METAL CHURCH

Damned If You Do

2018 - Rat Pak Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
08/02/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Gli ultimi anni musicali hanno visto, anzi, rivisto, il ritorno sulle scene di varie realtà, alcune delle quali dimenticate da tempo. Dal 2016 in poi abbiamo visto un ritorno anche a sonorità più classiche, quell'Heavy Metal di matrice ottantiana che prepotentemente sembra essere tornato alla ribalta dopo anni di sperimentazione e silenzio. In questo momento siamo in un periodo storico dove il "vintage", se possiamo utilizzare questo termine per un genere che in realtà presso gli appassionati non è mai morto, sta tornando di moda. Fra la crescente febbre del vinile che ormai ha contagiato tutti gli appassionati di questa musica, ma anche il ritorno sulle scene di band storiche ormai sepolte dal tempo, alcune con risultati eccellenti, altre con risultati decisamente più scarsi. In mezzo a tutto questo troviamo una realtà che forse non se ne è mai andata del tutto, e che ancora oggi è in grado di regalare perle oltre ogni immaginazione. Parliamo dei Metal Church, storica formazione americana, di Seattle, che aveva avuto solamente un periodo di riposo forzato dal 1994 al 1998. Anno della riformazione della band, questo quintetto dalle solide proposte classiche non si è mai arreso del tutto, ha sempre cercato di portare avanti la propria bandiera in modo continuo e senza alcun fronzolo, puro Heavy suonato alla massima velocità e con la massima cattiveria possibile. Tutti noi metalheads di vecchio stampo, noi che amiamo le schitarrate elettriche più di ogni altra cosa, amiamo ed abbiamo amato almeno i primi due album della band in questione, il primo omonimo del 1984 ed il secondo The Dark del 1986. Un concentrato di sagacia, velocità e possenza che ancora oggi fa gridare al miracolo per la sua bellezza compositiva. Allo stesso tempo i MC non hanno mai perso la loro fede metallara, ed oggi siamo qui per presentare la loro ultima release. Avevamo lasciato la band ufficialmente nel 2016 con XI, un disco che nonostante aspre critiche era stato mediamente apprezzato dai fan, un po' meno da quelli storici ma decisamente di più da quelli neofiti che si avvicinano a questo mondo per la prima volta. Un mondo popolato di acciaio, di riff di chitarra sparati in faccia alla gente, di note che vengono distorte in ogni dove, e di voci che rimangono nella storia. Voci come quella di Howe, non storico cantante della band ma in forze ai MC dal 1989, anno di Blessing in Disguise. Un cantato che è comunque rimasto storico nel panorama metal, soprattutto durante i ruggenti anni novanta, anni nei quali Grunge ed HC la facevano da padrone, con stili canori decisamente diversi da quello del nostro alfiere metallico americano. Non ha mai fatto rimpiangere la vecchia formazione il buon Howe, portando anche una ventata di novità a livello di liriche, come vedremo anche in questa release. Due anni neanche dopo XI abbiamo di fronte un nuovo lavoro, dieci tracce che si concentrano per avere un unico scopo, quello di pettinarci i capelli a più non posso. Con il crescente ritorno a certe sonorità infatti, anche i MC hanno deciso di cavalcare l'onda di questo andamento, andando a ripescare dei suoni dimenticati dal tempo e sepolti sotto la polvere. Suoni che gli hanno permesso di divenire quel che sono oggi, una delle band più conosciute del sottobosco metallico. Damned If You Do, titolo evocativo per un disco che sancisce un ritorno al passato, come evocativa è la copertina di quest'ultimo. Un ancestrale uomo di chiesa si staglia al centro, al di sotto del classico logo della band in bianco e rosso, con quei caratteri così riconoscibili. La chiesa del metallo si è formata al di sotto di una vetrata blu, con scritte ed immagini fortemente evocative in ogni anfratto di quei pezzi di cristallo. Ai due fianchi del sacro uomo troviamo due statue, ammiccanti e rocciose, mentre al di sotto del suo litico scranno la mitica chitarra che campeggia sulla copertina del primo album della band, divenuta in pratica il suo simbolo. Uscito per Rat Pak Records ma commercializzata anche da Nuclear Blast, andiamo a scoprire che cosa ci hanno riservato Howe e soci, sicuramente ci sarà da divertirsi.

