MAYHEM

Chimera

2004 - Season Of Mist

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
30/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Abbiamo passato la metà degli anni novanta, e quel demone scuro come la pece chiamato Black Metal si è ampiamente trasformato modificando la propria connotazione. Trovandosi di fronte alla scelta di cambiare o morire per sempre,  pur di non rifuggire nei torbidi abissi da cui era stato generato, il black metal cambia pelle assumendo nuovi connotati, incorporando nella sua essenza influenze sino ad allora estranee come il gothic, l'elettronica ed altre, tra le più disparate e che con la sua propria essenza hanno ben poco a che spartire. Gruppi come gli Arcturus, i Covenant, i Dodheimsgard, gli Ulver ed altri scelgono di rifarsi il trucco, proponendo musica che pur non intaccando nel profondo la loro essenza nera e la loro malvagità, accantona in qualche maniera la crudezza degli esordi a favore di soluzioni più elaborate ed estroverse. I Mayhem non stanno a guardare, e dopo il tetro "Wolf's Lair Abyss", che in qualche maniera reiterava schemi ormai collaudati decidono di affidarsi ad ambiti più sperimentali, non dimenticando l'efferatezza che li ha resi celebri e una scelta testuale ancora una volta adiacente allo spirito cupo e satanico del periodo Euronymous (in particolar modo di "De Mysteriis Dom Sathanas", loro primo full lenght e capolavoro incontrastato del black metal). Ma tutto questo sembra non bastare. "Grand Declaration Of War", il loro secondo Lp, finisce per scontentare buona parte del pubblico (per la stragrande maggioranza la solita e deleteria frangia purista) che vede nel disco un mezzo tradimento: ci si aspettava un "De Mysteriis colpisce ancora" e invece si ottiene un parto, a visione di molti, eccessivamente modernista e avanguardista, lontano anni luce da quanto prodotto dai nostri nel loro celebre passato. Hellhammer, possibilmente sorta di nuovo leader (leadership contesa comunque con il chitarrista Blasphemer N.d.A.), si rende forse conto di aver fatto il passo più lungo della gamba, pur non ammettendolo (in qualche intervista dice seraficamente che più avanti di così non si poteva andare) decide di fare un mezzo passo indietro, ritornando a schemi più facili e "masticabili" dalla stragrande maggioranza del pubblico. Per farlo si accampa, con il resto della band, in uno studio mobile in mezzo ai boschi della Norvegia, ove tutto quel che si può scorgere, affacciandosi dalla finestra sono le silenti foreste (e al massimo un fiordo). Un luogo dunque ideale dove raccogliersi per dare il meglio di se e tirare fuori un prodotto che risenta dell'isolazionismo di quei posti. Siamo nel 2004 e i Mayhem rilasciano per la Season Of Mist il loro nuovo full length intitolato "Chimera". Un disco che non tutti si aspettano, con un parziale "back to the roots" che li riporta, dopo il precedente tripudio di sperimentalità, ad un suono più ancorato al black metal tout court. Non a caso ho utilizzato il termine "parziale". Il disco infatti non si riaggancia assolutamente al loro passato celebre (nessun becero tentativo di mettere in piedi un "De Mysteriis.." parte due dunque) preferendo proseguire sui binari tracciati dal precedente disco, ma in maniera decisamente più ridimensionata, senza il tripudio di avanguardismo di cui "Grand Declaration.." si faceva carico. Solo black metal. Ma un black metal che dal precedente disco mutua le strutture più complesse e la minor immediatezza. Il Demone, il mostro ha dunque cambiato faccia un'altra volta: dal conturbante essere OGM, prometeico e poliforme è divenuto una Chimera. Un essere che smette di camuffare le proprie fattezze orrorifiche con il sostrato contemporaneo e ritorna in maniera perentoria ad una esibizione del proprio lato nero ed infero. Entrando in merito ad un analisi più strutturale e meno elucubrativa vediamo come il disco, composto da otto tracce (molte in meno rispetto al suo predecessore) metta da parte la modalità del concept album adottata per "Grand Declaration..." a favore di una struttura fatta di brani abbastanza slegati liricamente tra loro (salvo poche eccezioni, fatte più di "rimandi" che di collegamenti veri e propri), il cui trait d'union è rappresentato, in parole povere, dal concetto di misantropia, tanto generico ma altrettanto evocativo (è lo stesso Hellhammer in una delle sue interviste a confermare tale anello di congiunzione). Otto tracce di puro black metal il cui senso avanguardistico è da ricercare più nella forte "strutturazione" dei brani che in soluzioni sperimentali o forzatamente innovative. Perchè tra questi solchi non vi è (o comunque non è palesata) una volontà di innovazione, ma più la volontà di un recupero delle proprie radici black, aggiornate tramite l'esperienza e la maturità di una band consapevole che gli anni novanta sono definitivamente passati, e che il black metal, se vuole rimanere tale (dunque scevro da contaminazioni e sofisticherie) deve comunque rispecchiare i tempi odierni. Terminata questa digressione è ora il caso di addentrarci in un'analisi più specifica delle varie tracce che compongono il platter.



