MAYHEM

Grand Declaration Of War

2000 - Season Of Mist

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
26/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Non siamo neanche agli inizi degli anni novanta che un demone getta la sua lunga ombra sullo scenario norvegese dapprima, e sul panorama metallico successivamente. Un demone che oggi chiamiamo black metal, e che allora iniziava a mettere i suoi primi dentini mentre il mondo, noncurante, ignorava cosa sarebbe successo qualche anno più tardi. Il fuoco, nero come le voragini dell'inferno incomincia a divampare, per continuare ad ardere con il suo massimo fulgore sino alla metà degli anni novanta, quando la stella del black, che si crede destinata ad esplodere come una supernova annichilendo tutto e tutti, si contrae in una nana bianca dapprima, e in una inoffensiva, piccola nana bruna successivamente (rischiando addirittura di mutarsi in un buco nero destinato a risucchiare tutti quelli che del movimento fanno parte). Il nero demone che sembrava spaventare chiunque soltanto al pronunciarne il nome, non fa paura più a nessuno. La morte dei membri più carismatici dei Mayhem, l'arresto di numerosi leaders della scena (tra cui Count Grishnackt alias Varg Vikernes, che in carcere arriva a ritrattare la sua fede nel black metal e nel metal etichettandola "musica da negri") mette la museruola a quel proverbiale demone, che sarebbe destinato a ritornare con la coda in mezzo alle gambe nei meandri reconditi da cui è fuoriuscito se non fosse per lo spirito innovativo di alcuni gruppi che, invece di farlo morire, invece di farlo tacere per sempre, decidono che è arrivata l'ora della "muta": il Demone deve cambiare pelle. Maestri del genere prendono spunto da altri, ben più blasonati maestri - i Celtic Frost - per portare ad uno step successivo la loro "contaminazione", il loro mostro ibrido etichettato allora, dalla critica più avveduta, come "avant-garde metal". Non è più tempo, per molti, di reiterare vecchi schemi. E' ora di cambiare. Allora gente come gli Ulver, gli In The Woods, gli Arcturus (su cui torneremo) ed altri operano un cambiamento drastico nel loro sound. Un cambiamento capace di spiazzare molti. Gli Ulver, capaci di sfornare due dischi black di notevole spessore e un disco folk (ma pesantemente ancorato alla tradizione della nera fiamma grazie alle sue atmosfere scure ed evocative), si incanalano presto verso altri binari. E così fanno gli In The Woods, e gli Arcturus. E molti altri seguaci della nera fiamma. Impossibile non citare chi ha reso l'avant-garde un istituzione: i Sigh, i Solefald, i Ved Buens Ende. E chi ha portato l'avanguardia nel black senza per questo essere definito forzatamente avant-garde: basti pensare ai Kovenant, ex Covenant, che dal loro black originario virano verso un industrial black abbastanza ispirato. O i Dodheimsgard, idem come sopra. I Mayhem decidono di non essere semplici spettatori: il vento del cambiamento scorre inesorabile intorno a loro, e la parola d'ordine per molti è "rinnovamento". Se ben ricordate, avevamo lasciato i nostri in fase di riassetto a seguito della volontà di Hellhammer di non lasciar morire il progetto dopo la morte di Euronymous. Grazie al tentacolare batterista la line up si ricompone in breve attorno a lui, Necrobutcher, Blasphemer e Maniac, e, con questo assemblamento i nostri danno vita ad un ep di cinque tracce, Wolf's Lair Abyss, accolto inizialmente in maniera un po' freddina, ma che conferma uno stato di salute invidiabile. Il prossimo passo deve rispecchiare quella famosa parola d'ordine (rinnovamento) essendo il black, in quel preciso periodo, assoggettato a notevoli smottamenti. Gli Arcturus (e ci siamo dunque ritornati) pubblicano nel 1997, stesso anno della pubblicazione di "Wolf's Lair Abyss", quello che da molti è ritenuto il loro capolavoro, ossia "La Masquerade Infernale". Nella band milita anche Hellhammer, che per dedicare a loro e ai Mayhem maggiore impegno si sottrae dalla collaborazione con i Mysticum (a cui chiederà collaborazione nel momento di rimettere in piedi i Mayhem. Collaborazione destinata a non trovare alcun esito). Il gran successo de "La Masquerade Infernale" e il mezzo fiasco iniziale del nuovo ep dei Mayhem suona per il batterista come un campanello d'allarme. Ad essere premiata sembra essere la sperimentazione. Un suono fresco