. La Morte, che lui vorrebbe tanto raggiungere, non lo coglierà. Tuttavia, il mostro spera che colga almeno Zeus, e chi come lui. Che la vita dei suoi aguzzini cessi, che i loro regni vengano spazzati via, che il loro benessere si tramuti in malattia. Altro ritornello, degnamente introdotto da un pre-chorus di fattura discreta. Subito dopo, parentesi assai melodica e magniloquente, tipica del periodo "Ride..". Si riprende velocità con il riff principale, finché arriva il momento per Kirk di lanciarsi in un assolo dal groove abbastanza "moderno", nel quale il Nostro abbonda con il suo caratteristico effetto wah-wah. Nulla di troppo memorabile, finché si giunge ad una parentesi più cadenzata, sfociante poi in una bella parentesi solista, nella quale le due asce dialogano meravigliosamente. Het ed Hammett danno dunque vita al picco del brano, un frangente epico ed altisonante, che sembra dipingere dinnanzi ai nostri occhi la dannata resistenza del gigante. Ci sentiamo, in fin dei conti, come lui: schiacciati da pesi insormontabili, per colpa dei quali malediciamo la vita, il mondo e tutto ciò che in esso è contenuto. Forse, arrivati a questo punto, riusciamo ben ad intendere l'intento dei Metallica: quello di creare una metafora che potesse spiegare appieno lo status dell'umanità. Quante volte, ci tramutiamo in Atlante? Quante volte, finiamo con il condannarci con le nostre stesse mani? E quante volte, risulta impossibile pagare lo scotto delle leggerezze commesse? Troppe volte, innumerevoli. Tempo di assaporare per un altro po' lo splendido lavoro della coppia d'asce che una massiccia strofa fa la sua comparsa. Il carico è aumentato, il brano sembra suonato con più potenza ed alacrità. Pre-chorus e ritornello "soliti" e dunque la corsa termina qui. Riprendendo l'apertura iniziale, i Four Horsemen chiudono un brano dal quale era lecito aspettarsi molto di più: quasi sette minuti che potevano benissimo essere accelerati e ridotti a quattro. 

Now that We're Dead

Proseguiamo con un altro brano ancora più lungo, in quanto a minutaggio: "Now that We're Dead (Ora che siamo morti)" recupera mordacia, e ci presenta un bel riff possente e granitico, ben supportato da un essenziale quanto funzionale lavoro di Ulrich in sede ritmica. Doppia cassa alternata ad un 4/4 assassino stile Phil Rudd e chitarre dal fare aggressivo e marziale, cariche di un groove assai moderno. Sembra quasi di udire un qualcosa che possa ricondurre al riff portante di "Wollt ihr das Bett in Flammen sehen?" dei Rammstein, per dire, pur gli Horsemen ponendo il tutto in maniera non certo "industrial". Il suono del basso di Trujillo rende benissimo l'idea di pienezza generale, quindi Het ed Hammett iniziano a dialogare, alternando la rocciosità portante a piccoli accenni melodici. La batteria di Lars sancisce il tutto; un frangente coinvolgente e particolarmente ben studiato, che si protrae a lungo e ci conduce ad una prima strofa principalmente sorretta dalla voce di James. Linee melodiche interessanti, una voce sinceramente più espressiva che nel brano precedente. Il frontman inizia così narrarci una storia assai particolare. Cupa, oscura, a tratti malinconica. Calano le tenebre repentine sulle nostre membra stanche, e ci chiediamo: in fondo, possa in tutto questo esserci del positivo? Recitava, un vecchio adagio, "non temere le tenebre. Non possono esistere, senza la luce". E dunque, il protagonista si chiede se dopo tanto buio potrà finalmente anelare ad un raggio dorato, ad un po' di calore. Che bisogni dunque smetterla, di temere ciò da cui ci hanno insegnato a fuggire, sin dal giorno in cui siamo venuti al mondo? In una prospettiva particolare, anche la Morte può sembrare un qualcosa di positivo. Una liberazione, un evento che finalmente ci permette di scrollarci un peso da dosso e di tornare a camminare dritti. Pancia in dentro, petto in fuori, mento alto. Orgogliosi, privi di fardelli incombenti (degli Atlante ormai sollevati dalla loro condanna). Una fede incrollabile in ciò che stiamo vivendo, una fede che colmerà le miriadi di ferite ancora aperte, collezionate in vita. Peccatori del futuro, santi del passato.. lo status non importa. Ed è una splendida accoppiata pre-chorus / refrain a comunicarcelo. Una delle migliori del disco, a parer del vostro affezionatissimo. Le due voci di James e Rob lavorano meravigliosamente assieme impastandosi a meraviglia, donando la vita ad un'amalgama melodica ed orecchiabile, ma al contempo penetrante, dura, supportata divinamente da due poderose sei corde. Ben diverso, il tutto, da ciò che avevamo udito in precedenza. Il vero inizio è nella fine: cenere eravamo, cenere ritorneremo. Un capolinea che non deve essere visto per forza come una sconfitta, tutt'altro. Una liberazione, un ricongiungimento alla vera essenza del tutto. Ora che siamo morti, possiamo finalmente vivere per sempre. In compagnia dei nostri cari, della nostra amata, di chiunque sia scomparso prima di noi. Un concetto profondo, filosofico se vogliamo. Etterni duriamo, come l'Inferno dantesco. Nuova strofa, sempre scandita dal solito potente riff carico di groove moderni; è James il mattatore, con la sua ritrovata verve comunicativa. Un Trujillo magistrale lo accompagna poi nel successivo refrain. Siamo morti, il fuoco che consuma le nostre ossa in realtà le riscalda. Ci destiamo come da un incubo e ci prepariamo a vivere il sogno definitivo: quello dell'immortalità. Parentesi strumentale subito dopo, ben cadenzata e ragionata, la quale sfocia in un bell'assolo di Kirk. Abusando dei suoi tipici stilemi, il chitarrista dà comunque luogo ad una buona prova, la quale si protrae non troppo a lungo. C'è difatti spazio, in seguito, per delle soffuse rullate di Ulrich, atte a supportare un riff condito da varie improvvisate. Stacco a 5:55 ed un nuovo ritornello invade la scena. Sembra di vedersi, lasciare il cimitero, correndo felici. Ora, siamo assieme: ci rivolgiamo ad un caro, od alla nostra amata scomparsa. E se quest'ultima ipotesi fosse vera, potremmo quasi inquadrare il testo come una tragica storia d'amore. Nella quale, sconvolti dalla perdita della nostra bella, decidiamo di raggiungerla. Dinnanzi alla prospettiva di rivederla nell'aldilà, anche la Falce par sì lieve. Chinare il capo e lasciare che la lama ci mozzi la testa, per poi consolarci in un eterno amore. Espressività ai livelli massimi nel ritornello finale, fra chitarre ruggenti, James che recita la parte del leone e una sezione ritmica decisamente sugli scudi. Un brano lungo, ma per nulla "stanco" o "stancante". Promosso!

