MAYHEM

Esoteric Warfare

2014 - Season Of Mist

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
07/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Anno di grazia 2014. Esce finalmente il nuovo full length dei Mayhem, intitolato "Esoteric Warfare". L'uscita, tanto attesa arriva dopo ben sette anni dalla pubblicazione dell'ultimo Lp, ossia "Ordo Ad Chao", parto non del tutto apprezzato dalla schiera dei fans (sia vecchi che nuovi) per tante importanti ragioni: la prima, e forse la più deleteria, quella di non avere accontentato le richieste dei tanti che aspettavano, sognavano e pretendevano una continuazione del capolavoro "De Mysteriis Dom Sathanas". Ma va bene così, in fondo una band deve crescere, evolversi e non riciclarsi per accontentare qualcuno. Dunque questa la prima ragione, la minore e da tenere in scarsa considerazione. La seconda, più importante, è quella di aver utilizzato un mixaggio a dir poco pessimo per cercare se non altro di ri-arruffianarsi la vecchia guardia sottintendendo: "guardate, non abbiamo fatto il De Mysteriis parte due, ma almeno abbiamo cercato di fare qualcosa di raw a rimembranza di un certo black passatista" Male. Molto male. Come lasciato intendere nella precedente recensione, se una cosa viene adulterata "per rievocare magie passate", state sicuri che l'operazione risulterà quantomeno fasulla. La magia o c'è o non c'è, non può essere "rievocata". Quel periodo storico è passato, e quei suoni, che un tempo avevano senso perchè frutto di produzioni forzatamente approssimative, ora non hanno quasi più motivo di essere messe in campo. I Mayhem si possono sicuramente permettere produzioni migliori, e fare i raw quando sono ormai quasi delle superstar sa ASSOLUTAMENTE di fasullo. Dunque, non volendo etichettare "Ordo Ad Chao" come il loro "St. Anger" (perchè almeno nella release dei Mayhem la qualità c'è), dico comunque che una simile cosa se la potevano risparmiare. Con il nuovo disco, "Esoteric Warfare", i nostri aggiustano il tiro mettendo in campo una produzione sicuramente migliore, adatta ai loro odierni standard e perfetta per un parto discografico che in qualche maniera continua il loro processo evolutivo (o comunque di trasformazione) sottraendosi dalla tentazione di riaffacciarsi al passato o comunque di accontentare i fans della "prima ora" ( l'operazione nostalgia di "Life Eternal" e la produzione "finto marcia" di "Ordo Ad Chao" hanno avuto entrambi la parvenza di escamotages ruffiani per ingraziarsi le simpatie dei loro vecchi fans delusi). Ho parlato non a caso della continuazione di un processo evolutivo/di trasformazione, dato che rispetto al suo predecessore aumenta il "fattore fruibilità", e, addirittura sono presenti brani che non stenterei a definire possibilmente "hit" (le prime due tracks non sono così lontane da questa nomea) considerando la capacità di fare breccia in maniera pressochè immediata nell'orecchio e nel cuore dell'ascoltatore. Cosa abbastanza strana se consideriamo che nella loro quasi totalità gli album dei Mayhem mark II sono famosi per la loro particolare strutturatezza, per la loro intellegibilità e forse per un pizzico di ermetismo. Beh, nel nuovo album, pur non dimenticando la complessità delle strutture dei precedenti album, il tutto diviene "più masticabile" (e tutto questo senza andare a discapito del fattore violenza, sempre altissimo). Ho sentito pareri differenti su quel che concerne la complessità di fondo del suddetto: alcuni parlano di "black progressivo" (ma anche no), altri di una fruibilità decisamente faticosa. Direi che sono tutte affermazioni blande e superficiali, facili da smentire a seguito di uno (massimo due) ascolti da parte (possibilmente) di un blackster serio, che abbia già macinato un po' di dischi di tal genere. A riprova si può dire che, quando mi avvicinai per la prima volta a "Ordo..", furono necessari parecchi ascolti (intanto che imprecavo per l'inadeguatezza del mixaggio) per farmi un idea del prodotto  mentre con "Esoteric.." il feeling è stato praticamente immediato. Poi a ognuno la sua. Per il resto, passando a fattori più "di cronaca", questo è il disco che segna l'avvicendamento, dopo una lunga e onorata carriera, di Blasphemer con Teloch, proveniente dagli ottimi Nidingr. Il passaggio avviene tutto sommato in maniera indolore: era lecito aspettarsi un lungo periodo di riassestamento adornato di album "di transizione" ma per fortuna non è così. Con il nuovo i Mayhem centrano ancora una volta il bersaglio e danno sfoggio per l'ennesima volta di tutta la loro competenza in materia sfornando un prodotto che, aldilà delle solite e risibili critiche degli snobbatori di professione, finisce per farsi ammirare, e catalogare da certuni, come uno dei migliori parti dei Mayhem di seconda generazione. Finito questo spaccato abbastanza essenziale, ma spero quantomeno esauriente direi di passare all'analisi delle varie tracce che compongono il disco. 