capace di smarcarsi dal "vecchio" per proporre qualcosa di innovativo, capace di stupire, di affascinare. E' dunque questa la ricetta che pensa di inserire nel nuovo dei Mayhem. Tutti i membri sono consci del cambiamento che sta interessand la scena, e nessuno si oppone a questa "trasformazione", accolta a suo modo positivamente. Siamo alle soglie del 2000. Sta per essere dato alle stampe "Grand Declaration Of War" il nuovo disco dei Mayhem, tanto atteso, lungamente agognato. Il secondo full length dei nostri, dopo un masterpiece assoluto che la scena ha preso inevitabilmente come punto di riferimento. Sono tante le aspettative, e si moltiplicano le paure di una "cocente delusione". Confrontarsi con un classico leggendario è una sfida ardua, lo sa chiunque, e lo sanno bene anche loro, la "band-una-volta-capitanata-da-Euronymous". Loro che hanno contribuito a rendere il black metal quello che è proprio grazie a quel parto ancestrale e a una manciata di altri dischi. E' dunque arduo lanciare una sfida, e dire "si, ce la faremo anche questa volta, possiamo tirare fuori dal cilndro un disco che non sfiguri rispetto a quel famoso album.". Il disco viene dato dunque alle stampe, e risulta essere per molti (moltissimi a dire il vero) una cocente delusione, una doccia d'acqua gelata dopo un sogno durato tanto tempo. In molti si aspettavano un "De Mysteriis..." parte II, un disco di duro e puro black metal, che è l'unica cosa che certi fans volevano, vogliono e vorrano dai Mayhem. Solo black metal, il più feroce, marcio e "norvegese" possibile. Ma il nuovo parto non è assolutamente così. Dato alle luce nel 2000 (per l'appunto) per la "Season Of Mist", si presenta come un mostro ibrido e spiazzante, OGM, camaleontico, prometeico, dotato di un sound trasformista capace di rispecchiare, almeno su carta, il cambiamento tanto agognato da Hellhammer. Un Cerbero dotato di un sound straniante, arricchito da samples e vocals pulite, avanguardistico ma a conti fatti controproducente. Il pubblico (o almeno buona parte del pubblico) non apprezza e grida al tradimento. Si voleva un nuovo demone partorito direttamente dalle bocche di Lucifero e invece si ottiene un mostro freddo, moderno e polimorfo capace di suscitare grosse reazioni di sdegno. Un "Johnny Freak" (citazione dylandoghiana) capace di essere preso solamente come un diverso, e non come il frutto di una band che intelligentemente  tenta di cambiare, e per farlo ha l'ardire di osare. Sottolineando poi come il suddetto disco abbia avuto come collaboratori persone che la sperimentazione l'hanno nel DNA, ossia Tore Ylwizaker degli Ulver, Oyvind Haegeland degli Spiral Architect e Anders (Neddo) Odden dei Cadaver Inc.. Ma se come si dice non tutte le ciambelle riescono con il buco, qui abbiamo una ciambella con un buco a metà: impossibile dire che, nonostante gli intenti positivi e propositivi, nonostante i molti collaboratori, il prodotto sia pienamente riuscito. Ottimo lo spirito con cui la band si pone (ci voleva sicuramente qualche cambiamento, non dite di no) ma un pizzico claudicante il risultato. Le song sono tutte buone, ben realizzate, l'album è molto tecnico (il più tecnico sino ad allora) ma stenta a convincere del tutto, e il fatto è possibilmente da imputare ad un eccessiva freddezza dei pezzi, molto modernisti. Qui l'aura "maledetta" precedentemente accumulata e reindirizzata verso parti come il primo full sembra del tutto smarrita a favore di un attacco più violento e meno infernale, molto algido, forse un pizzico asettico. Un raffreddamento che, in altri termini, ha già interessato un'altra delle band madri della seconda ondata del black metal, ossia i Satyricon con il loro "Rebel Extravaganza", uscito l'anno prima per la "Moonfog"(dunque nel 1999). Va molto meglio con la parte più prettamente testuale: il disco risulta essere un concept album incentrato sulla guerra (la colomba imprigionata dai fili di ferro in copertina non fa che palesare la tematica di fondo, offrendo al fruitore il concetto della guerra espresso in maniera più metaforica) diviso emblematicamente in due parti, la parte II e la parte III. "Wolf's Lair Abyss" dovrebbe essere infatti l'elemento mancante di questa "trilogia". Ma per un analisi sicuramente migliore, è forse il caso di affidarsi alla disamina delle singole tracce che compongono il disco (13 in tutto).



