METALLICA

Garage Inc.

1998 - Vertigo

A CURA DI
MICHELE ALLUIGI & GIACOMO BIANCO
23/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Sapevamo tutti che con quell'ep di sole cover dal titolo "The 5.98 $ EP- Garage Days Re-revisited", datato ormai 1987, i Metallica ci stavano dando solo un assaggio di qualcosa di più grande che prima o poi sarebbe uscito; quelle versioni rivisitate di alcuni classici del rock, solo all'apparenza scontate ed approssimative, celavano infatti qualcosa di più del semplice desiderio di rendere omaggio ai loro idoli: grattando ulteriormente la scorza di quelle riproposizioni si poteva per l'appunto fiutare che James Hetfield e soci presto o tardi avrebbero ripreso ulteriormente l'argomento, dopo averlo lasciato in stand by per ben undici anni. L'attesa è stata lunga, eppure, nel 1998, quel progetto di cui i Four Horsemen ci avevano dato solo degli indizi sparsi qua e là vede finalmente la luce nel doppio album "Garage Inc.", con il quale si può dire che la band abbia rivoluzionato il concetto stesso di cover. Di brani inediti nemmeno l'ombra all'interno della tracklist, a comporre la scaletta di questo disco sono infatti solo dei brani di altri autori, dov'è la novità allora? Forse i thrasher californiani sono ormai alla frutta dopo il loro discusso periodo degli anni Novanta e non vogliono ammetterlo? Nulla di più sbagliato, anzi, la novità di questo capitolo discografico degli autori di "Master Of Puppets" sta proprio nell'essere una raccolta di cover pur non essendo un disco di cover, o meglio, i brani qui riproposti sono sì pezzi scritti da altro pugno ma dei quali i Four Horsemen regalano la loro visione assolutamente personale ed in linea con la direzione stilistica intrapresa sul finire del ventesimo secolo. Teniamo ben presente che siamo a ridosso di pubblicazioni quali "Load" e "Reload", il mr Hyde della carriera della band di Los Angeles, due dischi la cui totale distanza dai grandi albori degli esordi fece storcere il naso ai fedelissimi attirando al contempo le attenzioni di uditi inclini al più morbido Hard Rock e, più in generale, a qualcosa di più orecchiabile del solito tupa tupa thrash. Nel riarrangiare queste canzoni, i quattro thrasher si chiusero in sala prove a lavorare con lo stesso approccio compositivo con il quale lavorano sulle loro creazioni; la missione però non era affatto semplice: quando sei un musicista del calibro dei Metallica è quasi più facile comporre un altro tuo album che riuscire a rivisitare dei pezzi non tuoi, l'interrogativo dunque consisteva nel riuscire a passare dall'originale ascoltato sul vinile, perché si tratta comunque di brani composti fra gli anni Settanta ed Ottanta, a quella che sarebbe stata la "Metallica version" senza sprofondare nel baratro del banale e dell'ovvio. Il primo ostacolo, ovviamente, fu quello di scegliere le canzoni da rielaborare; quando si è metallari infatti non si ascoltano solamente due gruppi, indi per cui la prima mossa da fare è stata quella di rispolverare il materiale presente nelle collezioni dei quattro membri nel gruppo con carta e penna alla mano, la semplice infatuazione per un determinato pezzo però non era sufficiente, occorreva che esso fosse anche "coverizzabile", perché prendete un brano bello finché volete, anche uno riconosciuto all'unanimità come capolavoro, ma poi passare dal teorico al pratico non è come bere un bicchier d'acqua (per dirla più terra terra non avrei visto molto bene i Metallica cimentarsi con "Bohemian Rhapsody" dei Queen, molto più azzeccata infatti è la resa finale di "Stone Cold Crazy", giusto per fare un esempio). Fatto ciò, si è passato poi alla fase successiva, ovvero iniziare a riarrangiare il pezzo immaginando come potesse suonare rivisitato, mentre la terza ed ultima fase ha visto la band rinchiudersi in sala a provare quei brani, consumandosi le mani fino a trarre ciò che era il vero obbiettivo di questo doppio album: far suonare quelle canzoni come se fossero state composte dai Metallica. Lars Ulrich e compagni potranno esserci riusciti più o meno bene, dato che i pareri in tal senso sono puramente soggettivi, quel che è certo, è che questo macro blocco di ben ventisette tracce scorre nel lettore come un qualcosa di assolutamente autonomo e svincolato dalle singole versioni originali. Di brani che i Four Horsemen avrebbero potuto scegliere ce ne sono diversi altri, e non è questa la sede per cimentarsi in una ulteriore catalogazione, ma sta di fatto che con "Garage Inc." i Metallica tornano "ragazzetti" per la seconda volta. Con l'Ep dell'87 (qui raccolto integralmente) l'intento dei quattro californiani era quello di staccare la spina dopo i leggendari ma anche estenuanti tour intrapresi in tutto il globo per promuovere i loro dischi: le rockstar si "declassano" provvisoriamente per tornare ancora una volta allo stato primordiale, quando in saletta si riuniscono quattro amici a jammare sui loro pezzi preferiti senza stress e lontani dalle pressioni che comporta essere gli autori di album capolavoro del proprio genere. Il tutto viene dunque resettato: James Hetfield, Lars Ulrich, Kirk Hammet e Jason Newsted diventano quattro metal heads come tanti, magari dei ragazzi qualunque appassionati di Heavy Metal che si spaccano con la loro musica preferita dopo un estenuante turno di lavoro in fabbrica o in officina e l'artwork dell'album si riallaccia qui in tal senso. La parola d'ordine di questa pubblicazione è una ed una sola: semplicità. Sulla copertina infatti il logo della band ed il titolo non compaiono più sotto vesti grafiche curatissime, ma emergono in maniera molto meno altisonante: un basilare font che imita la scritta fatta a mano su un fondo nero, perché chi si spacca la schiena tutto il giorno in un lavoro massacrante vuole solo spararsi la sua musica preferita e rilassarsi senza troppi fronzoli. Anche l'immagine scelta si discosta notevolmente dalla sedia elettrica attorniata dai fulmini, dal cimitero o dalla statua della dea bendata: ad iconografia di "Garage Inc." troviamo una semplice fotografia dei quattro californiani in tuta da lavoro, stanchi e sporchi di grasso, quasi fossero stati presi con uno scatto improvviso allo stacco del turno poco prima di chiudersi nel garage dove provano senza nemmeno farsi una doccia, perché quando si vuol suonare ci si butta anche il sudore. La serranda si chiude, un altro turno è finito, tempo di riprendersi un attimo e ci si trova tutti in garage a suonare in una jam lunga ventisette canzoni.

Free Spech For The Dumb

Giusto per dar fuoco alle polveri, in apertura troviamo "Free Spech For The Dumb" (trad. "Libertà Di Parola Per gli Stupidi"), brano che originariamente fu composto dalla punk hardcore band britannica Discharge. Il legame che intercorre tra questo genere ed il Thrash Metal è indissolubile, anzi, senza il primo quasi sicuramente non ci sarebbe stato il secondo, ed è quindi quasi una conseguenza logica il fatto che i Four Horsemen scelgano di tributare, tra i tanti artisti di questo filone, la band attualmente capitanata da Anthony Martin. Principio fondamentale di queste sonorità e l'essere crude, graffianti ed assolutamente in your face; un brano come questo, si tratti di un originale o di una cover, deve arrivare dritto al bersaglio quanto il colpo sparato da un cecchino durante un appostamento, indi per cui anche per i thrasher californiani è assolutamente vietato essere sotto tono. La versione originaria del brano, contenuta nel secondo album dei Discharge "Hear Nothing, See Nothing, Say Nothing" del 1982, si presenta decisamente più veloce di quella realizzata dagli autori di Kill'Em All: il tempo è infatti molto più serrato e lo shredding di chitarra risulta molto più martellante rispetto alla riproposizione, il che potrà sembrare un paradosso, dato le velocità a cui sono abitualmente abituati a viaggiare i 'Tallica, ma la scelta di rallentare, ad una riflessione più approfondita, risulta essere l'arma vincente per il risultato finale. È di fondamentale importanza tenere a mente che stiamo parlando di una canzone hardcore, il cui unico obiettivo è rovesciarci addosso una colata incandescente di rabbia e di astio verso il sistema mescolati assieme; a questo scopo, la band inglese vi giunse con tutte le buone intenzioni del caso ma suonando tuttavia in maniera molto grezza ed imprecisa (elemento che tuttavia è necessario per questo tipo di sonorità). I Metallica decidono quindi di staccare il piede dall'acceleratore, in modo da far risaltare meglio la struttura compositiva del riff e facendo scorrere il tutto in maniera molto più limpida ed organica, potenziando il tutto con l'utilizzo delle chitarre e del basso accordati in re, quindi un tono sotto rispetto all'accordatura standard in mi. La versione proposta in "Garage Inc." dunque emerge letteralmente fuori dal nostro lettore grazie all'impatto immediato creato dalle basse frequenze degli strumenti, che vanno così a costruire un vero e proprio muro sonoro le cui tonalità gravi cozzano volutamente con la voce altisonante e squillante, seppur sporca anch'essa, di Hetfield. Come di consueto, nel caso dell'Hardcore, non ci troviamo di fronte ad un pezzo tecnicamente elaborato, anzi, gli appena due minuti e sedici secondi di durata constano unicamente di un tempo lineare in quattro quarti variato soltanto in un accento contrattempato alla fine di ogni giro, fedelmente seguito dalle chitarre e dal basso anch'essi imperterriti nella loro avanzata verso la chiusura della canzone. Da questa traccia dunque, esclusi gli incisi solisti iniziali eseguiti da Hammet (nettamente più studiati rispetto al mini solo eseguito nell'originale da Tony Roberts), i Metallica si mettono in luce in tutta la loro perizia ritmica, dando una prova lampante di tutto il loro tiro e del loro groove esibendosi su un pezzo dritto senza cambi di sorta, ed è proprio qui che si vede l'astuzia dei Four Horsemen: suonare questo brano pedissequamente sul modello degli autori originali sarebbe stata una cosa realizzabile da chiunque, riuscire a crearne una versione decisamente più travolgente ed energica con gli stessi tre power chord è cosa che solo una band d'esperienza come quella di Los Angeles avrebbe potuto fare. Il testo di questa traccia consta di ben due frasi ripetute a loop durante tutta la durata della struttura, quasi fosse uno slogan urlato durante una manifestazione sotto le finestre di un palazzo di governo, ed oltre a ripetere ininterrottamente il titolo, esso viene rimarcato con un inciso finale di sole tre parole: "Free Fuckin' Speech", ovvero "Fottuta Libertà Di Parola". Viene spontaneo chiedersi il motivo di un testo così stringato, ma la risposta a questo quesito si trova già nell'elenco dei requisiti principali dell'Hardcore, ovvero il messaggio deve essere diretto senza tanti giri di parole. In una realtà assolutamente anti democratica ed elitaria come quella degli anni Ottanta, che non si discosta di molto da quella attuale peraltro, la libertà di parola è divenuta ormai un concetto puramente metafisico, con il quale tutti i politici si sciacquano la bocca per apparire giusti e democratici ma che in realtà non concedono alla totalità dei propri elettori. Basta guardare quanta importanza viene dato a quelli che oggi si chiamano referendum, il voto è aperto a tutti i cittadini maggiorenni ma a prescindere dai risultati, non senza ricorrere a qualche broglio, l'esito è comunque pilotato e già deciso a tavolino. L'unico vero accenno di libertà di parola viene dato a coloro che possiedono un determinato "acume politico" (che si traduce poi in capitale economico) ergo chi ha i soldi e può finanziare le campagne elettorali vota, tutti gli altri sono "stupidi", ma di questo andazzo i Discharge, e conseguentemente i Metallica, ne hanno piene le tasche ed è giunta l'ora che anche gli stupidi, finora lasciati nel mutismo più assoluto, possano dire la loro. Non importa quale sia la loro opinione, se si vuole definire un governo come democrazia anche la più sconclusionata idea ha il diritto di essere espressa, anche se molte volte gli stupidi nono quelli che hanno il maggior potenziale per cambiare effettivamente le cose.

It's Electric

Successivamente troviamo "It's Electric" (trad. "E' Elettrico"), un nuovo omaggio che i Metallica fanno ai Diamond Head dopo la precedente rivisitazione di "Helpless", già contenuta nell'Ep dell'87. Non è certo un segreto la stima che i quattro americani nutrono per il gruppo di Brian Tatler ed al di là di questo nuovo tributo in studio, i Four Horsemen riservano all'interno delle loro set list un posticino d'onore per qualche live cover della band britannica. L'attenzione di James Hetfield e soci si focalizza soprattutto sull'album di debutto del gruppo originario di Stourbridge, "Lightning To The Nation" del 1980, all'interno del quale si trovano, sul lato a del vinile tutte e tre le tracce riprese dai Four Horsemen. Ascoltando la versione originale, si sente ancora quel retrogusto tipicamente seventies che caratterizzava il sound di un album che vedeva la luce ormai sul finire della decade; i suoni sono secchi e freddi a livello puramente audio, ma a temperare il tutto interviene prontamente il calore sprigionato dalle mani dei musicisti e dalla voce di Sean Harris, elementi che senz'altro fecero di questo disco una pietra miliare del Metal. Il tempo di batteria, lineare e costituito soprattutto da cassa, rullante e charleston, ricorda molto quello di "Highway Star" dei Deep Purple, nome di cui si sente molto l'influenza generale all'interno della struttura. Il tiro infatti ricorda molto quello del rock and roll anni '50, dove le chitarre, allora ancora in fase di sperimentazione delle distorsioni, si apprestavano a rivoluzionare il concetto intero di musica dell'epoca. Il riff eseguito da Tatler, pur nella sua semplicità esecutiva, punta infatti tutto sul pathos, gli accordi stoppati della strofa infatti spiccano grintosi e sprezzanti pur nella loro brevità per poi incendiare letteralmente il pezzo nello sviluppo del ritornello. La semplicità di cui si accennava nell'introduzione si ritrova anche come chiave di volta di tutta la musica di fine anni '70, dove i musicisti riuscivano ad emozionare solo grazie al loro tocco e con le loro "povere" strumentazioni in dotazione senza bisogno di chissà quali artifici digitali; la post produzione stessa del vinile d'esordio dei Diamond Head suonerebbe oggi primitiva agli occhi degli audiofili moderni, eppure, nei più rinomati studi di registrazione si tengono ancora oggi nel 2016 dei seminari incentrati ad insegnare i rudimenti per ricreare quel sound ai giorni nostri. La rivisitazione dei Metallica assume qui un altra connotazione, oltre alla già citata intenzione di tributare il gruppo inglese, vale a dire quella di "attualizzare" quel pezzo rispetto agli standard in voga nel 1998; il messaggio dei 'Tallica è quindi chiarissimo: "Siamo nel 1998 ed abbiamo scritto pagine di leggenda del Metal, ma senza l'influenza di questa e di tante altre band non saremmo mai diventati nessuno". L'espediente delle accordature ribassate, utilizzato su tutto il disco, mira anche in questo caso a dare alla composizione quel pizzico di energia in più che con la accordatura in mi non si sarebbe potuto ottenere, del resto, sarà solo ad anni '80 inoltrati che le band inizieranno a sperimentare i cambi di accordatura per i propri strumenti; la rivisitazione dei Four Horsemen spinge decisamente di più, pur mantenendo invariata la struttura dell'originale le sei corde fanno il loro sporco dovere pompando a dovere un riff già di per se da cardiopalma, a farci scuotere la testa è senz'altro la configurazione spezzata della strofa alternata ad un ritornello molto compatto e trascinante. A conferire la maggior parte del groove sono senz'altro le chitarre ma, soprattutto, il basso di Newsted, che attraverso le plettrate corpose del bassista dei Flotsam & Jetsam sostiene l'intera impalcatura della canzone. Per quanto riguarda il drumming di Ulrich, esso segue fedelmente i colpi dati nel 1980 da  Duncan Scott; d'altra parte, abbiamo già avuto modo di appurare che il batterista di origine danese non si sbilancia mai più di tanto nel rivisitare le ritmiche altrui, tendendo invece a ricalcarne la linearità lavorando unicamente con dei passaggi brevi senza troppo impegno. Nel complesso comunque, con i Diamond Head i Metallica vanno sempre sul sicuro: tre brani loro riproposti ed altrettante tacche sul loro fucile, da cui si vede la dedizione dei musicisti californiani unita alla loro vena creativa. Dal punto di vista lirico, il testo ricalca fedelmente lo stereotipo del metal head intento a diventare una rock star; la passione, la voglia di fare e, soprattutto la assoluta convinzione che la musica possa essere un faro di luce nelle tenebre dell'esistenza fanno di queste parole una vera e propria dichiarazione di intenti del protagonista. La prima frase infatti parla subito chiaro: "I'm gonna be a Rock And Roll star", ovvero "Sarò una stella del Rock And Roll". Pur non sapendo assolutamente nulla di questo personaggio, chi sia, che cosa faccia nella vita o da dove provenga, egli ci avvisa immediatamente che il suo unico fine è quello di raggiungere la fama mondiale nel panorama rock nonostante chiunque, dai genitori e, a giudicare dal tono, anche gli amici stessi, gli abbiano suggerito di mirare basso e lasciar perdere con questa vana illusione. Lui però non demorde, vuole fare baldoria tutto il giorno e tutta la notte, vuole vivere ogni istante della sua esistenza come se fosse l'ultimo e ciò lo può fare solo mitragliando la propria musica al mondo intero; suonare è per lui come una droga irrinunciabile, non appena le note iniziano a profumare l'aria egli sente immediatamente quel brivido lungo la spina dorsale potente e rigenerante come una vera e propria scossa, di cui egli non può far altro che osannare l'assoluta e pura elettricità. Che gli altri continuino pure a sfotterlo per questa sua "sensazione", egli continuerà a rockeggiare senza sosta, sia in sala prove che all'interno di un locale, perché una volta che egli avrà raggiunto il proprio obiettivo ci guarderà finalmente dall'alto in basso, elevato dalla immensità dei palchi che solo nelle grandi arene si possono trovare; indugiare ulteriormente a spiegarci che cosa vive è inutile, molto semplicemente, è un qualcosa di elettrico.

