MAYHEM

De Mysteriis Dom Sathanas

1994 - Deathlike Silence Production

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
18/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Una torbida cappa color nero pece avvolge e stritola nella sua morsa funerea il metal scandinavo dei primi anni novanta calando un'ombra sinistra sul genere negli anni a venire. Il Male si manifesta tramite la sua inquietante presenza e nulla dopo questo nero spartiacque è destinato a rimanere inalterato. Prima di questi "fatidici anni novanta" il metal era caratterizzato da un'approccio più goliardico e ruspante, "spensierato" se vogliamo. Approccio destinato comunque a non durare in eterno (salvo casi sporadici). Come ben sappiamo, il genere in questione gradualmente - e negli anni -  viene sconvolto da una sorta di "muta" grazie a correnti che iniziano a trasformarlo in una terrificante bestia infernale destinata ad accartocciarsi su se stessa come il peggiore mostro partorito dalla mente di Clive Barker. Prima l' indurimento grazie alle influenze punk hardcore che portano alla nascita del Thrash, poi successivamente la deriva death, generatasi  grazie ad un estremizzazione del suddetto genere (e la conseguente radicalizzazione delle argomentazioni, che portano a trattare materie quali dolore, sofferenza, morte, oltre a tematiche spesso antiteistiche o addirittura sataniche: basta citare a proposito i Morbid Angel o i Deicide) e il famigerato grindcore, scaturito da un estremizzazione del crust/punk cannibalizzato e fagocitato per essere rigettato sottoforma di deiezione sonora veloce, lacerante, dilaniante, le cui parossistiche ritmiche spingono al massimo sull'acceleratore sino ad arrivare a brani della durata anche di pochi secondi (sentire "Your Suffer" dei pionieri Napalm Death per rendersene conto..). Il passo successivo è un ulteriore radicalizzazione di tematiche e sonorità che portano ben presto alla nascita di un oscuro parto il cui nome viene mutuato da un' album (dei Venom) considerato poi patrigno del genere nascente: il black metal. Il nichilismo sonoro e l'intransigenza divengono vessillo di questi paladini del metallo nero provenienti dalle gelide lande del nord, portavoci di un genere che ben poco ha a che spartire con i trend imperanti. E non solo. La corrente, allora nascente (siamo nei primi anni novanta) non esita a diffondere il suo verbo attraverso atti di vandalismo compiuti verso luoghi sacri, incendi, omicidi e misteriosi suicidi. Ben presto prende piede un gruppo di fanatici organizzati che ama firmare i propri atti scellerati con il nome di Black Mafia (nome che raggruppa i membri del famoso "Inner Circle"). Musicalmente la corrente, nera ed intransigente, i cui giovani adepti sono soliti ornarsi con cinturoni di proiettili e face painting, si esprime attraverso gruppi che divengono in poco tempo figure leggendarie nel panorama metal internazionale, sia musicalmente, sia per le nefandezze prima citate (anche se non tutti si sporcano mescolandosi con le losche trame dell'Inner Circle): tra questi mi preme ricordare i Darkthrone, i Satyricon, gli Emperor, gli Immortal e, ultimi ma non per ordine di importanza, essendo tra i maggiori portabandiera del genere, i Mayhem. Creatura malata del chitarrista Oystein Aarseth, poi conosciuto come Euronymous, i Mayhem ("The True Mayhem", come ribattezzati dai fan più intransigenti che non hanno visto di buon occhio gli sviluppi recenti legati alla band) nascono nel 1984 come cover band dei Bathory, dei Celtic Frost e dei Venom. I nostri realizzano diversi demo prima di dare alle stampe il  leggendario Ep "Deathcrush" ispirato da certe sonorità thrash (ma estremizzate sino al midollo) e dai già citati Celtic Frost (vera influenza primaria di Aarseth and co), e successivamente il primo full lenght, "De Mysteriis Dom Sathanas" (pubblicato il 24 Maggio 1994), album entrato nella leggenda, considerato unanimemente come una delle più grandi pietre miliari nella storia del black metal. L'album, forte di una line up d'acciaio,sostenuta per l'appunto da Euronymous, in veste di chitarrista e mastermind (il leader del progetto era tra l'altro proprietario di un