MENTAL SLAVERY

Our Legacy

2018 - Indipendente

A CURA DI
ANDREA MARTELLA
18/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione recensione

Fruitori di note, nonché figli partoriti dal sempiterno amore tra Madre musica e Padre metallo, ritrovare la vostra integerrima compagnia non può che risultare nuovamente un piacere. Dopo aver reso pubbliche le sconfinate distese artistiche degli elvetici Coroner, quest'ultimi oltremodo in grado di scrivere nuovi ed imprescindibili concetti nel vasto mondo, proprio, del thrash metal, oggi, appena varcata la soglia del 2019, l'esigenza volta a rendere, ancora una volta, il succitato genere protagonista come i prolifici anni Ottanta permette a noi tutti una particolare visita tra le fredde terre della Federazione Russa. Ad onor del vero, come spesso accade, talune acerbe vicende vengono spesso accompagnate da altrettante situazioni maturate negli anni, infatti, per rendere compiuto il circolo riflessivo appena espresso, non può che risultare imprescindibile arricchire il nostro personale "sapere" attraverso le impronte di alcuni capiscuola del potente verbo in questione. A questo punto, psico-fisicamente ben saldati in Europa, come non citare ciò che è stato sfornato da artisti come i Kreator nel 2017, anno assolutamente ancora visibile alle nostre spalle, poiché con "Gods Of Violence", nonostante le pochissime sfumature ricollegabili ad un passato tristemente perso, gli ex giganti di Essen continuano il personale discorso involutivo iniziato con l'industrial di "Renewal" e in questa circostanza, ahi noi, sconfinando nel death metal melodico e addirittura nel power metal. Sempre dalle lande germaniche e più precisamente da Francoforte, i Tankard, oltre ad essere stati protagonisti insieme ai succitati, ai Sodom ed ai Destruction del "The Big Teutonic Four", con "One Foot In The Grave" vestono il proprio spirito attraverso una maturata coerenza, dacché la proposta sempre riconducibile alla personale, nonché classica idea thrash old school, molto probabilmente non epocale nel corso degli anni, in questo caso arricchisce la propria forma estetica attraverso l'utilizzo di liriche più ragionate e partiture più elaborate. Ovviamente, oltre oceano, anche la terra delle contraddizioni, ovvero l'America, si rende protagonista di uscite in questo caso indubbiamente più interessanti, difatti, nel New Jersey, i veterani Overkill rilasciano "The Grinding Wheel", quest'ultimo sicuramente degno di nota in virtù di una ritrovata stabilità nei propri elementi e di una buona amalgama fra punk, thrash e risoluzioni in chiave moderna. Ad onor del vero sicuramente meno incisivo di "Ironbound", album che, letteralmente, teletrasportava il combo ai fasti passati rivestiti da "Horrorscope". Ancora dai confini americani e questa volta dal Colorado, gli Havok, facenti parte della "giovane" ondata thrash nata nel secondo millennio, regalando agli incantati ascoltatori schematici sviluppi technical thrash, con "Conformicide" autenticano le proprie grandi capacità, queste al servizio di componimenti, tuttavia, forse troppo lunghi e talvolta ingabbiati fra le mura del "già sentito". Ovviamente l'estensione territoriale a stelle e strisce rende sempre possibile la successione di grandi ondate sonore, tant'è che da Richmond, Virginia, i Municipal Waste, nati anch'essi nello stesso periodo dei precedenti connazionali, sviluppano la propria storia attraverso "Slime And Punishment", testimonianza che sottolinea l'attitudine prettamente thrash core degli americani, questi sempre in grado di dividere le opinioni tra piattezza e costanza. Tornati nell'immensa vastità territoriale russa, i protagonisti di quest'avventura, ovvero i Mental Slavery, composti da Vladimir e David alle chitarre, Artem al basso, Ivan alla batteria e Arseniy alla voce, direttamente dalla città del Cremlino ci offrono "Our Legacy". Il prodotto in questione, primo album che segue "Point Of No Return" e "War Pigs Of Nowadays", EP rilasciati nel 2017, consegna ai curiosi amanti del suddetto genere un concetto divenuto irrinunciabile nel corso degli ultimi due decenni, giacché l'esigenza volta a rinvigorire la rovente fiamma old style accesasi in passato da moltissimi anni risulta in grado di incontrare, come in questa occasione, possibilità inimmaginabili. La proposta offerta permette facili balzi a ritroso nel tempo, perché l'impostazione thrash metal anni Ottanta, riscontrabile nell'opera fino al midollo dei musicisti, riecheggia senza alcun timore di sorta consegnando alle liriche quel profondo dissenso morale, in verità immortale filo conduttore musicale mondiale, nei confronti del proprio sistema, quest'ultimo esclusivamente in grado di "gestire" ciò che risulta essere, a tutti gli effetti, un profondo ed inesorabile declino strutturale. Per quanto riguarda l'artwork utilizzato per la copertina, surreale fiocchetto per il formato rivoluzionario ad opera di Mashkov, l'idea vulcanica posta come soggetto principale aiuta l'evoluzione di facili connessioni mnemoniche ormai dimenticate, poiché l'abitudine volta a constatare "prime pagine" ultra moderne, oggi risulta essere di ordinaria fruibilità. Infatti, oltre all'appena menzionato sfondo ardente, in primo piano potremo godere della granitica presenza di un'arma medievale di indiscussa potenza, ovvero il mazzafrusto, quest'ultimo composto da una palla di ferro chiodata collegata ad un bastone tramite una catena, qui capace di affrontare, con fare oltremodo temerario e di sicuro forgiato dalle contrariate anime di un intero popolo, l'imponenza di un cratere magmatico posto come altrettanto centro visivo e facilmente accostabile al dispotismo patito. Grazie all'apporto di oscure nubi pregne di ceneri vulcaniche e dalla voglia esplosiva degna della maestosità dei più attivi crateri, prenderemo visione della scritta in alto a destra del gruppo, questa intrisa di caratteri, bianco-rossi nella parola Mental e bianco-blu nella parola Slavery, vagamente attribuibili a Maiden, Metallica e Slayer. Infine in virtù del titolo dell'album scritto, in basso e al centro, con l'apporto di un bianco incantato, viene resa comprensibile, attraverso le taglienti liriche di Arseniy, la misera eredità consegnata ad una comunità, quella russa, sfinita e logorata dai continui soprusi. Così "Our Legacy", prodotto dall'etichetta Drunk With Power Records, registrato a Mosca presso i Distemper Records, mixato e masterizzato da Denis Ivanov, si appresta a svegliare comprensioni intorpidite nel tempo.