Moth Into Flame

Quarto pezzo del primo lotto, "Moth Into Flame (Una falena nelle fiamme)" è una nostra vecchia conoscenza. E' stato, difatti, il secondo singolo scelto per la presentazione ufficiale del platter oggi recensito. Melodico ed imperiale riff d'apertura: i Metallica tornano a fare sul serio, sfoderando dal cilindro un piglio autoritario e solenne. Segue un altro riff, veloce e serrato, ben sorretto da una grande coppia di basso e batteria. Si picchia, i colpi secchi e roboanti del rullante di Ulrich scandiscono le violente parole di un Hetfield decisamente sugli scudi. La sua prova vocale è perfetta, se messa in relazione con la storia che gli Horsemen decidono adesso di narrarci. Volano le falene, attorno alle fiamme. Finendo, irrimediabilmente, con il bruciarsi. Un messaggio che suona criptico, quasi degno dell'Oracolo di Delfi. Ma cosa si nasconde, dietro questo triste auspicio? Semplicemente, un tema di grande autorità. Con l'attitudine tipica di quattro rabbiosi Thrashers, i Metallica decidono infatti di protestare contro l'odierna società. Una società fatta di apparenze, orgia perpetua di vanità ed effimero. Cosa conta, davvero? Apparire. E quanto costa, ottenere ciò che conta davvero? Tanto, alle volte troppo. Divenire delle "star" significa bruciarsi in fretta, questo è il comandamento. Il prezzo del successo: cedere tutto quel che si ha, per quella momentanea botta di anfetamina. Per quell'esaltazione destinata a farci cadere in una spirale di anonimato e tristezza. Essere qualcuno ed esserlo in fretta, per non correre il rischio di terminare nell'ombra i propri giorni. Indossiamo maschere grottesche, pur di riuscirci. Ma tutto quel che otteniamo, è solo alimentare il fuoco attorno a noi. Come se stessimo annegando in una pozza di gasolio, ed una sadica mano lì a bordo piscina fosse pronta a gettare un fiammifero acceso. Impennata decisiva nel pre-refrain, quando i 'Tallica danno vita ad un vero e proprio pedal to the metal. Le velocità folli della open-titletrack vengono tirate in ballo e si torna quindi a colpire senza reticenze alcune. Si mena e si scalcia, finché Hammett decide di prendersi un momento tutto per sé, in vista del ritornello; piacevolissima svisata melodica, pregna di drammaticità. Picchi d'espressione decadente, sempre sorretti da un Ulrich SCATENATO, finché non si sfocia in un ritornello strepitoso. Dapprima scandito dalla melodia delle linee vocali di Het, di seguito reso più maschio e manesco, marziale e picchiatore. Un momento denso di pathos, che descrive appieno la situazione delle falene. Danzando attorno al fuoco, esse sono come attratte dalla luce delle fiamme. Così come noi siamo attratti dai neon del successo. Siamo lì, a rimirare quei cartelloni, sperando di veder presto il nostro nome lassù inciso. Brillante, come non mai. Più del sole, più dell'astro più bello di tutto il firmamento. Cerchiamo la fama, la vogliamo, la desideriamo. Tendiamo le braccia, affidandoci alle persone ed alle situazioni sbagliate. Ma poco ce ne importa: un salto nella luce, che compiamo bendati, ciechi, impossibilitati a vedere le cose per ciò che in realtà siamo. Balziamo in avanti, e cadiamo nel fuoco. Un fuoco che da fuori sembrava così bello ed invitante.. ma che all'interno del suo nucleo riesce a corrodere persino l'acciaio. Verso la morte, come una falena verso la fiamma. E bruciamo, ignari, sorridenti. Convinti che quella sia stata la scelta giusta. Si ripete il copione nei momenti successivi: strofa possente, accelerazione nel pre-chorus, intermezzo melodico di Hammett ed esplosione di pathos nel ritornello. Un brano esaltante, culminante al minuto  3:00 in una bella parentesi strumentale, tirata e potente. Cominciamo ad udire i primi dialoghi fra Kirk e James, finché quest'ultimo non si concede ad una piccola parentesi cantata prima che il suo collega si lanci in un assolo. Fra i meglio riusciti del primo album: veloce, aggressivo, ben spalmato lungo una durata giusta e calibrato alla perfezione. Trionfi di Speed Metal e di richiami Hard n' Heavy, finché non si riattacca con l'ultima strofa. Giunti a questo punto, le nostre insicurezze vengono totalmente fuori. Credevamo d'essere sicuri di noi stessi e delle nostre possibilità; eppure, ci ritroviamo tragicamente a fare i conti con una fama posticcia, la quale nascondeva invece insicurezze e delusioni. Le quali, cercavamo di nascondere dietro il finto apprezzamento, ricevuto da un pubblico ignorante, mobile qual piuma la vento. Siamo stati i loro pupazzi prediletti per un po'. Adesso, le fiamme stanno finendo di bruciarci, e di noi non rimarrà altro che cenere. Il nome, sul cartellone luminoso, è ormai illeggibile. Pronto ad essere sostituito da un altro, per di più. Bruciamo, dunque, in silenzio. Corsa finale ed ultimo refrain, si può chiudere così uno dei migliori pezzi mai scritti dai Metallica negli ultimi vent'anni. Tanto di cappello, magari questo "Hardwired.." si fosse mosso seguendo le medesime coordinate.

Dream no More

Penultimo pezzo della prima tracklist, "Dream no More (Non sognare più)" si fregia di un inizio assai imponente, come "da tradizione", ormai. Giochi di melodie oscure e torreggianti, di ritmi precisi e marziali, finché il tutto non si esaurisce in un tempo semplice e battente. Un riff che ricorda vagamente i flavours grunge di "Load" fa dunque capolino, andando a "sporcare" l'esecuzione del quartetto. Risentire determinate sonorità fa sicuramente un certo effetto, visto e considerato l'effetto Alice in Chains volutamente inserito in un contesto che, sino a poco fa, ci sferzava a suon di Speed Thrash. Anche la voce di Het risente di questa mutazione, tornando sui suoi passi, perseguendo gli stilemi tipici di vent'anni fa. Inspiegabilmente, e d'improvviso, fa capolino una figura tanto cara ai primi Metallica: il Re di R'lyeh, l'abominio, la cosa che dorme, il sovrano degli abissi, il signore della follia, l'osceno ammasso d'organi.. in una parola, Cthulhu. Esattamente il Dio creato dalla fervida immaginazione di Howard Philips Lovecraft assurge a metafora massima dell'angoscia, della paranoia. Lì, fra gli antichi pilastri della città dimenticata, Esso attende sognando. Il suo risveglio segnerà la fine dell'umanità: cori d'urla e di dolore, coorti d'umani ridotti suoi schiavi. Menti distrutte, ottenebrate dal suo manto. Egli risorgerà, e ci caccerà. Ci braccherà. Ci inseguirà, finché il nostro cervello non collasserà sotto i suoi dardi psichici. Diveniamo di pietra, impossibilitati a ribellarci. Siamo lì, intenti a fissare quegli occhi che scrutano il tutto ed il nulla. Ecco come diveniamo suoi schiavi. Strofe dal flavour dunque grunge così come pre-refrain e refrain, certo scanditi con violenza e convinzione, ma incapaci di decollare in maniera considerevole. Un brano che picchia, certo: ma dopo aver udito brani come "Hardwired" e "Moth into Flame", questa svolta Grunge / Alternative suona davvero inspiegabile. Come fossero stati dei pugili, i Metallica si ritrovano ad effettuare dei clinch, quando il momento era invece propizio per un destro da K.O. L'entusiasmo cala, come fu dopo il palesarsi di "Atlas..". Non possiamo far altro che incassare e portare in casa, salvando il salvabile, ed ammettendo comunque la validità di un prodotto simile. Dimenticandoci del fatto che, su "ReLoad", sarebbe stato meglio. Cthulhu continua quindi ad imporre il suo regno del terrore: sentiamo le sue viscide e squamose mani accarezzare la nostra anima, cercando il mostro di portarcela via. Ad ogni costo. Cerchiamo di fuggire, ma come scappare da un nemico capace di stabilirsi nella nostra testa? Urla da dentro, panico totale. La divinità lovecraftiana altro non è che, in questo contesto, la materializzazione di tutte le nostre paure. Insicurezze ed indecisioni che di fatto condizionano la nostra vita, impedendoci di viverla come dovremmo, e cioè in maniera libera e spensierata. Tante cose vorremmo fare, tanti sogni vorremmo realizzare. Ogni volta che ci mettiamo d'impegno, però, Cthulhu compare senza invito, pronto a distruggere ogni briciolo di fiducia che riponiamo in noi stessi. La nostra condanna, il nostro incubo. I suoi empi versi, le sue danze blasfeme colorano d'oscuro i nostri giorni. Non possiamo nemmeno dormire, per paura d'incontrarlo là, nel mondo di Morfeo. Siamo spacciati, in trappola, privi d'ogni appiglio o speranza. Nuovo susseguirsi di strofa e ritornello, minuto 3:53. Hammett si concede un piccolo spazio, salvo poi incappare in un momento di silenzio assoluto e cominciare ad intonare il vero e proprio assolo. Nulla di memorabile, esecuzione in linea con la struttura del brano; melodie cantilenanti, rugginosità di base, sinché il frangente non impenna in un climax ascendente che ci riporta al riff principale e ad un nuovo ritornello, sino alla conclusione del brano. Cthulhu si è svegliato, e con esso è stata definita la nostra diagnosi. Ovvero, la follia più totale, la fine della nostra sanità mentale. Burattini nelle mani delle ansie, delle paranoie. Il nostro destino è nel "sanitarium" ai Metallica ben noto.

