MAYHEM

Mediolanum Capta Est

1999 - Avantgarde Music

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
05/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Con il loro live del 1999, "Mediolanum Capta Est", i Mayhem offrono un inestimabile dono ai fan della penisola italica, considerato che, dopo una produzione di dischi dal vivo praticamente nulla (l'unico live ufficiale è il celeberrimo "Live In Leipzig"), decidono di proseguire la loro nuova stagione - iniziata con "Wolf's Lair Abyss" - proprio con un concerto immortalato successivamente in un disco dal vivo, il secondo ufficiale della band. Il secondo, e il primo della nuova formazione. E l'Italia in tutto questo c'entra qualcosa! Ma a prescindere dall'importanza che può avere per noi, abitanti di questa ridente terra bagnata per tre quarti dal mare, il disco assume una certa importanza anche per un altro aspetto, da non sottovalutare. Mi spiego. Non è difficile considerare il suddetto live come una specie di spartiacque, come al tempo lo fu l'osannato "Live In Leipzig". I due dischi dal vivo, accomunati per essere stati registrati fuori dalla loro patria, pongono una sorta di delimitazione tra un simbolico "prima e dopo". Il live tedesco delimita il periodo di transizione dei nostri dai territori ancora grezzi di "Deathcrush" all'apoteosi del black avvenuta con "De Mysteriis Dom Sathanas", mentre il live italiano (di cui parleremo approfonditamente nella recensione odierna) è un punto di snodo del passaggio dal momento della rinascita al momento del cambiamento. La nera fenice è tornata, risorta dalle proprie fetide ceneri, non lasciando minimamente presagire una futura, inaspettata quanto incredibile trasformazione, limitandosi vittoriosa a glorificare il proprio ritorno. La nera fenice è qui per restare. Ma per arrivare alla pubblicazione del suddetto disco dobbiamo fare un passo indietro, e tornare al periodo post "Wolf's Lair Abyss", il disco della resurrezione, croce e delizia di tanti fan che, pur godendo grazie al celebre - o famigerato - ep del ritorno sulle scene dei nostri, li vedrà da quel momento divisi tra chi sosterrà il nuovo corso, e chi lo denigrerà senza appello etichettando i "nuovi Mayhem" come "falsi" rispetto a quelli del periodo Euronymous, sorretti da un'attitudine "veramente True". A seguito della pubblicazione dell'Ep, accolto inizialmente in maniera tiepida, i nostri decidono di portare avanti una serie di tour che dovrebbero fungere da prova del nove: da qui si decide se la riedificazione del monicker risulta quantomeno una mossa vincente o destinata a precipitare nel più totale fallimento. Per l'occasione  hanno modo di fare tappa in Germania tenendo un concerto nell' "East Club" di Bischofeswerda il 21 giugno del '97, che forse inaspettatamente si rivela un autentico successo, nonostante il prezzo non troppo esiguo del biglietto (la bellezza di 50 marchi tedeschi, sicuramente non un'inezia). Il pubblico in quell'occasione accorre numeroso e fa sentire il suo deciso supporto, cosa che finisce in qualche maniera per smorzare l'alone del fallimento vaticinato da qualcuno, e spiana la strada ad una lunga serie di concerti che porta i nostri ancora fuori dai confini della Norvegia (in inghilterra con Nordgaren dei Fleurety, in Messico, negli stati uniti, ancora in Germania al celeberrimo "Wacken"). La lunga attività concertistica frutta ai nostri nel corso degli anni numerosi live ("Live In Marseille 2000", frutto dei loro sforzi a Marsiglia, presto seguito dalla video registrazione "European Legions: Live in Marseille 2000" ed "U.S Legions", seppur quest'ultimo live solamente in parte). Perchè così tanti dischi dal vivo, si domanderà qualcuno, considerando che, invece, nei primi anni le testimonianze ufficiali dal vivo erano merce ben più rara. E' facile: la ragione sta nell'aumento dei bootleg, ormai una piaga biblica che costringe i nostri a prendere provvedimenti, rilasciando per il mercato release ufficiali come testimonianza delle loro attività dal vivo. E' per