METALLICA

Fifth Member Exclusive Deluxe Box Set Sampler

2016 - independent

A CURA DI
MAREK
20/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

L'operazione "riproposta", re incisioni e remastered: croce e delizia del fan, e spesso della stessa band; nonostante quest'ultima rappresenti sempre - almeno sulla carta - un tentativo di sbarcare il lunario, un'impresa attuata con alla sua base le migliori delle prospettive. Del resto, quando fra un tour e l'altro le energie vengono a mancare, ma contemporaneamente gli obblighi contrattuali bussano imperiali alla porta, chiedendo la resa dei conti, ogni band è tentata di prendersi una pausa donando ai fan un qualcosa di "già sentito" ma notevolmente "rielaborato", nella qualità sonora, magari con l'aggiunta di qualche bell'inedito (versioni appunto "inedite" di alcune tracce, bonus, "rough mix" eccetera). Pensiamo appunto ai Manowar, fra i gruppi più chiacchierati degli ultimi tempi, in virtù della loro scelta di riproporre in maniera quasi maniacale i loro classiconi, solamente re-incisi dalla nuova formazione e col piglio odierno; ben lontano dalla mordacia dei tempi d'oro, ma tant'è. Di tutt'altro partito i Saxon, i quali con il loro "Heavy Metal Thunder", un bel doppio CD pieno di brani classici riproposti in una veste più moderna ed aggressiva (più una bella carrellata di canzoni live), hanno effettivamente vinto e convinto. Un mondo, quello della ristampa, nel quale non esistono mezze misure: per farla breve, o vieni incensato o vieni evitato a piè pari, non può esistere una via di mezzo, almeno secondo la stragrande maggioranza del pubblico. Il tutto, poi, si amplifica quando un nome pantagruelico come quello dei Metallica viene tirato in ballo nella situazione pocanzi descritta. Un gruppo che ormai - s'è bell'e capito - ha capito di poter campare di rendita grazie allo "sfruttamento" dei propri dischi storici; quelli che hanno consacrato i Four Horsemen come una delle realtà Metal per antonomasia, al pari di Iron Maiden e Judas Priest. Giustamente, diremmo, visto che nonostante il successo commerciale ottenuto all'epoca, album come "Load" e "ReLoad" si sono rivelati alla fin fine unicamente dei fuochi di paglia, lavori buoni per qualche allora e solo allora appassionato di "Metal". Canzoni per sfogare qualche pulsione adolescenziale presto sopita dalla mutazione di interessi (nota la volubilità dei giovanissimi, d'altro canto), a differenza di monumenti come "Kill 'Em All" o "Ride The Lightning"; pilastri imperituri, lavori che cambiarono la storia ed ancora oggi, a distanza di decadi, vengono osannati e ricordati da chiunque. Perché, dunque, non riproporli secondo una veste maggiormente "matura", curando il suono e rendendolo di qualità superiore rispetto all'originale? Questo, il pensiero balzato nella mente di un Hetfield sì concentrato sull'uscita del nuovo album (pare che per il diciotto Novembre di quest'anno avremo quindi un "fratello" per il fu "Death Magnetic"), ma a conti fatti perso dietro il delicato ruolo di amministratore ed ammaestratore di finanze. Una notizia risalente a non poco tempo fa, infatti, ha avuto modo di mostrarci i 'tallica impegnati a far quadrare i conti in casa propria; fu lo stesso Kirk Hammet a rilasciare una dichiarazione tanto laconica quanto veritiera: "Sono finiti i tempi in cui potevamo prenderci pause lunghe. Potevamo permettercelo perché le royalty dei dischi venduti erano consistenti e arrivavano con regolarità. Adesso fai uscire un disco, guadagni quel po' che basta, se ti va bene.. ma non è più come una volta, quando ti staccavano un assegno ogni due mesi". Gli fece eco James Hetfield: "Siamo diventati una live band. Ci tocca partire e suonare, suonare, suonare. Ed è piuttosto dura, perché potevamo effettivamente fermarci un attimo con i live, per stare di più con le nostre famiglie e cose del genere. Però, ora,  le cose sono così e non ci possiamo fare nulla. A parte fare del nostro meglio". Una vita on the road, dunque, piena di incognite ed insidie. Un lavoro vero e proprio (alla faccia di chi ha sempre creduto il contrario), che come tutti i lavori conosce fasi di apogeo, di stallo e di lieve declino. Rifarsi delle perdite, rimboccarsi le maniche, anche sfruttando il passato e facendo gola ai collezionisti / fan più incalliti. Perché una cosa è certa: al pari di gruppi come Manowar, KISS e Queen, i Metallica possono vantare la fanbase più fedele ed incallita al mondo. Ed a quest'ultima, diciamocelo chiaramente, non spiace essere "coccolata" mediante accorgimenti del genere, come le ristampe di "Kill.." e "Ride..", presentate lo scorso aprile e subito accolte a braccia aperte. Dati di vendita più che confortanti, entusiasmo generale.. insomma, un bel centro per Hetfield e compagnia, i quali avevano preannunciato l'uscita di queste ristampe-remastered rilasciando, per gli iscritti al loro fan club, un succulento "singolo di lancio"; carico, quest'ultimo, di ogni tipo di rarità di seguito inserita nei remastered "gemelli". Un singolo che siamo dunque pronti a scandagliare con il nostro consueto metodo track by track. Immergiamoci dunque nell'abbondanza di "Fifth Member Exclusive Deluxe Box Set Sampler", la cui mole è intendibile già dal titolo.

