MESHUGGAH

The Ophidian Trek

2014 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
03/02/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

La storia dei Meshuggah nasce nel 1987 con il moniker iniziale Calipash. Cambiano quasi immediatamente nome e da quel momento inizia un qualcosa di straordinario. Nella loro malata e contorta mente avevano già le idee piuttosto chiare; tutto stava a metterle in pratica. Così, dopo un buonissimo ep auto intitolato ed un demo, nel 1991 esce Contraddiction Collapse. In questo lavoro si sentiva la matrice tipicamente thrash, ma era un sound che godeva di un qualcosa in più, un qualcosa di estremamente personale che era li solamente ad aspettare di essere smussato ed affinato. Con None e Selfcaged, rispettivamente ep e demo, quel qualcosa di cui dicevamo poc'anzi si stava manifestando in maniera quasi improvvisa con una forza dirompente a tratti eclatante. Ecco che il successivo Destroy Erase Improve getta letteralmente le basi per un nuovo genere, il Djent, dove chitarre pesantissime e ribassate sono solamente la ciliegina sulla torta di un grandissimo progetto che cambierà in modo indelebile la storia della musica estrema. Una volta appunto che la band di Umea ha finalmente trovato la maniera per mettere in musica la loro follia artistica, non si è certo seduta sugli allori proponendoci sempre la stessa minestra. Infatti con Chaosphere Kidman e soci si spingono ancora più in la, esplorando territori che vanno fuori dai confini della realtà umana, sfornando un vero ed autentico capolavoro. La band sembra non volersi fermare mai e dopo un disco di rarità Rare Trax ed un split con gli In Flames, ecco che se ne escono con Nothing. Ennesimo lavoro che appesantisce ancora di più la proposta ma che non arriva a toccare i picchi dei due lavori precedenti. I Meshuggah sorprendono, sorprendono sempre e con l'ep "I" dimostrano che con un solo brano di ben venti minuti di durata, si può creare un vero e proprio gioiello che supera di gran lunga produzioni di moltissime band più blasonate. Catch 33, ObZen e Koloss sono dischi a loro modo fondamentali, ma la cosa che sorprende è che dopo quasi vent'anni di carriera non sono riusciti nemmeno per sbaglio a sbagliare un colpo, dando in pasto ai propri fan ed al mondo della musica sempre prodotti di altissima qualità. Cosa manca quindi per completare una discografia ricca e piena di grandi successi? Ovviamente il tassello mancante è un album dal vivo che riesca a farci percepire la potenza distruttiva che su disco è molto ben presente e tangibile. Ecco dunque che nel 2014 esce su Nuclear Blast The Ophidian Trek, un doppio live album contenente i pezzi che più si addicono ad essere proposti su di un palco e quelli che ne hanno decretato il successo. Il disco si presenta con una bellissima confezione, contenente un DVD tutto da visionare e registrato nel 2013 dove vedono i nostri Svedesi sul palco del prestigioso Wacken Open Air per quanto riguarda l'Europa ed il Ophidian Trek Tour per quanto riguarda l'esibizione in terra statunitense. Oltre al DVD ovviamente, troviamo due cd registrati al Ophidian Trek Tour in terra europea, il tutto per ben novanta minuti di detonazione musicale che devono per forza di cose lasciare il segno e questo, per chi ha avuto il piacere di vederli almeno una volta dal vivo, è sicuramente fuori discussione. La cosa che incuriosisce ora, non è la resa finale che sicuramente sarà di grande qualità, ma è quella di ascoltare delle song in un altro ambito. L'entusiasmo è sicuramente alle stelle e credo fortemente che questo prodotto non deluda minimamente gli estimatori della band, ma per esserne certi dobbiamo come sempre analizzare tutto il suo contenuto con la nostra e consueta minuziosa analisi. Immaginate di essere in prima fila, le luci si abbassano, una leggera introduzione annuncia l'ingresso della band. Che lo spettacolo inizi.

Swarmer

Con una durata che non arriva nemmeno ai due minuti, "Swarmer" ovviamente funge solamente da introduzione per quello che sarà il concerto vero e proprio. Uno sciame molto insistente inizia a ronzarci nelle orecchie, e se inizialmente la cosa può sembrare un pochino fastidiosa, in realtà l'intento pienamente centrato, è quello di far impazzire sin da subito il pubblico presente. Certo, quasi due minuti di "ronzio" non sono il massimo da ascoltare su disco, cosa invece assai più interessante se ci trovassimo al cospetto, ed in attesa, dell'entrata vera e propria della band. Immaginare di essere assaliti da uno sciame di insetti è di per sé una cosa terribile, non immagino per quelle persone che ne hanno una vera e propria fobia. Ma quando tutto sembra essere perduto, ecco che Kidman e soci finalmente salgono sul palco pronti per dare fuoco alle polveri.

