MESHUGGAH

Koloss

2012 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
13/02/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione

Osservando la cartina geografica dell'Europa, notiamo quanto il nostro continente sia pieno di nazioni diverse tra di loro. Esistono paesi dal clima mediterraneo di cui fa parte la nostra amata Italia, ci sono nazioni che pur non essendo particolarmente blasonate sanno offrire dei luoghi suggestivi e poetici. Alzando lo sguardo verso l'alto, un brivido di freddo polare accarezza la nostra schiena al solo leggere quei luoghi che fanno parte dei paesi scandinavi. Posti bellissimi da visitare, consapevoli del fatto che le temperature, soprattutto d'inverno, sono quasi proibitive. Ma quello che queste terre meravigliose offrono è un qualcosa di impareggiabile a livello artistico/naturale. I nostri occhi scrutano le bandiere di vario genere, colorate, a volte curiose, ma una in particolare attira la nostra attenzione. Una croce orizzontale gialla posta su di uno sfondo azzurro fa da calamita al nostro cuore metallico, il quale si emoziona per la quantità e la qualità che musicalmente la Svezia ha sempre dato al genere il questione. Una band in particolare, nel 1989 si presentò al grande pubblico prima con una demo dal titolo Ejaculation of Salvation, e poi con il primissimo ep denominato semplicemente Meshuggah. Inconsapevoli forse del fatto che quel vinile distribuito solamente in mille copie potesse diventare una vera e propria rampa di lancio per la band di Umea, i Nostri si distinsero immediatamente portando il genere thrash non ad un livello successivo, ma bensì ad un livello splendidamente personale. L'influenza della Bay Area si sentiva eccome nei loro primi lavori, ma era presente un qualcosa di magico, di diverso. E' come se un nuovo genere fosse stato trapiantato in un terreno fertile ed annaffiato pazientemente prima di fiorire in tutto il proprio splendore. I Meshuggah non si sono certo accontentati di essere considerati i padri fondatori del djent, ma hanno sempre e costantemente cercare di migliorare la loro proposta musciale di album in album senza mai e poi mai sedersi sugli allori. Il distacco dalle influenze thrash fu praticamente quasi immediato; è come se il figlio di uno specifico genere fosse stato fino a quel momento nutrito ed accudito ed una volta diventato maturo abbia deciso di prendere la propria strada facendo affidamento solamente a se stesso. Koloss, questo è il nome del disco che andremo ad analizzare, è il figlio di una evoluzione fortemente voluta dalla band, ma che è arrivata in un modo estremamente naturale. Il loro potenziale lo avevano già ampiamente espresso tramite lavori a dir poco eccezionali. Quel Chaosphere datato 1998 era un capolavoro di inventiva che andava a scavare ancora più a fondo nella mente mente umana di quanto non avesse fatto il suo immenso predecessore Destroy, Erase, Improve. Arrivati a quel punto i Meshuggah non avevano già più nulla da dimostrare a nessuno, eppure prima con il monolitico Nothing, poi con l'ep I, davano dimostrazione di avere una capacità di mutare e sperimentare come mai nessun altro. I era semplicemente un brano lungo venti minuti in cui Thordendal e compagnia ripercorreva magistralmente quanto appreso durante il loro percorso evolutivo consegnando alla stampa ed al grande pubblico un qualcosa di immenso. Catch Thirtythree era un album completo che ricalcava in qualche modo l'esperimento fatto con quel ep consegnandoci un pezzo unico suddiviso in sezioni solamente per volontà della casa discografica. Poi arrivò ObZen che segnò nuovamente un ulteriore e naturale processo di come i Nostri siano in grado di sorprendere ed emozionare. Ora con questo nuovo platter ci ritroviamo a parlare di una band che dal proprio cilindro vuole presentarci fin dal titolo un qualcosa di...colossale. Lo stesso batterista Tomas Haake non pone limiti alla propria fantasia ed avverte fin da subito che questo album non è adatto ai deboli di cuore. E' quindi con un certo timore che ci avviciniamo al cd, lo scartiamo con estrema cautela e lo inseriamo nel nostro fidato lettore. Forse possiamo solamente intuire cosa ci si può aspettare dai Meshuggah, ma è altrettanto vero che non sapremo mai cosa possa uscire dalle nostre casse finché non avremo premuto il tasto play. Fate un lungo respiro, rilassatevi per bene e cercate di assaporare la pace che vi circonda; perché molto probabilmente sarà l'ultima volta che si sentirete voi stessi.