questa ragione che fondamentalmente "Mediolanum Capta Est" vede la luce, inaugurando questa nuova "politica" della band. Il live (dal nome errato: in latino si direbbe "Mediolanum CapTUM Est", espressione che indicherebbe la cattura/conquista di Milano) è la testimonianza di un concerto tenuto il 2 novembre 1998 al "Rainbow Club" della  medesima città, messo in piedi dal personale del "Sound Cave", un negozio correlato all'etichetta "Avangarde Music", già legata ai Mayhem dai tempi di Euronymous (periodo "Live In Leipzig" per la precisione), quando questa portava ancora il nome di "Obscure Plasma" ed era una realtà molto più piccola. Considerando la buona qualità della registrazione si propone alla band di trarne un live, cosa che viene accolta di buon grado. Dunque il concerto finisce per divenire la seconda registrazione dal vivo ufficiale della band, la prima del nuovo corso, un vessillo simbolico innalzato a sugellare il loro ritorno in pompa magna. Il disco, forte di una resa sonora davvero potente e levigata viene mixato da Necrobutcher a Oslo, in Norvegia, agli "Strype Audio". Al suo interno ben dodici tracce con buona parte del repertorio appartenente al passato storico della band e qualche pezzo nuovo tratto dal precedente ep (quattro in tutto, forse per non togliere spazio ai grandi classici). E' presente nel lotto anche la celebre "Carnage", che non ha mai visto la luce in nessun full o ep, accontentandosi del ruolo da comprimaria su qualche demo ("Pure Fucking Armageddon", "Studio Tracks") e nel primo live, e comunque anche li troneggiando come una "signora comprimaria". Bene, fine dei preamboli, è giunto il momento di dare spazio all'analisi della tracklist.



L'apertura, perfetta, è affidata a "Silvester Anfang", celebre introduzione di "Deathcrush" pensata per la band nientemeno che da Klaus Schultze dei Tangerine Dreams (ma lo sapete già, vero?), riproposta in questa sede praticamente identica, marziale e tambureggiante, un'introduzione tribale dotata di una carica evocativa enorme che esattamente come all'epoca da il via a "Deathcrush", title track dell'ep omonimo apparsa per la prima volta nella demo Deathrehearsal del 1987. Per Maniac e Necrobutcher è normale amministrazione avere a che fare con questo pezzo, mentre Blasphemer, come nuovo esecutore del brano riesce a non sfigurare, e, anzi a sfoffiare un'eccellente prestazione mantenendosi adiacente allo spirito del pezzo originale. Discorso a parte merita Hellhammer, che pur non avendo suonato l'originale ha comunque dimostrato ampiamente la sua classe cimentandosi nella versione proposta dal "Live In Leipzig". E anche qua, inutile sottolinearlo, non sfigura, caricando il pezzo di una base ritmica assolutamente annichilente. Il brano al solito è brutale, incisivo, martoriante. Un brano lineare considerato all'epoca come uno dei parti più estremi usciti dal songbook di un gruppo metal. "Estremo in una nuova accezione del termine" (Luca Signorelli), un po' come tutti i vari brani malati contenuti nel celebre ep dell'87. Maniac offre una prestazione eccellente, molto diversa dall'originale (ma è normale, sono passati parecchi anni): alle urla isteriche del primissimo periodo si sostituisce un rantolo malato caratteristico della nuova metodologia espressiva dell'emaciato singer. La differenza risulta da subito palese tanto da essere avvertita istantaneamente anche dall'ascoltatore più distratto. Per quanto riguarda il testo, benché il suo significato sia noto al grande pubblico (idem dicasi per la maggior parte dei classici contenuti nel disco), per completezza è giusto spiegarlo. Si ha a che fare apparentemente con un brutale omicidio compiuto da uno psicolabile nei confronti di una povera, innocente vittima. E' citata però una crocifissione, la quale potrebbe spingerci a considerare il brano come una sorta di inno contro la figura di Cristo, rappresentante dei valori del Cristianesimo contro i quali i Mayhem da sempre si battevano. I Mayhem dichiarano dunque guerra ai valori cattolici proponendosi loro stessi come degli “anti cristo”, pronti a divulgare un nuovo messaggio di violenza ed orrore, lontano anni luce dalla tolleranza e dall’amore, valori tipicamente cristiani. L'uccisione potrebbe quindi essere considerata una metafora: il Male che trionfa sul Bene, banchettando con i suoi resti ("Una risata demoniaca, la tua cremazione,/ i tuoi polmoni annaspano per un po’ d’aria ma sono pieni di sangue,/ un improvviso “crack” mentre spappolo il tuo cranio!