Il compito di aprire le danze spetta a "Whore": un'unica nota secca (che sarà reiterata per tutto l'arco del brano) ci catapulta nell'arco di una frazione di secondo in una struttura tiratissima che trova un micro stop dopo un secondo asciutto rintocco della nota di cui sopra e riparte in quarta, come se nulla fosse, ora scortata dalla voce infernale di Maniac, che nel platter da prova di una maturazione vocale assai evidente: proviamo a paragonarlo alle precedenti prove e, soprattutto a quanto fatto su "Deathcrush". N.d.A.). Il brano si mantiene assai lineare, sorretto dagli imlacabili blast beat di Hellhammer e dal rifferama tanto semplice quanto ipnotico di Blasphemer, che si limita a tirare fuori dalla sua chitarra una varietà ristretta di accordi perfettamente funzionali nel suscitare un imperituro senso di caos e distruzione. Oltrepassato il minuto e trenta si intrufola un giro di chitarra semplice ed evocativo, sempre e tassativamente sorretto dalla base veloce di batteria dell'implacabile "Martello Infernale". Finale affidato alla "famosa nota" iniziale. A quanto sembra, il testo (seppur molto criptico) è dedicato nientemeno che alla grande mietitrice, vista come una prostituta e privata del suo ruolo “romantico” di consolatrice. La Morte è una vera e propria mercante del sesso, una lasciva creatura, bramosa unicamente di sangue e di carcasse, che è solita intrecciare rapporti ai limiti della carnalità con le sue vittime. Adora provare piacere vedendo (ed abusando di) corpi straziati, impauriti. Ella, coadiuvata da una squadra di Demoni altrettanto bramosi di carne, infligge queste terribili punizioni alle sue vittime spaventate ed imploranti pietà. Benché vista come un qualcosa da ripudiare e scansare come la peste, ella sembra però dimorare nei nostri lati più oscuri e reconditi, nella nostra cattiveria e nella nostra malvagità. Ci odia tutti perché noi odiamo, e siamo in grado di provare piacere dal Male. Per questo esiste, ed ha queste sembianze. In sostanza… la Morte siamo noi, ogni volta che commettiamo atti malvagi e deprecabili, compiacendocene ("Brama di sangue incorporata, carcassa incenerita, incarnata nel mio sangue.. Indecenti regole di questa Morte Puttana! Sesso fino alla morte, senz’anima, anime ripugnanti perfettamente unite, Indecenti regole di questa Morte Puttana! Vi odia fottutamente tutti!!!"). Il proseguo è affidato a "Dark Night of The Soul", traccia di grande impatto che, complice la sua sostanziale complessità nell'arrangiamento ci riporta senza difficoltà ai fasti del precedente disco. Il brano è imperniato su una graduale ma costante accelerazione, che lo porta a mutare in breve le proprie fattezze da mid tempo a pezzo velocissimo, furioso, carico negli ultimi frangenti di una potenza incredibile, inimmaginabile. La partenza è affidata a poche note lente, oscure ed evocative supportate da timidi rintocchi di batteria da parte di Hellhammer. Alla soglia dei dieci secondi una breve rullata alla batteria decreta un brevissimo stop, al termine del quale ci si rincanala nella struttura di partenza, macilenta ed esangue, oscura come un ladro nella notte. La base, ultratombale, viene sferzata ancora una volta verso i venticinque secondi da una marziale rullata di Hellhammer, quindi la batteria prende piede in maniera più definita, uscendo dall'ombra e acquistando corpo mentre il brano nero come la pece, continua a trascinarsi spento e senza alcuna improvvisa deflagrazione. Il rifferama si mantiene basilare, non troppo variegato, ripetendo una nenia mantrica e doomeggiante. Al subentrare della voce soffocata di Maniac gli strumenti sembrano essere risucchiati da una cortina di nebbia, assumendo un ruolo vagamente comprimario, per riacquisire vigore poco dopo, tanto tronfi quanto lividi. Si prosegue così lentamente ma inesorabilmente verso un tragitto claudicante, impostato su un rifferama ipnotico attraversato da sostanziali smottamenti interni, che ci porta gradualmente ad una sensibile accelerazione. Già dai tre minuti e quaranta il brano si accende piano piano (anche se timidamente aveva già iniziato a decollare ben prima). Ai quattro minuti le fauci dell'inferno si spalancano intorno a noi: una accelerazione brusca porta il brano su territori dilanianti e implacabili, che via via si riscaldano sempre più trascinandoci verso la fine in un maelstrom velocissimo, un buco nero da cui non vi è possibilità alcuna di fuoriuscire. "Dark Night..."