MEGADETH

Holy Wars...The Punishment Due

1990 - Capitol Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
22/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

La campagna promozionale che avrebbe annunciato al mondo il quarto full lenght dei Megadeth, il leggendario "Rust In Peace", proseguì con un ulteriore singolo, quello di "Holy Wars...The Punishment Due", che uscì pochissimi giorni prima dell'album; la data prefissata per quest'ultima chicca prima del lavoro vero è proprio è il 21 settembre del 1990, mentre il quarto capitolo discografico della band di Megadave arriverà sugli scaffali dei negozi giusto tre giorni dopo, facendo di questa pubblicazione in formato ridotto l'ultima pietanza di un pranzo luculliano prima che venga servita la portata principale. L'inizio della nuova decade rappresenta un vero e proprio giro di boa per il gruppo americano; se con i primi tre dischi il quartetto ha percorso la prima parte del tragitto con un Thrash Metal graffiante e saldamente legato ai canoni della vecchia scuola del genere, con questa nuova tappa il sound del gruppo subisce la sua prima significativa metamorfosi: gli ingredienti principali restano sempre i tempi di batteria veloci e travolgenti, le linee di basso corpose e la voce acuta e schizofrenica, ma le vere protagoniste indiscusse rimangono sempre le sei corde, il vero cuore pulsante della potenza di Mustaine e soci, e proprio queste ultime si rendono il fulcro principale dell'evoluzione sonora del gruppo. A fornire poi un ulteriore stimolo alla crescita musicale sono senza dubbio i nuovi arrivati, il batterista Nick Menza (ahimè recentemente scomparso) ed il chitarrista Marty Friedman, entrambi musicisti di enorme talento il cui contributo non ha potuto far altro che giovare alla creazione dei nuovi Megadeth, che si lanciavano ora nella mischia della nuova decade con il coltello tra i denti e prontissimi a dimostrare il proprio valore. Con questa metà di line up rinnovata si evince inoltre in che cosa consista la peculiarità della svolta stilistica della band californiana: mentre tutti i precedenti compagni di Dave Mustaine erano tutti musicisti sì molto dotati ma artisticamente "limitati" alla sola branchia dell'Heavy Metal (poiché solo negli anni successivi alcuni di loro intraprenderanno le rispettive carriere al di fuori dell'Hard n' Heavy) i due nuovi arrivati vantano invece un curriculum più eterogeneo, che si riversa dunque in uno stile più dinamico e variegato, dove oltre alla velocità, elemento che alle due nuove reclute certo non manca, sono presenti anche tecniche e gusti assai versatili. Grazie a questa nuova ventata d'aria fresca quindi, non riesce difficile comprendere come la musica degli autori di "Peace Sells...But Who's Buying" si sia potuta così diversificare sia dalle sue stesse origini che dalla proposta delle altre band dello stesso filone. A rendere infatti la loro arte così grande nel corso della loro carriera è stata, ed è tutt'ora, la loro esclusiva peculiarità, quel marchio di fabbrica così particolare che ci consente di esclamare "questi sono i Megadeth!" fin dai primi secondi di ascolto. Fermo restando poi che a muovere i fili di questa macchina da guerra è sempre la mente del leader originario di La Mesa, il cui carattere scorbutico e dispotico si accompagna in contemporanea ad un estro creativo e ad una capacità di scrivere canzoni sincere letteralmente al di fuori del comune. Con il precedente "Hangar 18", di questo passaggio dalla prima alla seconda fase dell'evoluzione se ne intravedevano giusto dei piccoli indizi, ora il discorso viene invece ripreso ed ulteriormente approfondito con il nuovo "Holy Wars...The Punishment Due", che, pur presentandosi decisamente calcato rispetto al predecessore, mostra con esso un forte legame. La titletrack del singolo pubblicato immediatamente dopo lo split di "No More Mr. Nice Guy" vantava una struttura particolarmente articolata, tanto che di essa se ne dovette realizzare una versione accorciata appositamente per il passaggio in radio, tuttavia la canzone originale sembrava addirittura essere modellata come se fosse l'unione di due brani di per sé diversi, dove alla prima parte contenente il testo ne seguiva una strumentale talmente ben assestata da poter suonare svincolata dal resto e vivere di vita propria, caratteristica che, come ho sottolineato nella recensione precedente, è più conforme