Halo on Fire

Siamo così, fra alti e bassi, giunti alla fine di questo primo disco. A chiudere definitivamente il primo CD è l'imponente "Halo on Fire (Aureola infuocata)", brano più imponente del lotto, dall'alto dei suoi ben otto minuti di durata. Intro smaccatamente "retrò", rimembrante i fasti di "..And Justice For All", e si prosegue dunque con un riff rocciosissimo ed intenso, ben supportato da svisate melodiche e da interessanti giochi ritmici. Il tutto pare ancora assai "stoppato", ben lungi dal trovare una sua continuità; o per lo meno, una sorta di scorrevolezza. Il tutto arriva poco dopo, ed inspiegabilmente ci troviamo immersi in una prima strofa che punta tutto su melodie arpeggiate e (almeno in teoria) "toccanti". Tempi quasi da ballad ed un cantato delicato: l'aria che si respira è opprimente quanto la cantilena che udiamo, per certi versi rimandante ai secondi iniziali di "Enter Sandman". Ma cosa, ci trattiene? Cosa, ci opprime? Non riusciamo a spiegarlo con certezza. Un desiderio irrefrenabile ed autodistruttivo, il quale prende corpo soprattutto durante la notte. Scoppiamo a piangere, ridotti in lacrime. Copriamo i nostri occhi con le mani ma tutto sembra inutile, e le lacrime sgorgano copiose, inondando i nostri palmi. E' in questo momento che i nostri sensi si acuiscono, ed il refrain giunge a picchiare, ad inasprire inaspettatamente il clima. Finalmente, si toccano picchi di drammaticità concreti, ed il pericolo di trovarci dinnanzi ad una stucchevole ballad viene clamorosamente scongiurato. L'aureola di fuoco, che brucia sulle nostre teste, che arde. Che marchia i nostri sogni a fuoco e si palesa allo scoccare della mezzanotte. Quando tutto è buio, quando tutto tace. Quando avremmo davvero bisogno di sentirci più "santi" che uomini, ed invece siamo messi dinnanzi alla nostra intrinseca ed ancestrale oscurità. Prede di noi stessi, annichiliti, intenti a muoverci nel letto in preda ad ogni tipo d'ansia. La Notte, malfidata consigliera. Cerchiamo di alzarci e di accendere la luce, pur non volendolo davvero. Se la luce non arrivasse? Se scoprissimo d'essere stati ingoiati dalle tenebre? Il rischio è troppo grande, cerchiamo quindi di rannicchiarci sotto le coperte, pur desiderando ardentemente di accendere quel dannato lumino. Parentesi strumentale dopo il primo refrain, violento stacco di Lars e tutto torna tranquillo: la cantilena sopraggiunge per un tanto che basta, porgendo dunque il fianco ad un altro refrain, magnificamente eseguito. Di certo, non un brano per il quale strapparsi i capelli; ma infinitamente più valido del precedente, poco ma sicuro! Dimenticate le velleità grunge, i 'tallica tornano quindi ad alternare stilemi a loro più propri. Delicatezza e ruvidezza, carezze ed improvvisi pugni. Scenario perfetto, a far da sfondo ai sentimenti che opprimono il protagonista. Dovremmo dunque arrenderci? O forse è meglio andare avanti, cercando in qualche modo di continuare? Difficile dirlo, difficile anche solo pensarci. Le preghiere si intensificano, speriamo veramente che qualcuno ci ascolti. Tutto è troppo nero, talmente tanto da farci venire il mal di testa. Oscuro, tetro, indistinguibile. Vorremmo dormire, ma non riusciamo. Un buio che acceca, una luce che temiamo. Si accenderà mai, anche solo una candela? Quell'aureola di fuoco, che danza nella coltre.. potrà mai fungere da appiglio? Minuto 3:34, il brano subisce un'improvvisa alternata, adottando velleità assai più rocciose e dirette. Il cantato di Het morde meravigliosamente, il tutto sembra davvero aver subito una concreta sferzata. Le chitarre suonano pesanti e concretissime, di certo debitrici del periodo "Black Album", e si sfocia dunque in un bell'assolo da parte di Kirk. Minuto 5:30, il buon Hammett decide di pigiare sul pedale della qualità e riempie per bene lo spazio concesso. Melodie taglienti, note che suonano come improvvise scudisciate.. poi, un arpeggio sorretto da un vago rullo di charleston. One, two, three, four.. e via con un altro bel momento scandito dalla coppia d'asce. Il riccioluto chitarrista risulta ispiratissimo nel tessere in questo caso una melodia trascinante e prepotente, ben supportata dal pesantissimo Het in sottofondo. Picco assoluto di un brano che ha saputo crescere pian piano, non scadendo nella banalità ma anzi mettendo in mostra diverse belle mosse. Salutiamo quindi l'oscurità, appropinquiamoci ad accoglierla come una vecchia amica. Stringiamola fra le nostre braccia, amiamola e coccoliamola.. perché solo di essa, ormai, potremo nutrirci. La nostra aureola, ormai spenta, risulta un ricordo sbiadito e perduto fra le sabbie del tempo. Seduti, in solitudine, aspettiamo che la notte ghermisca le nostre ossa, gelandole e spaccandole. La sua morsa ed il suo amore, or dunque, ci avranno. Perduti, per sempre. Sconfitti nel gioco delle parti. Com'esser Santi, se dentro le nostre anime si annida (per forza di cose) cotanto nero? Ci fossimo accettati prima, come esseri sospesi a metà fra il bene ed il male, avremmo vissuto sì meglio. Si conclude permettendo ad Hammett di sfogarsi a suon di rasoiate, di melodie colme di pathos, incredibilmente ben congeniate e strutturate. Brano che spazza via la scialba "The Unforgiven III", facendola risultare come una sorta di curioso errore.