Sabbra Cadabra

In terza posizione non troviamo una semplice canzone, ma un qualcosa che definire un inno nazionale dell'Hard n' Heavy sarebbe tutt'altro che esagerato, ovvero la cover di "Sabbra Cadabra" dei Black Sabbath, storica quarta track dell'album "Sabbath Bloody Sabbath" del 1973 con cui la band di Birmingham si aprì a sonorità maggiormente progressive (tanto che su quel lavoro, in veste di guest, suonò le tastiere Rick Wakeman degli Yes). I 'Tallica si trovano dunque alle prese con un terreno di più difficile percorrenza, ma ancora una volta la devota ammirazione che gli statunitensi nutrono per una band a cui devono molto farà loro da musa ispiratrice in questa nuova ed epica impresa. Cimentarsi nella sfida di riprodurre fedelmente il tocco leggendario del gruppo inglese è una battaglia persa in partenza, complice anche la scelta di un brano dove le tastiere ed i sintetizzatori non hanno certo un ruolo secondario, ma ecco che spicca di nuovo l'intelligenza della band di James Hetfield: non si tratta di eseguire, ma di interpretare; la "carenza" sul fronte elettronico viene così rimpiazzata attraverso un approccio decisamente più heavy dell'originale, del resto, a distanza di 25 anni dall'uscita della versione sabbathiana, la concezione della musica è cambiata non poco: le chitarre si fanno così le nuove attrici principali di uno spettacolo teatrale il cui compito è omaggiare la musica con la m maiuscola, il main riff della composizione viene quindi reinterpretato da Kirk Hammet senza che esso perda assolutamente di fluidità e con l'ingresso della batteria, il pezzo assume tutto un altro spessore. Il basso di Newsted contribuisce a far marciare l'intera traccia con un fare molto più possente e travolgente, immaginate che la versione del '73 sia un cavaliere con un armatura del diciassettesimo secolo, costituita quindi da solo alcune placche d'acciaio rinforzato poste giusto a copertura dei punti vitali, e che quella del '98 sia invece un cyborg interamente realizzato di titanio in ogni sua parte, munito inoltre delle più variegate armi da fuoco sui propri arti; questa metafora dovrebbe rendere bene l'idea della differenza di gittata di questi due pezzi d'artiglieria dell'Heavy Metal. A differenza dei brani precedenti, i Four Horsemen si concedono qui una divagazione artistica: senza le tastiere è assai complicato risuonare la canzone sul modello originale, vista l'importanza dello strumento all'interno della composizione, i Metallica dunque svoltano improvvisamente lungo il percorso, inserendovi come chicca sostitutiva un medley realizzato sul riff di "A National Acrobat", brano sempre dei Black Sabbath contenuto nel medesimo album in posizione immediatamente successiva a "Sabbra Cadabra". I quattro thrasher si lanciano quindi in una jam strutturata unicamente su questo main riff, sul quale Hetfield esegue in maniera molto disinvolta la medesima parte di testo che Ozzy Osbourne stendeva sulle atmosfere oniriche del maestro degli Yes. Superato questo "ostacolo", i 'Tallica si riallacciano perfettamente alla chiusura del pezzo, andando così a concludere una delle cover meglio riuscite all'interno del loro vasto campionario. Stiamo parlando di una canzone le cui liriche furono scritte nell'era in cui le droghe svolgevano un ruolo assai predominante nell'attività compositiva dei Sabs, il titolo dunque esprime semplicemente la formula magica che descrive l'essenza soprannaturale della relazione che il madman ha con una delle tante ragazze con cui ha flirtato. La narrazione è in prima persona, ed anche Hetfield non può sottrarsi a questa prospettiva: il protagonista non è in grado di descrivere la condizione estatica in cui si trova ogni volta che vede questa magnifica donzella, la descrizione assume una connotazione quasi stilnovistica, aggiungendo però alla narrazione la naturalezza e l'immediatezza descrittiva di un testo degli anni Settanta; se Dante Alighieri avesse abusato delle sostanze stupefacenti per descrivere Beatrice, probabilmente questo testo sarebbe comparso all'interno del Vita Nova. Questa figura femminile possiede dei tratti quasi divini, il suo comparire sulla scena non solo irradia l'ambiente di una luce surreale ma allo stesso tempo lascia il protagonista privo di una qualsiasi capacità descrittiva diretta: egli può solo dirci che cosa lei sia per lui attraverso una descrizione molto indiretta è quasi vaga, egli si sente semplicemente euforico da quando l'ha conosciuta, ma non è assolutamente in grado di quantificare meglio il proprio entusiasmo, quando fa l'amore con lei dice semplicemente che è qualcosa fuori dal mondo, perché qualsiasi altra metafora sarebbe comunque riduttiva ed inutile per rendere l'idea. Dalla concezione puramente amorosa il testo passa ad un linguaggio decisamente più spirituale e misterico: oltre ad essere la donna per cui il protagonista sarebbe disposto a vivere altre migliaia di vite tutte completamente votate a lei, essa diventa nelle strofe seguenti l'idealizzazione di tutto ciò che la natura possa creare di assolutamente perfetto, un'entità creata nelle alte sfere dell'Empireo che solo una mente superiore è in grado di apprezzare in tutta la sua sempiterna gloria. L'amore stesso diventa per questo allucinato amante la perfetta apoteosi che solo un trip perfetto può dare, uno sballo dal quale la sua anima non vorrebbe mai uscire, vivendo il resto dei suoi giorni illuminato da questa aura di assoluta perfezione.

Turn The Page

A seguire troviamo "Turn The Page" (trad. "Volta Pagina"), brano scritto dal cantautore statunitense Bob Seger e contenuto nel suo album "Back in '72" del 1973, che grazie alla rivisitazione dei Four Horsemen ha raggiunto il pubblico su vasta scala anche in ambito metal. Con questa canzone i Metallica cambiano drasticamente genere: non ci troviamo di fronte ad un pezzo rock o metal, ma siamo di fronte ad una struggente ballad dal retrogusto tipicamente blues folk; potrà sembrare il proverbiale salto di palo in frasca, ma ancora una volta possiamo vedere tutto il talento della band di Los Angeles quando si tratta di rivisitare un brano in modo personale senza snaturarne l'essenza principale. Ad aprire la versione del cantautore originario di Detroit troviamo un sax intento ad eseguire una melodia struggente e melanconica che immediatamente ci immerge in un atmosfera romantica di cupa rassegnazione verso il destino, quell'infausta macchina alla quale siamo immancabilmente soggetti e verso la quale non possiamo assolutamente nulla. La voce di Seger infatti scivola sinuosa ed afflitta su una melodia che resta calma per tutta la durata della canzone, lasciando che siano solo le corde vocali del compositore a lanciarsi in un lamento gettato verso un cielo assolutamente silente e non curante. Il tono è infatti quello di chi ha ricevuto l'ennesima delusione nel corso della vita, per quanto esse ormai si possano quasi calendarizzare data la loro regolarità, egli sperava tuttavia in una nuova svolta, ma puntualmente, quando tutto sembra andare per il verso giusto, ecco quel punto di rottura che distrugge quanto ci siamo guadagnati con fatica fino a quel momento: si tratti di una relazione o di un successo sul lavoro poco importa, il fato è sempre pronto a rovesciarsi su di noi come un fiume in piena e spazzare via ogni nostro singolo sforzo, come dopo ogni sconfitta non possiamo far altro che raccogliere i cocci della nostra stessa esistenza e rimetterci li a ricostruire il tutto fino alla nuova mazzata della sorte. Se l'atteggiamento di Seger si colloca a metà tra il rassegnato e lo stoico, ben diverso è l'approccio dei 'Tallica, che all'ineluttabilità degli eventi antepongono un tono più arrabbiato ed energico, come un leone che pur essendo chiuso in gabbia, consapevole che il lucchetto non si aprirà mai, continua a ruggire. Il sassofono viene sostituito da un riff di chitarra, dato che introdurre uno strumento esterno cozzerebbe con la filosofia generale di questo disco, e quelle stesse note ora giungono al nostro udito ritoccate dal pathos di un tocco blues vibrante e ricco di sentimento. L'altra parte delle sei corde consiste in una serie di accordi arpeggiati atti a sostenere la performance vocale di Hetfield, il quale, sembra inizialmente seguire la linea canora della versione originale. Sembra che i Metallica scadano nel banale stereotipo di eseguire e basta, ma ecco che appena si giunge alla seconda terzina della prima strofa entra la batteria di Ulrich a lanciare uno sviluppo decisamente più esplosivo: la cassa ed il rullante scandiscono con una potenza sopraffina dei power chord distorti che spingono notevolmente di più rispetto all'originale, ecco come gli autori di "Master Of Puppets" trasformano una ballata in un pezzo da headbanging assicurato. La struttura complessiva viene rispettata, ma a differenza di Seger, nel medley intermedio i Metallica si fermano con un fade out, sembra tutto finito, ma ecco che improvvisamente si riaccende la miccia con l'ultima sferzata finale. Dovendo fare un confronto tra le performance vocali dei due cantanti, Hetfield risulta più convincente, andando a toccare tonalità alte che Seger sceglie di non raggiungere, regalandoci così un lamento molto più eroico verso ciò che non possiamo combattere. Il testo rispecchia fedelmente il topos del viandante solitario per le strade americane: una figura sopravvissuta alla sua stessa vita che dopo l'ennesima delusione decide di mollare tutto saltando sul proprio mezzo per raggiungere una destinazione ignota ma che per quanto schifo possa fare sarà senz'altro migliore della sua esistenza attuale; la destinazione non è fissata quindi, l'importante è che l'asfalto scorra sotto le ruote dando modo di riflettere su noi stessi guardando un paesaggio che scorre via chilometro dopo chilometro. Il rombo del motore sembra anch'egli intonare la propria trenodia, un lamento che giunge alle orecchie del guidatore direttamente dai pistoni che ormai non ne possono più dopo sedici ore di viaggio ininterrotte; da lontano scorge un'area di sosta, un'oasi sperduta e desolata all'interno del deserto della sua errabonda odissea, decide di fermarsi ed appena ha varcato la soglia dell'ingresso sente immediatamente gli sguardi degli altri avventori della tavola calda direttamente su di sé: non ha la minima idea di chi siano, non conosce nulla delle loro storie, eppure, egli sente che essi lo stanno in qualche giudicando, lanciandogli con il loro scrutale impenetrabile diverse sentenze dall'alto della loro presunta saggezza accumulata dalle loro diverse esperienze. Il senso di disagio è fortissimo, giusto il tempo di mettersi qualcosa nello stomaco, rifornire il veicolo e via di nuovo a navigare sul fiume asfaltato che lo traghetterà lontano dalle sue stesse paure. Un altro giorno è passato, il sole ormai è tramontato dietro le colline ed è giunto il momento di cercare una stanza di motel per regalare alle proprie membra un riposo che il nostro viandante sa di non poter mai trovare; i muscoli dolgono, ma la mente sa già che l'ansia lo terrà sveglio tutta la notte, un'ultima sigaretta seduto sul letto, l'ultima sedativa sigaretta fumata fissando il vuoto infinito riposto nel muro di fronte a lui, un altra tappa è conclusa e domani si riparte pronti a percorrere la strada verso il nulla.

Die, Die My Darling

Cambiamo nuovamente genere con la successiva "Die, Die My Darling" (trad. "Muori, Muori Mia Adorata"); a ricevere il tributo dei Metallica questa volta sono i grandissimi Misfits, storica band punk americana nata nel 1977. Come ben sappiamo la band attualmente capitanata da Jerry Only ha subito vari cambi di line up e conseguentemente diverse "ere" della propria vicenda artistica, ma i Four Horsemen decidono di omaggiare i "disadattati" attraverso un celebre brano della loro primissima formazione, fronteggiata all'epoca da Glen Danzig. La versione originale, contenuta nella versione internazionale dell'album "Earth A.D / Wolfs Blood" del 1983 naturalmente emana quel sound crudo e ruvido che solo il punk di fine anni '70 ha saputo regalare al mondo, la chitarra infatti suona assai acerba e quasi dissonante (probabilmente anche non del tutto accordata) e della batteria si sentono solo il charleston ed il rullante, ma stiamo parlando della musica più ribelle fino ad allora concepita e va bene così; a rendere più grezzo il tutto si nota inoltre un costante fischio durante tutta la canzone che scandisce gli accenti delle battute nelle strofe, probabilmente un rientro pescato dai microfoni durante la registrazione che non è stato rimosso, ma non stiamo certo qui a discutere di aria fritta, sono i Misfits e senza la loro grezzura sicuramente non avremmo mai conosciuto la miriade di altre band che a loro si sono ispirate. Le mani di Doyle martellano imperterrite le corde della chitarra, mentre Robo procede linearissimo attraverso un drumming che più basilare non si potrebbe avere, il basso di Only è pressoché inesistente a livello di volume, ma a scaldare tutto ci pensa la voce roca  ed oscura di Danzig, che in certi passaggi sembra quasi un coro da stadio, ma d'altra parte, da un maniaco che sta accoltellando la sua amata non ci si aspetta certo una voce da tenore. La riproposta dei Metallica invece suona molto più precisa e fluida, complice anche la maggior perizia tecnica, ma nonostante ciò i 'Tallica voglio essere anche loro grezzi come la band nota per il devilock, rientro di chitarra compreso; le accordature ribassate offrono a questa particolare composizione una resa sopraffina, quei pochi power chord infatti risultano molto più potenti e caldi dell'originale ed il lavoro più studiato sui suoni offre una compattezza molto più gradevole. Ulrich si trova alle prese con la parte di un batterista ancora più basilare di lui, ed addirittura a confronto del sopracitato Robo, il drummer di origine danese sembra essere un fenomeno di maggior livello pur eseguendo la stessa identica parte, ricalcando fedelmente la struttura primaria del pezzo senza inserire ulteriori passaggi. A conferire maggior entusiasmo alla performance complessiva di questa cover è la voce di Hetfield, la quale, non solo risulta più intonata di quella di Danzig, ma risulta anche più presa nell'interpretazione, grazie anche al carisma del biondo vocalist dei Metallica; nel caso dei Misfits dunque i Metallica rappresentano l'allievo che supera il maestro, ma essendo una rivisitazione realizzata sull'onda della profonda stima il senso di competizione tra i due gruppi non viene nemmeno preso in considerazione. La storica punk band infatti è sempre stata un'influenza preponderante nell'attività dei Four Horsemen, vi basti ricordare che il mai troppo compianto Cliff Burton aveva addirittura il logo dei Misfits (l'arcinoto Crimson Ghost) tatuato sul braccio destro, quindi a maggior ragione possiamo assolutamente essere certi che l'intento dei 'Tallica non fosse certo quello di "suonare meglio" della band horror punk. Se siete innamorati di una donzella la quale non ricambia le vostre attenzioni, ma anzi, vi considera unicamente per avere il numero di telefono del vostro amico più scemo, il testo di questa canzone fa sicuramente al caso vostro: il tono ossequioso verso la ragazza viene mantenuto anche mentre il coltello nelle vostre mani la sta trafiggendo ripetutamente; che sia al ventre, al petto o in faccia nulla importa, quella bellissima creatura che vi ha inebriato per giorni con il suo dolce profumo ora sta morendo sotto la vostra furia omicida, perché va bene che l'amore è cieco ma la follia ci vede benissimo e sa esattamente chi e quando colpire. Le vostre lettere indirizzate a lei, i vostri inviti, i vostri fiori e le vostre dediche musicali sono tutte andate perdute nell'indifferenza, in un mare di noncuranza che vi ha reso trasparenti ai suoi occhi, ed il vostro sentimento così puro e disinteressato si trasforma così in una scarica d'odio che vuole solo vedere morto quell'ammasso di carne così genuino e delicato. Non vi ha parlato mai, nemmeno per sbaglio, ed ecco che l'unica volta in cui non risultate una lastra di vetro ai suoi occhi ella si presenta per chiedervi di presentarle quel fusto palestrato ignorante che bazzica la vostra combricola. D'accordo che nessuno sia un adone, ma a confronto di quell'energumeno per lo meno voi sapete coniugare correttamente i verbi della vostra lingua ed avreste saputo amarla teneramente senza considerarla un bel culetto ballonzolante, ma no, lei preferisce i muscoli alla cortesia, preferisce la forza fisica all'intelligenza, ebbene improvvisamente voi siete pronti a darle tutta la possanza che cerca, non sollevando un armadio ma brandendo un coltello per sventrarla come un branzino, e mentre il suo sangue vi sta schizzando addosso insozzandovi i vestiti non vi resta altro da fare che avvolgerle delicatamente la nuca, guardarla negli occhi ed invitarla a morire.