Introduction

Tutto comincia, come spesso accade, attraverso l'apporto dell'immancabile sequenza puramente musicale capace di catturare l'attenzione dell'attento ascoltatore. In realtà, la prima forma espressiva in grado di mutare la percezione spazio temporale intorno a noi, nell'Introduction (Introduzione) assume connotazioni verosimilmente black, poiché i suoni particolarmente sulfurei posti ad inizio componimento, quest'ultimi miscelati perfettamente con espressioni difficili da percepire, lasciano intuire la prossima, nonché classica entrata, propria, del fantastico genere appena menzionato. Se dovessimo focalizzare la copertina del prodotto, questa ancora impressa nella memoria grazie alla semplice incisività proposta, risulterà oltremodo agevole ricollegarla ai volenterosi messaggi testuali anticipati nella prima fase di questa disamina, dacché parrebbe essere il logico presagio posto in essere dal lato oscuro dell'esistenza, questi voglioso nel rivelare la propria essenza dalle incandescenti viscere della suddetta bocca infernale. Accantonato il presunto anatema, il seguente segmento musicale trova, nella propria comoda aria, un'interessante dinamica thrash old school, difatti il ritmo cadenzato posto in essere dalle pelli di Ivan, dal basso di Artem e dalla sei corde di Vladimir e David, vestendosi da protagonista per la rappresentativa entrata dei nostri, evidenzia, attraverso chitarristici richiami simili a nerboruti nitriti equini, l'inevitabile primo atto della lotta contro chi sta rovinando, da molto tempo e dalla radice, l'esistenza nelle infinite estensioni russe, queste, chiuse nella morsa del "potere".

Backstab

Come fosse un filo conduttore di sottile portanza e attraverso l'ultima flebile persistenza incontrata al termine della testimonianza precedente, la musica ricollega il proprio spirito con il clima destabilizzante posto in essere dalle conclamate ragioni morali del combo e dopo un classico attacco evidenziato da Ivan, l'arma a sei corde dei prodi strimpellatori diffonde, in pieno stile anni Ottanta, il più classico dei movimenti thrash. L'esercizio appena menzionato, accompagnato da accenti color rame, è seguito concretamente da sviluppi artistici capaci di reminiscenze già incontrate in passato e quando la presenza di Artem materializza il proprio credo, un nuovo susseguirsi di stacchi, quest'ultimi associati ad un ultimo proverbiale strillo ardimentoso, sfonda con facilità la parete dell'attesa. Così, la cavalcata intrisa di potenza e voglia di rivincita nei confronti della Backstab (Pugnalata Alla Schiena) offerta "diligentemente" alla popolazione dalla tirannia russa, all'unisono con la voce di Arseniy infrange ogni indugio. Ciò che viene proposto, come ampiamente anticipato, risulta essere un ritorno a lontani sapori di puro simple thrash, questo assolutamente senza compromessi o preoccupazioni di sorta, tuttavia accostabile alle innumerevoli quantità di materiale esistenti da tempo. Fortunatamente, nonostante schemi paragonabili al più antico mestiere sulla terra, l'impatto generato per chi fa del suddetto genere un dogma esistenziale, si adagerà placidamente nelle zone ove viene osannato questo stile e quando l'arrabbiata timbrica di Ars, molto simile al Max Cavalera di "Morbid Visions", finalmente propaga la propria forma, l'intento volto a circoscrivere le nefandezze che attanagliano la propria terra viene immediatamente servito. Infatti, utilizzando forze estreme, potremo godere di un racconto molto vicino alla storia di molte realtà europee e mondiali, poiché la sensazione ben espressa dal titolo del componimento e perfettamente promossa a tavolino da attenti governatori, sottolinea ancor di più, assecondando la lirica scelta, la profonda codardia da essi promossa. Sempre guidati da sequenze chitarristiche old school ben eseguite e da una lucida batteria lungo tutto il percorso, un'importante doppio accento, creato dalle rabbiose pelli, ci conduce subito al ritornello e nel momento in cui ci viene ricordato, attraverso l'utilizzo di un coro efficacissimo in sede live, che tutto ciò risulta essere parte integrante del passato, del presente e del prossimo futuro, la paura diviene un elemento imprescindibile, dacché il nostro pensatore, certamente, avrebbe preferito combattere all'interno di sogni infernali piuttosto che diventare, in compagnia dei propri connazionali, il protagonista di una diabolica realtà. Ancora sulle stesse dinamiche armoniose, il completo rigetto di tale soffocante situazione continua, giacché la ferita delude sensibilmente e non parrebbero esserci particolari contromosse, difatti solo un profondo cambiamento potrebbe modificare il corso degli eventi, tuttavia, malauguratamente, il nuovo manifestarsi del ritornello, certificando il terrore formatosi lungo tutta la traccia, rende l'obbiettivo quasi irraggiungibile. L'etereo ponte soffiato dai nostri, quest'ultimo creato per portar a compimento l'opera in questione, grazie al proprio incedere marcatamente dilatato aiuta il faticoso respiro ormai divenuto claustrofobico e quando i battiti vitali riprendono la consueta linea, dopo un imperioso stacco, i due assoli tipicamente thrash creati da Vladimir e sempre impreziositi dai basamenti di David prendono il meritato centro della scena. Il primo, velocemente espresso con variazioni tecnicamente valide e con l'apporto di un rincuorante tapping materializzatosi freneticamente dall'esigenza volta a resistere, il secondo, con passo simile al precedente, anch'esso eseguito con nozione di causa per dar modo al fruitore di note di concentrare il proprio spirito per l'atto finale. Accantonata la pioggia di note, il solito schema conosciuto sin dall'apertura ci conduce al termine del travagliato percorso e seppur pugnalati vigliaccamente alle spalle, sicuri che i nostri venderanno cara la pelle, il desiderio che possa un giorno finire questo stupido schema oppressivo non può far altro che persistere come un eterno miraggio.