Confusion

Ad accoglierci come opener del secondo disco troviamo "Confusion (Confusione)"; un martellante intro di batteria e chitarra fa da viatico al pezzo, militaresca marcia imponente e rocciosa che fa ben presagire l'atmosfera che si respirerà all'interno della canzone. Il rullante viene deflorato con discreta forza da Lars, e la produzione, cristallina e mai ovattata, permette di apprezzare in toto le sonorità che i Metallica hanno inserito. Sonorità che, al momento, stanno foraggiando gli stili classici dell'acciaio americano ed albionico, con scivolate progressive che si vanno ad intersecare con alcuni ricami della sei corde che, man mano che procediamo, iniziano a farsi sempre più ingenti. Ci siamo appena alzati, stiamo scuotendo le ossa dentro al letto, pronti per affrontare una nuova giornata, e quella gargantuesca marcia imperiale che ci ha aperto, sembra quasi ricordarci la guerra che, ogni giorno, dobbiamo affrontare una volta varcata la soglia di casa. Mesti e contriti ci trasciniamo al bagno, guardiamo il nostro viso allo specchio, segnato dalle cicatrici del tempo che fu, ognuna di esse ci ricorda un passaggio chiave della nostra esistenza, e mentre Kirk continua a ricamare salendo e scendendo sull'eburneo manico della sua ascia, il nostro vapore corporeo appanna quel tanto che basta il vetro riflettente, per permetterci di nascondere alla vista lo sguardo d'odio verso il mondo che stiamo esprimendo. La confusione sta iniziando a prendere corpo dentro il nostro ventre, come famelico verme lacera pezzetti della nostra anima, strappa brandelli del nostro essere e li fagocita con grande voracità; la sua sete di noi è incontrollabile, tutto tace prima del fischio musicale in cui la band, aiutata da un cronometrico colpo di batteria, parta con un saliscendi di stampo Thrash classico, giri ed accordi vorticosi che si legano fra loro da passaggi millimetrici, la grancassa continua a venir martellata a più non posso, mentre James si piazza di fronte al microfono e, recitando la parte del verme mangia tranquillità, inizia il suo certosino lavoro di smembramento. I toni si placano e si alzano come durante una tempesta, le spire del serpente si annodano attorno al nostro collo, ormai la confusione ha preso possesso del nostro corpo, lo controlla, la guerra infuria sotto le nostre finestre, ed è una battaglia che si combatte senza fucili o colpi di pistola, ma affrontando semplicemente la vita, l'ostacolo più grande di tutti, l'avversario più temibile, la nera signora con la falce che brama il nostro volere. Il cantato di James si fa contrito e pieno di verve, mentre le parole procedono, ricordando molto il periodo anni '90 del gruppo, foraggiando con stilemi comunque tipici del Thrash, una melodia ed un prosieguo davvero degni di nota. I giri continuano a susseguirsi, inalberando letteralmente la traccia su strutture sempre più intricate e ricolme di passaggi. La forza con cui "confusion" e "delusion", due facce della stessa medaglia, vengono ripetute all'interno del ritornello, fa si che il sentore nel nostro cranio continui ad espandersi come una vampa incendiaria, bruciando tutto ciò che incontra. Le delusioni fanno parte della vita, si sa, ad ogni angolo, ad ogni rifrazione del nostro quieto procedere nell'esistenza, la vita è pronta a brandire il coltello e mandarci fuori strada. E quando ciò accade, ecco che lo strisciante rettile della confusione torna a farsi sentire dentro lo stomaco e giù, fino alla più profonda piega di noi, cambiandoci dall'interno. Hammet sembra quasi dedicarsi ad un accompagnamento della stessa voce in alcuni passaggi, pur ritagliandosi qui e là momenti di personale estasi, stringendo la propria donna fra le mani e facendo scivolare le dita sui tasti con la consueta classe che ha sempre contraddistinto questo axeman; la guerra non  finisce mai, marcatamente questa frase diventa il leitmotiv di tutta la canzone. E mentre le mitragliate della batteria e della chitarra, coadiuvate dal sempre presente basso che con precisi slap da corpo e forma all'incubo che stiamo vivendo, il bombardamento sonoro ci penetra fin dentro le orecchie. La voce, sappiamo ormai di cosa stiamo parlando, non è neanche paragonabile all'aggressività sfoderata molti anni or sono, eppure la figura della battaglia infinita, quel combattimento fra noi e la vita stessa, trova in James Hetfield pane per i suoi denti. Ogni parola pronunciata ci marchia a fuoco come bovini d'allevamento, la nostra pelle brucia per i colpi subiti, e la canzone continua la sua mesta corsa, senza mai aumentare troppo i giri, piuttosto mantenendosi su un andamento funereo e costante, litico e marciante, ripetendo in loop i medesimi elementi. Chiamiamo nostro padre quando, improvvisamente, un assolo di chitarra classicheggiante rompe la monotonia del brano, mondando al di sopra della voce stessa e legandosi alle parole a doppio filo. Il trauma ci fa urlare dal dolore e dalla paura, aumenta il sudore freddo sulla nostra schiena mentre ci rendiamo conto che, ormai inermi, non possiamo fare niente per sedare la confusione che alberga dentro di noi. Ed ecco che il repentino cambio di tempo squarcia il cielo sopra le nostre teste, vaghiamo come anime senza meta, imbracciamo il nostro sporco fucile mentre il ritornello infuria e gonfia la rabbia della tempesta sonora dentro di noi.  Il rifiuto per gli schemi classici, la consapevolezza che il mondo ci ha ormai abbandonati, traghetta la traccia al suo apice finale, prima che la dissolvenza polverosa si porti via tutto. La band trova il momento per un secondo attimo corale prima dello stop, in cui i giri vorticosamente aumentano il proprio carico di astio, e dal ligneo pulpito del palco James arringa nuovamente la folla, ricordandoci ancora una volta quanto la guerra non sia mai finita, quanto di anime perse è pieno il mondo, e per fissare bene le idee nella nostra testa, Kirk improvvisa un altro assolo dal gusto meno classico e più sul Thrash andante rispetto al primo, veloce e tecnico, largo uso della barra del tremolo e del pedale distorto, la cassa dell'amplificatore spacca i propri coni sotto i maestosi colpi del chitarrista, il ritornello fa la sua comparsa per l'ultima volta, il soldato della vita ormai è in preda al delirio, la sua vita sta per finire, l'ultimo respiro di un battagliero militare che ha sempre dato tutto. E sotto gli scroscianti applausi della marcia si conclude la canzone, lasciandoci l'amaro in bocca per il contenuto lirico, quel sapore acido alla bocca dello stomaco, che poi è ciò che i Metallica volevano da noi, farci riflettere sulle scaglie più buie della vita.

