METALLICA

Death Magnetic

2008 - Warner Bros. Records

A CURA DI
MAREK
25/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Di parole, su "Death Magnetic", se n'erano spese ancor prima che i Metallica assicurassero d'aver pronte anche solo due-tre canzoni. O addirittura riff. O appunti. Un album destinato a divenire chiacchieratissimo, sin dalla fase del suo concepimento. Del resto, era lecito aspettarsi un qualcosa del genere, visto il pesante tonfo che si rivelò essere "St. Anger". Quel che (in teoria) avrebbe (di fatto) dovuto essere l'album del "ritorno" al Metal, dopo anni di sperimentazioni "radio friendly" ("Load" e "ReLoad", in poche parole..), si rivelò invece un tragico punto di inizio.. quello verso un lento ed inesorabile fallimento. Polemiche su polemiche, dovute ai più disparati motivi. Qualità scarsa della registrazione, produzione pessima, mancanza di assoli; insomma, pur avendo venduto molto ed essendo stato acclamato dalle (allora) nuove generazioni, "St. Anger" deluse al 100% ogni spettatore al di sopra di una determinata fascia d'età. I veterani, insomma, tutti coloro i quali avevano avuto modo di sfondarsi i timpani con "Ride The Lightning" (esempio preso a caso, ma potrebbe andar bene anche un "..and Justice for All" qualsiasi, in tempo di magra), decisero di voltare le spalle ad Het e soci. Passino "Load" e "ReLoad", passi persino il "Black Album", dovettero pensare.. ma "St. Anger", proprio, NO. Fu così che in casa Metallica arrivò il momento di fare i conti con svariati tipi di situazioni. Su che strada continuare? Come proseguire? Come agire? Il pubblico è mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensiero.. e se il "nuovo corso" inaugurato da "St. Anger" avesse rivelato tutta la sua fragilità, stancando persino i ragazzini più infervorati e desiderosi di "disagio" musicale? Se quei suoni grezzi e primitivi avessero infastidito, a lungo andare? Non si poteva rischiare, non così tanto. Serviva una svolta, un qualcosa di nuovo; un qualcosa che, paradossalmente, arrivò guardandosi indietro. Tutto d'un tratto, i Metallica si ricordarono d'essere le colonne portanti di un genere, il Thrash Metal, che a loro doveva (se non tutto) sicuramente moltissimo. Ed a quel genio di Dave Mustaine, ma questa (come si suol dire) è un'alta storia. Tornando ai Four Horsemen, i Nostri decisero quindi di recuperare alcuni stilemi lasciati abbastanza in disparte, relegati in cantina  in un lasso di tempo che intercorreva dalla pubblicazione di "Load" sino a quella di "St. Anger". Tornare a picchiare duro, in maniera onesta e decisamente più "metallara". Via le copertine raffiguranti opere d'arte moderna, via i vaghi accenni grunge, via l'etichetta "radio friendly", via le camicie alla moda ed i capelli ben ordinati. Era il momento di riaprire l'armadio, di recuperare lo smanicato pieno di toppe, quel paio di jeans strappati, lasciati per troppo tempo sotto naftalina. Si poteva ancora picchiare, dovettero pensare Hammett, Hetfield ed Ulrich. Abbiamo un signor bassista come Robert Trujillo, si dissero, rincarando la dose. Perché non tornare, in fin dei conti, a fare ciò che sappiamo fare meglio? La risposta fu dunque "Death Magnetic", il quale si fregiò di una gestazione lunga ma che, per lo meno, ci presentò un disco sul quale il monicker "Metallica" non stonava affatto, anzi. Il tutto venne dunque realizzato in cinque anni netti, rielaborando molte idee abbozzate già nel 2003; idee di seguito sommate ad altro materiale composto ancora prima e risalenti poi ad un periodo cavallo fra il 2004 ed il 2006. Lo stesso Trujillo (il quale esordì ufficialmente come "bassista dei Metallica" proprio su "Death Magnetic") affermò che la band poteva contare su di un materiale vastissimo; gli fece eco Ulrich, il quale ammise, in un'intervista del 2006, che i Metallica avevano già pronti ben sette brani, già scritti e completati. "Esagerando", qualche mese dopo le dichiarazioni di Lars, Kirk estese il numero a ben quindici. Insomma, un periodo di grande fervore creativo, se non altro instauratosi anche grazie alla dissoluzione dei problemi personali legati ai vari membri. Quei problemi che li avevano spinti, di fatto, a partorire lo spigoloso "St. Anger". L'alcolismo di James era ormai un problema vinto e sconfitto, ed anche il cambio di produttore si rivelò una manna dal cielo. Bob Rock, artefice del boom economico in cui i Metallica intercorsero grazie alle sue strategie, venne infatti accantonato per far spazio a Rick Rubin, che tutti noi ricordiamo già in veste di produttore del monumentale "Reign in Blood", masterpiece dei sempiterni Slayer. Un Rubin che lasciò praticamente carta bianca ai Four Horsemen, i quali si videro ben contenti di collaborare con un vero esperto del mestiere piuttosto che con un business man come Rock. Fu lo stesso Hetfield ad elogiare il nuovo "capo", definendolo una persona capacissima ed in grado di tenere saldamente in mano le redini del progetto intrapreso. Insomma, una band "rilassata" e guidata da un professionista leader del settore. Più tanta voglia di ragionare e di donare la vita ad un disco che potesse suonare Thrash, certamente, ma anche particolarmente complesso ed impegnativo. A discapito di ciò che fu il suo predecessore, suonato d'istinto ed in maniera precipitosissima, tendente verso un balzano Nu/Alternative. Per la registrazione vennero scelti ben tre studi diversi: i "Sound City Studios" di Van Nuys, gli "Shangri La Studios" di Malibù e gli "HQ" di San Rafael; l'entusiasmo era palpabile, ed i fan furono ancora una volta rassicurati dalle dichiarazioni di Ulrich, il quale disse che la band avrebbe concepito la genesi di "Death Magnetic" ragionando esattamente come era solita fare nel periodo pre-"Black Album". Che il tanto agognato ritorno sarebbe stato davvero un qualcosa di concreto? A quel punto era lecito pensarlo. Il quindici Maggio del 2008, dunque, le registrazioni di "Death Magnetic" furono dichiarate terminate. Il titolo venne annunciato in pompa magna, seguito da un aneddoto assai particolare. Un titolo forte, accompagnato da tutta una sequenza di immagini non certo "innocue". Kirk Hammett spiegò che fu proprio lui a donare ad Het l'ispirazione per coniare una simile espressione, portando in studio di registrazione una foto del grande Layne Staley, compianto ex cantante degli Alice in Chains. James cominciò ad interrogarsi sulla condotta di vita dell'ex collega, domandandosi cosa lo avesse spinto ad adottare uno stile di vita così autodistruttivo. Le speculazioni filosofiche circa la vita e la morte portarono dunque il frontman a rilasciare, nell'estate del 2008, la suddetta dichiarazione: "Death Magnetic, almeno il titolo, per me è iniziato come sorta di tributo ai nostri morti, quelli del nostro stesso settore, come Layne Staley e molte altre persone che hanno perso la vita. Pensando alla morte, alcune persone sono come attratte da essa, come un magnete, mentre altre invece hanno paura di essa e la respingono. Il concetto che tutti noi moriremo a volte è troppo discusso e a volte non se ne parla affatto, sembra quasi che nessuno voglia tirare fuori questo argomento. Ma prima a poi arriverà un momento in cui noi avremo a che fare con la morte". Insomma, una spiegazione particolare, una genesi culturalmente di spessore.. i segnali positivi continuavano ad incalzare il pubblico, il quale finalmente, nel Settembre 2008, poté godersi il prodotto finito. "Death Magnetic", il neonato, il figlio che beneficiava di una volontà di distacco dal recente passato, in virtù di un riporto in auge degli stilemi che resero grandi i Metallica: estro compositivo, velocità, potenza. Dopo questa lunga dissertazione, è giunto dunque il momento di partire alla scoperta del suddetto lavoro, immergendoci a capofitto in un disco che, persino dalla copertina, torna a stupire in positivo. Via il sangue e lo sperma di "Load" e "ReLoad", via i disegni fumettistici di "St. Anger". Quel che vediamo, nella cover, è una bara posta al centro di un campo magnetico, le cui linee di forza risultano essere ben marcate. Un artwork che dunque rispecchia fedelmente la spiegazione fornita da Het, circa il significato dell'espressione "Death Magnetic". Apriamo il coperchio, or dunque, e gettiamoci nella fossa.. Let's Play!