Swarm

Quale brano poteva essere destinato ad aprire lo show dopo una introduzione dal titolo Swarmer? "Swarm (Sciame)" ovviamente. Direttamente estrapolato da Koloss, troviamo immediatamente un grandissimo lavoro di batteria da parte di Haake, il quale è l'assoluto protagonista di questo terremotante inizio. Le vocals di Kidman raccontano di quando il corpo umano, una volta decomposto, diventa l'ambiente perfetto per il proliferarsi di insetti e larve che tendono a divorare la carne ed il suo interno fino a consumarla completamente. In questo caso però, non andiamo a parlare di un essere ormai morto, ma bensì di una persona ancora viva. Un carnivoro rivoltante ormai diventato lui stesso un parassita rivoltante ed assetato di sangue. Lo sciame che lo accompagna emette quella luce una luce mortale che avvolge con un calore insperato le proprie vittime. E' li in attesa del respiro finale, per poi così attaccare con le proprie mandibole ogni essere di cui si può nutrire. I fraseggi espressi dalla band sono di rara bellezza, così devastanti quanto eleganti, riescono a sbatterci in faccia tutte le nostre paure. L'essere umano è un dannato animale dotato di pensiero, ed è probabilmente questo suo pensiero ad essere un'arma a doppio taglio. Un'arma molto ben affilata come d'altro canto lo sono le chitarre quando assestano riff micidiale che sanno veramente fare del male. Come una preda, veniamo circondati da orripilante mosche pronte a divorarci senza alcuna pietà. La vita dovrebbe essere un bene prezioso, ma a volte non sempre sembra essere così. C'è chi la disprezza e non ne riconosce il suo valore e c'è invece chi disprezza quella degli altri attuando delle crudeltà senza il minimo rimorso. L'assolo che ne segue è quanto di più disturbante e malato che la band potesse creare, con un continuo martellamento e maltrattamento da parte di Haake verso i suoi tamburi, che rende il tutto ancora più inumano. In sostanza, è come se questi parassiti volessero cancellare la razza umana per crearne una tutta loro, oscena e priva di ogni tipo di sentimento. "Rompi il guscio salite in cielo, allunga le tue ali palpitanti" è una frase che vuole simboleggiare il raggiungimento di una evoluzione che non può non mettere i brividi. E' come se ad un certo punto l'uomo volesse giocare a fare Dio, ma il gioco è a dir poco pericoloso. Non siamo in grado in questo momento di gestire moltissime cose e con l'avidità e l'egoismo che ci contraddistingue non andremo molto lontano. Il volere a tutti i costi primeggiare su le altre specie, il voler sempre essere migliori di altri, può portare solamente ad un'unica direzione: quella dell'estinzione. Ottimo brano che anche dal vivo rende piuttosto bene, evidenziando una potenza fuori dal comune che viene riversata al pubblico, il quale recepisce il messaggio e lo rimanda alla band sotto forma di linfa vitale.

Combustion

Passiamo all'opener di ObZen ed andiamo ad ascoltarci "Combustion (Combustione)". Il riff iniziale è piuttosto "morbido" ma nasconde qualcosa di sinistro ed opprimente. La band ad un tratto esplode con un sound dirompente che in sede live è una vera e propria bomba atomica. I suoni sono un pochino impastati ma la resa è comunque più che buona. Il ritmo è forsennato Tutta questa rabbia espressa dai Meshuggah viene espressa anche attraverso la voce di Jens, il quale vuole aprirci gli occhi sul fatto che l'essere umano tutto, è sempre e costantemente intriso d'odio. Un sentimento che cresce lentamente dentro di noi e che piano piano aumenta sempre di più di intensità fino a dover per forza di cose trovare una via di uscita. La cosa più assurda di tutto questo sta nel fatto che l'uomo è consapevole di covare odio, ma sembra non voler cercare di fermare questo processo di crescita, anzi, sembra quasi che con il passare del tempo voglia alimentarne la sua forza in modo tale che quando arriverà il momento della sua manifestazione, questa sia la più violenta possibile. Eppure a volta sembra riuscire a tenerlo a bada, ma come una preda paziente, è li che aspetta solamente il momento giusto per attaccare. In quel momento succede qualcosa, un fattore scatenante che fa schizzare il sangue al cervello; ed è in quel momento che l'istinto primordiale viene fuori in maniera prepotente. E' come se dentro in ognuno di noi ci fosse un uovo che attende solamente di schiudersi per impossessarsi del nostro corpo e farne un'arma. In quei momenti una sensazione di liberazione invade il nostro essere, come se ci liberassimo di un peso trattenuto per troppo tempo. Anche la band non si trattiene di certo e si lascia andare in un attacco sonoro di grandissimo impatto sonoro. Haake è la solita macchina da guerra, ma è tutta la band che picchia durissimo senza concedere un minimo di respiro. Arriva ovviamente il momento dell'assolo di Thordendal, ma non è cervellotico o troppo complesso. E' funzionale al brano stesso e riesce a dargli una caratterizzazione molto ben marcata. Le urla del singer aumentano di intensità, come se anche dentro di lui stesse per uscire quel demone chiamato odio. Potremmo stare qui ore a parlare o discutere sul fatto che ognuno è diverso dall'altro, ma la verità è che prima o poi tutti saranno destinati ad esplodere. C'è chi ci mette di più a far uscire la propria rabbia, ma sono forse proprio quelli che bruciano a fuoco lento che sono i più pericolosi. Sognare, immaginare di avere una vita tranquilla e prosperosa. Tutte fandonie. Diciamoci la verità: l'uomo non ha mai avuto rispetto né per se stesso né tanto meno per gli altri. Siamo una razza di egoisti, di violenti e di approfittatori ed un giorno ci estingueremo per mano nostra. Forse la storia non ci ha insegnato nulla nel tempo, dato che continuiamo a commettere sempre gli stessi errori. E allora, tirando le conclusioni, l'estinzione è quello che ci meritiamo. Al termine riusciamo finalmente a sentire il pubblico, che con un boato di approvazione dimostra di aver apprezzato queste prime battute di uno show che si preannuncia devastante.