Damned If You Do

Apre le danze "Damned If You Do" (Che tu Sia Dannato se lo Farai), title track di questa ultima release di questa storica band ed un brano che supera i quattro minuti di durata. Parte quasi in sordina, con un bel lavoro di basso e batteria, seguito pochi secondi dopo da un riff abbastanza compatto e sostenuto. Le strofe appaiono quadrate e ordinate, alternando parti energiche e rabbiose a sezioni più introspettive, e a fare da elemento di raccordo fra le varie fasi di cantato, che vengono gestite dal frontman in maniera come sempre magistrale. Alterna infatti sapientemente parti ora rabbiose ora evocative, il tutto con la sua inconfondibile timbrica. Interpretazioni molto sofferte e sentite, a suggello di un concatenamento con la fase lirica davvero ben costruito, al momento risulta essere un grande ritorno. Il brano però, nonostante il consumato mestiere dei nostri, sembra mancare comunque di quello spunto che serve per farlo divenire esplosivo. Ci sono enormi basi, ma forse dalla title track ci saremmo aspettati qualcosa di più. Di enorme interesse risulta invece, manco a dirlo, il testo. Un uomo parla con una entità superiore, l'unica cosa che sta cercando di fare è chiudere la sua vita, un antico maleficio si sta per abbattere sulla sua esistenza, la mano del fato lo tocca vicino al cuore, stringendolo a sé. Allo stesso modo vediamo un mood decisamente più maturo nella seconda parte, in cui si spinge sempre più sul tema della dannazione, ed anche sul tema del rapporto con Dio. Una entità capace di amarti e dannarti allo stesso tempo, una dicotomia che sembra non avere mai fine. La tematica proposta è davvero interessante, e credo proponga un dilemma che, in un modo o nell'altro, prima o poi attanagli molti di noi. Imputare ad altri ("reali" o meno) i fallimenti registrati nella vita, riversando sulla divinità specialmente le responsabilità di atti mancati, è comportamento da codardi e da ignavi, e non fa affatto onore a chi osi definirsi uomo (Vir, per dirla alla latina). Un brano ed una apertura di disco come abbiamo detto interessante, che strizza l'occhio alle sonorità vecchio stampo che hanno reso i Metal Church quello che sono considerati ancora oggi, ma che risulta comunque un lavoro svolto a metà.

The Black Things

La seconda traccia, "The Black Things" (Le Cose Nere), viene annunciata da un bell'arpeggio acustico che cede sovente il passo ad un riff imperniato su di un mid tempo arioso e accattivante. La ritmica si fa cadenzata, sonora e martellante, un brano che sembra volerci avvolgere fin dai primi sprazzi in una serie di spire senza fine, come un enorme serpente voglioso di assaggiarci. Un brano che viaggia leggero e piacevole, nulla di particolarmente esaltante, ma di sicuro un pezzo che si sarebbe fatto apprezzare, dando il meglio di sé, in sede live, per via della sontuosa melodia e dei ritornelli assai catchy. Le liriche ancora una volta, come accade per il brano precedente, prende a piene mani dalla tradizione umana, e cerca di farla sua in un turbine di emozioni. Parliamo di stregoneria e di magia in questo brano, particolarmente della chiromanzia e dell'utilizzo di carte e tarocchi che dir si voglia. Una tradizione profondamente radicata nell'animo umano, un elemento di oscurità che circonda tutti noi, chi più chi meno. La magia permea il mondo e cerca di mantenerlo puro dalle forze del male, anche se noi non ce ne accorgiamo minimamente, ma sentiamo sempre quel legame indissolubile con la terra, con ciò che ci circonda. Il brano cerca in questo modo di farci capire che non dobbiamo avere paura dell'oscurità, in tutti i sensi, in ogni dove, il buio ci guarda e noi guardiamo lui a nostra volta, cercando di capire quali sono le sue intenzioni. Un momento di estasi lo abbiamo quando riusciamo a capire il futuro dentro a quelle carte, leggiamo i destini del mondo e li facciamo nostri sotto ogni aspetto.  Lo stesso non può dirsi invece di chi, allettato dall'idea del raggiungimento di potere o di cospicue cifre di denaro, ha dovuto e soprattutto voluto svendere la propria dignità e il proprio essere "sé stesso". Non vi è premio più alto e nobile, secondo la band, del poter sempre camminare a testa alta, consci del fatto che ciò che si è ottenuto, lo si è ottenuto con le sole proprie forze. Un brano massiccio ma non troppo, che prende a piene mani anche esso dalle vecchie tradizioni e dalle vecchie glorie e cerca di portarlo al presente.