/ I ricordi della tua vita passano come un flash,/ una vita che ora non vuoi vivere,/ sorrido con un’ascia nelle mie mani,/ tutto ciò che vedrai è la mano putrida della morte!/ Ecco che avanzo,/ Morte e Spappolamento!!/ Ti manderò dal tuo Creatore,/ andrai incontro alla morte!!"). La terza track (ossia la seconda vera e propria escludendo l'intro) risulta essere l'ottima "Fall Of Seraph", uno dei pezzi più esaltanti contenuti nell'ep "Wolf's Lair Abyss". Ci troviamo dunque al cospetto di una song relativamente "nuova". Il brano non subisce grandi riletture o cambiamenti, risultando abbastanza uguale rispetto all'originale. Maniac presenta il brano, che parte subito spedito trainato dalla batteria di Hellhammer e dalla chitarra prepotente di Blasphemer. A una quarantina di secondi un break, che rallenta i tempi gettandoci in una pozza melmosa fatta di atmosfere putride e tumefatte intarsiate da ricami di chitarra capaci di rievocare plumbei vagiti ancestrali. Verso il minuto e trenta Maniac inizia a declamare con voce logora la propria appartenenza al regno infero, fino all'apoteosi raggiunta rivelando che questi è in realtà il "Serpente di Eva". Ci si incanala quindi in un una tumultuosa, ossessiva accelerazione. Il pezzo si mantiene così ipercinetico sino alla fine, torturato dalla voce "dicotomica" di Maniac che si diverte ad alternare il suo latrato in shriek ad altre parti in clean più declamate. Il testo sembra articolarsi attraverso una sovrapposizione di frasi apparentemente prive di connessione. Ma analizzandolo con estrema attenzione sembra narrare della corruzione di Eva ad opera del Diavolo, che è anche il narratore principale del brano. Attraverso la propria capacità adulatoria (non a caso si usa la definizione di "Serpente Tentatore") ha sottomesso la donna ed ha trascinato l’intera umanità nel peccato. Ora cerca di finire l’opera, facendo dimenticare al mondo intero i “valori” cattolici, che vengono paragonati, per le loro contraddizioni e per quanto siano confusi e facilmente fraintendibili, ad uno sciame di mosche che ronzano rumorosamente, vagando senza meta ("Io sono la chiave della Passione Nera, bevo il mio sangue, mangio la mia carne, ho dato ad una donna il mio bacio da serpe, un viaggio lungo paesaggi vorticosi. Il Serpente di Eva! Ora la vita ha un sapore acido. Disgustosa Cristianità! Bruciate dentro, proclamo la caduta degli Angeli! Che nulla mi tocchi!!"). Si prosegue con "Carnage", classico "outsider" (nel senso che, come evidenziato precedentemente, non è stato mai utilizzato in un ep o full length, rimanendo confinato nelle prime demo) la cui primissima apparizione si fa risalire al celebre "Pure Fucking Armageddon". La qualità del pezzo è altissima, e, sentirlo riproposto in questa nuova veste risulta una delle novità più ghiotte per tutti i fans. C'è già stata la versione proposta sul Live In Leipzig, sicuramente più raffinata rispetto a quanto proposto nelle demo, ma la qualità in questo specifico caso è assoluta. La risoluzione sonora e la potenza rendono finalmente giustizia al pezzo, che in questa veste assume connotati nuovi e decisamente più aggressivi. Tale nota a favore potrebbe essere per qualcuno una nota decisamente a sfavore: paradossalmente l'eccessiva qualità e pulizia potrebbero sembrare superflui e forse per qualcuno controproducenti se applicati ad un pezzo che è stato concepito (forse) per essere un diamante grezzo e null'altro. Togliere la polvere a un oggettino ancestrale come questo e passarci il brillantante non gioverebbe