alle composizioni progressive che non thrash. Questa vena prog, per così dire, viene qui ulteriormente sviluppata non solo in fatto di lunghezza (in particolar modo in "Holy Wars") ma anche a livello compositivo con la successiva canzone qui contenuta, "Lucretia", anch'essa avente una composizione decisamente innovativa. Anche sul versante grafico sembra che l'evoluzione sia l'elemento conduttore del singolo: in copertina infatti troviamo l'ormai immancabile Vic Rattlehead, il quale, dopo aver vestito la giacca e la cravatta nera come un ipotetico agente governativo statunitense, sembra abbia compiuto una scalata di carriera. Ora infatti indossa una divisa da generale delle forze armate, con tanto di gradi e cappello stellato, e la location che sta sullo sfondo non è più un laboratorio, bensì una sala di comando piena di computer. Il monitor alle spalle del soggetto inoltre mostra una rappresentazione digitale di un planisfero con le rotte di lancio di diversi missili ed il sadico militare, dalla sua postazione nelle alte sfere, è raffigurato proprio nel momento in cui spinge il fatidico red button che avvierà la sequenza di lancio delle testate esplosive; la mascotte del gruppo ormai è diventata in grado di fare il bello e il cattivo tempo ed il destino del pianeta dipende solo dal suo scheletrico dito. Nella versione vinile di questo singolo, il contenuto si limitava esclusivamente a queste due canzoni, mentre nella successiva edizione in formato cd è contenuta anche una registrazione audio di un'intervista a Dave Mustaine. Noi di Rock & Metal in My Blood ovviamente vogliamo proporvi l'analisi del pacchetto completo, considerando dunque questa pubblicazione come costituita da tre tracce.

Ad aprire le danze, o meglio a fungere da dichiarazione di guerra, visto il contesto bellico del singolo, troviamo "Holy Wars...The Punishment Due" ("Guerre Sante...Il Dovuto Castigo"), un pezzo che ancora oggi, a ventisei anni di distanza, la band non manca mai di portare dal vivo. L'avvio viene dato dalla chitarra, un riff terzinato solido ed incalzante infatti mette subito in chiaro le cose attraverso una rapida sequenza di stoccate fulminee a tonalità discendente, che andranno a chiudere il giro su un powerchord tenuto. La sei corde esegue il tutto in solitaria per due volte, prima che la batteria di Menza entri a gamba tesa a ricalcare con un passaggio sui fusti le pennate del plettro; contrariamente a quanto ci si possa aspettare, non vi sono ulteriori allungamenti di questa introduzione, un altro paio di giri eseguiti da tutti gli strumenti dopo l'apertura solista e la canzone parte senza guardare in faccia nessuno; il tempo si sviluppa in una struttura sincopata, le cui pause ritmiche sostengono gli incisivi accenti di chitarra. Conformemente alla vena prog poc'anzi citata, questo preludio strumentale prende ulteriormente forma, utilizzando diversi piccoli espedienti per arricchire il tutto prima del break intermedio e uno di essi è il lavoro del basso di David Ellefson, che invece di limitarsi unicamente a suonare le toniche del riff segue in tutto e per tutto i due chitarristi suonando anche i vari accenti. Il tutto acquista così un corpo maggiore ma a spezzare volutamente sul nascere questo crescendo troviamo appunto una pausa, al sopraggiungere della quale rimaniamo quasi sbigottiti, ma il gruppo non ci dà il tempo di porci interrogativi in merito e riparte fulmineo con la cavalcata precedentemente iniziata. In questo secondo frangente però, il main riff si evolve ulteriormente con la comparsa di un primo fraseggio solista che non solo si amalgama perfettamente con la ritmica serrata, ma conferisce al tutto un tono decisamente più epico; non si tratta però di una mitragliata velocissima secondo il dictat speed metal, ma di una sequenza di note più lente e morbide, sapientemente piazzate al punto giusto per non rallentare il tutto, e per rompere ulteriormente gli schemi, il cantato subentra improvvisamente senza ulteriori indugi, non facendoci quasi percepire l'effettiva lunghezza dell'introduzione strumentale che si è appena chiusa. La parte cantata di Megadave inizia subito aggressiva e dovendosi stendere su una ritmica particolarmente contratta, anch'essa si modula in base all'esecuzione degli accenti e dei diversi stop and go; va inoltre apprezzato come la parte di chitarra venga ulteriormente diversificata ed arricchita