Razional Gaze

Con "Razional Gaze (Sguardo Razionale)" facciamo un salto nel 2002 con l'album Nothing. La quale come su disco, parte con una sezione ritmica da brividi con l'aggiunta di chitarre grandiose e subito ruvide. Il lavoro certosino dietro le pelli di Tomas Haake è un pochino soffocato dai suoni, ma rende comunque l'idea della grande dote chirurgica che solamente lui può dare a questa band. Le vocals di Kidman entrano di prepotenza, quasi a gamba tesa, ma è perfetto per cercare di svegliarsi per farci comprendere la realtà, quella vera, e non quella che qualcuno vuole farci credere. Gli occhi ingannano, si soffermano molte volte alla superficie delle cose, ma se non saremo in grado di scavare fino in fondo potremmo ritrovarci in situazioni più che spiacevoli. Qualcuno ci sta nascondendo un sacco di cose ed il perché non è dato saperlo. Sta a noi, grazie alla nostra forza di volontà, cercare di scovarle e di fare luce su tutto quello che ci viene negato sapere. Con il passare del tempo purtroppo, siamo stati accecati tramite una disinformazione assurda che colpisce l'intero pianeta. Ci vogliono dire solamente quello che fa a loro più comodo e questo solamente per avere il controllo ed usarci a proprio piacimento. Fino a questo punto il brano viaggia su binari lineari, ma sempre massicci, ma il cambiamento radicale è proprio li dietro l'angolo. Ad un certo punto gli strumenti si libero di invisibili catene per dare foga a tutta la loro potenza esecutiva e vi assicuro da dal vivo può solo mietere vittime. La sezione strumentale è monumentale, ma è il solito drummer che riesce ad imporsi come generale di tale mattanza. Proviamo comunque a chiudere gli occhi per un istante; la luce che filtra attraverso essi riesce a distorcere la realtà e più cerchiamo di allargare il nostro sguardo, più corriamo il rischio di venire disintegrati dalle menzogne. Allora riapriamo gli occhi e cerchiamo di focalizzarci su ciò che ci circonda. Forse qualcosa finalmente riusciamo ad intendere ed è forse giunto il momento di chiedere quale sia la verità. Nel testo si fa riferimento ad un serpente a due teste: "Il serpente a due teste nascosto per sempre, dov'è la vera conoscenza?" Questa creatura oltre ad essere citata da Dante nella Divina Commedia, è nella mitologia greca un essere che si è creato grazie alle gocce di sangue provocate dalla testa mozzata di Medusa. E' una creatura dunque, capace di mordere in ogni occasione, e come tale, ci inculca menzogne a profusione con la volontà di avvelenare chiunque lo ascolti. Sembra facile distinguere cosa sia giusto o cosa no, Ma se ci pensiamo bene è un continuo conflitto tra la mente e la sana follia. Il suono si fa sempre più duro e ruvido e quando la song si avvii verso la conclusione, un ultimo sussulto disperato fa partire l'ennesima grande prova strumentale che si conclude tra gli applausi generali.

ObZen

Con un avvio decisamente pesante, "ObZen" si rivela in tutta la sua potenza distruttiva. Il riff è monolitico, pesantissimo, dove la sofferenza diventa linfa vitale per raggiungere la pace assoluta. Le nostre cattive condizioni sono zen puro, ed un nuovo sistema di credenze trova il proprio appagamento nel dolore. Sangue, vomito, privazioni di ogni genere, bugie, corruzione e falsità sono il nuovo Dio. Il voler diventare degli esseri così spregevoli senza provare un benché minimo di sentimento, fanno in modo di avere quasi un impellente bisogno di voler vedere le cose morire. Ogni tipo di vita ha un suo ciclo, il quale prima o poi è destinato a terminare, ma cercare di farlo prima del dovuto sembra diventare un momento di puro piacere e soddisfazione. Una goduria estrema nell'osservare quanto male può provocare essere ad esempio mutilati, bruciati vivi, scarnificati o decapitati. In quei momenti ci sembra trovare la pace, ma quando questo appagamento svanisce, allora andiamo a cercare altrove, magari con più crudeltà. Come una droga, si cerca sempre un dosaggio maggiore per poter raggiungere quello stato di zen tanto ricercato. Una pace che però la band non vuole dare così facilmente al pubblico, anzi, sembra provare lei stessa il piacere di vedere i propri proseliti soffrire con la loro musica micidiale. Perché tutto questo? Semplicemente perché non siamo noi a dover ricevere questa sensazione di tranquillità, ma bensì i Meshuggah stessi. La band è una macchina da guerra perfetta che non conosce ostacoli ed avanza inesorabile fino alla meta. Le parole chiave che portano dunque ad essere superiori sono: decadimento, disgusto e disonore. Il decadimento di una intera razza la quale ha sempre cercato di primeggiare su ogni tipo di vita presente, credendosi superiore a tutto e a tutti. Il disonore, il voler privare ad ogni costo a qualcuno del rispetto e della stima verso gli altri. Infine il disgusto, verso qualsiasi cosa ma soprattutto verso gli altri. Sono tutte cose che, a pensarci, non è così complicato attuarle tutte e tre insieme. Eppure è proprio questa la chiave che porta questo nuovo dio a ritrovare la pace interiore. Il disprezzo e la degenerazione sono arrivati al loro massimo splendore, ed il tutto diventerà un pericoloso circolo vizioso che non conoscerà mai una fine. ObZen è un brano devastante che riesce a tramettere quella sensazione di desolazione che lo stesso brano vuole dare. In sede live il tutto assume proporzioni ancora più oscure e malsane, risultando così un pezzo magistralmente eseguito che centra appieno l'obbiettivo di mietere vittime senza lasciare alcun superstite.

Lethargica

Rimaniamo su ObZen ed andiamo a trattare il brano "Lethargica", il quale gode di un inizio pesantissimo come un macigno. L'andamento è lentissimo ed il riff proposto è potentissimo. La batteria è la solita macchina schiacciasassi, mentre il basso viene sacrificato un pochino rispetto a quanto sentito su disco. La band ci presenta senza troppi fronzoli una sorta di dio/macchina, il quale inizia immediatamente a masticarci dall'interno con i suoi molari affilatissimi. La sua bocca frantuma e macina in continuazione e seppur inesorabile nel suo lacerare, non sembra avere troppa fretta di maciullare ogni cosa. Vuole che la sofferenza lo appaghi totalmente, deve respirare ogni singolo momento di terrore perché deve vedere la nostra vita spegnersi lentamente. E' una macchina pura ed immacolata e noi siamo i primi a dover sottometterci alla sua volontà. Sembra non essere turbata minimamente dalle nostra urla strazianti di dolore, anzi, fa in modo che queste siano ancora più assordanti e tremende. Una macchina di morte che vede nei Meshuggah i propri esecutori materiali di morte, e quando il sound tende a diventare ancora più penetrante, ecco che l'assolo di Fredrik arriva come una lama tagliente ad infliggere ancora più dolore. Al termine veniamo a trovarci come per magia in una sorta di dimensione parallela, dove possiamo udire un arpeggio molto delicato ma sinistro che riesce a farci galleggiare in un vuoto insostenibile sia per la nostra anima, sia per la nostra mente. Il pubblico viene così momentaneamente paralizzato in attesa che prima o poi succeda qualcosa. Si potrebbe pensare che forse una piccola speranza ci sia anche, ma il tutto viene spazzato via con l'ennesima mazzata sonora che fa letteralmente crollare i sogni. Il nostro ultimo respiro viene soffocato e quello che rimane di noi diventa irrimediabilmente freddo e decomposto. Estinzione e rovina, questa è la sua missione. Nel momento in cui anche l'ultimo respiro verrà esalato, allora la sua missione sarà giunta al termine. Il caos finale di questo brano è assurdo e dal vivo ovviamente il tutto risulta ancora più caotico di quello che effettivamente è. Non un brano di primissimo livello sia chiaro, ma che sa difendersi molto bene e si dimostra più che adatto ad essere proposto in un contesto diverso da quello in studio.