I Am Colossus

Il brano di apertura è quello presentato pochi giorni prima sotto forma di singolo. Stiamo parlando di "I am Colossus (Io sono Colosso)", ovvero una creatura colossale che nello specifico prende la forma di un Leviatano. Il re di tutte le creature marine, il quale viene citato anche nell'antico testamento e descritto come un enorme serpente marino. La figura del Leviatano è molto affascinante e addirittura si ritiene che sia una sorta di mutazione della dea di tutti i mari, ovvero il Tiamat. Questa creatura sembra voler uscire dalle acque salate come se per troppo tempo fosse stata in letargo, in attesa del momento propizio per poter manifestare tutta la propria potenza. Ed è compito dei Meshuggah risvegliarla da questo torpore tramite chitarre monolitiche e urla strazianti. Le ritmiche sono lentissime, proprio come a voler simulare lo strisciare impetuoso ed inarrestabile del possente mostro. La batteria non è altro che uno strumento motorio e devastante che avanza senza sosta e che non conosce ostacoli. Con il suo incedere così pesante ed implacabile accompagna a meraviglia basso e chitarre che sprigionano una tale forza distruttiva da rimanere basiti. Il nostro stupore nel vederlo emergere con tale prepotenza manifestandosi in tutta la sua splendida forza, non fa altro che alimentare la sua fame di distruzione e vendetta. Non è solamente il re delle acque marine ma è il sovrano dei nostri sogni che è stato evocato dalle nostre più profonde paure, ed ora è li davanti a noi a reclamare il suo impero. Lo serviremo e lo asseconderemo, e sanguineremo per lui. Il sound diventa più corposo e gli strumenti sembrano fondersi per inspessire la pelle del colosso. Ora è inarrestabile perché prende le redini della vita e della morte. Ci verrà concesso di decidere il nostro destino: o morire schiacciati dalla sua forza, oppure uccidere per lui. Le chitarre di Thordendal e Hagstrom patiscono le pene della sofferenza e lacrimano sangue alimentando questa tremenda creatura. Le nostre ferite non guariranno mai perché quelli che metteranno in dubbio la sua esistenza saranno puniti con fiumi di sangue ed accresceranno la potenza del suo regno. Le grida di Kidman sono assolutamente devastanti, forse le più pesanti mai concepite dalla propria voce, e soprattutto quando scandisce la frase I am Colossus si ha quella netta sensazione di trovarsi di fronte ad un qualcosa di estremamente forte e gigantesco. La band non spinge mai, ma preme sul fattore emotivo appesantendo un suono già di per sé assurdo, facendolo diventare ancora più profondo e monolitico. Il Leviatano non è altro la manifestazione visiva delle nostre paure, delle nostre menzogne ed una volta immaginato viene automaticamente concepito ed è pronto a dare sfogo a tutte le atrocità accumulate nella nostra mente. Queste sensazioni negative appartengono a noi fino a quando non prendono le mostruose sembianze, ed è in quel preciso momento che siamo noi ad appartenere a lui e non viceversa. I am Colossus è un'opener che destabilizza tanta è la pesantezza che ci viene messa sulla spalle ed è un brano che va ascoltate più volte per poterne assimilare ogni tipo di sfumatura. Le liriche sono molto interessanti riuscendo a dare vita alle nostre paure sotto forma di creatura tanto mostruosa quanto letale se non controllata. Questa song ha anche goduto di una trasposizione video, il quale vi consiglio di guardare perché come lo stesso pezzo è assurdo ed alienante.