sulla strofa con diversi fraseggi incisivi, le cui note velocissime vivacizzano ancora di più questa sequenza particolarmente travolgente. Conclusa la prima strofa arriviamo a quello che tecnicamente parlando sarebbe il ritornello, ma che a conti fatti si rivela essere la genesi di una nuova fase a sé stante della canzone: appena Mustaine pronuncia le parole "Holy Wars" ("Guerre Sante") il tutto si stoppa di netto, lasciando sulla scena unicamente un pregevole assolo di chitarra acustica dalle tinte spagnoleggianti, simbolo questo di una creatività notevolmente ampliata a livello di spunti, sulle cui note sfumate partirà il nuovo sviluppo. Non è ancora calato del tutto il silenzio infatti che la batteria di Nick Menza si lancia in una serie di accenti sui fusti, sostenendo una serie di pennate decise di chitarra il cui compito è quello di creare un nuovo crescendo. Dopo la partenza al vetriolo, i Megadeth ci concedono ora un attimo di respiro, regalandoci una parte in mid tempo ricchissima sia di groove ritmico che di pathos interpretativo, dato che il rosso thrasher si lancia in una stoccata vocale che mira a raggiungere i vertici della propria estensione. Il tempo ora risulta dimezzato, ma le chitarre fin dal primo incisivo break tengono alto il tiro di questo nuovo frangente, alternando parti in palmuting ad alcuni arpeggi distorti posti come intermezzo tra una battuta e l'altra; abbiamo così modo di ascoltare la prima porzione di ritmica atta ad ospitare il primo assolo, ma è solo un inciso prima che questo blocco venga interamente ripetuto andando a sostenere un secondo assolo, concluso il quale arriviamo così alla terza parte del pezzo. Il tutto si stoppa nuovamente bloccato di colpo, lasciando la sei corde di Mustaine a creare le basi della nuova ripartenza con una serie di penate in palm muting date sulle corde alte, lasciando anche che le frequenze dissonanti abbiano modo di far aumentare l'adrenalina prima dell'ultima cavalcata; la canzone infatti si riallaccia con la struttura iniziale, con il rullante che questa volta alterna battute in quarti ed in ottavi fino all'aumento decisivo del finale. La chiusura dunque è ottenuta spingendo ulteriormente sull'acceleratore, anche la voce di Megadave si fa più schizofrenica e proprio quando sembra che si arrivi all'esplosione, il brano si chiude in maniera incisiva e netta così come era iniziato. La lirica di questo brano è un'aperta accusa alla politica militare statunitense, in particolare rivolta alle operazione svolte in Medio Oriente da parte degli Stati Uniti nei primi anni Novanta, passate alla storia come Guerra del Golfo; le guerre sante sono infatti quelle che il governo americano ha intrapreso dichiarando al mondo di mandare i propri soldati a liberare gli oppressi, celando invece il reale obiettivo di controllare quei paesi per avere il monopolio dei pozzi petroliferi. Il vocalist del gruppo racconta in prima persona la vicenda di un soldato che insieme a molti altri ha stoltamente attraversato l'oceano per andare a combattere in una terra credendo di liberarla, quando invece si è trovato in mezzo ad un vero e proprio fuoco incrociato: da un lato vi sono infatti i ribelli jihadisti, i guerriglieri che uccidono chiunque ostacoli il loro ideale in nome del loro dio, dall'altro vi sono poi le grandi manovre governative, all'interno delle quali i soldati caduti in battaglia rappresentano unicamente un danno collaterale necessario al raggiungimento dei profitti sottobanco portati dal traffico di armi e dal controllo dei pozzi di estrazione. L'ideale principe di questa guerra è appunto la religione, ecco perché i Megadeth parlano di guerre sante, solo che il concetto di divinità trasla rispettivamente dal nome di Allah a quello del dio denaro e in mezzo a questo scontro vi sono però le vittime civili ed i soldati che eseguono solo gli ordini, ma è chiaro come il sole che la fine sia vicina, un annichilimento totale che lascerà sul terreno solo morte e distruzione, spingendo gli interessi dei magnati a protrarsi sempre più in la negli anni e diventando così la benzina di un sempre costante fuoco bellico. Le guerre sante dunque sono la giusta punizione, ma per chi? Per gli "animaleschi" popoli arabi o per i civili e i soldati statunitensi che, ipnotizzati dall'ideale secondo cui "la guerra porta la pace", muoiono ogni giorno durante le missioni?. Di seguito troviamo