Loverman

Altro cambio netto di genere; i Metallica in "Garage Inc." hanno infatti reso omaggio ad artisti di diverso genere anche per variegare la proposta di questa raccolta, ed ora tributano l'australiano Nick Cave, leader dei Bad Seeds, attraverso il riarrangiamento di "Loverman" (trad. "Amante"). La traccia originale questa volta è notevolmente lontana dall'universo metal, essa si colloca invece come una ballad lounge che alterna momenti di quiete introspettiva a passaggi più energici ma sempre razionalizzati attraverso l'approccio meditato del cantautore/ poeta maledetto di cui Cave ha sempre rivestito il ruolo. Questa canzone in particolare si colloca infatti nella fase post punk dell'artista di Warracknabeal, pensiamo quindi alle atmosfere romantiche ed intellettuali di artisti paralleli come Talking Heads, Joy Division, Killing Joke ed ai lavori più lugubri dei The Cure. Le note della composizione infatti ricreano intorno a noi un'atmosfera buia, quasi come se fossimo chiusi in una stanza al buio con il cantante che si esibisce di fronte a noi con la sua band, illuminato solo da una flebile schiera di candele e qualche lampo di luce improvviso. A dominare il tutto è sicuramente la voce profonda, scandita da una batteria dal tocco jazz e dai rintocchi di una campana il cui unico fine è scandire lo scorrere del tempo che avvolge il dolore di questo amante condannato alla rovina. Similmente alla ballata di Seger, anche Cave è infatti uno sconfitto della vita, che si sente eternamente perseguitato dai suoi demoni mentre le lettere sputate dalle sue urla rabbiose compongono la parola "amante". Unica sua arma contro questo avversario temibile ed ignoto è senz'altro la potenza delle sue corde vocali, fedelmente sostenute da una chitarra graffiante che da sola lo sorregge nella sua cavalcata all'attacco del male che lo affligge come una morsa dall'interno delle sue viscere. Anche in questo caso, Hetfield ha l'arduo onere di dover rendere questo senso di disagio interiore come un attore, dovendo cercare di tirar fuori le stesse emozioni pur non avendole provate direttamente sulla sua pelle; il calore delle parole tuttavia ci scalda il cuore con la stessa profondità, nonostante la pronuncia statunitense sia diversa da quella australiana tuttavia quelle parole echeggiano ugualmente taglienti. Essendo una band metal, i Metallica calcano la mano sul terreno a loro più congeniale, ossia sugli scoppi di collera incisivi che caratterizzano la struttura della canzone: mentre nelle parti di quiete la batteria di Ulrich si muove in simultanea con la chitarra dal tocco blues di Hammet è nelle esplosioni di rabbia che le asce dei Metallica hanno il modo di emergere in tutta la loro granitica portata; è infatti sul pre ritornello e nel ritornello che sentiamo tutta la grinta che da sempre contraddistingue i Four Horsemen, il contrasto tra tranquillità e bufera viene quindi così evidenziato fino a farne il vero e proprio fiore all'occhiello della cover, elemento motore di questa alchimia è sempre la voce di Hetfield, che dalle tinte baritonali quasi parlate esplode nelle tonalità alte nei frangenti più grintosi, così che ciclicamente questa poesia sonora passi dal pathos romantico all'ira energica di un componimento futurista, che tutto investe e distrugge. La figura dell'amante giace nella sua stanza e nel brivido dell'atmosfera serale sente una presenza al di fuori della sua porta, non tanto quella della camera quanto quella dell'anima: gli basterà dare un'occhiata dal metaforico spioncino per scorgere sul pianerottolo del suo spirito il diavolo che lo attende immobile davanti alla soglia, pronto a balzare al momento giusto per irrompere nel protagonista con il suo sciame di demoni interiori. Per quanto a lungo rimarrà lì? Anche per tutta l'eternità se è necessario, dato che stiamo parlando di quel senso di disagio intrinseco da cui non ci si potrà mai liberare se non al momento del nostro ultimo respiro. Il satanasso ora inizia a bussare insistentemente, invocando l'inquilino ad uscire, ormai barricarsi è inutile, la porta va aperta ed il male va lasciato entrare e presa questa intrepida decisione, ecco che quel diavolo immediatamente trasfigura in un'immagine di donna, colei alla quale il nostro amante è legato da un rapporto di amore ed odio da cui non potrò mai liberarsi. L'immagine ora non è più quella di Lucifero tentatore bensì quella della splendida femme fatale che seduce, inebria e distrugge chiunque resti estasiato dalla sua bellezza, come una mantide che dopo essersi accoppiata decapita il maschio. Ecco che quelle stesse lettere della parola amante ora incarnano improvvisamente tutte le sfaccettature di quel diamante nero che è il rapporto del protagonista con la sua amata: egli le sarà eternamente devoto (la "l" infatti sta per "lover", ovvero "amante"), unicamente a lei (la "o" sta infatti per "only", cioè unicamente per lei), ma ella può essere sua solo virtualmente (la "v" infatti sta per "virtually",) poiché ella è una creatura di cui si può amare solo un'immagine percepita superficialmente senza comprenderla appieno, ma nonostante ciò lui amerà tutto ciò che di lei può percepire (la "e" indica infatti "everything", ovvero ogni cosa di lei). Il rapporto, come accennato, assume però una connotazione violenta ed impulsiva, l'amante sarà infatti "stuprato" da questa danna bellissima e diabolica (la "r" indica infatti "rape", cioè lo stupro),  e conseguente lo ucciderà (la "m" indica infatti la supplica "murder me", vale a dire "uccidimi" in quanto l'amante non può più sopportare questo sublime supplizio), la risposta a questa preghiera viene invocata a gran voce (la "a" infatti rimanda al vero "answer", che si traduce come risposta ad un qualcosa, in questo caso la preghiera di pietà), ma per quanto lui possa implorare ella non lo lascerà mai libero e continuerà a prendersi gioco di lui con il suo falso sentimento, lui è consapevole di questo ma nonostante ciò prova a chiedere grazia, ed infine si arriva infatti alla "n", che sta per "knowing" (nella pronuncia della parola la k è infatti muta) ovvero la consapevolezza di questo eterno stato di sudditanza a cui un amante tormentato sarà sempre costretto. 