a una cosa che per molti "deve odorare di muffa". Ciò non toglie che in questa nuova veste il pezzo sia potente, carico, aggressivo, differente dall'originale che odorava di arcano lontano un miglio ma ugualmente bello. E così, dopo un urlo spiritato di Maniac ("Caarnaaage...") si inizia con quell'alternanza di riff circolari ed ipnotici, che esplodono a un minuto in un bellissimo assolo free form. Il tutto condito, come sempre, dalla voce fetida di Maniac accompagnato egregiamente dai vari strumentisti, Blasphemer in testa, con i suoi fantastici giri di chitarra. E' fantastico pensare che al momento della realizzazione della prima versione di questo brano tre membri su quattro dell'ensemble ancora non facevano parte della band (unico escluso dal discorso è Necrobutcher, che può fregiarsi della nomea di "membro fondatore"). Il brano lo si può riassumere con gran facilità e senza possibilità di smentite come una ferale esaltazione della violenza ("CARNEFICINA!! Stregoneria, sangue, Satana! Guarda in faccia la Morte!! Sangue, Fuoco, Tortura, Dolore, UCCIDERE!! Stregoneria, sangue, Satana! Guarda in faccia la Morte!!"). Proseguiamo lo stillicidio con "Necrolust", la cui prima apparizione risale al celebre "Deathrehearsal", seconda demo dei nostri. A seguito di quest'apparizione il brano verrà dunque incluso nel bellissimo Deathcrush. La solita voce di Maniac annuncia il brano. Ci si incanala dunque in una struttura spenta, esangue, macilenta, scandita da un controllato gioco alla batteria e da un rifferama ipnotico tanto pesante quanto ossessivo. Superata la soglia del minuo e cinque si parte in quarta: i ritmi accelerano di colpo, Hellhammer trasforma le ritmiche indiavolate del brano originale in qualcosa di letteralmente inumano, rendendo il pattern ancora più frenetico ed esagerato, forse (e dico forse) addirittura caricaturizzando un prodotto che già di suo era perfetto. A un minuto e venti parte Maniac che si dilania le corde vocali latrando come un ossesso. I ritmi si fanno esagitati, scomposti: i nostri riescono a rievocare credibilmente un senso di assoluto caos. Testualmente il brano sembra essere un esaltazione della necrofilia: il testo risulta molto esplicito, diretto, assolutamente di cattivo gusto ma senza dubbio pregno di oscuro fascino ("Desidero il tuo corpo puzzolente,/ nulla mi eccita di più,/ fot*erti finché le tue ossa non si spezzano,/ deve morire un’altra persona./ Lo sperma gocciola dal mio ca**o,/ ti fot*o sino all’anima,/ penso di non riuscire a reggere,/ tutto ciò mi fa impazzire!!/ Necrofilia!!"). Dunque un rifacimento riuscito: per quanto come ripeto, caricare ancor più l'atmosfera generale per estremizzare un prodotto già estremo potrebbe considerarsi un operazione superflua, però anche in questa nuova versione il brano si fa apprezzare non poco. Conseguentemente sentiamo il pubblico incitare calorosamente. Maniac annuncia trionfante il nuovo brano: si tratta di "Ancient Skin", nuovo brano tratto da "Wolf's Lair Abyss", riproposto in questa sede in una versione non troppo dissimile dall'originale. Un muscoloso preambolo strumentale di ragguardevole lunghezza, molto tirato (giostrato su un rifferama ipnotico sospinto dalla batteria frenetica di Hellhammer) ci porta al minuto e quaranta al cospetto di Maniac e della sua voce torturata e consunta. Il pattern, complice un giro di chitarra molto evocativo si fa pregno di dolore e inquietitudine, non dimenticando la propria frenesia e carica, che rimane pressochè inalterata. A due minuti e mezzo un break in cui gli strumenti smorzano la loro corsa soffocati da un manto, un alone che sembra fagocitarli nella polvere. A quasi un minuto e cinquanta la voce di Maniac (ora in clean) si fa evocativa, possente, da gran cerimoniere. Oltrepassati i tre minuti e cinque si ricomincia nel brutale stillicidio inflitto attraverso partiture ipercinetiche e terremotanti. Tutto si tramuta in un inferno di "caos controllato". Il brano è sorretto da un testo che sarebbe collegato quasi attraverso