That Was Just Our Life

Ad aprire le danze ci pensa "That Was Just Our Life (Era proprio la nostra vita)", introdotta da un ansiogeno battito cardiaco, ben presto doppiato da un malinconico e melodico arpeggio di chitarra. La sei corde instaura un clima cupo e sempre di tensione, attanagliandoci in una morsa di tenebre. Primi secondi degni dei Goblin di Simonetti, se non fosse che subitaneamente è la chitarra di Hammett a prorompere in un riff rugginoso e potente, pesantissimo, degno contraltare alla melodia ricamata da HetLars (i cui suoni continuano ad essere non propriamente perfetti, ad onor del vero) batte dunque un tempo marziale, a tratti; il tutto si rivela un crescendo al cardiopalma, ed è finalmente tempo di udire una prima strofa, la quale si rivela essere veloce e potente, ben sostenuta da tutto l'ensemble. Il cantato di James è deciso ed efficace, in combo con il collega Hammett riesce a costruire tutta una serie di trame veloci e coinvolgenti, mentre il lavoro di Rob risulta sino ad ora preciso al millimetro, preziosissimo in fase di rifinitura. Si procede dunque spediti e senza paura, anche il tempo tenuto da Lars, sebbene essenziale, si rivela funzionale al clima instauratosi. Peccato solo per i suoni di batteria, davvero penalizzati e forse messi un tanto troppo in disparte. Notiamo come la strofa non si riveli affatto monocorde, e che nella sua seconda parte si riveli assai più cadenzata e ritmicamente interessante. Due facce che dunque ben si coniugano, e vanno a sfociare in un ritornello efficace, veloce, tirato. Sino ad ora, niente di eccezionale ma di sicuro un qualcosa di onesto e ben suonato; anche la seconda strofa gode del "cambio" ritmico in prossimità del ritornello, un espediente che sicuramente giova all'economia del pezzo, rendendolo meno prevedibile e più accattivante di quanto fossero state le tracce composte negli ultimi anni. Secondo ritornello magnificamente presentato, e dunque seguito da una gradevolissima parentesi strumentale, nella quale assistiamo ad un più che discreto assolo di un Kirk Hammett che finalmente torna a farsi sentire, dopo cinque anni di oblio. Ed è un ritorno con i fiocchi, in quanto il solo (nella sua brevità) risulta sicuramente più allineato ai tempi d'oro che al passato recente. Subito dopo il soliloquio di KirkJames torna dunque a farsi udire per un breve tratto, sino a lasciare nuovamente spazio ad un'ulteriore parentesi strumentale, la quale sfocia in un momento assai melodico, particolarissimo (quasi vagamente Power - Thrash, viste le note proposteci). E' dunque tempo di infrangerci contro un ulteriore refrain, veloce ed incalzante, rabbioso, il quale va poi a chiudere un primo brano d'impatto, il quale non fa gridare al miracolo, ma ci fa tirare un sospiro di sollievo. Ebbene si, i Metallica sono tornati sulla retta via. Il testo, dal canto suo, ci mette dinnanzi ad una sorta di tematica rimandante ai conflitti esistenziali; i quali hanno afflitto ognuno di noi, nell'arco della nostra vita. Il protagonista, infatti, sembra descrivere la sua stessa vita, guardandosi da fuori. Per certi versi, egli parla di tutta una serie di situazioni difficili da mandare avanti, tutte riguardanti un forte disagio. Una vita difficile e piena di insidie, di frustrazioni: viviamo perennemente con il rumore di una sirena in testa, la quale urla rumorosamente, mettendoci in difficoltà. Ci copriamo gli occhi pur di non vedere, ma riusciamo distintamente a percepire il male che ci circonda. Un'esistenza all'insegna delle contraddizioni, un'esistenza che ci mette dinnanzi agli occhi le nostre stesse ferite, sanguinanti, ma ci impone di non pensare al dolore che ci provocano. Abbiamo sete, ma veniamo travolti da un fiume in piena anziché dal refrigerio di un sorso d'acqua. Vogliamo che il mondo muoia, scompaia.. ma siamo noi stessi a tentare il suicidio. Una valle di condizioni pressappoco kafkiane, situazioni inspiegabili. Il dolore che infliggiamo a noi stessi, convinti di infliggerlo invece alla negatività che ci circonda. Una perenne lotta contro noi stessi e contro la nostra condizione di "emarginati". Riusciamo però a dirci che, in fondo, ci ammiriamo. La Vita, se non altro, ci ha insegnato a combattere. E nonostante tutte le nostre giornate siano a metà fra l'incubo più nero ed il risveglio più concitato, teniamo duro ed andiamo comunque avanti. Magari anche sapendo di perdere, ma non arrendendoci. La nostra è una guerra senza fine; forse un giorno saremo ripagati, ma prima di allora non dobbiamo assolutamente cedere o lasciarci sopraffare. Zittiamo le sirene, non guardiamo le ferite. Lottiamo come sappiamo, continuando a sforzarci di distogliere la mente dall'incubo. E di continuare, imperterriti, a svegliarci. Sempre.