Do Not Look Down

Con "Do Not Look Down (Non Guardare Giù)" facciamo un salto nel 2012 grazie a Koloss. Il drumming è lento, mentre la chitarra e secca e forse troppo compressa. Il sound è come sempre molto pesante, ma il tutto è fin troppo impastato e poco godibile. Un vero peccato perché queste prime battute sono molto importanti per dare il via ad un brano decisamente interessante. Kidman si dimostra grande interprete vocale e ci spinge a fare di tutto per raggiungere i nostri obbiettivi, qualsiasi essi siano. Quelli insomma, che ognuno di noi si prefissa nella propria vita ma che, per un motivo o per l'altro, non riusciamo a portare a termine alla prima difficoltà. "Diventa l'essenza dei tuoi obbiettivi" urla Jens, dove siamo noi stessi ad essere la linfa vitale per poterli raggiungere. Il suono non accenna a decollare rimanendo sempre lento e massiccio, ed è forse questo che lo rende così riflessivo ed alienante. Le chitarre non sono particolarmente elaborate ma sono tremendamente efficaci. E' come se ci trovassimo a bordo di un'auto e stessimo percorrendo una strada che porta dritto ai nostri sogni, ma sempre lanciata alla stessa identica velocità. Una velocità mai sostenuta che però risulta essere praticamente inarrestabile. Non bisogna mai soffermarci alla superficialità delle cose, ma bisogna imparare a scavare a fondo per comprenderne l'essenza. Viviamo purtroppo in un mondo dove ci viene mostrato tutto in maniera scintillante ed accecante, facendolo diventare così il prodotto tanto desiderato. Così è anche la vita, dove tutto sembra essere così facile da raggiungere, tanto da farcene perdere il senso. Il brano conosce veramente pochissime variazioni e la band sembra proprio voler tirar dritta su questa strada. Fa molto riflettere anche la frase "Chi tradiresti per proteggere i tuoi sogni?" perché prima o poi arriverà il momento di fare delle scelte, ed allora arriveremo al cospetto di un bivio dove dovremo essere noi a decidere in che direzione andare e non qualcuno che lo faccia al nostro posto. Arriverà anche il momento di compiere qualche peccato, mentre ce ne saranno alcuni che saremo costretti ad evitare per poter proseguire. L'importante è comunque non guardare mai verso il basso, non voltarsi mai e tirare dritti per la propria strada. I rimorsi non sono contemplati e se durante il tragitto scopriremo qualche spiacevole verità sarà il momento di tirare fuori tutta la nostra forza nel voler raggiungere a tutti i costi il nostro scopo. Le due asce non sono forse mai state così pesanti nello spargere trappole ed avversità in un momento già di per sé complicato. Ottimo brano anche questo che soffre però di suoni che non riescono a rendere giustizia al cento per cento ad una song a dir poco monolitica.

The Hurt that Finds You First

Una rullata secca e decisa ci introduce nei meandri di "The Hurt That Finds You First (Il Dolore che ti Trova Prima)?". Questa volta siamo al cospetto di un inizio terremotante grazie ad una ritmica serrata e violentissima. Le vocals sono potentissime e i Meshuggah riescono a sprigionare una tale rabbia e potenza da far impallidire tutti i presenti. La vita non è nient'altro che un gioco, dove l'unica vera realtà è il dolore che è capace di manifestarsi in moltissime forme, tutte atte a provocarci del male. Cerchiamo dunque in qualche maniera di sfuggire da quello che sembra essere a tutti gli effetti un sicario in continua ricerca di vittime. Ovunque noi andremo, ovunque cercheremo di nasconderci, lui ci troverà sempre e comunque. Con tutta la buona volontà e la determinazione del caso, probabilmente riusciremo ad alleviare le nostre sofferenze per un breve periodo, ma quando verremo stanati allora sentiremo il coltello che lentamente penetrerà nella nostra carne e nella nostra mente. In quei momenti avremo delle visioni distorti e dolorose della nostra esistenza, assaporando a nostro malgrado la rovina e la vita stessa che va a frantumarsi davanti ai nostri occhi. Il suono, pur avvicinandosi tantissimo allo stile del death metal, la band riesce sempre e comunque a farlo suo e alla sua maniera. Haake è come sempre maestoso ed elegante dietro le pelli, mentre le due chitarre sembrano incendiarsi tanto è la potenza sprigionata. Possiamo quasi sentire l'odore del fumo che esce dalle loro corde. Arriveranno sicuramente dei momenti di gioia che allevieranno la nostra vita, facendoci pensare erroneamente che iil peggio sia ormai passato. Magari è arrivato il momento della svolta e pensiamo di aver già sofferto abbastanza. Invece, puntualmente, veniamo soffocati dai nostri pensieri che come un virus mortale contamina irrimediabilmente la nostra felicità. Una soluzione ci potrebbe anche essere, ovvero trovare giovamento dalla paura stessa riuscendo ad incanalarla trovandone il lato positivo. Il problema è che non siamo predisposti a convivere con tutta questa sofferenza perché sarà sempre li ad aspettare il momento propizio per annientarci. "Nasconditi, sarai mio in ogni caso", sono parole che hanno il sapore di una sentenza; una frase che non lascia spazio all'immaginazione e soprattutto che non lascia scampo. Gli ultimi minuti sono lasciati alla strumentazione dove la band mette in mostra tutta la loro creatività esecutiva. Emerge tutto a livello musicale: pazzia, arte, tecnica, ma soprattutto mette a dura prova la stabilità mentale del pubblico e degli ascoltatori.