..."è correlata da un testo apparentemente ambiguo ma che risulta molto meno oscuro se affrontato in maniera più attenta e minuziosa. Potrebbe essere un demone qualsiasi a parlare ma, a quanto sembra, è proprio il Demone Sultano che decide di raccontarci la sua storia, ovvero Satana, re dell’Oscurità e Signore della Notte. Egli dapprima ricorda a tutti noi di quando si rivelò ad Eva sottoforma di serpente, poi fa riferimento alle sue abilità ultraterrene come la Xenoglossia, ossia la capacità di parlare simultaneamente, senza averle studiate, svariate lingue diverse. In particolare lo accenna nel secondo verso (“speak in tongues”, espressione inglese indicante proprio questa abilità), per rimarcare la sua capacità di arrivare a chiunque, a prescindere dalla razza o dalla provenienza. Egli ci invita ad accoglierlo, troverà particolarmente un’ottima dimora nelle nostre debolezze e nelle nostre paure, e porterà odio, rancore e misantropia a chiunque deciderà di farlo suo. La presenza di riferimenti sessuali, come nell’ultima strofa, fa intendere come egli faccia particolarmente perno sul lato carnale dei rapporti. Accoglierlo “in quel senso” ci procurerà un piacere mai provato prima d’ora ("Accarezza il Serpente ingannatore, l’unico che dà voce a tutte le mie devastanti verità..Accumulo il potere dei miei sogni, fusi dall’ambiguo fuoco demoniaco.. Migliaia di lingue prostitute, lussuria demoniaca, una verità vuota… Saluto queste visioni nella notte nera, Il caos della vita, sangue infetto.. in questa nera notte dell’anima… Distolgo il mio sguardo dal mondo, bacio il mio corpo privo di pelle, lasciate che io mi sveli nelle vostre deboli anime, lasciate che io festeggi nei vostri incubi! Le volontà della Morte sono custodite nel mio cuore, sigillo le orbite della Misantropia..."). Si continua con "Rape Humanity With Pride", furiosa e disarmante, che prende il via grazie a un lavoro di chitarra stoppata di Blasphemer(di una durata esigua) che consente al brano di immettersi presto in una struttura ipercinetica spinta verso ritmiche parossistiche grazie al formidabile lavoro di Hellhammer, autentico macchinario. A seguito di un breve stop si riparte, assestando la gittata su ritmiche furiose ma variegate. Sicuramente più strutturate rispetto alla linearità tagliente del primo brano. Alla soglia del cinquantesimo secondo compare la voce di Maniac, viscida e frastornante, che si va egregiamente ad incastrare nella texture dilaniante ed incompromissoria. Il brano sembra mantenersi su linee guida portanti senza scossoni troppo evidenti risultando alla fin fine abbastanza scorrevole e assolutamente non cervellotico, forse addirittura catchy. Del puro black metal perfetto per chi dei Mayhem amava e ama la loro capacità di sferrare assalti all'arma bianca. Arriviamo dunque alla parte "lirica": ricollegandosi al testo precedente, Satana svela il suo vero volto; la lussuria, la lascività, la volontà di apparire come un seduttore, erano unicamente bugie. Egli in realtà odia l’umanità più di qualsiasi altra cosa, e gode nel vederla distrutta, umiliata, persa. Egli tortura gli uomini in maniere impensabili, il suo unico scopo è quello di far estinguere la razza umana con ogni mezzo a sua disposizione, fra cui figurano metodi punitivi molto simili alle piaghe Egizie (Locuste che straziano le carni dei malcapitati). Il suo è odio puro, privo di motivazione. L’umanità semplicemente lo disgusta, e vuole unicamente infliggergli più dolore possibile, per farla pentire d’averlo accolto con gioia ("Nella mia mente così deviata, oh, quanto spero che siate tutti morti!! Questa sciocca umanità mi fa star male, medito sulla vostra estinzione, la belva che accarezzo.. non avete idea di cosa sia! Ogni giorno distruggo le vostre vite, fra le mura