By The Numbers

Traccia alquanto strana la successiva "By The Numbers" (Dai Numeri). Annunciata da chitarre compatte e rocciose, viaggia su note di grande impatto, rocciose e ruvide come la carta vetrata, un susseguirsi di ampi riff di chitarra che spezzano la monotonia di un sound anche troppo pompato dalla registrazione.  La modulazione vocale di Howe, qui stridente e ruvida, ben si sposa con la generale andatura del pezzo, che appare tirato e quadrato quanto basta per far pensare di trovarsi dinanzi ad un brano di accertata tradizione metallica. Il brano prosegue a tambur battente per tutta la sua durata, dritto come un fuso e certo che ci sta fracassando il cranio con la sua ritmica così possente. A rimettere a posto le cose ci pensano anche due brillanti guitar solo, posti ognuno sul finire del refrain, come sempre sapientemente eseguiti dalle due asce. Protagonista delle lyrics è è un uomo la cui unica vita è soggiogata da un fattore essenziale,. I numeri. La numerologia è una scienza che esiste da secoli, lo studio dei loro significati, degli intrecci che si legano fra loro, e del modo in cui i numeri, le loro combinazioni ed il loro sound se così vogliamo definirlo hanno la capacità di cambiare la nostra esistenza. Il nostro uomo vive la sua vita tenendo conto dei numeri che gli si parano davanti, la sua fama lo precede, niente potrà fermarlo. La sua abilità lo rende un infallibile seduttore sociale, in grado di raggiungere, con le buone o con metodi subdoli, il suo scopo; ossia, quello di ottenere ed esercitare il potere. Chissà di quanti personaggi di tal fatta pullulavano le metropoli americane agli albori degli anni novanta. Questo i Metal Church (da sempre attenti alle dinamiche politico/sociali della loro nazione) lo sapevano benissimo, ed hanno ben pensato di proporlo in questa sede così particolare.