Si parte alla grande con il primo dei pezzi da novanta contenuti nel platter, la "semi-hit" "Watchers", brano dalle vaghe reminiscenze blackened death.  I primi secondi sono affidati a ipnotici, mesti ricami ribassati di chitarra, viatico indispensabile ad introdurre la carneficina sonora a seguire. La batteria, nel giro di una ventina di secondi, inizia ad apparire in fade in, veloce, dilaniante, divenendo dieci secondi dopo comprimaria del cesellamento chitarristico. Intorno alla quarantina di secondi, finito il preambolo, entriamo a tutti gli effetti nel brano vero e proprio: Attila urla ferocemente, mentre il brano si assesta su una struttura ritmica abbastanza lineare, forte di un rifferama semplice e reiterato e di un surplus di testosterone gentilmente concesso dalla batteria di Hellhammer, terremotante e assolutamente perfetta in questo contesto infernale essenziale e diretto. Il brano trova così la sua forma definita, la stessa destinata ad essere udita per buona parte della sua durata. L'intarsio ritmico non si perde in voli pindarici, e la batteria è usata come un rullo schiacciasassi per rendere ancora più eloquente la disarmante schiettezza della song. Naturalmente, a prescindere dalla "linearità" non si finisce per banalizzare il brano allungando per oltre sei minuti una "zuppa" che poteva essere gustata in metà del tempo: infatti sono presenti brevi frangenti in cui il brano si distende leggermente prima di una terrificante, repertina ripartenza, e interessanti intermezzi usati per arricchire il brano di maggiore atmosfera (come quello presente a due minuti e venti, corredato di un ottimo solo guitar). A livello testuale vengono ribaditi, anche in questo album, i concetti che da sempre hanno caratterizzato il songwriting dei Mayhem, in special modo quelli "MK II". L’impostazione delle liriche ricorda molto da vicino quella di “Grand Declaration of War” e di “Ordo Ad Chao”, quindi misantropia e credenza secondo la quale la razza umana sia inferiore e destinata all’estinzione. Solamente, le tematiche sataniche vengono lasciate in disparte a favore di altre più “spaziali”. Veniamo identificati, difatti, come una sorta di creazione insignificante, posta in un cosmo a dir poco sconfinato. C’è un essere supremo che controlla sin dall’alba dei tempi la nostra crescita – evoluzione, ma non ci è dato sapere cosa sia: se un’entità, se il Diavolo, se un qualcosa proveniente dallo spazio profondo. Certo è che siamo il risultato di un esperimento, siamo cavie destinate unicamente a soddisfare la curiosità e la voglia di “giocare” di questo essere.. omuncoli privi di valore, destinati alla sofferenza e all’annichilimento. Questo “padrone” ci accompagna sin dall’inizio dei tempi, è celato in noi, riflesso del nostro “io”… il tutto genera un’atmosfera piuttosto lovecraftiana ("“la Genesi dell’umanità, un esperimento cosmico senza fine, compiuto per servire un Padrone, geni alieni ibridi [...]Disagio Mentale eterno, vittime prive di speranza [...]Un lupo fra noi pecore, un lupo dispotico, ingannevole, aggressione e dominanza, sin dall’alba dei tempi [...]Riflesso del tuo Io, impossibile da sconfiggere, paranoia schizofrenica, nemico atavico.. [...]Io sono la voce nella tua testa, io sono giunto dalla fine dei tempi per essere l’antagonista della razza umana!”). Un riffone arrembante addizionato alle rullate batteristiche di Hellhammer da il via al secondo ottimo brano (come già ribadito, usato come singolo apripista) "Psywar", nero gioiellino che in attesa dell'uscita dell'album ha fatto molto ben sperare tanti fan, sia della prima ora che più recenti. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un pezzo abbastanza lineare e facilmente memorizzabile, molto diverso dai labirintici brani ascoltati in diversi album precedenti. A seguito della potente introduzione strumentale verso il ventesimo secondo, in concomitanza con l'entrata della voce logora di Attila, il brano si assesta su una struttura non troppo complessa, forgiata su un semplice rifferama ipnotico e ripetuto, soggetto in più casi a marginali variazioni. Al minuto e venti un break introdotto note dilatate di chitarra (per intenderci quelle note zanzarose allungate allo spasmo molto presenti nella sottosezione depressive del black) che lasciano penetrare nella tessitura una parte più spenta, esangue, molto lontana dalla precedente carneficina all'arma bianca. E' il momento in cui i ritmi si distendono in attesa di ripartire in quarta. Il momento in cui si da spazio alla fatiscente teatralità di Attila, che dopo una ventina di secondi di predominanza strumentale si erge a protagonista iniziando le sue declamazioni cerimoniali attraverso la sua voce consunta e purulenta. Dopo i due minuti si ripiomba nello stillicidio ipercinetico imbastito da chitarra e batteria, dapprima attraverso l'evocazione di atmosfere dimesse, molto diverse da quelle monumentali e trionfanti del primo frangente (intanto che Attila continua a lordare il brano con un'impostazione vocale ancora "teatrale", bassa, differente da quella roca e tridente della prima parte), e quindi ancora una volta sulla scorta del primo troncone (dai due minuti e quarantacinque circa). Per quanto riguarda la parte lirica, quanto annunciato nel testo precedente, ovvero la nostra naturale condizione di inferiorità, viene qui rimarcato con prepotenza. Veniamo visti come vittime sacrificali di un eterno conflitto, nel quale siamo da sempre impegnati ma che mai e poi mai potremo vincere. Più che le qualità fisiche, a mancarci sono proprio quelle “morali”: siamo esseri abietti, meschini, paurosi e paranoici, addirittura paragonati a cavie da laboratorio per quanto privi di spessore, incapaci di mostrare forza o carattere. Proprio per questo, psicologicamente inadatti a lottare per affermarci. L’unico destino è la sconfitta ("Ratti umani, cavie terrorizzate! Tortura, sottomissione, indotti al suicidio! Dissociazione, Subumanizzazione, nati dietro le linee nemiche. Il campo di battaglia è la vostra mente! Fenici risorte dalle ceneri del fallimento, le vostre anime sono deboli!"). Si pesca addirittura da Oppenheimer (“Ora, sono divenuto la Morte. Il Distruttore di mondi” per l'introduzione della seguente "Trinity". A seguito di tale, eloquente frase conosciuta da chiunque abbia un minimo di nozioni di storia, si inizia con il brano vero e proprio, esattamente come i suoi diretti predecessori notevolmente lineare e in sostanza ben differente da quanto eravamo stati abituati dal '97 ad ora. Il pezzo, dalla struttura snella, si mantiene su un rifferama ripetuto, essenziale, sul quale si adagia cronometricamente la voce di Attila nelle sue enfatiche declamazioni, mantenendo toni bassi e rochi (accompagnato nel contempo da singulti alti di chitarra). Per intenderci, le cosiddette "declamazioni" non sono nulla di così particolarmente elaborato: il singer scandisce giusto una serie stringata di brevi frasi in successione (tipo Hail Critical Mass! Hail Atomic Fire! Hail Thousand Sun... tanto per intenderci) aumentando in qualche maniera l'atmosfera marziale della composizione. A un minuto e quaranta circa un break in cui vediamo intrufolarsi, nel brano, un frangente ancora una volta spettrale, mesto, ectoplasmatico tutto basato su accordi più dilatati e, all'inizio, sulla quasi assenza della batteria (poi destinata a ritornare con gran furore)  che stempera come da registo la monoliticità del brano in questione. Dopo un nuovo frangente "nebbioso", quasi silente, il brano ritorna ai registri portanti (verso i tre minuti e dieci). Passiamo dunque alla parte testuale. Il brano prende il titolo dai famosi “trinity test”, ovvero le prove organizzate dai militari per testare