The Demon's Name Is Surveillance

La doppia cassa di Haake porta la violenza ad un livello superiore mentre le chitarre svolgono la funzione di uno schiacciasassi. Così parte "The Demon's Name Is Surveillance (Il nome del Demone è Sorveglianza)", spietata, assurda è geniale. Il ricordo di un brano quale Bleed salta immediatamente alla mente, ma la band qui preme in maniera così devastante da farci rimanere annichiliti tanta è la potenza sprigionata. Se crediamo che nella vita di tutti i giorni possiamo fare qualunque cosa senza essere troppo osservati ci sbagliamo di grosso. Esistono delle sentinelle nel cielo che ci osservano costantemente e che si nascondono nei cieli anneriti dove non possiamo nemmeno notarli. Loro ci vedono, osservano tutto, vedono attraverso i nostri sogni e seguono ogni nostra singola mossa. Sono dei demoni creati dall'uomo stesso, progettati per controllarci a nostra insaputa. In ogni istante veniamo messi sotto osservazione da chi crede che il controllo sull'umanità sia la cosa migliore per spiare la nostra razza. Ogni strumento tecnologico è studiato appositamente per permettere a loro di controllare ogni nostra mossa, violando così ogni tipo di privacy. Ogni dispositivo assume le sembianze di un grande occhio meccanico che controlla e studia fino a quando non viene fatto un passo falso. Passo falso che non viene contemplato dalla band di Umea, la quale tramite le grida disumane di Kidman da sfogo a tutta la propria rabbia verso una situazione che lentamente sta sfuggendo di mano. Il lavoro di Thordendal e Hagstrom è un qualcosa di estremamente violento, ma la sezione ritmica erge un muro sonoro invalicabile. Distruttivi e spietati, i Meshuggah rimarcano il fatto che questi individui ormai non solo conoscono ogni nostro segreto, ma lo posseggono. Sanno ogni nostro errore, sanno ogni nostro diritto e sanno i nostri peccati più nascosti. Sorvegliare abusivamente sarebbe un grosso reato, ma il problema principale è che ormai viviamo in un'epoca dove troppe persone possono permettersi di fare quello che vogliono senza che qualcuno possa fermarli. E poi c'è anche una questione che probabilmente è quella più importante ed anche quella più grave: non esistono delle spiegazioni plausibili per tali comportamenti e le poche informazioni che ci vengono date sono talmente frammentarie e per niente esaustive che quasi non ci preoccupiamo di quanto ci stia accadendo intorno ogni songolo giorno. Ed è anche colpa nostra, perché tutti si lamentano della violazione della nostra privacy, ma in realtà nessuno prende contromisure reali per cercare per lo meno di arginare questo grave fatto. Come di consueto troviamo l'assolo malatissimo di Thordendal, e seppur di breve durata annulla in qualche modo le frequenze che cercano di osservare il nostro operato. Il brano è un'escalation di violenza sonora che mette immediatamente in chiaro che i Meshuggah con questo disco fanno dannatamente sul serio, rischiando di annientare l'ascoltatore.

Do Not Look Down

Decisamente meno violento è l'inizio di "Do Not Look Down (Non Guardare Giù)", dove troviamo una chitarra secca e compressa che con l'ausilio di un drumming lento e ragionato andiamo a trovare un sound decisamente pesante che si appoggia sulle nostre spalle e ci schiaccia senza troppe preoccupazioni. Con un cantato decisamente più controllato, Kidman e soci ci spronano a sforzarci per raggiungere i nostri obbiettivi. Quelli che ognuno di noi si prefissa nella propria vita, ma che per un motivo o per l'altro vengono abbandonati alla prima difficoltà. "Diventa l'essenza dei tuoi obbiettivi" recita Jens, dove siamo noi stessi la linfa vitale per poterli raggiungere. Il sound non accenna alcun tipo di accelerazione, ed è proprio questo che lo rende così alienante e riflessivo. Le soluzioni chitarristiche non sono particolarmente elaborate ma sono di una efficacia terrificante. E' come se a bordo di un'auto stessimo percorrendo una strada verso i nostri sogni sempre a quella velocità. Una velocità media che però nessuno può farla rallentare, arrivando così al nostro obiettivo. Non bisogna mai fermarsi davanti alla superficialità delle cose, ma bisogna imparare a scavare a fondo per comprenderne la vera essenza. Viviamo in un mondo in cui ci viene mostrata ogni cosa in maniera scintillante ed accecante, facendolo diventare così il prodotto tanto desiderato. Così è anche la vita, dove tutto ci viene mostrato così terribilmente facile da raggiungere che ne perdiamo il vero senso. La band percorre imperterrita una strada musicale che conosce poche variazioni, ma il risultato è veramente piacevole e soprattutto fa riflettere su cosa saremmo disposti a sacrificare per arrivare in fondo al nostro percorso. "Chi tradiresti per proteggere i tuoi sogni?" perché arriverà il momento di fare delle scelte, ed allora arriveremo ad un bivio dove dovremo essere noi a decidere in che direzione andare e non qualcuno al nostro posto. Incorreremo anche a fare qualche peccato, ma ce ne saranno alcuni che saremo costretti ad evitare per poter proseguire. L'importante è non guardare mai verso il basso quando inizieremo la nostra scalata, e impareremo a non guardarci indietro, lasciandoci tutto alle spalle. I rimorsi non sono contemplati, bisogna andare dritti per la propria strada senza mai voltarsi. Scopriremo sicuramente qualche spiacevole verità, ed è in quel momento che mostreremo la nostra forza nel voler a tutti i costi raggiungere il nostro obbiettivo. Le chitarre ad otto corde non sono mai stati così pesanti nello spargere avversità in un percorso già di per sé difficile. Ottimi i riff, assassina la sezione ritmica e convincente sotto ogni punto di vista la prova vocale del singer.