I Am Colossus

Arriviamo quasi distrutti alla fine del primo cd e lo facciamo con una mazzata assurda. Opener di Koloss, "I am Colossus (Io sono Colosso)" è un brano decisamente duro da digerire ma affascinante al tempo stesso. Il pezzo parla del Leviatano, una creatura appunto colossale che viene citata addirittura nell'antico testamento e viene descritta come un enorme serpente marino. E' il re di tutte le creature e con la sua imponenza diviene il terrore di tutti i mari. Il mito, o la figura, del Leviatano è particolarmente interessante e si ritiene che sia una specie di mutazione della dea dei mari, ovvero il Tiamat. Questo essere, questo colosso, sembra voler uscire dalle acque salate come se per troppo tempo sia stato in letargo. Con grande pazienza, sta attendendo solamente il momento propizio per scatenare tutta la propria potenza distruttiva. I Meshuggah dal canto loro cosa posso fare se non risvegliarla tramite chitarre pesantissime ed una ritmica assurda con tanto di urla strazianti? Ovviamente i Nostri non si sottraggono al loro dovere e lo fanno alla grande. Le ritmiche sono lentissime ed asfissianti, come a voler proprio simulare lo strisciare impetuoso ed inarrestabile di questo mostro. Un colosso insaziabile che non vede l'ora di cibarsi del nostro stupore quando emerge in tutta la sua maestosità dalle acque per rivelarsi. E' lui il re, ma non solo del mondo marino, ma è il sovrano dei nostri sogni, il quale è stato evocato dalle nostre più profonde paure ed ora è proprio qui davanti a noi a reclamare il suo regno. Lo serviremo e lo asseconderemo, ma sanguineremo anche per lui. Il suono improvvisamente si fa ancora più oscuro e distopico. Sembra fatto quasi apposta per infondere ancora più potenza ad una creatura che già di per sé risulta implacabile. Adesso è praticamente inarrestabile perché è diventato sia la vita che la morte. Saremo disposti ad uccidere per lui e come premio, ci sarà concesso di scegliere il nostro destino. Thordendal e Hagstrom massacrano letteralmente le loro chitarre facendole quasi soffrire. Una sofferenza che ci viene trasmessa direttamente dalla band ed il pubblico non può fare altro che ricevere questa scarica di terrore per alimentare ulteriormente questo colosso. La voce di Kidman è più spietata che mai ed offre una prova sempre superlativa e di altissimo livello. In sostanza, la figura del Leviatano non è altro che la rappresentazione visiva e metaforica delle nostre paure. Tutte le sensazioni negative che ci appartengono rimangono dentro ognuno di noi fino al momento in cui non decidono di prendere forma ed è proprio li che andiamo ad appartenere al mostro e non viceversa. Diciamo che questo pezzo su disco è di difficile ascolto perché è veramente pesante e duro da digerire se non con numerosi ascolti. Dal vivo riesce a mantenere una potenza veramente impressionante ma forse risulta essere ancora più complicato da seguire dall'inizio alla fine. Il risultato è comunque più che soddisfacente e si rimane piacevolmente tramortiti da tanta potenza.

Bleed

Ci accingiamo dunque ad inserire il secondo disco nel lettore ed il brano che è li pronto ad attenderci è nientemeno che "Bleed (Sanguinante)". Un brano diventato fin da subito iconico grazie alla complessità esecutiva non tanto a livello chitarristico, ma sicuramente batteristico. Haake infatti ci offre una prova a dir poco disumana e sembra che la song regga proprio grazie alla sua chirurgica prestazione. Il cantato subito ruvido, il riff monolitico e la già citata complessità dietro le pelli fanno si che ogni tipo di logica venga spazzata via in un istante. Veniamo catapultati nel bel mezzo di una sofferenza psicofisica, la quale fa provare al nostro aguzzino una sensazione di pace assoluta e di grande appagamento. Nel vederci soffrire e di conseguenza soccombere, provoca in lui delle sensazioni inebrianti che fino a quel momento non aveva ancora avuto il piacere di provare. Il dolore si fa via via sempre più insostenibile ed ogni nostro recettore sensoriale soccombe fino a farci diventare il signor nessuno. L'agonia avanza, tremenda, atroce, spietata. Inesorabile con il suo progredire così maestosa e fiera. La ritmica in sé non è troppo sostenuta, ma la vera differenza la fa ovviamente Tomas, il quale disintegra ogni tipo di concezione e tecnica. Thordendal ci mette anche del suo, facendo piangere la sua otto corde e portando la mente umana allo sfinimento, arrivando alla più totale follia. Qualsiasi cosa tentiamo di fare per alleviare questa sofferenza si rivela pressoché inutile, così come è totalmente futile provare ad opporre qualsiasi tipo di resistenza. Un meccanismo indotto che non fa altro che accrescere la potenza della morte, la quale trae giovamento in ogni nostra goccia di sangue versata. Il destino è ormai scritto e la nostra rovina è li impaziente ad aspettarci. Il lavoro della band non conosce momenti di cedimento e si rivela mostruoso soprattutto al cospetto di un pubblico che non vedeva l'ora di ricevere questa scarica di violenza e tecnica. La voce di Kidman diventa ancora più devastante ed il sound si rivela essere ancora più cupo e penetrante. Questo individuo maligno ad un certo punto decide di rivelarsi mostrandoci il proprio volto, sgranando gli occhi concludendo questo rituale malato che gli provoca una esaltazione fuori dal comune. Lui è come un dio, seduto comodamente comandando ogni cosa. Se ordina di sanguinare noi lo faremo, se ordina di morire noi lo faremo. E' lui che decide il nostro futuro ed ha il potere di scegliere se farci vivere o morire. Se saremo fortunati ci vorrà per servirlo ma dovremo assecondare ogni sua volontà, anche quella più crudele. Il pezzo si arresta improvvisamente lasciando libero solamente un arpeggio malatissimo che ci porta in una stanza faccia a faccia con lui. Improvvisamente Bleed esplode nuovamente, consegnandoci un assolo e concludendosi con una mazzata sonora degna del peggiore degli incubi. Non c'è molto da dire su questo brano se non il fatto che i fans attendono l'esecuzione di Bleed come una benedizione. Lo attendono sempre con ansia e quando i Meshuggah lo propongono è pura goduria.