il funzionamento e la potenza delle testate nucleari. E’ un brano “dedicato” a quel che si può definire l’ideatore della famosa arma, ovvero il fisico Robert Oppenheimer, mente principale del “progetto Manhattan”, progetto che nella seconda guerra mondiale portò alla costruzione delle armi atomiche poi sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Il fisico si mostrò sin da subito riluttante e pieno di rimorsi, era ben conscio che la sua “invenzione” sarebbe costata la vita a migliaia di innocenti, tant’è vero che, dopo aver ultimato il progetto, arrivò a sostenere di essere diventato “La Morte, il distruttore di Mondi”. Il testo è comunque abbastanza criptico a causa di riferimenti alla cultura induista e a diversi romanzi fantasy. Vengono infatti citati la Bhavagad Gita, ovvero un poema sacro per gli induisti nel quale viene spiegato come liberarsi della sofferenza giungendo alla pace interiore. Per quanto riguarda il fantasy, viene citato il “Vril”, miracolosa fonte energetica inventata dallo scrittore Edward Bulwer Lytton nel suo romanzo “La Razza Ventura”, nel quale viene usata da misteriose popolazioni dell’entroterra per auto conferirsi poteri semidivini (come la capacità di guarire da ogni malattia), senza dimenticarsi della citazione di “Shangri – La”, “paradiso” immaginario contenuto nel romanzo “Orizzonte Perduto” di James Hilton, situato nel Tibet. Vi è inoltre la presenza di elementi “religiosi”, come Babilonia o il Santo Graal. Nella sua giustapposizione di immagini, il testo sembra glorificare il lavoro di Oppenheimer, ed i Mayhem arrivano a sperare in un olocausto nucleare per poter dare il via ad un nuovo mondo in cui l’umanità sarà estinta. I continui riferimenti all’esoterismo – fantasy di stampo orientale lasciano presagire una sconfitta del cattolicesimo, dopo questa tragedia nucleare, ed un sopraggiungere di culti legati appunto a determinate terre orientali (“Ora, sono divenuto la Morte. Il Distruttore di mondi” Vril! Babilonia, Anticristo, costruttore d’armi! Santo Graal, Manhattan, Shangri – La! Io sono il dio della guerra e della vendetta, io vi regalerò questa macchina da guerra! Hail! Massa critica, fuochi atomici, mille soli (la potenza dell’esplosione, ndr) la strada verso la morte!"). Sicuramente un pizzico meno lineare ma non per questo meno fruibile la successiva "Pandaemon": dopo un inizio fatto di break and go (per una ventina di secondi, su giri di chitarra funebri e soffocanti supportati degnamente dalla batteria) ci incanaliamo in una struttura diretta basata su un rifferama ipnotico e reiterato. Questo fino alla soglia del cinquantesimo secondo, quando subentra un riff differente ma ugualmente ferale e tagliente. Si ritorna quindi, senza nemmeno accorgersene al riff portante, prima di un successivo frangente più granitico e meno accelerato, anch'esso stoppato. A un minuto e mezzo la struttura si fa di nuovo arrembante, veloce, trascinandosi sino ad un calcolato "effetto caos" (la chitarra che praticamente "impazzisce" mentre la batteria sfoga con veemenza la sua furia) che ci porta ad un break alla soglia dei due minuti e venti, in cui si scivola verso un frangente più placido: inizialmente a regnare praticamente è il silenzio, quindi ricomincia il gioco di stop and go già visto in precedenza. Insomma, al contrario delle prelibatezze di linearità assaporate precedentemente, qui si assiste al ritorno di strutture un anticchia più elaborate. Il "testo" in realtà non è un vero e proprio testo, ma bensì una lista di nomi demoniaci: vi sono alcune entità di tradizione giudaica (Lucifero, Belial, Moloch ovvero il dio dei Sacrifici al quale venivano sacrificati soprattutto bambini, Beelzebub il “Dio delle Mosche” detto anche Baal ecc.) ed altre di tradizione orientale (come Lamashtu, demone femmina dell’antica cultura di Babilonia, dea malevola che tormentava le donne incinte, e Lilith, dea mesopotamica delle tempeste). Viene inoltre citato l’anti – dio Armilius, nel medioevo ebraico definito come l’avversario principale di Jhwh. Vi è poi Djjal, ovvero “il mentitore”, molto simile al”falso profeta” della bibbia: egli assoggetterà l’umanità prima della fine dei tempi, per un periodo di 40 giorni, facendo credere a tutti d’essere un’entità benevola. Verrà però sconfitto da Gesù e solo allora Allah decreterà l’inizio del “giorno del giudizio”.  