Behind The Sun

L'arpeggio apparentemente soft che introduce "Behind the Sun (Dietro il Sole)" è quanto di più ingannevole non ci sia. Il sound esplode non tanto violentemente ma con una pesantezza assurda da schiacciare la nostra mente. I chitarristi si tramutano in spietati giustizieri, mentre la sezione ritmica tortura la materia grigia fino a farla esplodere. Ma la mazzata finale ci viene data dal cantato di Jens, il quale ci introduce in un mondo dove esiste il governatore assoluto delle nostre paure. Le profezie sulla corruzione degli uomini si sono ormai avverate ed emergono tutte quante insieme con il solo schioccare delle dita. Le sue inclinazioni malvagie sono avvolte nelle bugie, e con il passare del tempo si sono evolute ed ingigantite in maniera spropositata. La sua dimora è un rifugio oscuro, dove nessuno può trovarlo o stanarlo. Ha il potere di tenere in mano chiunque, governandolo a proprio piacimento e portandolo alla schiavitù tramite violenza e rancore. Il ritmo costantemente lento e soffocante tende a portare alla pazzia e ci sbatte in pieno volto una figura alquanto spregevole ed ingannevole generata dalla falsità di ognuno di noi. Le urla strazianti di Kidman sembrano viaggiare sul velluto generato dai propri compagni, i quali non si fanno scrupoli a martoriare l'ascoltatore generando proprio quella violenza descritta dalla band. Haake prova ad inserire delle parti di doppia cassa facendo risultare il tutto un pochino meno oscuro, ed invece ottiene esattamente l'effetto contrario. Figura suprema, sublime e divina; un monarca fantastico ed un uomo di dominio che otterrà tutto quello che vuole. Il sound si arresta per un bravissimo momento dove possiamo solo udire i piatti di Tomas che introducono in sostanza una seconda parte di song che cambia leggermente tono ma non impostazione. Cambia anche il giudizio verso colui che vuole vedere nei nostri occhi la sofferenza, arrivando ad osannarlo e ad invitarlo a coltivare i propri rasoi per poter lacerare la carne in modo da guidarci, controllarci e governarci consegnandoli così le redini della nostra vita. Siamo arrivati insomma ad adorare questo tiranno e dato che i nostri tentativi di opporre resistenza si sono rivelati vani, una volta al suo cospetto ci inchineremo dinanzi a lui ancor prima che esso venga incoronato. Ora il sound si fa più caotico, un caos sapientemente controllato e tenuto ben saldo nelle loro mani in modo da rilasciare questa violenza un poco alla volta; giusto il tempo di abituarci prima di sferrare il colpo finale. Diciamo che Behind the Sun è un brano tipicamente Meshuggah style, dotato di una grande personalità che riesce nell'intento di demolire letteralmente ogni tentativo di resistenza verso un qualcosa che abbiamo tendenzialmente generato noi e che ormai ci è sfuggito di mano. Ottima come sempre la prova dei musicisti, i quali non sperimentano troppo ma vanno diretti al sodo costruendo un muro di cemento armato impossibile da scalfire.

The Hurt That Finds You First

Con una rullata secca e decisa, il sound di "The Hurt That Finds You First (Il Dolore che ti Trova Prima)" esplode con una ritmica fin da subito forsennata e violenta. Si rimane quasi spiazzati dalla foga espressa dalla band già dalle prime battute, dove troviamo dei riff velocissimi ed una voce che dire aggressiva è veramente poco. I Meshuggah sprigionano rabbia e potenza, ma è soprattutto il dolore fisico ad emergere prepotentemente. La vita non è altro che un gioco, dove l'unica vera realtà è il dolore che è capace di manifestarsi in moltissime forme tutte atte a farci del male in un modo o nell'altro. Cerchiamo dunque di fuggire in qualche maniera da quello che sembra essere un sicario in continua ricerca di vittime, ma ovunque noi andremo a nasconderci lui ci troverà sempre e comunque. Con tutta la buona volontà e la determinazione del caso, magari riusciremo ad alleviare le nostre sofferenze per un breve periodo, ma quando verremo trovati allora sentiremo il coltello che lentamente penetrerà nella nostra carne e nella nostra mente, e lo sentiremo girare più volte fino a squarciare le nostre convinzioni. In quei momenti avremo delle visioni distorte e dolorose della nostra esistenza, assaporando a nostro malgrado la rovina e la vita stessa che si frantuma davanti ai nostri occhi. Il sound rasenta a volte lo stile del death metal tipicamente svedese, ma la band riesce a farlo suo alla propria maniera, rendendo il tutto più pesante e crudele all'ascolto. Haake è un cavallo imbizzarrito dietro il proprio drum set, mentre le due chitarre di Thordendal ed Hagstrom macinano morte e distruzione ad ogni loro riff. Violentissimo è il cantato di Kidman decretando la fine della vita. E' una lotta già persa in partenza e non resta altro che arrendersi. Arrivano sicuramente i momenti di gioia, dove uno riesce a trarre un attimo di sollievo pensando che il peggio sia passato. Magari è giunto il momento di godersi la propria esistenza, magari è arrivato il momento della svolta e non pensiamo più di dover soffrire perché forse lo abbiamo già fatto abbastanza. Ecco invece che puntualmente si viene soffocati anche dalle parole stesse, le quali sembrano essere un virus che contamina la nostra felicità. L'unica soluzione sarebbe trovare la gioia nella paura stessa, incanalandola nei nostri pensieri trovandone il lato positivo e costruttivo. Il problema è che non ci abitueremo mai a convivere con la paura ed il dolore, perché lui è li pronto ad attaccare come una belva inferocita al minimo sentore di debolezza. "Nasconditi, sarai mio in ogni caso", non esiste un posto per poter sfuggire; possiamo al limite rimandare la sofferenza ma prima o poi sappiamo benissimo che essa ci troverà. Le liriche di questo brano terminano di fatto intorno al terzo minuto, mentre nei restanti due che separano dalla conclusione assistiamo ad una grande prova di instabilità da parte della stessa band, dove viene messo in mostra tutto il loro modo di intendere la musica. I ritmi diventano lenti ed ossessivi, e le melodie scandite da Thordendal non fanno altro che appesantire ed angosciare per tutto il tempo. Il lavoro di Tomas invece è talmente devastante a livello psicologico che a lui bastano poche e semplici soluzioni di batteria per farci andare fuori di testa. Brano sicuramente molto interessante con due facce ben distinte, dove troviamo una prima parte violentissima ed una molto più riflessiva ma sicuramente più malata.

