MAYHEM

Ordo Ad Chao

2007 - Season Of Mist

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
09/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Con il loro nuovo disco uscito nel 2007 per la "Season Of Mist", "Ordo Ad Chao" (il cui titolo è un rovesciamento dell'espressione latina "Ordo Ab Chao" ossia "ordine dal caos" usata come motto dalla massoneria. L'espressione Ordo Ad Chao, comunque sbagliata - in realtà è Ordo Ad ChaoS - indicherebbe "dall'ordine al caos"), quelli che definiremmo "i Mayhem MK II" portano avanti quel percorso di distruzione iniziato ben dieci anni prima (nel 1997) con l'ep "Wolf's Lair Abyss" e proseguito, tra un live e l'altro, con "Grand Declaration Of War" e "Chimera". Ma come da tradizione la pubblicazione del nuovo album genera uno scontato nugolo di polemiche da parte dalla solita schiera di pubblico che vorrebbe il ritorno dei nostri alle medesime sonorità del periodo Euronymous. Il ritorno di Attila, dopo la defezione di Maniac per motivi di salute, lascia ben sperare tanti visionari che non si capacitano del fatto che Oystein sia morto da più di dieci anni e che "quei Mayhem" sono morti con lui e non torneranno mai più. E infatti restano delusi, come al solito. Polemiche deleterie, reiterate ormai da tanto e che continueranno a perseguitare i Mayhem ad ogni nuova uscita discografica perchè, nel 2050 (se i Mayhem esisteranno ancora) ci sarà ancora qualcuno che si augurerà che "il nuovo album sia quello giusto". Una vicenda che fa venire in mente storie paradossali stile "Il Deserto Dei Tartari" di Dino Buzzati (la vicenda di un gruppo di soldati asserragliati in attesa di un nemico che non si sa se mai attaccherà). Dunque, almeno su questo fronte, mi sembra lecito smorzare qualsiasi polemica. L'album infatti prosegue (salvo un piccolo punto su cui torneremo a breve) con una certa continuità sui binari dettati dal precedente "Chimera". Dunque ottimi brani, ancora più marci, malati, dotati di un feeling oscuro e decadente, strutturati attraverso partiture articolate (memori della complessità dei precedenti album), capaci di alternare frangenti rallentati e catacombali ad altri veloci e trituranti, come da tradizione. Un album che almeno sotto questo punto di vista non dovrebbe scontentare, essendo un bel mattone di puro black metal "norvegese", senza influenze "estranee". Magari si potrebbe lamentare una scarsa fruibilità, (i brani si iniziano a stampare nella mente, nel peggiore dei casi dopo il 3° o 4° ascolto), ma questa in se non risulta essere una pecca (e poi diciamocelo, gli ultimi due full non sono stati dei modelli di "linearità", dunque...). La vera lacuna di quest'album è la produzione, fognaria, scadente, assolutamente inspiegabile e ingiustificata. Ho parlato spesso della nuova formazione dei Mayhem etichettandola come un gruppo capace di prendere il black e portarlo nella nuova era, senza guardarsi troppo indietro, ma anzi, cercando di riplasmare i suoi connotati in correlazione con i tempi odierni, cancellando il suo status di "brutta creatura appartenente al passato", e tramutandolo in un infera, selvaggia bestia che il presente dovrebbe temere. Beh, la scelta di adottare un sound volutamente retrò lascia non poco spiazzati. Pur non volendo - o non riuscendo - a proporre un continuo a "De Mysteriis..", i nostri strizzano ancora più l'occhio al passato, decidendo (e sta in questo, a mio parere, lo sbaglio) di "corrompere" le sonorità del nuovo disco tramite una produzione lo-fi che dovrebbe riportare in mente "quel che è stato" (e che, per ovvi motivi non è più). Ma quel che è stato è stato, e non possono essere usati "trucchetti" per rievocarlo. Se quel periodo storico è finito, morto e sepolto, è inutile dissotterrarlo cercando (perchè secondo me sta proprio qui la verità) maggiori consensi anche tra quei fan che