Revolution Underway

Una lieve accelerazione nei ritmi caratterizza la successiva "Revolution Underway" (Rivoluzione Silenziosa), brano dalla struttura piuttosto ordinata, che alterna riff taglienti e incisivi ad intermezzi rallentati. La ritmica è sostanzialmente serrata, anche se non vorticosa, ed è chiaro l'intento della band di mettere in scena un episodio più dinamico dei precedenti, ma che di fatto non raggiunge livelli distruttivi. Anzi, il brano risulta estremamente ragionato e controllato, e a fargli da contraltare abbiamo il cantato di un Howe qui piuttosto rabbioso e graffiante, apparentemente in linea con il team affrontato nel testo. Un pezzo di quattro minuti scarsi di durata che presenta, a metà circa, un emozionale assolo di chitarra ad opera di Wells. La ripresa della strofa finale è invece preceduta da un gran lavoro di basso, cosa non usuale per un musicista come Steve Unger, da anni abituato ad esercitare il suo ruolo dietro le quinte, conscio del fatto che i pezzi dei Metal Church sono concepiti e costruiti quasi esclusivamente per le chitarre. Gregario silenzioso dunque, che ricorda non poco lo Ian Hill dei Judas Priest. Dicevo del tema affrontato nelle lyrics, e qui siamo nel pieno della peculiarità ideologica della band, poiché nel brano viene trattato, senza peli sulla lingua (com'è consuetudine per i Nostri), l'argomento della rivoluzione e della rivalsa sociale. La band prende posizione, giudicando negativamente chi discrimina sulla base di presunte attestazioni di superiorità derivanti dal colore della pelle o dall'estrazione sociale, ma anche chi schiaccia gli altri cercando e facendo pensare di essere padroni di tutto quanto, quando in realtà sono sovrani del nulla. Rivendicano i diritti di uguaglianza di tutti gli esseri umani e, assieme ad essi, il sacrosanto diritto di essere padroni, indistintamente, della terra che li ospita. I bambini nascono tutti uguali e giocano tutti insieme, sino al raggiungimento dell'età della cosiddetta ragione, in cui vengono percepite differenze etniche e sociali che, purtoppo e troppo spesso, divengono determinanti. Basterebbe a tal proposito ricordare, tra le abnormi contraddizioni targate U.S.A.,la scellerata e meschina opera del Ku Klux Klan,tra i cui membri e affiliati figuravano personaggi di spicco della vita politica americana o funzionari della classe economica dirigente .Un brano che dunque mette l'accento su quella che è la vita sociale americana, un mondo quasi a parte dove regnano contraddizioni di ogni sorta, all'ordine del giorno e con un fervente narcisismo di fondo che li permea tutti quanti.

Guillotine

Delicati arpeggi acustici ed un incedere sognante ed evocativo introducono la successiva "Guillotine" (Ghigliottina). Una prima parte che ha le sembianze di una power track a tutti gli effetti, con Howe che modifica il proprio cantato in corso d'opera senza alcun problema. I toni si alzano, il pathos aumenta; in un crescendo di intensità drammatica, il brano acquista vigore e slancio, complice anche un cantato da parte di Howe estremamente sentito e sofferto, in maniera particolare sul refrain. Atmosfere vagamente epicheggianti e un mood coinvolgente conducono il bridge ad un interessante assolo di chitarra equamente bipartito tra Vanderhoof e Zandt, per poi accompagnare la strofa al termine, in balìa delle sfuriate vocali di Howe e dei tumultuosi riff. Liricamente parlando, in questo episodio i Nostri abbandonano temporaneamente le tematiche a sfondo sociale /religioso, optando per un argomento interamente imperniato sulla storia così come è stata scritta. Un uomo in punto di morte, come pervaso da un sacro furor che gli apre la mente, realizza che tutte le aspettative di vita che ha a lungo inseguito, i sogni che ha cullato, hanno ora più il gusto dell'occasione perduta e della speranza disillusa .E' davvero tutto vano e mistificante ciò in cui ha creduto e per il quale si è sacrificato? Non riuscendo a darsi risposta certa, consapevole di aver agito sempre inseguendo il bene, non gli resta altro da fare che soggiogare quei desideri di vita e prostrarsi di fronte alla lama che fra poco gli trafiggerà il collo staccandogli di netto la testa. Vengono riempite le bocche degli astanti di parole di diniego, verso la società ma soprattutto verso coloro che pagano per i loro sbagli, senza capirne inizialmente il perché ma poi abbandonandosi alla evidenza dei fatti. Riflettendoci bene, quello messo in scena nel brano, è un malcostume al quale purtroppo molti di noi sono avvezzi. Mettere la propria felicità, la propria affermazione, il proprio destino nelle mani altrui, forse perché sospinti dalla delusione o più semplicemente per una ingannevole mancanza di fiducia nelle proprie capacità, si rivela, a conti fatti, il più grave degli errori. Poiché, quasi sempre, il tanto inconsciamente agognato intervento del salvatore disinteressato non si concretizza, lasciandoci dentro vuoto e desolazione incolmabili