Marrow

Bellissima l'introduzione di "Marrow (Midollo)" data da un basso ed una chitarra veramente sublimi. Il suono esplode successivamente in maniera devastante ed è pura goduria ascoltare così tanta potenza racchiusa in pochi secondi. Jens attacca alla grandissima con le sue vocals, ma le otto corde sono le vere protagoniste di questo inizio di brano. Aprono in due la testa, violentano il cervello fino a farlo sanguinare, ma è talmente esaltante da far venire la bava alla bocca. Siamo al cospetto di due entità che sono intente a fondersi perché attratti come due magneti l'uno all'altro. Uno è portatore di dolore mentre l'altro è l'incarnazione del male. Dalla loro fusione non può che uscire l'odio allo stato puro. Il portatore di dolore non è altro che la continua ricerca di profitto da parte di chi vuole vivere sulle spalle degli altri, mentre il male quello vero non può che essere la morte. Negli anni si è avuta un'escalation di queste due entità, le quali sembrano convivere fin troppo semplicemente generando di fatto dei fantasmi che non ci toglieremo mai dalle spalle. Le generazioni che andranno a popolare il nostro pianeta si troveranno di fronte una creatura da combattere che noi abbiamo cresce in maniera esponenziale ma che non ha ancora espresso tutto il potenziale distruttivo che le forme di vita avvenire si troveranno a fronteggiare. La base sonora è veramente incredibile con cambi di tempo repentini e legnate sulle gengive che si susseguono una dietro l'altra senza il benché minimo preavviso. Rimaniamo li sanguinanti in attesa che la band ci finisca una volta per tutte, ma questo non accade perché i Meshuggah vogliono torturarci per tutta la durata del brano. Ed allora Kidman e soci ci mostrano tutto il sangue versato in questi anni, ci mostrano i cadaveri di quelle persone che sono morte senza sapere che cosa stessero realmente combattendo e ci mostrano tutti quegli innocenti che sono stati presi in giro da chi avrebbe avuto il dovere di proteggerli. Tutto questo per che cosa? Semplicemente per avere un tornaconto personale. E chissenefrega se in ballo ci sono vite umane, chi se ne importa se per avere due spiccioli in più si manda in rovina una persona od una famiglia. E' una continua ricerca verso la rovina quella che molti attuano pur di vivere da re. Ma a che prezzo? Viviamo in una società che non conosce rimorso, non conosce scrupoli. La vita è diventata una continua lotta per la sopravvivenza, e solamente chi avrà la forza di aprire gli occhi potrà contrastare questo spiacevolissimo fenomeno. Haake è a dir poco mostruoso nel proporre tempi sincopati e ricercatissimi. E' una vera e propria macchina da guerra che non conosce ostacoli di sorta, così come tutta la band in questa splendida song. Marrow è genialità pura, gli assoli sono talmente alienanti da destabilizzare chiunque, ma la vara forza di questo brano è la sezione ritmica mai doma di osare ed appesantire all'inverosimile tutta la struttura portante. Stiamo parlando di un pezzo che deve per forza entrare nella playlist di chiunque ami la musica pesante, non ci sono storie. Anche quando sembra terminare, i Meshuggah ci sparano un ultimo colpo di coda che frantuma ogni singolo neurone rimasto (sempre che ne sia rimasto qualcuno), lasciandoci così a terra agonizzanti. Mi sento di dire che la sola Marrow vale il prezzo dell'intero Koloss. E' talmente appagante e spettacolare che mette i brividi ad ogni ascolto. La prova dei Nostri è a dir poco magistrale, e se fin qui abbiamo analizzato delle ottime canzoni, qui rasentiamo la perfezione. Credo che siamo di fronte alla massima espressione di quello che i Meshuggah sono oggi, ovvero degli spietati guerrieri che hanno cambiato ed inventato un genere tutto loro. Assolutamente inimitabili.

Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion

Il primo singolo estratto da questo Koloss porta il titolo di "Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion". L'introduzione gracchiante dettata dalla chitarra di Thordendal fa sicuramente ben sperare, ed infatti la macchina chiamata Meshuggah non si fa pregare nel produrre un suono a dir poco monolitico. Con questo singolo la band di Umea fa da perfetta colonna sonora ad un destino che promette di incanalare la nostra esistenza verso l'odio e la vendetta. Un desiderio malsano assale la mente ed è quello di fare solamente del male...a chiunque. Affiorano tutte le ostilità represse, e l'unico intento è quello di porre fine a tutto ciò in modo brutale. Il disprezzo e la rabbia sono solamente alcune delle sensazioni che vengono sprigionate. Dosate poco alla volta si rivelano come armi supreme da poter utilizzare a nostro piacimento solamente per produrre sofferenza. Il brano non accenna minimamente a cambiare rotta; anzi sembra voler proseguire deciso su queste coordinate così lente ed ossessive fino alla fine. Anche il cantato, pur sempre di grande effetto, non sembra questa volta troppo ispirato facendo risultare così tutto ripetitivo e troppo stucchevole. La rabbia ed il disprezzo vengono animati da suoni distorti, così come distorta diventa la nostra visione della vita. Le nostre anime vengono spolverate via attraverso continue interferenze, le quali giungono da ogni parte ma effettivamente non riusciamo a capire dove sia la sorgente. La vendetta è l'estrema conseguenza di un odio che forse per troppo a lungo è stato soffocato dalla nostra volontà, credendo forse di riuscire a domarlo per sempre. Così non è; e che sia un bene o un male è tutto da dimostrare. Potrebbe essere sicuramente un male per il semplice fatto che una volta scatenato, molto difficilmente potremmo controllare tale negatività con conseguenze a volte irrimediabili. D'altro canto potrebbe anche essere un bene perché una volta fatta uscire la "bestia" ci sentiremo sicuramente molto più leggeri e svuotati di ogni singolo pensiero. E' come se l'assassino che è presente in ognuno di noi riuscisse in qualche maniera a prendere il sopravvento sulla ragione compiendo atti indicibili che non vorremmo mai sentire. Eppure, come accennato prima, la cosa sembra piacere e la voglia di morte abbonda fino a non bastare mai. La song prova a cambiare in qualche breve frangente per poi tornare sui propri passi riproponendo quelle ritmiche che non vogliono abbandonarci per tutta la sua durata. Insomma, Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion non fa nulla per mutare forma ed il suo ascolto è a tratti veramente difficile. In pieno stile Meshuggah, il brano si fa comunque apprezzare ma è decisamente un gradino sotto a quanto ascoltato fino ad ora.