negozio di articoli metal chiamato "Helvete", cioè Inferno, e di una sua etichetta, la "Deathlike Silence") vedrà tra le sue fila il grandissimo batterista Hellhammer (che collaborerà successivamente con altri importanti gruppi, tra cui i Dimmu Borgir e gli Shining), Varg Vikernes (Count Grishnackt, mastermind del progetto Burzum) al basso, Snorre Ruch (Blackthorne) alla seconda chitarra, e l'ottimo vocalist ungherese Attila Csihar (proveniente dai Tormentor), rimpiazzo dello spettrale singer svedese (di Stoccolma) Per Yngve Ohlin, alias Dead, morto suicida prima della realizzazione di questo masterpiece. Dead, proveniente dai Morbid, entra nella line up nel 1988 in sostituzione di Maniac ma la sua permanenza è assai breve: l' 8 aprile 1991 il cantante decide di farla finita (nella casa a Krakstad, che condivide con Hellhammer e Euronymous), prima tagliandosi le vene, quindi sparandosi un colpo di fucile in testa. Una (squallida) testimonianza visiva della vicenda ci è offerta dalla copertina del celebre bootleg, "Dawn Of The Black Hearts", che ritrae la foto del suo cadavere, scattata da Euronymous rientrato nell'abitazione appena un attimo dopo l'accaduto. Dunque Dead, un eccelso artista destinato apparentemente ad un'ascesa incondizionata, lascia platealmente la band e questo mondo. Ma non prima di aver registrato un paio di brani per una compilation (1990) ed aver partecipato ad una tournee con la band in Germania e in Turchia. A seguito della morte di Dead, Euronymous decide di reclutare temporaneamente alla voce Stian "Occultus" Johansen, destinato ad abbandonare molto presto la line up, forse (da quanto dicono le cronache) dopo aver ricevuto minacce di morte proprio da parte del chitarrista. A seguire Oystein aggrega all'ensemble Blackthorne e Attila Csihar e, dopo l'abbandono di Necrobutcher (disgustato da Euronymous, il quale oltre a decidere di mantenere la foto della carcassa di Ohlin nella copertina di "Dawn Of The Black Hearts" ha, negli anni precedenti, ripetutamente sollecitato l'ex vocalist al suicidio) fa entrare Vikernes come bassista. Pessima scelta, diremmo oggi. Infatti il rapporto tra Vikernes e Oystein è destinato a precipitare nell'arco di poco tempo. Ancora vi sono molte congetture sull'argomento, ma quel che sappiamo di per certo è quello che ci riportano fedelmente le cronache: il 10 agosto 1993 Vikernes, accompagnato da  Ruch, fa visita ad Aarseth nella sua abitazione. Dopo una breve colluttazione Vikernes uccide il leader dei Mayhem a coltellate, finendolo sembra, con un fendente in testa. Oystein viene trovato il mattino dopo da alcuni condomini. Vikernes viene arrestato una settimana più tardi e con lui anche Blackthorne: il primo viene condannato ad una pena definitiva di 21 anni (il massimo in Norvegia) per detenzione di armi, incendio doloso, profanazione di tombe e omicidio, mentre il secondo ad otto anni per complicità in omicidio. A seguito di ciò la band decide di eliminare le parti di basso registrate da Vikernes (sotto espressa richiesta della madre di Aarseth), per sostituirle con un lavoro al medesimo strumento da parte di Hellhammer. Con la morte di Aarseth si chiude un cerchio. Il leader fondatore dei Mayhem non fa neanche in tempo a vedere la più incredibile delle sue creature, un album tanto geniale quanto maledetto, portato a compimento attraverso una parabola di morte e dannazione. Una nera perla di incompromissoria malvagità, un disco imbevuto di puro odio strutturato su un lotto di song dilanianti, di cui almeno la metà inedite (l'altra metà, i più attenti lo sanno, è già stata offerta in pasto al pubblico sul celebre "Live In Leipzig", graziato dalla voce terrificante di Dead). Resta l'amaro in bocca pensando a ciò che sarebbe potuto essere "De Mysteriis.." con il lugubre Dead alla voce (che comunque continua ad aleggiare come un nero fantasma tra i solchi di questo disco essendo il principale responsabile dei testi), ma nonostante tutto Attila, il nuovo singer, riesce ad offrire una prestazione assolutamente unica, con i suoi latrati malati, ossessivi, tanto diversi dallo scream isterico su cui si assesterà buona parte del black negli anni a venire.