The Four Horsemen

Ad aprire le danze, un brano letteralmente leggendario. Un pezzo al quale i metallica debbono il loro soprannome storico, l'anthem per antonomasia, un brano potente e travolgente, simbolo di quel che fu il ciclone scatenato da "Kill 'Em All". Parliamo esattamente di "The Four Horsemen (I Quattro Cavalieri)", qui presentatoci in versione remastered. Salta subito all'orecchio il notevole lavoro compiuto in studio: il suono è incredibilmente pulito ed assai meno grezzo della versione originale, tant'è che possiamo distinguere ancora più nitidamente (in special modo) lo splendido lavoro compiuto da Cliff Burton al suo Rickenbacker. Davvero una goduria, per gli amanti delle produzioni curate al millimetro. Accorgimenti che non snaturano comunque la struttura generale del pezzo, presentatocelo esattamente così come ce lo ricordavamo. Ad aprire le danze, un incalzantissimo riff di chitarra, splendidamente sostenuto dalla coppia d'asce Hetfield Hammett. La prima strofa non tarda ad arrivare, mostrandosi dunque in tutta la sua sostenutezza, scalpitando ed avanzando spedita, proprio come se quattro cavalieri - provenienti dall'orizzonte - stessero affrettando il passo dei loro destrieri, bramosi d'arrivare in fretta verso il prossimo villaggio da bruciare e saccheggiare. Un ciclone che continua anche nello splendido refrain, reso leggermente "epico" dalle linee vocali di James. Un ritornello che sfoggia anche strumentalmente velleità Heavy e dunque risulta essere particolarmente trascinante, nonché affascinante nel suo incedere. Subito dopo il secondo refrain, un rugginoso riff ripetuto quasi in loop dà il via ad una sezione di brano molto più cadenzata, scandita da ritmi più ragionati e "quadrati". Un'andatura coinvolgente, sulla quale James spalma meravigliosamente la sua ugola; il tutto è comunque destinato a "naufragare" in una nuova sezione ancor più "pacata" ed assai melodica, sempre spinta da un ritmo quasi marziale ma comunque meno forsennato che in precedenza. Arriva il momento dell'assolo, quest'ultimo di chiara scuola N.W.O.B.H.M., carico di suggestioni di stampo Heavy, lungo ed articolato. Si sfocia dunque in una nuova parentesi, questa volta assai estrema, la quale funge da preludio alla ripresa del riff iniziale e dunque si rivela essere l'introduzione di una nuova strofa. Si riprende dunque a correre velocemente, senza paura di travolgere qualcuno o qualcosa. Sempre apprezzabilissimo e distinguibile il basso di Burton, ultimo refrain e dunque il pezzo può dirsi concluso, non prima di un ultimo ottimo assolo, questa volta più aggressivo e di chiara forgia Speed. Una tempesta di note stridule ed acutissime, urticanti, le quali vanno a palesarsi con inaudita foga prima che il riff principale metta definitivamente fine alle ostilità. Una nuova versione meravigliosamente curata nella resa sonora, apprezzabilissima anche se forse leggermente meno "verace" nei riguardi del suo archetipo. Il testo, al contrario, non cambia di una virgola, e torna quindi a narrarci le avventure dei quattro cavalieri.. ovvero, dei Metallica stessi. Gli allora giovani metallari, immedesimandosi in figure molto simili a quelle già narrate da San Giovanni nella sua "Apocalisse" (Peste, Fame, Guerra, Morte.. i quattro cavalieri dell'Apocalisse, per l'appunto), ci parlano di scorribande a tema quasi "oscuro" ed esoterico. Come se fossero quattro demoni, JamesLarsKirk Cliff battono ogni strada della loro città, in cerca di morte e devastazione. Sono quattro demoni a cavallo, entità immonde richiamate sulla terrà dalla malvagità diffusa; chiudete in casa mogli e bambini, perché la sete di sangue dei Four Horsemen è ormai insaziabile. E più il sangue è innocente, più ne traggono maggior nutrimento. Un testo dunque sprizzante esaltazione e volontà di colpire, che si presta a più interpretazioni. Volendo infatti intendere il termine Horsemen anche come "motociclisti", sembrerebbe quasi che i Nostri stessero parlando di una gang di bikers, pronta con il proprio sprezzo del pericolo a sfidare ogni autorità; viceversa, in chiave più metaforica, certe liriche non fanno altro che presentarci quattro musicisti volenterosi di lasciare il segno. I cavalieri che si abbattono letteralmente nel mondo del Metal, decisi a lasciare il segno, a incidere una ferita nell'immaginario comune. Loro sono i Metallica. E suonano un qualcosa di mai sentito prima. Accettarli o soccombere, non abbiamo altra scelta.

Motorbreath

Tutto cambia decisamente tono con l'arrivo di "Motorbreath (Rough Mix)", la quale risulta di contro assai più grezza della "nobile" open track. Anche qui non cambia assolutamente nulla a livello di struttura del pezzo, abbiamo soltanto una resa sonora assai più "grossolana", un brano che si rivela ruvido e notevolmente appesantito vista l'assenza di altri, necessari accorgimenti da applicarvi per renderlo "accettabile", secondo i parametri degli esperti. Personalmente, chi vi parla preferisce il grezzo e l'attitudine "in your face". Per cui, senza timore di smentita, posso affermare quanto "Motorbreath", in queste vesti, alla fin fine risulti convincente e particolarmente schietta, sincera. Poderoso giro di tamburi da parte di Lars, e dunque Kirk James possono ben presto entrare in scena, ricamando il riff principale e cominciando subito a correre a più non posso. Anche il cantato fa relativamente presto a palesarsi, e l'aura "rough" rende particolarmente l'idea di un (allora) gruppo di Speed Metallers scalcinati ed interessati unicamente a correre a più non posso, meglio ancora se "gonfi" di birra. Ritornelli e strofe si avvicendano in un vero e proprio tripudio di potenza sonora, l'ugola di Hetfield morde come una vipera e le chitarre si dividono fra riff al fulmicotone e piccole incursioni melodiche di stampo N.W.O.B.H.M. Particolarmente da antologia il primo, breve assolo che possiamo udire: davvero una bomba lanciata senza pietà, velocità e perizia esecutiva in un binomio pressoché perfetto ed esaltante. Anche se il meglio si concentra nel secondo momento solista, quello che più di tutti riprende a gran voce le velleità tanto care a "Fast" Eddie Clarke (del resto, "Motorbreath" è effettivamente dedicata ai Motorhead) e che va dunque a chiudere questo ciclone d'Heavy Speed. Esattamente come per la traccia precedente, anche il testo di "Motorbreath" non risulta variare. Come detto pocanzi, quest'ultimo risulta un brano dedicato alla band di Lemmy, il power trio più famoso della storia del Rock n' Roll. Quante band hanno ispirato, i Motorhead? Talmente tante che sarebbe impossibile citarle tutte. Dal Black al Thrash, dal Death al Glam.. è possibile trovare uno "snaggletooth" (storica mascotte degli 'head) sulla maglietta di qualsiasi musicista che si definisca amante del Metal. Persino in ambito Black, quello più oltranzista e mentalmente chiuso, il cognome Kilmister viene esaltato a modello ed esempio da seguire. In pratica, quindi, i 'tallica hanno voluto rendere omaggio ad una band per loro fondamentale. Una band che ha contribuito a maturare in loro quel tipo di suono poi espresso in "Kill 'Em All". Del resto, album come "Overkill" ed "Ace Of Spades" non potevano certo passare inosservati, dinnanzi agli occhi iniettati di sangue dei giovanissimi Four Horsemen. Quando i Nostri erano ancora affamati ei estremo, volenterosi di conoscere sempre più musica; più dura possibile, of course. Delle liriche che risultano essere un vero e proprio panegirico alla band di Lemmy. Ci viene detto che una volta ascoltata la loro musica non saremo più gli stessi, che la loro velocità ci travolgerà.. che i Motorhead non sono un semplice gruppo, ma un vero e proprio stile di vita. C'è chi naturalmente osteggia la vita da rocker che Metallica Motorhead propongono.. ma, fondamentalmente, il loro giudizio conta meno di zero. L'importante è premere sull'acceleratore, distruggere tutto, andare a folle velocità. Proprio come il buon Lemmy ci ha insegnato.