Swarm

L'introduzione di "Swarm (Sciame)" richiama appunto uno sciame di insetti. Il lavoro chitarristico è pregevole, e la sezione ritmica ci impiega ben poco a farsi viva. Le rasoiate continue che arrivano alle orecchie sono meravigliosamente pericolose e le soluzioni adottate sono veramente commoventi. L'uomo non è altro che un contenitore di insetti. Detto così sembrerebbe una cosa fuori dal comune, ma a pensarci bene effettivamente è così. Una volta decomposto, il corpo umano diventa il nido perfetto di larve e mosche che ci mangiano dall'interno fino a consumare la carne che contraddistingue la nostra razza. Qui però parliamo di un uomo vivo, un carnivoro rivoltante divenuto ormai un parassita assetato di sangue. Lo sciame che lo segue emette quella luce mortale che avvolge con un calore insperato le proprie vittime. E' li in attesa del respiro finale per poter attaccare con le proprie mandibole ogni essere di cui può nutrirsi. Maestosa ed estremamente elegante, la band di Umea ci delizia come non mai con fraseggi devastanti ed annichilenti che ci rinchiudono in una stanza senza luce per disorientarci così da sbatterci davanti tutte le nostre paure. Questo maledetto sciame affamato di morte, non siamo altro che noi stessi. Siamo noi quelli che si muovono ed architettano piani di morte e macellazione umana, ed è così da sempre. L'essere umano è un animale dotato di pensiero, ed è forse proprio quel pensiero ad essere un'arma a doppio taglio. Un'arma molto ben affilata così come lo è basso e chitarra quando assestano dei colpi micidiali proprio dietro la nuca fino a farci spezzare l'osso del collo. Come una preda veniamo circondati da mosche schifose con la bava alla bocca pronte a divorarci senza pietà. La vita dovrebbe essere una cosa preziosa, ma a volte così non sembra proprio essere. C'è chi la disprezza o chi disprezza quella degli altri, attuando crudeltà senza il benché minimo rimorso. L'assolo che ci viene proposto è quanto di più alienante e mentalmente malato ci si possa aspettare, con un continuo martellamento da parte del batterista Haake a rendere il tutto ancora più non umano. In sostanza, è come se questi parassiti volessero creare una razza tutta loro, una razza oltre che oscena, priva di ogni sentimento. L'ultima frase "Rompi il guscio salite il cielo alzati, allunga le tue ali palpitanti" segna in qualche modo il completamento di questa strana evoluzione. Anche se metaforicamente parlando, non può non saltare alla mente il film "La Mosca" di David Cronemberg del 1986, dove avviene proprio una fusione tra questo insetto ed un uomo (interpretato dal bravissimo Jeff Goldblum). Nella pellicola si vede l'autodistruzione dell'essere umano a causa della sua voglia di fare, di creare, di prendere il posto di Dio. Il risultato è quanto di più aberrante si possa pensare, con ritorsioni sul proprio essere a dir poco irreparabili. E' questo insomma che i Meshuggah vogliono farci capire. L'essere avidi a tutti i costi, il voler per forza avere senza mai dare, il voler essere sempre i migliori a discapito e non curanti degli altri, può portare solamente in una unica direzione. Il pezzo in questione è tra i migliori dell'intero disco, e così come accaduto per Marrow, ci viene mostrato un gruppo che gode di una forma smagliante.

Demiurge

Nel loro disco, i Meshuggah inseriscono anche della filosofia. Andiamo a parlare del Demiurgo, un semidio descritto per la prima volta da Platone attraverso ilTimeo. Platone lo definisce un artigiano che fa da mediatore tra il mondo delle idee e quello della materia. La sua figura è importantissima perché senza questo dio ogni cosa non ha probabilità di nascita. Attenzione però, stiamo parlando di una forza plasmatrice che trasforma, cambia, forma ma non crea. Insomma prende quello che esiste già e lo modella a proprio piacimento. "Demiurge (Demiurgo)" è complessa nella sua esistenza, ma è dannatamente affascinante. Introdotta da un suono artificiale, ci mette ben poco a mettere in chiaro le cose: assalire l'ascoltatore con estrema delicatezza. Le ritmiche sono pesantissimi come di consueto, ma il tutto risulta essere bellissimo da ascoltare e soprattutto non si riesce a non ascoltare il tutto senza mai interrompere. Il cantato è affilatissimo, graffiante e sentito, ma è proprio la musica in essere a risultare pura goduria per i nostri padiglioni. Haake è l'assoluto mattatore di questo brano, dove abbiamo questo dio che prova proprio a modellare delle figure che apparentemente sono totalmente incompatibili tra di loro. Portati in una nuova dimensione prova ad incastrare dei quadrati attraverso cerchi, provando anche a succhiare vomito come fosse del miele. Un essere supremo malevolo viene dunque descritto in questo caso, il quale non è altro che la nostra esatta nemesi. Diventa così un profeta dell'estinzione facendo aumentare di proposito il terrore in ognuno di noi. Diventa quasi una liberazione essere catapultati in un mondo ancora sconosciuto, dove la liberazione vera e propria si può descrivere solamente con una parola: schiavitù. Questa pratica serve a lui per firmare e sigillare una volta per tutte l'estinzione di qualcosa che non è ancora riuscito a plasmare come avrebbe voluto, e quindi il suo intento è quello di ripartire da zero in maniera tale da sistemare le cose come ha sempre voluto. Demiurge è un attentato sublime alla forma dell'arte della musica. Un brano eccezionale che va a sistemarsi sul podio tra i migliori dell'intero disco, ma anche tra i migliori della loro intera discografia. Non siamo di fronte ad un qualcosa di complesso, ma abbiamo la prova di come si possa fare un piccolo gioiello di distruzione con semplicità ed attitudine. Gli inserti sintetici sono solamente il dolce che va ad arricchire un pasto bello nutrito, del quale dovremmo solamente ringraziare per avercelo offerto. Un pezzo divenuto immancabile in ogni loro esibizione live, ed acclamato a gran voce ogni volta che si sentono le prime note. Assolutamente magistrale e potente.