del mio castello la vita scorre rossa! Vi ho tutti dentro la mia testa, distruggo le vostre menti, larve! Le mosche si radunano sui vostri resti, le locuste straziano le vostre carni! L’incantesimo è lanciato, i vostri sogni non reggeranno, cadrete, per avermi accolto!"). Si arriva così alla quarta "My Death", le cui primissime battute molto feroci sembrano presupporre l'inizio di un nuovo brano velocissimo e "in your face", ma inaspettatamente danno il via ad un mid tempo oscuro e monolitico. A garantire un clima teso per tutta la durata di questo autentico ed inemovibile blocco di onice ci pensano delle studiate sovraincisioni interne, capace di rendere il brano ancora più oscuro e sordo nella sua estrema alterigia. Il rifferama ha il suo punto forza nella sua studiata monotonia: non vi sono estremi scossoni, tutto è spento e privo di vigore, e pochi riff si susseguono ad amplificare questo clima da necrologio. Maniac in questo contesto risulta davvero inquietante. La sua interpretazione è da brivido, assolutamente credibile, caratterizzata da latrati se possibile ancora più inquietanti che in precedenza. Vocalizzi destinati a sposarsi perfettamente in un sublime matrimonio alchemico con il contesto funebre messo in scena dai vari membri dell'ensemble. Il testo sembra quasi una sorta di giustapposizione di immagini, conducenti però ad un'unica trama: la Misantropia. Il protagonista vede l’essere umano come portatore di Morte e distruzione, quasi la sua vita fosse stata creata con questo compito ben preciso. Tanto vale morire, quindi, ed assecondare le proprie naturali tendenze al Nulla, celebrato ed accettato. La chiusura è affidata ad una frase in latino più volte ripetuta: “odium humani generis”, ovvero: “odio il genere umano” (“Odio il Genere umano” [...] “Nella tuo celebrato Vuoto, invio la mia linfa vitale: la mia Morte” [...] “La morte che produci non ha mai fine, echeggia nella distruzione universale”). "You Must Fall" prende il via in fade in su un tesissimo rifferama spento da cui si liberano efficaci singulti ribassati di chitarra. In breve - verso i venticinque secondi circa - ci si incanala in un pattern ossessivo ed estremamente veloce, stuprato dalle corde vocali di Maniac, criminalmente barbare, capaci di accentuare il crescente senso di panico che la tessitura di fondo implacabilmente si accinge ad erigere. La chitarra vomita odio tramite un rifferama compatto e sintetico, mentre la sezione ritmica corre frenetica falciando ogni cosa al suo passaggio. La velocità è a dir poco disarmante. A meno di un minuto la chitarra inizia a gemere accordi lunghi e lamentosi come l'ululato spettrale di un fantasma, aggrovigliandosi ed inerpicandosi a quel monolite di caos come l'edera attorno ad una torre. Parte molto evocativa e sensuale capace di suscitare un brivido negli amanti delle atmosfere più oscure. In questi frangenti ci sovviene il caos più avvolgente del periodo "De Mysteriis..." (con le opportune e sostanziali differenze). Si ricomincia in breve con lo stillicidio sonoro offerto da una parte fondamentalmente speculare al primo troncone (dunque la chitarra torna a martoriare più che a evocare, mentre la batteria continua a fare bene quello per cui è predisposta, ossia annientare, annichilire ogni cosa con una furia distruttrice assolutamente unica). Verso i due minuti e quaranta la struttura è soggetta ad alcuni considerevoli smottamenti che ne variano l'integrita e la linearità, ma è quesstione di un attimo e siamo rigettati nel nero pozzo senza fondo da cui ci sembrava di essere usciti. A tre minuti e venti la chitarra ci offre ancora quegli intriganti lamenti che già in precedenza ci avevano deliziato, ripetendo specularmente quanto già sentito poco prima del minuto. Il testo è incentrato sulle gioie che un’entità sovrannaturale (in questo caso è difficile inquadrarla) prova nel vedere un uomo ormai nel suo letto di morte. Compiacendosi nel vedere una vita che sparisce pian piano, l’entità gioisce nell’impaurire ancor di più l’uomo, rivelandosi nella sua realtà. Ella o Egli è la Paura Incarnata, l’insieme di tutto ciò che ci