hanno continuato ad osteggiare la band facendo inutili paragoni. Se quelle sonorità all'epoca sono state adottate per scarsità di mezzi, mi sembra inopportuno rimetterle in campo, considerando le nuove possibilità che si hanno attualmente a disposizione. Certo il sound "retrò" può avere un suo oscuro fascino tra tanti estimatori (altrimenti non si spiegherebbe il proliferare come batteri di tanti gruppi Raw Black che fanno a gara per avere un suono sempre più penoso e sembrano andare fieri nel suonare "corde da bucato e bidoni di birra", possibilmente scolata prima. Sia chiaro, non tutti i gruppi Raw sono da cestinare dato che il genere ci ha regalato una moltitudine di perle brillanti, ma sarebbe ora di pensare alla musica più che all'attitudine. Spesso vuota.) ma come ripeto e sottolineo, c'è un motivo prosaico se quel suono all'epoca è stato adottato e ha reso particolari i primi album black, così come tanti bellissimi dischi di altri gruppi inclusi in sottogeneri tra i più disparati ("Under The Blade" dei Twisted Sister, "Heavy Metal Maniac" degli Exciter, giusto per fare due nomi), ossia che era l'unico tipo di produzione che questi gruppi si potevano permettere. Ora, non ci vuole un indovino per capire che i Mayhem si sarebbero potuti permettere una produzione ben più definita, nitida, pulita. Eppure decidono di "omaggiare il passato" con una registrazione abbastanza Raw, che finisce però per far puzzare di finto tanti OTTIMI brani che con una diversa risoluzione sonora avrebbero fatto la loro grassa figura. "Chimera" è un ottimo disco, e si fa forza grazie ad un sound curato, levigato. "Ordo Ad Chao" sarebbe stato forse addirittura superiore se il suono fosse stato quello giusto. Ma non disperiamo. In fondo si sente che dietro a tanta polvere la qualità c'è. Quell'orribile creatura che da Fenice ("Wolf's Lair Abyss") è diventata prima una bestia geneticamente modificata ("Grand Declaration Of War"), quindi una Chimera ("Chimera", per l'appunto), stavolta si trasforma in una Mummia, polverosa e retrò, ma in fin dei conti ancora capace di fare paura. Ma basta con le chiacchiere. Direi che per farci meglio un idea del suddetto disco è il caso di addentrarci nella disamina dei pezzi contenuti nel platter.





Ad inaugurare il disco ci pensa "A Wise Birthgiver", una bellissima quasi strumentale spenta e macilenta strutturata attraverso ricami foschi ed evocativi di chitarra e rintocchi sapienti e dosatissimi di batteria, che evita di strafare intervenendo solo quando strettamente necessario. Il brano, relativamente breve (dura tre minuti e mezzo), barcollante vede a un certo punto l'inserimento della voce di Attila che si limita a bisbigliare poche quanto concise parole ("Dona la vita ad una creatura, crea un lavoratore primitivo, capace di sopportare il giogo assegnatogli") il che potrebbe far pensare a una qualche sorta di ribaltamento dell'incipit biblico. Complessivamente un brano di grande fascino, capace di creare atmosfere sospese ed estremamente lugubri, un po' come i primi evocativi frangenti di una "Freezing Moon". Dopo aver intravisto l'inferno con il precedente brano , dopo aver inalato a pieni polmoni l'odore di zolfo, la seguente "Wall Of Water" ci getta a capofitto nel Pandemonio, concretizzato in un marasma sonico luciferino fatto di impetuose accelerazioni e rallentamenti strazianti. Inizialmente la chitarra scandisce laconici giri destinati a cronometrici stop, mentre la batteria segue pedissiquamente il ritmo. A neanche quaranta secondi finiscono i convenevoli e si entra di prepotenza nel brano vero e proprio, che parte con un accelerazione parossistica gestita da un rifferama ridotto all'osso e dai tempi infernali di batteria imposti da Hellhammer. In concomitanza subentra anche la voce di Attila, flagello del demonio, di cui tanti avevano atteso il