Mental Slavery

Appena due rintocchi dalle profonde, nonché arrabbiate viscere del più intimo disdegno interiore ed il micidiale elaborato può così esprimere la propria essenza. Lo spazio circostante, immediatamente, viene magicamente avvolto da serratissime ritmiche thrash certamente piacevoli agli attenti ascoltatori, poiché il percorso battuto dall'uomo delle pelli Ivan, questo fuso con competenza alle dinamiche pizzicate dai due axemen ed al basso di Artem, risulta in grado di immergerci "prepotentemente" nel tracciato psichico divulgato dalla lirica. Quest'ultima, sputata velocemente in faccia con allarmistico costrutto dalle membra di Arseniy, delinea il forte senso di sottomissione dettato dalla propria società, purtroppo capace di intrappolare le anime all'interno di una profonda Mental Slavery (Schiavitù Mentale), infatti, nonostante i continui pensamenti indirizzati verso le numerose possibilità proposte dall'esistenza incontrino sempre il boicottaggio di oscuri copioni già scritti, essa stessa, apparentemente, promuove sempre interessanti epiloghi. Il nostro fidato condottiero, attraverso espressioni molto chiare, racconta come parte della succitata prigionia intellettiva risulti essere il semplice prodotto delle nostre scelte, dacché le credenze, gli atteggiamenti ed i principi adottati, potrebbero modificare benevolmente il corso degli eventi, d'altronde, a ragion veduta, solo goccia dopo goccia si renderà possibile la formazione di un infinito oceano di pura consapevolezza. A seguito dell'appena menzionata presa di coscienza, un significativo stacco ci introduce all'interno degli ineludibili sviluppi mentali dell'autore, questi risultanti la logica conseguenza delle suddette trame e sopra cadenze thrash meno indiavolate ma accentate magistralmente, l'annunciatore evidenzia un aspetto imprescindibile, giacché per rendere più trasparente la permanenza sulla terra, oltre a contrastare il malsano "gioco", dovremmo tutti accantonare la pavidità e mostrare sempre e comunque la nostra vera natura. A questo punto le incantatrici sei corde moscovite di Vlad e David, quest'ultime elette a capo di un nuovo momento introspettivo simile ad un brevissimo ritornello, accompagnano con un intermezzo decisamente metal l'inconfondibile messaggio voluto dall'opera, difatti, l'unione spirituale di cui sopra, dovrebbe spingere i nostri protagonisti a spezzare le catene forgiate dall'oppressione per liberarli, finalmente, dal coatto asservimento. Una volta chiusa la porta ancestrale posta per riequilibrare il nostro essere, le convulse dinamiche iniziali tornano rapidamente ed i nuovi, nonché basilari concetti secondo cui siamo noi, in realtà, i veri padroni del nostro destino, attraverso frustranti verità invadono il nostro conscio, perché, spesso e volentieri, la mancanza di un semplice segnale volto a modificare concretamente il nostro sentiero, frequentemente modellato da "altri", dovrebbe spingerci a riflettere sulle occasioni buttate via da noi stessi e di conseguenza dall'umanità. Incontrata nuovamente la parentesi accostabile ad un intenso ritornello, viene accertata, come unica forma per portare a compimento la definitiva rivoluzione, la radicale mutazione degli atteggiamenti umani, poiché solo differenziandoci da chi è colpevole di questa involuzione globale, risultando mentalmente impenetrabili, potremo sciogliere l'arcaico maleficio. Per dar forza al coscienzioso cambiamento, un rincuorante movimento diviso in due atti viene riproposto dai menestrelli, sulle prime attraverso metodologie metal paritetiche al precedente interludio, successivamente, radunando goccia a goccia le energie del rinnovamento, Vladimir ci mostra capacità assolutamente thrash rinnovando, nelle anime perdute dei lobotomizzati prigionieri, aspettative riconducibili ad una nuova presa di posizione decisamente positiva e controllata. Terminata la rinvigorente parentesi ultraterrena appena descritta, questa simile ad una ampolla desiderosa di trovar libertà grazie al proprio trabocco, l'azzeccato componimento serra meticolosamente le fila in concomitanza con l'ultima evoluzione divulgata dal combo, infatti l'imperioso stacco finale, nonostante sia stato posto come epilogo nell'importante composizione, ad onor del vero può considerarsi, alla stessa stregua, come l'inizio di una nuova battaglia volta a rendere la nostra esistenza una semplice questione personale.