Mercyful Fate

Torniamo sui binari dell'Heavy Metal, attraverso "Mercyful Fate" (trad. "Fato Misericordioso"), brano che consiste in  un medley omonimo della band danese capitanata dal grandissimo King Diamond. Non si tratta quindi di una sola canzone, ma della fusione tra loro delle riproposizioni di cinque pezzi storici dei danesi, ossia "Satan's Fall" (trad. "La Caduta di Satana"), "Curse of the Pharaohs" (trad. "La Maledizione Dei Faraoni"), "A Corpse Without Soul" (trad. "Un Corpo Senza Anima"), "Into the Coven" (trad. "Nella Congrega") e "Evil" (trad. "Malvagio"), per un totale di ben undici minuti e dieci secondi. I Four Horsemen si lanciano immediatamente  con la partenza al vetriolo di queste cinque tracce; la versione originale è contenuta nel debut album dei Mercyful Fate, "Melissa" del 1983, e di per sé consta di una durata pari a quella di questo medley. Nello stesso minutaggio, i Metallica decidono così di regalarci un potpourri di classici del gruppo storico che non potrà non far venire la pelle d'oca a tutti i metallari fedeli al dogma degli anni Ottanta. Di "Satan's Fall" vengono suonati all'incirca giusto i primi quaranta secondi, la partenza è netta e senza tante chiacchiere, secca ed improvvisa come solo i grandi vinile degli eighties ci hanno saputo regalare. La differenza dei due suoni è la prima cosa ad emergere lampante e resterà una costante durante tutto l'omaggio alla band di King Diamond: il sound dei californiani è sicuramente più compatto, deciso e solido, rispetto alla qualità grezza ma al tempo stesso sublime che ha sempre caratterizzato gli album storici del Metal. Gli autori di "Kill'Em All" vogliono rendere questi estratti di brani ancora più martellanti, ecco dunque balzare alle nostre orecchie il drumming di Ulrich sempre semplicissimo e lineare ma pompato all'inverosimile per essere il vero pezzo da novanta del medley insieme alle chitarre granitiche. Il raddoppio di cassa fa si che i 'Tallica condensino la prima porzione di strofa in poco meno di un minuto, pochi secondi dunque, ma comunque sufficienti per rendere il pezzo riconoscibilissimo al patito dell'heavy classico. L'immaginario è quello tipico della blasfemia che ha reso questa musica avulsa ad ogni ben pensante e che fece si che il metal diventasse "la musica del diavolo" per antonomasia. È una notte buia, la luna risplende nel cielo tetro con il suo bagliore quasi azzurro ed il silenzio avvolge ogni cosa in un sonno lugubre. Ad interrompere la silente melodia di questa scena sono i passi dei viandanti incappucciati che si dirigono nel luogo ove la profezia ha rivelato risorgere il signore delle tenebre. Improvvisamente inizia a cadere una pioggia gelida sul terreno, una sperduta traccia di vita sul terreno, anch'esso morto, del camposanto ove gli adepti stanno marciando, essi sono sette, tanti quanti sono i sigilli delle porte infernali, il loro cammino li sta per portare a destinazione e lo scopo del loro viaggio è quello di offrire a Lucifero il sangue di un nuovo nato puro quale vittima sacrificale per compiere il suo ritorno. La narrazione si interrompe qui; gli strumenti si fermano all'unisono in un break ed ecco che dopo un quarto di pausa parte il riff di "Curse Of The Pharaohs", anch'essa contenuta in "Melissa" come secondo brano della tracklist.  Il tiro dell'esecuzione passa ora da un quattro quarti lineare ad un dimezzato spezzato, i cui accenti seguono fedelmente quelli dei power chord delle sei corde; pur saltando letteralmente di palo in frasca a livello metrico, i Metallica non perdono assolutamente in potenza, anzi, il tachimetro resta sempre altissimo di giri. Dopo un'apertura l'asciata agli stop and go, in cui Hetfield ed Hammet danno sfoggio della loro maestria attraverso un fraseggio armonizzato, la struttura va lentamente delineandosi prendendo sempre più corpo. A colpire maggiormente in questo frangente è l'altissima preparazione del biondo vocalist di fronte ad una capacità vocale apparentemente insormontabile: sappiamo tutti che King Diamond è famoso per il suo falsetto capace di raggiungere vette di tonalità altissime ed Hetfield è ben conscio di ciò, inutile quindi cercare di imitarlo, prima di tutto perché sarebbe stata fin da subito un'impresa fallimentare e secondariamente perché tale tentativo avrebbe esulato da quello che è l'obiettivo principale di questa raccolta, ossia reinterpretare e non imitare. Grazie anche alle accordature ribassate dunque, il chitarrista e cantante americano può tenersi alcune ottave più basse, rendendo così la sua performance assolutamente fruibile e graziando le sue corde vocali da uno sforzo di dimensioni a dir poco bibliche. Facendo quasi un crescendo strutturale con l'estratto precedente, le strofe riproposte ora sono due, intervallate tra loro da una parte solista dove Hammet ha modo di divertirsi con il suo wah wah andando metaforicamente in singolar tenzone con le celebri colate di note sfoderate da Hank Shermann. Anche tematicamente il salto che si compie non è certo di breve estensione; fulcro centrale delle liriche ora è l'Antico Egitto, qui analizzato in tutta la sua misticità e l'esoterismo ed anticipando di almeno una decina d'anni il monografico di argomento che costituirà il fulcro della musica dei Nile. Siamo nel pieno deserto egiziano, più precisamente nella Valle dei Re, la terra dove i Faraoni defunti riposano mummificati compiendo il loro viaggio eterno nell'aldilà; le ricchezze contenute in queste tombe monumentali è divenuta ormai una leggenda legata a questo argomento storico e proprio la fama di questi tesori ha fomentato la brama di ricchezza degli esploratori, che con il pretesto di studiare questi luoghi li profanarono con i loro furti (non a caso si parla di "cacciatori di tombe"). Il monito lanciato dai Mercyful Fate è comunque chiarissimo, l'invito a non rubare non segue certo il settimo dei dieci comandamenti, ma ci ammonisce a rispettare quei luoghi di eterno riposo per evitare di incombere nella maledizione dei Faraoni. Essi sono defunti solo a livello fisico, ma i loro spiriti continuano ad essere onnipresenti a guardia del loro luogo sepolcrale affinché tutti i profanatori possano essere puniti con un castigo ben più terribile della morte, se il decesso, per quanto cruento, sarebbe una via rapida di fine dell'esistenza, i sovrani egizi puniranno chiunque osi privarli delle loro ricchezze con una formula che li dannerà per sempre agli occhi degli altri uomini, macchiandoli della suprema vergogna e cancellando così il loro futuro, rendendoli per sempre schiavi della colpa che hanno commesso. Altro stacco, sempre netto, ed ecco partire il riff tagliente e tipicamente seventies di "A Corpse Without Soul", reso ancora più tagliente dall'immediato allaccio ad una serie di stop and go; qui i Four Horsemen si dimostrano non solo dei musicisti ormai rodati ma anche dei veri e propri strateghi dell'alchimia musicale: la scelta del sistema con cui legare tra loro queste tracce diverse tra loro rende la struttura dell'intero medley un tutt'uno compatto ed omogeneo che scorre via molto gradevolmente nel lettore e che quasi non ci fa percepire che si tratti di un collage; un profano non avvezzo ai brani dei Mercyful Fate potrebbe quasi reputarla una canzone unica dalla durata particolarmente estesa. Il tiro in questo frangente si fa decisamente più catchy, Ulrich spinge di più sul proprio set facendo aumentare la velocità giusto di quei bpm necessari a rendere il tutto quasi un pezzo rock n'roll anni '50; protagonista assoluta è ancora una volta la chitarra, la quale trascina immancabilmente tutto l'ensemble grazie ad una diteggiatura fluida ricca di hammer on e pull off. Ma a stupire più di tutti questi elementi finora citati è senz'altro l'utilizzo delle linee vocali armonizzate, un espediente finora poco usato dai 'Tallica all'interno dei loro brani ma che si rende particolarmente suggestivo in questo determinato momento. La melodia creata dalla sovraincisione di più voci in armonia tra loro serve a compensare la tonalità squillante originale del vocalist danese, che come abbiamo già accennato tocca note a dir poco nell'empireo delle altezze. Non gliene si voglia dunque alla belva statunitense, se invece che fallire miseramente in un impresa impossibile si concede quella piccola malizia che oltre a regalarci un risultato soddisfacente non "offende" il brano originale che vuole invece omaggiare. Liricamente si ritorna sul tema horror- mistico: James Hetfield, o meglio King Diamond, si dichiara essere un cadavere privo di anima, un vile ammasso di carne rancida appena resuscitato dalla propria tomba che si aggira nella notte alla ricerca di altre linfe vitali da rubare per offrirle al signore oscuro. Satana ha infatti riscosso il suo pegno prendendosi l'anima del protagonista, ma da sola, questa non basta a pagare il tributo che l'umanità deve a Lucifero; ormai privato della sua essenza spirituale, questo zombie è ormai intrappolato e schiavizzato dal verbo del maligno, la cui maledizione lo alienerà e lo assoggetterà in eterno fino alla data del giudizio finale, le sue gambe si muovono a stento, come quelle del morente che muove i sui ultimi passi, e consapevole del suo destino egli si avvia verso i meandri infernali che si aprono d'innanzi a lui. Il passaggio alla porzione della successiva "Into The Coven" avviene in maniera più organica ed automatica, senza quindi il bisogno dei break di cesura che consentano di eseguire un passaggio "drastico" tra un riff e l'altro. Il tempo di batteria resta infatti lo stesso, può esserci una variazione di bpm a livello oggettivo ma siamo di fronte ai pochi battiti per minuto di differenza che all'udito non stonano, la differenza esecutiva per Ulrich consiste in una diversa distribuzione degli accenti ed in un maggior utilizzo delle rullate. Le sei corde questa volta si cimentano in un'esecuzione più metal, fatta di power chord stoppati che conferiscono al tutto una maggiore grinta. La voce di Hetfield si sporca ulteriormente nella stesura della strofa per poi aprirsi nel ritornello attraverso una linea vocale più distesa e limpida nel ritornello, infarcito dei suoi proverbiali "yeah" che ne sono divenuti il marchio di fabbrica per eccellenza. Delle cinque canzoni scelte dai Metallica all'interno del repertorio dei Mercyful Fate, questa rappresenta quella di minor durata, quasi un inciso più che un estrapolazione vera e propria, in quanto viene scelta la parte di pezzo che resta maggiormente impressa nella testa dell'ascoltatore, ovvero il ritornello e la strofa immediatamente successiva, arricchita dalle parentesi soliste di Hammet. Pur nella sua breve durata comunque, l'omaggio alla terza traccia di Melissa (da cui sono estratte peraltro tutte le altre tracce del medley) si presenta decisamente coinvolgente; ancora una volta il filone tematico conduttore delle liriche è la blasfemia, argomento per cui, come è noto, i Mercyful Fate divennero famosi: lo scenario è nuovamente ambientato durante una notte scura e tempestosa, immaginate di trovarvi all'interno di un casolare abbandonato nel quale avete trovato un provvisorio rifugio dal diluvio che vi ha colti improvvisamente durante il vostro errabondo vagabondare nel bosco. Improvvisamente, quasi fosse l'ululato di un lupo, una strega spalanca la porta di legno marcito, gelandovi il sangue nelle vene attraverso la sua risata sinistra, con la quale vi invita inoltre ad unirvi alla sua setta in un rituale lungo tutta la notte; vi invita a seguirla, ed ella vi condurrà di fronte alla sacerdotessa che ufficerà il rito di iniziazione. Ella, bellissima e spaventosa al tempo stesso, vi invita a spogliarvi fino a restare nudi, mostrandovi quindi al diavolo in tutta la vostra violabilità e fragilità fisica, prendete l'amuleto che vi porge e recatevi al centro del pentacolo tracciato vicino al fuoco, unica fonte di luce ad illuminare le tenebre in cui si perderà la vostra anima; ella incomincia a recitare le antiche formule e a voi non resta che prepararvi a diventare un nuovo figlio di Satana. L'omaggio allo storico gruppo danese si conclude con "Evil", opener dell'album di debutto dei Mercyful Fate. Il tiro adesso aumenta, ed a martellarci i timpani ora sopraggiunge un avvio decisamente più thrasheggiante. Il quattro quarti lineare fa sentire immediatamente i Metallica a casa loro e su questo terreno di gioco sappiamo benissimo quale resa ottimale possano avere i quattro californiani. Il riff si è fatto tagliente come una lama di rasoio e la batteria non si risparmia nello sfoderare raddoppi di cassa che innalzano immancabilmente la grinta della parte. Come nei pezzi precedenti, il punto di forza dei 'Tallica resta il muro sonoro creato dall'insieme dei loro strumenti che viaggiano all'unisono. Dopo questa apertura al vetriolo la struttura del brano assume una connotazione più hard rock ma questo non impedisce assolutamente ai Metallica di perdere il loro mordente, anzi, nei diversi cambi di tempo contenuti in questo passaggio conclusivo gli autori di "And Justice For All" danno prova di tutta la loro precisione stoppandosi sempre con una puntualità a dir poco chirurgica per poi ripartire immediatamente dopo con una vera e propria mazzata al viso. Delle canzoni scelte da Hetfield e soci per omaggiare uno dei gruppi che maggiormente li ha influenzati, questa si presenta senz'altro come la più "classica" ma al tempo stesso la più dinamica del quintetto: mentre le precedenti si articolavano su costruzioni ritmiche più lineari, "Evil" vanta una composizione più ricca e meditata, che la rende ideale come avvio dell'album che la contiene e contemporaneamente perfetta come conclusione di questo lungo medley di tributo. Anche il testo, sempre improntato all'immaginario della magia nera e dell'occultismo, viene sviluppato in maniera più precisa e distribuito sulla musica con una maggiore organicità; la narrazione è sempre in prima persona, e a parlare troviamo in veste di protagonista un vero e proprio anticristo intento a fare della sua malvagità l'arma suprema della sua guerra contro il bene: egli è nato in un cimitero, in mezzo all'immensa coltre di salme che la vi sono sepolte, illuminato unicamente dal bagliore della luna. Come uno zombie egli è risorto dalla sua tomba-culla ed è stato eletto come legionario dell'esercito dell'Inferno in quanto supremo dispensatore di follia e di dolore, la sua unica fonte di nutrimento sono i lamenti, le urla di dolore scagliate da quegli esseri umani inermi e vili che da lui saranno uccise attraverso la più violenta delle torture, egli infatti ci guarderà morire uno ad uno ed assisterà in prima fila ad ognuno dei nostri funerali prima che i nostri cadaveri vengano seppelliti in una approssimativa tomba senza nome ed una volta che saremo sotterrati egli verrà nuovamente a dilaniare ciò che resta di noi esumandoci nuovamente per mostrare al nostro dio inerme che polvere siamo e polvere ritorneremo, ma il tutto grazie ad una putrefazione che di miracoloso non ha assolutamente nulla. Questo medley dunque si presenta come un omaggio dei Metallica ad una delle band fondamentali per la storia di un intero genere, la loro scelta di riproporre brani tratti dal loro leggendario esordio vuole quindi rimarcare la fedeltà a quella che è la tradizione del metal, quella dei primissimi anni Ottanta dai quali i Four Horsemen stessi sono nati; chiunque si professi amante della tradizione dell'Hard N'Heavy quindi, non può fare a meno di apprezzare questo tributo non solo sul piano stilistico ma anche concettuale.

Astronomy

Passiamo ora ad un altro mostro sacro del Rock, i Blue Oyster Cult, band della quale i thrasher californiani ci regalano la rivisitazione di "Astronomy" (trad. "Astronomia"). Stiamo parlando di un vero e proprio dinosauro del Progressive e dell'Hard Rock, quindi sdraiamoci comodi sul letto, schiacciamo il tasto play e prepariamo il nostro cervello a compiere un viaggio nell'universo siderale, guidato unicamente dalla magia della musica. La versione originale, contenuta nell'album del 1974 "Secret Teatries" come conclusiva, fu definita dalla critica "la ballad per eccellenza" degli anni '70 assieme a "Stairway To Heaven" dei Led Zeppelin, e tale definizione direi che si dimostra abbastanza eloquente di per sé. A dominare su tutti gli strumenti sono tastiere di Eric Bloom ed i sintetizzatori di Allen Lanier, i quali sono impegnati sul vinile anche in qualità di chitarristi e voci; i Blue Oyster Cult del resto si resero celebri proprio per la polifunzionalità dei loro membri, i quali passavano da uno strumento all'altro alle volte anche all'interno di un medesimo show e non solo in studio. La batteria intraprende il proprio cammino con un lavoro sui cimbali dal retrogusto tipicamente jazz, solo colpi precisi e leggermente accennati, mentre gli strumenti elettronici lavorano per ricreare di fronte ai nostri occhi l'immensità della galassia, strutturando uno dei crescendo compositivi migliori del panorama rock di sempre. La proverbiale battuta di Homer Simpson, intento a dichiarare che "tutti sanno che il rock ha raggiunto la perfezione nel 1974... è un fatto scientifico" sicuramente fa riferimento a questo album. Per essere un brano del gruppo originario di Long Island, la composizione non vanta una particolare "astrusità" ritmica, anzi, abbiamo modo di godere uno dei componimenti più lineari mai assemblati dagli autori di "Don't Fear The Reaper", ma nonostante ciò il pathos delle esecuzioni lo rende un pezzo sopraffino sotto ogni punto di vista. Tale "semplicità" di struttura è da ritenersi l'elemento più influente nella scelta di Hetfield e soci per omaggiare i Blue Oyster Cult; non potendo infatti i 'Tallica contare sul supporto delle tastiere e dei sintetizzatori occorreva optare per una canzone le cui atmosfere si potessero ricreare in maniera confortevole grazie all'effettistica delle sole chitarre: riverberi, delay e octaver vari vanno così a sostituire gli strumenti princìpi del Rock psichedelico degli anni Settanta, ma visto il nome della band di cui stiamo parlando non resteremo assolutamente delusi. Fin dai primi secondi, a circondare il charleston di Ulrich, troviamo infatti un effettistica atta a rendere gli accordi eseguiti dalle due asce dei Metallica come un vero e proprio balsamo sostitutivo all'assenza dell'elettronica tastieristica; l'atmosfera si tinge ora di un alone maggiormente blues, ma anche grazie alla perizia vocale del biondo frontman dei Metallica il risultato, pur essendo diverso, è comunque affascinante. Lo stacco netto avviene a due minuti e cinque secondi di pezzo: l'introduzione delicata volge al suo termine dopo aver gettato le basi per l'esplosione successiva, con l'arrivo della cesura di Ulrich, le chitarre abbandonano i suoni psichedelici per tornare a ruggire con la loro distorsione potente e vibrante. La cadenza con cui vengono scanditi i power chord e la mazzata derivante dai colpi del drummer danese sul proprio set fanno apparire queste esecuzioni come un qualcosa di assolutamente naturale per i Metallica, quasi si trattasse di brani composti negli anni di "Load" e "Re Load" ma poi scartati successivamente per i più disparati motivi. Ancora una volta quindi la missione dei thrasher è compiuta: se non si trattasse di brani noti che le nostre orecchie ormai rodate riconoscono immediatamente, queste tracce prese di per sé potrebbero apparire come una creazione di proprio pugno dei 'Tallica.  L'aggiunta dei cori, intenti a scandire gli accenti con dei grintosi "Hey", simili a quelli con cui Hetfield incita la folla durante gli show, conferisce alla suite un tocco molto personale ed avvincente. Al centro del brano troviamo un nuovo momento di quiete, le sei corde tornano di nuovo sui suoni digitali per sviluppare la successiva ripresa. Questa volta l'arrivo alla seconda ripartenza è ottenuto grazie ad una esecuzione del fraseggio a chitarre armonizzate che ci riporta alla mente i capolavori creati dai Four Horsemen nell'86, quando con perle di musica quali "Battery", "Orion" e "Sanitarium" raggiungevano la leggenda con il leggendario "Master of Puppets". La successiva ripresa ci conduce al finale attraverso un epica cavalcata in mid tempo che non conosce soste, ma solo l'epicità di una band che suona con tutto il cuore e la dedizione verso i propri idoli fino al definitivo fade out. Il testo di questa canzone è qualcosa di assolutamente onirico ed introspettivo: l'orologio segna il dodici sul proprio quadrante, ed immediatamente nel cielo si staglia la luna ad illuminare l'immensità delle stelle, come un olio sulla faccia di un folle, la nostra ragione immediatamente scorre via verso orizzonti lontani e subito la nostra mente inizia ad immergersi in quel mare caldo che è il cosmo. Come gli uccelli immersi nel vento i nostri pensieri corrono immediatamente alle memorie lontane, mentre noi, ormai presenti nell'ambiente solo a livello fisico, iniziamo un viaggio metempsicotico nell'immensità siderale, immediatamente ci vediamo intenti a passeggiare sulla spiaggia con una ragazza, quella splendida figura femminile da noi teneramente amata negli anni del liceo che fu per noi quella inarrivabile vetta di appagamento sentimentale, ella si sta per sposare, ma non con noi; pur essendo consapevole di quanto il nostro sentimento fosse forte per lei, ella ha donato il suo cuore ad un altro, che presto ce la porterà via; quei passi compiuti con lei in riva al mare rappresentano quindi un corteo funebre per il nostro amore, un'elegia che possiamo unicamente rassegnarci a cantare con lei prima che quella fiamma d'amore venga definitivamente spenta dal tempo. La luce del sole di quel vago ricordo diventa così il ponte di collegamento con la successiva divagazione, siamo ormai in uno stato di trance ed ai nostri occhi le stelle che stiamo ammirando ormai ipnotizzati non possono far altro che regalare i più suggestivi bagliori visibili solo mediante l'uso degli allucinogeni. Tuttavia, non siamo drogati da alcuna chimica, ad inebetirci è solo la lucentezza dell'astronomia, che come una danzatrice sinuosa ci avvolge col suo nastro costituito dalla purezza della luce siderale, le pleiadi luccicano davanti a noi, che impotenti non possiamo far altro che inebriarci alla bellezza di un universo che non potremmo mai esplorare in tutta la sua immensità.

