MECHINA

The Assembly of Tirants

2005 - Indipendente

A CURA DI
LUCA GAZZOLA
15/01/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione album

I Mechina sono un gruppo americano symphonic industrial metal nati a Batavia, Illinois, nel 2004, da Joe Tiberi (chitarra) e David Holch (voce). Negli anni hanno subito diversi cambi di line up, fino ad arrivare a quella attuale con l'arrivo nel 2016 di Mel Rose come voce femminile. Dato che nel 2022 rilasceranno il loro decimo album, Venator, si è pensato che fosse una idea interessante rivisitare le origini, ossia The Assembly of Tyrants, rilasciato nell'anno 2005. A differenza degli album successivi, nel primo si ha un genere molto più grezzo, un industrial metal pestato e potente, richiamandosi a gruppi come Fear Factory, con alcuni riff che rasentano il djent, ma senza raggiungere i livelli dei Meshuggah. Le tastiere e gli effetti esterni sono presenti anche qui, ma a livello embrionale: prenderanno il sopravvento in Conqueror in maniera grezza, per poi raggiungere l'apogeo in Progenitor. Ma in questo album si ha soltanto dei piccoli sprazzi qua e là di cosa sarebbe avvenuto in seguito ed un intero intermezzo. Si tratta di un album piuttosto deciso e intenso, composto da 9 brani di una durata che va dai 2 minuti scarsi agli 8 scarsi, per una durata complessiva di 42 minuti circa. L'album comincia con Shattered cry (Pianto in frantumi), che per chi lo sente dopo essere passato per gli album successivi può avere l'effetto di un badile in faccia, mentre per chi li sente per la prima volta e non è ferrato di industrial? anche. Ma trattando di una Terra ormai corrotta e in guerra tra esseri ormai regrediti, i ritmi serrati e brutali sono decisamente azzeccati. Segue Reclamation of Mortal Nature (riappropriazione della natura mortale) che riprende dall'outro del brano precedente, parlando dello sviluppo di una nuova razza umanoide fino ad ottenere una aberrazione. Il pezzo riprende le atmosfere brutali di quello precedente, ma invece di desolazione assoluta si percepisce una carica di angoscia, il tutto grazie a più spazio dato agli effetti esterni senza rinunciare a riff pesanti e ben scanditi. Clash of Cultures (scontri di civiltà) invece salta su un argomento in musica come in altre forme d'arte da moltissimi artisti: le guerre tra civiltà, specialmente quelle di religione, sempre per ribadire che non è una divinità, bensì la vanità e assenza di morale, a provocare le violenze a cui poi si aggiunge la ragione "in gods name". Si tratta di un brano che si stacca decisamente da quelli precedenti, come ad aprire un nuovo atto dell'album, più melodico ed articolato, e lo stesso si può dire di Machine God (Dio macchinario), che narra dell'arrivo sulla Terra di un essere ibrido umano-cibernetico talmente potente da sembrare una divinità rispetto agli individui che incontra. Per quanto riguarda la prima metà dell'album, tira un'ultima spallata prima di un bridge, poi di un outro ormai diventato marchio di fabbrica dei Mechina, composto da parti strumentali di soli effetti esterni e tastiera, creando un'atmosfera da film futuristico-cyberpunk, anche se ancora semplice e poco elaborata, che poi continua con Apothica a cui si aggiunge il settore ritmico, basso e batteria, con una base ritmata ma poco invadente.
I ritmi si accelerano di nuovo con Skin Deep (pelle profonda), brano decisamente potente e con solo pause con voce in pulito a spezzare l'andamento del brano, che va poi a rallentare sul finale. L'individuo trattato nei brani precedenti si rivela un essere sadico che prosegue con le sperimentazioni sugli umani. Sullo stesso schema di intro brutale, andamento pestato ed outro lento è anche After Image (a seguito dell'immagine), dove gli ibridi sviluppati salgono al potere. Questi due brani spiccano decisamente rispetto ad altri, anche grazie alla calma che si era formata con Apothica, e grazie ad una miscela di industrial e thrash metal sono di fatto i pezzi più pestati dell'intero album, per un totale di 7 minuti abbondanti di martellate. Segue poi un altro intermezzo strumentale decisamente cupo, angosciante e deprimente, il tutto con una linea abbastanza minimale, Warfrog (rana da guerra), che funge anche da intro per il brano seguente. Si arriva quindi alla conclusione con il brano omonimo all'album. The Assembly of Tyrants (L'assemblea dei tiranni) è, assieme a Machine God, uno dei pezzi più lunghi dell'album, quasi 8 minuti, e riesce a riassumere degnamente le principali caratteristiche di questo album, e nel frattempo proiettandosi verso lo stile che li contraddistinguerà per i successivi 8 album. Da un lato i riff pestati e una voce gracchiante e concitata, dall'altro effetti orchestrali, principalmente archi, che diventano sempre più pervasivi dando supporto alla sezione ritmica, ma non a livelli di altri album. Il tono del finale rimane cupo, narrando del ritorno in auge degli antichi tiranni della storia e il crollo della società ormai completamente in crisi.
E su questo pessimismo si chiude un album che non sembra avere quasi 17 anni, con registrazioni relativamente grezze e un mix godibile sebbene ancora imperfetto. Da allora i Mechina hanno ingranato decisamente la marcia, sia come grafiche delle cover (che è ancora qualcosa di metallico e indistinto su fondo nero), ma soprattutto dal lato concept album, portando in parallelo una storia ambientata in un lontano futuro, tra titani, ibridi e galassie sterminate, in un futuro avveniristico quanto distopico, trasformando di fatto la discografia in una collana di episodi, e come per le serie, gli album escono fortunatamente a cadenza regolare. L'unica pecca è che restando tanto fedeli al proprio stile, i pezzi tendono ad essere omogenei tra di loro (anche se ad onor di vero qualcosa cambia sempre tra un album e l'altro), ma nel risultato finale non si fa pesare, visto che non è l'unico aspetto in primo piano. E la prova di ciò è che esistono forum e siti web dove viene discusso e riassunto quello che si potrebbe definire "MDU" (Mechina Discography Universe). Questo album però non è del tutto parte di questa lore, e non in tutti i forum viene considerato. Non rimane che aspettare Venator, che, come detto prima, sarà il decimo full lenght della band, e sarà di sicuro qualcosa di speciale.


Tracklist:

01-Shattered cry

02-Reclamation of Mortal Nature

03-Clash of Cultures

04-Machine God

05-Apothica

06-Skin Deep

07-After Image

08-Warfrog

09-The Assembly of Tyrants

Lineup:

Joe Tiberi
David Holch
Mel Rose