Our Legacy

La doppia penetrazione offertaci, attraverso modalità lineari, dal padrone delle pelli, quest'ultima in simbiosi con il semplice fraseggio thrash old school di David e Vlad, oltre a regalarci l'inizio della traccia che da il nome all'intero prodotto, definisce le problematiche riscontrabili nella terra natia dei nostri. Difatti Arseniy, nonostante abbia ben delineato lo stato d'animo di un'intera popolazione attraverso i racconti precedenti, nel componimento in questione, attraverso usanze verbali simili a colate saline sopra fresche lacerazioni carnali, abbraccia i giustificati sentimenti in una sorta di definitivo lascito, ovvero Our Legacy (La Nostra Eredità). Abbandonata la breve introduzione appena citata, una dinamica risolutamente più accelerata, quest'ultima sempre riconducibile ad un primitivo approccio al genere protagonista, si fa largo fra le distese ghiacciate transcontinentali e fomentando irrevocabilmente malumori strozzati da troppo tempo, immediatamente, la cavernosa ugola del pensatore può così vestire la propria indole attraverso l'utilizzo di stoffe "rivoluzionarie". Infatti le argomentazioni colpiscono giustificatamente questioni basilari, poiché risulta evidente l'accusa verso la palese assenza dettata da uno stato manipolatore, questo in grado esclusivamente, attraverso schiavizzanti differenze e fondamentali mancanze come le opportunità lavorative, di amplificare a dismisura la differenza tra i pochissimi in grado di nutrire il proprio corpo e quella crescente quantità di persone che, al contrario, è costretta a vivere nella povertà più estrema. Sempre adagiato sullo stesso percorso, il ritornello invade le già attente emotività degli ascoltatori attraverso una diretta sequenza, dacché la facile riproposizione del titolo della canzone, espressa con coralità funzionali a sentimentalismi ribelli, nella propria accessibilità presenta una chiara contingenza oltremisura deludente e scoraggiante, purtroppo sufficiente a far riflettere sulle terribili realtà affrontate dai nostri. Per rendere più leggera la malsana presa di coscienza, in seguito all'apostrofo strozzato di Ars, ci viene presentato un leggero momento distensivo, quest'ultimo mosso da ritmiche più groove, in realtà rimarca, con corretta impassibilità, come la resistenza all'estinzione sia divenuta l'unica priorità, ponendo perfettamente la propria comodità per la fulminea mitragliata solitaria imposta da Vlad. Terminata la sfuriata proposta come celere valvola di sfogo, le stesse metodologie veicolate dal componimento riportano il tutto sopra livelli musicali conosciuti e quando il nostro autore, con sprezzante rigore, sottolinea l'imprescindibile importanza scandita da un profondo rinnovamento al solo scopo di riportare equilibrio e potere al popolo, persiste la convinzione per cui tutto risulterebbe inutile, giacché, inesorabilmente, tutto verrebbe inabissato attraverso un'illogica violenza eguale alle tante promesse mai mantenute. Dopo la riesposizione del ritornello, perfetta per solidificare l'inutile eredità, un ultimo pensiero consegna ai posteri l'inoppugnabile verità, ovvero tutto ciò che ha riempito d'orgoglio il passato di una stirpe oltremodo in grado di scrivere considerevoli pagine di vita, lentamente, giorno dopo giorno, quest'ultima vedrà strappata la propria identità come le stesse pagine di scritte con sudore e dignità. A questo punto, lasciata la rovente autenticità d'animo, un nuovo tracciato viene percorso dal combo, difatti le disciplinate condotte marziali, queste accentate dall'ormai decadente convinzione, ci trasportano all'interno di una magnifica, nonché solitaria bolla colorata da puro heavy metal, quest'ultima piena di collegamenti mentali col lato più accessibile del nostro "io". L'appena menzionata cavità sferoidale, oltre a mostrarci parvenze maideniane, in virtù dell'espressività del duo Vladimir-David rende altresì piacevole il successivo assolo del conte, tant'è che le sferzate metodicamente create con appoggi sempre riconducibili al genere appena menzionato, attraverso parentesi riflessive tanto care al gruppo britannico portano a compimento una traccia di sicuro valore, tuttavia coscienti che il tanto auspicato cambiamento tarderà a presentare la propria forma.