Whiskey In The Jar

Giungiamo ora ad una band a cui l'omaggio è dovuto, come le altre citate in questo disco del resto, ma alla quale i Metallica sono particolarmente legati, i Thin Lizzy, di cui i Four Horsemen rivisitano la famosa "Whiskey In The Jar" (trad. "Whiskey Nella Bottiglia") della quale realizzarono anche un videoclip promozionale e con la quale viene ripercorso così il lato più alcolico e distruttivo del Rock N'Roll. In realtà, l'omaggio alla band di Phil Lynott da parte dei 'Tallica arriva per via indiretta, in quanto la canzone non è una composizione originale della band autrice di "The Boys Are Back In Town", ma risale alla tradizione folk irlandese. La versione quindi realizzata in chiave rock dalla band di Dublino è già essa stessa una rivisitazione, di cui però la fattura di gran pregio l'ha resa un ulteriore stimolo a tributare questo gruppo. Il quartetto irlandese tende a suonare questa ballata folkloristica attraverso un approccio più blues, mettendo in luce quindi tutta la maestria delle chitarre in pulito e del tocco serrato e ballabile che la rende quindi una classica canzone da taverna; ben diversa è invece l'interpretazione che ne fanno i Metallica, decisamente più dura, festaiola e metallara. La partenza dei Metallica è netta, due accordi stoppati e poi ecco entrare con fare imponente la batteria di Ulrich, che immediatamente trascina tutto il quartetto in uno sviluppo coinvolgente da headbanging garantito. A spingere la traccia sono unicamente la cassa, il rullante ed il charleston, i passaggi sono quindi ridotti al minimo per dare maggiore risalto agli accenti dati sui piatti; il timoniere delle strofe è il main riff di chitarra, eseguito da Hammet tra una parte e l'altra del testo cantato, la struttura di questo fraseggio si riallaccia perfettamente alle antiche ballate, che grazie a questa nuova veste assumono un tiro molto più trascinante. Trattandosi di una canzone popolare, la struttura è molto semplice, dato che anticamente i trovatori intonavano queste canzoni con le poche competenze musicali in loro possesso mirando a rendere la melodia di facile presa e facile metabolizzazione mnemonica. Il fraseggio continua a predominare infatti per tutta la durata del pezzo, per poi interrompersi nel pre ritornello dove restano solamente la batteria ed il basso a sostenere la voce di Hetfield. Tale momento serve infatti a lanciare infatti il finale in cui viene dato libero sfogo al pathos del pezzo, che nel videoclip si traduce in uno sfogo di distruzione perpetrata dai Metallica, e dagli altri presenti alla festa, ai danni della casa che li ospita. Trasformare una canzone folk in un pezzo metal non è cosa semplice, ma con la loro inventiva i Four Horsemen ci sono riusciti benissimo, regalandoci così un brano ideale per essere sparato a tutto volume dal nostro impianto durante una festa con gli amici, ovviamente dove gli alcolici scorrono abbondantemente. Per quanto riguarda il testo siamo di fronte ad un lavoro filologico di ardua impresa: da una analisi della trama della narrazione sappiamo che il protagonista è un bandito che racconta in prima persona le proprie scorribande, ma di lui non viene mai menzionato il nome nemmeno indirettamente. Tra tutte le sue epiche gesta sappiamo che la rapina è il crimine che predilige e che gli riesce meglio, del quale si vanta inoltre per essere riuscito a derubare un rappresentante della legge (non è però ben chiaro se si tratti di un poliziotto o di un funzionario corrotto). Di questo gesto sappiamo solo che il protagonista punta la pistola al mal capitato, nominato semplicemente come "Capitano Farrel", dopo averlo colto di sorpresa; la minaccia a mano armata fa sì che la vittima gli consegni un bel gruzzolo con cui potersi dare alla pazza gioia, tra un bicchiere di whiskey e la dolce compagnia di una prostituta. Egli porta la refurtiva al suo nascondiglio, al cospetto della sua amante (il cui nome originariamente pare che fosse "Jenny" o "Ginny", ma che nella versione dei Metallica è chiamata "Molly", forse per ragioni metriche). Anche della donna non si sa granché, di lei sappiamo unicamente che ha giurato eterno amore al nostro bandito, ma alla vista del malloppo appena rubato non esita a sottrarglielo e a tradirlo, approfittando del suo stato di ubriachezza e facendolo arrestare e finire in galera. Ora il protagonista è in prigione, ed il suo progetto di darsi alla bella vita con il suo gruzzolo non è altro che un'utopia irrealizzabile sognata da un detenuto che può solo guardare il mondo filtrato attraverso l'acciaio delle sbarre della cella in cui è rinchiuso. La ballata quindi si chiude così come è iniziata, con quell'espressione cantilenante "Musha ring dum a doo dum a da, he-he-heah" che dall'essere un verso di entusiasmo diventa ora un melanconico postumo di sbornia di chi si è goduto quel whiskey solo in parte, potendocisi appena bagnare le labbra prima di essere tradito dalla donna che amava.

Tuesday's Gone

E la malinconia è anche il filo che ci lega alla traccia successiva, la penultima del primo dei due dischi facenti parte di "Garage Inc.", "Tuesday's Gone" (trad. "Martedì è Trascorso") cover della celebre ballad blues dei Lynyrd Skynyrd. Su questa particolare canzone i Metallica scelgono di "non calcare troppo la mano": anche i thrasher californiani infatti si mantengono sulle coordinate della versione originale senza metallarizzarla troppo, onde evitare il rischio di snaturare eccessivamente il pathos di questa bellissima canzone, infrangendo addirittura la loro regola del non ricorrere a strumenti che non siano giusto le chitarre, il basso e la batteria, e non solo, questi ultimi  sono suonati per l'occasione da diversi guest: oltre al chitarrista e fondatore degli Skynyrd Gary Rossington, troviamo Jerry Cantrell degli Alice in Chains e Jim Martin dei Faith No More che suonano in qualità di chitarre aggiuntive, Les Claypool, storico bassista dei Primus, esegue le parti di banjo, Jim Martin, compagno di band di Cantrell, compare in qualità di percussionista e Pepper Keenan dei Corrosion Of Conformity accompagna Hetfield nella performance vocale. Con questa super line up di tutto rispetto i Four Horsemen si inchinano semplicemente di fronte a quella che si potrebbe definire la band blues statunitense per eccellenza; la cover di "Tuesday's Gone" rappresenta infatti l'unico caso in cui i californiani si "limitano" ad eseguire una canzone senza inserire in essa la propria grintosa punta di personalità. Far entrare in questa ballata le chitarre distorte ed i tempi tipici del Thrash sarebbe equivalso ad uccidere letteralmente questo brano, indi per cui i 'Tallica, assieme ai loro grandi amici che come loro nutrono una profonda stima per i Lynyrd Skynyrd, si limitano semplicemente a suonare il pezzo esattamente così com'è, rifinendolo ulteriormente di qualche chicca aggiuntiva atta a farne raggiungere la massima bellezza espressiva. Fin dalle prime note riusciamo a sentire il sapore del deserto direttamente nelle nostre narici, quell'odore che si sente solo vivendo giorno dopo giorno nelle periferie delle grandi città, nelle campagne incontaminate dove un contadino può intonare il proprio canto tra una mansione e l'altra della propria giornata. Quasi come si trattasse di una jam session improvvisata, la traccia si apre con la voce di Hetfield intenta a chiedere ai propri compagni di suonata se sono pronti ad iniziare per poi dare il successivo attacco. Le atmosfere granitiche a cui i quattro californiani ci hanno abituati sono provvisoriamente lontane, adesso è la chitarra acustica la vera protagonista mentre la elettrica resta appoggiata sullo stencil; del resto non è la prima volta che i Metallica ci danno prova di tutto il loro talento alle prese con le parti acustiche, vi basti pensare all'intro di "Nothing Else Matters", giusto per fare un esempio, anche se in questo specifico caso siamo più vicini all'immaginario country che James Hetfield e soci hanno saputo regalarci con "Mama Said". Il sentimento di questa esecuzione emerge limpidamente dalle singole note della sei corde, sulla quale riusciamo quasi a percepire la precisione delle dita intente ad eseguire l'arpeggio; la batteria di Ulrich smorza il tiro rispetto alle tracce precedenti, come è giusto che sia, ed anche i colpi del batterista danese smorzano leggermente la potenza al fine di creare un accompagnamento più leggero ed adatto a sorreggere una struttura più conforme ai canoni del Blues che non del Metal. I veri protagonisti di questa cover però sono, oltre agli incisi di armonica che conferiscono al tutto la classica atmosfera yankee, i delicati e sofferenti passaggi melodici della voce di Hetfield, che per la prima volta abbiamo modo di apprezzare nei panni del bluesman e non del metallaro ed animale da palco che siamo abituati a conoscere. Le immense capacità interpretative del vocalist di Downey si sono già fatte apprezzare diverse volte in passato, ma bisogna ammettere che in questa particolare occasione egli ha superato se stesso: la sua voce, calda ed avvolgente, va così a creare una perfetta sinergia con quella di Keenan, al quale viene affidata la strofa centrale, e degli altri coristi che lo doppiano nei vari passaggi. Composizione di questo tipo sono la classica prova che non occorrono chissà quali artifici per arrivare dritti al cuore dei nostri ascoltatori, "Tuesday's Gone" rappresenta sì una vera e propria poesia messa in musica, ma i suoi versi sono realizzati con strumenti "poveri" e semplici, le note infatti ci scaldano il pericardio senza il bisogno di sintetizzatori o campionamenti; per comporre questa canzone infatti i Lynyrd Skynyrd non hanno usato altro che le loro mani sui rispettivi strumenti e le loro storie di vita vissuta, nient'altro, ecco che il principio edonistico del massimo risultato con il (relativamente) minimo sforzo si porta a compimento attraverso un vero e proprio capolavoro del Blues. Questi nove minuti di musica, che solo ad un orecchio superficiale risultano tutti uguali, scorrono via nel lettore con un immediatezza ed una scorrevolezza sopraffina, non si passa il primo ritornello che "immediatamente" si arriva alla conclusione, dove Hetfield ringrazia i suoi ospiti per aver suonato con lui. L'argomento cardine di questo testo, come accennato è la malinconia, quel sentimento di vuoto interiore che ci lascia attoniti e spaesati di fronte ad una realtà più grande di noi, di fronte alla quel non possiamo fare altro che restare inermi. La sorte ha di nuovo versato la sua ira su di noi e dopo l'ennesima delusione non si desidera altro che restare da soli; si vuole fuggire, prendere quelle poche cose che abbiamo, infilarle in uno zaino ed andare via, fuggire e lasciarci questa fogna di realtà alle spalle, ma dove andare? Siamo ridotti ad una condizione di inettitudine tale che perfino arrivare al fondo del nostro isolato sembra un'impresa titanica. La vita ci schiaccia e ci opprime e dentro di noi ci sentiamo immediatamente scissi. Da una parte vi è infatti il nostro lato dionisiaco, l'istinto, quella voce che ci sprona ad agire senza esitare e prendere finalmente in mano le redini della nostra vita, dall'altra vi è invece quella più razionale ma al tempo stesso più vigliacca, che non appena si manifesta in noi l'impulso di muovere i muscoli delle gambe per compiere il primo passo della nostra fuga immediatamente fa sorgere in noi quella paura che ci blocca istantaneamente. La vita viene descritta come un treno che viaggia verso la propria destinazione ignota e su di esso siamo soli, la nostra donna è rimasta a casa, dove l'abbiamo lasciata volutamente affinché non corra i pericoli di quelle che sono battaglie che spettano solo a noi. Confidiamo in un ritorno a casa con lei che ci attende sulla soglia, ma anch'ella ha intrapreso il suo viaggio e ci ha lasciati soli, e mentre ci sediamo a riflettere sulla nostra miseria ancora una volta ecco che anche l'ultimo martedì è appena passato, portato via leggero come un soffio di vento; sembrava ieri che quel maledetto giorno ci appariva come una data lontanissima, di cui nemmeno ci preoccupavamo tanto era la sua distanza nel calendario, ed improvvisamente questo fatidico giorno è arrivato, ha portato con sé le peripezie che ci erano destinate e se n'è andato anch'esso, come una goccia di tempo nel mare del passato. Restiamo attoniti a meditare e nel frattempo, anche martedì è passato. 

The More I See

si giunge ad una più decisa conclusione per questo primo cd di "Garage Inc.", quasi a voler creare un percorso ciclico i Metallica tornano ad omaggiare i Discharge, già autori della cover con la quale si è aperta la tracklist. Il brano scelto questa volta è "The More I See" (trad. "Più osservo" , prima porzione della più estesa frase "The more i see, the less i believe", che si traduce con "più osservo, meno credo"). Dopo essersi "riposati" nelle due riproposizioni precedenti, i Metallica decidono che è ora di concludere in grande stile, tornando a martellare come solo loro sanno fare; l'Hardcore è un genere che ha già dato modo ai Four Horsemen di dare prova di tutta la loro energia, e quando li si chiama a spaccare tutto come si deve, i quattro americani rispondono prontissimi alla chiamata. La traccia originale è contenuta in un singolo che i Discharge pubblicarono nel luglio del 1984 per la Clay Records, dove oltre alla traccia in questione si trovava anche l'altrettanto aggressiva "Protest And Survive". Il drumming veloce e lineare decisamente punk di Garry Moloney, che si mantiene costante per tutta la durata del pezzo, viene ora surclassato dall'esecuzione più esperta di Ulrich, il quale, pur non discostandosi dalla partitura originale, tuttavia esegue questo tempo con maggior precisione e potenza; cassa, rullante e charleston sono ancora i pezzi più usati del set, fatta eccezione per qualche accento sul crash, ma il tocco è decisamente più solido di quello del batterista londinese. Stesso discorso per quanto riguarda la parte di chitarra: quanto suonato da Peter Purtill non può certamente tenere testa alla più massiccia mazzata data dalle asce di Hetfield ed Hammet, i cui strumenti, grazie alle accordature ribassate, spingono decisamente di più. In questa composizione però ad aprire le danze è il basso, che esegue il suo minimale fraseggio in solitaria unicamente sostenuto dalla batteria; per un amante delle zappate sulle quattro corde come Newsted un qualsiasi brano dei Discharge rappresenta un vero e proprio parco giochi su cui divertirsi inserendo un gran numero di incisi e finezze di tocco. Ciò che ci da la bastonata nei denti è però l'ingresso delle chitarre, che pur eseguendo dei semplici power chord fanno si che l'intera traccia, nonostante la breve durata e la linearità strutturale, esca dall'impianto come una vera e propria colonna sonora per un pogo selvaggio. Il testo di questo pezzo è diretto ed in your face tanto quanto la base musicale che lo sorregge: quattro frasi, schiette e concitate, ripetute senza il benché minimo timore dell'apparire scontati o banali, perché come ci insegna la più fiera tradizione stradaiola l'importante non è sembrare elaborati ma sputare sangue e rabbia in ogni emissione di fiato dalla nostra bocca. Immaginate di uscire di casa una mattina, camminare fino al centro della vostra città e restare immediatamente bloccati a causa del disgusto per ciò che vi si para davanti agli occhi; fino a quel giorno non ci avevate mai fatto caso, complice anche l'assorbimento nella vostra routine quotidiana, ma in quel preciso istante, grazie ad un barlume di lucidità più accentuata vedete il mondo con gli occhi davvero aperti. Leggete un giornale, ascoltate una notizia passata alla radio mentre fate colazione al bar, ascoltate le chiacchiere dei passanti, tutte queste fonti di informazione, istituzionali e non, parlano delle stesse cose: violenza, corruzione ed ingiustizia. Immediatamente vi fermate dove siete e quel preciso punto diventa il vostro trespolo di osservazione per tutto lo schifo del mondo. Intorno a voi non vi è altro che dolore, sofferenza e miseria; dal mendicante seduto all'angolo col bicchiere in cui ricevere qualche spicciolo all'impettito uomo d'affari che gli passa a fianco indifferente mascherando sotto quella baldanzosa ipocrisia tutta la sua reale inconsistenza e nullità, più osservate di questo quadro decadente e meno credete in un futuro migliore, anzi, a quella visione anche la più convinta delle vostre speranze positive di dissolve in un vortice di cupo pessimismo e disgusto e questo motto di nichilismo che da il titolo al pezzo diventa così il leitmotiv della vostra intera esistenza. Il pezzo si chiude secco, con un finale netto quasi il nastro fosse stato tagliato con un accetta, ma dopo qualche istante di silenzio ecco ritornare in fade in l'audio di una jam dove restano solamente Ulrich, Newsted ed Hammet ad improvvisare un intermezzo che ci possa collegare al secondo disco di questa raccolta; mentre la base ritmica procede lineare, il riccioluto axeman si concede una libera improvvisazione solista che dà sfogo a tutta la vena satrianiana presente nello stile del riccioluto chitarrista; all'apparenza sembra uno spreco di spazio nella take, ma in realtà i Metallica voglio ulteriormente ribadire che questo omaggio è nato come una jam session fatta da quattro appassionati di Metal, Punk e Blues riunitisi in sala prove dopo un estenuante turno di lavoro, e come tutte le prove di questo genere, oltre alle tracce eseguite, la sessione include anche i proverbiali svarioni, che per quanto improvvisati e brevi rendono comunque la seduta di prove assolutamente autentica. Spulciando qua e là sul web, noteremo presto che il secondo disco, a differenza del primo, è una sorta di contenitore per diverse cover registrate dai Metallica nel corso della loro carriera, e non quindi una serie di brani coverizzati ad hoc per l'album. Per essere più precisi, il secondo LP copre un arco cronologico che va dal 1984 fino al 1995. Le cover più vecchie risalgono al b-side di "Creeping Death", unico singolo estratto dal secondo full length della band, Ride the Lightning. 