una sorta di fil-rouge al testo di "Fall Of Seraphs" (entrambe sono elucubrazioni del demonio in persona) dunque non sarebbe stato male in questa sede proporre i due brani in maniera continuativa, ma anche decontestualizzato si fa ugualmente apprezzare. Mentre nel brano sopra citato il Diavolo narra di come ha corrotto Eva e conseguentemente ha portato l'umanità verso il peccato, per poi, volendo concludere l'opera, cerchare di far dimenticare al mondo intero i valori cattolici, stavolta il Demonio si compiace della sua stessa esistenza. Egli, in vita, ha rinunciato all’amore di Dio e alla compagnia degli Angeli perché volenteroso di sapere. Ha abbandonato quell’amore da lui considerato mendace ed ipocrita, decidendo di fare a modo suo. Sfogando tutti i suoi istinti, egli si sente realmente libero, ed ama tutto ciò che è terribile ed estremo, comprese le torture e gli atti definiti “impuri” dal ben noto comandamento di Dio ("In queste notti di magia, io guardo oltre l’alba del nuovo giorno, al di là di questi visi così angosciati, che vivono nella menzogna e nella debolezza. Io ho colto il momento, ho rinunciato a questo nauseabondo amore, l’ho tramutato in pura rabbia."). Il proseguo è affidato ad uno dei pezzi da novanta dei Mayhem (in assoluto!), ossia la favolosa "Freezing Moon", incredibile song che si fa risalire alla demo "Studio Tracks" e che troverà posto nell'ormai leggendario "De Mysteriis Dom Sathanas". La versione qui offerta è molto gradevole: da citare espressamente la performance di Maniac che si smarca totalmente da quella teatrale offerta da Attila, per trincerarsi dietro a modalità espressiva a lui più consone, espresse attraverso latrati strozzati. Molto diversa l'interpretazione anche rispetto a Dead, per quanto possa avere più consonanze con lui che con Attila: mentre Dead si manteneva grossomodo su toni più ribassati e cupi, Maniac (pur non tornando alle urla di "Deathcrush") si mantiene su tonalità più alte, da invasato. Per il resto il trademark del brano rimane pressochè inalterato. Anche i ritmi, che in altri brani sono stati "drogati" da prepotenti iniezioni di adrenalina, qui rimangono abbastanza simili all'originale, senza eccessive deflagrazioni furiose estranee al pezzo originale. Il brano prende il via attraverso una lunga introduzione sulfurea e ultratombale, giostrata su ritmiche rallentate, che, all'approssimarsi del secondo minuto, ci porta al brano vero e proprio, particolarmente furioso ma dotato di una indecifrabile aura maledetta. Per intenderci, non è uno di quei brani tutto muscoli o velocità che colpisce a baionettate solo per fare male, ma riesce ad offrire una visione infera sferzata da bagliori luciferini del tutto impossibile da spiegare a parole. Sensazioni che, incredibile a dirsi sono emigrate con successo anche in questa versione live. Il brano, come da tradizione si apre in un break centrale, ancora una volta sulla scorta di ritmi lenti e soffocanti, per poi rincanalarsi nell'assalto demoniaco offerto conseguentemente ai sei minuti e dieci. Il testo fa perno sulla "vampirizzazione" di un uomo, il quale rimugina sulla sua morte e rimembra sul successivo cambiamento in un essere oscuro e maledetto ("Tutto qui è così freddo, tutto qui è così oscuro, lo ricordo quasi fosse un sogno, un momento nel tempo. Ombre diaboliche fluttuano fuori dall’Oscurità, ricordo che è qui, che sono morto… seguendo la Luna Gelida".).  