Si parte molto bene con la quasi title track, "A Grand Declaration Of War" che ci immerge sin dai primi istanti in un clima marziale perfettamente adiacente alla la tematica portante del disco. Blasphemer ricama tessiture magniloquenti e ampollose quanto magnetiche, di grande intensità, ben coadiuvato dai cronometrici rintocchi di Hellhammer, capace di ampliare l'affresco tramite un tappeto meccanico e pesantemente militaresco. Dal minuto e cinquanta inoltrato subentra Maniac, con delle vocals pulite e recitate, molto ovattate, fosche. Alla soglia dei due minuti e dieci a queste si mescolano, in maniera molto più definita i morbosi e disturbanti latrati in scream (shriek) giustapposti per creare un effetto spaesante, mentre la chitarra si smorza lasciando il compito alla batteria di affrescare lo sfondo. L'andamento si mantiene quadrato e militare, incrementando la carica enfatica dai due minuti e venti in su, grazie ad un sapiente cesellamento chitarristico del già menzionato Blasphemer, in costante duetto con le frustate reiterate di Hellhammer. Il brano echeggia nel titolo ad una "maestosa dichiarazione di guerra": la Guerra di cui si parla è mossa contro il mondo Cristiano, come si evince dal primo verso. Il regno di Cristo viene visto come il vero generatore di peccati e menzogne, viene bollato come ipocrita e paragonato ad un labirinto, entro le cui mura si disperdono da millenni anime dopo anime. I nostri hanno trovato la via d’uscita, hanno scoperto una nuova strada da percorrere: quella del Diavolo, di Lucifero, il portatore della luce, della sapienza e della ragione. Seguendo la via dell’Angelo Caduto, i Mayhem si apprestano a sbugiardare le menzogne del clero e della religione cattolica, considerata infida, ipocrita e portatrice di debolezza ed inettitudine. Distruggere questo mondo per crearne uno nuovo, ove sarà Satana a governare. Questo è l’intento della loro Guerra ("Cristianità… religione del Peccato.. Dio dei malvagi... Abbiamo scoperto il nostro modo di vivere, ora sappiamo la strada. Abbiamo scoperto l’uscita di questo labirinto millenario. Al di là del Nord, al di là del ghiaccio… al di là della morte. C’è stata una tempesta di fulmini nel nostro cielo, la Natura per la quale siamo cresciuti così oscuri.. Noi odiamo tutto ciò che proviene dalla debolezza. Non dichiariamo pace, MA GUERRA".). Dalla seconda track in poi, "In The Lies Where Upon You Lay", si capisce quanto siano profonde le differenze rispetto al passato della band. Il pezzo si presenta molto freddo, imperniato su un motivo principale (reiterato molte volte) in continua strutturazione e destrutturazione. Un brano in ebollizione, bruciante e in avanzamento continuo come una colata di magma fuso, capace di bruschi quanto minimali rimodellamenti interni, supportato dalla voce recitata di Maniac sovrapposta, come nel brano precedente ai suoi strilli strozzati. Potrebbe sembrare un brano lineare, ma non è proprio così: si presenta abbastanza fruibile, con un leit motiv memorizzabile sin dai primi istanti, ma al suo interno è sorretto da smottamenti continui che ne intaccano l'essenza sino a farlo diventare un mostro polimorfo e multiforme. "In The Lies..." inizia brusca, fragorosa, sulla scorta dei frenetici colpi di batteria di Hellhammer e dei giri di chitarra deraglianti di Blasphemer.Un introduzione che più violenta non si può. Alla soglia del minuto un rallentamento: si esce dall'introduzione e si entra nel brano vero e proprio, ed è la voce di Maniac, dopo trenta secondi di training autogeno, a sancire definitivamente il passaggio. Si entra in un nero campo solcato dallo spettro della guerra, dove tutto è morte e sangue, e lo si fa nel migliore dei modi, ossia attraversando una texture che punta sull'evocatività più che sulla violenza fine a se stessa, una texture gestita su giri di chitarra insisititi, puntellati da una batteria mai invasiva. Maniac si erge quasi a cerimoniere, con una voce ieratica e solenne. Oltrepassati i due minuti il piede torna sull'acceleratore, ma ad imporre tale esplosione frenetica è Hellhammer, mentre la chitarra preferisce continuare a ricamare in sordina scenari di tetra devastazione. A due minuti e quaranta un break, dettato dalla chitarra di Blasphemer, che ci porta ad un brevissimo rallentamento fatto di note allungate e di punzecchiamenti di batteria dosati e sapienti. Si intrufola a sprazzi il main riff, onnipresente, per poi essere rifagocitato dal magma sonoro. Sotto i tre minuti e venti ricompare il "Maniac in clean" scortato dal gemello cattivo (insomma, inizia la sovrapposizione tra le due modalità canore del singer, in clean e in shriek). Da qui un continuo smottamento, come precedentemente espresso, tra parti più veloci alternate a frangenti in supermotion, per un risultato finale comunque accattivante. Il testo risulta molto esplicito e diretto, anti-cristiano ed anti-cattolico, dai forti connotati filosofici. Dapprima, i Mayhem indicano con forza quanto, prima dell’avvento del cristianesimo, le persone vivessero in totale libertà ed armonia con la