L’unica parola “non nome” del testo è l’imperativo “ricorda!”, posto in testa ed in coda all’elenco dei nomi. Come se questi demoni, un giorno, si uniranno per annientarci ("-Ricorda- Lucifer, Belial, Moloch, Mammoh, Beelzebub, Choronzon..."). Inizio in sordina per la successiva "MIDLAB". Stringate note acustiche si alternano a secondi di silenzio, a cui si aggiungono mefitiche esalazioni di Attila, tipo uno che sta morendo di ipotermia. Superata la soglia dei trentacinque secondi, sempre in balia di mortiferi ricami acustici, stavolta continuativi, Attila sopraggiunge in maniera definitiva con un impostazione vocale digrignante e licantropica. A un minuto e quaranta un'accelerazione dei tempi, modesta, dettata più che altro dalla batteria, mentre la chitarra non smette di cesellare partiture decadenti e brumose. L'aria che si respira non è affatto selvaggia, ma soffocante, claustrofobica: un'atmosfera è destinata a perdurare sino alla fine, che finisce per rendere il brano possibilmente uno dei più opprimenti dell'intero lotto. Alla soglia dei tre minuti e venti una più decisa accelerazione, accompagnata dagli ululati bestiali di Attila. Si ritorna, dunque, verso i quattro minuti a schemi già sentiti dal minuto e quaranta. Il brano prende il titolo da un neologismo da poco entrato nell’uso comune. Sostanzialmente, si tratta di una tattica militare adoperata prevalentemente su prigionieri. In poche parole, gli viene fatto credere di aver vissuto un’esperienza traumatica, legata ad un rapimento alieno. L’induzione di questa convinzione genera forte angoscia nel malcapitato, raggirato e vittima di un vero e proprio lavaggio del cervello, atto a fargli scordare qualcosa di compromettente del quale è, molto probabilmente, venuta a conoscenza ("Sfavillio di luci, aloni fantasma prendono vita, Occhi neri, pungenti, Incontro ravvicinato del quarto tipo. Pietrificato, paralizzato, arnesi che passano sopra e sotto di me. Dietro le luci delle forme orribili, nessun sentimento, nessuna emozione, aghi ed elettrodi nel mio cranio. Ascensione… Discensione…"). "Vi.Sec" prende il via su note spente, lugubri di chitarra (inizialmente un unica nota prolungata, su cui si adagia la voce sofferente di Attila). Intorno al quarantesimo secondo, sempre accompagnato dalle note meste di cui sopra, Attila inizia a strillare con voce da eonuco emettendo terribili latrati. Da qui il brano inizia a dipanarsi sulla scorta di una performance licantropica del vocalist, sorretto per buona parte della sua durata (diciamo circa la metà) da ritmiche macilente, esangui, non troppo dissimili da quanto ascoltato nel brano precedente, di cui sembra echeggiare il lato funereo. La lentezza qui è di casa, le speranze iniziano a vacillare, e pur distante anni luce dal genere depressive, lo sconforto generato da una consistente parte del pezzo sembra provenire dagli stessi inferni. E' solo a metà del brano che l'atmosfera inizia a svegliarsi: un'accelerazione ritmica scuote il brano nelle sue fondamenta, e l'accompagnamento di un riff malvagio, insano rende il tutto ancora più impenetrabile e blasfemo. Nel muro sonoro eretto a un certo punto si apre uno spiraglio luce, per quanto nerissima, attraverso uno stacco in cui la chitarra si diletta a cesellare giri più acuti e meno ermetici. E' l'inizio di una discreta sezione in cui una