Con l'ottava track abbiamo un altro ripescaggio da "Wolf's Lair Abyss". Stavolta è il turno di "Symbols Of Bloodsword", altro ottimo brano strutturato su ritmiche dilanianti ed apocalittiche, screziato dalla voce ferale di Maniac, capace nei frangenti iniziali di aprirsi nuovamente in una parte in clean. Una breve parte strumentale iniziale evocativa e "atmosferica" introduce la voce cerimoniale di Maniac, dunque nell'arco di pochissimo siamo ingoiati dal caos. La batteria mitraglia ritmiche disumane, mentre Blasphemer accompagna la magmatica slavina sonora con lunghi accordi prolungati. Si crea un atmosfera apocalittica, nel vero senso della parola. Non vi è tregua. Maniac non sembra cantare ma vomitare fiamme, mentre tutt'intorno viene eretto uno scenario di incontrollata distruzione. Arriva dunque il momento di un break (all'approssimarsi dei due minuti) destinato a durare un lasso di tempo decisamente breve, a cui segue una parte di grande impatto ma sicuramente più articolata. Seguono ancora una volta ritmiche furiose, un break (verso i tre minuti e cinquanta) che ci introduce una parte maggiormente evocativa e trasognante, antitetica al massacro affrontato in precedenza. Il brano quindi sembra gradualmente collassare, sino alla sua chiusura, affidata ai boati del pubblico. Il testo sembra elargirci un'importante realtà: chi sceglie di seguire Satana è destinato a diventare un suo guerriero. Più precisamente vediamo come il Diavolo conduca un suo adepto lungo il percorso della sua rinascita, dove i valori umani vengono visti come inutili detriti. Il finale è affidato ad una conclusione in latino, ove viene elogiata la caduta di Lucifero, vista in maniera più trionfale che disfattista ("Tutte le stelle del Nord sono morte, ormai. tutte le morali umane sono ridotte a detriti. Cammina con me nella notte, non scansare le ragnatele della guerra, che si attorcigliano sul tuo viso. Ti parleranno di dolori sconosciuti. Tutte le stelle del Nord sono morte, ormai. tutte le morali umane sono ridotte a detriti. Un delirio artefatto.“Più egli Cadde, più egli si ribellò alla gloria del suo creatore”). "From The Dark Past" presenta interessanti novità rispetto al brano originale (uno dei capisaldi di "De Mysteriis Dom Sathanas") che vanno ricercate nella modalità interpretativa del singer, stavolta caratterizzate da un inedita sovrapposizione di vocals cupe (un po' alla Attila) e gracchianti versi, i classici latrati soffocati di Maniac, che qui si supera in quanto a ferocia espressiva. La sovrapposizione delle due voci genera un effetto caos molto affascinante che finisce per sembrare il borbottio sconclusionato del demone Legione di reminiscenza biblica. Il brano ha inizio con il solito annuncio di Maniac, che al ventesimo secondo da il via alle danze, portandoci al cospetto di un riff circolare e vertiginoso. Al quarantesimo secondo uncambio di tempo ci porta in una struttura ugualmente ipnotica, ma giostrata su un ritmo differente. Verso il minuto e venti, al subentrare delle due voci, il pattern si fa dilaniante, impazzito, e ci sembra improvvisamente di avvertire il vuoto sotto i nostri piedi, scivolando in caduta libera verso le più basse regioni infernali. Verso i due minuti e cinquanta un break stempera l'atmosfera incandescente portandoci al cospetto di una parte meno dominata dal caos ma ugualmente tesa (ad alimentare la tensione ci pensa un plumbeo giro di chitarra puntellato ad intervalli da rintocchi di batteria). All'approssimarsi dei tre minuti e quaranta, i ritmi, ormai spenti ed esangui, si assestano su una gittata più dinamica, comunque ragionata, mentre Maniac, ritorna a lordare l'arazzo con la sua voce vomitata. A neanche quattro minuti il brano torna ad essere guidato da ritmiche parsossistiche, indiavolate. Molto probabilmente il testo si riferisce ad un monumento funebre, magari eretto per commemorare un uomo deceduto in circostanze non propriamente felici. Il protagonista passa il suo tempo a fissarlo, immaginando quali e quante storie quella statua (identificata come il deceduto stesso) avrebbe da raccontare. Gli orrori della morte sono narrati in maniera molto cruda dalla fredda espressione del monumento, che sembra quasi prendere vita nella desolazione del cimitero. Il morto è probabilmente rimasto intrappolato sulla terra a causa del suo traumatico decesso, ed il ricordo lo tormenterà a vita ("Un volto nella pietra, deteriorato dal tempo... Un uomo, tornato per parlare della sua dannazione. Paure così profonde, la bocca spalancata, Il sogno è morto prima che potesse vedere l’alba. Leggende di tempi antichi, storie