ritorno. E la prova è ampiamente superata: gli anni non sembrano aver scalfito la sua grinta, e da qui in poi si assiste a una nuova stupenda, terrificante performance di un artista che ha fatto della teatralità il suo cavallo di battaglia. Dunque lo vediamo passare da toni gorgoglianti, lovecraftiani, ad altri più urlati e spiritati, a declamazioni maggiormente meste e ricche di pathos. Come da tradizione insomma. A due minuti e quaranta i tempi rallentano, smarcandosi dalla precedente, burrascosa tempesta sonora e rimpiazzandola con un frangente più tenebroso e dissanguato, scandito inizialmente dal tamburellare marziale della batteria di Hellhammer. Tutta la parte in questione si distingue per la capacità di mettere in scena partiture notturne e brumose capaci di evocare il male nella sua accezione più alta: la chitarra ricama note pregne di sordida mestizia mentre la batteria dosa ancora una volta con maestria propri rintocchi. Nel contempo Attila porta avanti con estrema credibilità la sua interpretazione da zombesco cerimoniere, modulando a piacimento la propria voce spettrale. A quasi quattro minuti la batteria accelera, e il salmodiare di Attila viene arricchito da un accompagnamento matrico alla chitarra, fatto di note lunghe e ripetute. Il testo sembra incentrato su una probabile fine del mondo: la natura si ribella e le acque sono pronte a distruggere e sommergere tutto quanto decida di trovarsi sulla  loro strada. I vulcani eruttano, i cieli si “frantumano”… in tutto questo, l’uomo non può far altro che attendere impotente la sua disfatta, dato che nonostante le sue conquiste ed il “progresso tecnologico”, egli non può certo fermare la devastante furia degli elementi naturali ("Le Colonne supportano lo sgretolarsi del cielo, Il Sole, la Luna e le stelle cadono giù. Oceani e fiumi scorrono là dove la terra cade, un grande incendio smorzato da una grande alluvione. Polo Nord e Polo Sud si cambiano di posto, il mondo urla, si spegne, cielo e terra combattono, frammenti di essi cadono giù ...e l’oscurità che segue alloggia in quelle grandi spaccature."). La terza "Great Work Of Ages", song dotata di una struttura non lineare, prosegue sulla falsariga della precedente, architettata su deflagranti zone ipercinetiche alternate a parti più rallentate e mortifere. La carica diabolica rimane inalterata confermando l'impressione di fondo, ossia che i Mayhem non solo hanno reiterato gli schemi feroci dei precedenti album "MK II", ma ne hanno estremizzato le componenti marce, fatiscenti. Ritmiche complesse, giostrate su scambi di convenevoli tra la chitarra (capace di tirare fuori in questi primi istanti tessiture estremamente ansiogene) e la batteria, danno il via dopo uno stop di qualche secondo (anche questo inserito ad hoc per alimentare i clima di tensione) a una prepotente accelerazione destinata a prendere il via dopo il trentesimo secondo. La batteria inizia ferocemente ad imporre ritmi esagitati, mentre la chitarra macina riff monocordi reiterati, estremamente funzionali nel contesto. Arrivati al minuto un break rallenta la furia e introduce la voce tumefatta di Attila. La chitarra rugginosa continua a corrodere la texture con un riffing spento e monocromatico, accompagnando i latrati da obitorio del funesto singer. A circa un minuto e cinquanta il latrato spento di Attila si trasforma in una declamazione cerimoniale dai toni tanto trionfalistici quanto deviati, mentre circa dieci secondi dopo, intanto che Attila muta la sua impostazione vocale iniziando a digrignare come un idrofobo, si riparte con una pesante accelerazione destinata a durare sino ai due minuti e mezzo. Incanalandoci in questo frangente, nuovamente spento e abbastanza atmosferico si rientra così in una parte più ragionata, screziata da ricami di chitarra molto evocativi ed ancestrali puntellati