natura, prima che i dogmi e le privazioni della chiesa arrivassero ad inquinare un modo di vivere puro e genuino. In secondo luogo, si proclamano quasi come cavalieri scelti dal diavolo in persona, in nome del quale dovranno seminare morte e distruzione, naturalmente a farne le spese dovranno essere i cattolici e chiunque sia legato al dio di tradizione biblica. La “Spada” che brandiscono diviene un simbolo di appartenenza, chi non la impugna è automaticamente un nemico, un vigliacco che ha preferito vivere nella menzogna, credendo nel paradiso e nella beatitudine eterna. I Mayhem, pronti per la loro “crociata”, spazzeranno via ogni traccia di cristianità dal mondo, adottando un ideale a metà fra il Satanismo Spirituale e quello LaVeyiano: Satana viene visto contemporaneamente come un’entità viva e percepibile, ma al contempo sembra essere più un pretesto per esaltare la volontà individuale di ognuno. Vivere privi di dogmi, comandamenti o leggi, in totale armonia con il mondo. L’antico precetto Crowleyiano del “Fa ciò che Vuoi, sarà la tua unica legge”. Viene molto spesso, verso la fine, posto un notevole accento sul termine DEAD, qui inteso semplicemente come l’aggettivo “morto”, ma pronunciato con enfasi e scritto in maiuscolo. Forse, un omaggio al defunto frontman della band ("Nei secoli in cui gli uomini muoiono, noi, i predatori dei tumuli, dobbiamo necessariamente porci contro la pietà, contro gli auto inganni, per legge. Dobbiamo tornare ad essere ciò che eravamo, noi, l’anima del Mondo. Ora che il tempo della mietitura è giunto, l’acido grano della pietà appassisce, dobbiamo addentrarci nella notte, nell’abisso, in un livello di conoscenza sconosciuto alla cristianità! Noi vogliamo vivere! Distruggiamo il sogno del Paradiso! Un gesto rapido, brandiamo le nostre spade!"). La terza "A Time To Die" è un pezzo estremamente feroce, dilaniante nella sua compattezza. Un pezzo dalla durata esigua (neanche un minuto e cinquanta) che presenta ben pochi momenti per rifiatare, ipercinetico al massimo e "sporcato" quasi nella sua totalità dai lamenti disturbati di Maniac (le clean vocals e i momenti più "recitati" sono lasciati alle ultime battute). La parte inizale presenta un motivo reiterato accompagnato daqlla frenetica batteria di Hellhammer, Una parte in cui si viaggia letteralmente  a mach 5. Oltrepassata la soglia dei venticinque secondi subentra Maniac con la sua voce da psicolabile in astinenza da farmaci. I ritmi procedono senza grandi cambiamenti sino al trentottesimo secondo circa, oltrepassato il quale ci si incanala in una parte più strutturata ed evocativa, ugualmente veloce e sferzante, ma più tecnica e complessa, nel quale assistiamo a dei "break" in concomitanza con le declamazioni ferali di Maniac: il singer emette i suoi"rantoli" e gli strumenti sembrano placare (anche se per poco) la propria furia devastatrice. A un minuto e trenta si ritorna sui binari iniziali, stavolta accompagnati dal cantato in recita di Maniac, seguito, nelle ultimissime battute, da una sua declamazione tonante ("Have I Been Understood?). Il testo prosegue sulla falsariga dei precedenti, continuando ad affrescare scenari  bellici. La guerra ha inizio, e per il mondo cattolico è la fine. L’armata della “purezza”, intesa come un esercito di anime non corrotte dai falsi valori dei falsi idoli, è pronta a muovere il suo attacco contro il nemico, inerme ed incapace di difendersi per via della sua codardia e viltà ("Echeggia l’agonia, la vostra estrema unzione! La nostra grande armata schierata dietro il lago infuocato, gli ultimi ardenti giorni del vostro regno! La vostra falsità è il vostro miserabile orgoglio, la vostra codardia è la vostra intera vita! Il mio sangue traccia il sentiero del vostro futuro, la mia armata di purezza distruggerà i vostri falsi idoli! L’età dell’Impero, guerra totale, Il paradiso giace all’ombra della mia spada… mi sono spiegato?"). Arriviamo dunque al dittico che chiude la prima parte di questa "Grande Dichiarazione Di Guerra" (che dunque chiude la seconda parte del "trittico" iniziato con "Wolf's Lair Abyss"), ossia "View From Nihil parte I e II". La prima parte si apre con un ritmo marziale di batteria (in odore di parata militare) che introduce la voce declamatoria di Maniac, sorta di gran cerimoniere, che con enfasi recitativa ci delizia con parole riguardo al mondo a lui circostante, morto e freddo, esangue, contrapposto alla sua figura, ancora pregna di carica vitale, al suo sangue che ancora continua a scorrere, e che lui deve "versare e servire". La chitarra nel mentre si inserisce ad accompagnare le sue declamazioni stentoree, mentre la batteria ancora continua a fungere da ricamo militare sullo sfondo. Maniac prevede l'avvento di "uomini del Nord" (vichinghi) che lo aiuteranno a diffondere il nuovo verbo nelle regioni occidentali. E da qui assistiamo ad un cambio di tempo: i ritmi si iper-velocizzano, divengono pesantemente black, nell'accezione più pura del termine, con il vocalist che si rigetta a pieni polmoni nei suoi latrati spenti. Dietro a lui Hellhammer, supportato