così buie... che anneriscono la sua vista. I Ricordi non sono stati abbandonati del tutto, tornano dopo così tanto tempo... La pietra è fredda come la morte, ma ciò che la forma sono paure vere, che solo il vento potrebbe spiegare. Dimmi, che cosa vedi, qui... nell’oscurità del passato? Gli occhi, fissano così vuoti... la bocca, strilla così silenziosamente..."). Si continua con la bellissima "Chainsaw Gutsfuck", uno dei classici da novanta contenuti in "Deathcrush". Un pezzo che fece la sua prima apparizione nella demo "Deathrehearsal" (dove è indicata con il nome "Chainsaw Gutsfuck (dedicated to Killjoy)", tirando in ballo Frank Pucci, leader tra gli altri dei Necrophagia). Il pezzo qui proposto si mantiene abbastanza conforme allo spirito originario, mantenendo inalterata la carica catacombale che caratterizza il brano in versione "studio". Maniac starnazza credibilmente rievocando vagamente le  modalità espressive dei tempi andati, solo con una voce più pastosa e meno stridula. Qualche iniezione testosteronica a livello ritmico viene piazzata qua e la quasi a voler effettuare un forzato effetto restyling, ma tutto sommato inutile: il pezzo era bello anche senza il botulino extra pompato dalla batteria di Hellhammer. Il brano, lo sappiamo, percorre macilenti sentieri adombrati da tessiture spente e funeree, strutturato in toto su un rifferama ipnotico, loopato. A circa tre minuti e quaranta un accelerazione spezza il clima da camposanto per portarci su territori devastanti, in balia di una guerra a colpi di strumenti. Il tutto per una ventina di secondi, prima di ricadere in ambiti mesmerici fatti di asfissiante disperazione. Il testo risulta un credibile inno alla follia omicida e alla necrofilia. La protagonista, una ragazza, cade nelle mani di un serial killer sadico e necrofilo, che gode nell'abusare della sua persona e nel vederla sanguinare fino allo sfinimento. Non pago, decide di ammazzarla definitivamente tagliandola in due con una motosega, approfittando in seguito dei suoi genitali decomposti. Un testo estremamente violento, che rappresentò una vera e propria tetra novità nel panorama estremo ("Sanguini fino allo sfinimento, andrai ancora più in basso di così, fottere le tue budella sta cominciando ad annoiarmi! Una motosega nelle mie mani insanguinate, per cominciare ti taglio in due, le tue budella schizzano via, quanto amo questo spettacolo!!!! Le larve si contorcono nella sua fi*a, quanto amo leccare questo schifo, ti seppellirò in una tomba viscida e fangosa, marcirai per sempre lì dentro!!"). Il disco si avvia alla conclusione proponendo l'ultimo estratto da "Wolf's Lair Abyss", ossia "I Am Thy Labyrinth", pezzo molto violento giostrato, sia nella versione "studio" che in questa sede, sulle ritmiche indiavolate imposte da Hellhammer e Necrobutcher, su un susseguirsi di riff sulfurei esalati dalla chitarra di Blasphemer, e su una performance come al solito zombesca di Maniac, come sempre capace di tirare fuori dalle sue corde vocali strepiti che poco hanno a che fare con questo mondo. Un rifferama ipnotico da il via alle danze, potenziato dalla batteria impietosa del "Martello dell'Inferno".  A una ventina di secondi subentra la voce malata di Maniac, mentre un cambio di tempo determina un troncone differente rispetto a quello del preambolo iniziale. Scivoliamo in una partitura velocissima, come un vento del nord che sferza ogni cosa. La batteria impone ritmiche sovrumane, annichilenti, mentre i riff si mantengono minimali ma assolutamente funzionali, perfetti come comprimari alla voce logora del singer. Oltrepassati i tre minuti e dieci uno stacco, più ragionato, che dona al pezzo (altrimenti assolutamente monolitico) un po' di respiro. A un frangente più "atmosferico", estremamente breve, segue una parte più quadrata e marziale, capace di generare un senso ansiogeno e claustrofobico. Conseguentemente ai quattro minuti si riparte con gran nonchalance verso binari più veloci ed efferati. Il testo ha la peculiarità di non essere fruibile