invece "Lucretia" (nome femminile di una metaforica protagonista del pezzo), brano che sarà contenuto nel lato b del vinile di "Rust In Piece" in qualità di sesta traccia della tracklist. Il pezzo prende avvio con una inquietante risata quasi afona, simile a quella di un vecchio pazzo pronto a farci rabbrividire solo guardandoci negli occhi, passata la quale troviamo un eclettico riff di chitarra a dare fuoco alle polveri, fedelmente seguito nei propri accenti dalla batteria e dalle pennate incisive del basso. A condurre il tutto resterà comunque la sei conde, modellando l'intera traccia intorno ad una sequenza di note particolarmente fuori dagli schemi. Il tempo principale della struttura è nuovamente un mid tempo, in questo singolo infatti i Megadeth scelgono di mettere provvisoriamente da parte il classico quattro quarti thrash per sperimentare soluzioni compositive diverse, compiendo questa scelta sembrerà che il gruppo perda provvisoriamente mordente, ma questo rischio è del tutto evitato grazie alla calibrata scelta sia ritmica che melodica si spunti, che fanno di questa traccia un qualcosa di notevolmente fresco e personale. Paragonata alla traccia precedente, "Lucretia" risulta decisamente più standard, ma a movimentarne l'ascolto sono senz'altro le ampie scelte cromatiche attuate dalla chitarra per rendere sempre dinamica l'esecuzione, pur ruotando sempre intorno alla stessa impalcatura di base: ogni musicista infatti, una volta assodato il main riff, lo suona aggiungendovi sempre di volta in volta qualche piccola chicca in più; le chitarre, ad esempio, arricchiscono la scala mediante qualche piccola aggiunta, il basso di Ellefson interviene in particolar modo in chiusura di battuta con delle armonizzazioni del fraseggio principale, svolgendo quasi il ruolo di terza chitarra, mentre Menza, pur restando abbastanza lineare nella propria performance, arricchisce la propria parte sempre con qualche contrattempo o qualche passaggio. Il corpo di questa canzone può essenzialmente suddividersi in due blocchi, costituiti rispettivamente dalla prima e dalla seconda strofa, all'interno delle quali va poi a collocarsi una terza parte strumentale "a sé stante" che si discosta provvisoriamente dai binari guida, regalandoci un intermezzo ricco di gusto compositivo e particolarmente innovativo per il genere, mentre l'evoluzione vera e propria avverrà poi nel finale, dove si creerà un ulteriore nuovo frangente grazie ad una ascesa di tonalità ideale per concedere a Friedman e a Mustaine il loro spazio solista, sempre sostenuto dalla energica sezione ritmica, che si riallaccerà poi al main riff prima di arrivare alla rapida chiusura del pezzo. A conti fatti dunque, pur essendo di durata relativamente breve, "Lucretia" ci offre una visuale ben nitida della vena progressive dei Megadeth: la velocità viene infatti momentaneamente accantonata per mettere in risalto come questi quattro musicisti siano in grado di lavorare, e quasi jammare, unicamente attorno ad una definita idea di partenza. A pensarci bene, questa chiave di lettura si rivela assolutamente unica ed innovativa per il Thrash in toto, che arrivava da una decade leggendaria di storia dove però a farla da padrone sono sempre stati i bpm sostenutissimi; i thrasher californiani rompono invece le regole del gioco, offrendo alle nostre orecchie una canzone destinata a passare alla storia all'interno del proprio campionario. Il testo si rivela una composizione particolarmente soggettiva e sentita di Dave Mustaine: il fulcro narrativo infatti ruota attorno ad una introspezione che il rosso musicista di la Mesa compie su di sé e sul proprio vissuto, affrontando a viso aperto i propri demoni. Egli infatti si sveglia di colpo in piena notte, in preda all'inquietudine, ed inizia a camminare a tentoni nel buio, immagine questa che dalle tenebre fisiche della camera può tranquillamente riflettersi in oscurità dell'anima, nel quale era immerso il Dave dell'epoca. L'atmosfera è fredda come il ghiaccio ed il tutto è nero come le picche, il soggetto narrante procede quindi con fare esitante ed intimorito fino a quando la paura non lo costringe a rifugiarsi in un angolo per nascondersi da questo timore atavico; il disagio psichico è molto marcato, tanto che i suoi stessi amici lo accusano di essere affetto da una malattia mentale, troncando così ogni eventuale aiuto esterno ed anzi prendendo le