Ceasefire

Il minuto che invade, oltre ogni aspettativa, il nostro intimo territorio emotivo attraverso le sole pizzicate delle acustiche sei corde dei menestrelli di corte, rivela un'introspezione assai curata nella sostanza, poiché l'insieme proposto, nonostante compaia utilizzando risoluzioni audio differenti dalle altre tracce, in realtà mostra perfettamente il proprio scopo. Il panorama musicalmente descritto dalle magiche corde del duo, quest'ultime fuse da incantesimi protettivi d'altri tempi, riproduce consciamente le vaste distese facili da trovare nella terra transcontinentale e rigorosamente uniti da patrimoni morali difficili da distruggere, incarnando l'essenza delle plurime anime seppellite dal tempo, si apprestano a rendere ancor più virtuose le proprie ragioni, queste imprescindibili come l'acqua, la terra, il fuoco e l'aria. Infatti soli dinnanzi al mastodontico nemico, David e Vladimir, come fossero gli ultimi baluardi di una filosofia mai doma, resistono, a suon di melodiosi accenti settecenteschi, ai continui attacchi operati dai signori della disfatta e se in un primo momento David introduce e fortifica le difese utilizzando impenetrabili tessiture aracnoidi, in un secondo Vladimir, utilizzando anch'esso mistici intrecci forgiati dai fondamentali insegnamenti tratti da secoli di storia, raggiungendo il fidato compagno permette ad entrambe le trame di imporre, anche solo temporaneamente, il Ceasefire (Cessate Il Fuoco).

Soul Devastation

La percezione che ci accoglie a seguito dell'irrinunciabile lascito appena concluso, oltre a renderci oltremodo convinti che la speranza, un giorno, cancellerà l'illusione, risulta in grado di evidenziare la complessità nel vivere in un contesto debilitante in tutti i sensi, poiché i propositi di un intero popolo, quest'ultimi cancellati in origine nonostante siano stati creati da forze interiori di gran valore, purtroppo, spesso, possono condurre all'inevitabile Soul Devastation (Devastazione Dell'Anima). Preparati, a questo punto, alla difficile involuzione e supportati da classiche posture old school, queste erette unicamente dalle sei corde e subito incalzate dal generatore di pelli Ivan, udito l'accento posto in essere da un nuovo nitrito cavalleresco ormai divenuto un compagno d'avventura, comincia la discesa verso condizioni spirituali di non facile gestione. Ben accompagnati da dettami risalenti al passato ed attraverso l'istantanea, nonché penetrante ugola di Arseniy, viene immediatamente posto in primo piano il senso di vuoto assoluto patito non solo dal nostro autore, difatti, nonostante le illuminanti pagine di storia scritte dall'umanità, la certezza di un sistema oltremodo collassato ed assolutamente non curante nei confronti del prossimo, malauguratamente, risulta esclusivamente in grado di sottolinearne il proprio decadimento strutturale. Sopra paritetici stilemi, quest'ultimi sfumati da pennate rese trivellanti dai due chitarristi, prende forma una sorta di anticipazione rispetto a ciò si staglierà successivamente nel ritornello e nella propria conformazione, prolungata nel tempo, viene rimarcata la mancanza di un qualcosa in cui credere. Senza dar troppo spazio a logiche innovatrici e quindi sempre sulle metodiche lineari conosciute, incalzato da convinzioni assolutamente razionali, continua il chiaro peggioramento psico-fisico, dacché dinnanzi a tale deturpamento risultano inutili anche le normali funzioni vitali. Dopo una veloce riproposizione di ciò che apparirà come uno sfogo senza ritorno, la furia innescata dall'ovvia disperazione risulta in grado di creare un vortice rigorosamente thrash, quest'ultimo educato a velocità di sicuro apprezzamento per i tanti amanti del pogo ed è proprio sulla formula appena citata, aggressiva e pregna di negatività, che il ritornello, semplicemente portando alla luce il titolo della traccia, esplode la propria incisività serrando ogni portale verso la luce. Tornati sul regolare andamento e radicalmente sopraffatti dagli avvenimenti, i basamenti sopra i quali sono stati costruiti i pessimistici "reclami" continua con la propria evoluzione, giacché privi di ogni ragionevole auspicio e sopraffatti dalle pesanti esplorazioni interiori, l'intricato labirinto formatosi a seguito delle ombrose contezze blocca ogni possibile via d'uscita. Ovviamente, sopra pennellate dipinte dall'asse Vladimir-David e grazie ai sapienti accenti prodotti da Ivan presentatesi per dar maggior lustro alla prospettiva, anche le forze calano lasciando spazio allo sfinimento ed ormai immersi nella palude dalla quale non esiste ritorno, emarginati e consumati, l'impenetrabile buio assorbe ogni cosa. Anche in questa circostanza, molto probabilmente terminale per i più, l'arguta parentesi biologicamente impostata dal conte prende il meritato sopravvento e su rigide convulsioni tipicamente thrash, queste apparse come fossero l'unica contrazione muscolare possibile, la veloce stilettata alquanto indovinata riporta anima e corpo alle modulari condotte non troppo ammirate lungo la traccia. E' così che le pennate apprezzate all'interno del prologo all'eterna rassegnazione, rigenerate per rendere continuativo il fondamentale concetto esposto da questa storia, mostrando nuovamente la propria condizione terrena collegano il tutto alla volta finale. Purtroppo avvolti da pellicole umorali al di là dell'umana concezione e soggiogati dal Male, il termine indicato con le ultime evoluzioni dei due chitarristi conclude, senza l'ombra di possibili mutazioni o prepotenti speranze, la straziante ricostruzione di una più che plausibile allucinante concretezza determinata dal nulla.