da Necrobutcher e Blasphemer creano l'inferno, strutturando ritmiche parossistiche ed anfetaminiche, aprendo sotto ai piedi dell'ascoltatore una voragine infernale. Il rifferama è basilare, ma perfettamente funzionale alla creazione dell'elemento pathos. Sembra per un attimo di ritornare ai "vecchi Mayhem", quelli di cui molti sentono la mancanza. A quasi due minuti, dopo uno stop forzato (perfettamente funzionale all'esaltazione delle ritmiche) ritorna in campo Maniac, che inizia ad ergersi su quello sfondo lugubre e violento urlando a pieni polmoni con la sua voce strozzata. Sino agli ultimi secondi non è concesso un momento di respiro. Hellhammer è una batteria missilistica, ma al contempo anche Blasphemer si diletta in giri di chitarra pieni di violenza. Questa volta viene esaltata la purezza delle genti del Nord, intese come popolazioni vichinghe, viste come pure, incontaminate, prive di assurdi dogmi morali collegati in qualche modo al cristianesimo. In questo testo (comunque criptico, per alcuni versi), sembra essere proprio un guerriero a parlare. Un guerriero che, con i suoi confratelli, ha il compito di diffondere il suo Sangue (inteso forse come modo di vivere) all’interno di una civiltà occidentale morta, vuota, priva di coraggio, onore, lealtà, valori che tutti i grandi guerrieri vichinghi conservano nei loro cuori sin dall’alba dei tempi. Il testo sembra inoltre ambientato molto nel passato (all’epoca del Sacro Romano Impero). Viene lasciato presagire che molti, comunque, si convertiranno alla causa della “Guerra” della quale i Mayhem ci parlano sin dal primo brano ("Giacché tutto intorno a me è morto e freddo, ed il sangue degli altri è più freddo che mai, devo dunque versare e servire il mio sangue, che in me scorre vibrante. Ricreo, fra il gelo delle menti morte della società occidentale. Sarà dunque la resurrezione della confraternita della Santa Morte, nell’anno del Sacro Romano Impero! La notte che arriva per durare, il giorno in cui potrò far giacere la mia spada sulle vostre gole, sulle vostre desolate coste prive di onde, brandirla a fianco di possenti guerrieri nordici, uomini delle regioni del Nord."). La seconda parte è caratterizzata da ritmi più lenti e ragionati. La durata è esigua (neanche un minuto e dieci, di cui circa una cinquantina di secondi di musica, e il resto silenzio) ma il pezzo risulta comunque dotato di un impatto non indifferente. L'inizio è veloce, impostato sulla frenetica batteria di Hellhammer contrappuntata da un giro abbastanza evocativo di Blasphemer. Dalla quindicina di secondi i ritmi subiscono una sostanziale frenata. Maniac si esprime attraverso la collaudata sovrapposizione vocale e il resto del gruppo si diletta ad affrescare uno scenario lugubre e pessimista, intessendo una parte spenta e "riflessiva". A quarantacinque secondi un esplosione mette fine al pezzo, mentre il rimbombo si propaga ancora per sei/sette secondi. Da qui il nulla, il vuoto, almeno per una ventina di secondi. Il testo è stavolta ironico e sarcastico. Delle lyrics che che puntano il dito contro la figura di Cristo, non visto più come un Messia di pace e bontà ma come un uomo crudele e vendicativo. Il testo, nella sua brevità, è in gran parte costituito da una citazione biblica, un passo nel quale è proprio Cristo a rivolgersi ai suoi seguaci: Matteo 10, 34 – 11,1: e Gesù disse ai suoi discepoli “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”. Il resto è liberamente aggiunto dai Mayhem. In realtà, il gruppo è caduto in un errore molto comune a tutti quelli che hanno interpretato male i versi ivi riportati. Leggendo tutto il passo biblico ci si rende conto di come le parole di Cristo non siano un proclama di guerra, ma un avvertimento. Chi sceglierà di seguire la sua parola (per l’epoca assai anticonformista e rivoluzionaria) verrà osteggiato ed allontanato persino dai propri famigliari, in molte occasioni. Bisognerà avere dunque il coraggio di perseverare, se si vorrà seguire il suo insegnamento ("Avete visto il fiume di sangue, che ho fatto scorrere giorno dopo giorno! Contro i nostri nemici giurati, non sono venuto qui per diffondere pace...io porto una spada! Ed io.. io faccio la guerra!"). Arriviamo dunque alla terza parte del già citato trittico. Ad aprire il nuovo capitolo è una song divisa ancora una volta in due parti, ossia "A Bloodsword and a Colder Sun". La prima parte è di una durata davvero risicata (33 secondi) e ha tutto l'aspetto di una vera e propria intro per il capitolo finale della saga. A caratterizzare questo brevissimo pezzo è l'uso della voce di Maniac non addizionata ad alcuno strumento: solo una voce narrante che a sette secondi, mentre si prepara a deliziarci con un importante rivelazione (ci arriveremo a breve) subisce una censura. Il testo risulta essere uno dei più complessi - e brevi, considerando la durata esigua della song. Reso ancor più complicato da una strana censura iniziale, nella quale non viene rivelato il nome di chi compirà l’avvento (forse Satana, ma non è sicuro, per quanto molto probabile). In