Helpless

A distanza di pochissimi anni segue l'intero The $5.98 E.P.: Garage Days Re-Revisited (1987); si continua poi con una serie di brani nati per supportare singoli eccellenti del periodo 1988-91; infine, chiude il disco la serie di quattro canzoni intitolata Motörheadache (1996), dedicata alla grandissima band inglese di Mr. Lemmy Kilmister (quest'ultima sezione faceva originariamente parte dell'edizione limitata del singolo di Load "Hero of the Day"). L'ordine che segue la tracklist non è però quello cronologico appena delineato: il disco sfrutta infatti come apertura quell'"usato sicuro" che è Garage Days Re-Revisited. L'EP venne registrato nel luglio '87 dopo due distinte sessioni di lavoro, una presso gli A&M Studios di Santa Monica ed una ai Conway Studios di Los Angeles (entrambi dunque nella natia California). L'EP - e di conseguenza anche il nostro secondo disco di Garage Inc. - si apre con "Helpless" (Senza aiuto), cover di una band davvero stimata dai 'Tallica: i Diamond Head. Un uomo che canticchia ed altri voci di sottofondo rubano pochi attimi prima che Lars Ulrich parta con un bel ritmo di batteria, più che mai spinto. Il riff è quello caratteristico della band: chitarroni pompati e distorsioni abrasive, il tutto supportato da una sezione ritmica quadrata e potente. Il medesimo giro di chitarra si ripete ossessivamente più e più volte, dando così occasione a James Hetfield di concentrarsi sul cantato. Le liriche risentono di una qual certa immaturità, ma concediamo questo peccato alla band originale, poiché sappiamo "Helpless" essere contenuta nel loro debut, Lightning to the Nations, datato 1980. Il testo è nei più accademici canoni della NWOBHM, rifacendosi a scene che strizzano l'occhio contesti atmosferici degni dei b-movie dell'orrore ("Vedrò le luci in alto/facciamo che sia rumorosa questa notte/vedrò tutto in fiamme/tutto illuminato"), che lasciano intuire il messaggio originale voluto dai Diamond Head: comunicare ad ogni singolo metallaro che, ogniqualvolta loro salgono su un palco, danno sempre e solo il massimo. "Vedrò le luci sfolgoranti/accese prima del rombo del tuono/Ti farò stare acceso/Lo vedrò, ragazzo/Non avremo altra scelta/riempiremo questa stanza stanotte". Di cosa sarà riempita? D'intensità, di sudore e di passione per questa splendida musica. Ritornando alla musica, dopo che i due axemen hanno variato dal main riff a più semplici accordi aperti, un cambio e poi il ritornello miscelano la proposta esplosiva del brano. Anche il chorus è decisamente accademico, limitandosi a ripetere il solo titolo. Un cupo break di basso irrompe sulle scene a 2:23, quando il brano si sta ormai spostando dalla sua prima sezione a quella centrale. Il riffing si fa più contorto e tecnico, affidandosi ad una struttura in crescendo che ben aumenta il pathos di questa opener. Dei successivi stacchi di batteria aprono ad un ulteriore strofa cantata, diversa dalle altre precedenti. Gli accordi rimangono aperti ma posizionati in più rapida successione. A 4:56 l'assolo di Kirk Hammett ci mette un attimo a decollare, ma quando lo fa si dimostra - come sempre - eccellente per potenza e dinamismo. L'assolo, oltretutto, è invenzione della band californiana, dato che nell'originale non ve n'è assolutamente traccia. In ultima istanza c'è da notare che una fugace ripresa del solito riff torna in auge sul finire della canzone, ma ormai siamo davvero alla fine e la canzone si chiude all'alba dei sette minuti.

The Small Hour

"The Small Hour" (Le ore piccole) è un brano degli scozzesi Holocaust, incluso nel disco del '92 Hypnosis of the Bird (anche se effettivamente la traccia occupava già un posto fisso nelle scalette live dei primissimi anni Ottanta). Pochi secondi e si entra subito nel vivo, con Ulrich che detta il tempo sul charleston. Poco dopo un arpeggio di chitarra comincia ad insinuarsi malignamente nella nostra testa. Il giro è leggermente dissonante, quasi claustrofobico, e ben presto sfuma per lasciare spazio a delle distorsioni sempre più crescenti. L'effetto è però subito interrotto, fatto che spiazza notevolmente l'ascoltatore. Ulrich comincia allora a ritmare il lento andamento grazie all'utilizzo del rullante, ma è poi la chitarra distorta a conferire una brusca sterzata all'intera composizione. Sotto il profilo testuale, va apprezzato di come il riffing, ossessivo ed inquietante, sia pienamente in sintonia col tema dominante della canzone: le sedute spiritiche. Normalmente siamo abbastanza abituati a vedere scene di questo genere all'interno di film o serie tv, dove diverse persone, sedute ad un tavolo, cercano in qualche modo di mettersi in contatto con lo spirito di un defunto. Nel caso della nostra canzone è tutto diverso. Questa volta il punto di vista - o meglio della narrazione - è dalla parte dello spirito medesimo, cui Hetfield presta la sua voce. E così s'inizia col fantasma che rivela come fare a contattarlo ("Guarda attentamente nell'oscurità/e vedrai/Chiama il mio nome e sarò lì"). Se l'evocazione è cosa piuttosto semplice, la situazione pare aumentare d'emotività quando lo spirito si manifesta ("Non puoi toccarmi/Non oserai/Sono il gelo che avverti nell'aria"). Saprete certamente meglio di me che quando uno spirito fa la sua comparsa, si dice che la temperatura dell'ambiente attorno al tavolo della seduta scenda drasticamente. Il periodo migliore per far esperienza di un avvenimento del genere è ovviamente la sera, o meglio ancora la notte ("Le barriere tremano/alla fine del giorno"). L'evocatore comincia allora a porre domande riguardanti il passato dell'anima ("Scure acque fluiscono/indietro nel passato"), ma poi l'attenzione si sposta inevitabilmente sul futuro che l'attende ("E cosa presenta il futuro/Cosa sarà"). Le ultime due strofe paiono invece sfociare in contesti più elevati culturalmente, fatto che denota una qual certa dose di conoscenza da parte dell'autore della canzone. Se alcuni hanno intravisto nel versetto "c'è potenza la fuori" un tentativo piuttosto velato d'indicare - col termine powers, "potenze" - i nove ordini di spiriti, quel che è più certo è che tale genere d'esperienze non possono essere sicure al cento percento. Ecco così l'invito del fantasma a non addentrarsi "nella tana dei demoni", ovvero fare attenzione quando si fanno questo genere di cose, dato che si potrebbe entrare in contatto con spiriti non proprio raccomandabili. Riflessione davvero metafisica è il verso seguente ("Il tempo è un'illusione/che nasce dal tempo"), giusta e profonda come poche altre. Con ciò lo spirito vuol forse rivelarci che nel limbo dove lui vive il fattore tempo non viene considerato semplicemente perché non esiste. Che dire: un testo estremamente affascinante! Dal punto di vista musicale eravamo rimasti proprio agli albori della canzone, quando ancora doveva svilupparsi la canzone vera e propria. Quando subentra tutta la band al completo, il brano pare assumere i connotati di un qualcosa di molto vicino alle sonorità del Black Album, quasi come se volesse fare il verso a "Sad but True". L'incedere è parimente marcato ed estremamente pesante, quasi strascicato. Il basso di Jason Newsted è in forma, rombante ed oscuro. Sul mid-tempo che si è rivelata essere la canzone Hetfield pare davvero trovarsi a proprio agio. Il ritornello rivolge invece una maggior attenzione alla melodia, con la chitarra di Hammett intenta a tracciare qualche arco di musicalità meno opprimente. Newsted si distingue per dei buonissimi fills di basso, messi qua e là per impreziosire e rafforzare a mo' di cerniera le sezioni della canzone. A metà canzone ritorna l'intro, preludio ad un pre-assolo dove s'alza l'asticella della velocità. Il solo, inutile a dirsi, è l'ennesimo a marchio Kirk Hammett. Terminata la sezione solistica, la canzone ha ancora poco da dire per quanto riguarda l'aspetto musicale, ma occorre seguirla per vedere come termina l'evolversi del testo poc'anzi illustrato. 

The Wait

Con "The Wait" (L'attesa) dei Killing Joke arriviamo alla terza traccia. Una dissonante chitarra apre le danze con suoni davvero marci e contagiosi. Il riff che l'affianca puzza anch'esso di zolfo, ma incuranti non ci badiamo ed andiamo avanti. Il ritmo diventa ben presto incalzante ed accattivante, in linea con l'epoca Ride/Master. La voce di Hetfield è effettata, ma tutto questo ha un suo perché. Scorrendo le poche linee che compongono il testo, pare che le liriche ci vogliano illustrare come le droghe (o qualsiasi altra sostanza tossica) abbiano un effetto devastante sul nostro corpo. La voce filtrata dona così maggior credibilità a quello che Hetfield canta, poiché a parlare sembra essere proprio un personaggio afflitto da tale problema. La prima strofa è emblematica e riassume benissimo l'intero messaggio della canzone: "Le motivazioni cambiano/giorno dopo giorno/Il fuoco aumenta/Le maschere cadono". L'ossessivo tarlo che s'è insinuato nella tua testa ti porta a cambiare ripetutamente obiettivo, non permettendoti mai di focalizzarti su qualcosa di preciso. "Il fuoco", la voglia di fartene un'altra dose aumenta, ed allo stesso modo cadono tutte le maschere che avevi indossato onde evitare di rivelarti per quello che eri: un drogato. L'acme è raggiunto col versetto "il corpo è avvelenato", triste quanto incredibilmente precisa sintesi del protagonista. Il chorus si configura quasi con un disperato tentativo d'esorcizzare "l'attesa" tra una dose e l'altra, quel periodo d'astinenza che sembra non finire mai e poi mai. L'incipit della seconda strofa sembra invece alludere all'attimo immediatamente successivo al risveglio dopo la botta data dalla dose appena assunta ("Dopo il risveglio/il silenzio cresce/Le urla diminuiscono/La distorsione mostra/pensieri mutanti"). Attorno al 2:30 un cambio ci traghetta verso la sezione centrale, che si dimostra essere la sede perfetta per il nuovo assolo di Hammett, non prima che Newsted ci abbia però rifilato due o tre sferzate col suo basso. A 2:51 le spire musicali della chitarra di Hammett cominciano a stringerci maleficamente, enfatizzate dal wah-wah. Successivamente, un ulteriore cambio sembra buttarci sottosopra, scrollandoci come un autentico terremoto. I tom ed i timpani ruggiscono assieme al basso, mentre le chitarre solcano la strada con le loro massicce saturazioni. Un altro assolo - questa volta decisamente più standard - segue da lì a poco, salvo poi lasciare la strada all'ultimissimo ritornello, che confeziona questo brano particolare ma efficace.

Crash Course in Brain Surgery

"Crash Course in Brain Surgery" (Corso intensivo in chirurgia cerebrale) dei Budgie è il brano più vecchio di questo Garage Inc. Risale addirittura al 1971, anno in cui la band pubblicò la versione americana del loro debutto omonimo, contenente appunto la traccia coverizzata dai Metallica. Rumori di sala prove lasciano che il basso di Newsted si presenti in una nuova veste. Abbandonate i settaggi oscuri delle prime tracce, Jason spinge sulle medie, attacca un overdrive ed apre il tono, regalando al suo strumento un timbro decisamente più brillante e metallico. Nel suo giro a salire viene ben presto affiancato dai tom di Ulrich e dalla chitarra di Hetfield. Dopo circa venti secondi d'introduzione, il brano s'instrada già nel verso e così il frontman della band ha l'occasione di mettersi dietro al microfono. Il testo è un po' strampalato - come del resto pure il titolo - ma grosso modo si riesce ad intuire che a parlare sia un paziente medico, torturato in una qualche vaga maniera ("Le parole stanno incidendo/profondamente il mio cervello [?] Il coltello delle parole/mi sta facendo impazzire, impazzire sì"). Non si capisce se effettivamente ci sia un coltello che affondi nelle carni, oppure se sia solo un mero simbolo di tortura - psichica - forse ancora peggiore. Hetfield mantiene rigidamente la stessa cadenza per ogni tripletta di versi. La canzone non prevede un ritornello e per questo si costituisce di sole tre strofe. Le prime due stanno quasi attaccate, vicine vicine, separate da una sola manciata di note. Nella seconda stanza il protagonista chiede instancabilmente di fargli vedere come "nella chirurgia/[ci sia] l'arte di combattere le parole". Il testo, che sembra fuoriuscire dalla penna di un paziente di un manicomio, possiede comunque un bizzarro fascino, un che di bislacco che viene oltretutto supportato dalla scelta di un finto finale, posizionato strategicamente ad appena 1:52. Segue poi così una sequela di stacchi prima che Hammett possa dedicarsi alla sua nuova sezione solistica. L'assolo, seppur in esso si rintraccino tutti i tratti del chitarrista solista della band, è anch'esso eccentrico, sensibilmente deviato rispetto alla norma. Successivamente è ancora il basso a ammutolire tutti gli altri strumenti, presentandosi tutto solo in una sezione della canzone davvero ambigua, che anticipa di poco l'effettivo finale del brano.

Last Caress/Green Hell

 L'ultima traccia dell'EP - e quindi 5ª traccia del nostro Garage Inc. parte due - è un medley d'alcune canzoni dei Misfits. Il brano s'intitola "Last Caress/Green Hell" (Ultima carezza/Inferno verde) e parte subito, in chiaro stile punk, con la voce di Hetfield che recita versetti non esattamente carini, ma anche estremamente ironici ("Devo dire qualcosa/Ho ucciso il tuo piccolo oggi e/non m'importa molto/fino a quando è morto"). L'intento è proprio quello tipicamente punk di voler irritare l'ascoltatore, ferirlo con le sue liriche quasi burlesche. Ed in effetti, che altro poteva cantare una band il cui moniker significava "I disadattati"? Hetfield rincara subito la dose: "Devo dire qualcosa/Ho scopato tua madre oggi e/non m'importa molto/fino a quando lei le apre [le gambe?]". Le deprecabili azioni del protagonista sono accompagnate inizialmente da degli stacchi di batteria, ma poi il brano assume i contorni punkeggianti più comuni, ovvero riff d'accompagnamento lineari, con la plettrata in giù. Le variazioni sono minime e solo di tono, ma l'essenzialità è un fattore caratteristico del punk. Altro tratto importante è il rilievo della melodia, qua coltivata soprattutto dalla voce, ma anche dalle chitarre. Il testo si ripete più volte, data l'eseguita dello stesso, fino a che, a 1:29, non attacca la seconda canzone dei Misfits, "Green Hell". Il drumming si fa decisamente più velocizzato, anche se le chitarre rimangono pressoché quelle di prima. Ulrich tocca qua e là i piatti per dare accenti alla linea cantata di Hetfield, mentre dei cori da bettola s'alzano quando si ripete il titolo della canzone, che viene spesso interposto ai versetti del ritornello. Il testo parla semplicemente di un "inferno verde", per nulla diverso dagli altri, ma solo d'un altro colore. La sorte di chi ricade nei suoi confini è la medesima di qualsiasi altro inferno, ovvero pena e castigo, inflitti per l'eternità. Hetfield, voce del protagonista, comincia allora ad architettare un gioco di botta-e-risposta coi cori, alla stregua di un addestratore dell'esercito americano, di quelli che cantano tutto il giorno nel mentre fan fare migliaia di sollevamenti e flessioni alle fighette delle reclute. Ecco che Hetfield dice "Bruceremo all'inferno" e tutti "Inferno verde inferno verde"; "Come in ogni altro inferno ma più verde", "inferno verde inferno verde" e così via. Sebbene "Last Caress" e "Green Hell" occupino quasi il medesimo minutaggio, la seconda traccia possiede un apparato testuale incredibilmente più vasto, fatto che obbliga Hetfield a sputare le parole a cento all'ora, quasi al limite del comprensibile. Siccome la canzone non prevede assoli o altri orpelli, il medley può già dirsi concluso prima dei quattro minuti. Un'ultimissima cosa da fare notare è la parodia di "Run to the Hills" degli Iron Maiden, posta proprio a chiusura della canzone. Svoltando pagina usciamo dall'EP di Garage Day Re-Revisited per addentrarci nel vero e proprio Garage Days Revisited, costituito da soli due brani che all'epoca avevano servito da b-side per "Creeping Death". Registrate ai Plant Studios di Sausalito, California, nel 1984, le due canzoni vennero aggiunte alle registrazioni ufficiali di "Creeping Death" - effettuate nei danesi Sweet Silence Studios - per confezionare il singolo apripista dell'album. Nel 1988 vennero poi riprese dall'Elektra per la riedizione del debut Kill 'em All, ma vennero comunque rimosse dalle altre successive edizioni.