Phantom Lord

Arriviamo dunque al terzo pezzo, una delle prime rarità presentateci da questo singolo: una versione live di "Phantom Lord (Re Fantasma)", registrata il 9 Febbraio del 1984 in occasione di un concerto che i Metallica tennero a Parigi. E' subito James a scaldare la folla, presentando la sua band come "fuckin' Metallica!!!" e specificando, in uno slancio di patriottismo, la provenienza del gruppo ("California!!"). Del resto, si sa, Francia ed U.S.A. non sono mai andati troppo d'accordo! Questione di lana caprina, visto che il pubblico è lì chiaramente per divertirsi, abbandonando inutili campanilismi e sciovinismi da due soldi. Arriva quindi il momento del brano, il quale subentra alla presentazione in tutta la sua incommensurabile ferocia. Il Re Fantasma, catene e pelle, metallo pesante, un armamentario che effettivamente ci fa pensare ad una sorta di entità giunta sino a noi per convertirci a suon di acciaio musicale: "Quel suono che squarcia le tue orecchie, l'assordante suono del Metallo è qui vicino.. i corpi attendono le sue fruste, il sapore della pelle sulle tue labbra..", questo mitico signore della guerra, in un abbigliamento che sembra ricordare molto da vicino il look "sadomaso" dei Judas Priest (pelle e fruste divennero ben presto una prerogativa di Halford e soci, sin dai tardi '70), giunge quindi su questa terra brandendo una spada ed intonando un grido di guerra mai udito prima. Più forte, più intenso, più violento. Sono le urla belluine del Thrash Metal, il quale ha intenzione di piombarci addosso con il suo destriero e di sbaragliare le nostre difese con il suo esercito. Non possiamo neanche pensare di respingerlo, la sua avanzata è inarrestabile e ben presto gli schiocchi delle fruste comporranno la sinfonia della nostra disfatta. Una guerra a suon di Metallo, che perderemo soccombendo sotto la spada del signore dei fantasmi. Prime fasi di una battaglia narrate a suon di velocissimi e possenti riffoni, i quali sfoceranno dopo due minuti circa dall'inizio del pezzo in un possente assolo, il quale dispenserà velocissimamente tutta una serie di note taglienti come rasoi. Ottimo gioco di solistico e ritmica, in quanto Hetfield ed Hammett riescono a sorreggersi ed aiutarsi l'uno con l'altro, proprio per impreziosire il momento, donando al solo una solida base sulla quale stagliarsi in tutta la sua potenza. Dopo tanta violenza, il posto dell'assolo viene preso da un melodico arpeggio, assai particolare ed evocativo, che si protrae abbastanza da farsi ammirare ed assaporare, con tanto di incitamento da parte di James alla folla ("come on! Let's go!!"). Il tutto non sembra comunque dover durare troppo. Le chitarre tornano a carburare ed il drumming di Lars torna ad essere ossessivo, il basso di Cliff riprende a ruggire come un lone, e finalmente le asce di Kirk James tornano a picchiare durissimo. Nuovo assolo e ripresa dei riff portanti delle strofe già udite in precedenza, sentiamo ancora di più l'influenza dei fratelli Gallagher e di un certo tipo di N.W.O.B.H.M. più veloce ed arrabbiata, mentre il pezzo si appresta a terminare con rapidissimi giri di tamburi compiuti da mr. Ulrich e la grattata / rugginosa voce di James che emette le sue ultime urla, per incalzare il pubblico. "Sfogo" conclusivo e dunque giungiamo alla definitiva disfatta del genere umano: il signore dei Fantasmi ha letteralmente vinto, del resto era scritto, visto che questo terribile generale non aveva mai perso una guerra in vita sua. Macerie e vapore salgono dal suolo, adesso è tempo di dominare la realtà a suon di Metal, sparato rigorosamente a tutto volume, senza stare a preoccuparsi di lamentele o vicini troppo "sensibili". Questa terra è ormai patria dei muri sonori infranti, decibel su decibel che scuotono il terreno e permettono agli eletti di poter sfogare tutta la loro passione per questo genere musicale. I metallari hanno vinto, sul pianeta Terra non ci sarà più spazio per nessuno eccetto noi! Non abbiamo neanche il tempo di riprenderci che subito un'altra perla live ci viene sparata dritta in mezzo agli occhi, senza ritegno alcuno. 