ManUNkind

Lesti e perentori arriviamo alla traccia successiva, "ManUNkind (Non Umanità)"; un dolce arpeggio dal sapore quasi Blues e Folk ci apre il brano, note di mestizia che si concatenano fra loro grazie alle delicate dita di Kirk, che lentamente continua il proprio ricamo. All'improvviso però si scatena la furia della batteria, che grazie ad alcuni colpi precisi e devastanti al tempo stesso, fa si che la distorsione prenda piede, ed un roccioso riff irrompa sulla scena musicale, spazzando via l'apparente calma precedente. Dalla calma al caos e dal caos alla calma, queste le armi segrete della seconda traccia che incontriamo sul nostro cammino, e mentre le spire musicali continuano ad annodarsi grazie a giri delle due sei corde, sentiamo il nostro petto gonfiarsi per i colpi che sta subendo. Il vortice che si viene a creare ci risucchia, mentre una sezione di alternate picking in pieno spirito Hard'n Heavy, apre le porte ad un successivo riff trascinante ed emotivo, anche se un po' piatto in alcuni frangenti. La danza macabra attorno al fuoco della perdizione sta continuando a prendere corpo, siamo ostaggio dei nostri sentimenti, ed il giro infernale in cui i Metallica ci hanno infilato, prosegue lentamente la sua corsa, andando a foraggiare meccaniche sempre più complesse, anche se un certo piattume di fondo non accenna a volersene andare dalle nostre orecchie. La voce di James irrompe anch'essa sul palco con fare da condottiero, le parole vengono scandite con il consueto tono che questo frontman ha ormai assunto nel corso degli ultimi anni, un mix sapiente e tecnico di voce graffiata e toni puliti, ben lontano dalle giovanili leve del gruppo, ma altrettanto efficaci. Il brano monda, e noi siamo continuamente schiavi delle nostre pulsioni, ci immaginiamo bibliche storie dell'Eden, il meraviglioso giardino in cui il creatore aveva infilato Adamo ed Eva, senza privarli di nulla, ma anzi, offrendo loro tutto ciò che era possibile chiedere. Come tutti sappiamo però, esisteva un patto fra Dio ed i primi due uomini del mondo, il fantomatico albero di mele non doveva essere toccato, nessuno poteva permettersi di cogliere quei frutti. E così, come il serpente della storia tentò Eva, causando la cacciata dal Paradiso Terrestre dei due individui, il brano prosegue lento la sua corsa infernale, andando ad annodarsi sempre più grazie ad una interminabile serie di alternate picking e bridge non troppo elaborati, ma efficaci al tempo stesso. Si ha come l'impressione che il minutaggio della canzone sia stato tirato un po' troppo per i capelli, ma la base è pressoché ottima, pur comunque avendo stilemi e partiture che potevano essere tranquillamente evitate. Non è certo un brano che annoia al primo ascolto, ma forse al secondo o al terzo si. Il ritornello consta di un andante leggermente più aggressivo, ma la cacofonia messa in piedi dai Metallica dura pochi secondi, prima di tornare al main theme del brano che viene ripetuto fino allo stremo, permettendo ad Het di esprimere appieno le proprie potenzialità canore. Ci addentriamo dentro il fantomatico giardino, ogni cosa è illuminata dal limpido cielo sopra le nostre teste, nessuno si permette di dirci niente, tranne ciò che non dobbiamo fare. Crediamo nella non umanità, in una entità superiore che controlla tutto quanto, una sovrastruttura che nessuno ha mai visto bene, ma che è lì, nessuno potrà mai cancellarla, come nessuno potrà mai toglierci dalla testa le nostre convinzioni. Eppure, nonostante la felicità che stiamo esprimendo per il luogo in cui ci troviamo, sentiamo che ci manca qualcosa, o perlomeno, sentiamo che le sfide impossibili e le pulsioni sono più forti di noi, e quella non umanità comincia ad andarci stretta. Esattamente a metà del pezzo, la struttura inizia a cambiare, mutando forma ed accelerando leggermente i toni, dopo una serie di pennate dal sapore Thrash, l'andante del brano si fa ancor più aggressivo e lesto, assestandosi su una serie di riff mai troppo articolati, ma comunque di discreto impatto. La voce di James infuria nella tempesta, come un condottiero pieno di coraggio le parole vengono scandite mentre dietro alla sua ugola l'inferno continua a battere i piedi sul suolo, ed un'altra concatenazione di riff fa la sua comparsa. Ancora però quel senso di "non essere stupiti" continua a pervadere il nostro animo, pur comunque trovandoci di fronte ad un pezzo che, se paragonato a molte produzioni di gruppi odierni, fa sbiancare altrettante teste. Neanche la comparsa di un assolo di chitarra, classico ed elettrico, senza mai diventare eccessivamente distorto, riesce a toglierci dalla testa certe idee. Come nessuno toglierà mai le idee dalla testa dei primi due uomini, Eva è stata tentata, ed ormai la non umanità si sta per scatenare, imperversando con la sua enorme ira su coloro che non l'hanno ascoltato; mentre l'assolo imperterrito cerca in tutti i modi di suonarcele, sentiamo che l'andamento della nostra testa continua a farsi più pressante, il caos sta dominando quello che una volta era un paradiso, siamo schiavi del freddo, incatenati ad una prigione di ghiaccio per sempre. Costretti a vagare per la terra nuda e senza protezioni, nudi come vermi, e pieni di dolore per il torto che abbiamo commesso a Dio, colui che ci ha creato. Cerchiamo la fede che avevamo quando siamo stati creati, ma ormai solo i dubbi permangono nella nostra testa, e quel ritmo pressante ed oppressivo che la band mette in piedi sul finale, ancor meglio ci fa capire quanto tutto questo sia semplicemente follia. Follia nel poter accettare i compromessi che la vita ci mette davanti, tanto alla fine saremo comunque schiavi degli istinti, quelle pulsioni incontrollabili che ci porteranno sempre a fare scelte sbagliate, come aver colto la mela ed aver condannato l'umanità intera ad una vita di miserie e sofferenze. Il brano va a concludersi così come era iniziato, con l'ossessiva ripetizione del tema portante, quella alternanza delle due chitarre supportate dalle pelli, con James che continua a chiedersi perché non crediamo più nella non umanità, perché continuiamo a cercare la fede dove ormai sappiamo non poterla più trovare, e mentre la dissolvenza prende corpo e piede nel brano, spazzandolo via sul finale, il nostro animo si riempie di lacrime, pensando a quanta sofferenza ha generato un gesto apparentemente così insignificante.

Here Comes Revenge

Di ben altro intro ed avviso è la successiva "Here Comes Revenge (Arriva La Vendetta)", che con un gigantesco riff portante inizia la sua corsa, distorto e cacofonico, quasi un ritmo da funereo Doom, condito da momenti di estasi chitarristica, dati da una serie di scivolate sul pedale degli effetti, che si intersecano fra loro. La corsa litica prosegue andando man mano ad arricchendosi con altrettanti elementi, fino a sfociare in un riff granitico ed in piena sete di energia, giri vorticosi che ci afferrano le caviglie senza mai lasciarci andare. I Metallica qui giocano leggermente più sul loro territorio, ed infatti, dopo un corale momento in cui la sola batteria viene lasciata sulla scena ad esprimersi, la voce di James fa capolino, intraprendendo un vocalizzo calmo e riflessivo, quasi da Power Ballad. Il ritmo di base continua ad essere mesto e contrito, rullate sulle pelli e sui piatti fanno da contralto ad un andante della sei corde sordo e ripetuto fino allo stremo. Stiamo sognando una forte vendetta, come il titolo ci suggerisce, ci siamo alzati dalla tomba soltanto per questo, ogni fibra di noi brama la vendetta stessa, ogni cellula del nostro corpo si è tirata su dalla morte soltanto per vendicarsi. La vendetta però è un sentimento difficile da gestire, nessuno alla fine sa farlo così bene da poter dire "io sono la vendetta in persona"; ed infatti mille dubbi ci pervadono l'animo, è giusto ciò che stiamo facendo, oppure ce ne pentiremo per il resto della nostra vita. Eppure, nonostante i dubbi, appena arriviamo al ritornello capiamo bene quale è il sentimento che ci sta infiammando il petto; la vendetta è un piatto che va servito freddo, dice qualcuno, ed è proprio ciò che faremo noi quando ci si presenterà l'occasione. In mezzo al caos generato dalle due sei corde, immaginiamo il regno che stiamo per colpire cadere con un tonfo sordo a terra, senza se e senza ma, vediamo sgretolarsi i muri di certezze che, chi ci ha fatto del male, aveva messo, sicuro che nessuno mai avrebbe potuto colpirlo nel profondo, come invece noi faremo. Il ritornello consta della ripetizione continua in crescendo della musica, che si ramifica sempre più fino ad esplodere con la marcata accentuazione dei dubbi che ci stanno pervadendo. Da una parte la piena consapevolezza che la vendetta ci ucciderà, succhierà il nostro sangue e ci lascerà lì, inermi ed esanimi ad esalare l'ultimo respiro; dall'altra invece siamo altrettanto convinti che essa ci libererà dal male che abbiamo dentro al petto, che farà uscire il demone che ci sta scavando l'anima ormai da troppi anni, e che non vede l'ora di ucciderci definitivamente. Dopo il momento orchestrale del ritornello, in cui forse ben capiamo che il concetto di power ballad espresso poco fa non è così distante dalla realtà dei fatti, i Metallica inseriscono la marcia successiva, pur rimanendo su andamenti sempre lemmi e costanti, soprattutto grazie all'ausilio delle pelli di Lars, che pur non sfociando mai in strutture davvero degne di nota, si assestano comunque su un accompagnamento costante e di grande impatto sonoro. Occhio per occhio, dente per dente, questa è la filosofia della nostra vita, non c'è niente che possa salvarci, e mentre il brano continua ad alternare calma e caos, la nostra corsa nei meandri della vendetta prosegue senza alcuna sosta. I dubbi continuano a chiamarci col loro sirenico canto, come durante i racconti mitologici riuscivano ad attrarre a sé i naviganti incauti che capitavano fra le loro grinfie. Qui le nostre sirene sono semplicemente campanelli d'allarme, e nella calma che la musica genera man mano che i secondi si susseguono, diventiamo uomini senza sonno, ormai le nostre membra stanche non bramano altro che il ferale momento in cui la furia si abbatterà su coloro che ci hanno fatto del male. Usciremo da questo incubo a testa alta, sicuri di ciò che abbiamo fatto, perché nonostante i dubbi e le vane speranze di non farlo, la vendetta ci sta avvolgendo ed offuscando la mente come una folta nebbia nel cuore della notte più buia. Il secondo ritornello, di stile pressoché identico al primo, marca ancora più l'accento sulla ripetizione del titolo, James passa da un morbido cantato precedente, ad un graffiante uso della sua ugola durante il comparto centrale, calcando la mano sui concetti principali che il brano vuole esprimere. Egli è la voce che sussurra al nostro orecchio, non avremo pietà per nessuno, l'hanno cercata l'hanno bramata, ed adesso la stanno per ottenere, nessuno potrà fermarci, niente e nessuno si potrà permettere di intralciare il nostro cammino. La band imbastisce un momento di grande enfasi quando, abbassando leggermente i toni del pezzo e facendo momentaneamente tacere la voce, fa si che la comparsa della chitarra solista dia una enorme scossa di energia al tutto; Hammet pesta duro sul pedale della distorsione, annodando le proprie mani al manico della chitarra e producendo un ritmo che sa di glorioso passato, quando certi elementi erano pressoché intrinsechi nel modo di suonare del gruppo. L'assolo dura ben poco, il ritmo si fa comunque più aggressivo e cacofonico sul finale, James rientra a spron battuto con l'ennesimo ritornello, la parola "revenge" viene calcata a più non posso mentre la tempesta continua a gonfiare il petto e farci sobbalzare dalla sedia. Ormai siamo sicuri, la nostra decisione è presa, alziamo la mano con la lama affilata, stiamo per piantarla nella carne del nemico, nessuno si è messo in mezzo. Oh, quanto è dolce il suono ed il sapore della vendetta sulla punta della lingua, quanto gratifica l'animo riuscire finalmente ad ottenere quel che si vuole, mentre intanto la canzone deflagra nelle nostre orecchie, rivelando solo sul finale la sua vera natura, e cioè quella di una serie di riff che ci spaccano le ossa ad una ad una, mentre noi veniamo presi da una incontrollabile furia omicida, sferrando e menando fendenti a destra ed a manca, Kirk sfodera le sue ultime armi prima di lasciarci andare, e quei precisi colpi di batteria che ci avevano aperto al brano, tornano nuovamente a salutarci sul finale, la vendetta ormai è compiuta, il corpo del nostro nemico giace steso di fronte a noi, abbiamo ottenuto ciò che volevamo, i dubbi sono spariti, o forse ne compariranno di nuovi, appena l'adrenalina lascerà il posto alla consapevolezza, ed alla paura.