spaventa e terrorizza, ha forma mutevole (per questo si descrive adoperando la parola “mutaforma”) ed ammette di essere su questo mondo tanto quanto Satana in persona ("Gli artigli della Mietitrice attendono, privi d’anima, sul tuo letto di morte! Le streghe danzano in cerchio, man mano che il tuo vigore scompare! quando il mondo di vetro si frantuma, un mutaforma appare dinnanzi a te, mostrandoti quanto sei ripugnante! La Vita non perdona la Debolezza!"). Davvero bella e ricca di pathos. La sesta traccia "Slaughter Of Dreams" è fortificata da una sezione ritmica che tanto sarà presa a modello dagli ultimi Keep Of Kalessin (batteria mitragliatore, chitarra panzer con cronometrici accenti a dare varietà al corpus magmatico). Sotto ai trenta secondi un cambio di tempo sancisce una decelerazione del brano e l'immissione dello stesso verso un frangente più granitico e meno sparato. Solo un frangente, destinato a durare un attimo. Quindi si ricomincia con il bombardamento dei primi istanti, impietoso e tremendamente accattivante. Un break ansiogeno all'approssimarsi del minuto, in cui gli strumenti smorzano la loro corsa, quindi si ricomincia su un tappeto dapprima non eccessivamente sparato, quindi con una accelerazione che vede l'intrusione della voce funesta di Maniac. La gittata si assesta su ritmiche veloci ma dominate da un alone di pathos, complice la chitarra che sul tappeto ritmico, implacabilmente furioso, si destreggia in riff cupi ed evocativi, meno votati all'aggressione e più propensi a creare un'aura sepolcrale e dannata. L'impostazione rimane fondamentalmente tale sino alla fine, dibattuta tra zone annichilenti e parti più immaginifiche (in cui è sempre la chitarra di Blasphemer a definire una linea conduttrice grazie ai suoi giri arcani, surfando sulla slavina batteristica e sul tappeto di basso di Necrobutcher). Anche stavolta il testo non è di facilissima interpretazione, complice il fatto che è costruito (sebbene le parole non siano molte) sulla falsa riga di un trattato filosofico. In poche parole, i Mayhem sembrano porre alla base della vita il caos (“Mayhem”, appunto, citando il loro nome all’interno del testo). Proprio perché il caos ci domina, è impensabile sperare in Divinità di qualsiasi entità, elementi visti appunto come “sogni” e false speranze da distruggere, inviandole al macello (da qui il titolo del brano). Ancora una volta viene sottolineato quanto gli umani siano sostanzialmente patetici ed inferiori, incapaci di comprendere la verità (“Quant’è patetico l’uomo, quando viene messo di fronte alla verità [...] Gli avvoltoi banchettano nella tua coscienza [...] Le Fabbriche del Caos sono l’essenza, la Cornucopia si sogni malsani”). La penultima "Impious Devious Leper Lord" si appoggia ad un giro di basso nervoso di Necrobutcher, che ritroveremo a cadenze regolari nel brano. Stesso giro di basso presente nell'apertura conseguentemente ad un riff spento e atonale, e che quasi a trenta secondi ci incanala in un bellissimo guitar work di Blasphemer, molto evocativo e scuro, che, stesso discorso di prima, è destinato a riprresentarsi in più di un occasione. Il pezzo finisce per essere un altalena, un sali-scendi emotivo composto da una struttura che alterna mirabilmente porzioni decisamente "calme" - concedetemi questo termine anche se qui è da intendersi in maniera abbastanza figurativa, dato che le suddette parti sono dominate dal lavoro di basso capace di rendere tali frangenti sicuramente ansiogeni - ed altre magnificate da tessiture crepuscolari e più "epiche" (grazie all'apporto chitarristico di Blasphemer). Hellhammer come al solito fa la sua grassa figura intelaiando un tappeto ritmico travolgente come una slavina, e Maniac ancora una volta si esibisce in una performance da invasato, con la sua voce spiritata e posseduta. Da menzionare, a seguito di una parte decisamente cinetica portata avanti in maniera continua dai 3 minuti e 35, una travolgente deflagrazione verso i quattro minuti e dieci (a seguito di un breve stop cinque secondi prima), in cui il clima si fa ancor più incandescente e, messe da parte le