distanze da questo soggetto psicolabile. Tutto ad un tratto, vagando nell'ombra, Dave arriva a delle scale impolverate, prova a salire con un passo flebile, sotto al peso del quale il legno si spezza e provando a guardare nel buco in cerca di qualche punto di riferimento non vede altro che oscurità. A questo punto il protagonista viene preso da uno stato di alterazione mentale, quasi in preda ad una ipnosi, ed una volta arrivato in cima alla scala si siede sulla sedia a dondolo della nonna, iniziando a lasciarsi cullare e rompendo il silenzio con lo scricchiolio del vecchio complemento d'arredo. I pensieri si mescolano e si confondono: davanti agli occhi di Dave si susseguono delle visioni sempre più inquietanti, un cobra, un gatto nero, una luce ed una sfera di cristallo fino a vedere lei, Lucretia, un soggetto femminile che non è dato sapere con certezza che cosa rappresenti, un amore perduto? La sanità mentale? A voi la scelta interpretativa, e mentre scegliete la vostra risposta, ella attende pazientemente sulla sedia a dondolo. Come accennato, la versione in vinile del singolo contiene solo queste due canzoni, mentre nella versione cd troviamo anche una "Interview (Edited)" ("Intervista Edita") con Dave Mustaine, intento a raccontare la genesi e la lavorazione dell'allora nuovo album del gruppo. Il piano si sposta ora sulla completezza dell'album, le tracce finora ascoltate infatti si inseriscono in un discorso più ampio, che da una descrizione particolareggiata andrà poi a spiegare che cosa differenzi "Rust In Piece" dai suoi predecessori, per poi entrare ulteriormente all'interno della mente di Megadave. La registrazione si apre con lo speaker intento a salutare tutti i fan della band in ascolto, sottolineando come siano già passati due anni dalla pubblicazione di "So Far, So Good... So What!" e venendo subito al dunque, la prima domanda posta all'intervistato lo interroga sulla sua soddisfazione riguardo alla carriera fin qui percorsa dalla band e sull'uscita del quarto lavoro. Mustaine si dice soddisfattissimo, specialmente perché sul lavoro appena ultimato i quattro hanno avuto lo stesso produttore dall'inizio alla fine è ciò ha consentito la nascita di un album molto più compatto dei precedenti. Mentre in precedenza i musicisti si sono sempre trovati a dover scendere a compromessi attraversando non pochi alti e bassi, in questa nuova fase il tutto ha filato decisamente più liscio facendo sì che ogni singola nota ed ognuno dei colpi di batteria suonasse al meglio; "Rust In Piece" è infatti il disco che attualmente (fermo restando che stiamo parlando di una dichiarazione rilasciata nel 1990) soddisfa di più l'autore. La seconda domanda invece punta a capire quali siano stati gli stimoli che abbiano spinto il cantante e chitarrista a dare il massimo durante i lavori in studio, quest'ultimo risponde affermando che oltre alla sua distorsione sicuramente ha enormemente influito il continuo gareggiare con sé stesso per ottenere sempre il meglio dal proprio strumento. L'intervista ora si sposta sul versante esclusivamente artistico: prendendo come esempio proprio "Hangar 18" e "Holy Wars...", lo speaker chiede ora quale sia stata l'ispirazione che abbia spinto Mustaine a scrivere pezzi così tematicamente forti e strumentalmente di impatto, prendendo ulteriormente le mosse da canzoni altrettanto dirette come "Peace Sells..."; la risposta si scinde in due parti, la prima incentrata sul fatto che innanzitutto, per comporre sempre dei dischi validi, bisogna saper competere con quelli realizzati in precedenza, e, successivamente, il rosso thrasher spiega che a motivare la stesura di quei pezzi, in particolare della titletrack di questo singolo, è stato proprio che cosa stesse accadendo nel mondo in quegli anni: come detto sopra siamo negli anni in cui il governo di George W. Bush ordinò le operazioni militari contro la dittatura di Saddam Hussein in Iraq, avviando così una nuova era bellica all'interno della politica internazionale; la realtà dunque è la musa ispiratrice dei Megadeth, niente draghi, spade, elfi, folletti, mostri o donne nude sulle motociclette, ma solo ciò che lo squallore del mondo ci offre. Inoltre, a fare delle guerre sante il nodo tematico del pezzo, furono anche i disordini scoppiati in Irlanda a seguito della guerriglia attuata dall'IRA (l'"Irish Republican Army" ovvero l'"Esercito Repubblicano Irlandese") che