Am I Savage?

Proseguendo in ordine incontriamo "Am I Savage? (Sono un Selvaggio?)", che già dal titolo porta alla nostra mente ricordi che riaffiorano dal passato, soprattutto quello di una cover in particolare, ma ne parleremo fra poco. Nuovamente tornano i dolci arpeggi di chitarra a fare da apripista al brano, lentamente la sei corde si annoda sul proprio manico, andando a sostituire alcuni toni aggressivi con altrettanti morbidi e setosi. Nuovamente però ci troviamo di fronte ad una calma apparente, che viene quasi immediatamente spazzata via dalla furia di alcune distorsioni azzeccate e continue, che vanno a delineare un comparto granitico e diretto come un pugno allo stomaco. Anche in questo caso l'andamento del brano ci ricorda quelle scorribande da NWOBHM che i Metallica avevano ad inizio carriera (e che non hanno mai abbandonato del tutto), particolarmente una Punta di Diamante albionica affiora nella nostra testa sempre maggiormente, e quell' "oooooh!" iniziale di James, altro non può portarci a pensare. Un andamento nuovamente roccioso e gigantesco fa da apripista alla voce, che stavolta sceglie un cantato nettamente più incisivo di quanto abbiamo ascoltato fino ad ora; vi siete mai chiesti come si faccia a scappare dal proprio passato? Beh, queste liriche ne danno una loro interpretazione personale. Grazie all'ausilio di metriche semplici ed efficaci, si cerca di capire quanto l'indole di una persona influenzi il suo status mentale ed il suo condurre la vita. Siamo legati a doppio filo con il nostro essere, un legame indissolubile che spesso ci porta a compiere azioni che molti non capiscono, ma che nella nostra testa risultano essere le uniche da fare in certi momenti. Vaghiamo per la città deserta, ponendoci domande esistenziali mentre attorno a noi i palazzi crollano sotto i colpi militareschi della musica che ci rintrona nelle orecchie, facendo sanguinare i lobi. Siamo veramente ciò che tutti hanno sempre detto, dei famelici selvaggi pronti a ghermire la preda ad ogni angolo? Probabilmente si, la natura di una persona non si cambia così facilmente, né tanto meno si riesce a placare la furia di chi ha sempre combattuto fino allo stremo. Il ritornello incide ancor più marcatamente su certe dinamiche, grazie ad una collisione di meteoriti musicali, un andante sincopato e ritmico, che alterna batteria e chitarra distorta, fino ad esplodere con la ripetizione del titolo, alternando esso a graffi sulle porte, le nostre mani che calcano la superfice del male e ne traggono giovamento. Siamo lupi famelici in cerca di un altro corpo da smembrare, la luna liquida ci guarda dall'alto, illumina la nostra sudata pelle sotto il chiarore delle stelle, e le domande continuano a vorticare mentre la città esplode, i palazzi crollano come grissini, i dubbi attanagliano le nostre viscere, siamo bestie in fondo, ed in quanto tali abituate a braccare. Non riconosciamo più bene e male, sentiamo soltanto i morsi della nostra fame, insaziabile e continua, ci prende lo stomaco e lo spacca in due mentre la band ricama ancora con il forte ausilio delle due asce da battaglia, ed ormai l'omaggio all'acciaio d'oltremanica risulta essere perentorio e dannatamente efficace, pur non essendo esente da difetti. Convincono a metà alcuni passaggi che, come era accaduto per altrettanti brani, potevano essere tagliati o accorciati di durata, alla fine risparmiando tempo e rendendo il pezzo stesso ancor più incisivo. La corsa muscolosa continua, la preda è vicina a noi, la conosciamo, forse l'abbiamo anche amata, ma non riusciamo a controllarci, siamo mostri pronti a tutto. I giri della chitarra e della batteria, aiutati da alcuni slap di basso che donano un corposo sound e tonfi sordi al tutto, proseguono fino al rientrare del pre-ritornello, in cui i toni si fanno meccanici e sfociano quasi nel Metal sperimentale, alternando alcune pennate classiche ad altrettante sfociate nel moderno. Sezione successiva è rappresentata di nuovo dal ritornello, stavolta ancor più affilato del precedente, le parole vengono scandite una per una senza tralasciare niente, il messaggio è chiaro, abbiamo catturato finalmente la nostra vittima. L'affilato bordo dei nostri canini affonda nella sua carne, l'odore ed il caldo sentore del sangue, scuro nella notte che ci circonda, invade la nostra bocca e ci fa sbavare dal piacere. È nostra, possiamo consumare il lauto pasto, ed intanto l'anarchia musicale la fa da padrone, rullate e distorsioni permettono successivamente l'allacciamento di un potente assolo di chitarra, nuovo omaggio alla Britannia ed ai natali stessi di questa musica, ma viene ulteriormente sovra inciso da un veloce passaggio che sa di Thrash Metal nudo e crudo, turbini di note che si annodano al nostro ventre e schiacciano l'intestino. La preda sta per morire sotto i nostri morsi, e l'esplosione finale che porta alla dissolvenza viene condita con una serie di sfilate distorte e cacofoniche, che quasi vanno a toccare i lidi del Noise d'annata, quando allacciare fra loro metriche sempre più complesse era la prassi. 