The End Of The Line

Il buon trend continua con l'avvicendarsi del secondo pezzo, "The End of the Line (La fine di tutto)", il quale gode di un attacco ben più deciso del suo predecessore. Il groove instaurato da Hetfield ed Hammett è infatti tosto e maschio, mentre Ulrich maltratta al solito tamburi e piatti, e Trujillo funge da ottimo collante. Piccola introduzione dunque carica e pregna, stacco di Lars ed il brano può dunque incamminarsi verso la presentazione della prima strofa. La quale non tarda ad arrivare: Het al solito sfodera una voce da manuale, rabbiosa ma controllata, ed il gruppo alle sue spalle si diverte letteralmente a destreggiarsi fra vari ritmi. Del resto, te lo puoi permettere se al basso hai un grande musicista come Rob. L'ex Infectious Grooves detta i tempi come un metronomo, ed i Metallica risultano ora più diretti e distruttivi ora più groovegianti e dediti a ritmi cadenzati, particolari, coinvolgenti. Il tutto magnificamente espletato in un refrain che cattura e fa venir voglia di dimenarsi. Si continua così mantenendo questi giochi d'alternanze, ad alto tasso tecnico (ma non troppo, per non strafare). Una nuova strofa fa presto la sua comparsa dopo una breve parentesi strumentale: i Four Horsemen corrono veloci pur mantenendo il contachilometri su livelli controllati, un nuovo refrain si fa largo e ci conduce nuovamente all'interno di trame ritmiche sicuramente d'impatto. Kirk, affamato d'assoli, non tarda a fare la sua comparsa; com'è giusto che sia, Hammett si lascia trasportare dal clima mai monotono e colora le sue note ora di Hard n' Heavy ora di effetti più moderni, donando la vita ad una melodia sempre imprevedibile. Ora cupo ora pesante, ora tagliente ed urticante, l'assolo di Hammett si lascia ascoltare e funge da punto di partenza per una sezione strumentale nella quale i Nostri si sbizzarriscono totalmente. Ad un certo punto, la chitarra di James si fa incredibilmente educata e quasi "timorosa", per permettere ad Hammett di esagerare, mostrando pesantezza e rocciosità. La sorpresa definitiva arriva verso il minuto 5:52, momento in cui udiamo in sottofondo il charleston di Lars e la melodica ascia di Het, intenta a ricamare una melodia cantilenante, "soft" ma disturbante, richiamante a gran voce gli Alice in Chains. Anche l'ugola di Het diviene educatissima e densa di pathos, sino a quanto il climax la porta ad infrangersi in un nuovo ritornello, il quale disperde il clima "maledetto" per riportare in auge aggressività, ritmiche maschie e chitarre distorte. Con lo scandire del titolo, quindi, il pezzo ha fine. Altra bella prova, non c'è che dire. Riprendendo le tematiche del precedente brano, anche il testo di "The End of the Line" vuol parlarci di esistenzialismo, pur non lasciando trapelare esattamente spiragli ottimistici. Tutt'altro, queste liriche sembrano pregne di rassegnazione, una rassegnazione che presto ci porterà all'esplosione totale, alla pazzia più nera. Siamo vittime di una situazione dalla quale ormai non riusciamo più ad uscire: la Vita ha cominciato a pesarci in maniera inesorabile, e siamo lì e lì per mollare, in barba a quanto detto nelle liriche di "That Was..". Un sentimento di noia ed angoscia ci pervade ormai totalmente, offuscando il nostro cuore. Sembra quasi di sentire questo malessere interiore in maniera drasticamente "fisica", mediante sintomi come una sensazione di perenne asfissia. Ormai siamo insensibili ad ogni tipo di stimolo, siamo come catatonici, piombati nell'oscurità più totale. L'innocenza è perduta, corrosa, tutto intorno a noi sta marcendo in maniera inesorabile. Abbiamo finito il carburante, ed intrappolati in questo perenne inganno, non possiamo far altro che abbandonarci al nostro triste destino. Abbiamo raggiunto la fine della linea, un'espressione anglosassone che, usata in gergo, equivale al nostrano "arrivare al culmine", o magari "non farcela più". La forza ci ha abbandonati, non riusciamo più nemmeno a sollevare un fazzoletto. Una febbre perenne ci infiacchisce, ci rende deboli e derelitti.. supplichiamo affinché qualcuno ci aiuti, ma tutti sono sordi, nessuno bada a noi. La nostra clessidra non scandisce più il nostro tempo, non riusciamo più a vedere lo scorrere della sua sabbia. E' tempo di dirsi addio, di perdersi fra i rottami della nostra stessa esistenza. Questa è la fine, e non possiamo assolutamente farci nulla.

Broken, Beat & Scarred

L'inizio di "Broken, Beat & Scarred (Rotto, malmenato, sfregiato)" risulta, come per la seconda traccia, anch'esso parecchio tosto e diretto. Chitarra ritmica ruvida e "a singhiozzi", massiccia, contraltare perfetto per la solista che invece ricama melodie serpeggianti ed allusive. In background il tempo dettato da Lars Rob, e ben presto per le due asce arriva il momento di fondersi all'unisono, ricreando un tipo di guitar work capace di portarci indietro nel tempo, al periodo di "..and Justice For All". Si procede dunque in maniera sostenuta e decisa, notiamo come sia l'ugola di James a fare la differenza, giocando molto sulla melodia e mescolandosi all'unisono con la chitarra di Kirk; quest'ultimo in grande spolvero. Il brano sembra essere più lineare dei suoi predecessori, e si configura dunque come un episodio piacevolmente concitato ma anche in grado di svelare un ancestrale animo (quasi) catchy, grazie all'ottimo lavoro di Het dietro al microfono. Alcuni passaggi risultano infatti particolarmente sentiti e melodici, ben spalmati sulla rocciosità generale di un brano che, dal canto suo, non perde comunque occasione per malmenarci. Come dimostrato dall'ottimo refrain, il quale gode delle concitate rullate di Lars Ulrich, il quale scalpita letteralmente come un bufalo. Minuto 3:53, sfoderando un quasi groove à la Suicidal Tendencies, i Nostri segnano l'avvio dell'assolo di Kirk, il quale anch'egli sembra provenire nientemeno che da un disco come "Lights.. Camera.. Revolution". Un Hammett che stupisce, come tutto il gruppo, il quale si è inaspettatamente imbarcato in questa corsa dal vago sapore crossover. La quale non stenta a decelerare, dilatandosi sino a quando il tutto diviene poi destinato ad infrangersi contro una ripresa degli stilemi classici del brano. Piacevolissima escursione, che porge dunque il fianco ad un rientro nei ranghi e ad un ultimo assalto a suon di batteria scalpitante, asce rugginose e basso sempre presente. Pezzo interessante, decisamente sugli scudi ed in grado sempre di mostrarci la forte poliedricità del combo. Finalmente un po' di ottimismo, nel testo di questo terzo brano. "Broken.." si configura, infatti, come un vero e proprio inno alla reazione, alla volontà di mostrare al mondo chi siamo. Ci eravamo appena rassegnati alla morte più anonima e nera, quando ecco che un guizzo di cattiveria illumina la nostra notte. Siamo sanguinanti ed esausti, eppure non vogliamo cedere. Forgiati dal fuoco di mille battaglie, ogni nostra cicatrice è motivo d'orgoglio. Siamo ancora vivi, respiriamo, a stento siamo in piedi.. ma siamo ancora presenti. Quel che non uccide rende più forti, ed in virtù di questo sappiamo di poter procedere. La terra scotta e noi siamo scalzi, la vita picchia duro e ci spacca più di qualche dente; eppure, non possiamo cedere. Non possiamo, non vogliamo. Siamo distrutti, pieni di ferite, ci hanno picchiato più di una volta, ma non cederemo. Cadremo ma ci rialzeremo ancora. Ed ancora. Ed ancora, portando allo sfinimento ed all'avvilimento i nostri avversari, i quali si meraviglieranno della nostra tenacia, cominciando a temerci, ad avere paura di noi. Magari perderemo, chi lo sa. Ma come direbbero gli Iron Maiden"if you're gonna die, DIE WITH YOUR BOOTS ON!". Questo, alla fin fine, il messaggio posto ala base di "Broken..". Se proprio siamo sicuri di perdere, meglio farlo con onore, combattendo e resistendo sino all'ultimo secondo. Solo così potremo dire d'aver vissuto, di non aver mai ceduto, di esserci sempre battuti e di non aver mai rinunciato a nulla. Così muore una persona, in fin dei conti. Fieri ed orgogliosi, grondanti di sangue.. ma vincitori, in un modo o nell'altro.