"Funeral Fog", la opener, ne è un esempio. Attila, flagello del Demonio, trasforma il brano, di per se nevrotico, isterico, dai ritmi dilanianti, in un' amalgama terrificante di psicosi e marciume. Il brano, della durata di 5:47 inizia spedito, con un riff devastante sorretto dalla batteria martellante e accanita di Hellhammer, che picchia come un' ossesso neanche volesse spietatamente ucciderla. Il riff a 0:53 inizia a ripetere un loop nevrotico per poi rimettersi in viaggio accompagnato dal solito schiacciasassi al drum set. A 1:32 la batteria si stoppa per un attimo: una breve esplosione chitarristica da il via ad un riff psicotico, monomaniaco subito rifagocitato dalla batteria-bulldozer di Hellhammer. Un attimo dopo entra in scena Attila, che inizia a scandire nervosamente le liriche del brano con i suoi mugugnii da psicopatico. In quel preciso momento sembra quasi che un demone si stia liberando dai sigilli scoperchiando la tomba in cui era rinchiuso, mentre tutt' intorno regna il caos. I digrignamenti di Attila vengono costantemente maciullati da un riff segaosse sostenuto dalla triturante batteria, che marcia su binari sostenuti senza mai un attimo di tregua. Verso i due minuti e otto il demone torna nella tomba, ma ciò non preoccupa il bulldozer batteristico, che continua ad avanzare spianando la strada alla successiva riapparizione di Attila. Il digrignante flagello del Demonio fa la sua ricomparsa a 2:19, per continuare a maciullare il brano con i suoi latrati in odore di devastazione psicologica. A 2:44 il Demone tace ed un solo ripetuto nevroticamente a ciclo si insinua nel brano squarciando brutalmente il tessuto sonoro. A 3:09 il "ritornello": Attila si lacera le corde vocali ripetendo "Fuuuneral Fog!......". Poi di nuovo tace lasciando che siano gli strumenti a pennellare scenari funerei, cimiteriali. A quattro minuti e mezzo circa ricompare Attila, che ripete un' ultima volta il mantrico ritornello prima di eclissarsi lasciando che siano gli strumenti a traghettarci alla fine del brano. Il testo tratta di una nebbia oscura e misteriosa ,che avvolge tra le sue spire la popolazione di un villaggio rumeno in Transylvania, trasformando i suoi placidi abitanti in non-morti ("Ogni anno, in questo periodo, appare la nebbia oscura... Appare, sopra le tombe, per prendersi un'altra vita, che sembra vicina...Nel bel mezzo della Transylvania, ogni vita se n'è andata, da un bel po'...E' leggiadra e così bella ma anche così oscura e misteriosa.... Ancora una volta, il Prete dice la sua messa, magari Dio li benedirà tutti... La Nebbia è di nuovo qui, completerà il suo funerale..."). "Freezing Moon", uno dei capolavori di questo greatest hits del nero, parte con un riff rallentato ed evocativo, scandito solo a tratti dalla batteria, che si limita ad accentuare con pochi colpi il poltergeist sonoro che sta gradatamente prendendo forma. Tutto questo sino al minuto, quando la batteria si stoppa lasciando che la chitarra verghi pochi accordi tanto sulfurei quanto anestetizzati, per poi reinserirsi nella texture sonora nettamente più decisa di prima accompagnando la chitarra che nel frattempo tira fuori dalle sue corde accordi macilenti quanto decisi. A quasi un minuto e quaranta, finito l' "intro"  di rodaggio abbiamo un loop schizoide di chitarra scandito da alcuni rintocchi secchi di batteria, e un' accelerazione terremotante: i martellamenti di batteria diventano potenti e veloci come una pioggia di sassi e la chitarra saetta in giri tanto psicotici quanto conturbanti. In questo arazzo del male si