sapientemente dalla batteria di Hellhammer. La velocità viene accantonata in quest'ultima parte, lasciando spazio così ad atmosfere più tetre e scorate capaci di porre magnificamente il sigillo su un pezzo decisamente riuscito. Il testo risulta assai criptico, di difficile interpretazione. Tirando le somme, sembra quasi che i Mayhem vogliano svelare un inganno millenario: per millenni abbiamo creduto di essere i padroni di questo pianeta, quando invece è la nostra stessa natura a renderci degli esseri inferiori, come se fossimo stati programmati per farci del male l’uno con l’altro, per farci evitare di essere felici e di conseguenza in armonia con il creato. Veniamo giudicati come dei Non Morti “superiori” agli altri non morti… ma non certo vivi. Non riusciremo mai a trovare la felicità per via di questi limiti invalicabili ("Meccanismo acromatico,un celato modo d’agire, l’inganno dei tempi... Controllo, Alterazione, Manipolazione, Antagonismo. Le abilità umane periscono nell’acido della stregoneria, i loro sensi si tramutano in corde arrugginite, Vittimizzati, posseduti, non morti superumani. In frantumi divengono i cristalli di una perduta civiltà, consumati dal cervello umano. E come la sabbia bollente fustiga il volto dei deserti, così le menzogne turbinano vicino la Terra."). La successiva "Deconsecrate" parte subito in quarta attraverso ritmi accelerati imposti dalla batteria furiosa e da un riffing spento e fortemente ossessivo. Attila inizia da subito a starnazzare con una voce acida e scomposta, facendo in modo che le sue grida stridule completino il quadro di furibondo caos messo in piedi dall'apparato strumentale. Si parla di caos, certo, ma decisamente controllato,"modulato" grazie alla chitarra che pur vagendo giri spenti dona una struttura ben precisa a un flusso sonoro apparentemente incontrollabile. A qaranta secondi un break ci porta verso un frangente più controllato sorretto dalla voce iniziatica del gran maestro Attila. Le tessiture di chitarra si fanno ansiogene, pesantemente monocromatiche e torve, mentre Hellhammer si limita a scandire pochi dosati colpi perfettamente bilanciati nel contesto. Si respira ora un'aria claustrofobica da sepoltura prematura. Giunti quasi ai due minuti un singulto chitarristico accompagnato dal tamburellare irrequieto di Hellhammer (che sembra aspettare impaziente di tornare a macinare ogni cosa in preda ad un estatica frenesia) ci catapulta nuovamente verso sentieri accelerati (oltre i due minuti). Da qui un sali-scendi di repentine frenate e brusche accelerazioni, messe in campo in maniera abbastanza continua, che ci conducono martoriati verso la fine. Il testo risulta essere, senza troppi giri di parole, un invettiva anti religiosa, e in special modo anti-cristiana, messa in campo attraverso un'evocativa, affascinante giustapposizione di immagini ("Illusioni telepatiche iniettate in una patologia di massa, le bugie di tutte le religioni, di tutti i preti! Varie versioni delle origini, e profeti mai esistiti! La scialba sagoma di un Dio morto. Un dio morto animato da cervelli danneggiati, Gli umani, ottusi, vagano nel loro sonnambulismo, pregano Il nulla, inginocchiati di fronte a muri sordi. Cervelli morti, trafitti da obelischi falloidi, Nessun Salvatore, lì,è mai stato resuscitato! Io ordino che quei simboli si frantumino! Io ordino la distruzione di tutte le chiese!"). "Illuminate Eliminate" si struttura inizialmente come un mid tempo catacombale e mortifero, per poi accelerare allo spasimo superata la soglia dei quattro minuti e dieci e da li prestarsi al solito gioco di frenate e ripartenze. Un introduzione spenta segnata dai ricami plumbei della chitarra di Blasphemer (con molte note allungate allo spasmo) inaugura un primo frangente doomy, estremamente pesante e soffocante. La batteria si mantiene, come abbiamo