generale, si può dire forse che il tutto sia lo specchio di una sorta di anarchia nella quale gli uomini cadranno. Un’anarchia ove non vi sarà più posto per i valori cristiani, un’anarchia in cui sopravviverà solo il più forte. Tutti cominceranno ad ammazzarsi fra di loro pur di rimanere vivi, e la cosa più inquietante è che, nella mente di Dio (almeno stando a ciò che il narratore ci comunica) non vi sono preoccupazioni, ma unicamente compiacimenti e soddisfazione. Egli è un’entità sorda ed indifferente, Sadica e malvagia, che si bea della visione dei suoi figli degenerati nel caos più totale ("L’Evoluzione giunge come un improvviso lutto in famiglia, nessuno può prevedere l’avvento di  –censura- negli strati multipli delle paralizzate bugie cristiane, ma quando la terra esploderà ed i corpi saranno tramutati in cenere, il Capo degli Uomini morirà per primo, e le persone comuni verranno tramutate in belve genocide. Mi sono immerso nella mente di Dio, perché ci sono solamente assensi, anziché il nulla?"). Con la seconda parte ("A Bloodsword and a Colder Sun II") ci distacchiamo in maniera totale dal passato storico della band entrando in un campo totalmente sperimentale. Il pezzo, considerato dai "puristi" una delle pietre dello scandalo, fuoriesce prepotentemente dai territori black metal e metal per proporre quattro minuti e mezzo di ritmi ipnotici e pulsanti che devono qualcosa al genere drum n'bass. Una reiterata nenia mesmerica e sintetica su cui si sovrappongono i sussurri di Maniac, ancora una volta in veste di narratore, di Gran Cerimoniere. E non è finita: a sprazzi subentrano vocals robotiche filtrate, fortemente deumanizzate (si veda ad esempio a due minuti e venti) capaci di rendere il pasto ancora più indigesto a chi era stato sin dall'inizio cresciuto a suon di brani come "Funeral Fog". Il brano è corredato di un altro testo complesso ma comunque non difficile da capire. Il “Messia” vaticinato nella prima parte del brano sembra ormai essersi definitivamente rivelato. Egli è il Diavolo, ormai re supremo delle nostre vite, che ha costruito la sua reggia sui campi di battaglia ove migliaia di cristiani sono morti. Egli si annuncia in grande stile, mostrandoci come sia meglio vivere avendo lui come padrone. I portatori della Spada sono destinati alla felicità eterna.. piccolo prezzo da pagare, accettare che sia lui a decidere delle nostre vite ("Nel vuoto del nulla giustapposto, il mio regno è per pochi, così come la bellezza è per pochi. Conosco il futuro, il passato è evaporato, ecco la bestia dalla pallida carnagione! La Guerra lunga millenni è ormai passata, è più freddo il sole che ora svanisce distante. Più luminosa, invece, la spada insanguinata. Nella tua mente vi è una nave da guerra, ora sei comodo nel tuo essere, ora che la tua vita è stata purificata dall’intossicazione dello sguardo straniero (il dio cattolico, molto spesso etichettato in ambito black - viking come "il dio straniero"). Per questo, io sono la strada. Sono io che deciderò sul tuo futuro."). Il pezzo risulta in complessiva decisamente straniante e capace di suscitare a suo modo di un certo interesse. Si ritorna su binari più prettamente metallici con la successiva "Crystalized Pain In Deconstruction", capace di suscitare qualche interesse in più nelle frange più oltranziste di ascoltatori rispetto al precedente, alienante brano. L'inizio è dilaniante, aperto da un giro ferale di chitarra di Blasphemer. Verso la quindicina di secondi si inserisce anche la spietata batteria di Hellhammer a rafforzare il sentimento di panico che si va via via creando. Neanche arrivati alla soglia dei trenta secondi arriva anche Maniac, e qui subentra ancora una volta l'elemento spiazzante, dato che ci si aspetterebbe qualche urlaccio di reminiscenza black metal e invece ci si trova di fronte a un'interpretazione stile "black music". Rimane il prefisso "black" ma è tutta un'altra cosa: le modalità espressive di Maniac sembrano, infatti (almeno a parere di chi scrive) quelle di un oscuro Mc (Master Of Ceremonies - l'Mc'ing è una delle quattro discipline che compongono l'hip hop), dai toni strafottenti e aspri. I "vocalizzi" stranianti sono addizionati ad un tappeto batteristico che enfatizza l'acredine delle declamazioni. Dopo la quarantina di secondi si ritorna a modalità vocali più consoni al genere, ossia urla brutali e soffocate che hanno fatto la fortuna del vocalist in questione. I ritmi incrementano di velocità, la chitarra di Blasphemer si diletta a tratteggiare movimenti di puro orrore e la voce di Maniac non fa che reiterare tali concetti. L'accelerazione e la visione di orrore puro trova una sostanziale decelerazione alla soglia del minuto e venti, quando si ritorna su binari asettici speculari a quanto ascoltato dai trenta secondi in su, con Maniac ancora una volta impegnato in declamazioni da Gran Cerimoniere, stavolta ancora più iracondo e furente (è meno presente quel flavour à la Mc). A un minuto e quaranta ancora una volta fanno la loro comparsa quelle "vocals robotiche" che già avevamo gustato nel brano