inserisce per una decina di secondi, disturbante come sempre, la voce di Attila (01:58), che inizia a contorcersi malata neanche uscisse dalle fauci di un mostro in fase di malattia terminale. Quindi la voce torna nell'oblio per un' altra quindicina di secondi intanto che gli strumenti continuano imperterriti la loro corsa verso la distruzione, per poi reinserirsi e declamare "I remember it was here I died / By following the freezing moon...". A 2 minuti e 52 gli strumenti rallentano la loro devastante corsa e cala una cappa opprimente: la chitarra assume toni ancor più anestetizzati limitandosi a portare avanti un paio di accordi monocromatici, grigi fino al midollo, spenti come un cadavere. A 3:44 torna la voce sforzata di Attila pregna di un torbido livore, che si dissolve in concomitanza dell' entrata di un ottimo solo guitar colmo di rassegnata disperazione. Quindi ricompare la delirante voce del singer, come al solito nutrita di autoannichilente acredine, mentre sullo sfondo plumbei riff dipingono la solita atmosfera cimiteriale coadiuvati da una batteria che sembra scandire rintocchi come una campana a morto. Il brano riaccelera e a cento all'ora ci schianta verso la fine. Anche questo testo sembra essere incentrato ancora una volta su una "malefica possessione", stavolta si focalizza sulla vampirizzazione di un uomo che, dopo il suo trapasso e la conseguente rinascita, torna sul luogo della trasformazione seguendo la stessa luna piena che proprio quella sera lo "battezzò" ("Tutto qui è così freddo, tutto qui è così oscuro, lo ricordo quasi fosse un sogno, un momento nel tempo. Ombre diaboliche fluttuano fuori dall'Oscurità, ricordo che è qui, che sono morto? seguendo la Luna Gelida"). "Cursed in Eternity", mai eseguito da Dead in vita, è un brano che vede, da quanto riportano certe voci, lo zampino di Blackthorne in fase compositiva.Un ancestrale riff apre il brano, seguito da alcuni essenziali rintocchi di batteria: pian piano abbiamo una graduale accelerazione al drum set mentre in sottofondo la chitarra ripete i catacombali giri di chitarra dell' intro. A un certo punto subentra, con tutta la nonchalance del (altro)mondo la voce di Csihar (00:50), stavolta greve, funerea, senza particolari contorcimenti psicotici, bassa e pachidermica. Mentre la batteria pesta che è una meraviglia e i riff abbozzano i paesaggi inquietanti il singer declama in maniera solenne "My name was written with fire / in the place you only can see..." per poi ritornare nella tomba lasciando il campo libero agli strumenti di devastare tutto con apocalittica veemenza. Dopo quaranta secondi di tempesta sonora vediamo il cadaverico cantore fare il suo ritorno per declamare ancora una volta le morbose liriche.Il mantra endemico continua sino ai 2 minuti e 47, quando dopo un terrificante urlo la voce si stoppa brevemente per dare il tempo alla chitarra di arzigogolare poche semplici note rassegnate. Ma è solo un attimo e presto la mortifera voce ricompare ad accompagnare gli strumenti nel devastante stillicidio sonoro. A 04:28 un cambio di tempo che permette ai riff , sempre inseguiti dalla possente batteria,di ricamare scenari mortuari stavolta più decisi, che ci conducono devastati alla fine del pezzo. Il suddetto brano sembra essere dedicato ad un demone, forse il Demonio stesso. O forse un servitore di Satana, che aspetta il risveglio del suo Oscuro Signore (che prende qui le fattezze di un serpente) per risorgere ("Il mio nome è scritto col fuoco, in quel luogo che vedrai solamente quando arriverà la tua ora, quando camminerai