The Last Vigil

Siamo così giunti al termine del nostro percorso, e ci avviamo alla conclusione con l'ultimo brano dal titolo "The Last Vigil (L'ultima Veglia)". Un brano totalmente strumentale che fa della sua delicatezza l'arma più pericolosa. Basso ed arpeggi di chitarra sono molto belli e danno assuefazione. E' proprio questa la sua pericolosità; essere così leggera da creare terra bruciata intorno a se. L'alone di desolazione e dispersione è sempre ben presente, e gli echi che troviamo nelle sonorità ci fanno apparire in un luogo ormai dimenticato e privo di vita. Non esiste nessun accompagnamento ritmico, siamo solamente noi stessi in questa terra abbandonati da tutto e da tutti. Puoi pensare, riflettere, provare emozioni contrastanti, ma prima o poi subentrerà la pazzia che farà di te tutto ciò che vorrà rimanendo inerme senza poter fare nulla per cambiare la situazione. Un finale molto interessante che arriva come la quiete dopo la tempesta. E dopo aver viaggiato nei meandri pieni di insidie di questo Koloss, arriviamo alla fine del nostro percorso dove saremo soli... per sempre.

Conclusioni

Koloss è l'esempio perfetto di quello che sono diventati i Meshuggah negli anni. Sono riusciti ad appesantire un sound di per sé duro arricchendolo di grande inventiva senza mai scadere in situazioni anonime o prive di mordente. Prendete ad esempio Marrow, Demiurge o Swarm: tre brani incredibili che rimarranno nella storia di una carriera giustamente grandiosa. Poco importa se in mezzo a tanta maestosità dobbiamo avere a che fare con un pezzo come Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion. Insomma, parliamoci chiaro: non è un episodio brutto e ci mancherebbe altro, ma è veramente troppo statico e duro da digerire. Capisco che i Nostri abbiamo volutamente optato per questa opzione, e se il loro intento era quello di soffocare l'ascoltatore il risultato è pienamente riuscito. Certo è che se andiamo a paragonarlo con qualsiasi altro brano presente in questo disco, regge forse meno il confronto. Diciamo pure che è un episodio a se stante che non va ad influire minimamente sul giudizio finale. Parlando invece dei singoli componenti del gruppo cosa volete che vi dica? Kidman non si è mai rivelato così "incazzato" in un disco riuscendo a far materializzare ogni singola parola davanti ai nostri occhi. Thordendal e Hagstrom non hanno solamente due chitarre tra le proprie mani; hanno due armi di distruzione di massa che ogni volta viene data loro occasione inceneriscono qualunque cosa gli si pari davanti. Il basso di Lovgren è talmente marziale e spietato da abbattere qualsiasi parete. E che dire di Haake se non che siamo davanti ad uno dei migliori drummer in circolazione? Qualsiasi parola non renderebbe giustizia al lavoro che svolge e che si inventa ogni volta. In ogni canzone inventa, ci mette sempre quella pazzia e quella disumanità anche nelle cose più semplici che veramente si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un alieno con sembianze umane. Questa è solamente una delle tante prove di grande duttilità di questo arista, che ancora oggi non riesco a capacitarmi del fatto che su un disco altamente sperimentale come Catch Thirtythree si sia optato per una drum machine e non alla grandezza compositiva di questo grande artista. Tornando a Koloss comunque, posso tranquillamente dire che siamo al cospetto del successore naturale di Nothing. Dopo questo disco infatti, i Meshuggah avevano optato per una maggiore freschezza nel loro sound pubblicando il grandissimo ObZen, ma dato che ai nostri svedesi piace sempre stupire, ecco che con questo lavoro tornano ad appesantire ulteriormente una proposta già pesantissima come la loro, proseguendo quella strada che era stata iniziata proprio con Nothing. Il solo ascolto dell'opener I am Colossus dovrebbe spazzar via ogni dubbio su cosa andremo in contro ascoltando per intero Koloss, il quale ha anche un altro pregio da non sottovalutare: sa farsi ascoltare dall'inizio alla fine senza alcun tipo di problema. Questa volta voglio veramente darvi un consiglio, e mi auguro per voi che lo seguirete senza fare troppe domande. Prima di schiacciare il tasto play del vostro stereo o del vostro Pc, e prima di mettervi le vostre cuffie o dare sfogo alle vostre casse, procuratevi un bel paradenti di quelli professionali perché una volta udito il primo riff le vostre gengive inizieranno a sanguinare fino a farvi scoppiare la bocca, frantumando così le ossa più dure del corpo umano.

1) Introduzione
2) I Am Colossus
3) The Demon's Name Is Surveillance
4) Do Not Look Down
5) Behind The Sun
6) The Hurt That Finds You First
7) Marrow
8) Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion
9) Swarm
10) Demiurge
11) The Last Vigil
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