The Day That Never Comes

 Arpeggi da ballad aprono "The Day That Never Comes (Il giorno che non giunge mai)", nella quale possiamo udire una melodia quasi eterea e cristallina "scontrarsi" con una chitarra delicata e sognante. Il terrore di trovarsi in una nuova "Nothing Else Matters" comincia a pervadere ogni fibra del mio corpo, eppure il brano non risulta "prevedibile" come la hit citata in precedenza. Anche a guardare la durata, mi è lecito aspettarmi un qualcosa di più.. che effettivamente arriva. Melodie assai meno "patinate", atmosfera più sofferta e particolare, un Hetfield decisamente più maturo. Particolarmente bella l'esplosione recata in concomitanza con il ritornello, il quale graffia letteralmente, andando a farci provare più di un brivido. Si torna quindi, dopo una piccola parentesi concitata, ad una nuova strofa, questa volta meno delicata della precedente e certamente più "potente". Sempre graditissima, giunge puntuale anche l'esplosione in sede di refrain. Non c'è che dire, un brano che fa impallidire "Nothing Else Matters" e gode certamente di una ricercatezza / tecnica alla base molto più sentite e sviluppate. Del resto, stiamo parlando di una band che ha ormai il pieno controllo delle proprie facoltà compositive. Minuto 4:00, il brano procede spedito verso un'impennata decisa e decisiva. I ritmi divengono più serrati, un 4/4 da parte di Ulrich, massiccio ed incalzante; le chitarre aumentano il peso e la portata, menando letteralmente; Het, dal canto suo, non si lascia scappare l'occasione di rendere la sua ugola assai più urticante. Ma la vera sorpresa è lì e lì per palesarsi: minuto 5:00, scandendo un tempo che quasi vagamente ricorda l'inizio di "Overkill", celebre hit dei MotorheadUlrich suona la carica ed è dunque tempo per Hammett di lanciarsi in un solo melodico e dal suono assai pulito, dal tocco quasi & vagamente "neoclassic", passando anche per la sempiterna lezione del maestro di "Eruption", ovvero Eddie Van Halen. Un frangente, comunque, destinato a divenire più rabbioso e concitato lungo il suo svilupparsi. Davvero una gran trovata, un momento solista anche coadiuvato, oltre che dal ritmo incedente di Lars, anche da un Hetfield preziosissimo in fase di background. Hammett, dal canto suo, non si ferma più. Giunto nella seconda parte dell'assolo, il Nostro ci mostra le sue velleità Hard n' Heavy, partendo spedito e ricamando una sequenza di note da manuale, un po' Helloween un po' Judas Priest. Davvero una prova con la "P" maiuscola, ben eseguita da un Kirk sugli scudi, il quale lascia spazio ad una parentesi strumentale meravigliosamente concitata, dominata in seguito da un totale inasprimento dei toni. Hammett richiama in causa Van Halen, la batteria è ora incontrollabile, ma dopo poco il brano viene tranciato di netto. Senza dubbio né incertezze, posso definirlo il brano migliore dell'intero disco. Una ballad che fa la ballad ma che poi si tramuta in tutt'altro, mostrando il lato più cattivo e possente dei Metallica, mostrandoci al pieno della potenza sia il lato più melodico dei Four Horsemen che quello più selvaggio. Un riassunto che funge, dunque, da summa di un'intera carriera. Promozione ad honorem. A giudicare dal videoclip realizzato per il brano, il testo di questa quarta traccia sembrerebbe parlare di guerra, descrivendo lo stato d'animo tormentato di un soldato. Proprio parlando del video, possiamo cogliere la palla al balzo per la descrizione lirica: un militare perde un suo compagno a seguito di una tremenda esplosione, ed a seguito dell'avvenimento, ancora sconvolto, si appresta a vendicarsi reagendo alla cieca. Un veicolo, per la fattispecie un camion, verrà infatti attaccato dal plotone superstite, il quale crede per l'appunto che nel mezzo sia presente il nemico. Il problema è che la ritorsione si scaglierà su dei normalissimi cittadini, innocenti capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Capiamo, dunque, quanto sia atroce la guerra e quanto essa imbarbarisca terribilmente l'animo umano. I soldati, del resto, hanno il compito di uccidere.. pur sforzandosi di rimanere umani. Mandati chissà dove da chissà chi, per chissà quale motivo. Operazioni "di pace", esportazioni di "democrazia"; in una polemica che sembra scagliarsi contro la feroce e repressiva politica estera americana, i Metallica ci narrano dunque dei sentimenti imperanti sul campo di battaglia. Il soldato nasce per uccidere, viene addestrato per questo sin dall'adolescenza. Regole ferree, un codice morale da rispettare ad ogni costo.. "mors tua, vita mea". Ragazzi che si sforzano comunque di mantenere la loro umanità, pur cedendo di quando in quando alla pressione di una vita così innaturale. Sangue, cadaveri, urla, bombe.. il pensiero di non svegliarsi la mattina seguente. Esperienze che proverebbero anche la persona dalla mentalità più fredda, dalla morigeratezza marmorea. Visioni che ti portano ad impazzire e dunque a compiere gesti sconsiderati, come quelli del plotone presenti nel videoclip. In poche parole, un soldato, se rimane sano, non fa altro che aspettare l'arrivo dei tempi migliori, augurandosi che presto una nuova alba lo riporti a casa dai suoi cari. Un giorno che sembra non arrivare mai, purtroppo. L'alba non si decide a giungere, nessun sospiro di sollievo può essere tirato. Almeno, non oggi. 