nel Regno delle Ombre. I Demoni volano nei neri cieli senza stelle, si arrampicano lungo le profondità infernali, prive di fondo. Il nome di chi è condannato a vagare per l'eternità, finché non sorgerà il crudele serpente che striscerà"). "Pagan Fears", uno dei grandi classici concepiti dalla mente di Dead, si apre con un vorticoso giro di chitarra screziato da pochi dosati ricami batteristici. A 00:25 un rallentamento, in cui il riff si narcotizza e la batteria dilata i tempi . Pochi secondi dopo si ricomincia, con una parte speculare alla prima che funge da battistrada ad una repentina accelerazione: a seguito di uno scarno giro di chitarra, stavolta nudo, secco, non accompagnato dalla batteria il pezzo parte su di giri, con la chitarra che continua a rigurgitare un nervoso riff ipnotico mentre la batteria inizia a mitragliare colpi incessante come un' infernale contraerei. A 01:45 si infila nella tempesta sonora la sibilante ed astiosa voce di Attila che cantilena furioso "The blood history from the past/Deceased humans now forgotten.." in toni isterici, rabbiosi, i cui digrignamenti ultratombali possono ricordare quelli di uno scheletro narrante. Le furenti declamazioni continuano incessanti bombardate da un panzer sonoro in continua marcia: la chitarra continua sullo sfondo a ricamare nevrotica incurante della pioggia di fuoco saettata dal bombardiere Hellhammer. A circa 3 minuti e 30 un vago rallentamento, in cui Attila si concede poche eloquenti parole (The past is alive....) concluse da un urlo dilaniante, poi i ritmi riprendono la loro corsa risultando a un certo punto ipnotici (la batteria continua a macinare incessante mentre il riff si ripete ossessivo, tutto questo per circa un minuto e dieci). Un rallentamento si impone verso i 5 minuti e 2: la chitarra tira fuori pochi accordi, quindi si reinserisce la batteria e la voce di Attila, che riprende a declamare tragici versi (persone dalle facce spente che fissano la luna ossessivamente..) sino alla fine del brano, che si conclude in uno stop violento. Il testo è stavolta incentrato sull'esaltazione della vita scandinava pre-cristiana. Nel brano viene posto un accento positivo a riguardo di quelle genti, magari selvagge ma comunque pure di cuore, perseguitate e barbaramente trucidate dalla chiesa cattolica, la quale impose il suo culto con violenza, spazzando via ogni testimonianza di vita precedente ("La sanguinosa storia del passato, umani morti ormai dimenticati. Un'età di Leggenda e Paura, un tempo ormai distante. Vivevano le loro vite così primitive e pagane, la superstizione faceva parte dell'esistenza, così fragili, nelle notti oscure. Gente disgraziata, con visi pallidi..."). "Life Eternal" parte subito in quarta con un inizio a dir poco terremotante frastornato dalla cataclismatica batteria e da un inebetito giro di chitarra. Al ventunesimo secondo cala la quiete: la chitarra intesse magnetici loop chitarristici, seguita a ruota dalla batteria, stavolta estremamente dosata, mentre sullo sfondo, distante, il basso ricama intelaiature melodrammatiche.Da qui in poi il brano si muoverà quasi rigorosamente su tempi rallentati (almeno fino alle ultime battute..) A 57 secondi la voce del singer, stavolta sibilante come un gelido vento del nord, si intrufola nella tessitura per acquisire gradatamente enfasi, drammaticità. Il pezzo del frattempo continua ad avanzare, inesorabile come la morte, glaciale come un giorno d' inverno. A 2 minuti e 31 apre un varco nell' affresco musicale un solo guitar mefitico, che scivola, a 3 minuti e 10, in