Seek And Destroy

E' il turno di "Seek and Destroy (Cerca e Distruggi)", estrapolata dallo stessa setlist del live in Paris del 1984. Questa volta, James si limita a presentare direttamente il titolo del brano, facendo dunque partire immediatamente il pezzo. Ancora una volta, una meravigliosa bordata sonora, priva di orpelli o stupidi filtri. Si parte, come "da copione", in maniera più morigerata, cercando di creare suspance. Le note scandite hanno un che di ossessivo e marziale nel loro incedere, ed i Metallica cercano quindi di creare un'atmosfera pesante e claustrofobica, adottando sempre quella cadenza "assassina" che non fa assolutamente rimpiangere la velocità selvaggia e senza quartiere. Anche se, c'è da dirlo, in veste live "Seel and Destroy" risulta comunque più pesante e massiccia, disperdendo parzialmente l'aura "oscura" che possiede su disco. Comunque sia, Lars eCliff ci spingono letteralmente a marciare, compatti come tanti soldati, ed anche il cantato di James risulta secco e tagliente, di impatto, non aggressivo in maniera esagerata ma anzi più controllato e dosato che in molti altri episodi. La ritmica riesce ad imporsi magnificamente, e traina Kirk James lungo tutto il percorso; il duo chitarristico dosa bene le energie, decidendo sempre di rimanere più "ipnotici" che violenti. Uno stile che ben si addice ad una banda pronta a mettere a ferro e fuoco una città intera: si perlustra la metropoli palmo a palmo, i nostri ragazzacci sono in cerca di divertimento e per questo sperano di incrociare in qualche vicolo i loro rivali, per sfoderare i coltelli e battersi fino alla morte, per la supremazia del territorio. I Metallica si riuniscono quindi in coorte alla ricerca di una guerra da combattere, anche se il contesto diviene molto più "urbano" e legato al mondo delle gang. I Nostri ragazzi sono mossi da "pensieri malvagi", nulla di nuovo, ci dicono, tutti noi sappiamo che sono degli sbandati e che incrociarli di notte in un qualsivoglia quartiere può voler dire solo una cosa: battersi valorosamente, o essere schiacciati. Un testo che sembra rimandare a molte pellicole e libri trattanti questo argomento, le parole di "Seek & Destroy" sembrano proprio palesare dinnanzi a noi l'irruenza dei Guerrieri del film "The Warriors", o il perfido sadismo dei Drughi del romanzo-film "A Clockwork Orange"; insomma, i ragazzi sono sulla strada, per "cercare" ed, una volta trovato ciò al quale sono interessati, "distruggere" senza alcuna pietà. Mirabile il modo in cui James scandisce il titolo del brano, quel "searchiiiiiiiiiiiiiiin.." esteso e protratto per qualche secondo ed infine il "seek-and-destroy!" ben scandito grazie anche ai colpi della batteria di Lars, uno dei momenti più famosi dell'intero brano, il cui valore in questa veste viene sicuramente raddoppiato. Proprio Lars, con il suo instancabile drumming, compie uno stacco verso il terzo minuto abbondante, accelerando vistosamente e dettando tempi "nuovi2, porgendo il fianco ad sensibile un aumento di velocità (ma non troppo), che prelude la rottura dello schema "riffone ipnotico" e preannuncia un ottimo assolo eseguito da un Kirk più ispirato che mai, il quale fa notare lungo tutte queste note il suo amore per la N.W.O.B.H.M e si fa ancora una volta apprezzare per capacità esecutive. Si ritorna poco dopo al riff iniziale e viene ripresa la struttura portante del pezzo, il quale prosegue esattamente come era iniziato. Continuiamo a marciare imperterriti, compatti, fianco a fianco, senza paura e sprezzanti del pericolo. Un brano che, nonostante non brilli per varietà e conservi praticamente quasi inalterata la sua struttura, dall'inizio alla fine, anche in questa veste, non riesce proprio ad annoiare; ma anzi coinvolge sempre di più, secondo dopo secondo, minuto dopo minuto. Un brano da cantare tutti in coro, il quale dimostra di saper far sfaceli in sede live.. ed il tempo, possiamo constatarlo diede ragione ai nostri. Il finale risulta un poco più "concitato", ma non si discosta poi molto dalla canzone nella sua interezza, accompagnandoci verso la fine di questa lotta combattuta nei sobborghi della città, col favore delle tenebre. I nemici non possono scappare, i nostri "drughi guerrieri" sono spinti solamente dalla volontà di uccidere e quest'ultima non se ne andrà finché i loro desideri non saranno soddisfatti. Sfuggirgli è impossibile, nostro malgrado dovremo accettare.. una partitina ai nozh-coltelli. La rabbia urbana esplode, dunque, in tutta la sua violenza e non c'è modo di arginarla, le gang si quieteranno unicamente con il sorgere del sole, quando tutti torneranno nelle loro case a riposarsi, in attesa che l'astro tramonti ancora una volta, per uscire nuovamente a cercare sangue fresco con il quale abbeverarsi. Un'escalation di violenze e di furia, che non troverà mai pace ma anzi, se possibile si inasprirà ancora di più.

Creeping Death

Sempre un altro classicone, sempre in versione live: usciamo dal recinto di "Kill 'Em All" per approdare in quello di "Ride The Lightning", il quale ci viene introdotto grazie al palesarsi di "Creeping Death (Morte Strisciante)", uno dei brani più famosi dell'intero disco ed in generale di tutta la discografia dei Metallica. Questa volta parliamo di una traccia "divisa in due", postaci sia in versione live che "studio". registrazione sempre degli anni '80, avvenuta però a Palo Alto, negli U.S.A. E' lo "shut up!" di James a rompere ogni indugio, il quale ci presenta quindi il pezzo dopo un breve discorso. E' iun riff maestoso ed imperiale a fare la sua comparsa, presto sormontato da uno ben più veloce ed aggressivo, potente, veloce e roboante. La batteria di Lars comincia a scalpitare, mentre le chitarre di James Kirk devastano l'audience a suon di furiosi decibel. Particolarmente gradevole la voce effettata di Hetfield, il quale ben riesce con le sue linee vocali a rendere pregno d'epicità un brano che viaggia fra la violenza senza quartiere ed una splendida maestosità intrinseca. Un'ugola carica d'eco che funge da contraltare alla ricercata violenza strumentale emessa. Le prime strofe ed i primi refrain si avvicendano alla perfezione, in un gioco di scambi particolarmente fomentante, ed il brano può dunque rendere letteralmente giustizia a quel che il combo, sin dalla sua nascita, aveva cercato di esprimere: l'eleganza dell'Heavy Metal classico unita alla furia iconoclasta di soluzioni più Punk e decisamente meno "ragionate". Arriva il momento del celeberrimo assolo, assai lungo ed articolato, il quale riesce ad emozionare ed a coinvolgere, fra passaggi più veloci e violenti ed altri ben più tecnici ed affinati da un sapiente uso e dosaggio di un'ottima tecnica strumentistica. Il buon Hammett, in fin dei conti, ha sempre saputo il fatto suo. Finito il momento del momento solista, entriamo in una sezione assai marziale e cadenzata: un ritmo preciso, quadrato, accompagnato da un riff monolitico ed imperiale, permette a James di declamare i versi del brano. Una parentesi che ben presto si infrange verso il ritorno della strofa, la quale irrompe violenta e rabbiosa, lasciando presto spazio ad un nuovo ritornello. Il tutto sembra suonare ancora più aggressivo di prima, complice anche la parentesi live che, possiamo dirlo, aumenta notevolmente il vigore di un pezzo già di per sé molto intenso. Una versione live che non modifica affatto la struttura dell'originale "Creeping Death", ma anzi esalta il brano rendendolo ancor più poderoso. Dopo l'ultimo ritornello fa capolino anche una sinistra melodia di chitarra, ripetuta quasi in loop, ipnotizzante, la quale ben presto confluisce in un furioso "mini assolo", il quale a sua volta lascia spazio al riff introduttivo, scandito più volte, adoperato per chiudere un brano a dir poco leggendario; ed ascoltandolo live, capiamo ancor di più il perché. Per quel che concerne la versione studio, vale lo stesso discorso effettuato in apertura per "The Four Horsemen": qualità rivista, sopraffina, ma forse un tantino troppo "curata". Strutturalmente, il brano non cambia di una virgola e conferma quanto già detto. Naturalmente, non udiamo né pubblico né effetti nella voce di James, visto che ci troviamo dinnanzi ad una versione studio e non live. Il testo proposto non varia, e rimane dunque fedele a quello della versione originale,  ispirato dalla visione del film "I Dieci Comandamenti" ("The Ten Commandments") di Cecil B. DeMille. I Four Horsemen rimasero particolarmente colpiti soprattutto dal secondo tempo della pellicola, momento in cui Mosè scatena sul popolo egiziano la violenza delle celeberrime piaghe, fra le più cruente la morte di tutti i figli primogeniti delle famiglie egiziane. Assistendo a questa determinata scena, leggenda vuole che Cliff Burton esclamasse le seguenti parole: "Whoa! It's like creeping death!", proprio per rimarcare la violenza della punizione inflitta agli avversari dal patriarca ebreo. Un'esclamazione che valse immediatamente l'input per creare un pezzo su quel determinato argomento e che riportasse esattamente quel titolo, pronunciato inconsapevolmente da Cliff in maniera naturale e splendidamente spontanea. Come detto, quindi, il brano è incentrato sulla vicenda delle piaghe d'egitto; traendo spunto dal libro dell'Esodo (capitolo 12, versetto 29), i Metallica descrivono dunque la morte dei primogeniti secondo la prospettiva del cosiddetto "angelo della morte", ovvero Dio stesso, il quale si occupò di gettare nel panico tutto l'Egitto dispensando morte in ogni casa ed in ogni famiglia, creando un caos inenarrabile, facendo dilagare paura e psicosi collettiva, anche in casa del Faraone stesso, il quale si vide privato del suo primo figlio. "Sono stato mandato qui dal prescelto, lasciate che questo accada.. uccidere il primo figlio del Faraone!", la vendetta del popolo israeliano è così compiuta e Mosè ottiene la libertà per la sua gente, ora capace di slegarsi dal giogo egizio e di vivere in piena autonomia. Col proseguo delle liriche, notiamo come vengano citate altre delle dieci piaghe; dapprima la trasmutazione dell'acqua in sangue ("Il sangue scorre rosso lungo le acque del Nilo!"), in seguito la pioggia di fuoco ("sia lode al fuoco!") e le tenebre ("tre giorni di oscurità assoluta!!"). E' comunque sulla morte dei primi figli che i Metallica decidono di soffermarsi, dando vita ad un testo comunque diretto e violento, in cui un angelo della morte vendicativo ed onnipotente prova quasi piacere nell'infliggere questa condanna, salvando unicamente il suo popolo prescelto, reso immune dal castigo grazie al sangue d'agnello sugli stipiti delle porte (metodo per distinguere le case ebree da quelle egiziane, per far si che la piaga non si abbattesse sugli innocenti). Dunque, lasciamo che la profezia si compia e che tutto questo passi alla storia.. la Morte non può attendere!