precedente, che ci accompagnano verso una parte più quadrata e granitica. Da qui il pezzo si incanala verso una tessitura forte di abbondanti smottamenti ritmici, capaci di donargli un'ampia varietà strutturale. Il testo da voce alle parole del "Male" che vuole a tutti i costi circuire persone innocenti. In questo caso, i Mayhem cercano di farci capire come questo sia insito in ciascuno di noi. Abbiamo tutti una metà oscura, e possiamo “distruggere” per “creare”. Abbattere tutti i nostri preconcetti, le nostre remore, per dare vita ad un nuovo mondo fatto di libertà dove sarà lui, il Signore Oscuro, a guidarci ("Dal grembo sei dunque giunto nel mio mondo, nella ricostruzione dopo la distruzione. Dove lo strumento della distorsione genetica sono io! Abbandona il tuo pio modo di vivere.. si, tu! Metamorfosi nelle strutture cellulari, il futuro è ancora nascosto... io sono dentro la tua mente, io sono una parte di te, come io lo sono, anche tu lo sei."). A seguire troviamo la prima, lunga parte (quasi dieci minuti di durata) di un dittico intitolato "Completion In Science Of Agony", che contrariamente a quanto visto sino ad ora, non ha la sua controparte in maniera conseguente, ma piazzata alla fine del disco. Si parte con un introduzione macilenta e rallentata, strutturata su lunghe note di chitarra scandite dalla batteria di Hellhammer. In breve ci si incanala in una parte strumentale che sembra echeggiare pesantemente i Black Sabbath (dal cinquantesimo secondo in su): a un certo punto viene quasi naturale associare quel tipo di sound a quanto proposto nei loro primi album da Iommi and co, tanto che ci si aspetterebbe da un momento all'altro la com parsa della voce di Ozzy. Ma nell'effettivo, a comparire è solo la voce di Maniac (1 minuto e 30), forte stavolta di un'impostazione vocale molto gloomy, delle spooky vocals filtrate e distorte che danno quasi l'idea di uno spettro, di un essere fuoriuscito di forza dai meandri più reconditi dell'Ade. L'atmosfera doomy dell'intro non viene smentita, dato che per questi nove minuti e quaranta il brano si trascina catacombale su una nera tessitura doomeggiante molto poco black, ma molto (MOLTO) pesante, scura, infera e claustrofobica, presentando poche variazioni nella struttura portante. Da sottolineare giusto una discreta accelerazione alla batteria e il subentrare dello shriek di Maniac già all'approssimarsi dei due minuti e quaranta. Arrivati ai sei minuti e venti circa, dopo un'ultimo urlo soffocato di Maniac abbiamo uno stop complessivo di voce e strumenti, si precipita in un ampia porzione di vuoto, rotto solo da "tuoni all'orizzonte" (esplosioni?). Dopo i sette minuti e cinquanta le vocals prendono possesso del vuoto: una lugubre litania, un canto da nero sermone, accompagnato dalla voce digrignante del singer si erge improvvisamente a protagonista. In sottofondo ancora esplosioni, mentre la nenia e la voce di Maniac provvedono a rendere l'atmosfera ancora più consunta, decrepita e spettrale. Dopo gli otto minuti e mezzo subentra un riff triste ma venato di epos del solito grande Blasphemer, a ornare degnamente questo diadema di spenta e macabra consunzione. Una catarsi ottenuta attraverso l'orrore. Completano il quadro delle voci robotiche piazzate negli ultimi istanti a porre il sigillo sul pezzo. Tutto questo ci porta, testualmente, ad un nuovo filosofare di un Maniac sempre più immedesimano in uno "Zarathustra dell'oscura novella": da quanto evinciamo seguendo pedissiquamente il testo, La “rinascita” sotto la luce giusta, a quanto dice il Signore Oscuro, è molto dolorosa. Abbandonare la propria vita precedente e rinascere è un trauma, ma è attraverso il dolore (una sorta di pratica ascetica) che il Valore dei suoi adepti verranno fuori. La luce della vera conoscenza è complessa, e solo una mente ben sviluppata può sopravviverle. I più deboli periranno, i prescelti, nelle cui vene scorre il nuovo sangue, riusciranno invece a rimpinguare l’armata del Male, divenendo guerrieri e “portatori di spade ("Tu ascolti con gli occhi? l’universo collassa, dopo la guerra.. il silenzio. Voi prescelti avete il sangue nelle vostre vene, un sangue così nero, che fa male, i ricordi sono spazzati via. Io vi offro il cosmo ricostruito secondo il mio volere,aghi di cromosomi nelle vostre braccia. La sofferenza di migliaia di voci, la mia conoscenza fa male, i Valori nascono dal Dolore. Nascere è Dolore."). La decima traccia, "To Daimonion I" (si tratta del primo di tre brani collegati tra loro, con lo stesso nome) inizia proprio dove il precedente pezzo era finito, ossia sulla scorta di voci robotiche e deumanizzate. Il primo To Daimonion si rivela un pezzo pieno di groove, molto dinamico e grintoso, sicuramente meno carico di claustrofobica disperazione rispetto ad altre cose già sentite. Dopo una decina di secondi, in cui a dominare sono quelle vocals cibernetiche di cui parlavo poc'anzi, ci si butta in una struttura thrasheggiante vigorosa sorretta da un rifferama dotato di una certa carica. Verso i trenta secondi subentra Maniac, con una voce