All Nightmare Long

Giro di boa raggiunto con "All Nightmare Long (Per tutta la durata dell'incubo)", quinta traccia del lotto. L'apertura è affidate a chitarre misteriose e cupe, sorrette da un incalzante batteria; alone di mistero che ad intermittenza viene presto squarciato da elettriche ruggenti e prepotenti, e da colpi più decisi di rullante. Un riff terremotante, dal vago sapore Exodus, è dunque pronto per fare la sua comparsa, non lasciando presagire nulla di calmo e tranquillo. Si corre in maniera concitata, sarebbe quasi più opportuno aspettarsi Zetro Souza piuttosto che Hetfield, ma il bravo Het è pronto, di lì a poco, per prendere in mano le redini della faccenda. In maniera quasi "sorda", decidendo di crescere pian piano, apportando mediante le sue linee vocali una melodia che ora fa somigliare l'episodio ad un brano stile Slayer del periodo più recente e meno datato. Quel che ne esce fuori, soprattutto in fase di ritornello, è un brano decisamente valido; anzi, incredibilmente bello. Tirato e veloce, sentito ed incazzato: giochi di riff che pescano a piene mani negli stilemi U.S. Thrash, quella scuola della quale i Metallica sono fra i capostipiti, e che dimostrano di saper rappresentare alla grande. La seconda strofa è dunque introdotta come la prima, con un James Araya (un po', mi si passi lo stravolgimento anagrafico!) sempre urticante e misterioso, pronto però a dimenarsi in un ritornello DA BRIVIDI, letteralmente da incorniciare. Brano più prevedibile (a livello di struttura) del precedente.. ma capace di pestare duro, e di imporre la sua presenza a suon di vecchia scuola. I vecchi Metallica rivivono lungo queste note ed anche Kirk risulta più ispirato che mai, in fase di assolo. Hammett e la sua tempesta di note, violenta e senza pietà, sparataci letteralmente in faccia; una tempesta che di lì a poco si esaurisce in una parentesi strumentale sempre incedente e concitata, la quale si infrange dunque verso il riff tellurico sentito nei primi momenti del brano. Nuovo assolo di Hammett, sempre 100% Thrash; Lars esagera, scalpita, e questo non può che rendere il lavoro di Hammett ben più pieno e cesellato di quanto effettivamente si senta. Senza l'aiuto del collante Trujillo, tuttavia, nulla di questo sarebbe stato possibile. Menzione d'onore, dunque, per un brano che sembra di lì a poco terminare, tranciato di netto.. salvo riprendere, dopo un breve sospiro di James, con un nuovo refrain, il quale ci porta dunque verso la vera ed effettiva conclusione. La quale si fregia di un ritmo schiacciasassi e di un riff anch'esso tagliente come un'accetta. Durate importanti per tutti questi brani, le quali non stanno comunque sfociando nel troppismo. Bene così. Altrettanto bene, poi, il fatto che per questo testo abbiano deciso di ispirarsi nuovamente alla letteratura, dipingendo dinnanzi ai nostri occhi la tragica scena di un uomo ossessionato da creature provenienti da dimensioni sconosciute. Queste ultime sono state ispirate nientemeno che dai racconti di Frank Belknap Long, creatore per H.P. Lovecraft di alcune delle figure più inquietanti del cosiddetto "pantheon" dei Grandi Antichi. Parliamo infatti dei tetri "Segugi di Tindalos", come molti degli Dei esterni abitanti del nostro pianeta anche prima della comparsa della vita. Essi vivevano infatti nei cosiddetti "angoli del tempo", a differenza nostra, umani provenienti dalle "curve". Poco sappiamo sui Segugi, compreso che aspetto abbiano, effettivamente. E' nota la loro immortalità, e sono alla perenne ricerca di un qualcosa di sconosciuto.. che, sfortunatamente, ritrovano unicamente negli esseri umani. Siamo dunque le loro vittime predestinate e favorite, con l'aggravante di non sapere minimamente cosa li spinga a cacciarci e braccarci. Essi si muovono lungo il tempo, ed i loro movimenti risultano quindi impercettibili: possono plasmare ore e secondi a loro piacimento, confondendoci, rendendoci schiavi di un sistema temporale che poco a poco comincerà a logorarci dall'interno. Si materializzano in minacciosi banchi di nebbia, prima sporgendo la loro testa e poi il resto del corpo; ed una volta individuata la preda, non la lasceranno andare finché non avranno ottenuto ciò che vogliono. Praticamente, il destino di chiunque venga "scelto" da un Segugio viene indelebilmente segnato. L'unico modo per liberarsi dalla loro persecuzione sarebbe ucciderli. Ma come si fa ad annientare un essere immortale? 

Cyanide

Anche "Cyanide (Cianuro)viene aperta da un fare aggressivo e diretto, con la differenza sostanziale che, in questo avvio, possiamo udire ancora più nitidamente lo splendido lavoro di basso di Robert Trujillo. Il brano tutto si avvia quindi verso un proseguo dalla velocità moderata ma dall'ottima potenza espressa; un brano Thrash moderno, che non sfigura con il predecessore ed anzi si dimostra una più che degna spalla; pur non raggiungendo i livelli d'eccellenza in esso toccati. Un pezzo che scorre liscio, il quale alza l'asticella dell'emozionalità e coinvolge, a suon di ritornelli pestati e strofe schiacciasassi. Ulrich continua a picchiare senza farsi troppi problemi, rendendo il suo lavoro essenziale ma comunque ben calibrato, mentre da parte sua Trujillo è sempre ben attento a mitigare l'esuberanza del collega, stando attento a riportarlo su binari consoni e mai "stroppianti". Decisivo cambio di stile verso il minuto 3:22, le chitarre divengono arpeggiate e melodiche, alternando vere e proprie "mazzate" a momenti più intimistici, ricercati. Picchiare ed accarezzare, un qualcosa che riesce bene ai Metallica di questo frangente, i quali donano la vita ad un pezzo più "moderno" che classicheggiante.. ma che funziona incredibilmente, così come l'assolo di Hammett, ormai deciso a farsi perdonare la penuria d'espressioni nel fu "St. Anger". Bravissimo, assieme a James, a donare la vita a trame sempre diverse ed affascinanti, a metà fra il moderno, l'Hard n'Heavy più classico ed alcuni momenti maggiormente ancorati alla tradizione della Bay Area. Un solo che dunque si infrange verso il riff principale, ripreso poco dopo, il quale ci conduce ad un ultima parte cantata prima della conclusione definitiva. Fosse stata questa, l'innovazione apportata ai tempi del "Black Album", i Metallica ci avrebbero sicuramente guadagnato milioni in termini di CREDIBILITA', piuttosto che di vendite. Assai cupo risulta il testo di questa "Cyanide", la quale ci mette dinnanzi ad un vero e proprio suicidio. Forse ricollegandosi alle liriche delle prime due canzoni, l'ipotetico protagonista di questo autentico viaggio nella sofferenza ha deciso definitivamente di compiere l'insano gesto. Vinto dalle paure, vinto dall'angoscia, dalla sofferenza, si è dunque avvelenato, perendo e lasciando il mondo tanto crudele. Tuttavia, la sofferenza dura un attimo soltanto. Giusto il dolore dell'avvelenamento, del trapasso, il quale lascia presto il posto ad una sensazione di benessere che pervade l'animo dell'individuo, letteralmente liberatosi da un peso a dir poco enorme. Sente la sua anima leggera come una piuma, percepisce cori d'angeli e di giubilio; ha effettivamente compiuto quel gesto? Sembrerebbe di si, in quanto ogni tipo di paura sembra scivolare via dalle sue membra, lasciandolo leggero man mano che la Morte sopraggiunge. Egli vuole capacitarsene, chiedendo a quest'ultima se, adesso, sia davvero finita. Chi tace acconsente, tant'è che la signora con la Falce sembra cullarlo dolcemente adagiandolo man mano al suolo, muta e premurosa. Il funerale che il protagonista tanto agognava è dunque giunto:  finalmente, egli è morto. Non avrà più problemi, non avrà più preoccupazioni. Tutto si è risolto in una soluzione drastica. 