vide scontrarsi anche tra loro la fazione cattolica e quella protestante, ponendo così il pregiudizio religioso al centro dei fatti religiosi. A questo punto dell'intervista arriva la domanda spinosa: ci sono un sacco di organizzazioni e giudizi della pubblica opinione che additano i Megadeth come dei sovversivi pericolosi per il paese e per la moralità in toto, definendoli un male se non un cancro per la società; come si pongono i quattro musicisti di fronte a queste accuse? Megadave naturalmente non pensa di essere "il male" o qualsiasi altra entità negativa lo possano definire i benpensanti, con la sua musica egli altro non fa che dire le cose per come sono, dandone il suo personale giudizio senza voler dogmatizzare nessuno, quello che sentite è quello che pensa, se vi piace la musica e siete d'accordo con il messaggio che ne traspare benissimo, altrimenti nessuno vi obbliga a comprare i loro dischi oppure ad andare ai loro concerti. La società moderna fa schifo e cerca di schiavizzarci, questo è e questo la band dice e ci sono un sacco di problemi che però trovano nello strapotere economico il loro archetipo fondamentale; a tutto ciò Mustaine risponde con un cinico "money sucks" ("il denaro fa schifo"). La domanda conclusiva chiede al chitarrista di La Mesa come abbia avuto l'intuizione per il titolo del quarto album del gruppo: il tutto nacque per caso osservando lo skyline di una città durante la manovra di atterraggio di un aereo sul quale stava viaggiando. Dal concetto di guerra santa immediatamente egli intuì e formulò anche quello di pace arrugginita, in una sorta di causa ed effetto. Dopo una guerra santa su vasta scala che è stata imposta al mondo, allo stesso modo la popolazione del pianeta viene obbligata ad accettare una pace fragile e flebile, arrugginita appunto, che non reggerà per molto tempo prima di un nuovo proliferare della guerra.

Se il singolo di "Hangar 18" si presentò come una chicca particolarmente succulenta per i fan della band, questa pubblicazione è sicuramente un qualcosa di altrettanto appetibile se non ancora più accattivante. Grazie a queste prime tracce, i seguaci del gruppo americano ricevettero un assaggio assai gustoso di quello che sarebbe di li a poco stato il nuovo album e se le poche premesse erano queste viene da sé che "Rust In Pieace" si sarebbe potuto tranquillamente comprare "a scatola chiusa", perché i due soli singoli anticipati, di per sé, valevano quasi come tutto il disco. A livello strutturale, rispetto al predecessore, questo prodotto si rivela maggiormente incentrato sul futuro full lenght: mentre infatti il primo conteneva oltre ad un brano inedito anche due registrazioni live di pezzi vecchi registrati durante il Clash Of Titans Tour, quest'ultimo si focalizza totalmente sulle novità, risultando quindi "più promozionale" per certi aspetti. Entrambi i format si rivelano comunque interessantissimi per tutti gli appassionati di Thrash, ma per chiunque fosse curioso di sapere chi erano i nuovi Megadeth e cosa erano in grado di fare esulando da quanto fatto in passato, "Holy Wars...The Punishment Due" è sicuramente l'acquisto ad hoc. Il capitolo ottantiano si può quindi considerare egregiamente concluso, ma come in tutte le saghe epiche che si rispettino, le premesse scaturite dalle grandi gesta compiute lasciano ora la porta aperta all'avvenire, stendendo di fronte a questa nuova formazione una nuova pergamena sulla quale scrivere dell'ottima musica. Paragonando questi nuovi pezzi a quelli degli album precedenti, il livello risulta decisamente superiore sia dal punto di vista compositivo ed artistico, dimostrato dai vari e freschi spunti compositivi portati dai nuovi membri di cui abbiamo già trattato, sia dal punto di vista della postproduzione: analizzando nel particolare di quest'ultimo aspetto, i suoni risultano meglio definiti, più limpidi e bilanciati, segno che oltre alla maggiore competenza del produttore vi è adesso l'esperienza accumulata dai quattro musicisti a riflettersi nelle loro nuove creazioni. Questo singolo altro non è che il biglietto da visita dei nuovi Megadeth e solo da quanto fin qui proposto, si intende come le aspettative dei fan in quegli anni siano state eccezionalmente soddisfate con un quarto disco di tutto rispetto.

1) Holy Wars...The Punishment Due
2) Lucretia
3) Interview (Edited)

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