visto spesso nei precedenti brani, volentieri in sordina, limitandosi a qualche funzionale rintocco. Intorno al minuto la chitarra si fa evanescente, ectoplasmatica, alitando note che sembrano illuminate di un bagliore spettrale, e accogliendo lentamente la voce di Attila che subentra con esalazioni spente. I ricami di chitarra, monotoni e ossessivi si susseguono mentre la voce di Attila, pur restando confinata nel "vagito morente" acquista gradualmente tono. Si prosegue così, tra puntellature di batteria desolanti e afflati di chitarra torvi in una sezione che nulla ha di vivo. A due minuti e dieci la chitarra, pur limitandosi a reiterare giri monotoni e claudicanti acquista a sua volta tono scrollandosi di dosso la povere e ergendosi come coo-protagonista insieme alla voce del singer. Nessuna importante variazione sino ai quattro minuti e dieci, lo schema rimane lo stesso. Ritmi lenti, giri soffocanti e Attila che continua a trincerarsi dietro ad una performance zombesca e piena di acredine. Superata la soglia prima citata i ritmi accelerano inaspettatamente (certo dopo quattro minuti non era scontato che finisse così, anzi, qualcuno si poteva aspettare una certa continuità. Ma i Mayhem dimostrano di saper stupire) portandoci su territori sicuramente non inediti, ma senza dubbio frastornanti. Una graduale inflazione cinetica (abbellita dalle urla belluine e sovrumane di Attila) ci porta verso i cinque minuti e mezzo ad una nuova decelerazione che ci rincanala verso territori assolutamente non dissimili da tutta la prima parte. Il brano, il più lungo del lotto (9 min e 40) si impone sin da subito come uno dei più gustosi in scaletta. Il testo, decisamente deprimente, stavolta fa perno sulla misantropia e la voglia di morire, considerando quanto il mondo risulti insulso ed insignificante ("Dovrei ritornare da dove provengo... nient’altro, non ho nient’altro da fare. nessun’altra missione da compiere. Debole e devastato, la forza è ormai andata via. non voglio sapere nient’altro. Non voglio capire. Perso e vuoto.. Voglio solo andarmene, morire. Mandare indietro me stesso. Qui non c’è più nulla. Più niente."). La seguente "Psychic Horns" è inaugurata da un bellissimo, conciso giro di chitarra, stoppato e ripreso una decina di secondi dopo, mentre il vuoto immacolato, il silenzio genera un senso di impalpabile tensione. Ancora uno stop e una successiva ripresa, quindi, finiti i preamboli ci si incanala in una prima parte sorretta da un rifferama mantrico e cupissimo e da un sapiente gioco alla batteria, mai invasivo. Al minuto Attila entra in scena con un urlaccio licantropico, per poi tornare per una decina di secondi nell'oblio, e riesplodere con tutta la sua veemenza in una serie di latrati animaleschi accompagnati da una tessitura ansiogena sullo sfondo. La chitarra emette note lunghe e amorfe, e la batteria incede marziale come un plotone di soldati. A un minuto e quaranta Hellhammer rincara la dose di colpi portando la tessitura ad una considerevole accelerazione. Si genera in breve il caos: Attila passa dai mugugnii finto-inespressivi a urla feroci e inconsulte, mentre tutt'intorno viene eretto un muraglione sonoro spesso ed impenetrabile. Si continua così su ritmi furenti scanditi dalle urla miste ai mugugnii di un Attila perfettamente calato nella parte di un oscuro portatore della nera novella. Verso il terzo minuto il clima si stempera un po': ci ritroviamo in un frangente ancora una volta esangue, giostrato su riti più controllati (ma ugualmente tesi). La chitarra torna a vagire note lunghe, mentre la voce di Attila si trasforma in un bofonchio basso e pitchato. Un intervallo verso i tre minuti e quaranta fa dunque da ponte verso una graduale ripresa di velocità: il pezzo si mantiene relativamente dinamico sino ai cinque minuti e mezzo, quando subentra una nuova