The Unforgiven III

Traccia numero sette, "The Unforgiven III (L'imperdonabile, pt. III)viene aperta da un pianoforte assai Goth, con il coadiuvo di una sezione orchestrale davvero ben inserita e calibrata. E' l'ascia di Het, ben presto, a diradare la nebbia "neoclassica", la quale comunque ritorna come sottofondo orchestrale, degno background di una chitarra melodica e particolarmente densa di pathos. A "rovinare" il momento, forse, la solita "delicatezza" di un Ulrich che sembra proprio non conoscere il significato del termine "dinamica". Il brano è comunque destinato, in seguito, a divenire più mordace ed elettrico. Pur mantenendo la sua aria sofferente, infatti, il pezzo prosegue alternando momenti di apogeo del climax ad altri più "soft" ed intimi, donando quindi la vita ad un'altalena sentimentale di tutto rispetto, decisamente coinvolgente e molto particolare. Un gioco di "una volta per turno" che al solito non annoia e ci fa godere dunque della canzone che stiamo ascoltando. Il dubbio, però, che questa "Unforgiven" strida un po' con i brani precedenti, e che risulti essere quasi un riempitivo, sorge. Una semi ballad nemmeno troppo articolata o comunque capace di lasciare il segno. Certo piacevole, ora delicata ora più "forte", ma trascurabile, in fin dei conti. Un bel momento giunge comunque al minuto 4:32, in cui basso e chitarra sono abilissimi nel mantenere alto il livello di pathos, Lars picchia finalmente più piano sui suoi piatti ed i suoni orchestrali accompagnano magnificamente la voce di un James il quale, lo dimostra, sa ormai ad adattarsi a qualsiasi stilema. La calma è destinata nuovamente ad esplodere in tempesta, inserendoci in un contesto ""quasi"" Goth Metal, salvo riportarci all'interno del selciato grazie ad un bell'assolo di Kirk, prolungato, melodico, elegante e potente. Il brano può dunque tornare più pacato e melodico, avviandosi verso una conclusione che non sortisce sorprese. Pezzo trascurabile, non fosse stato per qualche sussulto sarebbe stato addirittura evitabile. Non un passo falso, ma nemmeno un significativo balzo in avanti. Continuando la saga, il testo di questo terzo capitolo della serie "Unforgiven" ci presenta il protagonista sempre alle prese con dei problemi derivanti dalla sua stessa esistenza. Anch'egli, come il suicida di "Cyanide", sembra giunto ad una decisione ultima: stavolta, però non troppo drastica. Un personaggio talmente stanco della sua esistenza che, dopo gli ultimi avvenimenti, decide di sparire per sempre. Sparire navigando verso un orizzonte, lontano dai problemi, lontano da tutto e tutti. Atto comune a molte persone, che solo i più coraggiosi riescono ad intraprendere. Quando la tristezza e l'infelicità dominano, e quando contemporaneamente ci si rende conto di non avere radici da strappare.. allora, è lecito cambiare aria. Cambiare città, paese, persino amici e famiglia. Ritrovarsi perduti in una realtà nuova, da issare mattone su mattone. Una sfida fra le più autentiche, quella di ricominciare da zero e così regalarsi una seconda possibilità. Afflitto e stanco, il nostro Unforgiven decide quindi di percorrere una nuova strada. Egli non sa dove andare, ed è proprio per questo che non si perderà. Cancellando ricomincerà, c'è un sentiero che aspetta solo di essere percorso. Starà a lui cercare di trovarlo, mettendosi in gioco in maniera definitiva. Sempre ammesso che ce la faccia. Talvolta, l'unico modo per scordarci delle nostre colpe è quello di scordarci proprio di noi stessi. "..e come posso dimenticarti, se non riesco a perdonarmi?". Un verso che da solo racchiude il senso di quanto abbiamo detto. Cambiare, a volte, serve poco o nulla. Le città, le stanze.. son tutte uguali. Il dramma è quando schiacciamo il "play" dei ricordi, quando immagini su immagini ci passano dinnanzi agli occhi.. quando realizziamo d'aver capito tutto troppo tardi. E non possiamo fare più nulla. "Perdonami.. ma non perdonarmi". Un ossimoro particolare, il verso che il povero Unforgiven ripete mantricamente, nel momento in cui si appresta ad andarsene. Chissà se la saga può dirsi conclusa, o ci saranno ulteriori sviluppi. Una sequenza, c'è da dirlo, più esaltante dal punto di vista testuale che musicale. 

The Judas Kiss

Le cose migliorano, e di molto, con l'arrivo di "The Judas Kiss (Il bacio di Giuda)". Attacco deciso, riff minaccioso e massiccio, il quale si snoda in maniera nervosa e quasi "intermittente" lungo i primi secondi di avvio; ogni tanto, Lars cerca di tenere un tempo più lineare, ma notiamo come il tutto sia giocato su precisi stacchi e "stop and go", favorendo quindi un'andatura tortuosa. La quale rende il pezzo carico di dinamica, anche quando è James a subentrare. Ancora una volta, le linee vocali adottate dal nostro Het contribuiscono a far virare il brano verso improvvisi picchi melodici, almeno finché pre-refrain e refrain non giungono a riportare tutto su binari maggiormente diretti ed aggressivi. Un brano dunque particolarmente imprevedibile, privo di fasi di stanca o comunque soluzioni troppo scontate. Inutile dirvi come il prevedente "The Unforgiven.." sfiguri a dir poco, messo a paragone con questo episodio. Nuova strofa, nuovo pre-refrain e nuovo refrain, l'andatura rocciosa e tumultuosa continua a farsi ammirare in tutta la sua magnificenza, e lo spettro di un "..and Justice For All" con delle linee di basso finalmente udibili è aleggiante a dire poco. Parentesi strumentale a metà brano, la quale si snoda dietro un susseguirsi di soluzioni vagamente prog., sino a che la chitarra e la batteria iniziano a tener banco mediante un lavoro assai più essenziale ma ritmicamente perentorio. Un battere che dunque lascia presto spazio ad un assolo di Kirk Hammett, il quale tira fuori la sua vena estrema / melodica e ricama quindi un episodio che aggiunge molto in termini di cattiveria e potenza. Un assolo intervallato da un momentaneo ritorno di Hetfield alla voce, e che dunque è libero di proseguire in una seconda parte che risulta meno mordace e complessa della prima, ma ugualmente efficace; basata, se non altro, su ritmi più scorrevoli ed un'andatura meno "a singhiozzi". Termina l'assolo, i tamburi di Lars divengono grandi protagonisti del frangente che udiamo. La chitarra di Kirk sibila in sottofondo, Het sussurra i versi del brano.. e notiamo come il climax salga sempre più, raggiungendo presto l'acme a suon di rullate. Si sfocia dunque in un refrain distruttivo, magnificamente eseguito, validissimo. Ultimi colpi di tamburi, ultime furiose schitarrate e dunque il brano può avviarsi verso una più che degna conclusione. Il titolo del brano fa riferimento ad un episodio biblico di particolare rilevanza, ovvero il cosiddetto "bacio della morte", meglio conosciuto per l'appunto come "bacio di Giuda" . Secondo le sacre scritture, Giuda fu infatti l'apostolo che tradì Cristo, dietro lauta ricompensa. Per i celeberrimi trenta denari offerti dai sommi sacerdoti, infatti, Giuda li aiutò a localizzare Cristo all'interno di una sterminata folla, durante la preghiera nell'orto di Getsemani. Seguito a distanza da una folla di armigeri, l'Iscariota si avvicinò a Gesù, lo baciò e dunque lanciò il segnale per l'arresto. L'episodio passò alla storia come l'atto vile per antonomasia, ed ancora oggi il nome di Giuda, per antonomasia, viene utilizzato come sinonimo di infido, di traditore. Nonostante l'apostolo, roso dai sensi di colpa, espiò la sua colpa togliendosi la vita mediante impiccagione. Con riferimenti del genere, è dunque semplice capire ove le liriche del brano andranno a parare; si parla quindi di tradimenti, di sconfitte. Il mondo intero sembra un Giuda vero e proprio: per scelta e tornaconto personale, difatti, chiunque sembra disposto a tradirci. Non possiamo fare in modo di difenderci, anche la persona più fidata del mondo sembra celare in sé un che di malvagio, di infido. Ed ecco che veniamo accoltellati ed abbandonati. Ci sentiamo soli, ci sentiamo preda di tutti coloro i quali, vedendoci in questo stato, potrebbero approfittarne a mani basse. Una figura in particolare, nel testo, sembra invitare il protagonista a cedere alle sue lusinghe. Gli promette che lo libererà dalla tristezza e dalla sofferenza derivate dal tradimento, donandogli la pace. Tuttavia, un nuovo inganno è dietro l'angolo. Un aiuto che si rivelerà, nemmeno a dirlo, un nuovo bacio di Giuda. Delle liriche dunque colme di tristezza, che mettono in luce l'anima ridotta a brandelli di chi ha ricevuto una delusione ustionante, più che cocente. "Tu, quoque.."; ben sappiamo che Cesare non fu l'unico a pronunciare questa frase. Purtroppo.