Rot Away

La traccia successiva, "Rot Away" (Marcire), ci riconduce nei solchi dello Speed Metal tipico dei nostri, fatto di rapidi riff e ritmiche serrate. Il brano viaggia infatti su tonalità leste e agili, alle quali fa da ideale suggello il cantato graffiante di Howe, assolutamente in simbiosi con i ritmi imposti da batteria e chitarre. La tracotanza del pezzo tende a gareggiare costantemente col filo del gas tirato al massimo, anche se trova posto un energico e rabbioso assolo di chitarra, davvero ben strutturato ed eseguito. Una traccia che viene fatta "brillare" letteralmente, messa in condizione di travolgere tutto e tutti. Un bel tocco di Speed che sicuramente mancava al contesto generale e che dunque alza l'asticella dell'aggressività, promuovendo un sound più aggressivo e diretto. La metafora della canzone che ci invita a compiere un simbolico viaggio a bordo di un immaginario treno, è un chiaro invito della band a ricordare e rivalutare tutte le azioni, le vicende, le persone che, nel bene o nel male, hanno caratterizzato la nostra vita e alle quali, travolti dai forsennati ritmi della vita moderna (il treno che corre veloce)non abbiano prestato la dovuta attenzione. Il brano si sposta su soIchi ormai bannati da tutti quanti, un enorme calderone di emozioni che ci aspetta dietro ad ogni angolo, e che si rivela essere la nostra unica fonte di saggezza. I Metal Church però sanno benissimo che gli insegnamenti migliori si traggono dal passato, anzi, dalla sintesi suprema di esso, ossia la storia. Ecco allora che la band, con il piglio del vate indottrinante, esorta a fare tesoro della lezione appresa dalla storia, evitando di incorrere in errori già commessi, prodigandosi anzi ad agire al meglio delle proprie potenzialità e del proprio patrimonio etico. Quel mi ha sorpreso di questo gruppo è la reiterata positività dei messaggi lanciati nelle loro lyrics, tendenza questa ancor più palese con l'avvento di Mike Howe, il quale sembra aver acuito oltremodo il già considerevole slancio all'ammaestramento che vi era in precedenza nei testi e nelle ritmiche della band.

Into The Fold

La successiva "Into The Fold" (Nella Pressa) è senza ombra di dubbio la canzone più interessante e valida tra quelle ascoltate sinora. Apre un suadente arpeggio acustico, accompagnato da un Howe che disegna note agrodolci con la sua versatile voce. L'incedere è opprimente, quasi inquietante, e quando il brano, dopo circa un minuto, deflagra nel granitico riff portante, si ha la chiara conferma di quanto nelle prime battute  il pezzo fosse poco più che una impercettibile sensazione di quel che in realtà è. Quella sensazione che il tutto fosse ammantato di un'aura lugubre e malinconica (ma non potrebbe essere altrimenti, visto il testo, di cui parleremo). Incedere lento, evocativo, alternato a stacchi strutturati su alti e bassi, su riprese e rilasci del tema, fanno di questo break centrale un vero e proprio momento evocativo, introspettivo, languido. Un ideale preludio al bell'assolo di chitarra, molto sentito nell'interpretazione, che ci riporta, per circa due minuti, sul rabbioso riff iniziale, che di fatto accompagna il brano alla conclusione. Che dire, uno di quei pezzi che ti fanno capire perché val sempre la pena, nonostante tutto, di acquistare un disco dei Metal Church, consci del fatto che prima o poi la band tiri fuori dal cilindro il pezzo da novanta. Per quel che concerne lyrics, si torna ad attingere al tema della coscienza personale di un protagonista. Questa volta lo scenario si sposta idealmente dentro all'animo del nostro uomo, piegato a forza all'interno di una morsa dalla quale non riesce a liberarsi, quella della emozione più nera  e buia. La sua anima è fomentata da un andamento costante di malinconia e dolore, il suo cuore è schiacciato dalle sensazioni, i suoi incubi hanno l'olezzo della morte attaccato addosso. Terra bruciata, alberi e case abbattuti, desolazione, e odore acre e pungente di morte, percepibile soprattutto nelle parole e nei lamenti dei più anziani, memori e impotenti testimoni di altri conflitti. Le invocazioni all'Angelo e al Padre Celeste, affinché simili tragedie non accadano mai più, si stagliano e riecheggiano nell'aria, macabre e drammatiche, apparentemente inspiegabili alle orecchie e alla comprensione intellettiva di un ragazzino. Del resto, non sono forse i più piccoli le vittime sacrificali predilette dall'orrore della guerra? Una canzone che cerca di scavare nel profondo di ognuno di noi, trovando una anima nera e dannata che si risveglia ad ogni nuovo cammino.