Demiurge

Altro brano sempre atteso con grande soddisfazione è "Demiurge (Demiurgo)". Estrapolato da Koloss, anch'esso è diventato con il tempo, un pezzo che non può non essere eseguito dal vivo. Il Demiurgo è un semidio che venne descritto per la prima volta da Platone attraverso il Timeo. Platone lo definisce come un artigiano che fa da tramite tra il mondo delle idee e quello della materia. La sua è una figura importantissima perché senza questo dio ogni cosa non ha probabilità di nascita. Attenzione però, stiamo parlando di una figura plasmatrice e non creatrice, in grado di cambiare forma alle cose ma non di crearle. Introdotta da un suono artificiale cupo e minaccioso, ci mette veramente ben poco a mettere in chiaro le cose: cercare di assalire l'ascoltatore ma con grande delicatezza e rispetto. Le ritmiche sono come al solito pesantissime, ma il pregio è che sono dannatamente belle ed affascinanti. Il cantato è affilatissimo ed aggressivo, ma è il sound generato dalla band la vera ciliegina sulla torta. Abbiamo dunque a che fare con questo dio che proprio a modellare delle figure che apparentemente risultano essere incompatibili tra di loro. Portati in una nuova dimensione, prova ad incastrare dei quadrati attraverso dei cerchi, provando anche a succhiare vomito come se fosse del miele. Un essere supremo e malevolo viene descritto in questo caso, il quale non è altro che la nostra perfetta nemesi. Diventa così un profeta dell'estinzione facendo di proposito aumentare a dismisura il terrore in ognuno di noi. Essere catapultati in un nuovo mondo diventa quasi una liberazione vera e propria e la si può descrivere benissimo con una sola parola: schiavitù. Questa pratica serve a lui per porre fine ad un qualcosa che ancora non è riuscito a plasmare come avrebbe voluto, quindi di conseguenza, il suo intento è quello di ripartiree da zero in maniera tale da sistemare le cose come ha sempre voluto. Demiurge è un sublime esempio di arte messa in musica, il quale in sede live assume una rilevanza incredibile e diventa una esperienza quasi mistica. Un brano forse tra quelli più accessibili tra quelli composti dalla band, ma è anche uno di quegli esempi in cui ci viene mostrato che si può estrarre un piccolo gioiello senza lavorazioni particolarmente elaborate. Potente, pesante, annichilente, ma anche pulito, coinvolgente e perfettamente adatto ad un contesto, quello dal vivo, che non può lasciare certo indifferenti.

New Millennium Cyanide Christ

Ora spostiamo la nostra attenzione su uno dei capolavori della band di Umea, ovvero Chaosphere e lo facciamo attraverso la mostruosa "New Millennium Cyanide Christ (Il Cristo al Cianuro del Nuovo Millennio)". L'inizio non poteva che essere dirompente. E' come se uno schiacciasassi entrasse nel nostro cervello e lo frantumasse senza troppi fronzoli. Questo fare tabula rasa della mente umana, permette l'avvenire della rinascita di Cristo. Una resurrezione però diversa, distopica, tecnologica, dove esso si libera definitivamente della carne umana e di tutto ciò che può essere definito organico. Si innalza ad un nuovo livello mai provato prima, dove arriva addirittura ad autoinfliggerci delle fratture per poi sostituirle con materiali altamente resistenti. Nelle proprie vene non vedremo più scorrere del sangue, ma dell'ossido di alluminio metallico. Una sostanza che, al contatto dell'ossigeno, provoca una reazione la quale lo trasforma nel suo stesso ossido. I suoi occhi non saranno più quelli di cui eravamo abituati ma saranno sostituiti con due più efficienti fusibili. Una cecità indotta insomma, per poter non vedere più qualsiasi tipo di distruzione. La band è una macchina da guerra che non lascia proseliti, ma ad un certo punto veniamo travolti da una linea melodica desolante sorretta perfettamente dal continuo appesantirsi del sound. L'aria improvvisamente diventa irrespirabile e tremendamente arida e sembra farci soffocare. La mutazione va avanti ed arriviamo al punto dello strappo violento del derma ed alla disattivazione totale del dispositivo ricettivo audio, in modo da annullare qualsiasi tipo di paura e non ricevere quindi più alcun suono che possa far pensare al dolore ed alla infelicità. L'assolo di Thordendal è tanto geniale quanto fuori di testa, il quale riesce a tramutare la propria pazzia in note schizofreniche che sono capaci di metterci davanti al nuovo aspetto di Cristo. Terminato questo bellissimo intermezzo, la band diventa se vogliamo ancora più spietata. I Meshuggah non ci mettono molto a metterci sulle spalle il peso del mondo, perché la sensazione che si viene a provare in questo frangente è proprio quella. La schiena inizia a spezzarsi, ma bisogna resistere fino alla fine altrimenti non sopravviveremo. Dopo un ultimo controllo delle proprie funzionalità, il nuovo Cristo è pronto per salvare nuovamente l'umanità ed invita noi a seguirlo nella sua nuova eternità. Non ci è ancora stato rivelato il suo nuovo piano di salvezza e forse questa cosa è un bene. Sì, perché una volta rivelato non potremo più sfuggirgli. La sua intenzione è purtroppo quella della cancellazione totale dell'umanità. Una sorta di estrema pulizia totale che profuma di atroce dolore. Forse in fondo lo fa per il nostro bene ed è giunto il momento di rispondere a tutte le nostre malefatte. La migliore soluzione quindi non può che essere questa. Se su disco la sensazione provata arrivati alla fine del brano è quella di totale smarrimento, immaginatevi questa sensazione amplificata mille volte. Il rischio di rimanerci secchi è veramente alto.