sprezzante che ben si abbina a questo genere di sonorità. Mentre Maniac "declama" i suoi versi il main riff si stoppa per dare maggior risalto alla batteria. Al cinquantesimo secondo la chitarra torna prepotentemente in scena per arzigogolare giri che ancora una volta hanno molto più in comune con il thrash che con il black. Il brano prosegue così senza grandi scossoni su uno schema reiterato dotato di notevole gusto. Qui si respira una buona dose di violenza. Non proprio black ma poco importa. A livello testuale è ancora una volta il Demonio (con un titolo così non poteva essere altrimenti) ad essere protagonista del brano: dopo la guerra, Egli veglia sulla sua nuova stirpe e si assicura che questa cresca forte e rigogliosa. Come anticipato nel testo precedente, il trapasso e la rinascita sono fasi assai dolorose per questo nuovo “tipo” di esistenza. In una visione "post conflitto" molto probabilmente mutuata attraverso la lettura dell’Apocalisse di San Giovanni, i Mayhem inseriscono il Diavolo ed i suoi discepoli in una terra desolata, distrutta, dove le stelle sono ormai spente ed un “nuovo” sole, quello del Regno del Male, irradia con la sua luce i “neonati” ("In questo circolo di stelle, negli ultimi bagliori della guerra.. senti questa voce? Non rimane null’altro che la cenere demoniaca, hai perso tutto ciò in cui credevi, ma non me, la voce della ricostruzione! Una stella rimane nell’oceano putrido, urlate, urlate tutti, nascendo... un fiume, un fiume di sangue.. di vita. Sento la luce del mattino,. il sole prende il controllo...non rimane altro, se non me e voi.") La seconda parte di To Daimonion è strutturata semplicemente su una voce austera narrante che scandisce poche laconiche parole nei primi secondi del brano. Poi il silenzio più assoluto. La distruzione ha portato l'oblio, una cappa di impenetrabile quiete è scesa sul creato. Ormai la guerra è stata vinta dal Demonio ed i suoi seguaci, è tempo di ricominciare ("Io ricordo il futuro. Il nuovo inizio del tempo."). La terza parte (molto breve, della durata di sette secondi) non fa che portare avanti il taciturno nulla espresso abbondantemente nella stragrande maggioranza del brano precedente. Inquietante. Si conclude in bellezza con la parte finale di "Completion In Science Of Agony", un brano quasi strumentale di circa due minuti e un quarto, degno coronamento del suo più consistente omonimo e dello stesso disco. Ho detto "quasi strumentale" : infatti verso i trenta secondi subentrano laconiche poche parole scandite attraverso vocals robotiche ("All the stars in the north died, We move towards a new constellation"). Il brano è giostrato attraverso un intarsio chitarristico algido, ossessivo, ipnotico quanto evocativo, sorretto ancora una volta da una sezione ritmica spietata e precisa. Il magma sonico sembra volerci afferrare, calamitare verso se impietosamente e sospingerci verso il nuovo mondo, sorretto definitivamente dalle forse oscure. Le due righe di cui si compone il laconico testo risulta molto significativo: da questo capiamo infatti che l’esercito del Male non ha pace, e cerca nuove ere ed epoche da conquistare, dopo aver sottomesso il Regno dei Cieli ed annientato Dio e la sua stirpe ("Tutte le stelle del Nord sono morte. Muoviamoci verso una nuova costellazione."). Una conclusione a dir poco magnifica.



Il bilancio finale è buono. Non siamo di fronte a un "De Mysteriis Dom Sathanas", questo era chiaro sin dall'inizio, ma neanche di fronte a una ciofeca bell'e buona. Anzi. Il disco assume, grazie a delle lyrics veramente ispirate un valore notevole. L'apparato testuale è infatti estremamente evocativo, fascinoso, dotato della rara capacità di farci scivolare in breve in un maelstrom dominato dalle forze oscure. A livello più prettamente musicale vi sono si delle lacune (magari qualche vocals "robotica" in meno non avrebbe guastato) ma talmente esigue da inficiare ben poco alla riucita di un disco capace di smarcarsi nettamente dal black degli esordi per proporre una creatura ibrida ugualmente mostruosa e capace di fare ancora paura. Il disco, lo ripeto, non è un capolavoro imprescindibile (anche se gli ultimi brani sono comunque dotati di una carica evocativa tale da lasciare basiti), ma si lascia ascoltare molto volentieri e abbozza una strada seminale che, se fosse stata portata avanti, possibilmente ci avrebbe regalato chissà quali sorprese. Magari anche un disco ispirato appieno dal sacro furore demoniaco, esattamente come il primo e indimenticato full dei Mayhem.


1) A Grand Declaration of War
2) In the Lies Where upon You Lay
3) A Time to Die 
4) View from Nihil (Part I of II) 
5) View from Nihil (Part II of II) 
6) A Bloodsword and a Colder Sun (Part I of II)
7) A Bloodsword and a Colder Sun (Part II of II)
8) Crystallized Pain in Deconstruction 
9) Completion in Science of Agony (Part I of II) 
10) To Daimonion (Part I of III) 
11) To Daimonion (Part II of III) 
12) To Daimonion (Part III of III) 
13) Completion in Science of Agony (Part II of II)

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