Murder One

L'alone di leggenda continua anche nel penultimo brano, "Murder One (Un Omicidio)"; il brano, per ammissione stessa della band, è un omaggio ad un character della musica Metal che, per i Metallica come per migliaia di altre band nel corso della storia, è stato un vero vate e fonte di ispirazione. Parliamo di Lemmy Kilmister, frontman, leader e fondatore dei Motorhead, scomparso il 28 Dicembre del 2015. Il vuoto che ha lasciato è decisamente incolmabile, che si amasse o meno la sua musica, il carisma, l'attitudine e l'essere probabilmente una delle vere e proprie rockstar ancora in vita, lo hanno fatto diventare una leggenda immortale che ancora oggi e per molti anni a venire stupirà ancora migliaia di fan. E l'omaggio dei thrashers di San Francisco non si ferma solo al contenuto, ma anche al titolo del brano stesso, il nome che Lemmy aveva dato al suo prediletto amplificatore, che usava ad ogni live set della band, per scatenare la sua omicida potenza di Rock'n Roll sporco e ruvido come l'acciaio. L'omaggio viene aperto da delicati arpeggi che, come ormai siamo abituati a sentire,  ben presto sfociano in un andante aggressivo e ricolmo di pathos, in attesa che entri la voce a completare il tutto. La metrica, pur essendo nettamente più distorta di un Rock anni '70, ne è un meraviglioso omaggio (che sfocerà poi anche nel videoclip allegato al brano stesso), riprendendone gli stilemi classici, soprattutto nell'andamento di base. James sceglie di utilizzare un vocalizzo quasi spirituale ed etereo, considerando a chi è dedicato il brano. Viene narrata la storia di un uomo, un uomo che, con la sola forza del proprio animo, ha cambiato il mondo ed ha scritto una immortale pagina di storia; Lemmy era un personaggio atipico nel mondo musicale, non ha mai accettato compromessi, non si è mai piegato di fronte allo spettro demoniaco del music business, egli era un rocker sotto tutti gli aspetti, occhiali da sole, capelli lunghi, barba incolta e la sua tagliente voce, oltre ovviamente al fedele basso che lo ha accompagnato per tutta la vita. Un uomo che ha sempre fatto ciò che la sua mente ha comandato al corpo, prevalendo su tutto e su tutti, senza mai lasciarsi trasportare dall'effimero manto del successo facile, ma sudando e creandosi un alone di leggenda attorno grazie al solo ausilio di sé stesso. Era un po' come il suo stesso amplificatore, un omicidio su gambe pronto a spazzare via tutto e tutti. Ed il poker d'assi (ovviamente di Picche) che i Metallica si ritrovano fra le mani, trova terreno fertile nella sacrale trasposizione musicale del loro sentimento verso questo sacro idolo del Rock; l'andamento quasi Blues prosegue la sua corsa fino ad implodere in alcune sezioni, segnalate da un cambio tempo della batteria, che fa sfociare l'intera struttura in una power ballad dal sentore melanconico e rabbioso, nuovamente un omaggio all'eroe che ha cambiato la storia. Gli assi si stagliano nel cielo, la macchina sbuffa e scalpita per essere guidata a folle velocità sulle strade del successo, l'uomo era nato per perdere, nessuno aveva avuto fiducia in lui, ma il suo animo era progettato per vincere, per gettare il cuore oltre l'ostacolo e prevalere su tutti coloro che gli avevano sempre detto "tu non varrai mai niente". L'omicidio musicale aumenta ancora il suo carico di detonazione nel ritornello, che pur constatando dello stesso ritmo per tutta la sua durata, fa dell'incisività della voce il suo punto di forza, tuoni e fulmini si stagliano nel cielo mentre il tutto continua a cadere sotto i possenti colpi delle due asce a sei corde, Kirk e James, producendo un ritmo mesto ed allo stesso tempo carico di pathos, malmenano fendenti senza mai arrivare ad un riff elettrico, quanto piuttosto preferendo annodare le loro dita sul manico, concentrandosi sui soliti tasti. Perché alla fine l'arma segreta di Lemmy è sempre stata la semplicità delle sue composizioni, negli anni hanno accostato i Motorhead allo Speed Metal, al proto Thrash, perfino ad altrettanti stili più o meno aggressivi, ma secondo il loro carismatico leader, la band faceva solo e soltanto del sano Rock'n Roll, ed era un marcato anthem che veniva ripetuto ad ogni inizio di concerto. Nessuno più ci sbatterà in seconda classe, ed ecco infatti che Kirk, sul finale, sfodera dal cilindro un elettrico assolo che ha il sentore di un glorioso passato, la golden age dell'acciaio, quando le distorsioni lasciavano spesso spazio alle dita veloci ed ai saliscendi continui, solo che dura ben poco, riprendendo quasi subito l'andamento marciante che sorregge tutto il brano. L'omaggio si conclude così come era iniziato, salutando con enorme rispetto una figura cardine della musica alternativa; la sua scomparsa ha lasciato uno squarcio nel cielo del Rock che mai si ricucirà del tutto, ma per andare avanti non ci resta che alzare ogni tanto un calice al cielo, alzare il volume a manetta, e guardare speranzosi che l'eredità di Lemmy abbia in qualche modo cambiato davvero le cose.