serie di "voli pindarici", tra ricami chitarristici, stop e riprese ci portano ai tre minuti e dieci e ad una nuova accelerazione, condita dalla bestiale voce di Attila, che per un po' era rimasta in sordina. Stavolta ci troviamo di fronte ad un testo molto breve circa la sensazione di nichilismo ed annientamento che tutti dovrebbero provare, prendendo finalmente coscienza dell’inutilità intrinseca alla razza umana ("La mia anima scivola attraverso quest’aria inquieta... questa mia finta vita. Un fato già deciso, una destinazione che conosco. Perso nel tempo, non posso decidere nulla, non ho scelta, non ho volontà."). Si continua con "Throne Of Time", brano tra le cui peculiarità è d'obbligo menzionare l'identico minutaggio alla successiva Corpse Of Care. Solo una chicca questa, ma che meritava di essere evidenziata. Per il resto non ci troviamo di fronte ad un campione di complessità: il brano risulta molto lineare, giostrato su pochi riff alternati adagiati sopra una batteria frenetica e alla voce "alternata" di Attila (come da copione: quindi strilli isterici, vocione tonante e gorgoglii vari). Il tutto condito da alcuni stop and go e brevi frangenti "atmosfericheggianti". Ma niente di particolarmente eclatante. Sicuramente il precedente brano presentava maggiore varietà strutturale (per quanto non eccessivamente elaborato e cervellotico). Ma va bene così, talvolta certi fendenti "diretti" fanno molto più male. Unica nota differente rispetto alla stragrande maggioranza del brano, come evidenziato molto lineare e cattivo, l'introduzione "brumosa" e soffocante, giocata sulla voce sibilante di Attila e su un sottofondo monocromatico ed estremamente evanescente. Nulla di miracoloso, in fondo spesso e volentieri le introduzioni presentano soluzioni simili, ma era lecito evidenziare tale "nota di non-colore" differente al resto ed innegabilmente pregevole. Stavolta, più che di fronte ad un testo vero e proprio, ci troviamo d'innanzi a una sequenza di immagini. Essendo tutto l’album improntato sugli inganni e sul controllo delle menti, questo brano sembra incentrato sui danni che determinati dispositivi procurano alle nostre vite, per l’appunto. Un gran parlare di “onde”, “antenne” e in particolare di danni fatti ai bambini sembra farci credere che il tutto sia strutturato come un testo di protesta contro televisione e cellulari, rei di averci portati in un mondo di menzogne e manipolazioni, perpetrate ai danni, soprattutto, dei più piccoli. Viene inoltre citato il concetto fisico di “Tempo Delta”, ovvero il risultato che si ottiene sottraendo al Tempo Terrestre il Tempo Universale ("Onde radio ipnotiche, per conquistare tutte le menti. Girano le bobine, l’Antenna del Tempo Delta [...] Onde cerebrali nell’iperspazio, trasmettono paura[...] Manipolazione totale della massa, pianti senza fine [...] Milioni di bambini intrappolati nel sottosuolo, nervi anestetizzati da una trance psicologica"). La seguente "Corpse Of Care" viene varata da ricami di chitarra rassegnati soggetti più volte a degli stop, accompagnati dalla voce di Attila stavolta in modalità "stridula". Al sopraggiungere del minuto un'accelerazione frenetica: la batteria detta tempi parossistici, accompagnata dal riffing già udito in precedenza, mentre la voce di Attila si fa brutalmente gorgogliante, lovecraftiana, un mugugno incomprensibile stile scarico di lavandino ( non troppo dissimile dall'impostazione vocale che molti cultori di certo death già conoscono). Ancora perdura il gioco di stop and go, che differentemente dall'inizio serve stavolta a creare micropause tra un frangente e l'altro di un'autentico muro sonoro, altrimenti assolutamente impenetrabile. A un minuto e venti un rallentamento, e un'Attila che reitera l'impostazione vocale soffocante, bassa, "azatothiana", stavolta accompagnata da strilli acuti ed isterici. Note