Suicide & Redemption

Penultima traccia de lotto, "Suicide & Redemption (Suicidio e Redenzione)si apre con un bello scambio di chitarra e basso. Trujillo in grande spolvero, distintamente udibile, mentre un bel riff di chiara scuola Hard n' Heavy fa la sua perentoria comparsa, lasciando presagire una cavalcata che, di contro, non si manifesta. I tempi risultano infatti abbastanza dilatati, "lenti" se vogliamo, ma pur sempre minacciosi. Le chitarre si donano infatti ad una potenza rocciosa e "strisciante", monolitica: un brano che fa dunque della pesantezza il suo marchio di fabbrica, compiendo di quando in quando dei piccoli excursus in interessanti territori melodici. Excursus splendidamente compiuti grazie all'ascia di Hammett, c'è da dirlo, in quanto Het preferisce di gran lunga far vibrare la sua sei corde al fine di donare al brano un aspetto corposo e densissimo. Gli fa eco, in questo, il bravo Trujillo, onnipresente con i suoi "rimbombi". Lars dal canto suo si dona ad un drumming non troppo elaborato, abbastanza essenziale, condito di qualche sporadica accelerata. Un brano (ormai lo abbiamo capito) strumentale, che cambia volto dopo tre minuti e mezzo, istante in cui una melodia struggente e densa di pathos viene manifestata, ben stagliata su di un sottofondo calmo e pacato. Il groove della prima parte viene dunque a mancare, in virtù di un qualcosa di più semplice ed orecchiabile. Tuttavia, il brano si re-indirizza verso un climax che vede in seguito la ricomparsa della rocciosa chitarra ritmica. Hammett può continuare dunque a ricamare melodie di gusto vagamente Priestiano, mentre Het Rob donano al collega il tappeto di note pesanti del quale Kirk può disporre a suo piacimento. Minuto 5:24, il basso di Trujillo si fa sentire in maniera prepotente, e la chitarra di James lo raggiunge senza troppa fretta, partendo ovattata e non esplodendo, nemmeno quando il culmine del suo personale climax viene raggiunto. Hammett re inizia dunque a suonare, donando vita ad una situazione che non avrebbe certo sfigurato in una "Creeping Death". L'aura di mistero si dissolve, però, quando i tempi divengono più serrati e l'ascia solista può lanciarsi in un bell'assolo sempre truccato di Hard n' Heavy, più qualche effetto "modernizzante" che rende la chitarra un perfetto ponte d'oro fra passato e presente. Minuto 7:47, una rullata di Lars fornisce lo stacco definitivo ed il brano riprende la sua andatura monolitica; lento ed inesorabile, ma massiccio e graffiante, si avvia quindi verso una conclusione concitata e decisamente più veloce, grazie agli scalpitii di Ulrich e alla mordacità di una coppia d'asce decisamente sul pezzo. Tuttavia, il "vero" finale vuole riservarci un'ultima sorpresa. Un riff à la Tony Iommi è infatti il protagonista delle ultime manciate di secondi, stilemi sabbathiani resi volutamente più pesanti ed estremi. Un riff che si ripete sino a sfumare, in fade out. Una strumentale lunga quasi dieci minuti, coinvolgente e decisamente da ricordare. Alla faccia della pesantezza. 