Spit Out The Bone

Per chiudere degnamente il secondo album i Metallica scelgono quello che probabilmente è il brano migliore di Hardwired, parliamo di "Spit Out The Bone (Sputa L'Osso)"; una forte scossa tellurica data da una serie di rullate di batteria ci apre al brano, conducendoci subito verso un andante che ricorda gli esordi della band. È un brano che non avrebbe assolutamente sfigurato su Kill'Em All questo, tanta è l'energia possente che i Metallica hanno conservato per l'ultimo slot. Le chitarre cozzano fra loro, ed il clangore delle loro lame sfocia in un ritmo Thrash/Speed di forte impatto, James irrompe sulla scena dopo una serie di nuove mitragliate delle pelli, sempre più incisive, ed alternate alla furia della chitarra, che accenna vari tipi di riff uno dietro l'altro. I ritmi dei due strumenti poi si fondono assieme per creare un anthem davvero degno di nota, andando nuovamente a foraggiare gli schemi che hanno portato i Metallica ad essere ciò che sono ormai da 30 e più anni. Het qui da sfogo alla sua creatività canora producendo un vocalizzo graffiante e lisergico, quasi infernale, annodandosi perfettamente sulla musica che viene suonata. Le note, come impazzite, iniziano a scaricare la loro rabbia su di noi, e la battaglia infuria nel nostro petto; imbracciamo il fucile e ci gettiamo nella mischia contro tutto e contro tutti, con la ferma convinzione che non stiamo combattendo per qualcosa di inutile, anzi, che la lotta è la nostra unica ragione di vita. Guardiamo in faccia al nemico e gli chiediamo di dirci tutto ciò che pensa di noi, in fondo l'avversario è la vita e la religione, due ambiti in cui bugie e sotterfugi sono all'ordine del giorno. Nel frattempo la musica prosegue la sua folle corsa innestando la marcia più alta possibile, senza mai fermarsi, lo scontro si fa mesto e pieno di sangue, cadiamo e ci rialziamo, i ritmi delle due chitarre ci danno la forza per andare avanti, ed il ritornello viene seguito da una ulteriore accelerata, sembra di essere tornati al 1982. La band ce le suona di santa ragione, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze, senza minimamente rendersi conto di quanti lividi stanno solcando il nostro petto in questo momento. La battaglia continua ad imperversare, sputiamo denti sotto i colpi che stiamo subendo, ma sappiamo di essere nel giusto, la forza delle bugie non è abbastanza per farci capitolare. Bisogna ricominciare da zero, reinventare gli abitanti stessi della Terra, andare avanti senza fermarsi, senza farsi condizionare da coloro che ci promettono luna e stelle, per poi pugnalarci alle spalle senza ritegno. Dobbiamo renderci conto che, nel caos che stiamo vivendo, nella forsennata corsa che ci sta portando all'obbiettivo, siamo soli, soli contro il mondo, soli come lo siamo sempre stati. Le macchine domineranno il mondo un giorno, e questa è una verità che dobbiamo accettare; le stesse creazioni che credevamo fossero lì per aiutarci, un giorno si ribelleranno al loro padrone, senza remora alcuna, iniziando il loro massacro. Lo stesso massacro che la band sta mettendo in atto ormai da diversi minuti, non c'è un momento di stanca, non c'è un attimo di respiro, solo noi, loro e la gigantesca mole di violenza sonora che le nostre orecchie stanno subendo. Inserire un brano così alla fine di un doppio album è una scelta abbastanza folle, ma se conosciamo bene i  nostri Four Horsemen, sappiamo che non sono avvezzi certo a scelte canoniche, l'esatto contrario. Le chitarre, sempre più distorte dagli effetti, fanno le veci delle stesse macchine che ci stanno dando la caccia, James aumenta i giri della propria voce man mano che ci avviciniamo al blocco finale, un momento corale di pennate alternate e precisi colpi di batteria ci fa sobbalzare sulla sedia, mentre di sottofondo un riff di immense proporzioni, aumenta poi il proprio volume senza mai perdere la propria verve. La guerra ormai è inevitabile, ed una alternanza di ritmi pressoché identici, trasporta l'ascoltatore alla corte di Het nuovamente, che inizia ad accusarlo con pesanti parole di diniego, finché Kirk rompe la monotonia con un velocissimo solo di chitarra dai sentori Speed, allungandone poi la coda e facendolo diventare un omaggio al Metal classico, pura e semplice magia. La nostra arma fra le mani, stringiamo il fucile e le nostre dita diventano fredde via via che osserviamo la fine avvicinarsi al nostro corpo. Lo sguardo osserva la desolazione, ed un momento che sembra estrapolato da un disco Power, fa si che ci colleghiamo ad una sezione finale da brividi. Una serie di riff rocciosi e pieni di odio, pennate davvero pesanti delle due sei corde ci fanno arrivare al momento clou della battaglia, quando sferreremo il colpo finale, rappresentato da una progressiva accelerata della batteria, che va a collegarsi con un assolo di Hammet che, senza fare troppi stacchi emotivi, non sentivamo da svariati anni. Potente, elettrico e pieno di sentimento, questo solo ci fa capire che la band è ancora lì, che sa ancora scrivere pezzi come questo, in cui dare sfogo alla propria voglia di sangue. Chiudiamo il brano e la battaglia sferrando l'ultimo colpo al nemico, ma ormai è troppo tardi, e mentre il solo di Kirk lascia spazio all'andante che aveva aperto il pezzo, ci rendiamo conto che forse la battaglia potremmo vincerla, ma la guerra no, mai.

Conclusioni

Che dire, mai valutazione fu più complessa di questo "Hardwired.. To Self Destruct". Un disco (doppio) che lascia l'amaro in bocca per alcune cose, e fa scendere lacrime di commozione per altre. Sicuramente la scelta di allungare così tanto i tempi del disco stesso, inserendo ben dodici tracce che non scendono mai sotto i cinque minuti, non ha giovato al voto finale dell'album. Alcune cose potevano essere evitate, soprattutto nel secondo disco, in cui la troppo marcata presenza di filler e di ritmiche che non fanno altro che riempire dei vuoti (vuoti che potevano non esserci), lascia decisamente un sapore strano sulla lingua. Abbiamo aspettato svariati anni, ben otto, per mettere le mani su questo disco, ed ora che lo abbiamo eviscerato con cura, ci rendiamo conto che forse poteva essere fatto un lavoro migliore. I Metallica sono eterni, si sa, sono una delle band più famose e celebri della storia, hanno scritto e composto brani ed album che sono entrati di diritto nella storia, e questo nessuno potrà mai toglierlo. Parallelamente a ciò però, troviamo nel corso della carriera una serie di scelte non propriamente intelligenti o felici, e che li hanno portati a collezionarsi una folta schiera di haters, che amano alla follia la prima parte della loro carriera, e ne odiano altrettanto la seconda. Volendo fare un paragone, dopo un disco così complesso e duro come "Death Magnetic", in cui si era assolutamente sentito il ritorno a certe sonorità, magari più accostate ad un Black Album che ad un Master che fosse, ci aspettavamo decisamente di più. Come si suol dire però, non tutto è da buttare via, ed in questa nuova release di cose da non buttare ve ne sono parecchie. A cominciare dalla title track, primo singolo estratto dal disco stesso, un ritorno in pompa magna ai suoni che hanno reso i Metallica immortali, così come l'alternanza con brani quali Moth, Halo On Fire e Spit. Al fianco di questi invece troviamo brani che potevano essere scartati, o quantomeno inseriti in un disco bonus a parte, lasciando "intatto" l'album originale. Pezzi come ManUNkind ed Here Comes sono assolutamente non in linea con il resto del disco, risultano piacevoli forse al primo ascolto, ma già al secondo stancano. Lodevole l'omaggio a Lemmy con la traccia dedicata, anche se sarebbe stato preferibile un andamento decisamente più marcato, considerando l'esempio a cui si fa riferimento. E poi quella meravigliosa traccia finale, che in un sol colpo spazza via tutti i dubbi e le incertezze, facendoci vedere che i Metallica sanno ancora spaccare il palco in due. Si è decisamente peccato di superbia con questo disco, se dopo la fine del primo CD, quindi di ruota ad Halo, ci fossero state Murder One e Spit Out, sarebbe stato, considerando anno, percorso della band, risultati, critiche e resa, un disco da dieci e lode. Con quello che abbiamo fra le mani invece, andiamo di poco oltre la piena sufficienza, complice il fatto che il primo CD si fa decisamente amare fin dal primo ascolto in tutta la sua interezza. La superbia ha anche avvolto i Metallica nell'estrema promozione del disco, arrivando perfino a confezionare un videoclip dedicato per ogni singola traccia dell'abum. Un'altra immensa operazione commerciale che i nostri Horsemen hanno messo in piedi, ma che alla fine, nonostante tutte le critiche che gli possiamo muovere, giova sempre alla loro carriera. Nelle classifiche sono arrivati primi in diversi paesi, il disco sta vendendo e venderà ancora bene (complice anche la innumerevole quantità di versioni disponibili, dal singolo CD al vinile, passando per dowonload digitale e molto altro ancora). Che dire, dopo tanti anni di attesa, dopo esserci mangiati le mani alla comparsa delle prime clip e canzoni, dopo aver ben sperato per tutto questo tempo, da una band così ci aspettavamo davvero qualcosa di più. È comunque un disco che ha giovato, per esempio, di una produzione cristallina ed impeccabile, che permette forse di apprezzarne anche i marcati difetti nelle tracce, saltando oltre. Detto questo, è in ogni caso un album da avere, forse la summa di tutta la carriera di una band che, critiche ed odio a parte, continua a far parlare di sé in ogni occasione. Ad ogni angolo, qualsiasi metalhead che si rispetti ama i Metallica, e su questo nessuno potrà mai sindacare, perché alla fine, che possano sempre commettere passi falsi, che pecchino di boria o di falsa modestia, noi siamo sempre lì, pronti ad alzare le corna al cielo quando li vediamo salire sul palco, ed ancora pronti a consumare quei dischi che, la storia, l'hanno cambiata davvero. 

1) Hardwired
2) Atlas, Rise!
3) Now that We're Dead
4) Moth Into Flame
5) Dream no More
6) Halo on Fire
7) Confusion
8) ManUNkind
9) Here Comes Revenge
10) Am I Savage?
11) Murder One
12) Spit Out The Bone
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