una parte chitarristica martellante e ripetitiva. Ancora una volta l' effetto finale è quasi ipnotico. A 3 minuti e 55 un ghiribizzo chitarristico convulso ci riporta al mood portante, che riprende a scivolare lento e pesante come il Mostro di Lochness in fase di agonia. A 4 minuti e 36 un paio di semplici accordi intossicati ci conducono verso un' inattesa accelerazione che ci riporta circolarmente a battute speculari a quelle del dilaniante intro. Riappare Attila, stavolta imbestialito, che inizia a vomitare terrore dalle sue corde vocali lacerate. Terrore di un uomo che sa di giungere al termine della sua vita e si prepara a varcare le soglie dell' aldilà. Un breve passaggio ancor piu gelido, oltre che estremamente veloce, furioso, chiude questo brano, tra i piu sepolcrali del lotto. Il testo rappresenta le riflessioni di un essere in procinto di morire e di avventurarsi verso il "grande mistero dell'aldilà". L'uomo si interroga se la sua natura sia umana (e sorge il dubbio che effettivamente l'essere non appartenga a questo mondo), ponendo l'accento comunque sulla sua mortalità. E' molto probabile che il testo riguardi nuovamente un'esperienza di vampirismo, in quanto la Morte viene vista quasi come una rinascita che come la fine di un qualcosa, e ben sappiamo, riallacciandoci alla tradizione romanzesca e cinematografica, come si "crea" un Vampiro: prosciugando un umano di tutto il suo sangue (e dunque uccidendolo)  per immettere in lui, subito dopo, il sangue di un Vampiro - Padrone. La prospettiva viene vista come molto allettante, dal protagonista del brano in questione. ("Un sogno di un'altra esistenza...tu speri di morire. Un sogno di un altro mondo, tu preghi per la morte [...] Io sono un mortale, ma sono un umano? Com'è bella la vita ora che il mio tempo è venuto. Il destino di un uomo, ma niente di umano all'interno. Cosa rimarrà di me quando sarò morto? Non c'era niente quando ho vissuto..."). "From The Dark Past" inizia con un ritmo nevrotico ma estremamente ragionato. Dopo un giro asfissiato di chitarra i ritmi del drum set diventano improvvisamente tirati. Dal magma sonoro spunta il solito cantore del male (01:11) il quale con toni teatrali ci narra di un uomo tornato dal passato per raccontare l' orrore di cui è stato testimone. A 1 minuto e 55 la voce ha un brevissimo stop per dare spazio agli strumenti, ma è solo una frazione, un attimo. Dopo quasi quindici secondi, armato di tonalità basse e putrescenti ricompare il singer, che ci conduce divincolandosi licantropico nell' affascinante quanto selvaggia ed incessante tortura sonora sino ai 2 minuti e 57. A tre minuti un marziale rullo di batteria seguito da lunghi accordi di chitarra.Quindi la batteria esegue pochi minimali rintocchi mentre la chitarra continua a tirare per le lunghe alcune essenziali note. L' ululato del posseduto singer si intromette nella lenta amalgama (03:50), e al suo spegnersi i ritmi accelerano trainati dalla batteria dell' onnipresente Hellhammer e screziati da un riff solido e prepotente, che, dopo un ultimo inserimento vocale prima sibilante, poi deciso di Attila, ci trasportano velocemente alla fine del pezzo. Molto probabilmente il testo fa riferimento ad una sorta di monumento funebre, magari innalzato a memoria di un uomo morto in circostanze non propriamente felici. Il protagonista lo fissa, immaginando quali e quante storie quella statua (identificata come il deceduto stesso) avrebbe da raccontare. Gli orrori della morte sono narrati in tutta la loro crudezza dalla fredda espressione del monumento, che