in maniera "immediata", risultando abbastanza oscuro, ostico: in generale, si può dire che i Mayhem facciano riferimento alla Gehenna, un luogo biblico ove, alla fine dei tempi, verranno arsi i corpi dei malvagi. Una sorta di “inferno” ma privo dei suoi connotati tipicamente danteschi o comunque occidentali. Il gruppo prontamente adotta il luogo come una “terra promessa”, facendosi portavoce dei suoi “valori”. Alleandosi con l' "oscurità", forse, otterranno la vita eterna e si potrà smascherare definitivamente la parola di dio. La Gehenna viene vista quasi come una grande Babilonia ove ogni vizio è permesso oltre che incoraggiato ("Parlano… del giardino del profeta, la divina pazzia... L’Ordine cosmico ed Immorale, per questo l’umanità non è perduta. Ho decifrato i segnali, ho risolto il mistero della vita eterna. La Gehenna ha parlato, ho letto i segni... ho risolto il mistero della vita eterna."). Finale letteralmente con il botto affidato ad una song che ti esplode letteralmente sulla faccia, ossia "Pure Fucking Armageddon", brano apparso per la prima volta nella demo omonima, e quindi inclusa nello stupendo Deathcrush. Per inciso risulta essere anche la song di chiusura del precedente live (il Live In Leipzig). La durata si riduce notevolmente rispetto alla versione studio (di circa due minuti e dieci. Qui siamo si e no ai quaranta secondi). Un pezzo di "puro fottuto black metal" che colpisce alla velocità del grind, fatto solo per dilaniare. E così, dopo un introduzione veloce e "thrasheggiante" ("Deathcrush" si caratterizza per un sound ancora legato a modalità "proto-black") si è colpiti da una scarica infernale di blast beat e dall'urlo gracchiante di Maniac ("PURE...FUCKING...ARMAGEDDON!!!!"). Testualmente stavolta troviamo i Mayhem in veste di emissari dell'apocalisse, che annunciano solenni la fine del mondo. Sulla terra, conseguentemente al loro avvento, trionferanno morte e pestilenza, e la felicità sarà soltanto un ricordo sbiadito. Tutti saranno destinati a vivere nel terrore. Il regno del Diavolo sarà l’unico giudice e giuria dell’universo, il genere umano dovrà inchinarsi al Male e riverirlo senza opporvisi. Chi contravverrà a tale dettame sarà punito con la morte ("Tortura Violenta, la Morte è giunta, la fine del mondo, terrore e spavento, cadaveri sanguinanti, decadenza e decomposizione. Anarchia, tortura Violenta, Anticristo, Lucifero, figlio di Satana! Pura e fottuta fine del mondo!! Pura e fottuta fine del mondo!!!").



Cala così il sipario su un live che va consideratò più per la sua importanza che per altri fattori. Prima di "Mediolanum..." abbiamo avuto come unica testimonianza ufficiale il live tedesco del '93, quello si un capolavoro a tutti gli effetti (i pezzi in quel contesto riescono a trovare una dimensione differente, se vogliamo "più infera"). A chi obietta che in mezzo c'è anche il "Dawn Of The Black Hearts" rispondo prontamente che tale disco è null'altro che un aborto. Un disco messo in piedi per speculare sulla memoria di Dead e fare qualche soldino. Ho precedentemente detto "va considerato più per la sua importanza..." intendendo che ciò che rappresenta in termini di importanza è anche superiore rispetto al valore artistico in se, comunque buono. I pezzi in questa sede acquistano una dimensione nuova, spesso più violenta, pur non tradendo lo spirito con cui i classici contenuti nel platter sono stati scritti. Niente che faccia sobbalzare dalla sedia, solo un lavoro onesto, che conferma il professionismo dei nostri e prepara all'avvento di una delle più eclatanti rivoluzioni nel sound della band, quella portata dal disco "Grand Declaration Of War", capace con un colpo d'ascia di dividere in due sia il pubblico che la critica.


1) Silvester Anfang
2) Deathcrush
3) Fall Of Seraphs
4) Carnage
5) Necrolust
6) Ancient Skin
7) Freezing Moon
8) Symbols Of Bloodswords
9) From The Dark Past
10) Chainsaw Gutsfuck
11) I Am Thy Labyrinth
12) Pure Fucking Armageddon

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