Am I Evil?

Alla posizione numero sei troviamo dunque "Am I Evil?" (Sono malvagio?), celebre brano dei Diamond Head, ma altrettanto nota cover della band californiana (è stata eseguita dal vivo quasi ottocento volte!). Il brano - che coi suoi 7:50 è il più lungo di questa seconda parte di Garage Inc. -si apre con un'introduzione portentosa ed "anthemica". La solennità pare quasi tangibile ad ogni tocco del rullante, il quale scandisce un tempo vicino alla marcia militare. Le chitarre, austere e distaccate, delineano una melodia fatta d'accordi prima pieni, poi ritmati in base al tempo del batterista. Una serie di stacchi a scendere apre poi la strada ad un fraseggio molto veloce di chitarra, eseguito con la tecnica del legato. Il basso, ancora una volta, si fa notare per diversi abbellimenti, ma poi sono effettivamente le chitarre a segnare la strada per un roccioso riffing. Il testo, a differenza dell'altro brano dei Diamond Head, si è fatto più ricercato e maturo, anche se ammicca ancora una volta in direzione del fantasy. Il protagonista della canzone inizia subito raccontando le sue vicende passate, in particolar modo di quando sua madre - una strega - venne giustiziata sul rogo ("Mia madre era una strega/Venne bruciata viva/Nessuna grazia per la piccola puttana/per le lacrime che ho pianto"). Ora il ragazzo chiede di staccarla dal palo e di riportarla a terra ("Portatela giù adesso/Non voglio vedere la sua faccia/tutta piena di vesciche e bruciata"). L'immagine è cruda e diretta, così come immediata è la domanda, da cui il titolo, che si pone il protagonista nel ritornello. "Sono malvagio" se sono figlio di una strega? Ho una qualche colpa se mia madre era sposa di Satana? Forse no, peccato che però abbia già consumato la sua vendetta in prossimità del bridge che collega strofa e chorus ("Ventisette, erano tutti carini/Bisognava vederli, nel mentre gli facevo pagare il prezzo/Vedere i loro corpi fuori sul ghiaccio"). Ed allora il protagonista non ha più dubbi: "sono malvagio/sì, lo sono". La seconda strofa ripercorre le fila del discorso, precisamente dal momento in cui il ragazzo, vedendo la madre soffrire ("Mentre guardavo mia madre morire/persi la testa"), decide di farsi giustizia da solo ("Vendetta allora ho cercato"). Le conseguenze furono nefaste per i carnefici della donna ("Ti spaccherò fino alle ossa"), col ragazzo che "rese liberi" gli aguzzini dalle sofferenze del mondo reale. Dopo una doppia sequenza strofa-ritornello, il brano varia con un cambio (3:47); tocca poi ad Ulrich rullare sui tom per far decollare il brano, affinché le chitarre possano sfogare tutta la loro aggressività. Il riffing si fa vorticoso, assorbe tutto ciò che gli si para contro, macinandolo fino al più piccolo tocchetto. Una nuova strofa descrive più da vicino l'attimo in cui il ragazzo consuma la vendetta ("Spargerò il tuo sangue in giro [?] La tua faccia è sfregiata con l'acciaio [?] Come una doppia dozzina prima di te/Ha un profumo così dolce"). Evidentemente si sta accanendo contro chi, probabilmente, ritiene d'essere il primo mandante dell'assassinio della madre. Dopo un ennesimo ritornello - trasposto però sulla nuova velocità attuale - a 5:21 parte l'assolo di Hammett, questa volta davvero bellissimo. Ancora una volta il chitarrista fa uso del legato, sia semplice che in accoppiata col tapping (5:53). La sezione solistica si caratterizza inoltre per un buon minutaggio, al cui interno non esistono cali di tensione. In questa maniera il brano s'avvia verso la fine, non prima d'esser passato ancora per una strofa e per il rispettivo ritornello.

Blitzkrieg

Subito dopo ecco che troviamo "Blitzkrieg" (Guerra lampo), brano dell'omonima band rilasciato come lato-b del singolo "Buried Alive" (1981) e poi contenuto nell'esordio A Time of Changes dell'85. La canzone si apre con un chiaro giro di chitarra in salsa classic metal, prima diretto e sfrontato, poi sempre più groovy e ritmato. Chitarre e basso corrono di pari passo, supportati da una batteria lineare. Al pari del primo brano dei Diamond Head, anche questo risente dei cliché della prima NWOBHM, risultando a tratti naif, specie nelle liriche. Dal punto di vista dell'esecuzione vocale, Hetfield ci mette indubbiamente del suo e così facendo ci sembra di ritornare a quel Kill 'em All mai dimenticato. Ad una strofa che inneggia alla libertà più totale ("Lasciaci in pace, lasciaci vivere/Lasciaci scappare dalla notte crudele [?] Lascia che il sole splenda") fa seguito un ritornello abbastanza retorico, nel quale i personaggi della canzone si domandano se mai riusciranno a "sopravvivere alla guerra lampo". Siccome è una canzone piuttosto corta, a 1:50 interviene già Hammett con un altro buon assolo. A 2:18, però, uno strano cambio stravolge il tiro dell'intera canzone, facendolo svoltare verso sonorità decisamente più noisy. L'effetto dura però poco giacché è di nuovo Hammett a riportare i suoi sugli antichi binari prima del finale, in cui si respira davvero il clima della sala prove grazie alle risatine di sottofondo.

Breadfan

Con l'ottava canzone entriamo nella sezione B-Sides & One-Offs, composta da cinque brani. Ritornano anche i Budgie, questa volta con "Breadfan", titolo quasi intraducibile nella nostra lingua, più che altro perché gioca con l'accostamento di due parole, bread (idioma gergale che indica i "soldi") e fan ("sostenitore", "appassionato"). Leggendo il testo possiamo però evincerne il significato, dato che il protagonista è una persona decisamente avida di denaro (appassionato di soldi, o meglio ancora taccagno, dunque). Il riff introduttivo, decisamente di matrice hard rock, è replicato dai Metallica con suoni doppiamente pesanti rispetto all'originale, ma va detto che il 1973 era tutt'un'altra epoca? Le due chitarre riproducono all'unisono il devastante giro, con la sezione ritmica che schiuma dalla rabbia. Considerato pure il periodo a cui risalgono queste cover (1988-91), i settaggi della voce ricordano molto quelli di ?And Justice for All. Scorrendo le informazioni reperibili su questa canzone, notiamo con piacere che la nostra intuizione trova conferma, poiché la canzone servì da lato-b per il singolo di "Harvester of Sorrow", tratto appunto dal suddetto disco. Dal punto di vista lirico, il testo dimostra d'approvare la precedente interpretazione inerente al titolo, dal momento che i suoi primissimi versetti recitano ("Apri la tua mente/Apri il tuo borsello/Apri la tua camera blindata/Non perderlo mai, mai"), che dimostrano l'attaccamento patologico al denaro che mostra quest'uomo. Scorrendo velocemente il testo troviamo in seguito altre figure e parole chiave che sottolineano - caso mai ce ne fosse ancora bisogno - l'avidità fatta persona ("Portali tutti via/Non dare mai un dito/Metti su una zecca/Fammi un milione"). A 1:54 la canzone varia la propria offerta, con un assolo a dir poco improvviso. Segue poi una sezione dove regna il più puro guitar riffing, appena prima che la canzone sbiadisca in un lungo fade out. Un arpeggio pulito riprende poi la trama del discorso, costruendo una struttura su cui i Nostri hanno dimostrato più e più volte di saperci fare. Con Hetfield a reggere da solo i delicati volteggi, con Newsted occupato a chiudere i "vuoti" tra una nota in clean e l'altra, ad Hammett non rimane che sfoggiare l'altra sua tipologia di assoli, ovvero quelli calmi, pieni di feeling ed armonia. Le note acute della solista staccano parecchio dall'impianto ritmico, e colpiscono l'ascoltatore quasi in maniera stordente. Il lungo interludio si protrae per circa un minuto e mezzo, per poi far sì che la canzone riacquisti tono e riparta a massima velocità prima del finale.

The Prince

Appena raggiunti dai Budgie (a quota due brani coverizzati), i Diamond Head rispondono subito e si portano a ben tre canzoni, sintomo della stima che i Metallica provavano per la band di Stourbridge, forse fin troppo bistrattata dalla critica e prematuramente dimenticata nonostante una carriera quasi quarantennale. Il brano in questione è "The Prince" (Il principe) che, come i due altri precedenti, appartiene alla tracklist dell'album d'esordio della band inglese. Assieme alla precedente canzone, anche "The Prince" venne utilizzata per riempire il lato-b del sopraccitato singolo "Harvester of Sorrow", ma va anche ricordato che il brano fu introdotto come bonus track nella versione giapponese di ?And Justice for All. La traccia si caratterizza fin dall'inizio per una furia inaudita, che ben rende l'idea se si paragona il brano ad un assalto all'arma bianca. Il testo parla di quelle persone che, in nome dell'attaccamento alle cose materiali, hanno tradito i loro stessi principî, valori e credo. E così il protagonista dice d'osservare negli occhi di quella persona "maledetta" tracce di "trascorsi morbosi". Scavando in lui non può che trovare un "cuore nero", dato che "le sue azioni dei tempi passati, parlando della sua [persona]". Come dire: le sue malefatte parlano per lui. Inerente all'apparato musicale, la canzone, che abbiam visto partire repentinamente all'assalto, si dota fin da subito di un assolo di chitarra, prima ancora che Hetfield attacchi a cantare (1:03). La struttura di questa canzone è una tipica dei 'Tallica: ad una prima strofa ritmata e nerboruta ne segue una seconda più lineare ed ariosa; se prima il riffing era intricato, ora si costituisce di accordi pieni ed aperti. Il basso viene lasciato da solo per alcuni istanti prima che riparta la seconda strofa, e così di nuovo dopo il secondo ritornello. A 2:35 la canzone cambia, introducendo diversi nuovi giri, dotati della medesima potenza dei precedenti. Quando a 3:06 Ulrich pigia sull'acceleratore, il brano comincia a ricordare da vicino la sezione finale di "One" dove entrambe le chitarre paiono dimenticarsi per un attimo dell'onere ritmico affinché possano dedicarsi ad intricati grovigli di melodia. In sostanza, si può dire che la canzone sia davvero ben curata, strutturata a modo, permettendo di farsi apprezzare con grande piacere fino alla fine.

Stone Cold Crazy

Alla decima posizione si piazza "Stone Cold Crazy" (Completamente pazzo), gemma dei Queen - spesso oscurata da ben più noti lavori - ma particolarmente significativa per diverse ragioni. Dando per scontate quelle meramente estetiche, c'è da dire che la canzone in questione, provenendo dal lontano Sheer Heart Attack (1974), ha tutti i crismi della canzone proto-metal. Rapidità prima di tutto, ma anche aggressività, strumenti che vogliono fare male, non erano all'ordine del giorno nel repertorio dei Queen di quei tempi, ma per la proprietà transitiva si può dire che non lo erano nemmeno per la moda di quegli anni. Eppure "Stone Cold Crazy" è una canzone pazzamente ed intrinsecamente metal e sarà pure questo un motivo per cui i Metallica la scelsero per inserirla come loro testimonianza nella compilation per i quarant'anni dell'Elektra. Non paghi, la confinarono pure a lato-b alla celeberrima "Enter Sandman" del Black Album ma, soprattutto, fu il loro omaggio al genio di Freddie Mercury, quando Hetfield la eseguì accompagnato da Brian May, John Deacon, Roger Taylor e l'altro guest Tony Iommi, la sera del 20 aprile 1992 a Wembley per il memorial del grandissimo frontman appena scomparso. Completato questo discorso introduttivo, passiamo ora all'analisi della canzone vera e propria. Il tempo scandito sul charleston è rapido e permette ad una chitarra fischiante di cominciare subito a graffiare con rara ferocia. Il riffing è potente ma anche complesso e ben strutturato; allo stesso modo la sezione ritmica non può permettersi di perdere un colpo, specie quando Ulrich deve tenere il tempo al solo Hetfield-cantante in occasione del verso. Una serie di stacchi micidiali per potenza - cui s'aggiunge una bella rullata - sono il preludio al ritornello. Se nella versione originale Freddie prediligeva delle timbriche quasi scherzose per recitare il titolo - vi voglio ricordare il timbro davvero stridulo -, Hetfield ovviamente mantiene un tono decisamente più maschio, anche se comunque riesce a calarsi benissimo nelle parti dell'inimitabile cantante dei Queen. Dopo la prima strofa riprende dunque il tema introduttivo, salvo poi virare verso un breve assolo che Hammett si permette di modificare leggermente, intonandolo secondo i propri gusti. In occasione della seconda strofa, Ulrich attacca col doppio pedale e coi piatti, inserendo un pattern inesistente nella versione originale, ma devo dire che ci può stare, specie se a coverizzare la canzone sono appunto i 'Tallica. Sotto il profilo musicale, della canzone non c'è molto più da dire (salvo un secondo assolo che comincia attorno a 1:16), pertanto concentriamoci ora sul testo. Come spesso accadeva nella prima fase della band britannica, le liriche erano scherzose e versate all'irriverenza. I Metallica adottano però alcuni accorgimenti al fine di rendere maggiormente "dura" la parte cantata. Se prima era "Pioggia pomeridiana, deve scoppiare un ciclone", ora diventa "Pioggia pomeridiana, sta per arrivare un ciclone micidiale", e così via. Il protagonista racconta di come stesse dormendo profondamente una "domenica mattina", quando sogno "d'essere Al Capone". La sua vita cambia in maniera piuttosto drastica ("Ecco che arriva la legge che butta già la porta/Venuta per portarmi via ancora una volta"), ma poi segue pure un forte rifiuto, che lascia intendere come il protagonista possa essere una sorta di malato mentale: "Mai mai mai non lo voglio mai più [?] [sono] Completamente pazzo, capisci?". Nella quarta strofa, lasciato libero d'agire, il tizio corre a piede libero per le strade, sparando all'impazzata (chissà se sia sogno, immaginazione o realtà?). E ancora: "Camminando per la strada/Sparando a tutti quelli che vengono incontro/mitra bell'e carico/ecco che arriva il vice direttore che prova a fottermi". Che sia il vice del manicomio? Probabile. "Devo alzarmi cazzo e correre/hanno fatto partire le sirene/Ho finito la benzina/Finiranno per sbattermi in una cella se non posso andare all'inferno". Il delirio è a questo punto completo..