Wild Warriors

Sempre fedeli verso ciò che risulta essere il proprio credo musicale, i nostri indignati, attraverso selciati thrash presi direttamente dai fantastici anni Ottanta, continuano la personale rievocazione di un genere ormai riapparso quasi completamente. Considerando l'esplicito messaggio divulgato dall'autore lungo tutto il percorso, quest'ultimo sempre particolarmente incisivo, risulta altroché scontata l'inevitabile implosione scandita da coloro i quali vestiranno per sempre il proprio spirito attraverso oggettivi desideri di riscatto, poiché, nonostante le incomprensibili condizioni patite e purtroppo privi di luce negli occhi, non consegneranno mai il proprio onore al pari di nobili Wild Warriors (Guerrieri Selvaggi). Le prime note incontrate ed espresse dalle sei corde, quest'ultime poggiate sulle ordinate pelli di Ivan, ci consegnano facilmente memorie passate, dacché la ritmica semplice ma persistente permette ai fortunati fruitori di note di raccogliere, insieme ai nostri Uomini, ogni residua energia. Sempre sopra dettami egualmente portati avanti dall'asse Vladimir-David, un crescendo imposto dal battitore porta il componimento alla propria forma definitiva ed in simbiosi con l'anima strutturale, volutamente uniti sotto il segno di un profondo "credo", cresce l'estrema esigenza volta a riconsegnare all'intera nazione ciò che è stato sottratto arbitrariamente, ovvero il rispetto. In maniera inaspettata, concluso un frammento che al sottoscritto riconduce la memoria alla celeberrima "Master Of Puppets", un primo assaggio delle solitarie incursioni del conte mostra subito la propria incisività, difatti le metodologie accentate dall'onnipresente thrash e mescolate con chiarissimi spazi umorali tipicamente groove, risultano in grado di iniettare antidoti molto efficaci. Terminata la prima evoluzione, ad onor del vero con lapalissiana voglia di proporre umori da troppo tempo sopiti, un accento posto in essere all'unisono dal combo consegna la giusta velocità alla traccia ed è a questo punto che il messaggio di Arseniy, come un incandescente coltello adagiato sul burro, può percorrere la via della rivalsa. La lirica presentata, quest'ultima poggiata sopra rapide sezioni old school, racconta attraverso parole molto chiare il continuo senso coercitivo patito lungo tutta l'esistenza, giacché le regole imposte dalla società, queste colpevoli nell'indirizzare la vita altrui nonostante la libertà sia una cosa assolutamente dovuta, hanno sempre condizionato ciò che dovrebbe definirsi "normale", ovvero poter scegliere e quindi anche sbagliare. Ovviamente non viene tralasciato un aspetto basilare in questa analisi, ossia la radicale differenza tra chi veste i panni dell'autocrate e chi e costretto all'obbedienza e alla resistenza, infatti la discriminante, molto probabilmente, andrebbe ricercata nel profondo, vale a dire all'interno del microcosmo che genera il proprio senso civico. Sempre su percorsi ossessivi, questi divenuti ancor più decisivi in virtù della doppia penetrazione del preciso battitore, viene descritta l'unica arma in mano ai nostri guerrieri, perché davanti a simili metodiche il solo espediente, per riconsegnare la "parola" alla moltitudine desiderosa di rivincita, risiede nell'infrazione delle stesse poco lungimiranti imposizioni. Ritornati brevemente sopra dinamiche thrash più compassate, una nuova parentesi solitaria viene scandita da Vlad e sopra sezioni tecnicamente accelerate sempre riconducibili al primo vortice emotivo ascoltato lo sviluppo del contesto ci introduce al ritornello. Quest'ultimo, riconsegnato a partiture forsennate, rimarca ancor meglio l'intrinseca diversificazione tra chi vorrebbe indossare tessuti pregni di giustificata autonomia e chi si rende "militarmente" complice dell'eterna disfatta. A questo punto, riagguantata la stessa voglia volta all'infrazione, veniamo trasportati all'interno di un preciso messaggio capace di portarci alla conclusione, difatti viene letteralmente declamato ciò che potremmo definire come un manifesto, questo eretto per definire la propria libertà nel nome della fratellanza tra il popolo ed in chiusura, attraverso un incisivo coro veramente potente anche in sede live e ripetuto per cementificare l'eterno sodalizio, viene reso incancellabile il primitivo legame sanguigno.