accelerazione (destinata ad aumentare sempre più) che ci trascina verso la conclusione. Il brano ruota attorno a una giustapposizione ai limiti della privazione di senso di varie immagini, costruite attorno ad un tema cardine: l’entrata in una nuova dimensione, differente da quella presente. In questo nuovo mondo, a quanto ci dicono i Mayhem, abitano delle creature celate all’occhio umano. Impensabile cercare di spiegare il tutto con la scienza, vedere per credere è l’unica soluzione da adottare. Il tutto sembra quasi ricondurre ai racconti di Lovecraft, anche se non vi sono riferimenti espliciti all’opera del solitario di Providence. Tuttavia, visto che lo “spazio” viene citato spessissimo, gli esseri sembrano quasi simili a lucertole, e le loro tane sono situate nell’entroterra, il tutto può effettivamente farci pensare a Cthulhu e compagnia (“Nutriamo queste forme non umane, per contattare e far manifestare queste entità di un altro mondo [...] Attraversa il cancello della Luce Eterna, appaiono nuove forme di vita [...] Mondo sommerso nelle profondità di questo pianeta [...] Un sole inverso non le illumina mai, le cela dagli sguardi umani”). "Key Of The Storm", la settima traccia, è strutturata ancora una volta su strutture velocissime alternate a stacchi catacombali. Formula reiterata sino allo sfinimento che comunque, in mano alle mani sapienti e professionistiche dei Mayhem non viene mai banalizzata. Dunque in apertura abbiamo un riff insistente alternato ad una batteria pregna di potenza che dopo una trentina di secondi di "preambolo" danno il via ad una parte molto feroce e senza spiragli di luce, caratterizzata da un riffing monotono e opprimente, da cui emerge vampiresca la voce di Attila. La struttura si mantiene abbastanza continua, salvo piccoli frangenti caratterizzati da sapienti break posti tra un accelerazione e l'altra. Un break decisivo verso i due minuti apre uno spiraglio rallentato di una decina di secondi, nel quale guizzano ricami di chitarra evanescenti e diafani. Conseguentemente a questa breve pausa si riparte in quarta su ritmi malati ed esagitati perun altra decina di secondi, prima di un secondo break che determina uno smorzamento dei tempi fulminei a favore di soluzioni già sentite, livide e necrotizzate. In questi attimi Attila declama mesto come un essere funestato dal più ampio concetto di disperazione, un personaggio straziato da Mater Suspiriorum in persona ("Questa sorella è la visitatrice [...] di chi si è pentito ormai invano e sempre ritorna con lo sguardo a una tomba solinga che gli appare come l'altare demolito di un passato e sanguinoso sacrificio, altare su cui ogni offerta è ormai vana, sia per implorare il perdono, sia per tentare una riparazione. Ogni schiavo che a mezzodì guardi il sole tropicale con timido rimprovero, [...] ogni donna che sieda nelle tenebre, senza amore che la protegga, senza speranza che illumini la sua solitudine [...]ogni monaca  defraudata della sua primavera, che più non ritorna, da parenti malvagi che Dio giudicherà; ogni prigioniero in ogni carcere; tutti quelli che sono traditi e tutti quelli che sono respinti; i reietti dalla legge della tradizione e i figli della disgrazia ereditaria: tutti costoro si accompagnano a Nostra Signora dei Sospiri." Thomas De Quincey). A tre minuti e quaranta una breve ripartenza: in pratica gli ultimi fuochi d'artificio prima della conclusione. Ci troviamo di nuovo al cospetto di un testo che sembra solo una sequenza di immagini rimandanti ad una sorta di Apocalisse, un momento nel quale l’umanità verrà definitivamente cancellata dalla faccia della terra per mano delle forze del male. Vengono citati gli Annunaki, divinità Sumere dell’oltretomba, che sorgeranno dall’entroterra grazie ad una nave di fuoco. Questo sarà il segnale di avvio di questa “fine del mondo”, che