monocromatiche, grigiastre al minuto e cinquanta si susseguono per arrivare ad una declamazione cerimoniale a voce bassa e convinta da parte del vocalist (oltrepassati i due minuti). Il silenzio. Quindi si riprende, sulla scorta di ritmi non troppo dinamici, un tantinello spenti, prima di una nuova accelerazione verso i due minuti e cinquanta, annichilente come una pioggia di napalm. Il testo descrive un rituale molto complesso, del quale non si hanno grandi notizie. In generale, si parla di una sorta di rito propiziatorio celebrato nei boschi da una particolare associazione americana nata verso la fine dell’800, il Bohemien Club. Aventi la loro sede centrale a Monte Rio in California, in un bosco di sequoie da loro chiamato “Bohemien Grove”, gli adepti di questa “setta” organizzano ogni anno un campo estivo di due settimane, molto elitario, ove vengono rappresentati spettacoli teatrali e di varia natura culturale, al quale sono invitati molto spesso personaggi di alto spessore artistico, politico ed economico. Una particolarità di questo club è un rituale, derivato dalla tribù Poma (Nativi Americani), che si svolge il primo sabato del camping estivo: i membri del club, vestiti di rosso e brandenti torce, danno fuoco ad uno scheletro nero posto in una bara. Lo scheletro è identificato come l’Affanno, la Negatività del Mondo. Nel testo dei Mayhem, tuttavia, “l’Affanno” sembra sbeffeggiare il rituale, comunicando ai presenti che niente potrà mai fermarlo ("Il Dolore viene assassinato, grazie al potere di antichi rituali! Una sola fiamma accenderà questa pira, Il fuoco viene acceso da questa pura ed eterna fiamma!! La nostra Pira funeraria attende il cadavere dell’Affanno. Pazzi! Mi state bruciando di nuovo? Non potete uccidermi! Io sputo sul vostro fuoco!!"). Più complessa strutturalmente la successiva "Posthuman": a un inizio letteralmente in quarta su tempi veloci dettati dalla batteria, nel giro di venti secondi ci si assesta su partiture più spente. Il protagonista di questa parte è innegabilmente Attila, e i pochi giri di chitarra sembrano fungere più che altro da accomompagnamento alla sua recita solenne. Oltrepassato il minuto, la chitarra, pur non svolgendo ruoli incredibili, ci regala alcuni tetri singulti. Arrivati al minuto e cinquanta dapprima abbiamo pochi bassi vagiti di chitarra, quindi una parossistica accelerazione. I ritmi si fanno veloci, possenti sino ai due minuti e quaranta: conseguentemente siamo portati verso territori più esangui e spenti, terribilmente tetri, destinati a perdurare praticamente sino alla fine. Una sezione in cui è presente una lunga parte strumentale dai connotati atmosferici destinata a durare sino ai cinque minuti e mezzo prima del ritorno in pompa magna di Attila (la cui ricomparsa non cambia alcunchè a livello strutturale). Arriviamo dunque alla parte lirica. Ancora una volta abbiamo a che fare con un testo abbastanza complesso: qui i Mayhem sembrano quasi far leva sulla “psicosomaticità” di alcune malattie ed in generale alle guerre batteriologiche. Il gruppo accusa l’uomo di creare volutamente dei batteri solo per diffondere psicosi varie, e fare in modo che le aziende farmaceutiche possano far soldi lucrando su quei batteri, vendendo medicine per mali creati artificialmente ed apposta. Si fa riferimento a malattie psicosomatiche come il morbo di Morgellon, ma anche ad altri avvenimenti molto cari alle varie teorie del complotto, come le scie chimiche ("Batteri creati dall’uomo, vaccinazioni obbligatorie ed ancor più dannose [...]scie chimiche che attraversano i cieli [...] Un Olocausto Psicotronico, armi silenziose per guerre calme” [...] E’ la fine dell’Evoluzione, resistere è inutile"). Per concludere siamo deliziati da un brano che risponde al bizzarro titolo di "Aion Suntelia". Si inizia nel silenzio. Un silenzio squarciato da