Dancers To A Discordant System

E' il turno di "Dancers to a Discordant System (Danza di un Sistema Discordante)" dove l'arpeggio posto inizialmente non ha chissà quale valenza, perché la chitarra distorta che viene immediatamente dopo è talmente fuori di testa che sembra quasi essere stata messa li per caso. Tutta la band ora si avvia, proponendoci un ottimo mid tempo caratterizzato da suoni leggeri campionati conditi dalla solita mostruosa tecnica individuale. Jens parla sottovoce impersonificando un'entità che ci consiglia di ascoltare attentamente la melodia nascosta, dove dalle note si può scovare l'essenza delle menzogne che dobbiamo sorbirci ogni singolo giorno. Davanti a noi vengono innalzate delle catene che hanno la funzione di sottomettere l'ignoranza che ormai si è propagata a dismisura. In questo valzer di dolore, delle mani insanguinate guidano la musica intrappolandoci in un turbinio fatto di stonature. Ha così inizio lo spettacolo che non avrà mai una reale fine, perché impostato su modalità continua che non si può interrompere. Iniziamo così questa danza in assoluto silenzio, un silenzio assordante per via dei dolori a noi provocati e con la consapevolezza di poter abbandonare per nessun motivo questo ballo. Non conosciamo i passi, ma non sono ammesse nemmeno domande a riguardo. Non ci resta che chiudere gli occhi e lasciarci trasportare dalla musica in totale sofferenza. In fondo è solamente un gioco, un gioco segreto che viene condotto da mani di cui ci fidiamo ma che rimangono pregne del sangue appena versato. Ma se quindi ci fidiamo ugualmente vorrà dire che qualcosa contiamo? Niente di più sbagliato dato che non riusciamo a capire che siamo solamente polvere. Il comparto ritmico tira queste catene e ci fa letteralmente danzare tirandone le fila. Come fossimo dei burattini, non riusciamo e non possiamo reagire, ma solamente lasciarci trasportare da quello che la band vuole che facciamo. Le urla di Kidman sono assurde ed il basso, è incessante anche se un po' troppo nascosto in certi casi. L'assolo successivo è il coronamento di un rituale pericolosissimo e la platea non vede l'ora di essere sacrificata per versare ancora più sangue di quello già versato. Il vero scopo di Jens e soci è quello di farci provare una umiliazione pubblica e vuole che cadiamo sotto i colpi del peso delle nostre colpe. Lo sforzo che dobbiamo sopportare ci porta allo stremo delle forze, eppure nonostante questa esperienza saremo li sempre in prima fila per il prossimo spettacolo. Eppure nonostante tutto nutriamo in fondo un po' di fiducia verso qualcuno, ma se crediamo verremmo ingannati, se confidiamo verremmo traditi e se parliamo verremmo uccisi. Brano di potenza controllata, come una bestia che viene domata abilmente sia dalla band che dal pubblico presente. Anche se fin troppo lienare, gode comunque di momenti brillanti che non stancano mai, anche se dieci minuti non sono facili da digerire per tutti.

Mind's Mirror/In Death Is Life/In Death Is Death

Passiamo a Catch Thirtythree con la tripletta "Mind's Mirrors (Specchi Mentali) - In Death is Life (Nella Morte è Vita) - In Death is Death (Nella Morte è Morte)". Un rumore costante trasuda desolazione da tutti i pori ed una sensazione di vuoto non fa altro che alimentare questa tremenda sensazione. Il pezzo gode di uno stop prolungato. E' come se i Meshuggah non volessero più attaccare i presenti con sonorità devastanti, ma si concentrano esclusivamente a demolire la nostra salute mentale con un effetto vocoder veramente impressionante e riuscitissimo. Non è un cantato, non è la voce del singer. E' qualcosa che proveniente direttamente da dentro ognuno di noi. La nostra anima affamata sta letteralmente rosicchiando le nostre ossa, ma il nostro esoscheletro vuole in qualche modo proteggere il nostro pensiero. Il nostro io però, quello che si annida nelle profondità più remote della nostra coscienza, vuole scardinare questo guscio che lo imprigiona impedendogli la sua libertà. Ci riflettiamo in questo ipotetico specchio e quello che vediamo è proprio l'azione distruttiva che questo ego sta per compiere. Ora non vuole più vivere nella nostra ombra, è arrivato il momento per lui di liberarsi e prendere vita. Una volta uscito, quello che ci rimane è una sensazione di vuoto assoluto. E noi rimaniamo li impotenti senza riuscire a dire o fare più nulla. Un viaggio a testa bassa verso la disperazione totale dove veniamo accompagnati dalla band con estremo terrore. Le chitarre prendono improvvisamente spessore, così come la sezione ritmica assume un ruolo fondamentale per l'economia del pezzo. Le urla diventano assurde e soffocanti condannandoci ad una vita immersa nel caos. Circondati da folle di solitudine, veniamo calpestati come inutile terra sotto i piedi. Cerchiamo di assorbire la nostra morte e dove una volta vedevamo con grande soddisfazione un mondo pieno di vita e di colori, ora dobbiamo affrontare gli spasmi monocromatici improvvisi che gli dei ci presentano nel loro personale mondo. La morte è la vita e la vita è la morte. Essa non è la fine di tutto, ma solamente un passaggio da un tipo di esistenza all'altro. Sembra una cosa assurda mettere in contrapposizione due parole diametralmente opposte, ma non è così del tutto assurdo. Non è detto insomma che la morte cancelli ogni cosa. Può esserci effettivamente una vita "diversa", fatta di spiritualità, ma nessuno è mai tornato indietro per poterci dire cosa ci aspetta dopo. Il suono torna ad essere pesantissimo e sebbene le grida del singer siano sempre sull'orlo della follia, ci troviamo in questo mondo così grigio e cupo a rispendere di un colore acceso e luminoso. Siamo così facilmente individuabili, così facilmente rivendicati in un dominio dove tutti sono una facile preda. La sezione ritmica rallenta vistosamente, mentre le due chitarre ci trascinano in un vortice malato nel quale i nostri pensieri così accesi diventano un faro per il dio-cacciatore. Una sezione strumentale devastante accompagna gran parte di questo spezzone con risultati ovviamente annichilenti. Non aspettatevi però che tutto fili via così liscio. Quando il suono inizia a diventare quasi caotico, la chitarra di Hagstrom si ritrova improvvisamente da sola e traccia una via disperata che viene illuminata da un leggerissimo arpeggio. Il tutto sembra essere studiato apposta per allentare un po' la tensione ma il risultato ottenuto è esattamente l'opposto. Immaginate per un attimo di essere al sicuro da un qualcosa di estremamente pericoloso che vi sta dando la caccia ed immediatamente vi rendete conto che questo pericolo vi ha fatto credere di essere salvi per poi attaccarvi alle spalle e distruggervi. Ecco, in sostanza è proprio questo che succede e la band è abilissima a rendere reale tutto ciò. Siamo abituati a vederci in un unico modo, ma risucchiati nel vortice infinito della vita, si viene catapultati nel mondo dei morti. Qui capiamo che la nostra origine deriva proprio dalla fine della nostra esistenza. Tra accelerazioni improvvise e rallentamenti assurdi, i Nostri riescono a destabilizzare anche l'aria che respiriamo. Essendo Catch concepito come un album dall'unico brano, i tre pezzi qui proposti si adattano benissimo nell'essere eseguiti come una unica entità, con risultati eccellenti.