Monkey Finger

La successiva "Monkey Finger" (Dito di Scimmia),è un altro pezzo aggressivo e mistico, che Howe come sempre orchestra a dovere. L'incedere è tuttavia, ovviamente, pacato e introspettivo, e a farla da padrone pare proprio essere la melodia, davvero accattivante in questo brano. Infatti, la seguente "elettrizzazione" del suono risulta assai gradevole proprio in quanto, a cesellare il tutto, ci pensa la capacità interpretativa di Howe, il quale rende la melodia godibilissima grazie alle sue abilità. Le lyrics ci mostrano, ancora una volta, l'attitudine educativa della band, permeata, come per la verità successo un po' per tutta la release, di un'aura di moralismo di matrice cristiana. La band, in sostanza, mette in guardia l'umanità dagli errori da essa commessi. Le azioni scellerate degli uomini stanno conducendo il mondo allo sfacelo, alla fine di un'era, come recita appunto il titolo. Bisognerà saper cogliere i segnali che preannunciano la venuta di un messia che, scendendo sulla terra, impedirà all'umanità di estinguersi, e questa sarà la sola occasione ad essa concessa. Volendo fare una considerazione del tutto personale, ci mancherebbe, mi verrebbe di pensare che una causa del mancato successo a tutto tondo dei Metal Church, possa forse essere individuata in questo loro eccessivo slancio "religioso" acquisito con l'ingresso di Howe nella line up, e che talvolta può risultare un tantino stucchevole, se non bigotto. Il metallaro medio chiede e vuole altro dai suoi idoli. Una tipologia compositiva testuale, che se non ha proprio l'imperativo categorico di incarnare ideali blasfemo-satanici, deve perlomeno attingere a scenari violenti, macabri, decadenti, occulti e via dicendo. Una band come i Metal Church non possiede affatto queste doti, ecco spiegato il motivo del suo parziale accantonamento. Non era tempo di meditare e redimersi: era tempo di picchiare,e di far male! E per questo motivo, proprio in questo periodo, assistiamo alla superba impennata del Death, del Black e dei loro sottogeneri derivati. Generi che con la loro violenza e la loro ferocia, vengono visti, in ambito metal, come i soli validi antagonisti della funambolica corrente di Seattle, ovvero il Grunge.