Ride The Lighting

Giro di boa raggiunto con l'avvento di "Ride the Lightning (Cavalca il Fulmine)", titletrack dello storico ed indimenticabile album, qui presentataci in versione "garage demo". Notiamo come la qualità del brano sia decisamente inferiore rispetto alla versione di seguito apparsa sul full-lenght. I suoni sono calibrati male, la batteria di Lars emette dei tonfi sordi ed il sound delle chitarre risente di più di qualche sbavatura di troppo. Come se queste fossero addirittura "stonate" o male accordate. La voce di James, dal canto suo, sembra l'unica nota quasi encomiabile. Una prova che non sfigura, anche in un contesto come questo. Insomma, una versione "raffazzonata" di un classico immortale, tutto giocato sulle notevoli capacità compositive di un gruppo, all'epoca, incredibilmente cresciuto rispetto a quanto mostrato nel disco d'esordio. Una prova generale in attesa del debutto definitivo, un brano che non risulta stravolto se paragonato all'originale ma che di certo non è migliore né tanto meno potrebbe mai permettersi di discostarsi troppo dal suo status di cimelio. Intendiamoci: se siete curiosi di ascoltare ed osservare i Metallica alle prese con le loro idee di brano concretizzate "alla buona" in attesa di lavorarci meglio su, potrete senza dubbio apprezzare quanto state ascoltando. Una "parentesi" buona per i collezionisti incalliti, per i "feticisti" della demo, per i fanatici della bonus track. C'è da dire che le cose migliorano, e di molto, una volta giunti nel noto frangente "estremo" del brano, ovvero l'accelerata clamorosa sulla quale ben si staglia l'assolo di Kirk. Per il resto, un tripudio di suoni "da rivedere", una struttura decisa e perfetta, ma non per questo inaccettabile. Una demo version grezza, gettata d'impeto, che mi ha personalmente divertito nonostante le molte imperfezioni. Una sorta di appunto per un'idea da svilupparsi in seguito. Sviluppatissime, invece, le liriche presenti: la tematica, come nella versione definitiva, verte infatti sul tema della pena di morte, argomento assai discusso negli U.S.A. e da tutti interpretato in maniera piuttosto "lapidaria". O pro o contro, senza appelli. Soprattutto i pro risultano essere molto spesso personaggi assai reazionari e politicamente estremi, giustizialisti i quali vedono nella morte la definitiva espiazione di un reato grave (omicidio, per esempio). I Metallica, non schierandosi apertamente ma facendo trasparire una sorta di propria morale (due torti non fanno una ragione, al limite), decidono di metterci dinnanzi ai pensieri di un condannato. Una sentenza così drastica dovrebbe, quanto meno, essere assegnata in presenza di prove certe e schiaccianti, circa la colpevolezza della vittima. L'uomo protagonista, invece, sembra esser stato condannato dopo un giudizio assai sommario. Egli ha paura, sente il terrore che lo assale, nel mentre che le guardie fissano i suoi polsi e le sue caviglie su di old sparky, l'oggetto di tortura maggiormente (tristemente..) noto in tutto il mondo. L'esecuzione sta per cominciare: la leva viene abbassata ed un fulmine potentissimo attraversa il corpo dell'uomo, il quale sente l'elettricità diffondersi all'interno di se stesso. Il cervello comincia a bruciare, il panico ed il terrore lo assalgono. Cerca di invocare Dio, cerca un estremo tentativo di salvarsi appellandosi alla fede.. ma nessuno è lì per lui. Un'esecuzione che dovrebbe durare pochi minuti, ma che per lui dura giorni interi. I secondi si dilatano, la sofferenza estrema lo acceca.. fino a portarlo alla morte. Chiaro, dunque, l'intento del testo: mostrarci cos'è, quel momento, in maniera cruda e priva di fronzoli. Poi, starà a noi decidere se continuare ad avallare certe situazioni o meno. 