pochi, distanti suoni in fade in. Presto ci si immette nel vero e proprioo brano (dopo una quindicina di secondi) aperto da un reiterato giro di chitarra minimale supportato dalla foga della batteria. A neanche trenta secondi il vocalist fa la sua comparsa mettendo in campo la sua voce torturata. La struttura non cambia, reiterando gli schemi iniziali con un rifferama ipnotico e una batteria caracollante. A meno di un minuto da sfoggio di se un giro di chitarra gelido e straniante, su cui si adagia la voce di Attila in tutta la sua possenza zombesca. Il vocalist quindi, arrivati alla soglia del minuto e cinquanta inizia a starnazzare come un pollo consapevole della sua imminente morte. Una serie di urlazzi sguaiati che portano in mente alcuni cantanti della scena depressive/suicidal, se si vuole azzardare un paragone. Il pezzo si mantiene decisamente ipnotico nel proseguo, tutto impostato su plumbei giri di chitarra che evocano senza mezzi termini una terrificante discesa negli abissi. Un'accelerazione screzia il tessuto poi a circa due minuti e cinquanta, accompagnata dai piagnistei di Attila, esternazioni di sofferenza che risultano nel contesto molto credibili. Passiamo ora alla parte più prettamente testuale, aprendo una breve parentesi sul titolo, come evidenziato in precedenza, abbastanza singolare. Il termine Aion Suntelia molto probabilmente fa riferimento ad un espressione biblica che indica la fine del mondo: è certo però che il significato greco di questi due termini sia da ricercarsi nell’Italiano “la fine dei Tempi”. Il testo, difatti, seppur incredibilmente metaforico ed a tratti poetico, pare dipingere uno scenario simile. E’ sicuramente il più complesso dell’album, impossibile delinearne un senso o un significato preciso. Racchiude comunque un po’ tutte le tematiche trattate: illusione, fragilità della vita ecc.("nasce un ologramma dalle polveri di una stella morente, eterna sequenza di infinite illusioni [...]Sono libero di tremare dalla paura e per il dolore, ostacolato dalla sfortuna [...] Relegato in quarantena nel labirinto del tempo").





Facendo dunque una stima definitiva possiamo tranquillamente asserire che anche stavolta i nostri riescono a fare centro dando alle stampe un disco degno del loro nome, potente, marcio e capace di stimolare l'ascolto senza suscitare noia. Anzi, possiamo addirittura considerare la release una delle migliori dei Mayhem "nuovo brand", considerando che le pecche sono poche e microscopiche: non abbiamo soluzioni bizzarre stile "Grand Declaration Of War" (disco comunque decisamente buono) né una produzione orrida tipo "Ordo Ad Chao", e nel complessivo tutte le tracce risultano di gran qualità (neanche un filler, se vogliamo essere sinceri). Insomma, non solo per l'ennesima volta i Mayhem fanno vedere di che pasta sono fatti, ma lungi dal fare manovalanza scontata come degli abili mestieranti continuano un processo evolutivo incominciato circa diciassette anni orsono. E dopo una carrellata simbolica di mostri usata dal sottoscritto nelle puntate precedenti per definire ogni singolo parto della "rinnovata confraternita nera" ("Wolf's Lair Abyss" una sorta di nera fenice, a simboleggiare il ritorno dalle ceneri, il successivo "Grand Declaration Of War" un mostro geneticamente modificato data la sua struttura polimorfa e modernista etc.) oserei paragonare quest'ultimo disco ad un orrido Golem: semplice nell'essenza (il Golem è notoriamente d'argilla) e implacabile nella sostanza. Ma immaginiamo tranquillamente che il futuro ci porterà altre novità e trasformazioni. Il nostro "mostro" aspetta dunque di cambiare ancora una volta aspetto. To be continued..


1) Watchers
2) Psywar
3) Trinity
4) Pandaemon
5) MILAB
6) Vi.Sec.
7) Throne Of Time
8) Corpse Of Care
9) Posthuman
10) Aion Suntelia

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