sembra quasi prendere vita nella desolazione del cimitero. Il morto è probabilmente rimasto "bloccato" sulla terra a causa del suo traumatizzante decesso, ed il ricordo lo tormenterà a vita ("Un volto nella pietra, deteriorato dal tempo... Un uomo, tornato per parlare della sua dannazione. Paure così profonde, la bocca spalancata, Il sogno è morto prima che potesse vedere l'alba. Leggende di tempi antichi, storie così buie... che anneriscono la sua vista. I Ricordi non sono stati abbandonati del tutto, tornano dopo così tanto tempo..."). "Buried By Time And Dustesplode in tutta la sua veemenza con un botta e risposta violento di chitarra e batteria. Un riff carico di tensione viene evidenziato da alcuni sordi colpi al drum kit. Al nono secondo, in concomitanza con una repentina accelerazione fa il suo ingresso la voce bestiale di Csihar che con austera eloquenza, stavolta riducendo al minimo i suoi teatrali spasmi, si strappa le corde vocali digrignando "Visions of that no mornings/ Light ever will come..". Mentre Attila declama oscure poetiche i neri riff magnetici si ripetono ad libidum in sottofondo e la batteria galoppa come un nero carro transilvano trainato da catramosi cavalli zombi. A 00:58 la voce evapora letteralmente in un fetido brusìo simile al gas purulento esalato da un cadavere in decomposizione lasciando agli strumenti il compito di continuare la marcia verso la devastazione. A 01:07 la batteria si stoppa e anche l' ascia esala un torvo respiro, ma la quiete dura un attimo: immediatamente dopo ambedue riprendono la torbida corsa. Un brusio proveniente dalle fauci di Attila fa la sua fantasmagorica comparsa, e un secondo dopo parte un vertiginoso giro di chitarra. A 02:43 un nuovo brevissimo stop della batteria, e l' ascia ancora una volta abbozza un ricamo lugubre, in cui si reinserisce prima il martellamento batteristico, quindi il marcissimo Csihar, che sputando frasi con voce decomposta pone un sigillo sul pezzo. Il brano, esattamente come su "Freezing Moon", prende spunto dalle leggende sul vampirismo: infatti il brano tratta di un vampiro che che si ritrova a fare i conti con la pesantezza dell'immortalità. L'aver vissuto (ed il vivere) da tempo immemorabile lo ha portato a ridursi ad un essere ormai dimenticato da tutto e tutti ("Visioni di quell'alba che non verrà mai, sono troppo vecchio ora. L'Oscurità è così vicina, raggiungerò mai l'aldilà? Quello è il posto dove andiamo, quando moriamo. Sono sempre stato vecchio, sin dall'alba dei tempi. Il tempo mi ha sepolto sulla Terra, secoli fa, provai il gusto del sangue. Sepolto dalla polvere e dal tempo. E' passato un po' di tempo, dal funerale.. mi manca il sangue dei colli umani, tanti anni, tanti anni fa... devo aspettare, sentendo il fetore del mio corpo. Viaggi fuori dallo Spazio, viaggi fuori dal Tempo"). "De Mysteriis Dom Sathanas", la title track chiude maestosamente un album che definire capolavoro è alquanto riduttivo. Un evocativo riff introduce un ruggito sovrumano, che sembra espulso dalle bocche di Lucifero in persona. Stavolta, Attila, accompagnato con la solita meticolosità da un apparato strumentale tanto chirurgico quanto brutale, ci narra di una oscura congrega dedita al culto di un libro arcano ("The sky has darkened thirteen as / We are collected woeful around a book/Made of human flesh.."). La sua voce colma di ira a un certo punto (01:17) inizia a declamare in toni estremamente teatrali, da canto gregoriano, versi in latino presumibilmente tratti dal nero libro. L' ispirazione in questi versi recitati, sorretti