From Whom The Bell Tolls

Ci addentriamo nella seconda metà con l'arrivo di una versione live della possente "From Whom the Bell Tolls (Per chi suona la campana)", brano già di per se dall'incedere possente, ed in questa veste il doppio più massiccio e roboante. Siamo a Los Angeles nel 1985, i 'tallica sono spinti verso l'apice della loro fama e notiamo dunque - in questa esibizione - tutta la fame e la grinta che contraddistingueva questi giovani cavalieri in rampa di lancio. Il basso di Cliff macina note in maniera imperiosa, presentandoci dapprima un meraviglioso assolo ed in seguito donando l'inizio definitivo al pezzo, grazie alla sua leggendaria introduzione, già di per sé memorabile su disco. Le chitarre di James Kirk sanno ora concedersi alla melodia ora a dei riff così pesanti ed oscuri da sfociare quasi in un proto-doom stile Black Sabbath; mentre il buon Lars, dal canto suo, riesce a tenere un tempo più che quadrato e preciso, facendo il suo senza problemi. Un pezzo dal quale evinciamo tutta l'ammirazione che Het ancor'oggi prova per Tony Iommi, un brano che in questa versione live incalza il pubblico e ci presenta una resa sonora così compatta e tonante da farci venir voglia di sciogliere ogni riserva, abbandonandoci ad un liberatorio headbanging. Ritmi non forsennatissimi e molto cadenzati, ma comunque aggressivi. Una delle "marce" più famose del Metal, alla pari di una "Metal Gods", tanto per citare un altro titolo altisonante. Un brano che fila via come un Juggernaut, come una sontuosa sfilata di mezzi corazzati. Lento, implacabile, incalzante, incedente: il tutto moltiplicato da una splendida resa live. Forse uno dei migliori episodi del singolo, a parer di chi vi scrive. Anche in questo caso il testo rimane fedele alla versione originale. Delle lyrics ispirate direttamente da uno dei capolavori di Ernes Hemingway"Per Chi Suona la Campana". Un romanzo del 1940 il quale narra, mediante l'uso di un alter ego (il protagonista Robert Jordan), l'esperienza dello stesso scrittore fra le fila dell'esercito repubblicano ai tempi della guerra civile spagnola. La frase che corrisponde al titolo è tratta da un celebre monologo compiuto da John Donne, il quale recitava quanto segue: "non chiederti mai per chi suona la campana. Essa suona per te". Notiamo che, al posto dell'usuale "ring the bell", viene adoperato il verbo "to toll", il quale designa la campana suonata a lutto. Un concetto che ben si addice alla tematica centrale del brano e del romanzo, in quanto la morte è una delle definitive protagoniste della guerra, ed in generale un qualcosa con la quale il personaggio di Jordan ha a che fare quotidianamente. Gli orrori della guerra, gli spari, le esplosioni, le uccisioni, le rappresaglie, la barbarie dei combattimenti. Tutto è presente all'interno di questi versi, i quali descrivono in maniera drammatica una situazione che non potrebbe essere certo narrata in maniera "soft" o comunque edulcorata. I brani nove e dieci, anch'essi live, sono direttamente estrapolati da una gig tenuta in quel di San Francisco, sempre nel 1985. 

Am I Evil?

Cominciamo da "Am I Evil? (Sono dunque malvagio?)", vero e proprio cavallo di battaglia dei Four Horsemen, nonostante il brano faccia parte del repertorio dei Diamond Head, nome a dir poco leggendario della storia del Metal nonché gruppo alfiere della N.W.O.B.H.M. La qualità audio appiattisce leggermente i suoni, non più pomposi e roboanti come ascoltato in "From..", tuttavia possiamo sinceramente apprezzare l'incedere maligno e misterioso del riff d'apertura, splendidamente scandito da un Hetfield sugli scudi. Kirk gli fa eco con i suoi intarsi solisti, Lars mantiene un bel tempo di bolero, Cliff è la solita garanzia. Arriva quindi il momento dello "sfogo" di Hammett, il quale disperde l'alone di "mistero" con un piccolo rimando al miglior Eddie Van Halen (un quasi accenno di "Eruption"); di seguito, i Nostri ricamano dunque il riff portante, lanciandosi in un bel brano Heavy Metal tinto d'oscurità, magnificamente eseguito, al quale si fa vivere letteralmente una seconda giovinezza. Strofe e ritornelli, cantati e suonati alla maniera dei Metallica, sembrano effettivamente metterci dinnanzi le turbe del protagonista delle liriche, l'aria che si respira è pesante ed ossessiva. Il combo esegue dunque il suo compito in maniera eccezionale: fomentare gli animi, divertirsi suonando un brano capace di farli tornare ancor più giovani di com'erano allora, ripescando e riproponendo un bel brano esaltante e travolgente, degno compare di tante scorribande metalliche. Davvero un gran bell'episodio, di quelli che non si scordano facilmente.  Dal punto di vista lirico non abbiamo variazioni di sorta neanche in questa occasione: "Am i Evil?" è citato nella sua interezza, riproponendoci un topos della N.W.O.B.H.M., ovvero testi colmi di argomenti occulti e "stregoneschi". I grandi film dell'orrore made in Italy (come "I Tre Volti della Paura" o "La Maschera del Demonio"), molto più popolari in Inghilterra che nel nostro paese, suscitarono un gran fascino su diverse band inglesi (Black Sabbath in primis ma anche Witchfyinde) fra cui i Diamond Head, che in queste liriche ci parlano del figlio di una strega intenzionato a cercare vendetta. Vedere la madre ardere viva sul rogo fu per lui un durissimo colpo; una morte atroce avvenuta fra le fiamme, la candida pelle della genitrice ridotta a lembi bubbonici e carbonizzati.. le urla, il dolore, la disperazione. La testa del ragazzo perde la cosiddetta bussola ed il desiderio di vendetta comincia ad accecarlo, spingendolo ad abbracciare la causa demoniaca per poter fare giustizia. L'omicidio è l'unica risposta, egli si tramuterà in un serial-killer bestiale e feroce, in grado di uccidere chiunque senza far distinzioni. La sua lama accarezzerà la pelle di chiunque gli capiterà sotto tiro, una dura lezione da impartire alla razza umana: ferite orribili e volti sfigurati, un contrappasso letale, rendere il prossimo impaurito ed agonizzante proprio come lo fu sua madre, legata a quel palo, mentre il fuoco divorava le sue carni. Rimaniamo a San Francisco anche per quel che concerne la versione live di "Motorbreath", la quale risulta a dir poco una bomba fatta brillare in uno spazio aperto. Piogge di detriti, scintille, lampi improvvisi: tutto questo è quel che un brano del genere riesce a provocare, quando viene suonato da una band ancora ben lungi dall'essere ciò che è oggi. La grandezza di certe esibizioni, infatti, è semplicemente "anagrafica", e mi si passi il termine. In che senso, chiederete voi; domanda per altro più che legittima. In parole povere, chi in questo momento si sta lanciando in una pioggia di riff infuocati ed assoli al fulmicotone, non è un gruppo di adulti e padri di famiglia. E' un gruppo di ragazzini totalmente slegati dalle responsabilità dell'età matura, un gruppo di giovanissimi a cui interessa unicamente vivere al massimo, sfogarsi, distruggere. La spavalderia e l'aggressività tipica di un gruppo di appena ventenni, intenti a far male a suon di assoli, di strofe al veleno, di ritornelli allucinanti. Questi erano i Metallica del 1985 e questa "Motorbreath" risulta praticamente essere lo specchio di quel che loro, all'epoca, erano. James che arringa il pubblico con fare strafottente, con le sue urla belluine; Kirk che maltratta la sua chitarra, spingendola al massimo del massimo; Lars che pesta in maniera forsennata sulle pelli; Cliff con la sua potenza e la sua classe. Un connubio a dir poco perfetto, capace di donare la vita ad un momento live esaltante, terremotante.. decisamente, TELLURICO. Questa era la potenza dei Metallica di allora. E se ancora oggi suonano magnificamente sul pezzo e capaci di incalzarci, immaginatevi cosa dunque potevano essere, quando la fame di successo era ancora troppa, da saziare.