ancora una volta avverà per via di un qualcosa proveniente da un’altra dimensione (“Dopo una nuova età del Ferro, l’umanità si perderà.. ascende al cielo la nave di fuoco, gli Annunaki sono a bordo! [...] e tutti i ricordi vengono cancellati, cadono, come la nuova attrazione proveniente da un altro spazio”). A concludere il disco ci pensa l'apocalittica "Anti", che per la quasi totalità della sua durata ci fagocita in una struttura dilaniante giocata su un'alternanza di ritmiche veloci e asfissianti. La struttura è tutto sommato abbastanza semplice: ritmi frenetici giostrati su un rifferama minimale cedono il passo ad altri ritmi ugualmente spossanti e parossistici, fino ad arrivare alla soglia dei tre minuti, quando un esalazione mortifera di Attila ci accompagna verso un decisivo break, che porta il brano dapprima ad assestarsi su una parte più ragionata, quindi riesplode in una nuova zolla ipercinetica. Niente che faccia gridare al miracolo, ma anche qui la vioelnza e il marciume si sprecano, per la gioia di tutti gli appassionati. Il testo ancora una volta ha la parvenza di una giustapposizione di immagini prive di senso , tuttavia appare più comprensibile dei precedenti. Vengono menzionati di nuovo gli Announaki, visti come vere e proprie divinità della fine del mondo, i quali porranno una volta per tutte il sigillo della fine sulle nostre vite e sul nostro mondo. Il testo si ricollega, anche per significato, alla terza traccia, mediante anche una citazione esplicita del brano “Great Work of Ages” (“tutto quel che è stato fatto equivale a zero, il tempo è niente [...]figli degli Announaki, muovete guerra! Muovete guerra all’Universo! [...] Nemesi della Genesi” (ovvero, una “Genesi al contrario”. Non partiamo più dalla creazione ma dalla distruzione. Quest’ultimo verso spiega il significato dell’album tutto: “Dall’Ordine al Caos”, e non “Dal Caos all’Ordine" ).



Tirando le somme l'album risulta ancora una volta più che buono. Sono presenti lacune (non eccessive) e picchi (considerevoli) che bilanciano il disco portandolo tutto sommato nella media degli album prodotti sino a questo momento dalla nuova formazione. Giova molto la performance di Attila: non che quella di Maniac non andasse bene, anzi (va precisato che Maniac è un signor vocalist), ma l'interpretazione di Attila, "schizofrenica" nel vero senso della parola si adagia perfettamente in questo mortifero contesto. Hellhammer toglie spesso il piede dall'acceleratore per lasciare più spazio a quei frangenti catacombali che a tanti (me compreso) garbano considerevolmente. E questo è un altro bel punto a favore del disco. In più, come accennato nell'introduzione, la violenza è sempre a livelli altissimi, il senso di marcio ancor più accentuato, e tutto questo renderebbe il disco un must... se non fosse per la produzione, che ripeto, poteva essere migliore. E sono sicuro, non avrebbe intaccato quel gusto fatiscente che del disco rappresenta il dna. Magari, le song potrebbero risultare un pizzico monotone, o (e anche questo è stato già chiarito in precedenza) poco fruibili "al primo impatto". Ma chi ama i Mayhem e li segue da tanti anni non si ferma al "primo impatto", ascolando ogni singolo frangente di ogni brano cinque, dieci, cento volte per carpirne al meglio il sottile senso di MALE annidato dietro ad ogni nota, ad ogni passaggio e anche, perchè no, dietro ad ogni vuoto o pausa che dir si voglia. Una musica per intenditori, per gente focalizzata mentalmente che non ammette "fruitori alla spicciola" e pseudo-ascoltatori svogliati. Era questo che risiedeva dietro alla filosofia di Dead. Ricordiamocelo sempre.


1) A Wise Birthgiver 
2) Wall of Water 
3) Great Work of Ages 
4) Deconsecrate
5) Illuminate Eliminate 
6) Psychic Horns
7) Key to the Storms
8) Anti

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