Chemical Paradise

Come spesso accade, completamente schiacciati nel girone degli omessi, può capitare di sentirsi stremati e completamente avulsi dagli avvenimenti e altrettanto frequentemente lo spirito, sempre soggetto a continue mutazioni extrasensoriali, potrebbe essere indotto all'utilizzo di viatici non convenzionali. Nell'analisi in questione, ovviamente, considerato il contenuto emerso dalle liriche, risulterà oltremodo scontato contemplare quelle che potrebbero essere definite come soluzioni estreme. Difatti attraverso differenti stadi emotivi di non facile gestione, nonostante la virulenta presa di posizione precedentemente esposta, il nostro autore propone uno scenario assolutamente comprensibile, poiché le continue sofferenze psico-fisiche patite, quest'ultime derivanti dalle palesi problematiche protratte nel tempo, possono adoperarsi nel trasformare un'ovvia contingenza burrascosa nella ricerca di spazi ove annullare il suddetto dolore. Tutto ciò, purtroppo, ci riporta all'ultima fatica creata dal combo moscovita e seppur l'insieme cominci con fraseggi oltremodo thrash old school leggermente compassati, pressoché immediatamente, una scarica adrenalinica di cruda essenza dal sapore thrash n' punk viene iniettata a tutti i fruitori di note all'unisono col l'entrata in scena di Arseniy. Il nostro pensatore, ad onor del vero, non impiega molto tempo per rendere chiaro il proprio messaggio, dacché la descrizione di tale debolezza mentale, questa dipendente dalle continue pressioni mal sopportate, completa il panorama attraverso l'esplicita esigenza volta a vedere il mondo, anche solo per un istante, con occhi pieni di coloratissime speranze. E' così che la narrativa teletrasporta le nostre anime all'interno di un percorso all'apparenza in discesa, tuttavia, le possibili metodologie adottabili, queste in grado di ricreare eccitazione al solo pensiero, rendono comprensibile la prossima risalita dal gravoso inferno al tanto desiderato Chemical Paradise (Paradiso Chimico). Ormai totalmente inabissati come fossimo anche noi protagonisti della medesima evoluzione, un incantevole stacco, evidenziato nel migliore dei modi dal battitore di pelli Ivan, ci accompagna al controllato tema incontrato in origine ed è sopra questo prezioso momento che si materializza un simil ritornello. Quest'ultimo, continuando la spiegazione come fossimo in grado di toccare il corpo del primo attore, esprime un concetto basilare nella sua corta ed esplicita forma, ovvero la generazione, insindacabile, di un metaforico biglietto di sola andata per la definitiva rovina. Riposizionati, ancora una volta, sopra il rapidissimo selciato offerto prima senza indugi, la provata timbrica di Ars non esita a raccontare visioni artefatte della realtà e nonostante tutto possa apparire candido e oltremodo celestiale, aumentano le convinzioni per cui tutto sia il frutto di un mastodontico errore. Un altro splendido stacco, in questa occasione accentato dal conte, restituisce le nostre essenze ad un nuovo insieme ritmico e poggiate sopra pompanti note, quest'ultime lente ed allo stesso tempo decise, viene segnalata la crescente esigenza posta in essere da un corpo oltremisura succube di artifici e visibilmente provato. Ormai preoccupato per la ricaduta infernale, il solitario spazio di Vladimir compare come momentanea terapia e goduriosi per ciò che verrà iniettato, musicalmente, nelle nostre vene, in placida attesa attendiamo la risposta del nostro cervello. Come volevasi dimostrare, prolungato nel tempo giacché dilatato da alchemiche infiltrazioni, utilizzando tecniche groove metal aiuta l'opera, e non solo, a trascinare la propria essenza al termine di questo altrettanto difficoltoso viaggio. Presi per mano dalla doppia penetrazione gentilmente offerta dal battitore, accogliamo con discrezione, senza perdere il robusto tempismo nel cuore, l'ultimo dispaccio voluto dall'autore, infatti sottolineando la pericolosità dettata dal mondo "parallelo", certi che questo risulti come la giusta accusa nei confronti di un sistema assente, Ars riesce a farci comprendere come tutto cessi mortalmente in silenzio e in devozione, attraverso modalità paritetiche all'informazione dovuta.