Whiplash

Stesso discorso che può essere intrapreso per "Whiplash (Colpo di Frusta)", sempre presentataci in versione live; esibizione risalente al 1984, in quel di Londra. Nelle prime battute notiamo il gruppo incalzare il pubblico, con James a recitare (manco a dirlo) la parte del mattatore. Il tutto si risolve quindi in un riff asfissiante, velocissimo, che non lascia scampo, tuttavia "sacrificato" dalla qualità audio, che di contro esalta moltissimo la voce di Hetfield. In apertura, c'è da dirlo, gli strumenti potevano essere uditi tutti alla perfezione (basso stra-compreso), mentre successivamente possiamo notare un sostanziale abbassamento dei volumi. Questione di lana caprina, tuttavia, visto che il brano scorre come un treno ed è capace di travolgerci, proprio come i due precedenti. Un bel potpourri di violenza sonora, che ha il merito di mostrarci i Metallica più "di pancia", quelli che ancora non erano a conoscenza delle logiche di mercato e che dunque potevano creare ed aggredire in tutta libertà. L'assolo di Kirk viene riprodotto splendidamente, e dunque il brano può avviarsi alla fine, mediante un tellurico avvicendarsi di strofe e ritornelli. Scambi letali, chitarre tonanti, voce urticante, basso e batteria violenti e precisi. Altra bella versione di un classico intramontabile. Brano che, come si evince dal finale, doveva forse essere l'ultimo del concerto tenuto; stando infatti alle parole di Het, il quale chiude il concerto con il classico "arrivederci *nome della città*", formula canonica adoperata da sempre, da qualsiasi rockstar. Testo classico e propostoci nella sua interezza, sempre pronto a descriverci le sensazioni e le emozioni che ogni metallaro prova quando si trova sia sotto sia sopra il palcoscenico. Siamo lì, fra il pubblico o con gli strumenti imbracciati, l'attesa è spasmodica e la fame di musica è ormai alle stelle. Siamo incontenibili ed incontentabili, gli amplificatori iniziano a ruggire e finalmente i Nostri sono pronti ad infiammare il palco; naturalmente, noi siamo pronti a "subire", a farci divertire come se non ci fosse un domani. L'adrenalina scorre nelle nostre vene, il nostro fisico non risponde più alle imposizioni del raziocinio; siamo liberi di urlare, sfogarci, farci pervadere dalla musica più potente del mondo, più calda dell'inferno e sicuramente ben più imponente! E questo, i nostri Metallica, lo sanno fin troppo bene! Forse una delle canzoni più auto celebrative del lotto (l'unica in cui viene citato direttamente il nome della band, forse strizzando l'occhio al modus operandi degli odiati / amati Manowar), in quanto descrive appieno sia le nostre sensazioni di pubblico sia ciò che loro, i Nostri ragazzi, provano ogni volta che sono su quel palco ed i loro strumenti sembrano poter prendere fuoco da un momento all'altro, tanta è l'adrenalina che Hetfield e soci riescono a trasmettere tramite il loro "armamentario". 