The Last Vigil

Con "The Last Vigil (L'ultima Veglia)" si conclude questo nostro viaggio attraverso il primo live album dei Meshuggah, e lo fanno con un brano strumentale tratto da Koloss dotato di una grande delicatezza. Una delicatezza che però è estremamente pericolosa. Gli arpeggi ed il basso sono miscelati benissimo e danno quasi assuefazione. La sua pericolosità è forse proprio questa: l'essere così leggera da creare terra bruciata intorno a sé. L'alone di desolazione e dispersione è sempre ben presente e tutta questa meravigliosa melodia ci porta inconsciamente in un luogo isolato privo di vita. Non esiste un accompagnamento ritmico; siamo solo noi a lottare per la vita senza l'aiuto di nessun altro. Si può pensare, riflettere, pianificare o semplicemente fantasticare, ma prima o poi la follia entrerà dalla porta principale e farà di noi tutto ciò che essa vorrà.

Conclusioni

Ora la domanda che tutti vogliono fare è la seguente: era necessario pubblicare un album dal vivo per una band come i Meshuggah? Bhé la risposta non può che essere affermativa data l'indubbia qualità del prodotto e l'altrettanto indubbia qualità di una band che proprio in sede live non fa altro che confermare tutto, ma proprio tutto, quello che di buono riescono a mettere su disco. Devo dire che immagino non sia stato semplice scegliere i brani da inserire in questo contesto e devo anche dire che dispiace non aver incluso pezzi tratti dai primi lavori. A parte uno tratto da Chaosphere si sente la mancanza di Future Breed Machine per esempio ed è un vero peccato. Nonostante questo piccolo appunto, ho trovato tutto molto gradevole e ben confezionato. I suoni sono più che buoni, il pubblico si sente quel tanto che basta senza essere troppo invadente e la band è maestra nel coinvolgere solamente con la loro musica chiunque sia li a guardare lo spettacolo. Ho trovato anche ottima l'idea di inserire anche un DVD per vedere e non solo per ascoltare, quello che i Nostri sono in grado di fare. Ovviamente non è come essere li presenti perché l'impatto che la band eroga con tanta potenza è una cosa incredibile. Però diciamo che rende benissimo l'idea di come siano una macchina molto ben oleata ed organizzata, di come individualmente siano dannatamente eccellenti nel condurre i propri strumenti dove vogliono loro e far convogliare tutta una carica demolitrice che arriva e si insinua nel corpo e nelle ossa di chiunque. La cosa più preoccupante è che parlano tanto di viaggi mentali e situazioni al limite della follia umana e riescono con estrema bravura a spingerci verso il baratro psicologico senza nemmeno farcelo accorgere e con una semplicità disarmante. Vedendo questa meravigliosa band dal vivo, che lo si voglia oppure no, si entra nel loro malato mondo. Non fanno muro e non oppongono nessuna resistenza, anzi, ci spalancano le porte volutamente per farci rendere conto di quanto sia assurda l'umanità stessa. Penso che dopo molti anni di attività costellati da dischi sempre meravigliosi con punte di altissimo livello grazie a veri e propri capolavori, sia anche doveroso verso i fans regalare un qualcosa che possa rimanere una testimonianza vera e genuina di una band che non è certo assimilabile a tutti, ma che per quelli che hanno un attaccamento particolare verso Kidman, Thordendal, Haake, Hagstrom e Lovgren devono avere tra le proprie mani. Credo anche che per musicisti di questo calibro non ci sia bisogno di chissà quali effetti speciali per essere apprezzati. Certo esistono delle realtà che fanno dello spettacolo vero e proprio un prolungamento naturale della propria arte, come per esempio i Rammstein, ma altri lo fanno per nascondere certi limiti che verrebbero a galla immediatamente senza qualche sotterfugio. Ecco, i Meshuggah non hanno bisogno di tutto questo perché loro sono semplicemente straordinari in quello che fanno. E quello che fanno è meraviglioso. Tecnicamente ineccepibili, dannatamente chirurgici in ogni loro passaggio, praticamente perfetti in ogni frangete. Signori, questi sono i Meshuggah.

1) Swarmer
2) Swarm
3) Combustion
4) Razional Gaze
5) ObZen
6) Lethargica
7) Do Not Look Down
8) The Hurt that Finds You First
9) I Am Colossus
10) Bleed
11) Demiurge
12) New Millennium Cyanide Christ
13) Dancers To A Discordant System
14) Mind's Mirror/In Death Is Life/In Death Is Death
15) The Last Vigil
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