My Apocalypse

Siamo dunque giunti al finale con il palesarsi dell'ultima traccia, "My Apocalypse (La mia Apocalisse)". Attacco violento e deciso come prima d'ora non avevamo ancora sentito, i tamburi di Lars rimbombano violenti e l'atmosfera si fa subito pesante, incandescente. Si parte a tutta velocità, il sound rugginoso delle due asce fa di nuovo trasformare i Metallica negli Slayer, se non fosse per quei i tratti peculiari (la voce di Het, ad esempio) che ci ricordano di trovarci in un disco dei Four Horsemen. Ritornelli e strofe, comunque, riportano in auge il lavoro dell'Assassino più recente, andando a pescare a piene mani dal repertorio meno passato di King e co. Non certo un deterrente, anzi: è bello trovarsi dinnanzi a dei Metallica che, quasi increduli, sembrano chiederci: "possiamo picchiare sui nostri strumenti, adesso?". Risposta affermativa. Un susseguirsi di strofe e ritornelli al cardiopalma, bell'assolo di Hammett, urticante e deciso quanto serve, e notiamo quanto il brano non subisca nemmeno un calo di tensione che sia uno. Neanche mezzo, nemmeno un quarto. Tutto procede meravigliosamente spedito, facendo salire in noi la volontà di sciogliere il collo dietro un potente headbanging. James morde, sia a livello vocale che chitarristico; Lars prosegue dritto come un treno. Kirk al solito impreziosisce il tutto con le sue variazioni sul tema; Robert è un cesellatore di prim'ordine. "My Apocalypse", c'è da dirlo, è uno di quei brani capaci di riconciliarti con un gruppo che poteva aver deluso, in passato.. ma che si ricorda ancora d'esser fedele ad alcuni dettami. Poco da dire, brano da manuale, degna chiusura di un album che come unico (ma pesante..) difetto ha quello d'esser giunto troppo TARDI. Riprendendo appieno la tematica di disagio esistenziale espressa in molte tracks, anche il testo di "My.." ci mette dinnanzi ad un individuo ormai giunto allo stremo delle forze, al limite della sopportazione. Il quale però, anziché sottomettersi od annullarsi come già successo in "The End.." "Cyanide", decide di urlare la sua rabbia al mondo, invitando il prossimo a vivere la sua personalissima apocalisse. Quasi quest'ultima fosse un parco divertimenti ed egli un banditore, il protagonista ci invita ad entrare nel suo mondo, fatto di dolore e sofferenze atroci. Visioni demoniache, le sue ossa che vibrano.. proprio come un esplosivo che sta per detonare, l'uomo si scatena con la furia di una tempesta. Sente il fuoco corroderlo sino all'anima, non riesce più a trattenersi, il dolore sta diventando insopportabile. Tutto ciò che può fare, arrivato a questo punto, è urlare. Urlare a squarciagola, a più non posso, incutendo paura nel prossimo, in chiunque lo circondi. Fra l'altro, nelle liriche, notiamo l'espressione "Death Magnetic", spiegata in seguito da James e presente unicamente in questo testo; non abbiamo, infatti, una titletrack. Il concetto rimane esattamente quello che abbiamo espletato nella intro. Anche il soggetto di "My.." si sente intrappolato in un limbo: sa che prima o poi morirà, ma vorrebbe anche evitarlo. E come una calamita dai poli inversi a quelli della Morte, egli prima la attira e poi la respinge. Questione di inclinazioni; il nostro amico quasi si compiace della sua Apocalisse e dunque vuole rendercene partecipi, provando paura e contentezza sardonica al contempo.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questa corsa, i pareri e le opinioni che avrei intenzione di esprimere possono dirsi non poco contrastanti. Partiamo dalle note positive, per stemperare meglio quell'alone di delusione del quale vi parlerò più avanti. Inutile negarlo e giocare ai puristi: "Death Magnetic" è un disco potente e ben suonato, pieno di soluzioni interessanti, mai noioso e quasi privo di fasi di stanca. Esclusa "The Unforgiven III" (che avrei visto più adatta a contesti come "ReLoad"), tutti i brani hanno quell'aura particolarmente massiccia, in grado di stupire e di lasciare nelle nostre orecchie delle piacevoli cicatrici. Inutile dire, poi, quanto l'innesto di un musicista come Trujillo abbia fatto solo che bene, ai magnifici tre. Un nuovo entrato che non poteva certo subire lo stesso trattamento di un Newsted qualsiasi, e che dunque è subito potuto entrare nel mood, aiutando i Four Horsemen ad esprimersi secondo le loro REALI potenzialità. Un disco, "Death Magnetic", complesso e pensato per chi ama il Metal; un disco che è stato capace di vendere la bellezza di cinque milioni di copie, piazzandosi nella top five del 2008. Nonostante l'assenza di elementi easy listening tipici dei due "..oad", o del quasi Nu-Alternative di "St. Anger". I Metallica che, finalmente, realizzano di poter vendere ed andare avanti pur senza snaturarsi. Nessuna "Ain't My Bitch" e nessuna "Fuel". Di contro, brani possenti ed articolati come la strumentale "Suicide & Redemption" "The Day That Never Comes", senza scordarsi di frangenti ben più "in your face" come la conclusiva "My Apocalypse". Tecnicamente su di un livello assai superiore rispetto al recente passato (ma anche appena remoto, volendo considerare il "Black Album"), dunque, i quatto cavalieri si sono dimostrati ancora capacissimi di saper stupire, di saper suonare, e di saper mantenere con le unghie e con i denti quel posto al sole conquistatosi a suon di dischi leggendari. Quali sono, quindi, le dolenti note? Forse, l'aver capito tutto troppo TARDI. "Death Magnetic" è quel che avrebbe dovuto seguire "..And Justice For All"; detto fuori dai denti, senza troppi giri di parole. Il disco che avrebbe sancito una maturità stilistica incredibile e fuori dal comune. Per molti, questo potrebbe risultare un discorso fantascientifico; e lo riconosco: troppi sé e troppi ma. Però: proviamo solamente a ricordare le grandi potenzialità che Newsted aveva dimostrato di possedere. Ricordiamoci di quel che effettivamente fu "..And Justice For All", e proviamo a pensare al bravo Jason inserito in un contesto come quello di "Death Magnetic". Un bassista che non aveva e non ha nulla da invidiare a Trujillo, ma che è stato semplicemente sfortunato a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La morte di Burton ha senza dubbio influito sul proseguo di carriera dei Four Horsemen, e voglio comunque aver rispetto per i loro sentimenti. Ma se avessero reagito diversamente, non cedendo alle lusinghe di Rock e non realizzando mai il "Black Album"? Se i Nostri avessero sfruttato le doti del nuovo compagno, per cimentarsi in un qualcosa che sarebbe al 100% potuto essere, ma che solo ed INSPIEGABILMENTE nel 2008 ha preso forma? A questa eventualità, qualcuno, ha mai effettivamente pensato? Conta quel che è stato, certo. Un susseguirsi di album e periodi ingarbugliati, confusi, strani. Un impiccio continuo che di fatto ha portato Jason (che già avrebbe potuto FARE, ai tempi) ad abbandonare, e Robert ad arrivare. Un Robert che ha suonato in un disco in cui lo stesso Newsted non avrebbe sfigurato, un disco che già vent'anni fa avrebbe potuto esser realizzato. Un vero peccato, visto si che alla luce dei fatti, ci saremmo potuti ritrovare dinnanzi una band diversa, meno nota ma sicuramente più concreta. Se un lavoro come "Death Magnetic" fosse giunto al posto di "Metallica", di certo i Four Horsemen non si sarebbero ritrovati  sulle cime dello showbiz.. ma avremmo sicuramente avuto un disco incredibilmente più impegnativo, in barba ai passaggi radiofonici e agli "affari". Niente produzioni patinate, niente riff forse sempliciotti, niente orecchiabilità, niente di tutto questo. Solo puro e semplice METALLO, e rispetto per le proprie capacità compositive e musicali. Perché i Metallica hanno orecchio e classe da vendere; solo che, per troppo tempo, hanno fatto marcia indietro scegliendo il troppo facile, l'orecchiabile. Sarebbe potuto essere.. ed invece, non è stato. C'è voluta una girandola enorme, un viaggio interminabile, per giungere alla conclusione più logica: ovvero, "la strada giusta era far progredire il nostro Thrash in un qualcosa di più complesso e di ampia durata", citazione immaginaria. E' servito il sacrificio di Newsted, per accorgersene? Chiaro e lampante, questo disco non fa altro che riprendere il discorso iniziato con "..And Justice For All", tenuto in disparte da "Enter Sandman" sino ad "All within my Hands". Un discorso interrotto per far spazio all'ammonticchiare in senso lato. Consensi, denaro eccetera. Chiariamoci: considerando le vendite dei quattro dischi precedenti a "Death Magnetic", i Metallica hanno raggiunto cifre da capogiro, che qualsiasi popstar o rapper dell'epoca ed anche odierni, potrebbero solo sognarsi. Nessuno li biasima (toppo) per un cambio di rotta avvenuto forse in maniera troppo repentina, e nessuno vuole crocifiggerli in sala mensa. Del resto, batter cassa è importante, e nessuno vuole dire il contrario. Sta di fatto che "Death Magnetic", anche a livello di vendite, è la prova vivente del fatto che "Metallica""Load""ReLoad" "St. Anger" non hanno poi dovuto significare un granché all'interno della carriera dei Nostri. Fuochi di paglia presto sormontati, appunto, da un disco che riprende e matura quel che i 'tallica erano stati sino al 1988. Fossero rimasti decisi e coerenti, i Nostri del 2008 avrebbero sfornato un qualcosa più in linea con l'ultimo disco prodotto. Ma già "St. Anger" tradiva "Load" "ReLoad", che tradivano a loro volta "Metallica". Viceversa, "Kill 'em All" passava la palla a "Ride The Lightning", che passava la palla a "Master Of Puppets" e che a sua volta crossava ad "..and Justice for All". Album legati da un filo conduttore, da una voglia di evolversi pur non snaturando il proprio essere. Qualcosa, dunque, è andato storto, a parer mio, dai '90 sino al 2008. Musicalmente parlando, "Death Magnetic" meriterebbe un bell'otto, pieno. Tuttavia, considerando tutte le vicende, penso fosse allora come oggi troppo facile gridare al miracolo. Meglio un voto più modesto e soprattutto onesto. Attendendo i Metallica al varco, ed aspettando di sentire come sarà il successore di "Death Magnetic".

1) That Was Just Our Life
2) The End Of The Line
3) Broken, Beat & Scarred
4) The Day That Never Comes
5) All Nightmare Long
6) Cyanide
7) The Unforgiven III
8) The Judas Kiss
9) Suicide & Redemption
10) My Apocalypse
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