Out Of Balance

"Out Of Balance" (Fuori Equilibrio) si presenta come un mid tempo compatto e quadrato, sostenuto da riff tanto energici quanto semplici. La particolarità che desta interesse qui è il ruolo fondamentale esercitato dal basso nell'incedere ritmico. Sin dalle primissime battute, infatti, la chitarra detta i tempi con giri vorticosi, trascinando letteralmente dietro di sé le due chitarre e procedendo all'unisono con i precisi colpi di batteria. Basso predominante dunque, registrato a volumi molto alti, ma ciò non basta a conferire al brano quel pizzico di imprevedibilità che pure ci saremmo aspettati, viste le premesse. E nonostante il buon Howe, come suo solito, ce la metta tutta con la sua bravura e la sua capacità interpretativa, il pezzo proprio non vuol saperne di decollare, di farci sobbalzare dallo stupore. Nemmeno il bell'assolo centrale, davvero suggestivo e ben eseguito, riesce ad assolvere alla funzione di espediente a sorpresa che risolleva il brano da uno stantio anonimato. Brano che si avvia alla conclusione così come si era annunciato, con quella ritmica cadenzata ma, alla lunga, monotona. Particolarmente interessante e sottile invece risulta essere il testo. La band spinge difatti l'umanità a trovare il suo equilibrio, ormai perduto. Ma, stavolta, ed ecco il fatidico colpo a sorpresa che, assente nel corpus musicale, fa capolino il pensiero che il mondo stia per finire, che siamo ormai arrivati al capolinea di questa folle corsa fra le pieghe dell'umanità. Ad impensierire i musicisti, e di conseguenza il genere umano intero, è una guerra subdola, impercettibile, infingarda.. sottile, come recita appunto il titolo della song. È la guerra che viene combattuta quotidianamente da ciascuno di noi, la guerra per la nostra affermazione all' interno di una società che ci vuole tutti uguali, appiattiti, massificati. Non sappiamo come fare: chi si adegua a schemi precostituiti raggiunge l'illusoria felicità, poiché, per il raggiungimento di una posizione sociale importante e di un discreto benessere, ha dovuto inesorabilmente sacrificare parte dei propri ideali, cadendo in un profondo stato di frustrazione. Per contro, chi invece ha la personalità e l'audacia di contrastare il sistema e di raggiungere il successo senza compromettersi, è costretto ad affrontare la forte avversione sia, com'è ovvio, da parte dell'ordine coercitivo, ma, cosa assai più grave ed aberrante, anche quella di chi non ha il coraggio, la tenacia per opporsi. Sono costoro i peggiori da cui guardarsi, perché con il loro atteggiamento servile, danno continua linfa vitale a chi impone. In questi mesi, anni, di delirio, di preoccupazione e di soluzioni spesso trovate a metà, direi una canzone illuminante sotto ogni punto di vista, anche quelli che possono sfuggire ad un occhio meno esperto.

The War Eletric

Va a chiudere il disco  "The War Eletric" (La Guerra Elettrica), che si discosta dalla tipologia di brano riscontrata nei precedenti slot di questo ritorno sulle scene. Introdotto da un suggestivo arpeggio acustico, vede un graduale ingresso degli altri strumenti: basso, batteria e seconda chitarra, i quali si susseguono in un esaltante crescendo che sfocia nel riff portante che apre alle evocative melodie di Howe. Il brano risulta subito molto coinvolgente, classico nell' incedere, epico nel pre-chorus; un momento, quest'ultimo, che fa da preludio all'altrettanto adrenalinico refrain, un altro di quegli ensemble che pare studiato apposta per essere urlato insieme al pubblico. Affascinante risulta il passaggio diretto dalla pacata melodia al rabbioso assolo che segue subito dopo, in cui Vanderhoof e Van Zandt si passano il testimone dando vita ad un abile intreccio, il tutto con il consueto, dirompente drumming di Plate a fare da sottofondo. Come un improvviso breve temporale che cede immediatamente il posto al sereno, il brano si riavvia sui binari iniziali, e la suadente voce del redivivo Howe lo chiude in fade. Le lyrics, dal significato per la verità alquanto criptico (cosa non insolita per i Metal Church), risultano essere un monologo esistenziale recitato dal protagonista. In bilico tra rimpianti e nostalgici ricordi, egli asserisce di aver esaurito il suo tempo sulla terra. Il senso di oppressione dato dagli errori e dai peccati commessi durante la vita lo pone dinanzi ad una triste, inequivocabile presa di coscienza: egli sente di dover pagare le sue colpe continuando a vivere ma, al tempo stesso, è consapevole di non aver poi molto tempo disposizione  per poter espiare. Di qui il senso di profonda frustrazione e di smarrimento che lo investono, reso ancor più logorante dalle voci che lo assillano perennemente e che sente esplodere nella sua mente. Voci che lo invitano a compiere una scelta, ma alle quali lui non può dare ascolto, ossessionato com'è dalla certezza di aver esaurito il tempo a sua disposizione. L'aria elettrica di questo brano viene appunto data dall'intimità del protagonista, che a fatica arriva in fondo alla sua esistenza, conscio del fatto che niente ormai sarà più come prima.