soluzioni più evocative, ci si lancia in un'autentica corsa al massacro. A correlare il pezzo in questione abbiamo forse il testo più complesso dell’intero disco. In una visione apocalittica, una Donna (un’oscura regina, versione “nera” della Madre di Dio) rivela “i segreti del mondo” ed il protagonista prende coscienza di alcuni poteri particolari che ha acquisito dopo queste rivelazioni, che lo hanno “illuminato” e gli permettono ora di guardare il mondo sotto una nuova prospettiva. Adesso è conscio di poter togliere la vita alla sua stessa razza. E’ diventato un semi – dio, un essere perfetto, in grado di dispensare morte e distruzione ("ho il potere di togliere la vita, ho anche quello di donarla?” [...] “Ho visto un occhio nel cielo, la Donna parla dei tempi che verranno, i segreti del mondo sono rivelati” [...] “Abbasso il mio sguardo divino sulla Terra, riconduco tutte le mie furiose belve"). Si fluisce così, senza nemmeno accorgersene, nella traccia conclusiva nonchè "ciliegina sulla torta" di questo buon disco, ossia "Chimera", la title track. La traccia in questione si struttura per buona parte della sua durata come un pesantissimo mid tempo (se possibile ancor più pesante e coinvolgente rispetto all'ottima "My Death") per poi iniziare a tirare fuori barlumi di grinta verso i tre minuti, e deflagrare come una bomba trenta secondi dopo, trascinata da un accelerazione che sembra risucchiare tutto in un nero vortice infernale. Brano non troppo lineare, si destreggia comunque tra numerosi cambi di umore e di ritmo, tra microvariazioni che determinano la sua totale riuscita: non troppo cervellotico, e, anzi dotato di un oscuro feeling, si lascia amare sin dal primo ascolto. Ancora una volta ci troviamo al cospetto di un brano dotato di un testo particolarmente complesso e non troppo fruibile.In generale si può dire che faccia riferimento alle vite di tutti noi, e alle idee sbagliate che abbiamo circa l’esistenza. Ci lamentiamo, proviamo noia e scontento, solo perché non abbiamo mai capito come la vita va realmente vissuta. Tanti sono gli errori ed i pregiudizi che abbiamo accumulato nel tempo, che sembra quasi che nessuno di noi sia mai esistito veramente, come dire: una possibilità totalmente sprecata. I Mayhem ci comunicano tuttavia che la vera realtà risiede nell’abbracciare Satana come unica e valida alternativa al tutto ("L’Inferno non è mai stata una soluzione per te, la tolleranza di Lucifero dà la precedenza al Dare [...] tu non sei morto.. non sei proprio mai esistito [...]la somma di tutto quel che conosci equivale a ZERO”).



Il disco giunge alla fine e le impressioni che rimangono sono abbastanza positive. Spiazza un po' la volontà dei Mayhem di tornare su coordinate fruibili dagli amanti di certe sonorità, dai fan appartenenti al cosiddetto"zoccolo duro" (quelli del binomio "cambiamento = tradimento") dato che la strada intrapresa con il precedente per quanto impervia, tortuosa - e che in quello specifico caso non aveva fruttato un capolavoro, ma "solo" un album pieno di spunti interessanti - odorava abbastanza di "fresco" e nonostante qualcuno parli solo di "marketing" (i Mayhem che cambiano per vendere, perchè molti altri che "si sono adeguati" hanno avuto successo) il risultato era piacevole, intrigante e stimolava alla riflessione di un'ulteriore prometeica trasformazione (stavolta magari "col capolavoro"). Ma tutto sommato, il mezzo passo indietro, il "passo del gambero" operato dai nostri risulta ugualmente vincente perchè, pur reiterando schemi vecchi, pesanti iniezioni di botulino svecchiano il "demone" e lo rendono una creatura capace di sentirsi pienamente adeguata ai tempi che corrono. Il black metal si fa il lifting. E ancora una volta si sente bello e giovanile. Niente capolavoro dunque, ma ancora una volta un parto intrigante di una band capace di mantenersi ancora una volta su livelli più che accettabili.


1) Whore 
2) Dark Night of the Soul
3) Rape Humanity With Pride
4) My Death
5) You Must Fall
6) Slaughter of Dreams
7) Impious Devious Leper Lord
8) Chimera

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