da una voce simile a quella di un oscuro monaco depositario di ancestrali segreti, raggiunge il suo culmine suscitando un brivido nell' ascoltatore. Mentre il vortice sonoro continua ad imperversare in sottofondo Attila porta avanti con mestizia la recita, generando un forte senso di desolazione. La voce inizia ad oscillare in maniera sublime tra il grugnito isterico e le ascetiche declamazioni. A 3 minuti e 2 assistiamo ad uno stop del singer e una momentanea interruzione della batteria, che si prende un breve lasso di tempo prima di ricominciare a frastornare la texture sonora con i suoi incessanti mitragliamenti. Quindi gradualmente si ritorna nel controllatissimo caos, come sempre abbellito da riff carichi sino al midollo di energia oscura. A 4 minuti e 6 il singer torna con la sua terrificante voce da profeta della misantropia. A 4 minuti e 56 un nuovo stop speculare al precedente, quindi si ricomincia con le declamazioni frustate da un incontrollabile marasma luciferino che vortica in ogni dove. L' oscuro monaco recita "Ferus Nectandus Sacerdos magus Mortem Animalium..." e il pezzo si spegne. Attorno ad un libro maledetto (forse il Necronomicon?), la congrega dedita ad arcani e misteriosi culti celebra rituali neri e proibiti, il cui scopo sembra quello di evocare il male attraverso i propri riti oscuri . In particolar modo, emerge la figura del Diavolo inteso come un caprone antropomorfo, associato dunque al simbolo esoterico del Baphomet ("Benvenuto! Nelle rovine antiche ancora il vento sussurra accanto alla foresta profonda, l'oscurità ci mostrerà la via. Il cielo si è oscurato tredici volte, mentre noi siamo addolorati attorno ad un libro fatto di carne umana. "Heic Noenun Pax", qui non c'è pace, la grande ed antica bestia triste descritta nell'arcano mistero...")

Inutile ribadire che l' album è un autentico capolavoro del genere, uno dei platter più influenti nella storia del black insieme al celebratissimo terzo album dei Bathory. Peccato che sia il primo ed ultimo full lenght in cui vediamo la presenza di Euronymous, che da li a poco troverà la morte per mano di Varg Vikernes. Un album nero come il catrame, malvagio, tetro, nato da "cuori oscuri" (Dead ed Euronymous, il primo responsabile di buona parte dei testi, il secondo mente portante del progetto) entrambi morti prematuramente: morte dovuta (direttamente in un caso, indirettamente nell'altro) al loro modo di vedere la vita e il mondo, alla loro volontà di immedesimarsi totalmente negli stessi personaggi oscuri che loro avevano creato. Un oscurità che rispecchiava un attitudine e non qualche stupida moda o trend. Dead, come già specificato, preferirà immolarsi per la causa, per evitare di "piegarsi a quei trend" (ma è andata veramente così?), mentre Euronymous finirà vittima del circolo di odio che lui stesso aveva contribuito a creare. La morte dei due personaggi più rappresentativi della congrega sembra porre fine ai Mayhem, ma in realtà non è così: qualche anno dopo Hellhammer decide di riprendere in mano il progetto, e di continuare l'avventura dell'ensemble, coinvolgendo alcuni dei membri storici - un "redimorto" (mi si perdoni la battuta alla Ghostbusters) Maniac e Necrobutcher - e piazzando un nuovo chitarrista in sostituzione di Euronymous (Blasphemer). Ma questa, come si dice, è un altra storia..

1) Funeral Fog 
2) Freezing Moon 
3) Cursed in Eternity 
4) Pagan Fears 
5) Life Eternal 
6) From the Dark Past 
7) Buried by Time and Dust
8) De Mysteriis Dom Sathanas 

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