So What

Si prosegue poi con una cover del gruppo hardcore punk Anti-Nowhere League, "So What" (Che importanza ha?). Addentrandosi nuovamente nei territori del punk, i Metallica ritrovano una traccia caratterizzata da un testo che fu per la band originale fonte di problemi con le autorità. Le liriche vennero infatti giudicate "oscene" e - tramite il Obscene Publications Acts - la polizia dovette così sequestrare tutto il materiale discografico che conteneva la canzone. I Metallica, comunque, sfruttarono il brano a dovere, inserendolo sia nel singolo di "Sad but True" che in quello di "The Unforgiven", entrambi estratti dal Black Album (oltretutto la versione giapponese del disco include "So What" come bonus track). Come da copione, le liriche si dimostrano profondamente immorali ed irrispettose: non mancano offese neppure per la regina ("Bene, ho scopato la regina")! Il testo continua poi con versi come "Ho scopato Bach/Ho anche succhiato il cazzo ad un vecchio/Che importanza ha, che importanza ha" oppure "E ho scopato una pecora, ho scopato una capra/Ho imposto il mio cazzo/Che importanza ha, che importanza ha/Noiosa testa di cazzo". Sul piano delle liriche non assistiamo dunque a decisive variazioni, per cui mettiamoci ad osservare la controparte musicale. Una schitarrata iniziale detta il riff all'intera band; subito dopo torna la plettrata in giù, ripetuta a quella velocità sostenuta che fa tanto punk. Non mancano nemmeno i cori, specie in prossimità del chorus. La struttura è alquanto semplice: si ripetono strofe e ritornelli in sequenza, almeno fino a quando a 1:51 non tocca ad Hammett riprendere il discorso degli assoli. Si tratta di una parte solistica decisamente estranea al repertorio dell'esecutore, ma si fa comunque apprezzare. C'è ancora il tempo di un ultima strofa (e ritornello) e la canzone si chiude poco sopra i tre minuti complessivi.

Killing Time

Il pattern di batteria di doppia-cassa e piatti introduce "Killing Time" (Tempo d'uccidere) dei Sweet Savage, opener del loro omonimo disco d'esordio del 1981. Provenienti dall'Irlanda del Nord, gli Sweet Savage furono i pionieri della NWOBHM nella loro terra. Per struttura, si capisce già fin dall'inizio che la matrice classic metal è fuori di dubbio, con le due chitarre che si spartiscono davvero bene i ruoli. Dopo circa quaranta secondi d'introduzione, la band attacca al completo, in maniera lineare, e da lì a poco tocca pure ad Hetfield cominciare col cantato. La sua voce si rende testimone di una "terribile notte", in cui "colpi d'arma da fuoco [?] riferiscono dell'inizio di un massiccio attacco". Il racconto non può che far pensare agli scenari che gli Sweet Savage potevano assistere ogni giorno in quel di Belfast, ma tant'è che qua i Metallica si limitano, ovviamente, ad interpretare il brano senza volersi dare un tono impegnato. Il ritornello segue canoni altrettanto tipici dell'heavy/speed/thrash: cori a ripetere il titolo e pronta risposta del singer a concludere la frase ("Tempo d'uccidere - hai abbandonato la linea/Tempo d'uccidere - ti sei messo ad uccidere/Tempo d'uccidere - cos'è che dici?/Tempo d'uccidere - aha, tempo d'uccidere"). Un rapido fraseggio di chitarra solista s'insinua giusto un attimo prima che riprenda la seconda strofa, e così ancora ad abbellire la stessa seconda stanza della canzone. Presto sopraggiunge il secondo ritornello e così la canzone ha la possibilità d'addentrarsi nella sezione centrale, ovviamente rinomata per la presenza di uno o più assoli. Hammett pare essersi dimenticato dei soliti cliché che tanti gli criticano, e così si lascia trasportare dal ritmo per l'ennesimo buon assolo di questo disco. Essendo un brano tendenzialmente corto, "Killing Time" gioca tutto sull'irruenza e sulla rapidità di fuoco (tanto per stare in tema?), cogliendo nel segno soprattutto per la carica con cui la band riproduce la cover. Per concludere, bisogna infine sapere che, alla stregua del brano precedente, la canzone venne inclusa nei medesimi due singoli promozionali del Black Album, andando a rafforzare delle b-sides di tutto rispetto.

Overkill

Le restanti quattro tracce del disco, come abbiamo già detto in sede d'apertura, compongono una compilation dedicata ai Motörhead. I quattro brani vennero inclusi nel lato-b dell'edizione limitata del singolo "Hero of the Day", power ballad estratta da Load (1996). L'occasione della registrazione si presentò quando la band si ritrovò ai Plant Studios per le prove per la festa di compleanno dei cinquant'anni di Lemmy, festeggiati come si deve al Whiskey A Go-Go di West Hollywood, California. La registrazione fu effettuata dal vivo, alla stregua di altri brani di questo disco, e così mantiene fresca e viva la proposta dei Metallica. La prima traccia del pacchetto è "Overkill" (Massacro), una delle hit più conosciute del trio inglese. Il testo è un inno alla vita rock 'n' roll, della quale Lemmy fu autentica icona, fino alla fine. Ogni sua parola è verbo: "L'unico modo per sentire il rumore è/quando è buono e forte/Così buono che non ci credi/sta urlando con la folla/Non preoccuparti, riprenditelo/Sovraccarico, sovraccarico". Il messaggio di Lemmy è davvero chiaro: non vuole comunicarci altro se non l'enorme energia mista ad adrenalina che si sviluppa quando si sta su un palco. La canzone è, ovviamente, un pugno in pieno volto. La doppia cassa inizia inesorabilmente la sua marcia sfrenata, ma è il basso a disegnare la melodia. Il suono di Newsted pare più ovattato del clangore metallico che sprigionava Mr. Kilmister, ma le differenze non finiscono qui. A livello d'esecuzione, sarebbe infatti impensabile cercare d'emulare Lemmy in tutto e per tutto, dato che suonava il basso in una maniera che non l'ho mai vista replicare da nessun altro. Comunque sia Jason se la cava, finendo poi però per essere inevitabilmente risucchiato dal vortice delle chitarre dei suoi compagni. Hetfield ha la voce tirata - quasi a stento riesce a procedere - e non si fa certo ricordare per una memorabile performance. Il brano ha letteralmente un unico tiro da cima a fondo. In questo modo Ulrich non deve pensare a variare in alcuna maniera, bensì si deve preoccupare unicamente di non perdere uno dei sedicesimi della doppia cassa. La canzone sarebbe teoricamente completa attorno ai tre minuti ma - come già nell'originale - la band decide continuare oltre il falso finale. La restante parte del testo è comunque bellissima, e non fa altro che sottolineare la legge dei Motörhead. Memorabili, a tal proposito, i versetti "Nel piede senti il ritmo/Ti arriva dritto alla colonna vertebrale/Scuote la tua testa, devi esser morto/Se questo non ti fa volare?".

Damage Case

Spediti spediti continuiamo con "Damage Case", che come la precedente appartiene all'LP del 1979, "Overkill". Il titolo di per sé significa "caso di danneggiamento", ma rende assolutamente meglio con l'espressione "caso senza speranza". Il perché lo si capisce dal testo. Lemmy si presenta subito alla tipa di turno dicendole "Hey bimba, non essere impaurita/Voglio solo qualche attenzione speciale". A cosa ambisca già lo si capisce perfettamente, eppure l'immagine che dà di sé non è delle più lusinghiere, e il protagonista lo sa ("Sono scappato da un certo istituto/Cerco solo un po' di consolazione/e posso capire dalla tua faccia/che sono una disgrazia totale/Lasciami entrare/Fai spazio ad un caso senza speranza"). Il basso è di regola distorto come Dio, ehm, Lemmy comanda. Sul versante del ritmo, il brano non è certo un up-tempo in stile Motörhead, ma è piuttosto un roccioso mid-tempo che trasuda tutto il grezzo di questo mondo. Hammett può esibirsi in diversi assoli abbastanza melodici, ma la canzone rimane comunque ben salda sulle sue posizioni, crude e ritmate. Come suggerisce lo standard della band inglese, il brano non dura molto e così, dopo neanche quattro minuti, si vola già al prossimo brano, altro evergreen dei Motörhead.

Stone Dead Forever

"Stone Dead Forever" (Stecchito per sempre) rimanda ai fasti del mitico Bomber (1979), un album semplicemente indescrivibile. Un basso distorto esegue una melodia molto cara a Lemmy, eseguita con strutture che hanno reso celebri anche molte altre hit della sua band ("Ace of Spades" e la già citata "Overkill" su tutte). Il basso di Newsted che di basso sembra non avere più nulla - sembra quasi un synth - apre le danze, con Ulrich impegnato a giochicchiare con degli stacchi. Quando si entra nel vivo dell'introduzione, la canzone acquista sempre più potenza, ma ancora una volta Hetfield non pare essere molto a suo agio, con una voce al limite dello strozzato. Le liriche non sono più quelle cafone di "Damage Case" o quelle semplicemente rock and roll di "Overkill", ma cominciano a farsi più truculente e realistiche. Il protagonista comincia così ad apostrofare un tizio - forse se stesso - per i troppi eccessi commessi in vita ("Faresti meglio ad ascoltare alla svelta/Penso che tu sia andato/E le sole ragioni sono state/la tua colpa e la tua ingordigia"). Quando però ci si rende conto dei propri sbagli, sovente si paga pure un conto salatissimo ("Sei là fuori tutto solo/con il volto trasformato in pietra"). La domanda giunge allora spontanea: "Cos'è successo alla tua vita?"; altrettanto immediata arriva la replica: sei "stecchito per sempre". Non è certo la prima volta che accade una cosa del genere ("Perché sai, i tuoi problemi/non sono esattamente nuovi"), eppure l'essere umano continua sempre a ripetere i medesimi errori. Il messaggio non è rivolto solo ai topi di fogna, ma a chiunque intraprenda un certo modo di vivere ("Sei un mago della finanza/Un grande imprenditore/Un cascamorto [?] Ma è giunto il momento di pagare/Sembra che sia stato un gioco"): alla fine, ricchi o poveri, il conto si paga comunque. L'assolo di chitarra piazzato a metà canzone è buono, ma l'impressione sostanziale è che pure i Metallica fatichino a replicare l'essenza di una band semplicemente unica al mondo, e per questo motivo nemmeno questa traccia coglie più di tanto nel segno.

Too Late Too Late

Un po' rammaricati per come si sia messo l'andazzo di questo album, giungiamo infine all'ultima canzone, "Too Late Too Late" (Troppo tardi troppo tardi), lato-b del singolo di "Overkill" (poi inclusa nella rimasterizzazione dell'LP). Questa volta è la chitarra a definire la melodia per un brano che per sonorità ricorda quello precedente. Le liriche trattano della relazione tra il protagonista ed una prostituta. Le cose tra i due non sembrano andare molto bene, e forse mai lo erano andate ("Vedo che niente è cambiato/Insisti a giocare"). L'uomo pare essersi rotto di questo pseudo rapporto ("Sei un modo per sprecare il tempo"), forse infastidito inconsciamente che la tipa non si conceda solo a lui ("Tu sei così popolare"). Alla fine pare rinunciare a lei in maniera definitiva, tanto sa già come andrà a finire ("Ho dovuto cambiare/Tu ti trovi un altro cliente"). Eppure nel chorus sembra dare alla donna un ultima possibilità: "A te la mossa/Che cos'ho da perdere?". Riprendendo un gergo quasi scacchistico, "Siamo in stallo", per poi capire la fatale situazione: è "troppo tardi troppo tardi" ormai. A 1:39 decolla l'ultimo assolo di questo doppio album. Nella seconda strofa l'uomo pare quasi sfogarsi per tutto quello che ha dovuto passare ("Non darmi tutta quella merda/Son solo scappato dalla tua trappola"), in uno stato d'animo tra il deluso e l'arrabbiato. Proseguendo ancora, nella terza strofa, l'uomo ha capito che nemmeno le moine della donna riusciranno a fargli cambiare idea, perché è ormai immune dai suoi "sortilegi" ("Sei solo una fregatura/So cosa sta succedendo"). Sotto Hetfield che ripete significativamente che è davvero "troppo tardi" si chiude il brano e, di conseguenza, l'intero album.

Conclusioni

Arrivati alla conclusione, le considerazioni da fare sono molte. Un doppio album, la cui mole imponente trascina con sé e per forza di cose diversi contro e diversi pro. Partiamo dalle note maggiormente dolenti. Anzitutto, forse per il "troppismo" generale, alcune cover sembrano non riuscire prettamente ad esaltarci, relegandosi unicamente come degli esperimenti o dei tappabuchi, nulla di più nulla di meno. Mantenere ben salda l'attenzione lungo 27 brani è effettivamente difficile; lo sarebbe per qualsiasi band al mondo, e neanche dei mostri sacri come i Metallica potrebbero mai sperare di uscire da un'avventura del genere senza un po' di normale affanno. In alcuni episodi notiamo forse una verve non propriamente eccezionale, un'ispirazione venuta un po' a mancare, che ha di fatto "standardizzato" un paio di episodi facendo calare l'asticella della personalità. I Four Horsemen, lo sappiamo, sono una macchina da guerra: ma imbarcarsi in un progetto di questa caratura comporta dei rischi. Superati brillantemente in alcune situazioni, ed un po' meno in altre. Anche volendo fare un discorso (per così dire) "cronologico", ben capiamo come l'esatta collocazione di questo "Garage Inc." avrebbe potuto (nel pubblico dell'epoca specialmente) far sorgere più di qualche perplessità. Giunto dopo momenti come "Load" e "ReLoad", il disco in questione avrebbe a ragione potuto far ben sperare più di un fan. Una bella operazione di "recupero" degli anni d'oro: Mercyful Fate, Motorhead, Misfits.. tutti gruppi che hanno di fatto cresciuto i Metallica, rendendoli i metalheads che tutt'oggi sono. Aspettarsi la volontà di recuperare i vecchi stilemi era dunque lecito. Magari cominciando proprio da questo bel tributo, sincero omaggio a tante band storiche. Ed invece.. tutto quel che seguì a "Garage Inc." fu una nuova delusione, per tante (troppe) persone. "St. Anger" fu forse la bastonata definitiva, un album che segnò un nuovo cambio di sonorità e che fece in modo di distruggere le speranze di diversi ascoltatori; i quali, di fatto, voltarono per sempre le spalle ai Four Horsemen, considerandoli finiti. "Cali di tensione" e cronologia a parte, però, c'è anche da analizzare quel che di buono effettivamente è presente, lungo queste ventisette tracce. Notiamo, se non altro, un attento lavoro di ricerca, un'operazione non certo buttata lì a caso: come si diceva nell'introduzione, una cover non può essere realizzata "tanto per", ed occorre valutare tante situazioni. Quali pezzi siano effettivamente adatti, quali no; sarebbe stato, e lo ripetiamo, quanto meno assurdo se i Nostri avessero voluto inserire una loro riproposizione di "Bohemian Rhapsody" anziché di "Stone Cold Crazy", tanto per dire, brano sicuramente più adatto alle loro corde. In più, bisogna stare attenti a non peccare di emulazione, dando vita a tutta una serie di pezzi privi d'anima, orpelli o poco più. Molti brani qui proposti sono effettivamente diventati degli apprezzatissimi "cavalli di battaglia", per la nostra band. Si pensi a "Whiskey in the Jar", ancora oggi amatissima dai fans. Stessa sorte toccata a "Die, Die My Darling". Grande personalità alla base (quasi) totale di un lavoro tutto sommato promuovibile e che ha avuto, se non altro, il merito di mostrarci i Metallica più spensierati e "giovani". Quelli che, per una volta, hanno attaccato il jack nell'amplificatore senza ansie o dubbi, decidendo di suonare quel che da ragazzi li esaltava. E stando a quel che possiamo udire, li esalta tutt'oggi. Un lavoro che dunque è lecito procurarsi, se non altro per sentire i Nostri alle prese con brani storici e per farsi anche una cultura in ambito Hard 'n' Heavy. Qui dentro è in effetti rinchiuso un repertorio d'eccezione, un insieme di artisti che vale sicuramente la pena di scoprire e riscoprire. Altro punto a favore di "Garage Inc.", infatti, è il suo intrinseco valore documentario. Una bella "enciclopedia essenziale", un compendio di gruppi, bands e personalità che hanno di fatto contribuito a segnare tante epoche diverse.

1)
2) Free Spech For The Dumb
3) It's Electric
4) Sabbra Cadabra
5) Turn The Page
6) Die, Die My Darling
7) Loverman
8) Mercyful Fate
9) Astronomy
10) Whiskey In The Jar
11) Tuesday's Gone
12) The More I See
13) Helpless
14) The Small Hour
15) The Wait
16) Crash Course in Brain Surgery
17) Last Caress/Green Hell
18) Am I Evil?
19) Blitzkrieg
20) Breadfan
21) The Prince
22) Stone Cold Crazy
23) So What
24) Killing Time
25) Overkill
26) Damage Case
27) Stone Dead Forever
28) Too Late Too Late
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