Fade To Black

Arriviamo dunque all'ultimo live della tracklist, nonché all'ultimo pezzo effettivo del singolo: questa volta tocca a "Fade To Black (Dissolversi nell'oscurità)", in una versione dal vivo originariamente contenuta nella setlist di un festival svoltosi presso Castle Donington nel 1985. Il pubblico rumoreggia ed è subito il momento, per l'arcinoto e malinconico arpeggio di forgia N.W.O.B.H.M., di farsi largo fra lo scrosciare dei battimani. La chitarra di Hammett risulta ispiratissima e meravigliosamente sul pezzo, gli fa eco un Hetfield anch'egli più intimista e comunicatore; il tutto sormontato dai tamburi di Lars, roboanti come non mai, forse un po' troppo; dislivello di volume che fa risaltare la batteria, facendo disperdere forse la magia emessa dalle asce e dalla voce di James. Un suono un po' rugginoso che mostra i suoi più lampanti difetti quando il brano si intensifica, facendo ruggire le elettriche ed abbandonando l'arpeggiosità delle melodie portanti. Quando tutto torna sulla melodia, invece, la resa finale torna sicuramente più "sopportabile" e meno imperfetta. Una parentesi quasi "acustica", nella quale il bravo James riesce a darci il meglio di se stesso, interpretando con pathos e potenza un brano assai delicato ed introverso, non certo straripante quanto "Motorbreath" "Whiplash". Le sei corde tornano ad aggredire ed il suono diviene ancora una volta quasi "confuso" e "stonato", ma tutto sembra migliorare quando il pezzo assume un'andatura più Heavy, "rough" se vogliamo, ma capace di non sfigurare nel complesso. Het sempre ispiratissimo e Lars sempre più forsennato, più Kirk che di quando in quando riprende soluzioni chitarristiche abbastanza variegate, per non sfociare nel monocorde. Velleità che risaltano fortemente nell'assolo finale, il quale risulta essere un tripudio di suoni ed emozioni, una successione devastante di colori musicali, di sensazioni viscerali, colme di pathos. Un qualcosa dinnanzi al quale "l'alta fantasia manco possa", per riprendere le parole di Dante Alighieri. Un solo straordinario, purtroppo profondamente minato dalla scarsa qualità della registrazione.. ma anche così in grado di fare realmente un figurone. Essendo stato forse il primo brano "intimo" e "sentito" scritto dai Metallica"Fade To Black" non poteva non avere, come argomento principale, la depressione. Il titolo indica infatti lo stato d'animo di una persona giunta al limite della sopportazione. Il peso della vita è diventato insostenibile, essa comincia a gravare sulle nostre spalle come il mondo su quelle di Atlante. Non siamo più disposti ad accettare tutto questo, e cominciamo per questo a lasciarci andare. A farci ingoiare dall'oscurità, a cedere, a considerarci ormai vinti dalle intemperie e dalle avversità. Non ci importa più di lottare, il freddo ci gela le ossa.. niente e nessuno riesce più, ormai, a distogliere la nostra mente da un pensiero fisso: quello della sconfitta definitiva. Cosa ci resta da fare, dunque? Abbandonare il palcoscenico, lasciando che il sipario di chiuda sulla nostra esistenza. E' finita e non possiamo farci nulla. Solo noi stessi potevamo aiutarci.. ma ce ne siamo resi conto troppo tardi. Nemmeno noi vogliamo più consolarci. Quindi, meglio perire e scomparire nella notte, lasciando un ricordo ai nostri cari. Ma dimenticandoci di noi stessi. In molti hanno speculato circa l'ispirazione massima di liriche così gravi e solenni; stando ad alcuni rumors, la "scintilla" sarebbe scattata nei Metallica dopo che, nel 1984, il gruppo dovette scontrarsi con un episodio assai demoralizzante, ovvero il furto della propria strumentazione. Con queste tristi note termina dunque la nostra avventura in questo lungo singolo. N.d.r: in realtà, nella tracklist non ufficiale, sarebbero presenti due ulteriori brani: ovvero, due versioni "rough" di "Am i Evil" "Blitzkrieg". Tuttavia, secondo la tracklist diffusa dai Metallica presso i membri del proprio fan club, "Fade To Black" risulterebbe come ultima canzone effettiva della scaletta. I due "rough mix" di cui si parlava in rete consistevano in due brevi e seminalissime versioni strumentali dei brani pocanzi citati. Nulla di troppo eclatante, insomma.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questa lunga avventura, è tempo di tirare le somme circa quanto effettivamente udito. Parlando per "singolo episodio", dunque distinguendo le nuove edizioni di brani storici, i live ed i cosiddetti "rough mix" e "demo version". Cominciamo dai brani in versione "remastered": forse, l'anello debole dell'intero singolo-compilation. Almeno seguendo un po' di sana soggettività, in quanto, personalmente, non ho mai amato i suoni troppo puliti ed ordinati, se parliamo di Thrash Metal. D'altro canto, non lodo neanche le produzioni eccessivamente lo-fi e volutamente scadenti; la verità, come si suol dire, sta nel mezzo. E rendere troppo "educate" tracce come "The Four Hosemen" "Creeping Death" può forse rivelarsi un'arma a doppio taglio. Cos'abbiamo sempre amato, dei primi Metallica? La loro distinguibilissima ferocia, la loro carica, la loro violenza iconoclasta. Un gruppo di ragazzi scalcinati e senza nulla da perdere, con la voglia di vincere, di arrivare. Di far male e graffiare. Chiaro che, prendendo per i capelli un album come "Kill 'Em All", e rendendolo più "mansueto", "orecchiabile" e soprattutto "gentile", a suon di sonorità curate nel dettaglio, si rischia di disperdere il suo fascino ancestrale. Un'operazione, quella del remastered, che potrebbe tuttavia giovare a "Ride The Lightning", già più composto e maturo del predecessore. Ma anch'esso, tuttavia, continuava a forgiarsi di quello spirito ribelle e selvaggio, pur essendo sicuramente più "ragionato" e tecnicamente superiore a "Kill..". Insomma, due premesse che ci piazzano dinnanzi due dischi rielaborati per meri scopi commerciali. Un'ode ai fan più accaniti ed ai più giovani, quelli maggiormente avvezzi alle produzioni più moderne e curate. I quali, se non altro, potranno senza dubbio entrare in contatto con due autentiche perle del Metal tutto, riscoprendo una tradizione NECESSARIAMENTE da tener conto, qualsiasi sia poi il genere di Metal che si finirà ad ascoltare. Passando alle dolci note, invece, non si può far altro che applaudire la scelta dei brani live che i Nostri hanno voluto inserire a mo' di bonus tracks. Degli episodi a dir poco fenomenali e travolgenti. Se alcune volte le registrazioni peccano tuttavia di scarsa qualità, il compito ultimo di questi pezzi è comunque svolto alla perfezione. Ovvero, quello di trasmetterci l'impeto live dei Four Horsemen, di farci assaggiare la loro potenza dal vivo. Quello di permetterci di conoscere (e parlo per chi, come me, non è più troppo ragazzino ma nemmeno può considerarsi troppo "adulto") un gruppo all'epoca ai suoi albori, che sgomitava per farsi largo in un affollatissimo panorama. Viceversa, chi segue i Metallica dai suoi inizi avrà modo e maniera di gioire di determinati amarcord, ritornando indietro nel tempo, rimembrando e celebrando i fasti che furono. Stesso discorso per i rough mix e per le demo version. Episodi atti a stimolare la curiosità. "Appunti", diciamo così. Da guardarsi con la stessa nostalgia con la quale, spesso, sfogliamo i vecchi quaderni di scuola; ricordando giorni, momenti, periodi ad essi collegati. In definitiva, un bel singolo apripista di quelli che sarebbero stati (e che sono stati, effettivamente) i "nuovi" "Kill 'Em All" "Ride The Lightning". Fra alti e bassi, una discreta compilation di rarities e curiosità, perfettamente in linea con lo spirito dei Metallica odierni.

1) The Four Horsemen
2) Motorbreath
3) Phantom Lord
4) Seek And Destroy
5) Creeping Death
6) Ride The Lighting
7) From Whom The Bell Tolls
8) Am I Evil?
9) Whiplash
10) Fade To Black
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