Conclusioni

Siamo arrivati alla conclusione di questo nostro viaggio all'interno delle note presenti sulla ultima release degli storici Metal Church. Cosa possiamo dire di questo Damned If You Do? Siamo sicuramente di fronte ad un disco roccioso, con alcune soluzioni che rimandano ai tempi passati, ed altre che invece si incentrano principalmente su soluzioni moderne. Siamo di fronte anche ad un disco con alcuni momenti di stanca, dove si sente che la band ha perso leggermente smalto rispetto al passato, ma niente di così serio o degradante. I MC sono ancora attivi, e si spera lo saranno per diversi anni a venire. Siamo di fronte ad una band che non sa che cosa significa arrendersi, e che soprattutto non vuole mollare un colpo neanche se gli venisse puntata una pistola alla tempia. Basti pensare a quello che abbiamo detto in apertura di recensione, un revival così intenso e roccioso del metal classico non si vedeva da lungo tempo, ed i MC sono fra gli esponenti maggiori di questa filosofia. La cosa forse che possiamo criticare alla band è la scelta del metodo di registrazione. Ci mettiamo ad ascoltare un disco come abbiamo detto con enorme potenziale, ma che viene reso leggermente piatto dal missaggio. Troppo blando, troppo poco incisivo ed in alcuni frangenti addirittura annoiante sotto certi aspetti. Purtroppo è un elemento che spesso viene poco considerato quando si parla di dischi, soprattutto Metal, ma è una cosa che non può passare inosservata. Un disco che viene schiacciato da una produzione troppo ovattata, che spesso rende le canzoni non così degne di essere ascoltate. Allo stesso modo però in mezzo a tutto questo, se si sa bene cogliere l'essenza delle note, ci ritroviamo di fronte un album compatto e che non ha paura di sporcarsi le mani. I Metal Church hanno deciso di investire nuovamente sul passato, e lo hanno fatto tornando ai fasti di un tempo, seppur con le limitazioni che abbiamo espresso. Il voto è giustificato da queste limitazioni, che lo fanno sicuramente salire al di sopra della sufficienza, ma che scalfiscono di poco il contatto con la parte alta della classifica. Un plauso come sempre a Howe che ha saputo tenere in piedi ed in riga la band dopo tutti questi anni, pur lui non essendo alla fine il frontman originale del gruppo. La sua presenza però ha certamente aiutato i MC a crescere e mantenersi integri dopo la reunion, cosa da non sottovalutare. Se siete alla ricerca di sonorità vecchio stampo, se siete alla ricerca di un brivido che possa far sciogliere il vostro cuore di pietra, allora Damned If You Do fa al caso vostro. Troverete al suo interno una pletora enorme di suoni, un calderone gigante in cui i MC hanno riversato i loro 30 e più anni di carriera, senza alcuna remora, senza alcun rimorso soprattutto. Un disco che vi trasporterà in terre lontane, un enorme clangore di spade che alimenterà la vostra mente a più non posso, senza alcun rispetto per 'ascoltatore in senso positivo. Questo album non è ovviamente una consacrazione eterna, piuttosto una evoluzione di quello che è il sound originale della band. Mike Howe è riuscito a tenerli in piedi, per tutti questi anni ha continuato a provare e riprovare, senza fermarsi mai. E' riuscito a prendere quella tradizione che si alimentava nei primi anni '80, quando il furente calore del Metal classico era al suo apice, e portarlo ai giorni nostri. Un po' la tradizione che hanno avuto anche band oltranziste come Saxon o Diamond Head, che in questi ultimi anni hanno avuto l'onere e l'onore di dare vita a dischi di un certo pregio. Come abbiamo detto in apertura siamo di fronte ad un revival in piena regola, e questo disco firmato dai Metal Church si perde positivamente in questo immenso mare di bands che riemergono dalle ceneri e nuovissime realtà che sorgono ogni giorno. 

1) Damned If You Do
2) The Black Things
3) By The Numbers
4) Revolution Underway
5) Guillotine
6) Rot Away
7) Into The Fold
8) Monkey Finger
9) Out Of Balance
10) The War Eletric
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