Conclusioni

Avidi compagni, perché ingordi di conoscenza, siamo arrivati alla conclusione di questa proposta spazio-temporale e dopo aver viaggiato a ritroso nel tempo, nonostante la New Wave Of  Old School Thrash Metal abbia trovato da tempo la propria ri-collocazione, attraverso questo episodio sarà possibile placare parte della vostra fame di sapere. Certamente la scelta musicale, quest'ultima riconducibile alle molteplici "nuove" realtà mondiali anch'esse alle prese con profonde nostalgie, oltre a far battere i nostri cuori come se fossimo agli albori di un genere che oggi, senz'altro, non risulta essere una novità, permette paragoni, il più delle volte, deleteri per chi crede di iniettare particolarità originali all'interno di un discorso già pregno di contenuti, poiché NON  DEVE CONSIDERARSI SCONTATO portare avanti un discorso "autentico" cominciato più di trent'anni fa. D'altro canto, se dovessimo pensare ai tanti scempi offerti, negli ultimi vent'anni, da colossi musicali sotto la luce dei riflettori da decenni, potremmo concepire valutazioni diametralmente opposte tanto da gradirne la presenza. Ovviamente la scena evolve ed allo stesso tempo involve la propria esplicita essenza, dacché per colpe derivanti dalle case discografiche, queste equiparabili a stomaci nauseabondi ingurgitanti esclusivamente carta filigranata, quasi certamente il gioco delle riproposizioni costruito dalle appena menzionate permette la generazione delle tante oscenità sfornate non solo "singolarmente" e determina, appunto, la vomitevole sovrapposizione del denaro a sfavore della musica. Il discorso appena avanzato, tornando velocemente all'opera in questione, potrebbe incorporare anche l'album oggetto della presente disamina, tuttavia, nonostante non si possa parlare di un prodotto epocale, quest'ultimo cammina con le proprie gambe, a testa alta e con una sensazione dettata dalla musica al sottoscritto, ovvero la certezza che il continuo lavoro renderà  possibile la costruzione di un ponte dimensionale direttamente congiunto al passato. Inoltre, scindendo la musica dalle parole, il messaggio divulgato da Arseniy, indubbiamente forgiato grazie al pensiero di milioni di connazionali, racconta le difficilissime condizioni strutturali patite da un popolo che, nei primi anni del nuovo millennio e più precisamente fino al 2007, è stato in grado d'accogliere una crescita economica continua in virtù delle riforme attuate negli anni Novanta e al boom del petrolio, principale esportazione del paese. Purtroppo, con la crisi economica del 2008, si è determinata un'involuzione crescente anno dopo anno e molto probabilmente per il tipo di economia che la Russia moderna si è vista ereditare dall'Unione Sovietica, tanto da creare un palese dissenso pubblico, oggi, sostituito dalla disillusione. Queste particolari argomentazioni, senza dubbio, risultano capaci di descrivere, attraverso l'uso delle note e delle parole, importanti testimonianze e i nostri, certamente in compagnia di altri gruppi presenti nel territorio, sono riusciti nell'intento...soprattutto attraverso eloquenti e significative espressioni verbali e grazie ad una copertina dal sapore vagamente retrò. L'appena menzionata, forse creata per domarle tutte, accresce la curiosità musicale nascosta nel pacchetto ed analizzando la grafica, questa tanto incisiva quanto semplice, risulta oltremodo facile intuire la grande difficoltà nel contrastare la potenza dettata dalla straripante imponenza vulcanica, quest'ultima utilizzata come metafora per vestire scomodamente il potere russo. Anche l'utilizzo di metodologie oscure e complesse da recepire, durante la prima fase dell'Introduction, sembra voler tradurre il concetto da poco espresso e successivamente, immersi nella musica tipicamente old school, il nitrire potente e persistente delle pesanti corde, adoperato come fosse il richiamo di un antico corno da battaglia, da inizio al massiccio e dovuto canto di protesta. A questo punto risulta perfetta la scelta del titolo della prima traccia dell'album, giacché la Backstab, forse mortale, racconta, attraverso le  semplici strutture thrash anni Ottanta create dall'asse Vladimir-David, il pesante e minimalista incontro della timbrica di Ars, le precise vie battute da Ivan, la solida presenza al basso di Artem e la splendida parentesi solitaria del conte divisa in due atti, una realtà all'insegna della vigliacca menzogna. Anche la Mental Slavery dettata dalle dinamiche sociali, politiche ed economiche, logica conseguenza presente all'interno di un contesto simile, è senz'altro un altro trattato imprescindibile nella personale lotta contro le circostanze patite ed in virtù di furibonde ed azzeccatissime partiture thrash, queste costruite dall'importanza espressa dal battitore, dai due chitarristi e dalla splendida estrapolazione metal anch'essa eretta da quest'ultimi, permane l'idea per cui, nella vita, le personali decisioni potrebbero edificare un mondo migliore. Our Legacy è l'esplicita forma utilizzata dai nostri per rendere noto il pressoché inesistente lascito "regalato" arbitrariamente a milioni di vite ed anche qui, avvolti da ritmiche old style con l'aggiunta di un gustosissimo assaggio meideniano, viene cementata la certezza volta a dimenticare un vantaggioso futuro. Malgrado le emotività non consegnino, studiando attentamente le liriche, motivi d'orgoglio, Ceasefire, grazie alla gentile digressione settecentesca, costringe benevolmente l'essere umano alla riflessione permettendo un veloce sospiro rigenerante prima dell'inevitabile Soul Devastation, perché, nonostante la forma tipicamente old school accentata da sezioni velocissime rigorosamente ultra thrash, la problematica risalita umorale di un'intera popolazione sussisterà ancora per molto tempo. Quando ormai sembrerebbe razionale portare avanti un discorso esclusivamente negativo, come un sottile bagliore nel buio più pesto, la grande potenza degli Uomini russi viene ricoperta dalle gloriose vestigia di valorosi Wild Warriors difatti le ben note attitudi old school connesse sul finire della traccia con accelerazioni tipiche del genere, oltre a fungere da importantissimo tappeto per il profondo, nonché speranzoso manifesto verbale, elargisce oltre ogni coerente immaginazione una scarica d'adrenalina non indifferente. Purtroppo, tutto ciò che è stato declamato a parole e dipinto dalla musica, ha come punto d'arrivo un consequenziale finale, perché il Chemical Paradise cercato ed innaturalmente trovato, irreparabilmente è destinato a collassare.

1) Introduction
2) Backstab
3) Mental Slavery
4) Our Legacy
5) Ceasefire
6) Soul Devastation
7) Wild Warriors
8) Chemical Paradise
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